Jakob Lorber

 

1851-1864

 

 

 

IL GRANDE VANGELO DI GIOVANNI

 

Volume 4

 

 

Descrizione: gesu_insegna_4.jpg

 

La vita e gli insegnamenti di Gesù nei tre anni della Sua predicazione

 

 

Traduzione dall’originale tedesco “JOHANNES das große Evangelium” (vol. 4)

Opera dettata dal Signore nel 1851-64 al mistico Jakob Lorber

 

Casa Editrice: Lorber Verlag - Bietigheim - Germania

Copyright © by Lorber Verlag

Copyright © by Associazione Jakob Lorber 

“Ringraziamo la Lorber Verlag, Friedrich Zluhan e l’Opera di Divulgazione Jakob Lorber  e.V., D-74321 Bietigheim/Wuertt., per il sostegno nella pubblicazione di questo volume”.

 

Traduzione di Salvatore Piacentini dalla 7° edizione tedesca 1982

Revisione parziale a cura dell’Associazione Jakob Lorber

 

Casa editrice GESÙ La Nuova Rivelazione

Via Vittorio Veneto, 167, 

24038 SANT’OMOBONO TERME (Bergamo)

www.jakoblorber.it

www.gesu-lanuovarivelazione.com

 

 

Unità di misura austriache del 18°/19° secolo usate nel testo

1 Braccio

= 77,8 cm

1 Eone

= 10120 (1 con 120 zeri)

1 Iugero

= 5754,664 mq

1 Linea                  

= 2,2 mm

1 Miglio austriaco

= 7,586 km

1 Miglio tedesco 

= 7,42 km

1 Pertica               

= 3,8 m

1 Piede

= 31,6 cm

1 Secchio

= 56,6 litri

1 Spanna

= 20 cm

1 Tesa o Klafter 

= 1,9 m

1 grano

= piccola unità di misura antichissima

 

VAI ALL’INDICE

Cap. 1

La vera sapienza e l’adorazione vivente di Dio

 

1. Dopo esserMi alzato, e dopo che tutti quelli che erano con Me trascorsero più di tre ore sonnecchiando dolcemente, chiamai subito i tre e chiesi loro perché non avessero dedicato anch'essi quelle tre ore al sonno ristoratore.

2. Dice Mataele: «O Signore di ogni Magnificenza e Sapienza! Chi può avere bisogno di dormire dopo aver ottenuto, attraverso la Tua parola, il più possente ristoro? Noi tre ci troviamo tanto rinvigoriti come se avessimo dormito saporitamente tutta la notte. Noi tre, nel Tuo Nome, abbiamo impiegato le tre ore di tempo nel miglior modo possibile, e per concessione della Tua Grazia immensa abbiamo imparato cose di cui certo nessun mortale ha mai finora saputo niente, nemmeno in sogno. Ed è per questo che noi ora Ti rendiamo le più sentite e calorose grazie; Tu solo sei il Signore, e sei dappertutto il Tutto nel tutto; a Te solo vada dunque tutto il nostro amore e la massima venerazione!»

3. Dico Io: «Allora sta bene! Io certo sono a conoscenza di tutto quello di cui avete effettivamente discusso e che avete imparato prima del tempo a voi destinato a questo scopo! Ma poiché ormai queste cose le avete imparate, per ora tenetele per voi, ed anche più tardi vedete di non farne un uso ingiusto, dato che i figli di questa Terra non sono in grado di poterle comprendere, poiché essi non provengono da quelle sfere da dove provenite voi. Però voi apprenderete delle cose ancora più grandi quando lo Spirito Santo verrà sopra di voi. Questo Spirito sarò Io un giorno ad inviarLo sopra di voi dai Cieli, ed Esso soltanto vi sarà da guida in ogni verità! Ora Questo sarà lo Spirito dell'Amore, il Padre in Persona, il Quale vi educherà e vi ammaestrerà affinché voi tutti possiate venire là dove Io sarò.

4. Perciò in verità vi dico: “Nessuno verrà a Me se non sarà attratto a Me per mezzo del Padre!”. Voi tutti dovete venire ammaestrati dal Padre, vale a dire dall'eterno Amore in Dio, se volete venire a Me! Voi tutti dovete essere perfetti così come è perfetto il Padre che è nei Cieli. Però il molto sapere come pure la molta e più ricca esperienza non vi faranno avvicinare alla meta, ma soltanto il vivente amore per Dio nonché il vivente amore per il prossimo; ecco, qui si cela il grande mistero della rinascita del vostro spirito da Dio e in Dio.

5. E ciascuno dovrà prima passare con Me per la porta stretta della piena abnegazione di se stesso fino a diventare come sono Io. Ciascuno deve cessare di essere qualcosa per sé, per poter diventare tutto in Me.

6. Amare Dio sopra ogni cosa vuol dire: sorgere in Dio e penetrare del tutto in Lui; amare il prossimo vuole dire ugualmente: penetrare completamente nel prossimo, altrimenti non lo si può amare interamente; un mezzo amore invece non è di utilità, né a chi ama né a chi è amato.

7. Se sei su un'alta montagna e ti vuoi godere tutto il panorama da ogni parte, devi arrampicarti in ogni caso fino alla massima vetta, perché da una qualsiasi cima più bassa ti rimarrà sempre nascosta una buona parte del panorama totale. Per conseguenza anche nell'amore, tutto, comprese le cose più esteriori, deve sorgere e sgorgare dal più intimo dell'essere, affinché i frutti dell'amore possano rivelarsi in voi.

8. Il vostro cuore è un campo, l'amore operante è la viva semente, mentre i fratelli poveri rappresentano il campo concimato; chi di voi deporrà la semente in abbondanza nei solchi del campo ben concimato, costui godrà anche di un ricco raccolto. Con quanti più poveri concimerete il campo, tanto più vigore questo acquisterà, e quanto più abbondante semente vi spargerete, tanto più abbondante sarà anche il raccolto. Chi seminerà riccamente, farà un ricco raccolto, ma chi invece sarà parco nella semina, raccoglierà anche parcamente.

9. Ebbene, la sapienza suprema sta nel fatto che voi diventiate sapienti attraverso il più vivente amore. Qualsiasi sapienza però che non abbia quale fondamento l'amore, non ha nessun valore! Perciò le vostre cure siano rivolte non tanto al molto sapere, quanto piuttosto al molto amare, ed in questo modo l'amore vi darà quello che nessuna sapienza sarà in grado di darvi. È sicuramente bene che voi tre abbiate impiegato con il massimo zelo le tre ore per arricchire in vari modi la vostra conoscenza e la vostra esperienza, ma da tutto ciò, di per sé, potrà derivarne ben poco vantaggio alle vostre anime; tuttavia se in avvenire dedicherete con pari zelo il vostro tempo all'amore del prossimo, una giornata sola sarà già di immensa utilità per le vostre anime!

10. A che cosa potrebbe giovarvi al Mio cospetto se da parte vostra - considerando la Mia Potenza, la Mia Grandezza e la Mia Magnificenza in eterno inconcepibile - voleste addirittura disciogliervi per l'ammirazione, mentre dinanzi alla vostra porta piangessero inutilmente i poveri fratelli e le sorelle stretti nella morsa dolorosa della fame, della sete e del freddo? Oh, come sarebbero vane e misere anche le più rumorose esclamazioni di giubilo e di lode ad onore e gloria di Dio, qualora dovessero sopraffare il grido di dolore e i lamenti dei poveri fratelli! A che cosa possono giovare tutte le fastose cerimonie e tutti i più abbondanti sacrifici nel Tempio, quando davanti alla porta del Tempio c'è un povero fratello che muore di fame!

11. Siano perciò le vostre indagini rivolte anzitutto là dove c'è la miseria dei vostri poveri fratelli e sorelle: a questi porgete aiuto e conforto! Ed allora, in un solo fratello che voi avrete soccorso troverete molto più di quanto trovereste nel visitare tutte le stelle dell'universo e poi Mi aveste glorificato con il linguaggio dei serafini!

12. In verità, in verità Io vi dico: “Tutti gli angeli, tutti i Cieli e tutti mondi con tutta la loro sapienza non possono in eterno mai darvi quello che voi potete acquistare porgendo vero aiuto ad un misero fratello con tutte le vostre forze e con tutti i vostri mezzi! Niente esiste al Mio cospetto di più sublime e di più vicino a Me dell'amore vero e puro che si traduce nelle opere!”.

13. Mentre preghi Dio - e nello stesso tempo odi il lamento del tuo povero fratello venuto ad implorare soccorso proprio nell'ora che tu dedichi alla preghiera e tu, seccato, non gli vuoi dare retta - allora sia maledetto il vano vociare della tua bocca! Poiché la Mia vera Gloria sta solamente nell'amore, e non nel vocìo vuoto e inconsistente delle tue labbra!

14. Voi non dovete essere come Isaia ha esclamato: “Ecco, questo popolo Mi onora con le labbra, mentre il suo cuore è ben lontano da Me!”, ma quando Mi pregate, fatelo in spirito e in tutta verità! Poiché Dio è uno Spirito, e come Tale può venire adorato soltanto in spirito e in verità.

15. Dunque, la sola e vera preghiera a Me gradita non consiste nel muovere la lingua, la bocca e le labbra, ma consiste unicamente ed effettivamente nel mettere in pratica l'amore. A che cosa può servirti adornare la tomba di un profeta impiegandovi anche molte libbre d'oro (molti kg d’oro), ma se così facendo non hai ascoltato la voce del misero fratello che soffre e invoca soccorso? Credi forse che Io Mi compiacerò della tua azione? O stolto! Anzi, il Mio occhio ti guarderà con ira perché non hai ascoltato la voce di un vivente mentre stavi rendendo onore ad un morto!».

 

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Cap. 2

Il destino dei luoghi della Palestina.

 

1. Vedete, perciò anch'Io ho già preso le disposizioni opportune, affinché le località che noi stiamo visitando non esistano più già tra cento anni, e ciò allo scopo che con il tempo non venga a stabilirsi una idolatria troppo rozza rispetto ad esse!

2. La Mia Nazaret non sarà più trovata, ma ve ne sarà un'altra oltre queste montagne verso occidente; Genezaret si estinguerà, e rimarrà soltanto Tiberiade al di qua del mare; Cesarea di Filippo - dove ora ci troviamo - sarà già svanita, però ne rimarrà una sulle alture di Meron (un lago) da dove il Giordano scorre giù verso di noi, ed un'altra verso occidente nelle vicinanze del grande Lago salato (Mar Morto) e precisamente dalla parte dove si trovano, a non molta distanza, Tiro e Sidone. Il paese di Samaria, però, verrà conservato soltanto in parte, da qui verso mezzogiorno fino al grande mare, mentre la parte minore che giace più verso oriente, con la vera Sichar e il vero monte Horeb sarà cancellata, e i futuri successori la cercheranno e la troveranno non lontano dal grande mare, tuttavia vi sarà solo il nome e una montagna dirupata, ma non la verità, e la stessa sorte toccherà a Gerusalemme e a moltissime altre località della Terra promessa che sarà tramutata in un deserto in molteplici modi.

3. Prendete bene nota di tutte queste cose, perché esse accadranno di sicuro, affinché l'umanità, nel suo zelo idolatra verso questi luoghi, non lasci inascoltata la voce dei poveri fratelli e sorelle. Sarà opportuno che su tutti i fanatici scenda la confusione, e nella falsa Nazaret essi cercheranno talmente tanto la Mia capanna da divenirne stolti, poiché la vera Nazaret, poco dopo che Io sarò salito nel Mio Regno, sarà rasa al suolo.

4. Chi cercherà e scruterà le cose vane, costui anche troverà cose vane, e ne morirà; ma chi invece cercherà la vera Nazaret nel proprio cuore, la troverà in ciascun fratello povero, ed una genuina Betlemme la troverà in ogni sorella povera.

5. Verranno tempi in cui gli uomini giungeranno qui da molto lontano e cercheranno questi luoghi. Sicuramente rimarranno i nomi, ma non i luoghi. Anzi, i popoli d'Europa muoveranno guerra per il possesso di questi luoghi, e saranno dell'opinione e della fede di renderMi così un grande servizio, mentre nella loro patria avranno abbandonato moglie e figli, fratelli e sorelle, languenti e senza aiuto, nella più squallida miseria!

6. Ma quando essi un giorno, nell'aldilà, verranno da Me per ricevere la ricompensa che si aspettano per le loro fatiche e i loro sacrifici, Io allora farò sì che venga resa manifesta la loro immensa stoltezza, e mostrerò loro quanta desolazione avranno sparso fra gli uomini con la loro rozza stoltezza, da Me mai comandata, ed in primo luogo fra coloro che saranno stati anzitutto affidati alle loro cure, cioè le loro misere e deboli mogli e figli ed altri simili bisognosi di soccorso nelle loro case! E verrà fatto capire loro che non potranno entrare nella Luce della Mia Grazia se prima non avranno risarcito completamente tutto il male causato, ciò che riuscirà loro molto difficile, considerato che a tale scopo essi non disporranno che di mezzi quanto mai scarsi nella loro debole luce crepuscolare del regno degli spiriti sopra e sotto la Terra in cui si troveranno immersi.

7. Sì, Io vi dico che, a causa della immensa stoltezza degli uomini, questi luoghi saranno dati in preda ad un popolo di pagani. E per mezzo di questo popolo Io farò flagellare i falsi coloro che professeranno falsamente la Mia Dottrina, a oriente ed a occidente, nel meridione e nelle regioni del settentrione.

8. Abbiate dunque cura che la stoltezza e la cieca superstizione non prendano piede in mezzo alla Mia Dottrina della Vita e al vero riconoscimento di Dio per l'unica via dell'amore operoso. Questo amore darà a ciascuno la vera luce, e la giusta e illimitata visione di tutte le cose nel mondo della natura ed in quello dello spirito! Questo è e resta in eterno il solo efficace mezzo e la sola vera via per arrivare a Me e nel Mio Regno eterno.

9. Io solo, quale l'Amore dall'eternità, sono la Luce, la Via, la Porta e la Vita eterna! Chi vuole penetrare nel Mio Regno della Luce da qualche altra parte, costui è simile ad un ladro e ad un predone, e sarà cacciato fra le tenebre più estreme già in questa vita, e molto di più ancora un giorno nell'altra. Ecco che voi ormai sapete ciò che dovete fare, e ciò che è buono e giusto al Mio cospetto. Così operate, e così procederete per la retta via!

10. Ed ora noi andremo a trovare i nove annegati, e tu, o Marco, fa portare del vino, perché ne avremo bisogno!

 

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Cap. 3

Il Signore presso i nove annegati.

 

1. Dopo di che ci recammo là dove erano adagiati i nove, ed Io feci girare i loro corpi con la faccia all'insù; e quando si trovarono in questa posizione, dissi a Marco: «Versa a ciascuno qualche goccia di vino in bocca!». La cosa era facilmente eseguibile, dato che tutti avevano la bocca aperta, e quando così fu fatto, Io dissi a tutti i presenti: «Avvicinatevi, e chiunque fra voi sia debole di fede, esamini se i nove sono o no assolutamente morti!»

2. Ora fra i trenta farisei convertiti c'era pure un medico il quale sapeva bene giudicare se un corpo fosse o no completamente morto. Costui si avvicinò ai cadaveri dicendo: «Non sono venuto per verificare se questi annegati siano effettivamente morti, poiché io non ho il benché minimo dubbio sul fatto che essi siano davvero morti, ma sono venuto per fornirvi, quale esperto in tale genere di cose, una valida prova che la vita ha del tutto abbandonato questi nove». Allora egli cominciò a palpare i nove, ne esaminò gli occhi e il naso ippocratico[1] , segni questi certissimi della morte completa e dell'assenza assoluta di ogni spirito fisico-vitale.

3. E dopo che il medico ebbe terminato il suo esame, ed ebbe pronunciato in questo senso la sua sentenza confermata pure dalla testimonianza di tutti i presenti che l'avevano trovata giusta e valida, egli aggiunse ancora: «Non soltanto adesso, ma già ieri, dopo un'ora dall'essere stati travolti dall'acqua, essi erano altrettanto morti quanto lo sono in questo momento; inoltre, a giudicare dalla deformazione del naso e dall'odore che esalano, è già iniziato anche il processo della decomposizione. Ormai non vi è né scienza, né capacità, né forza umana che possa richiamarli in vita. Una cosa simile non la potrebbe fare che Colui il Quale richiamerà in vita tutti i morti, fuori dalle loro tombe, nel giorno del Giudizio!»

4. Dico Io allora: «Affinché, dopo questa valida testimonianza del medico, riconosciate bene la Gloria del Padre nel Figlio dell'uomo, Io invoco ad alta voce il Padre e dico: “Padre! Glorifica il Tuo Nome!”.

5. In quello stesso istante molti sentirono una Voce, come di molteplice tuono, rispondere: "Io L'ho glorificato in Te, o dilettissimo Figlio Mio, perché Tu sei Colui nel Quale Io ho il massimo compiacimento! Tutta l'umanità Ti ascolti!».

6. Molti udirono queste parole, ma molti altri invece non sentirono che un fragore di tuono, e domandarono come avesse potuto manifestarsi il fenomeno. Ma coloro che nel tuono avevano percepito delle parole, resero testimonianza di quanto avevano udito, e gli altri ne rimasero stupiti e dissero: «La cosa è strana; noi non abbiamo sentito che il rumore del tuono, ma se voi, che siete la maggioranza, avete udito le stesse parole, crediamo anche noi come se le avessimo udite con i nostri stessi orecchi. Ma pure da tutto ciò risulta allora che questo Maestro è solo il figlio, e non il Padre santo ed onnipotente che dimora nel Cielo e che nessuna creatura umana può vedere ma solamente udire in certi momenti particolarmente sacri! Dunque, allora anche Mosè deve essere stato un figlio dell'Altissimo, considerato che a suo tempo ha fatto grandi miracoli, e simile a lui devono essere stati gli altri profeti; la sola differenza è che questo Nazareno dovrebbe certo essere il più grande fra tutti i profeti, dato che egli compie miracoli più grandi e più numerosi!»

7. Dice allora Murel che aveva udito benissimo questa opinione: «No, voi vi sbagliate, e si vede che siete ben lontani dall'aver compreso come stanno le cose! Chi prima di Mosè ha annunciato, mediante lo Spirito del Signore, appunto un Mosè, chi un Elia, chi un Samuele e chi uno dei quattro grandi profeti? Essi vennero suscitati come per caso da Dio e profetizzarono; e di Chi profetizzarono per lo più? Appunto di Colui che ora ci sta dinanzi. La Voce che ora fu udita come un tuono possente era assolutamente altrettanto la Sua propria Voce, come Sua è quella che per bocca del Suo corpo parla a noi; il divario consiste soltanto nel fatto che con la voce del Suo corpo Egli parla a noi come uomo, mentre per mezzo della Voce del tuono Egli Si è fatto udire come Colui che era in eterno ed in eterno sarà, che ha creato tutto ciò che esiste e che diede sul Sinai le leggi al popolo fra lampi e tuoni. Perciò soltanto a Lui ogni cosa è possibile, anche quella per cui, per il Suo immenso Amore a noi, Suoi figli, è potuto diventare un uomo come lo siamo noi, altrimenti sarebbe perfettamente escluso che Egli potesse venire mai, in eterno, visto e completamente riconosciuto dai Suoi figli che Egli ama sopra ogni cosa!».

 

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Cap. 4

Le disposizioni del Signore per la resurrezione degli annegati.

 

1. Allora Io Mi avvicino a Murel e gli dico: «Hai parlato bene, o figlio Mio! Tu sei dunque davvero a fondo nella verità ed hai rettificato perfettamente, in modo conforme alla verità, l'opinione di coloro che non vedevano troppo bene le cose. Tu diverrai un eccellente strumento per combattere le idee degli ebrei e dei pagani, e la ricompensa che ti attenderà nel Cielo non sarà certo piccola.

2. Ma ora è tempo di accingerci all'opera che Io ho destinato per voi, affinché ciascuno possa toccare con mano che solo Io sono veramente Colui che doveva venire secondo le predizioni di tutti i profeti fino a Simeone, Anna, Zaccaria e Giovanni che fu fatto decapitare da Erode. Vedi, questi annegati saranno tutti fatti rivivere, ed essi se ne ritorneranno alle loro case. Ma quando avranno riacquistato completamente la vita e le forze sufficienti, non tratteneteli, ma lasciate che se ne vadano subito; basta solo che, quando Io avrò abbandonato questi luoghi, qualcuno di voi dichiari loro quello che è accaduto qui nei loro riguardi!»

3. E dopo esserMi espresso così Io dissi a Marco: «Ora versa di nuovo del vino nella loro bocca!»

4. E Marco eseguì, però Cirenio e Cornelio Mi domandarono perché fosse necessario versare in bocca agli annegati del vino prima di richiamarli in vita.

5. Allora Io risposi: «Agli scopi della rivivificazione di questi nove, ciò non sarebbe affatto necessario, però, dato che, dopo aver riacquistato la vita, essi si allontaneranno subito da qui, è necessario che il loro corpo venga rinvigorito, e tale risultato lo si otterrà appunto versando nelle loro bocche del vino prima ancora che vengano fatti rivivere. Il vino viene assorbito dai nervi del palato e della lingua, e in questa maniera l'azione viene comunicata anche agli altri nervi vitali; quando poi questi nove rivivranno, le loro anime, ritornate nei rispettivi corpi, avranno a loro disposizione degli strumenti già rinvigoriti che essi potranno adoperare immediatamente per qualsiasi genere di attività. Infatti, se questo rinvigorimento preliminare venisse a mancare, i rianimati dovrebbero fermarsi per qualche tempo qui per far riprendere alle loro membra le forze necessarie. In pari tempo questo atto anticipato di irrobustimento susciterà nei nove una sensazione molto gradevole al palato, ciò che è anche necessario per la ragione che, dopo che la vita è rientrata in loro, l'odore dell'acqua torbida ingerita causerebbe in loro degli effetti molto nocivi, e liberarli completamente da questi ultimi richiederebbe un tempo ben lungo. Ecco dunque che ora sapete anche questo; avete da chiedere ancora qualcosa a questo proposito?»

6. Risponde Cornelio: «Questo proprio no, o Signore e Maestro, solo che adesso è sorto in me il pensiero di come Tu, che sei l'Onnipotente a Cui soltanto sono soggette tutte le cose, voglia servirTi ogni tanto di mezzi del tutto naturali per il raggiungimento di un qualche scopo!»

7. Dico Io: «E perché non dovrei fare così? Non è anche il mezzo naturale un'opera della Mia Volontà? Prendiamo ad esempio il vino della cantina di Marco: non sono stato appunto Io a riempire in maniera del tutto prodigiosa i suoi otri e gli altri recipienti? Dunque, se Io Mi servo di un mezzo naturale, questo non è un prodigio da meno che se avessi fatto ricorso unicamente alla Mia Volontà rinunciando ad impiegare il mezzo naturale. Comprendete ora anche questo?»

8. Rispondono Cornelio e Cirenio: «Sì, anche questo ci è ormai chiaro, e noi ci rallegriamo già ora della resurrezione dei nove annegati! Avrà luogo presto?»

9. Dico Io: «Ancora un po' di pazienza, e cioè fino a quando sia stato versato loro in bocca del vino per la terza volta; dopo di che si troveranno rinvigoriti a sufficienza, e pronti quindi ad essere fatti rivivere»

10. Con ciò tutti i curiosi rimangono soddisfatti, e Marco dietro un Mio cenno versa per la terza volta del vino in bocca ai nove.

11. Dopo di che, rivoltoMi ai molti che erano presenti, dico: «Ormai anche quest'opera è compiuta! E adesso allontaniamoci da qui e andiamo a prendere posto alle mense dove già ci attende una colazione ben preparata, perché, se rimanessimo qui tutti intorno, ciò non farebbe che suscitare confusione nei rianimati, i quali potrebbero sospettare che qualcosa di straordinario debba essere accaduto nei loro riguardi. Ma se invece non si vedranno vicino nessuno, penseranno di essersi addormentati su questa collina in seguito allo stordimento e alla stanchezza causata dall'uragano di ieri, e di essersi destati ora, cioè nel mattino di questo giorno immediatamente seguente il Sabato di ieri! Dopo di che, non curandosi affatto di noi, si alzeranno tranquilli dal loro giaciglio e faranno ritorno alle loro case dove, naturalmente, verranno accolti e ristorati dai familiari con la massima gioia di questo mondo».

 

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Cap. 5

I dubbi di Cornelio.

 

1. A queste Mie parole tutti fanno come Io avevo comandato, però la maggior parte non lo fa proprio volentieri, poiché essi avrebbero preferito assistere da vicino al miracolo; tuttavia nessuno si azzardò a farMelo osservare. Noi allora ce ne andiamo alle mense, vi prendiamo posto e facciamo onore ai pesci che anche questa volta sono eccezionalmente ben preparati e di eccellente sapore, e li mangiamo con animo lieto.

2. Particolarmente lieta si mostra la Mia Giara la quale esce con questa esclamazione: «Davvero, io non so proprio come mai oggi sia così di buon umore! Mi accorgo però di una cosa, e cioè che questa mia grande letizia non è condivisa nella stessa misura da tutti gli altri! Io non sono che una fanciulla, e per conseguenza dovrei essere tormentata dalla curiosità più di ogni altro. Gli uomini gettano continuamente delle occhiate da quella parte per vedere se i nove siano già risuscitati. Io non ho ancora affatto rivolto i miei occhi da quella parte, eppure li ho visti andarsene l'uno dopo l'altro, mentre gli uomini, i signori e i regnanti stanno guardando ancora, e tra di loro si chiedono se i nove abbiano davvero riacquistata la vita. Oh, ciò è già accaduto circa mezz'ora fa! I nove cominciarono a muoversi subito dopo che noi arrivammo alle mense, essi si alzarono uno dopo l'altro da terra, si sfregarono gli occhi come per scacciare il sonno e poi si allontanarono. Io potei vedere tutta la manovra facilmente attraverso gli alberi che ci nascondono un po’ quel posto, perché io sono piccola e posso vedere bene guardando al di sotto dei rami, voi invece siete grandi, e gli alberi vi hanno nascosto il prodigio della potenza della Volontà divina. Ora però è troppo tardi; se voi anche andaste lì, non trovereste più nulla all'infuori tutt'al più dei posti dove erano stesi i corpi dei nove. Anche quelli che il Signore ha restituito alla vita ieri, subito dopo l'uragano, se ne sono andati ai loro paesi assieme ai nove»

3. Dice Cornelio: «Ma sai che tu hai dei buoni occhi e che niente ti sfugge? Ad ogni modo se tutto è già finito, tutto anche va bene, e noi non ci teniamo ad altro se non alla sicura riuscita di quanto il Signore comanda e vuole, perché anche un solo insuccesso susciterebbe più di un dubbio in quelli che credono difficilmente. Ma hai tu proprio visto i nove alzarsi e andarsene?»

4. Risponde Giara, un po’ risentita: «Oh, spero bene che non penserai di trovarti di fronte ad una mentitrice! Da quando vivo ed ho la facoltà della ragione, non è mai apparsa una menzogna sulle mie labbra, e proprio ora, a fianco del mio Dio e Signore e verissimo Maestro, dovrei venire fuori con una menzogna per saziare la vostra curiosità! Oh, allora devo dire che tu, o nobile signore, non conosci affatto chi è Giara. Vedi, nell'intelletto, per quanto limpido sia, può sempre dimorare la menzogna, perché fuori dal tuo intelletto puoi aver chiarito a qualcuno qualcosa a seconda di quanto a te appaia evidente; però può essere che quello che a te appare evidente, poggi invece su delle fondamenta completamente false, ed allora con la tua spiegazione hai assolutamente mentito, avendo, facendo così, ingannato te stesso nonché il tuo prossimo. Il vero e puro amore, invece, non inganna mai, né può mai mentire, dato che esso stima il prossimo quale un figlio anch’egli di Dio - più di se stesso, e Dio poi sopra ogni cosa! Ma io, che mi sento colma dell'amore per Dio, e per conseguenza anche per il prossimo, come potrei, ciononostante, darti una notizia non vera? Oh, mio nobile Cornelio! L'avermi ritenuta capace di questo non è stata proprio una grande gentilezza da parte tua!»

5. Dice Cornelio: «Ma, o soavissima fanciulla! Io non intendevo parlarti assolutamente in questo senso! Io ti ho interpellato così perché questa è una maniera di domandare assolutamente comune, ma non ho pensato neanche lontanamente che tu avessi voluto dirmi qualcosa di non vero! Chiedilo al Signore stesso, il Quale certo conosce quello che si svolge nel mio animo, e apprendi da Lui se ho forse voluto tacciare te di menzogna, o soavissima fanciulla dal cuore fedele! I nove sono stati ridestati per Volontà del Signore, ed essi sono anche già partiti secondo il Volere del Signore, in modo che la faccenda è ora conclusa. Quella domanda un po' insulsa io te l'ho fatta unicamente per abitudine, e non poggiava su nessun altro pensiero; ma tu ora mi serberai rancore?»

6. Risponde Giara: «Oh, in quanto a questo, niente affatto! Tuttavia in avvenire bisogna che tu ponderi meglio le tue domande; ma adesso parlate di qualcos'altro, perché mi sembra che di discorsi inutili ne abbiamo fatti abbastanza!»

7. Dicono Cornelio e Cirenio: «Sì, certo, hai ragione; è davvero un peccato sprecare anche un minuto in chiacchiere fra di noi quando abbiamo in nostra compagnia il Signore. Lasciamo dunque ora soltanto al Signore il destinare e l'ordinare quello che sarà da fare!»

8. Dico Io: «Benissimo, allora lasciate stare queste cose; ora dedichiamoci alla pesca e così potremo incrementare considerevolmente le provviste di Marco! Dopo mezzogiorno ci si presenterà bene qualcosa da fare».

9. E Marco, che aveva udito quanto Io avevo detto, ordinò immediatamente ai suoi figli di mettere in buon assetto le barche necessarie, poiché i pesci, dentro il grande vivaio chiuso situato alla riva, avevano sofferto molto a causa della tempesta del giorno prima.

 

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Cap. 6

La contesa fra persiani e farisei a causa di questo miracolo.

Giuda Iscariota si dedica alla pesca dell'oro.

 

1. Mentre però alle nostre mense il discorso verteva su questo e su quello, una disputa era sorta fra i trenta farisei ed i persiani ancora presenti. I persiani consideravano la vivificazione dei nove annegati come un vero e proprio miracolo, mentre i trenta giovani farisei sembravano portati a dubitare un po’che fosse realmente un miracolo! Specialmente poi Risa, che prima aveva influito su Ebram a Mio favore, era quello che maggiormente si schierava contro la tesi del miracolo.

2. Allora Ebram disse: «O Risa, amico mio, quando una persona è morta totalmente nel corpo come lo erano quei nove, tu la puoi posizionare come vuoi - e il giorno seguente le puoi versare in bocca altrettanto vino della medesima qualità - e vedrai che non ci sarà affatto il modo di farla ritornare in vita. Questa invece è opera della potenza della Volontà divina, mentre la posizione del corpo e il vino fatto ingerire non hanno in questo caso altro significato che, per quanto riguarda il come è adagiato il corpo, quello di liberare lo stomaco e i polmoni dall'acqua, mentre per quanto riguarda il vino versato in bocca, quello di rinvigorire con un'azione anticipata i nervi ancora rilassati e di togliere al palato un sapore nauseante. Ma rispetto al successivo richiamo alla vita del corpo morto, né la maniera di posizionare il corpo, né il vino vanno considerati come fattori necessari. Il Signore dispose questo trattamento preliminare solamente perché Egli aveva l'intenzione di richiamare in vita quei nove grazie alla Sua Volontà, ed affinché le loro anime potessero disporre immediatamente di un corpo abitabile e adoperabile! Non ti è chiara ora questa cosa?»

3. Osserva Risa: «Sì, sì, comprendo quanto hai detto, ed è anche possibile che tu abbia ragione; tuttavia secondo me, per convincersi con i fatti, resterebbe da vedere se le manovre di posizionare il corpo in un determinato modo e versargli del vino tre volte in bocca, non costituiscano di per sé un mezzo per ridonare la vita del corpo ad uno che non sia completamente morto per annegamento. Una volta accertato che le due prove non danno alcun risultato, allora soltanto questa resurrezione va considerata come un puro ed assoluto prodigio! Questa almeno è la mia opinione!»

4. Dice Ebram: «Ebbene, se tu proprio insisti in questa tua opinione e se il Signore lo vuole, può darsi che nell'occasione della pesca che si sta per intraprendere, si venga a scoprire ancora un qualche cadavere, ed allora su questo potrai fare tu stesso gli identici tentativi per richiamarlo in vita mettendolo in posizione opportuna e versandogli del vino in bocca; ma per conto mio sono sicuro che i tuoi tentativi avranno esito assolutamente negativo!»

5. Dicono a loro volta i persiani: «Anche noi siamo dello stesso parere! Infatti, quello che è possibile soltanto alla forza della Volontà divina, questo non è possibile a nessun uomo, il quale in se stesso non è che una creatura, a meno che non sia la Volontà di Dio ad agire tramite la volontà umana. Questa è all'incirca la nostra opinione, e con ciò crediamo di non trovarci assolutamente su una via sbagliata. Ma ecco che ora tutti si dirigono verso la riva; bisogna dunque che anche noi saliamo sui nostri battelli, poiché in questa occasione non mancherà certo di verificarsi nuovamente l'uno o l'altro fatto meraviglioso del quale è necessario che pure noi siamo testimoni».

6. Dopo di che tutti i partecipanti prendono posto nelle varie barche, ormai pronte a prendere il mare che questa mattina è straordinariamente tranquillo e quindi favorevole alla pesca. Questa volta i Miei discepoli, ad eccezione di Giuda Iscariota, danno una mano ai figli del vecchio Marco e li aiutano a gettare e a stendere le grandi reti.

7. Giuda Iscariota invece vuole concedersi un diletto personale, e si avvia tutto solo verso la città interamente distrutta per vedere che aspetto abbiano lì le cose, perché prima egli aveva udito dire che i ricchi greci avevano avuto l'intenzione di lastricarvi alcune vie con oro e argento. Ora egli aveva attribuito a questa asserzione il significato che quei ricchi avessero effettivamente già dato abbondante inizio a tale operazione; egli perciò cercò di sgattaiolare per le vie della città incendiata allo scopo di sgraffignare dell'oro, dell'argento o altre cose preziose che si trovassero lì all'aperto.

8. Ma la sua sordida intenzione questa volta non portò alcun risultato per le sue tasche, ma lo portò per la sua schiena, perché quando fu riconosciuto come uno straniero che si aggirava per le vie a caccia di oro e di argento, fu ben presto fermato dalle guardie che lo picchiarono di santa ragione. Dopo di che egli prese subito il largo e abbandonò le rovine ancora fumanti, nonostante il temporale del giorno prima, dell'antica città che nei tempi antichi aveva avuto il nome di Vilipia, mentre più tardi sotto i greci era stata chiamata Philippi, e solo sotto gli imperatori di Roma aveva ricevuto in aggiunta il nome di Caesarea.

9. Ma quando il nostro pescatore d’oro fu ritornato alla casa di Marco di passo rapido, non vi trovò naturalmente più nessuno, ad eccezione della moglie e delle figlie dell'albergatore con le quali non c'era gran che da conversare, perché erano tutte occupate nei preparativi per il pranzo e per conseguenza mancava loro il tempo di badare a lui. Oltre a ciò loro credevano già fermamente in Me, e quindi non erano affatto disposte a rispondere alle domande sempre un po' indiscrete di Giuda Iscariota, senza contare che questo discepolo non si trovava affatto nelle loro buone grazie, dato che in quei pochi giorni si era dimostrato varie volte noioso e insopportabile.

10. E non avendo trovato buona accoglienza presso le donne di Marco, egli sia allontanò e si diresse verso la riva per vedere dove fossimo noi, ma rimase deluso perché noi, allo scopo di rendere più abbondante la pesca, ci eravamo portati molto al largo alla ricerca di una frotta di pesci che soltanto due volte all'anno compiono il loro viaggio migratorio dal lago di Meron fino al Giordano. Questi pesci sono costituiti in grandissima parte da eccellenti trote dorate.

11. Allora il discepolo vagante, non sapendo cosa fare per ammazzare la noia, se ne andò nelle tende di Ouran per vedere se anche là tutti fossero partiti e se, in quell’occasione, non si fosse presentata l'opportunità di trovare per caso qualche oggettino superfluo d'oro o d'argento, dimenticato eventualmente da qualcuno! Ma anche là si accorse di aver fatto i conti senza l'oste, poiché Ouran aveva lasciato tre uomini di guardia in ciascuna tenda, e questi, in assenza del loro signore, non parlavano volentieri. Egli perciò, tutto arrabbiato, lasciò anche le tende e si scelse un albero molto ombroso sotto al quale si coricò e si addormentò piacevolmente!

12. Ma alla lunga non gli andò bene neanche con il sonno, perché le mosche non gli davano pace; insomma per la durata di tre ore, Iscariota fu come un tormentato, e poco mancò che non cadesse in preda della disperazione. Ma finalmente riuscì a scorgere i nostri battelli; perciò si sentì un po’ alleggerire il cuore e tra se stesso deplorò molto di aver abbandonato la Mia compagnia.

 

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Cap. 7

Il servitore infedele di Elena.

 

1. Nel frattempo noi avevamo fatto una pesca davvero abbondante di pesci della miglior specie, e proprio in alto mare avevamo trovato pure i cadaveri galleggianti di due donne completamente nude che erano cadute in mano ai pirati, i quali le avevano derubate e spogliate di quanto avevano addosso e poi gettate in mare ancora vive. Si trattava di due giovinette dai 19 ai 21 anni molto ben formate, appartenenti ad una ragguardevole famiglia di Cafarnao, le quali, volendo portarsi a Gadarena, si erano affidate alla via dell'acqua. La loro barca e il rispettivo equipaggio erano in perfetto ordine, ma arrivate bene al largo si imbatterono in una nave di pirati greci i quali si impadronirono del loro battello. I quattro marinai vennero uccisi e poi gettati in mare, mentre verso le due giovinette i pirati si comportarono, secondo loro, un po' più umanamente: esse vennero cioè del tutto denudate, poi violentate e infine gettate in mare. Quei malfattori però, già il giorno stesso prima del levar del Sole, erano stati raggiunti dal braccio della giustizia e consegnati ai tribunali, così che quei demoni non sarebbero ormai più sfuggiti alla severissima punizione meritata.

2. Le due giovinette le avevamo trovate legate assieme per i capelli; i loro corpi galleggiavano completamente morti sull'acqua. E ciò si adattava perfettamente alla prova della posizione e del vino, allo scopo di ottenere la supposta vivificazione di un annegato secondo il parere di Risa. E proprio per questo motivo i due cadaveri vennero avvolti in coperte e deposti in una delle barche.

3. Ora c’era molto lavoro da fare, e Marco a mala pena riusciva a raffigurarsi come e dove avrebbe potuto conservare tutto quel pesce; Io però ordinai a Raffaele di aiutare Marco, e in pochi istanti tutto si trovò in perfetto ordine. Risa, dal canto suo, prese in consegna i due cadaveri per fare un tentativo di rianimazione, e perciò li collocò nella stessa posizione come il giorno prima Io avevo ordinato che venissero collocati i cadaveri dei nove.

4. Tommaso però, avendo scorto Giuda Iscariota, gli rivolse subito un saluto egli domandò un po' ironicamente come avesse concluso la sua pesca! Giuda borbottò qualcosa tra i denti, ma non si azzardò a discutere con Tommaso, perché sospettava appunto che Tommaso, il quale prima lo aveva ammonito di non andare a Cesarea in cerca di denaro, fosse già al corrente della sorte che gli era toccata! Perciò dunque Giuda Iscariota tacque. Io però feci cenno a Tommaso di evitare ulteriori questioni con quel cercatore d'oro, dato che la cosa avrebbe portato poco frutto.

5. Ora avvenne che uno dei servitori di Ouran, pensando di far ricadere la colpa su Giuda, si era appropriato di trenta denari d'argento che aveva tolto dalla borsa di Elena dove lei teneva custodito il suo tesoro. Costui venne in fretta alla nostra mensa ed esclamò: «Un furto, un furto! Ecco, mentre la nobile comitiva assisteva alla meravigliosa pesca sul mare e mentre nessuno era qui all'infuori dei militi romani i quali sono accampati intorno al monte e là si dedicano ai loro esercizi, ebbene, io dovetti uscire dalla grande tenda per una necessità urgente e, nello stesso momento, un discepolo del grande profeta, che voi a ragione chiamate il vostro Maestro, si insinuò dentro la tenda e, prima che io fossi ritornato, rubò trenta denari d'argento dal tesoro della principessa!

6. Infatti quando rientrai nella tenda, io lo trovai lì con un aspetto molto imbarazzato, e sembrava che scrutasse accuratamente con gli occhi il terreno come se stesse cercando qualcosa di perduto; dato però che il suo contegno mi sembrava sospetto, io mi avvicinai molto bruscamente ed egli, spaventato, abbandonò immediatamente la tenda. All’inizio non pensai niente di male trattandosi di un discepolo del grande profeta, ma quando cominciò ad andare avanti e indietro all’esterno della tenda, allora rimasi colpito dal fatto che la borsa contenente il tesoro della nobilissima principessa non era più nelle condizioni in cui l'avevo lasciata; e considerato che la borsa in questione era affidata a me, io dunque ero a conoscenza di quanto essa conteneva e perciò la presi e ne controllai il prezioso contenuto: ebbene, nella borsa mancavano trenta denari! Non è perciò possibile che queste trenta preziose monete d'argento siano state prese da nessun altro se non da quel discepolo a cui ho accennato prima! Quindi io sono venuto per denunciare con la massima sottomissione il fatto in tempo debito, affinché alla fine non si giunga forse a sospettare di me che sono innocente»

7. Dice Elena: «O servo! Perché ti giustifichi prima che qualcuno abbia sollevato dei dubbi sul tuo conto?»

8. Risponde il guardiano: «O graziosissima principessa! Io non mi sono scusato, ma volevo semplicemente denunciare il furto perpetrato in maniera certa dal discepolo del grande profeta!»

9. Dice Elena: «Qual è stata la penultima volta in cui tu, senza che io l'abbia saputo e voluto, hai controllato il contenuto della mia borsa?»

10. Dice il guardiano: «Oh, subito dopo che l'illustrissima e nobilissima principessa lasciò la tenda sotto la mia sorveglianza. Allora c'erano nella borsa esattamente seicento denari, ora però ce ne sono cinquecentosettanta, e quindi mancano trenta denari che nessun altro può aver rubato se non quel discepolo da me indicato prima! Dato che io, quale guardiano del tesoro principesco, sono responsabile di tutto, è ben necessario che sappia che cosa e quanto devo custodire, ed io, da fedele servitore che sono, non posso venire rimproverato se prendo anzitempo visione di che cosa e di quanto ho il compito di sorvegliare. Io dunque, avendo constatato l'ammanco a cui ho accennato prima, sono venuto a denunciare il fatto come era mio dovere»

11. Dice Elena: «Sta bene, sta bene, noi investigheremo più tardi e più meticolosamente la cosa, e troveremo chi è il malfattore, che poi non sfuggirà alla punizione che si è meritata. Ma forse è anche possibile che tu ti sia sbagliato nel contare la prima oppure la seconda volta, e allora non sarebbe bello accusare un discepolo del divino Maestro per il solo fatto che forse, per combattere la noia, è entrato per qualche istante nella tenda, cosa questa che egli aveva perfino diritto di fare, dato che da parte nostra non era stato dato nessun ordine per impedire a chiunque di entrare nella tenda! Ritorna dunque adesso al tuo posto; io stessa verrò ben presto ed esaminerò rigorosamente ogni cosa!»

12. A questa decisione il guardiano si allontanò e, non appena fu ritornato alla tenda, la sua prima preoccupazione fu quella di rimettere i trenta denari nella borsa il più in fretta possibile, affinché la principessa finisse con l'aver avuto ragione asserendo che egli aveva potuto sbagliare nel contare. E dopo aver compiuto questa operazione, egli rimase molto imbarazzato al pensiero di cosa avrebbe potuto dire quando fosse cominciato l'interrogatorio. Tuttavia la cosa migliore gli sembrò quella di ritornare dalla principessa, di chiederle perdono e di dichiarare che egli realmente si era sbagliato nel contare e che con la sua accusa aveva fatto un torto grave al discepolo. Detto fatto, dopo pochi minuti egli ritornò, spiegò la cosa alla principessa come abbiamo detto e contemporaneamente la pregò, poiché non esisteva più un crimine, che non si procedesse con la perquisizione promessa!

13. Tuttavia egli appariva quanto mai imbarazzato, perché sapeva che il re Ouran non era solito punire niente con tanta severità quanto la menzogna e il furto. Elena però ebbe compassione del vecchio briccone che del resto, fino ad allora, non si era mai dimostrato infedele, e gli disse: «Alzati e va’ dove vuoi per conto tuo! Non è stato affatto bello da parte tua esserti voluto vendicare in maniera così abbietta di un discepolo del Signore in Sua assenza; lui non ti ha mai fatto niente di male, sei tu che, da quando siamo qui, non lo puoi soffrire! Ecco, questo è stato molto malvagio, e ti sei reso degno del più severo castigo, perché ormai so bene tutto ciò che hai fatto e come hai agito»

14. Allora il servitore cominciò a tremare, e Giuda Iscariota che, da una certa distanza aveva seguito con la massima attenzione la scena ed aveva udito lo scambio di parole, si avvicinò al servitore e gli disse: «È ben vero che hai agito molto male nei miei confronti, e per di più senza alcun motivo; tuttavia io ti perdono. Io entrai bensì nella tenda, ma erano trascorsi appena un paio di istanti che io mi trovavo lì, quando tu sbucasti fuori da un nascondiglio e mi venisti incontro tutto furioso, ed allora io me ne andai; ma di mettere le mani sui tesori che possono esserci stati nella tenda, non c'è nemmeno da parlare! Ed anche se tu non mi avessi affrontato con tanta furia, i tesori da te custoditi non avrebbero comunque avuto nulla da temere da parte mia. Ma ormai, comunque stia la faccenda, io ti ho perdonato; vedi adesso tu di sbrigartela il meglio possibile con i tuoi padroni».

 

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Cap. 8

La pace esteriore e il lavorio interiore della compagnia.

 

1. Detto questo, Giuda Iscariota si ritirò, ed Io allora dissi ad Elena, Ouran e Mataele: «Non occorre che facciate niente, dato che abbiamo questioni ben più importanti da trattare! Tenete con voi il servitore e non punitelo, perché egli non avrebbe giocato questo brutto tiro se non vi fosse stato incitato da uno spirito. Ma egli vi fu incitato, affinché anch'egli facesse per voi una predizione la quale troverà adempimento. Ma ora basta di tutto ciò, perché dobbiamo occuparci di cose molto più importanti!»

2. E Cirenio mi domandò tutto stupito: «Oh, Signore! E in che cosa consisteranno? A me sembra quasi che non vi possa essere ormai nulla di ancora più importante di quanto noi abbiamo già visto e udito qui! Oh, parla Signore! Il mio cuore è davvero tutto un fremito per la brama di conoscere quali sono le Tue nuove intenzioni e le Tue nuove disposizioni per potermi adeguare anch'io ad esse!»

3. Io allora gli dico: «Un po' di pazienza ancora, poiché ad ogni cosa va concesso il suo tempo affinché si maturi. Dunque, anzitutto quello che occorre è un po' di riposo. Statevene perciò tranquilli con Me per un breve tempo!»

4. A queste Mie parole tutti si concessero un po' di riposo, mentre la questione fra Giuda Iscariota e il guardiano dei tesori di Ouran fu dimenticata; essa, ad ogni modo, non aveva causato eccessivi affanni né a Ouran, né a Mataele. Questi due ultimi dovevano discutere di importanti affari di stato con Cornelio e Fausto, poiché il tempo cominciava a stringere molto per Ouran, stimolato com'era dal pensiero e dalla brama di ritornarsene, con il suo grande tesoro di verità, al popolo di cui egli era il re, per renderlo felice il più possibile, poiché egli aspirava ad essere il re di un popolo intelligente e saggio e non di semplici larve umane e di macchine che si aggirano senza una volontà come gli animali.

5. Risa frattanto stava osservando i suoi due cadaveri, e stava pensando se, mediante le manipolazioni preliminari a cui egli aveva già assistito e poi, alla fine, per la Potenza del Mio Nome, sarebbe stato possibile richiamarli in vita! Altri invece, che erano intorno a Me, pensavano in che cosa avrebbe consistito la questione molto importante che Io avevo detto che si sarebbe dovuta sbrigare dopo la breve pausa di riposo. In breve, quantunque tutti sembrassero esteriormente tranquilli, tuttavia interiormente, nelle anime loro, ferveva un'intensa attività e nessuno era capace di rendersi conto come la cosa sarebbe cominciata e come sarebbe finita! Filopoldo, Murel e Kisjonah confabulavano tra di loro facendo le congetture più disparate riguardo a quello che eventualmente sarebbe ancora accaduto, mentre anche Cirenio, Ebal e Giara dal canto loro rovistavano nel loro cervello per cercare di che cosa ancora si sarebbe potuto trattare, ma tutto invano, perché a loro sembrava che tutto fosse ormai già esaurito.

6. Schabbi e Jurah però, i due oratori dei persiani, dissero ai loro compagni che pure facevano forti pressioni su di loro perché dessero un parere: «Lasciate stare questa cosa, perché ciò vorrebbe dire tentare la Potenza di Dio nei nostri cuori! Cosa sappiamo noi riguardo a come siamo costituiti interiormente? Ma se già di noi stessi non conosciamo niente, come potremmo mai conoscere come è costituito in Sé Dio e che cosa Egli farà? Una cosa però noi sappiamo, e cioè che tutto quanto Egli farà, sarà supremamente saggio e perfettamente confacente al nostro meglio. Accada dunque ciò che deve accadere, e che ciò sia più o meno grandioso di quanto è già stato, questo non deve darci nessun tipo di pensiero! Noi siamo e restiamo dei mercanti, e possiamo trarre sicuramente profitto da tutto ciò che mira al nostro bene! Noi infine consideriamo ugualmente grandioso, prezioso e importante tutto quello che proviene da Lui, l'unico Signore dell'eternità e dell'infinità di tutte le Sue innumerevoli azioni e opere.

7. Ora, siccome non possiamo ancora riconoscere di gran lunga noi stessi, così non possiamo nemmeno conoscere quello che ancora ci può servire oltre a tutto quello che abbiamo già ricevuto. Egli invece lo sa, e per conseguenza può benissimo qualificare molto grande e immensamente importante quello che ancora dovrà venire! Perché non è possibile che il Signore di ogni Ordine dall'eternità conti cominciando da 13 o da 14, ma conti cominciando sempre e soltanto dall'1. E per conseguenza anche Egli certo sa, in maniera chiara e purissima, quello che nel susseguirsi delle cose è utile al perfezionamento della nostra vita interiore; noi dunque possiamo attendere con tutta tranquillità qualunque cosa che Egli vorrà intraprendere già oggi!».

8. Questa savia esortazione ridonò la pace non solo agli animi dei persiani, ma pure a quelli degli altri che sedevano alla Mia mensa, i quali si tranquillizzarono e rimasero in ansiosa attesa e gioia di quanto Io poi avrei fatto pubblicamente.

 

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Cap. 9

Le spie di Erode.

 

1. In quel momento però si vide il vecchio Marco uscire di casa dove aveva già dato le disposizioni per il pranzo; egli Mi venne vicino e disse a bassa voce: «Signore! Perdonami se Ti disturbo un momento con una richiesta!»

2. Gli dico Io: «Amico, va e dì agli spioni di Erode, che si sono appostati dietro alla tua casa, quanto segue: “Il Figlio dell'uomo opera e parla del tutto apertamente dinanzi agli occhi ed agli orecchi del mondo intero, e non vuole avere niente a che fare in segreto con nessuno”; chi dunque vuole parlare o trattare qualcosa con Me, bisogna che venga dinanzi a Me e che, come Me, parli ed agisca del tutto apertamente! Presso di Me non esiste niente che debba venire sussurrato all'orecchio o discusso e trattato di nascosto; questa è una consuetudine, da condannare, dei figli del mondo quando si propongono di architettare il male, e perciò non osano esporre subito e apertamente le loro parole alla luce del giorno per paura che il prossimo si accorga delle loro intenzioni perverse. Ma Io agisco invece apertamente, parlo a voce alta e non ho affatto timore degli uomini, perché le Mie intenzioni verso di loro sono buone! Va dunque e ripeti a quella ignobile razza di traditori quello che ho detto ora».

3. Marco allora si inchinò profondamente dinanzi a Me, e se ne andò per adempiere con la massima puntualità l'incarico ricevuto. E dopo che egli, molto seriamente, ebbe scagliato tutto ciò in faccia a quella accozzaglia di abbietti spioni sguinzagliati da Erode sulle Mie tracce in tutte le direzioni, uno di loro così si espresse: «O amico, sembra che tu non sia al corrente di come noi deteniamo, perché ce li ha conferiti Erode, pieni poteri di vita e di morte e che grazie a ciò noi abbiamo il diritto di punire all'istante ogni prepotente ribelle!»

4. Disse allora Marco: «Anche un cittadino di Roma come sono io?»

5. E l’oratore impudente rispose: «Anche se lo uccidessimo, non verremmo chiamati a risponderne di fronte ad Erode!»

6. Ribatte Marco: «Ma tanto più sicuramente dinanzi a Dio e al Governatore di Roma, Cirenio, il quale per mia grande fortuna si trova già da vari giorni qui presso di me, assieme a vari personaggi altolocati di Roma! Guai a voi se toccate anche con un solo dito la mia casa con intenzioni ostili!»

7. Esclama allora l'impudente: «Che vai dicendo del Governatore supremo di Roma? Egli si troverebbe qui? Ma se sono due giorni appena che proprio lui ha conferito ad Erode il pubblico diritto di vita e di morte per mezzo del prefetto di Gerusalemme!»

8. Dice Marco: «E va bene! Vedremo subito chi ha concesso un simile diritto ad Erode!»

9. Allora Marco mandò uno dei suoi figli da Cirenio con l'incarico di riferire a quest'ultimo la cosa! Cirenio, avendo ascoltato il fatto con mal celata ira, ordinò immediatamente a Giulio di andare con cento militi là dove si trovavano gli spioni che erano circa una trentina, e di farli prigionieri e di uccidere senza pietà chiunque non si fosse subito arreso!

10. E a quel punto intervenni Io: «Uccidere no, ma siano invece dichiarati prigionieri!». E così anche fu fatto all'istante.

11. Quando gli spioni videro i romani precipitarsi furiosamente contro di loro, tentarono di darsi alla fuga, ma non ce la fecero. I soldati romani intimarono loro ad alta voce di fermarsi, minacciando di uccidere, senza misericordia né pietà, chiunque avesse accennato a far resistenza! Questa intimazione, fatta in tono che non ammetteva replica, ottenne il suo effetto: quegli sfacciati spioni si arresero, vennero allora legati solidamente con funi e catene e così, preceduti da Marco e da Giulio, furono condotti, con le facce disperate, al cospetto di Cirenio.

12. E quando si trovarono dinanzi a Cirenio, a Cornelio e a Fausto, Cirenio li interpellò con l'usuale serietà imperiosa propria dei romani: «Dove sono i vostri documenti e il decreto che vi impone di perseguitare il Profeta di Galilea ovunque Egli vada?»

13. Dice il capo degli spioni, il cui nome era Zinca: «O Signore! Legato come sono mani e piedi, io non posso tirarlo fuori dalla mia sacca segreta! Fammi sciogliere dai legami, e allora avrai i documenti dai quali potrai rilevare che anche noi abbiamo dietro alle spalle un signore che ci comanda e al quale dobbiamo obbedire, dato che egli ha acquistato a caro prezzo da voi romani il diritto di essere, al posto vostro, padrone della nostra vita, e che - senza essere chiamato a risponderne di fronte a voi - può farci uccidere a piacimento, quando gliene venga la voglia!

14. Per conto nostro possono andare in giro per la Galilea anche diecimila profeti, purché ci lascino in pace, non saremo sicuramente noi a far loro qualcosa di male. Ma quando un qualche possente detentore di poteri ci chiama, ci assolda a buone condizioni e, nel caso di un rifiuto di servirlo, può farci perfino mandare immediatamente all'altro mondo mediante i suoi molti carnefici, allora l'affare assume tutto un altro aspetto! Allora dobbiamo, per la vita e per la morte, farci i persecutori di chiunque, per quanto anche si tratti di un perfetto galantuomo! Oppure, presso di voi vengono forse meno i vostri guerrieri quando si tratta di dare esecuzione ai vostri ordini per la vita e per la morte? Ma se dunque al cospetto di Dio, ammesso che ve ne esista uno, qualcuno deve essere responsabile, tale può esserlo soltanto chi è signore, ma non il suo schiavo o fedele servitore! Fammi togliere i ceppi, ed io ti esibirò subito le nostre lettere d'autorizzazione redatte di propria mano da Erode in tre lingue, e soltanto dopo averle lette potrai pronunciare contro di noi una valida sentenza!»

15. Allora Cirenio dà ordine di slegare Zinca, e quest’ultimo, messa la mano nella sua tasca nascosta, ne estrae un rotolo di pergamena e lo consegna a Cirenio dicendo: «Prendi e leggi; poi giudica secondo diritto, al cospetto di tutto il mondo, se le insidie da parte nostra nei confronti del profeta di Galilea sono o no conformi alla legge!»

16. Cirenio legge quella procura che di sotto portava la firma di Erode; ora essa, redatta in forma concisa, suonava testualmente così: «In virtù del potere conferito da Roma a me, Erode, principe tetrarca su tutta la Giudea, dietro il versamento di mille libbre d'argento e cento libbre d'oro (5,6 quintali d’argento e 56 kg d’oro), ordino e comando, appoggiandomi all'ausilio di Roma acquisito a caro prezzo, di procedere all'arresto del profeta di Galilea ritenuto quanto mai pericoloso per me e per le mie istituzioni, e di portarlo poi dinanzi a me vivo o morto; nel primo caso mi riservo di esaminarlo io stesso e di convincermi da quale spirito egli sia guidato. Gli sgherri al mio servizio e da me inviati hanno, in virtù del presente documento redatto di mia propria mano, il pieno ed illimitato diritto di andare alla ricerca dell’uomo in questione per ogni regione, contrada, via e sentiero, di seguirlo, di arrestarlo e, nel caso di ribellione, di ucciderlo assieme ai suoi proseliti, e in quest’ultimo caso di trasportarlo alla mia presenza anche morto. Chiunque si sarà impadronito di lui, riceverà un premio di trecento denari d'argento, nella mia residenza a Gerusalemme»

17. Dice poi Zinca: «Ebbene, che ne dici? Siamo noi trenta si o no dalla parte della ragione?»

18. Cirenio indugia qualche tempo a riflettere e poi dice: «A quanto ne so io, con il concorso della mia volontà un potere di simile portata non è mai stato conferito ad Erode da parte di Roma. Certo mi ricordo benissimo che gli venne concessa la facoltà, soltanto in caso di bisogno, di esercitare anche il diritto di vita e di morte nella propria giurisdizione, fuori della propria giurisdizione però unicamente quando vi fosse il pericolo di una qualche congiura contro di noi romani e se la località in rivolta fosse troppo lontana per rendere possibile l'intervento di una guarnigione romana, nonché di un tribunale competente. In questo unico caso Erode veniva autorizzato ad esercitare rigidamente il diritto di vita e di morte, qualora egli si fosse trovato presente con la sua scorta d'onore e di protezione!

19. Così suona la delega di poteri rilasciata da Roma ad Erode, delega che io ho esaminata e controfirmata di mia mano, perché tutte le disposizioni prese dal governo imperiale di Roma concernenti l'Asia devono passare per le mie mani oppure per quelle di un mio delegato al quale però incombe l'obbligo di riferirmi, il più sollecitamente possibile, qualsiasi cosa possa essere accaduta. Questa delega io la dichiaro frattanto nulla e vana, e ciò finché io non abbia avuto da Roma una spiegazione circa il come, il quando e il perché siano stati conferiti ad Erode dei poteri così ampi senza che io ne fossi messo al corrente, poteri che a noi romani fedelissimi non possono fare a meno di incutere timore e suscitare preoccupazioni giustificate!

20. Questa delega non vi sarà restituita prima che non sia ritornata da Roma; voi frattanto però rimanete miei prigionieri, poiché se anche in voi, interiormente, come pure dal punto di vista della legge del mondo non siete dei delinquenti, tuttavia siete degli strumenti con i quali quel delinquente va perpetrando un abominio dopo l'altro; ora Roma non ha mai autorizzato nessuno a perpetrare crimini, e certo una simile autorizzazione non l'avrà concessa nemmeno ad Erode.

21. Ma io so bene come gli erodiani abusino delle concessioni ottenute, sotto un manto di apparente patriottismo; l'assassinio dei fanciulli innocenti commesso dal vecchio Erode mi fornisce sempre la prova evidente di come questi greci, che sono astutissime volpi, sappiano trarre abusivamente dei vantaggi dalle concessioni fatte loro da Roma, allo scopo di allontanare dai romani l'animo delle masse ebraiche.

22. Oh, io saprò ben far rientrare l'azione di Erode entro i limiti; questa sarà indubbiamente una delle mie preoccupazioni più serie! Al vecchio Erode io diedi già a suo tempo un saggio del mio senso di giustizia all'autentica maniera romano-antica, quantunque allora non contassi che poco più di trent'anni. Ormai però io sono quasi vecchio, ho acquisito maggiore esperienza e maggiore serietà, e perciò tanto più attribuisco grande importanza al fatto che la giustizia sia rigidamente amministrata! Attualmente per me ha assolutamente valore il detto: Pereat mundus, fiat jus! (Il mondo vada pure in rovina, ma giustizia sia fatta!)

23. Io adesso invierò subito due messaggeri; l'uno a Roma e l'altro a Gerusalemme da Erode, affinché gli richieda tutte le deleghe relative ai poteri concessi da parte di Roma; guai a lui, ai suoi servitori ed ai servi dei suoi servitori se il senso di queste deleghe non concorderà con questa autorizzazione data a voi!».

 

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Cap. 10

La difesa di Zinca e il suo rapporto sulla fine di Giovanni il Battista.

 

1. Dice Zinca: «O Signore! Questa non sarà forse cosa che riguarda un po’anche noi? Il nostro signore e dominatore è stato finora Erode; egli veramente ha commesso a danno della povera umanità più di una cosa che non esito a chiamare ingiusta e abominevole. Io ho sempre riconosciuto che era così, ma che cos’altro potevamo fare noi se non dare triste esecuzione ai suoi ordini? Cosa può fare uno dei tuoi carnefici se gli imponi di tagliare la testa ad un criminale autentico o soltanto apparente che sia? Egli può avere in sé cento volte l'assoluta convinzione che il condannato è sul serio innocente, ma tuttavia deve mettere la scure bene affilata sul suo collo!

2. Non sapevamo forse che Giovanni, da poco tempo decapitato, era assolutamente innocente? Oh, noi lo conoscevamo bene, anzi lo amavamo, quell'uomo strano, savio e devoto a Dio, perché egli, trovandosi in prigione, ci annunciava le più belle dottrine, ci esortava in tutti i modi alla pazienza e alla costanza, ci ammoniva dal peccare contro Dio e il prossimo, e ci avvertiva che attualmente nella Galilea è sorto un Profeta di tutti i profeti e un vero Sacerdote di tutti i sacerdoti al Quale egli non era degno nemmeno di sciogliere i lacci delle scarpe! Egli ci annunciò che soltanto Costui ci avrebbe redenti da ogni male, e ci avrebbe indicato la Via alla Luce, alla Verità e alla Vita eterna! A dirla breve, egli ammaestrava noi, suoi guardiani, come se fossimo stati suoi discepoli e i suoi migliori amici!

3. Quando Erode ci domandava cosa facesse il prigioniero e come si comportasse, noi tutti non potevamo che dargli le migliori informazioni su di lui. La cosa piacque tanto ad Erode che egli stesso volle vedere Giovanni per sentire la sua dottrina. C'è davvero mancato poco che Erode gli ridonasse la piena libertà se Giovanni, del resto tanto savio, non avesse commesso troppo presto la grande stoltezza di qualificare di fronte al dominatore, per sua natura libidinoso, come supremamente peccaminosa la relazione con la bella Erodiade! E tuttavia Giovanni era quasi riuscito a distogliere Erode da Erodiade.

4. Per mala sorte, in quel tempo Erode celebrava tra grandi pompe il suo compleanno, ed Erodiade, discretamente al corrente di tutte le debolezze di Erode, si adornò per quella giornata in maniera del tutto insolita, accrescendo così fino ad un grado incredibile le sue attrattive già di per sé grandi. Acconciata in questo modo e accompagnata da quel dragone in forma di femmina che è sua madre, lei si presentò ad Erode per fargli le sue felicitazioni, e poiché alla residenza si trovavano dei suonatori d'arpa, di flauto e di violino, Erodiade si mise a danzare dinanzi ad Erode, reso frenetico dalla lussuria. La cosa piacque tanto a quel caprone libidinoso che il pazzo si impegnò con giuramento solenne a concederle qualsiasi cosa lei gli avesse chiesto! Allora per il nostro buon Giovanni fu la fine, perché egli formava l'ostacolo che sbarrava la via all'avidità maledetta della vecchia, e questa suggerì alla giovane di chiedere la testa di Giovanni su di un vassoio d'argento, cosa questa che la giovane, quantunque inorridendo in segreto, fece.

5. Ebbene, a che cosa giovò il nostro amore per Giovanni? A che cosa giovò la coscienza e la convinzione della sua perfetta innocenza? A che cosa giovò il nostro compianto? A che cosa giovarono le nostre non celate maledizioni all'indirizzo della vecchia e della giovane Erodiade? Ebbene, io stesso dovetti recarmi alla prigione in compagnia di uno sgherro ed annunciare al buon Giovanni quale era la volontà orrenda del dominatore, e dovetti legarlo e, sul ceppo maledetto, fargli mozzare il venerando capo dal busto con un colpo di affilatissima spada! Piansi come un bambino per la malvagità incredibile delle due donne e per la misera sorte toccata a quello che era diventato un mio amico carissimo! Ma a che cosa poteva giovare tutto ciò contro la volontà tenebrosa, cieca e caparbia di quell’unico e potente tiranno?

6. Ed ecco che ora noi siamo stati mandati per arrestare e consegnare ad Erode il profeta che dovrebbe aggirarsi ed operare nella Galilea, e che probabilmente è appunto quello stesso del quale Giovanni ebbe ad annunciarci cose così grandi. Ma che colpa può venirne attribuita a noi servitori e schiavi vincolati con un giuramento a quel feroce despota? O possiamo forse abbandonare il suo servizio quando vogliamo? E non è da parte sua comminata la prigione e la morte contro chi, spezzando il giuramento, voglia sottrarsi agli obblighi che si è assunti? Ma se noi ora siamo e ci comportiamo come siamo costretti ad essere e a comportarci, dimmi tu, o signore, quale giudice onesto potrebbe condannarci?

7. Fa tu scendere dal Cielo sulla Terra tutti gli angeli, anzi Dio in Persona, e fa tu pronunciare contro di noi una sentenza di condanna: ebbene, essa sarà precisamente altrettanto giusta quanto lo fu la decapitazione di Giovanni. Se un Dio di Giustizia esiste, Egli deve evidentemente essere più saggio di tutti gli uomini! Ma se Egli è in questo modo più savio e per di più onnipotente, io davvero non comprendo proprio affatto per quale ragione permetta che a questo mondo sorgano simili mostri sotto umana forma, e che permetta oltre a ciò che essi divengano potenti!

8. E questo è il solo motivo per il quale io e i miei ventinove aiutanti non crediamo più in un Dio. L'ultima scintilla di fede venne spenta in noi dall'ignominiosa uccisione di Giovanni, perché io, trovandomi al posto di Dio, avrei fatto ridurre in polvere anche mille Erodi con centomila fulmini piuttosto che lasciare decapitare un Giovanni! Può bensì essere vero che a un Dio sia possibile risarcire mille volte a Giovanni, nell'aldilà, il danno sofferto, qualora egli abbia sopportato con pazienza e rassegnazione le crudeltà commesse qui contro di lui! Ma secondo il mio modo di vedere io non vorrei dare al buon Signore Dio, con la convinzione con la quale ora vivo, nemmeno una mezza vita per mille delle vite fra le più beate delle quali però nessuno finora è riuscito ad apprendere qualcosa di convincente e di certo!

9. Chi detiene il potere, può dettare legge e fare secondo il suo piacimento; noi invece, deboli e privi d'autorità, dobbiamo poi servirlo per la vita e per la morte come tante bestie da soma! Se egli ammazza, la cosa non ha importanza, perché egli possiede il diritto che gli deriva dalla propria forza, ma se noi ammazziamo, allora la cosa cambia, e noi, giudicati quali assassini, a nostra volta veniamo assassinati! E adesso io domando a te, e a tutti i signori e sapienti del tuo consiglio, qual è il Dio che può tollerare e considerare giuste simili cose? Io ti prego, o signore, di dare una chiara risposta a questa mia domanda!».

 

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Cap. 11

La risposta amichevole di Cirenio a Zinca.

 

1. A tali obiezioni di Zinca, Cirenio rimane meravigliato e a mezza voce Mi dice: «Quest'uomo non è davvero uno sciocco, e pare che abbia del coraggio! Sarà bene venirgli in aiuto! Che ne dici Tu, o Signore? Bisognerà tentare di guadagnare a noi quest'uomo e forse anche il suo seguito?»

2. Rispondo Io apertamente: «Con un solo colpo non cade nessun albero che sia anche solo un po’ robusto! Usando però una certa pazienza, un uomo può ottenere molto. D'altro canto, volendo condurre qualcuno verso la luce, conviene non fargli guardare subito il Sole quando è al colmo dello splendore, poiché, se gli si concede d'un tratto troppa luce, lo si accecherebbe per un lungo periodo di tempo, mentre se lo si abitua gradatamente alla luce, lo si renderà capace di guardare e distinguere con grande chiarezza anche trovandosi in pienissima luce, e non ci sarà più il pericolo che venga colpito da cecità.

3. Ora quest'uomo Mi ha reso un buon servizio perché, nella sua qualità di testimone oculare e uditivo di ogni cosa, ha narrato fedelmente, in presenza dei Miei discepoli, come sia stato, per opera di Erode, imprigionato e messo a morte Giovanni, il Mio precursore, il quale ha predicato e battezzato nei pressi del Giordano. E adesso, non per Me ma per i Miei discepoli, sarà opportuno che egli esponga ancora i veri e propri motivi per i quali Erode fece arrestare e imprigionare Giovanni. Interrogalo tu a questo riguardo!»

4. Allora Cirenio, rivolto a Zinca, così parlò: «O amico, con la mia sentenza non intendevo dire che i servitori e gli esecutori degli ordini di un tiranno fossero da condannare anche quando questi non condividessero neppure alla lontana i sentimenti del tiranno stesso, ma soltanto qualora avessero lo stesso sentire, e si prestassero, per così dire, ad assecondare volonterosamente i perversi propositi del loro ambizioso e crudele padrone. Ma le persone come te, le quali fin troppo bene riconoscono l'inumano agire del loro inumano signore e nel loro cuore lo aborriscono profondamente, queste persone io saprò sempre trattarle secondo la massima equità e giustizia!

5. Ma perché Dio permetta che non di rado il vizio trionfi su questa Terra, mentre la virtù spesso soffre e viene oppressa fino alla morte del corpo, di tale fatto esiste pure una spiegazione quanto mai splendida. Questa però, in rapporto al tuo attuale stato di comprensione, è ancora troppo profonda perché tu la possa comprendere con il tuo intelletto, tanto meno poi i tuoi compagni, la cui capacità di comprensione sembra essere ancora molto più esteriore della tua; ma forse tra breve verrà il tempo nel quale potrai vedere, in tutta chiarezza e perfino con tutto il tuo animo, perché ci devono essere anche gli Erodi!»

6. Dice Zinca: «O signore! Tu ora mi hai fatto la grazia di chiamarmi amico tuo! Oh, fa che questa parola dal grandissimo significato non sia un vano suono, come purtroppo avviene con eccessiva frequenza tra gli uomini! Ma se tu l'hai pronunciata in tutto il suo intero significato, continua ad onorarmi della tua amicizia e della tua grazia, e concedi che anche i miei ventinove compagni vengano liberati dalle loro pesanti catene! Né io, né loro ti sfuggiremo, te lo garantisce, in primo luogo, il forte contingente di militi, e in secondo luogo, anzi principalmente, la tua amichevole parola. Puoi credermi: io parlo adesso francamente e del tutto apertamente! Noi tutti siamo con la massima ripugnanza quello che siamo! Se tu potessi liberarci da questo giogo, compiresti l'opera più umana e più giusta che ci sia!»

7. Risponde Cirenio: «Non dubitare, perché questa sarà senz'altro la mia preoccupazione! Guardatevi qui intorno, e i vostri occhi non incontreranno che dei salvati dalla rovina. Fra di loro ce ne saranno pochi che, secondo la nostra rigida giustizia romana, non abbiano meritato il taglio della testa o addirittura la croce; e vedi invece come essi ora, da veri uomini, si trovino dinanzi a noi come oro purissimo, e nessuno si augura di dover abbandonare la nostra compagnia! Io credo e spero fermamente che voi pure verrete a trovarvi tra non molto nelle identiche condizioni! A Dio, infatti, tutte le cose sono molto facilmente possibili, ciò di cui io stesso ho la più vivente convinzione.

8. Ma ora permetti che io ti rivolga ancora una domanda della massima importanza, e questa consiste in ciò: tu hai reso a noi tutti un servizio non indifferente esponendoci, con assoluta sincerità, in quali circostanze e in quale modo il degno veggente di Dio sia stato messo a morte da Erode. Ebbene, tu fosti certamente presente anche quando egli venne arrestato e condotto in prigione, ebbene, non potresti ora narrarci ancora in aggiunta come fu veramente che Erode si trovò indotto ad imprigionare Giovanni, che senza alcun dubbio non gli aveva fatto niente di male? Perché un qualche motivo deve pur averlo spinto!».

 

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Cap. 12

Arresto di Giovanni il Battista. Il rapporto di Erode con Erodiade.

 

1. Risponde Zinca: «Se mi fosse lecito parlare liberamente e senza sottintesi, io, che in prima persona dovetti mettere le mani sull'innocentissimo fra gli innocenti, potrei certo esporti in tutta fedeltà i veri motivi del suo arresto. Ma se dovesse eventualmente esserci qualcuno a cui potrebbero dare fastidio queste mie rivelazioni, io preferirei senza dubbio che mi fosse concesso conservare il silenzio riguardo a questa storia che non posso richiamare alla mia mente senza il più sentito rammarico, e in pari tempo senza la più amara e veemente ira!»

2. Osserva Cirenio: «Parla pure liberamente e senza alcun riguardo, perché fra di noi non troverai certo nessuno a cui queste tue rivelazioni danno fastidio!»

3. Dice Zinca: «Ebbene sia, e tu dunque ascoltami! Prima ti dissi che io ormai non credo più in nessun Dio, perché tutto quello che di Lui viene insegnato nel Tempio è menzogna, la più nera ed esecranda! Un simile Dio non può esistere in eterno in nessun luogo! Il nostro sventurato amico Giovanni insegnava in maniera seria al popolo a riconoscere un vero Dio, e la sua dottrina si presentava necessaria ed era sommamente buona per chiunque non appartenesse al Tempio, e non fosse egli stesso un fariseo. Ma proprio per questo la sua dottrina riguardo al vero Dio risultava un abominio ancora più terribile per il Tempio! Ed ora tu, da uomo ragionevolissimo che sei, potrai già pienamente presentire da che parte avesse cominciato a spirare il vento di tempesta.

4. La gente del Tempio si sarebbe molto tempo prima sbarazzata volentieri del povero Giovanni, se non avesse avuto timore del popolo, il quale in grandissima parte è ormai già al corrente degli inganni inqualificabili ed abominevolissimi del Tempio. Essi dunque escogitarono un piano, secondo il quale intendevano rendere evidente agli occhi di Erode come Giovanni accarezzasse segretamente il progetto di incitare il popolo ad una tremenda ribellione contro di lui, l'oppressore, mediante ogni tipo di falsità e di insinuazioni astutamente presentate.

5. Tutto questo lavorìo fece in modo che Erode un bel giorno si decise ad andare con noi da Giovanni, in una regione molto deserta del Giordano, per convincersi personalmente se il contegno di Giovanni fosse realmente tale da far giudicare pericolosa la sua azione. Ma arrivato al luogo dove Giovanni si trovava, egli stesso, malgrado ogni critica più severa ed ogni più esatta indagine, non riuscì a trovare neanche la minima traccia di tutto quello che i templari, mentendo spudoratamente, avevano tentato di fargli credere. Egli stesso perciò finì con l’infuriarsi per una simile infame manovra del Tempio e dei suoi accoliti.

6. Quando quei figuri del Tempio cominciarono più tardi ad insistere perché volesse troncare la nociva attività di Giovanni, egli rispose loro, me presente, con voce minacciosa: "Dietro consiglio e per volontà di miserabili cani voraci come siete voi, non m'indurrò mai a giudicare un uomo contro la mia convinzione!"

7. A tali energiche parole quella gentaglia tenebrosa si ritirò e tacque. Ma non si dettero pace per molto, né abbandonarono i loro perversi propositi, anche se esteriormente facevano buon viso a cattivo gioco, come se le faccende di Giovanni non li toccassero minimamente. In segreto però prezzolarono dei sicari che avrebbero dovuto togliere la vita all'uomo di Dio!

8. Erode, venuto a conoscenza della cosa, provò molto dolore per i pericoli che minacciavano l'onesto ed innocuo veggente; egli allora ci chiamò a sé e ci raccontò quanto aveva appreso e infine disse: "Ascoltatemi! È necessario che io salvi quell'uomo! Andate là dove egli si trova e, per salvare le apparenze, portate con voi delle armi e delle funi, prendetelo e legatelo senza fargli alcun male, e ditegli quali sono le mie segrete intenzioni a suo riguardo; vedrete che egli vi seguirà. Io lo farò custodire qui, in una comoda prigione, però egli potrà comunicare liberamente con tutti i suoi discepoli!"

9. Così fu anche fatto, e Giovanni, per quanto ciò era possibile date le condizioni, si mostrò soddisfatto. Ma quella nera progenie di vipere nel Tempio non tardò affatto ad apprendere che Erode teneva Giovanni soltanto apparentemente prigioniero, e che gli lasciava ampia libertà di intrattenersi con i suoi discepoli! Allora essi cominciarono nuovamente a tenere consiglio per vedere come essi avrebbero potuto alla fine, nonostante tutto, portare Erode al punto di mettere egli stesso le mani addosso a Giovanni!»

10. E qui Zinca interruppe il suo racconto. Però Cirenio insistette, e addirittura lo pregò perché proseguisse. E allora Zinca così continuò la narrazione: «I foschi servitori del Tempio vennero ben presto a sapere che Erode - il quale è, si può dire, per metà ebreo e per metà sempre ancora un pagano - vedeva molto di buon occhio la giovane Erodiade, ma poiché era ufficialmente ebreo, non si azzardava ad avere con lei relazioni più intime per timore di venire accusato di adulterio. Egli, dal canto suo, a questo non avrebbe badato più di tanto, ma a motivo delle lingue lunghe del Tempio, era costretto a salvaguardare esteriormente la sua reputazione.

11. Tutte queste circostanze erano note alla losca genia del Tempio, la quale si affrettò ad inviare ad Erode un emissario dotato di raffinata astuzia e sottile dialettica con l'incarico di fargli comprendere che, essendo noto che sua moglie era sterile, egli avrebbe potuto benissimo tenere presso di sé una concubina deponendo una lieve offerta nella cassetta delle elemosine, ed in questo caso egli poteva stare perfettamente sicuro che da parte del Tempio non sarebbe stata elevata alcuna obiezione.

12. Erode questo non se lo fece dire due volte; egli offrì all’emissario che gli portò la notizia alcune libbre d'oro (poco più di 1 kg d’oro) e l'affare fu concluso. Egli mandò immediatamente un messo da Erodiade, e questa fece naturalmente poche obiezioni per corrispondere alla richiesta del tetrarca Erode, tanto più che, in aggiunta, essa era incitata anche da sua madre, perché la vecchia Erodiade era una donna che pareva essere stata fatta apposta per andare in sposa a Satana. In lei non c'era niente di buono, ma in compenso in lei dimoravano le peggiori perversità. Fu la vecchia stessa a condurre la prima volta ad Erode la propria figlia magnificamente abbigliata e adornata, ed a raccomandarla alla sua grazia. Erode accolse affettuosamente Erodiade, l'accarezzò ma non peccò ancora con lei. Egli le fece dei ricchi doni e le concesse il totale e libero accesso fino a lui.

13. E quando essa fu di ritorno a casa da sua madre, questa le domandò che cosa le avesse detto Erode e che cosa avesse fatto. La figlia disse la verità, si espresse in termini di lode per i sentimenti di Erode, certo molto amichevoli, ma tuttavia discreti e quanto mai contenuti, e narrò dei ricchi regali ricevuti da lui e come egli le avesse concesso di andare liberamente da lui in qualsiasi momento; l’unica condizione era che lei avrebbe dovuto restargli completamente fedele nel suo cuore.

14. Ma la vecchia strega, alla quale io ero stato incaricato di ricondurre a casa Erodiade, incominciò a riflettere tra sé, ed a me parve di leggere, come in un libro aperto e chiaramente scritto, quanto segue: “Oh, oh, qualcosa qui sotto ci deve essere! Se Erode non si è lasciato conquistare la prima volta dalle grandi attrattive di mia figlia, alla seconda le cose non cambieranno, e allora avrò perduto il diritto di reclamare da Erode il risarcimento dell'onore!”. Impartì quindi alla figlia un “buon insegnamento” su come avrebbe dovuto fare la prossima volta per indurre Erode a unirsi con lei.

15. Stizzito e stomacato, io lasciai ben presto la dimora della strega, ritornai da Erode e gli riferii tutto quello che avevo osservato. Che Erode non rimanesse proprio granché soddisfatto del mio racconto, è cosa che ciascuno può facilmente immaginarsi. Per questo lui andò da Giovanni e gli comunicò l’intera faccenda».

 

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Cap. 13

L’attentato alla vita di Giovanni il Battista da parte dei templari.

 

1. (Zinca:) «Giovanni però così gli disse: “Evita assolutamente ogni rapporto con Erodiade e con sua madre, poiché la vecchia è un serpente e la giovane una vipera! Oltre a ciò tu conosci la Volontà dell'onnipotente Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, e non ignori il Suo Ordine secondo il quale nel principio della Creazione Egli diede a ciascun uomo una sola donna. La sterilità o la non sterilità di una donna, qualora essa sia congiunta in matrimonio con un uomo, non può fornirti alcun argomento per giustificare l'accoglimento presso di te di una concubina, poiché se tu perseveri nella pazienza, è una cosa quanto mai facile per Dio suscitare nel grembo di tua moglie un frutto vivente anche alla tua tarda età! Leggi la storia dei patriarchi, e là troverai che la pazienza e la rassegnazione portarono a loro, mentre erano già molto vecchi, ricca messe di benedizioni.

2. Dunque, non aver niente a che fare con Erodiade e non accettare dal Tempio alcuna lettera di ripudio, perché Dio non ha mai prescritto assolutamente una lettera di ripudio, e questa cosa Mosè l'ha fatta di sua umana iniziativa a causa della multiforme durezza di cuore degli uomini; ma facendo così non ha agito troppo bene, e Dio, il Signore, non Si è mai compiaciuto di un tale ordinamento; di questo tu puoi essere assolutamente certo. Rimani perciò fedele a tua moglie soltanto e vieta ad Erodiade di venire da te. Dà a Zinca - “e cioè a me” - il necessario potere, ed egli saprà ben disporre le cose in modo che quella vipera non venga più a casa tua; se tu seguirai questo consiglio, ti manterrai nell'amicizia di Jehova, in caso contrario ti farai Suo nemico e sarai tratto in perdizione!”.

3. Erode si prese a cuore la raccomandazione e decise di tenersi lontano da Erodiade. Ma il vecchio serpente e la giovane vipera impiegarono ogni mezzo possibile pur di abbagliare Erode. Esse sapevano quando usciva e dove andava, ed Erodiade faceva in modo di incontrarlo sempre abbigliata e acconciata nella maniera più seducente possibile. Egli non osava fare niente con lei, ma nel suo cuore andava sempre più accentuandosi l'impuro ardore, così che infine egli stesso cominciò a cercare l'occasione di incontrarsi il più spesso possibile con la bella Erodiade.

4. E quando andò avvicinandosi il suo compleanno, Erodiade escogitò ogni mezzo per essere invitata alla grande festa che egli era solito offrire. Nel frattempo però anche i compari del Tempio si erano informati presso Erodiade su come stessero le cose con Erode. E lei non aveva potuto dire loro altro che, malgrado tutti i suoi artifici e i suoi maneggi, era rimasta sempre allo stesso punto, non potendo affatto rendersi conto del perché dell'insuccesso, poiché le era fin troppo evidente il grande diletto di Erode ogni qualvolta la vedeva e come egli di nascosto cercasse sempre più la sua vicinanza!

5. E quando i templari ebbero appreso questo, essi dichiararono esplicitamente alle due donne: “Di questo fatto a nessun altro va attribuita la colpa se non a quel profeta dell'acqua e del battesimo presso il quale Erode è andato a garantirsi la salvezza! Fu lui stesso a portarlo via prigioniero dal Giordano per proteggerlo contro di noi; tuttavia alla fin fine ciò non gli gioverà a niente: bisogna che il profeta dell'acqua sia, e anche lo sarà, tolto di mezzo! Tanto per voi che per noi egli rappresenta una pericolosissima pietra dello scandalo! Se tale eliminazione non potesse riuscire prima, sarà necessario che si compia il giorno della festa di Erode! Cercate di annientare il profeta ad ogni costo, e poi vedrete che potrete girare e rigirare Erode a vostro piacimento”.

6. Queste dichiarazioni furono più che sufficienti per rendere chiara la situazione alle due donne, e per far loro comprendere le ragioni per le quali ogni tentativo era fallito fino ad allora. Le due tennero perciò consiglio per vedere come avrebbero potuto sbarazzarsi di Giovanni, e la giovane mi mise al corrente dei suoi piani segreti promettendomi molto oro ed argento qualora mi fossi assunto l'incarico di togliere la vita a Giovanni in modo che non desse troppo nell'occhio. Io, com'è naturale, non mi lasciai affatto indurre ad un simile atto, tuttavia feci in modo, gradatamente, che potesse sembrare che io fossi disposto ad entrare nell'ordine delle loro idee; ma questa cosa la feci unicamente allo scopo di poter conoscere, con tanto maggiore sicurezza, tutte le trame diaboliche che contro il povero Giovanni erano state architettate dalle due donne in unione con i loschi eroi del Tempio.

7. Erode, al quale riferii tutta la storia, si grattò energicamente il capo e mi disse: “Ma se le cose stanno così, cosa di cui mi sono accorto già da vari giorni, che cosa si può fare? Meglio di tutto sarebbe limitare maggiormente i contatti di Giovanni con l'esterno, permettendo soltanto ai più conosciuti fra i suoi discepoli di visitarlo e vietando l'ingresso ad ogni estraneo. Infatti, potrebbe accadere con estrema facilità che qualche sicario prezzolato dalle due donne oppure dal Tempio piantasse un pugnale nel cuore al nostro Giovanni; allora la malvagità del Tempio avrebbe raggiunto il suo scopo! Perché, puoi crederlo, anche le donne sono manovrate ed incitate dal Tempio. Ma per salvare Giovanni io concederò alle due donne, e particolarmente ad Erodiade, di arrivare di nuovo fino a me; dunque va ora ed annuncia ad Erodiade che lei d'ora innanzi può venire a visitarmi”.

8. Io, che ero il servitore, dovetti obbedire, quantunque vedessi fin troppo bene che, con un simile aiuto, magro sarebbe stato il vantaggio che Giovanni avrebbe potuto ricavarne. Da allora in poi Erodiade venne quasi giornalmente in casa di Erode, e seppe guadagnarsi come nessun'altra la sua crescente simpatia. La cosa non mancò di venire ben presto agli orecchi della fosca banda del Tempio, la quale si mise a suggestionare le donne promettendo molto oro purché riuscisse loro, in una o nell'altra occasione, di indurre Erode a togliere di mezzo Giovanni che aveva distolto dal Tempio così tanto popolo! La vecchia allora giurò per il Tempio che avrebbe condotto a buon fine l'affare e che non si sarebbe data pace finché il profeta dell'acqua non ci avesse rimesso la vita. La giovane poi dal canto suo si attivò sempre con successo per impedire ad Erode di visitare Giovanni e di consigliarsi nuovamente con lui. Io, suo servitore, non osai neppure ricordargli le parole dettegli da Giovanni, sapendo fin troppo bene che furia egli diventava quando il suo animo era sconvolto da una qualche passione.

9. Così questa malvagia situazione si trascinò finché giunse il compleanno di Erode; soltanto che due giorni prima del compleanno doveva essere accaduto qualcosa di grave tra lui ed Erodiade, altrimenti, nei due giorni che ho detto, lei non avrebbe mancato di venire come invece si verificò. Ma appunto questi due giorni furono quelli che concorsero maggiormente ad esasperare la passione per la bella Erodiade nel cuore di Erode, così che si delineava, con tanta maggiore sicurezza, il trionfo di lei, che lei effettivamente poté celebrare il giorno del compleanno di Erode».

 

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Cap. 14

L'ordine di Erode di arrestare Gesù.

 

1. (Zinca:) «Che lei lo abbia celebrato e in quale modo, per me e per migliaia d'altri è cosa già nota; sennonché a voi tutti non sarà noto come fra i suoi discepoli si fosse diffusa la leggenda che Giovanni fosse risuscitato di nuovo, e che si fosse ritrovato in Galilea riprendendo il suo compito là dove appunto egli aveva iniziato in origine. Di questa leggenda venne a conoscenza pure Erode con la sua Erodiade la quale, dal giorno della morte di Giovanni, aveva cominciato stranamente a deperire assieme a quel vecchio drago di sua madre. La notizia riempì di grande spavento e di angoscia i cuori di Erode e di Erodiade, ed Erode perciò inviò me, come provato amico dell'assassinato, per ricondurlo a lui affinché potesse risarcirlo del gravissimo torto che gli aveva fatto. Anche Erodiade ormai deplorava ciascun momento in cui aveva ceduto alle pressioni della perversa madre, e avrebbe voluto riconciliarsi con Giovanni da lei così gravemente offeso!

2. Io però sono ben convinto che Giovanni non sia affatto risuscitato; invece dalla bocca stessa di Giovanni io ho appreso che nella Galilea è sorto un profeta grandissimo, al quale, egli disse, non era degno nemmeno di sciogliere i lacci delle scarpe. Queste cose io le riferii ad Erode, ed egli disse: “Allora va comunque e conducimi qui colui del quale Giovanni parlava con tanta venerazione! Perché forse anche lui è in grado di aiutarci!”. Ma poi io gli raccontai pure quanto avevo udito parlare del grande profeta, come egli cioè, a comprova della sua dottrina, andasse facendo delle cose quanto mai prodigiose. Io gli dissi che il profeta di Galilea risuscitava i morti, che spostava le montagne, che comandava alle tempeste e che faceva molte altre cose simili ed inaudite, ed aggiunsi ancora che di fronte alla potenza di un tale profeta io non avrei potuto ottenere che poco o nulla, dato che egli con un solo pensiero era capace di annientare migliaia di persone! Tuttavia Erode ed Erodiade non desistettero dalla loro richiesta, ed Erode si limitò a dire: “Trecento buoni denari d'argento a colui che lo conduce qui da me!”. Ed aggiunse che, qualora ciò non fosse possibile da vivo, lo avrebbe voluto vedere almeno morto!

3. Allora io, facendomi coraggio, gli replicai: “A meno che egli non voglia venire spontaneamente, noi andremo invano in cerca di lui, perché prima che l’abbiamo ucciso, non viviamo già più da molto tempo. Infatti egli legge i più riposti pensieri degli uomini e conosce le loro intenzioni, perciò ci ucciderà non appena noi saremo riusciti a scorgerlo! Ma se le cose stanno in questi termini, non so davvero perché noi dovremmo andare a dargli la caccia!”. Ed Erode allora disse: “Così io voglio, e la mia volontà è buona. Se il profeta è buono, allora non potrà fare a meno di riconoscere per buona la mia volontà e verrà da me! Che di lui io non farò quello che nel mio accecamento ho fatto di Giovanni, ne danno prova le lacrime da me sparse sul buon Giovanni; andate dunque e adempite la mia volontà”.

4. Subito dopo queste parole noi ce ne andammo, e adesso ci troviamo qui a tale scopo, senza però aver concluso nulla finora, quantunque siano ormai già nove settimane che percorriamo la Galilea sempre con gli stessi propositi. Nel frattempo già varie volte ho mandato dei messi ad Erode per esporgli l'infruttuosità delle nostre ricerche, ma tutto ciò non è servito a nulla! Egli sa da qualche altra fonte che o è Giovanni risuscitato, o è il grande profeta che si trova in Galilea, e che sta operando grandi prodigi, e l'ordine è che noi dobbiamo fare il possibile per impadronirci di lui! Egli intende punire con tutto il rigore ogni negligenza da parte nostra!

5. E così è accaduto che nel corso delle nostre scorrerie siamo venuti anche qui, avendo appreso che nelle vicinanze di Cesarea di Filippo dovevano essere stati compiuti dei miracoli grandiosi! Noi in verità trovammo solo la città interamente distrutta dal fuoco, un paesaggio devastato dal terribile uragano di ieri e infine qui voi, romani severissimi!

6. Oh, provvedete a noi e liberateci da quel pazzo del quale non ci si può fidare quando è invaso dal furore, e la nostra gratitudine per voi sarà grande, di questo potete esserne pienamente certi. Quello che vi ho appena narrato è assoluta verità; voi ora sapete in maniera esattissima come stanno le cose. E adesso fate secondo diritto e giustizia! Una volta che voi, romani, siete definitivamente i nostri signori, allora di Erode non ci importa più niente del tutto! Noi però saremo pronti a servirvi con fedeltà mille volte maggiore di quanto abbiamo servito quel vecchio pazzo despota! Perché qui da voi le cose hanno un certo aspetto umano, mentre Erode non è più uomo quando è in preda ai suoi accessi di rabbia!».

 

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Cap. 15

L'enigmatica lettera romana di conferimento di pieno potere ad Erode.

 

1. Dice Cirenio: «Come voi desiderate, così sarà fatto, perché con la tua descrizione di Erode mi hai pienamente soddisfatto, ed io ormai so quale contegno devo assumere nei suoi confronti. Ma adesso dimmi ancora una cosa, e cioè se, riguardo a quel suo documento che gli conferisce pieni poteri, è proprio così come mi hai descritto prima! Sei certo di non avervi visto il mio nome apposto come firma? Oppure hai forse avuto o trovato qualche occasione di vedere quel documento? Sii franco e dimmi esattamente quanto ti è noto!»

2. Osserva Zinca: «Oh, niente di più facile, perché io, siccome so scrivere bene e conosco le tre lingue, avrò copiato forse già cinquanta volte lo stesso documento che Erode, dopo aver riscontrato che era conforme all'originale, faceva sempre vidimare in copia dal prefetto dietro versamento di dieci denari d'argento. Il tuo nome io non lo vidi mai, ma vidi invece quello dell'imperatore attualmente regnante. Riguardo a questa faccenda io non potrei dirti di più»

3. Osserva Cirenio: «Qui evidentemente si tratta di un conferimento di pieni poteri del tutto nuovo e dal contenuto assolutamente differente da quello del documento che porta la mia stessa firma! Potresti forse dirmi pressappoco quando Erode è venuto in possesso di un tale documento sospetto che dovrebbe aver ricevuto da Roma?»

4. Risponde Zinca: «Oh, questo è assai facile! Il documento in questione egli lo ricevette già l'anno scorso, ciò che mi risulta con tanta maggiore sicurezza in quanto sono stato io stesso a scrivere l'istanza con la quale veniva chiesto. Ora nell'istanza c'era bensì un punto in cui veniva chiesto all'imperatore se egli, in qualità di unico ed assoluto signore e dominatore, avesse la compiacenza, evitando tutte le sottoposte gerarchie, di conferirgli ad personam[2] una procura di pieni poteri che gli garantisse la necessaria copertura nel modo e nella maniera che era indicata nell’annotazione all'istanza stessa. Ma adesso eccoci veramente alla questione principale, dietro alla quale, secondo il mio modesto avviso, si nasconde la grande birbonata!

5. Che Erode abbia indirizzato a Roma una simile istanza, di ciò sono garante io come testimone tanto più degno di fede dato che, come ho detto, l'istanza l'ho scritta di mia mano. Ma, come facilmente si può immaginare da sé, l’istanza straordinaria non prese la via di Roma senza un buon accompagnamento di molto oro ed argento; inoltre, coloro che la dovevano portare furono cinque fra i primi farisei, i quali proprio in quel periodo dovevano intraprendere il viaggio per delle loro faccende assolutamente private. Costoro, qualche giorno prima della partenza, si presentarono da Erode e gli chiesero se avesse forse qualcosa da sbrigare a Roma.

6. Ad Erode essi apparirono come mandati dal cielo, perché egli già da quattro settimane si spremeva le meningi per studiare come e da chi avrebbe potuto fare inoltrare, nella maniera più sicura e segreta, quella straordinaria missiva a Roma. Tale combinazione gli era tanto più gradita, in quanto egli si trovava in eccellenti rapporti con i cinque accortissimi farisei che egli reputava anche i più onesti della loro razza. E quando chiese ai cinque di che cosa egli fosse debitore per l'incombenza che affidava loro, considerato che da Gerusalemme la spedizione non sarebbe costata meno di duecento libbre (112 kg d’oro e argento), essi non pretesero niente, perché quello che facevano per Erode, il quale in più occasioni aveva reso loro in amicizia già molti ed importanti servizi, lo facevano anch'essi per pura amicizia!

7. Di questa soluzione Erode fu più che perfettamente contento e consegnò ai cinque l'istanza assieme al carico talmente pesante di provviste per il viaggio che trenta cammelli bastarono appena a portarselo sulla schiena. In questa forma l’istanza straordinaria, almeno a quanto se ne disse a parole, prese la via di Roma, ma, secondo la verità più certa, partirono per qualche altra destinazione, ciò che nessuno di noi può di certo sapere!

8. Il viaggio da qui a Roma dura, se il tempo è favorevole, tre intere settimane, altrimenti anche un mese, e una volta arrivati a Roma, bisogna pur fermarsi per dei giorni e spesso per delle settimane, e ci vuole in generale il suo tempo prima che qualcuno venga ammesso alla presenza dell'imperatore. Ad una simile istanza l'imperatore, nel più favorevole dei casi, non dà corso prima di mezzo anno, per la ragione che egli ha mille altri affari di governo più importanti da sbrigare; poi bisogna tenere conto del viaggio di ritorno che esige altrettanto tempo quanto quello di andata. A quanto ne so io, in base alle esperienze che si sono potute fare finora, si può stabilire con certezza che niente e nessuno è partito per Roma e né è ritornato prima di nove mesi.

9. I cinque messaggeri invece, esattamente secondo l'annotazione da me fatta nell'istanza che avevo scritto, hanno consegnato ad Erode tale delega di pieni poteri, scritta su finissima pergamena e provvista e munita di tutti i noti contrassegni imperiali, entro il tempo di sei settimane, non mancando di fargli le loro congratulazioni con tutte le dovute cerimonie. Io però da parte mia fui subito dell'opinione che, nell'occasione di cui ho parlato, i cinque messaggeri erano stati a Roma quanto c'ero stato io, e per la correttezza di tale opinione sarei pronto ancora oggi a garantire con la mia testa.

10. Secondo me quei figuri hanno preso in buona custodia il pesante e prezioso carico assieme ai trenta robusti cammelli, hanno imitato la firma e gli altri contrassegni dell'imperatore, e in questo modo hanno portato ad Erode una segreta delega imperiale, di cui l'imperatore stesso ne sa altrettanto poco quanto ne sai tu, o nobile signore e comandante! Ad ogni modo, questa comunque è solo una mia semplice opinione; può anche essere che essa provenga veramente dall'imperatore! Forse le navi hanno avuto buon vento tanto all'andata che al ritorno, in modo che la durata del viaggio potesse anche essere giustificata, e può darsi che appena arrivati a Roma, per combinazione, abbiano trovato l'imperatore ben disposto e senza affari urgenti da sbrigare! In questo caso egli li avrà ammessi subito alla sua presenza ed avrà rimesso nelle loro mani la delega richiesta; dopo di che, se hanno potuto imbarcarsi prontamente su una qualche nave in partenza per l'Asia, un vento eccezionalmente buono può averli messi in grado di raggiungere la costa della Giudea entro il periodo di tempo prima accennato! Io certo non pretendo affatto di erigermi a giudice in una simile questione! Tutto ciò è solo una mia supposizione e una indagine del mio intelletto».

 

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Cap. 16

Il falso conferimento di pieno potere ad Erode.

 

1. Dice Cirenio: «O amico, questa è ben più di una semplice supposizione; questa è la perfettissima verità! Infatti, anche se l'imperatore avesse impartito ad Erode la delega di pieni poteri richiesta già il giorno stesso dell'arrivo dei messaggeri, non è affatto possibile che la stessa sia stata di ritorno a Gerusalemme in sei settimane, dato che una spedizione in partenza da Roma, anche con il migliore dei venti, impiega già circa quaranta giorni per arrivare soltanto fino a Sidone. In alto mare, dove certamente la via sarebbe la più breve in assoluto, non ci va nessuna nave; ma se questa si limita a costeggiare il grande Mediterraneo oppure l'Adriatico navigando lungo la costa greca, per arrivare fino a qui non impiega meno di quaranta giorni, e quindi non vi è per nessuno la possibilità materiale di compiere un viaggio di andata e ritorno impiegando questo stesso tempo.

2. Oltre a ciò ogni forestiero, che venga a Roma per consegnare una supplica all'imperatore, deve prima dimorare nella metropoli per settanta giorni; prima di questo tempo nessun inviato straniero e nessun privato vengono ammessi alla presenza dell'imperatore, a meno che non si tratti di un condottiero o di un qualche altissimo dignitario. A Roma, infatti, vige la disposizione secondo cui ogni straniero, venuto allo scopo di ottenere una grazia dall'imperatore, debba prima elargire un'offerta alla città spendendo il più possibile e offrendo dei doni alle molte istituzioni cittadine; cosa questa che, per così dire, ogni straniero proveniente da lontani paesi può benissimo fare, se consideriamo che, senza essere molto ricco, egli non può venire a Roma, né può avere grazie particolari da chiedere. Infatti, per la comune classe dei meno abbienti esistono delle leggi sanzionate e sono posti dei giudici giusti; se qualcuno deve fare un reclamo, egli sa dove rivolgersi. Se egli va dove sa che deve andare, allora gli viene concesso anche ogni possibile aiuto entro l'ambito della legge, poiché, presso di noi romani, non ci sono né dubbi, né scappatoie, essendo tuttora in vigore la vecchia massima: “Justitia fundamentum regnorum!” (La giustizia è il fondamento dei regni!), nonché l'altra: “Pereat mundus, fiat jus” (Vada pure in rovina il mondo, ma giustizia sia fatta). Ebbene, per noi romani queste non sono semplicemente delle frasi vuote, ma sono dei principi che finora sono stati sempre scrupolosamente osservati.

3. Non deve quindi apparire affatto ingiusto il fatto che chi viene a Roma sia tenuto a devolvere un'offerta alla grande metropoli prima di venire reputato degno di una grazia imperiale. Ma da tutto ciò risulta ancora una volta assai chiaro che i cinque inviati del Tempio non hanno potuto vedere l'imperatore prima di settanta giorni, e che per conseguenza non sono potuti andare a Roma e ritornare in sei settimane. Ma se non hanno avuto la possibilità di fare questo, bisogna arrivare automaticamente alla conclusione certa che i cinque si sono trattenuti le offerte d'onore destinate all'imperatore e che hanno portato e consegnato all'ambizioso tetrarca una delega imitata e perciò del tutto falsa! Erode certo si immagina adesso di avere acquistato diritti maggiori di quelli accordatigli originariamente assieme al tetrarcato da parte di Roma. Ma non passerà molto che egli dovrà rassegnarsi a qualche delusione!

4. Oh, certo, ora comprendo bene perché da Roma non mi sia pervenuta a tal proposito e in nessun modo la benché minima notizia! Infatti, è necessario che io, quale detentore illimitato dei poteri di Roma su tutta l'Asia e sulla parte confinante dell'Africa, venga a conoscenza di qualsiasi decreto o disposizione emanati da Roma e concernenti l'Asia, altrimenti un'ordinanza di Roma a me sconosciuta, qualora cominciasse in qualche modo a trovare applicazione pratica, io dovrei considerarla come un atto arbitrario provinciale, dunque come un’insurrezione contro Roma e la sua potenza, e dovrei procedere immediatamente alla repressione con tutti i mezzi che sono a mia disposizione. Per conseguenza ora vi sarà certo chiaro che la delega in possesso di Erode deve essere, per forza di cose, falsa! Ma se la delega è falsa, vi renderete di certo conto del fatto che, in primo luogo, è mio dovere rivelare ad Erode l'inganno e, in secondo luogo, che è mio compito ritirare la falsa delega e mandarla all'imperatore affinché egli stesso decida in merito alla punizione da infliggere a quei pessimi criminali che hanno profanato la sua persona!».

 

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Cap. 17

La politica di Stato dei templari.

 

1. Dice allora Zinca: «O nobilissimo signore ed amico! Tutte queste cose noi le comprendiamo benissimo, però accanto a queste noi vediamo ancora qualcosa che tu sembri non vedere!»

2. Osserva Cirenio: «E quale poi sarebbe questa cosa?»

3. Risponde Zinca: «Questa benedetta politica di Stato, ecco, è proprio tale politica che dà la spiegazione del fatto che, quasi in ogni tempo e in tutti i paesi della Terra, la casta sacerdotale goda di un certo privilegio grazie al quale essa può fare molte cose che, se fatte dal resto dell'umanità, verrebbero considerate un crimine. Ai sacerdoti il coraggio non manca per imporsi dinanzi al prossimo come autentiche divinità e per riempirsi la bocca, a loro piacimento, della presunta parola di Dio di fronte a tutti gli uomini; nessuno si rivolta contro di loro, e lo stesso imperatore è costretto ad assistere con occhio amichevole ad ogni spudorato gioco a causa dell'antica e consueta superstizione popolare, mediante la quale il popolo viene mantenuto in quella certa condizione di umiltà e di obbedienza, e tenuto in questo modo esso non si ribella contro il detentore del potere quando da questi riceve leggi per lo più gravose da osservare, ed imposizioni di tributi ancora più gravosi da versare.

4. Ma se ai sacerdoti viene concesso, a loro piacimento, di fare e disporre al posto di Dio, non darà poi eventualmente eccessiva ombra all'imperatore se, data la necessità, questi addormentatori del popolo, qualche volta di nascosto oppure anche apertamente, si insinuano nella pelle del monarca, parlano in suo nome e perfino decretano leggi, qualora tale cosa essi la riconoscano come qualcosa di utile e di salutare tanto per il reggente, quanto per il suo Stato e, naturalmente, anche per se stessi, ciò che deve apparire tanto più scusabile in quelle province le quali, come il paese degli ebrei, si trovano molto lontane dal luogo di residenza del reggente.

5. Se anche oggi essi vengono chiamati a rispondere a causa della falsa delega dall'imperatore, essi non negheranno affatto di aver agito così anche senza alcuna autorizzazione, ma d'altro canto sapranno bene come fare per spiegare all'imperatore il perché hanno agito così, e sempre e soltanto a vantaggio del monarca e del suo Stato! Ed essi cercheranno di dimostrare all'imperatore per filo e per segno, con tutta evidenza, come una simile disposizione sia stata necessaria, e quali buone conseguenze ne siano derivate allo Stato ed al monarca! L'imperatore poi dovrà finire col lodarli e anche col ricompensarli.

6. Prova a chiamarli oggi a rispondere, e vedrai che dopo l'interrogatorio potrai tanto poco trovare argomento d'imputazione a carico loro quanto lo potrebbe l'imperatore stesso, ed infine dovrai per di più confermare ad Erode quella certa delega quando essi ti dimostreranno che un atto di questa specie s’imponeva per fissare dei limiti precisi all'ambizione di Erode, senza i quali egli, con l'aiuto delle sue immense ricchezze e dei suoi tesori, avrebbe potuto con tutta facilità riunire intorno a sé delle forze poderose, con l’appoggio delle quali egli avrebbe poi cominciato a parlare a voi, romani, in forma quanto mai categorica! Ma essi diranno che, essendo venuti a conoscenza di questo, illuminati dall'Alto, sono ricorsi immediatamente al giusto mezzo di far venire Erode, pro forma, in possesso di un privilegio come se fosse derivato dal potere e dalla volontà imperiale, privilegio che altrimenti fra breve egli si sarebbe conquistato con la forza. Ebbene, se ora quegli eroi del Tempio vengono fuori con queste spiegazioni, cos'altro potrai fare se non lodarli e ricompensarli?»

7. Dice Cirenio: «La cosa non mi persuade ancora completamente, perché, se Erode avesse ideato un tale piano sedizioso e avesse voluto anche metterlo in esecuzione, perché non sarebbe stato possibile farmene avere notizia segretamente? Certo io stesso avrei pure potuto far ricorso a mezzi efficaci. Da Gerusalemme fino a Sidone o a Tiro la strada non è poi tanto lunga; e del resto come potranno i templari giustificare la scomparsa dei rilevanti tesori sottratti all'imperatore e dei trenta cammelli? A me pare che la cosa dovrà riuscire anche a loro piuttosto difficile!»

8. Risponde Zinca: «O nobile signore ed amico! Tu certo appari in generale dotato di molta e genuina sapienza di Stato e di acutezza di vedute, ma pur tuttavia sembri altrettanto inesperto in questo campo quanto qualcuno che non abbia ancora mai tenuto in mano lo scettro neppure di casa sua. Per fornirtene la prova, essi possono addurre un duplice motivo per il quale si sarebbero trattenuti dal fare come tu dici: in primo luogo il pericolo che sarebbe insorto se si avesse indugiato e in secondo luogo la convenienza di evitare qualsiasi chiasso pernicioso riguardo ad una tale questione! Infatti, se tu fossi stato avvertito della cosa troppo presto, tu avresti immediatamente fatto cingere d'assedio tutta Gerusalemme ed avresti fatto sorvegliare rigorosamente la città; queste misure avrebbero suscitato una grande eccitazione fra il popolino ed avrebbero alimentato il rancore e l'odio contro di voi. Erode allora avrebbe potuto benissimo trarre profitto da queste condizioni d'animo ai vostri danni, e con questo si sarebbe potuto andare incontro a mali incalcolabili!

9. Perciò, ben prevedendo e calcolando tutte queste possibilità, il Tempio, dalla pienezza della sua divina sapienza, ha preso una disposizione tale da correre ai ripari senza alcun rumore, in caso di queste funeste eventualità. Essi, ad ogni modo, non avrebbero mancato di avvertire pienamente, sia te che l'imperatore, di quanto era accaduto, con l'aggiunta per di più di un consiglio riguardo a quello che ulteriormente sarebbe stato da farsi. In quanto ai tesori destinati all'imperatore, essi avrebbero comunque potuto farli pervenire nelle tue mani soltanto quando avessero reputato consigliabile di portare a tua conoscenza tutto quanto era accaduto.

10. Dunque, qualora tu, o nobile signore ed amico, ricevessi - come certo avverrebbe - una simile risposta a qualcuna delle tue domande, dimmi se, riguardo alla vera prudenza di governo suggerita dalle circostanze, potresti fare altrimenti che rendere ogni lode a quei templari e ricompensarli col dieci per cento, secondo la legge, così come va ricompensato ogni buon ed onesto amministratore?»

11. Dice Cirenio: «Ma se io personalmente sono convinto della più che certa e colossale perfidia della gente del Tempio, posso io in aggiunta dare a loro ricompensa e lode? Non c'è proprio nessun mezzo e nessuna via per mettere con le spalle al muro questi fratelli di Satana?»

12. Dice Zinca: «Chi meglio conosca e chi più detesti quei loschi figuri, tra Zinca e te, questa è una domanda assai importante; se io potessi con un soffio annientarli tutti, assieme al loro Tempio e alle loro sinagoghe, credimi: io non ci penserei su nemmeno due istanti, e la Terra sarebbe immediatamente liberata dalla loro presenza. Ma le cose invece stanno ora in modo tale che perfino un Dio non può darti altro consiglio se non quello di fare momentaneamente buon viso a cattivo gioco.

13. Il tempo che deve venire porterà poi anche nuovo consiglio. Secondo il mio computo e secondo quello di Giovanni, da qui a quarant'anni essi saranno completamente maturi per venire abbattuti, ed allora voi dovrete conquistare di nuovo tutta la Giudea e tutta Gerusalemme, e dovrete distruggere dalle fondamenta i loro covi. Prima di questo tempo però, all'infuori di ciò che io ti ho già consigliato, poco o nulla si potrà fare contro di loro, neanche a mano armata. Tu da qui a qualche tempo puoi farli interrogare riguardo ai termini in cui stanno le note questioni; quando poi, come è evidente, otterrai subito le rispettive spiegazioni, allora agisci come ti ho detto, altrimenti potresti avviare la cosa ad una pessima soluzione».

 

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Cap. 18

La Dottrina del Profeta di Galilea.

 

1. Dice Cirenio: «Io riconosco la tua grande scaltrezza e l'acutezza del tuo ragionamento, e vedo che Erode ha trovato in te un avvocato il cui simile si cercherebbe probabilmente invano in tutta la Galilea! Ormai tu non sei più certo erodiano, ma romano, e non hai più bisogno di patrocinare la causa di Erode, ma la nostra soltanto, e ciò a vostro vantaggio; per conseguenza tu puoi già venire maggiormente a conoscenza di tutto quello che si trova ora concentrato qui in questo punto in vicinanza del mare, nonché delle vere ragioni di tutto ciò. E prima di tutto, dimmi cosa faresti adesso se si presentasse qui, venendo da una qualche parte, il grande Profeta di Galilea?»

2. Risponde Zinca: «Io? Oh, io non farei affatto niente e lo lascerei andare perla sua strada! Certo che vorrei intrattenermi con lui, almeno per constatare se Giovanni aveva ragione quando sosteneva che egli non era degno nemmeno di sciogliergli i lacci delle scarpe! Giovanni era un profeta dotato di altissima sapienza, ed aveva in sé più luce che non tutti gli antichi profeti presi insieme. Ebbene, se Giovanni rende già una simile testimonianza di Gesù di Nazaret, quanto grande sapienza e potenza ci deve essere in quest'ultimo!

3. Sai tu, o nobile amico, se io avessi voluto proprio sul serio arrestare Gesù, sia pure in apparenza soltanto, avrei potuto farlo già da lungo tempo, perché, a dire il vero, il più delle volte sapevo benissimo dove si tratteneva Gesù. Tuttavia l'intenzione seria di arrestarlo io non l'avevo, e poi, per dirla sinceramente, io provavo una certa particolare soggezione al solo pensiero di trovarmi di fronte a quell'uomo, poiché, dopo tutto quello che ho sentito dire di lui - e ciò da parte di testimoni degnissimi di fede e perfino di samaritani -, bisognerebbe arguire che in lui dimori la Pienezza di una qualche perfettissima Divinità, oppure che egli sia forse un mago della specie più raffinata! Ad ogni modo non vorrei proprio avere particolari questioni da sbrigare con lui, perché senza dubbio ne uscirei piuttosto malconcio. Sì, davvero! Sarei lieto di incontrarmi con lui, però soltanto per vederlo e parlargli nella forma più amichevole, ma non penserei mai neanche alla lontana di presentarmi dinanzi a lui in questa veste da sgherro»

4. Intervengo allora Io stesso, e dico a Zinca: «Caro amico, Io sono pure Qualcuno che conosce Gesù di Nazaret così bene quanto Me stesso; di Lui però ti posso dire solo che Egli non è affatto nemico di nessuno, ma è un Benefattore di chiunque va a Lui e cerchi aiuto presso di Lui. Egli è certo un nemico del peccato, ma non del peccatore che si pente del suo peccato e che in umiltà fa ritorno al bene. Da parte Sua nessuno è stato ancora né giudicato, né condannato, e ciò neanche se i suoi peccati siano stati più numerosi dei granelli di sabbia del mare e dei fili d'erba sulla Terra.

5. La Sua Dottrina poi, esposta nelle sue linee più concise, consiste in questo: l'uomo è chiamato a riconoscere Dio e ad amarLo sopra ogni cosa, nonché ad amare il suo prossimo come se stesso, è indifferente che il prossimo sia di condizione nobile o umile, povero o ricco, maschio o femmina, giovane o vecchio! Chi persevera e così opera ed evita il peccato, costui ben presto avvertirà in se stesso che una simile Dottrina proviene veramente da Dio, e che non è uscita da bocca d'uomo, ma dalla bocca di Dio, perché non vi è uomo che possa sapere cosa gli convenga fare per arrivare alla vita eterna ed in che cosa questa consista. Tale cosa non la sa che Dio, ed infine pure colui che l’ha appresa dalla bocca di Dio.

6. Egli inoltre insegna che tutti gli uomini che vogliono pervenire alla vita eterna devono venire ammaestrati da Dio; coloro invece che apprendono soltanto dagli altri uomini cosa devono fare, sono ancora ben lontani dal Regno di Dio. Essi odono certo delle parole che sgorgano da labbra mortali, ma com’è mortale la bocca che ha proferito le parole, mortale è pure la parola in colui che l'ha appresa; egli non vi fa attenzione più di tanto e non la rende vivente attraverso le opere. La Parola, invece, che esce dalla bocca di Dio non è morta, ma è vivente, sprona il cuore e la volontà dell'uomo all'azione e in tal modo rende vivente tutto l'uomo.

7. Una volta che l'uomo si sia reso vivente tramite la Parola di Dio, allora egli resta poi vivente e libero per l'eternità, e non sentirà né assaporerà mai più la morte in nessun modo, anche se nel corpo potesse morire mille volte.

8. Ecco, o amico Mio, questo è in poche parole il germe della Dottrina del grande Profeta da Nazaret. Dicci ora francamente se essa ti piace e qual è la tua opinione sul conto del grande Profeta».

 

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Cap. 19

Il parere di Zinca sulla Dottrina di Gesù.

 

1. Zinca allora riflette qualche tempo e poi risponde: «O caro amico! Contro una simile Dottrina, quantunque sia un po’ azzardata, non può venire fatta assolutamente nessuna obiezione; anzi, se si può ammettere il presupposto che davvero esiste un Dio disposto a curarsi in qualche modo dei mortali, sia pure limitatamente, essa è evidentemente di natura divina. È vero che anche degli altri grandi sapienti hanno enunciato che il puro amore è il germe fondamentale di ogni vita e che l'umanità dovrebbe coltivare l'amore più che ogni altra cosa; poiché unicamente fuori dall'amore può fiorire per l'uomo ogni salvezza; ma non hanno spiegato quale sia l'essenza pura dell'amore. Infatti, l'amore presenta, a secondo del punto di vista, dei lati buoni e dei lati cattivi, e così si finisce col non sapere quale dei lati dell'amore sia veramente da coltivarsi ai fini della salvezza!

2. Qui invece viene espresso, in maniera chiara come il Sole, quale specie d'amore l'uomo deve curare per farne il principio della propria vita! Per conseguenza una simile Dottrina non può trarre certo origine da nessuna creatura umana, ma soltanto da Dio, e dimostra fra l’altro che pure deve esserci un Dio! Ebbene, o mio nobile e ancora sconosciuto amico, per quanto tu possa essere un pagano, io ti sono grato proprio di tutto cuore: tu adesso hai reso tanto a me, quanto a questi miei amici i quali non sono davvero degli sciocchi, un grande servizio, dato che noi tutti eravamo in un certo modo più o meno degli atei; ora invece, almeno così a me sembra, noi abbiamo nuovamente trovato Dio che avevamo perduto, cosa della quale io gioisco assai e che mi è molto gradita.

3. Giovanni si era senza dubbio dato molto da fare per convincermi dell'esistenza di un Dio eterno, tuttavia la cosa stentava a riuscirgli. Io ribattei in ogni occasione e confutai le sue asserzioni con energia, così che egli non poté far dileguare tutti i dubbi che avevano messo radice in me e che in me sono rimasti fino a questo momento. Ma ormai ogni mio dubitare è stato spazzato via d'un tratto!

4. E tuttavia è strano ma pure è così: se qualcuno, trovandosi in un labirinto di viali, non trova la porta, non può nemmeno giungere al palazzo che il re ha fatto edificare a sua perpetua dimora sull'ampio spiazzo al centro del suo immenso giardino; ora tu mi hai mostrata ed aperta la vera porta, e quindi adesso è facile penetrare in tempo brevissimo nel palazzo del re grande ed eterno.

5. Ma ora dimmi un po', per favore, dove hai avuto la grande fortuna di incontrarti con quell'uomo prodigioso? Certamente egli non è un mago, ma è una persona dotata di forze divine superiori, perché di questo rende testimonianza la sua Dottrina veramente divina! Dimmi dunque dove hai avuto occasione di parlargli! Desidererei io stesso recarmi da lui per ascoltare dalla sua bocca delle viventi parole di salvezza di questo genere»

6. Gli dico Io: «Tu resta intanto qui; della cosa dovremo discutere più diffusamente ancora, ed in seguito a ciò poi non ci vorrà molto finché tu Lo abbia trovato da te stesso. Oltre a ciò è già passato un'ora dal mezzogiorno: il nostro buon albergatore Marco ha ormai preparato il pranzo e fra poco questo verrà servito; dopo il pranzo avremo ancora tempo più che sufficiente per parlare assieme riguardo ai più svariati argomenti. Tu intanto rimani qui alla nostra mensa, ed i tuoi ventinove compagni che prendano posto alla mensa qui vicino»

7. Ed ecco presentarsi Marco con le vivande. E quando queste furono deposte sulle mense, a Zinca diede molto nell'occhio il fatto che tante e così spaziose mense fossero state completamente provviste in un solo attimo di vivande e di coppe di vino, come per effetto di una bacchetta magica e con il contributo di poche persone!

8. Egli perciò domandò ad Ebal che gli era seduto vicino: «O amico! Dimmi per favore come mai tante tavole così grandi hanno potuto così d'un tratto venire guarnite con simile abbondanza, pur avendovi lavorato solo pochissima gente? In verità, la cosa mi meraviglia assai! Quasi, quasi sarei portato a sostenere che questo non succede qui in maniera del tutto naturale. Che il vecchio albergatore possa forse in segreto contare sul contributo di spiriti od angeli che lo aiutano in simili faccende?»

9. Risponde Ebal: «Forse tu non hai fatto continuamente attenzione, dato che eri molto infervorato nel tuo discorso, e non hai potuto constatare esattamente in quanto tempo veramente siano state con molta facilità provviste di cibi e di bevande le numerose mense. Io stesso non vi ho fatto proprio attenzione; tuttavia non è probabile che la cosa sia proceduta sul serio in maniera non naturale!»

10. Dice Zinca: «Amico mio, credimi! Io posso essere infervorato quanto si vuole in un discorso, ma intorno a me non accade niente che riesca a sfuggire alla mia attenzione, ed io sono assolutamente sicuro che ancora pochi momenti fa non c'era nemmeno una briciola di pane su nessuno dei tavoli, mentre adesso i tavoli sembrano piegarsi sotto il peso delle vivande! Con il tuo permesso, dunque, credo che per un uomo che ha il cuore e il cervello a posto una simile domanda sia più che giustificata, tanto più poi trattandosi di uno che è estraneo all'ambiente! Ora non importa che ci sia qualcuno che mi possa dare una giusta spiegazione oppure no; ad ogni modo io non posso che restare della mia opinione: qui le cose non vanno affatto per le vie naturali! Guarda un po’ i miei ventinove compagni, che tra di loro vanno discutendo della stessa questione; voialtri sì che potete rimanere indifferenti, perché forse già parecchie volte avete avuto l’occasione di mangiare qui, essendo già a conoscenza di come si svolgono qui le cose! Del resto ciò non fa nulla, ed io più tardi verrò a capo anche di questo mistero!».

 

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Cap. 20

Lo stupore di Zinca per il miracolo delle mense.

 

1. Allora Zinca, che era grande di statura, si alza e guarda intorno per esaminare tutte le mense le quali sono letteralmente coperte da piatti e vassoi colmi di pesci preparati in maniera eccellente, da pagnotte di pane e da numerosi boccali e bicchieri del miglior vino; ed osserva inoltre che tutti gli ospiti si sono accinti di buona lena a far onore al pranzo, senza tuttavia che alle molte mense sia possibile notare una qualche diminuzione nella quantità delle vivande offerte. In poche parole, quanto più Zinca s'infervora a considerare la cosa e tanto più sconcertato rimane, cosicché alla fine si sente come colto da vertigine. Soltanto un appetito alquanto pronunciato e l'odore invitante delle vivande lo inducono a rimettersi a sedere e a cominciare a mangiare egli pure.

2. Ebal gli pone davanti il pesce migliore e più grande e della specie più nobile che poteva venire fornito dal lago di Tiberiade, nome questo con il quale veniva chiamata la grande insenatura che segnava in quella direzione il confine della regione abbastanza vasta di Cesarea di Filippo. Zinca allora si dà da fare con zelo sempre crescente con quel pesce che egli gusta immensamente, né si dimentica del pane saporitissimo e dolce e della coppa colma che ha dinanzi, che però non accenna in maniera visibile a vuotarsi per quanto abbia di frequente fatto già conoscenza delle sue labbra, come del resto anche il pesce non sembra voler finire pur avendolo gustato spesso.

3. Ma come succede a lui, non altrimenti succede anche ai suoi compagni. Essi avrebbero tutta la buona volontà di essere lieti e sereni, e di dare sfogo con parole alla loro allegria, sennonché il senso di meraviglia per quei fenomeni straordinari che si sono verificati durante il pranzo, non ne lascia loro il tempo, perché si trattava veramente di fenomeni dei quali in vita loro non avevano mai avuto la benché minima idea. Frattanto si sono tutti saziati a dovere; eppure la squisitezza del pesce, del pane e del vino invita sempre ad approfittarne ancora, e questo è pure un fenomeno che essi non riescono a spiegarsi!

4. E Zinca, non potendone più, insiste con Cirenio perché gli chiarisca il fatto egli dica cosa deve pensarne.

5. Ma Cirenio gli risponde: «Quando il pranzo sarà finito, allora sarà anche giunto il tempo di parlare di varie cose; per ora accontentati di mangiare e di bere a tuo piacimento»

6. Osserva allora Zinca: «O amico, e mio alto signore e comandante! In tutto il tempo della mia vita non sono stato mai un ghiottone, ma se dovessi restare qui a lungo con te ed in simili circostanze, non potrei davvero fare a meno di diventarlo anch'io. Io non comprendo più assolutamente come faccio a mangiare e a bere! Sono sazio e la mia sete è estinta, e tuttavia sento di poter mangiare e bere ancora benissimo! E il vino è migliore e di maggior gradazione di qualsiasi altro che io abbia mai bevuto in vita mia, eppure non sento nemmeno il principio di un’ebbrezza!

7. Dunque, io non posso che confermare l'opinione da me esposta prima: cioè qui le cose non si svolgono affatto in maniera naturale! Ma c’è forse in questa grande compagnia qualche famoso mago che vuole dar prova della sua incomprensibile forza prodigiosa? Oppure ci troviamo forse addirittura vicini a quel grande profeta che ho cercato finora con i miei ventinove compagni? Se questo fosse il caso, allora, o nobile amico e comandante, dovrei umilissimamente pregarti di lasciarci andare via da qui per indirizzarci a quel qualsiasi luogo che a te piacesse di designare, oppure dovresti farci nuovamente legare, poiché, se il profeta ci capitasse proprio a tiro, noi, in virtù del rigido giuramento prestato ad Erode, saremmo costretti a mettere le mani su di lui! Ciò non ci servirebbe di sicuro a niente, eppure a motivo del giuramento dovremmo comportarci così, anche a rischio di correre incontro alla nostra rovina!»

8. Esclama Cirenio: «Come, come! Dove, o in quale legge sta scritto mai che un pessimo giuramento condannabile ed estorto con la forza debba venire mantenuto? Ma il tuo giuramento decade da sé già solo per il fatto che tu sei ora prigioniero assieme ai tuoi compagni! D'ora innanzi non vi è più dubbio che voi dobbiate fare quello che vi verrà ordinato da me oppure dai miei ufficiali in sottordine, ma mai più in eterno dovete fare ciò che vi è stato comandato dal vostro scimunito Erode! Del vostro pessimo giuramento voi siete esonerati per tutti i tempi futuri!

9. Se il grande Profeta anche comparisse da una qualche parte in mezzo a noi, nessuno di voi dovrebbe azzardarsi a toccarLo nemmeno con un dito; se qualcuno, a causa dello sciocco giuramento fatto, osasse davvero questo, dovrà sperimentare su di sé tutta la pesantezza della nostra severità romana!

10. O Zinca, amico mio, in base alle tue precedenti espressioni veramente assennate, io ti avevo giudicato persona molto saggia, ma quest’ultima manifestazione del tuo intelletto è tale da farmi ricredere parecchio sul tuo conto! È stato forse quanto dicesti prima semplicemente una contraffazione da parte tua?»

11. Risponde Zinca: «Oh, no, no affatto, o nobile signore e comandante! Io e tutti i miei compagni pensiamo e vogliamo tuttora precisamente così come pensavamo, volevamo e parlavamo prima, però tu stesso devi senz'altro ammettere che, in presenza di fenomeni come quelli che si sono verificati qui e ancora ora si verificano, chiunque sia un po’ desto d'intelletto non possa fare a meno di cominciare a stupirsi e di restare alquanto imbarazzato e confuso in tutto il suo pensare, volere, parlare ed agire!

12. Se io avessi assistito qualche volta a qualcosa di simile, allora certo mi sarei anch'io mantenuto tranquillo come tutti voi. Ma poco fa il mio saggio vicino disse che il pranzo sarebbe stato servito, ed ecco che dopo uno o due istanti tutte le mense già si piegano sotto il peso dei cibi e delle bevande che vi erano state poste sopra. Non escludo che vi possano essere dei congegni artificiali con l'aiuto dei quali si può compiere un lavoro di questa specie con rapidità un po' maggiore del solito, ma qui si è trattato di una cosa quasi istantanea, e per ottenere questo effetto a me sembra che non possa bastare nessun meccanismo! In conclusione mi si potrà obiettare quello che si vuole, ma io resto della mia opinione e dico che qui si è trattato di una magia assolutamente straordinaria oppure di un vero miracolo!

13. Per te, o nobile amico e signore, è facile essere tranquillo, perché certamente conosci come tutto questo succede, ma per noi invece è tutt'altra cosa! Osserva un po' qui il pesce che ancora mi tiene occupato! È da vario tempo che ne mangio di buona lena, eppure più della metà è qui ancora in attesa di venire mangiata! Io sono perfettamente sazio, e tuttavia sento di poter mangiare ancora! Ecco qui il mio boccale del vino dal quale io devo avere bevuto più di una buona misura, e ciò malgrado, guarda qui: gli mancano a mala pena tre dita per essere colmo fino all'orlo! Dunque, a mio avviso, un uomo che ha la capacità di pensare non può restare del tutto indifferente di fronte a simili fatti come se si trattasse di una questione comunissima! Io certo sono qui tuo prigioniero, né posso esigere da te una spiegazione di questo insolito e meraviglioso fenomeno; però mi sarà ben lecito chiedere? Io vi avevo chiesto la spiegazione, e voi vi siete limitati ad una raccomandazione, cioè a quella di aspettare!

14. Eh, con l'aspettare andrebbe anche bene se in me, invece di un'anima smaniosa di sapere, ci fosse una pietra immota e morta nella sua pigrizia. Ma la mia anima non è una pietra, ma è uno spirito assetato continuamente di luce. Non esiste bevanda ristoratrice e rinfrescante che possa estinguere la sua sete, ma un tale effetto lo può ottenere la parola chiarificatrice fuori dalla bocca di uno spirito già dissetato. Voi sì che siete colmi di questa eterea bevanda e siete dissetati a sazietà, ma a me che ardo di sete voi non volete concedere dalla vostra sovrabbondanza nemmeno una goccia che cada nella mia bocca arsa! Vedete, questo è appunto quello che più di tutto mi addolora e che più di altro rende confusi i miei sensi. Se dunque, date le circostanze, un po' di squilibrio si manifesta in me, può, o nobile amico, farti ciò meraviglia?

15. Ma ormai non ne parliamo più! Io comincio a sentire dentro di me un'autentica rabbia, e perciò è meglio lasciare che tutte queste cose meravigliose siano quello che possono o che vogliono essere! L'uomo non deve sapere tutto, né occorre che sappia tutto! Per guadagnarsi un tozzo di pane quotidiano non c'è bisogno che l'uomo impari grandi cose e che faccia esperienze o che sappia. Chi a questa meta tende, è un pazzo! Dunque, mangiamo e beviamo finché ce n'è! Se non mi è lecito sapere qualcosa, preferisco non voler saperne io stesso! Perché ciò che da se stessi si vuole, è più facile a sopportarsi, soltanto la volontà degli estranei è, per un'anima onesta, di difficile digestione. D'ora in poi voi tutti potete essere perfettamente tranquilli che da parte mia nessuno verrà molestato mai più con una qualche domanda».

16. E dette queste parole, Zinca ammutolì, continuò a mangiare tranquillamente il suo pesce servendosi del pane e del vino, ed anche i suoi compagni fecero altrettanto, badando appena a quello che succedeva o che si diceva intorno a loro.

 

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Cap. 21

L'essenza della sete di sapere. Il canto gradito a Dio.

 

1. Cirenio allora in segreto Mi domandò che cosa si sarebbe dovuto fare con quell'uomo.

2. Ed Io gli dissi: «Oh, con lui e con gli altri si potrà fare ancora molto! Anche loro diverranno degli eccellenti strumenti per noi; ma quello che a loro occorre adesso è un po’ di quiete, ed è per questo che Io li ho fatti giungere nel loro attuale stato di indifferenza.

3. Puoi crederlo! Un'anima, una volta giunta ad avere sete di conoscenze superiori, non ritorna così facilmente all'inattività assoluta! Ad una simile anima succede poi come ad un giovane il quale sia perdutamente innamorato della ragazza da lui scelta. Lei però, che è una ragazza qualunque e non un'onesta vergine, prende l'amore del suo spasimante molto meno sul serio, e tra di sé pensa: “Se proprio non è lui, ce ne sono ancora tanti altri!”.

4. Ora questa cosa dopo qualche tempo viene all'orecchio dell'innamorato, il quale se ne rattrista enormemente. Pieno di rabbia e di disgusto egli si ripropone di non pensare più alla ragazza infedele. Ma quanti più proponimenti di questo tipo va facendo, tanto più pensa a lei, mentre in segreto non si augura altro che tutte le male voci sul conto della fanciulla per bocca di estranei siano un'assoluta menzogna.

5. Ma un bel giorno finalmente vede che lei se la intende con un altro! Allora egli si sente ribollire d'ira, e giura e spergiura di volere bandire ad ogni costo l'infedele dal suo pensiero. Per questo motivo allora cominciano a sorgere in lui, per suo tormento, pensieri talmente tumultuosi ed esasperanti, che accanto a questi non può trovare più alcun posto altro pensiero sano, e giorno e notte egli non ha più pace, né tregua; spesso sospira e piange amaramente maledicendo l'infedele.

6. Ma adesso si chiede: “Perché accade tutto questo, dal momento che egli si è fermamente proposto di non pensare mai più all'indegna?”.

7. Ed ora ammettiamo un'altra versione: mentre egli tormenta il suo cuore, vada lui un vero amico e gli dice: “O amico! Tu alla tua promessa fai veramente un po’ di torto. Vedi, con la sua apparente leggerezza lei ha voluto soltanto mettere alla prova il tuo amore; lei sapeva infatti e non poteva fare a meno di sapere di essere una poverissima fanciulla, mentre tu possiedi grandi ricchezze, ed era quindi giustificato il dubbio in lei se tu intendessi sul serio prenderla per tua legittima moglie! Lei riteneva che l'amore da te giuratole, fosse più che per la metà piuttosto uno scherzo, e perciò si trovò indotta, prima di concederti definitivamente la sua mano, a metterti un po’ alla prova per vedere se tu l'amassi davvero tanto quanto si doveva giudicare dalle tue parole. Infatti, la triste esperienza ha insegnato, anche troppo spesso, alle fanciulle povere come lei, che i giovani ricchi come te sono soliti frequentarle semplicemente per divertirsi senza avere alcuna seria intenzione a loro riguardo. La tua ragazza invece si è convinta che tale serietà di propositi vi è realmente in te, e quindi ti ama più di quanto potresti immaginare, e dal tempo in cui lei ti promise amore, nel suo cuore non ti è mai stata infedele. Ed ora tu, cieco e geloso che sei, sai come stanno le cose rispetto a lei! Dunque, fa ora quello che tu credi sia giusto fare!”.

8. Pensi tu, o Mio Cirenio, che l'innamorato così profondamente offeso continuerà allora a non volerne più sapere della povera ma bellissima ragazza come si era proposto prima? Oh, niente affatto! Le parole del suo amico saranno invece suonate dolcissime ai suoi orecchi, ed egli potrà a mala pena frenare la sua impazienza in attesa dell'istante che dovrà unirlo per sempre all'amata.

9. Non altrimenti accadrà anche al nostro Zinca. Egli adesso mangia e beve come se il meraviglioso che percepisce intorno a lui, non lo riguardasse affatto; però nel suo intimo egli attualmente è occupato molto più di quanto non lo fosse prima a tale riguardo. Dunque, non c'è bisogno di affannarsi a causa di ciò.

10. Io conosco tutte le creature umane e so tutto quello che si svolge nei loro cuori. Oltre a ciò, anche la guida dei sentimenti nel cuore dipende soltanto da Me e, qualora sia necessario, so ben Io come e cosa devo fare. Dunque, rallegriamoci adesso e mangiamo e beviamo quanto ci viene offerto, poiché oggi è opportuno che ci ristoriamo in misura un po' maggiore del solito, dato che la cena questa sera si protrarrà più tardi del solito».

11. La serenità e la letizia ripresero allora il sopravvento in tutti, e molti si diedero a lodare ad alta voce Dio; alcuni cominciarono ad intonare qualche canto, ma non c'era in tutta la compagnia un vero cantore all'infuori di Ermes, ed egli fu perciò pregato da molte parti di far sentire qualcosa. Egli però non pareva troppo disposto ad accondiscendere, dato che temeva la critica dei romani dall'orecchio molto raffinato, e tardava a cedere alle insistenze che gli venivano fatte.

12. Infine egli così parlò: «O amici miei e signori! A Dio, il Signore, io canto una canzone nel mio cuore, e questa il Dio d'Israele certo Si compiace di udirla; ma se la stessa canzone io la cantassi ad alta voce dinanzi ai vostri orecchi, potrebbe darsi che non incontrasse il vostro gradimento a causa forse di qualche suono non molto puro. Ma questo colmerebbe poi il mio animo di vergogna e di rabbia, ciò che non sarebbe bene né per me, né per voi; perciò la canzone del cuore preferisco cantarla non ad alta voce, ma del tutto silenziosamente nel mio petto. Colui al Quale essa è dedicata, senza dubbio la intende molto bene»

13. Dico Io allora: «O Ermes, tu hai ragione! Continua pure a cantare nel tuo cuore, perché questa specie di canto suona all'orecchio di Dio molto più gradito di ogni rumoroso vocio senza alcun senso, mediante il quale non viene solleticato che l'orecchio materiale mentre il cuore rimane freddo e insensibile.

14. E quando avviene che si canti per il mondo esteriore, ciò si faccia soltanto allorquando l'onda esuberante d'amore nel cuore minacci di traboccare a tal punto che è necessario concederle sfogo per le vie del canto esteriore, e ciò per impedire che il cuore rimanga, in certo qual modo, soffocato dall’eccessivo ardore dell'amore per Dio. In questo caso certo anche il canto esteriore è gradito a Dio; tuttavia è opportuno che ad esprimere il sentimento sia una voce pura la quale elevi maggiormente l'animo.

15. Infatti, una voce non pura e dal suono sgradevole è come una torbida acqua di palude versata sulle fiamme ardenti! Ora le conseguenze di un tale fenomeno ciascuno di voi può immaginarselo facilmente!»

16. E quando ebbi esposta questa Mia spiegazione riguardo al canto, intervenne la dolce Giara e Mi disse: «Ma, o Signore! Considerata l'occasione - noi ci troviamo qui tutti riuniti in tanta letizia -, che ne dici se fosse Raffaele a cantarci qualcosa?»

17. Ed Io le rispondo quasi scherzando: «Ebbene pregalo. Forse per farti piacere egli acconsentirà! In ogni caso Io non dirò né avrò naturalmente niente in contrario!»

18. Allora Giara non se lo fa dire due volte e, attaccatasi subito a Raffaele, comincia insistentemente a pregarlo di cantare qualcosa!

19. Raffaele però dice: «Tu non hai assolutamente ancora alcuna idea di come canti un essere come me; questo devo dirtelo anticipatamente: “Tu non potrai sopportare a lungo la mia voce, dato che essa, essendo formata da elementi troppo puri, produce, come deve produrre, una commozione d'animo troppo intensa. La tua carne non può reggere affatto al suono della mia voce; se io mi metto a cantare per un quarto d'ora, tu muori consunta dalla dolcezza del suono che si rivela nella mia voce e che non è paragonabile a nessun'altra cosa su questa Terra!”. Dunque, se tu, o diletta, vuoi proprio udirmi cantare, io canterò, ma quale effetto il mio canto avrà sulla tua carne, questo potrei dirtelo difficilmente con precisione ora!»

20. Osserva Giara: «Ebbene, facci sentire almeno una nota sola; questa non potrà certo togliermi la vita!»

21. Risponde Raffaele: «E sta bene, io ti canterò una sola ed unica nota, e la udranno tutti coloro che si trovano qui, nonché quelli che dimorano ad una certa distanza da qui, affinché si arrovellino il cervello per indagare su quale specie di suono avranno mai inteso! Però io stesso ho bisogno di qualche istante per prepararmi! E tu dal canto tuo tieniti pure pronta, poiché anche la sola nota che ti ho promesso avrà su di te un effetto che nemmeno sospetti!».

 

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Cap. 22

Il canto di Raffaele.

 

1. Anche il nostro Zinca percepisce naturalmente queste parole, e perciò domanda ad Ebal che sta accanto a lui: «Quel bel giovinetto è davvero un cantante così eccellente? L'hai già udito qualche volta?»

2. Risponde Ebal: «Questo almeno lo dice lui; io l'ho udito parlare già varie volte, però non l'ho ancora udito cantare, e quindi sono io stesso molto curioso di sentire quella sua nota!»

3. Chiede Zinca: «Da dove proviene, e chi è quella fanciulla?»

4. Risponde Ebal: «Il giovane dimora presso di me a Genezaret, e la fanciulla è mia figlia; lei arriva appena ai quindici anni, ma ha già nel capo e nel cuore tutta la Scrittura, ed altrettanto vale per il giovinetto, il quale per il momento disimpegna le funzioni di maestro in casa mia. Io dunque lo conosco molto bene, ma che egli sia un cantante tanto straordinario, di questo io fino a questo momento non ne ho saputo niente; perciò, come ho già detto, sono davvero io stesso molto curioso di sentirlo»

5. Ed Ebal aveva appena finito di parlare, che Raffaele avvertì: «Ed ora tendete l'orecchio e fate molto bene attenzione!»

6. A questo invito tutti percepirono immediatamente come a grande distanza un suono, da principio certo molto debole, ma di una purezza indicibile, così che tutti, senza eccezione, si trovarono come trasportati in uno stato d'estasi, e Zinca, in preda ad un grande entusiasmo, esclamò: «Oh, così non canta alcun uomo su questa Terra! Soltanto un Dio, o per lo meno un Suo angelo può cantare in tale modo!»

7. Il suono però andò gradualmente aumentando di forza ed acquistando in espressione e potenza; quando poi ebbe raggiunto la massima intensità così come se uscisse da mille trombe, si rivelò come un accordo di quarta o sesta in re bemolle minore giungente dall'ottava bassa a quella nel rigo con ripetizione dell'ottava, e poi andò man mano diminuendo e svanì in un debolissimo la bemolle (nel rigo) di una limpidezza e purezza mai udite.

8. L'impressione che questo suono fece su tutti i presenti fu tale che nel loro stato di rapimento perdettero quasi la nozione del mondo esteriore rimanendo come svenuti. E l'angelo, ad un Mio cenno, dovette rianimarli tutti.

9. Tutti allora si destarono come da un beatissimo sogno, e Zinca, nella sua entusiastica foga, si precipitò verso Raffaele, lo abbracciò con quanta forza aveva ed esclamò: «O giovane amico! Tu non sei un mortale! Tu sei o un Dio o un angelo! Con questa voce tu devi poter risuscitare i morti e donare vita alle pietre! Oh, no, no! Un'armonia di questo genere non l'ha mai sentita nessun mortale su questa Terra! Oh, celestiale creatura! Chi mai ti ha insegnato a trarre dalla tua gola simili suoni?

10. Oh, io sono come disfatto; tutte le mie fibre vitali vibrano ancora per l'effetto della purezza e della bellezza indicibili di questa singola nota! Veramente non mi è neppure sembrato che il suono meravigliosamente puro fosse uscito dalla tua gola, ma ho avuto l’impressione che tutti i Cieli si fossero aperti, ed un'armonia si fosse riversata fuori dalla bocca di Dio su questa Terra morta!

11. O Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, Tu dunque non sei una vana parola articolata da labbra umane! Tu solo sei la Verità e l'eterna purissima Armonia! Oh, questo suono, questo suono! Sì, esso mi ha ridonato tutto ciò che io avevo perduto, mi ha ridonato il mio Dio, il mio santo Creatore e Padre. Esso è stato per il mio animo il Vangelo più puro dai Cieli! Ciò che probabilmente non avrebbero potuto ottenere mille e mille parole, l'ha ottenuto un solo suono dai Cieli, esso ha completato in me l’uomo! Il mio cuore, prima duro come una pietra, si è sciolto come cera al Sole e si è fatto così sensibile come la goccia di rugiada che pende dal filo d'erba!

12. O Giovanni, tu, a cui io con il cuore spezzato dovetti essere l'annunciatore di morte! Se durante gli ultimi istanti della tua esistenza terrena tu avessi potuto udire questo semplice suono, in verità, la morte del corpo sarebbe dovuta apparirti come la soglia dei Cieli di Dio, raggiante di luce! Ma nell’oscura prigione in cui tu, consacrato da Dio, eri rinchiuso, non era possibile udire nessun altro suono se non quello del dolore, della miseria e dell’afflizione!

13. O uomini, uomini! Quanta tristezza deve regnare nei vostri cuori e quanta tenebra nelle vostre anime, voi che non avete udito quello che ho udito io, e che non potete percepire quello che ora io percepisco e che percepirò finché avrò vita! O grande e santo Padre nel Cielo, che non lasciasti mai inesaudite le suppliche pienamente ardenti di vita neanche di un peccatore! Quando io un giorno dovrò prendere congedo da questa valle di lacrime e di morte, oh, concedi che qualche istante prima il mio udito sia deliziato ancora una volta da una simile armonia, ed allora io abbandonerò beato questa Terra e la mia anima loderà in eterno il Tuo santissimo Nome!».

 

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Cap. 23

La comunicazione con Dio mediante la parola interiore nel cuore.

 

1. Dopo questa bella perorazione di Zinca, che commosse profondamente tutti i presenti, Giara esclamò: «O Raffaele, Raffaele! Come mi appari ora un essere del tutto differente da quello che mi apparivi prima! Tu mi hai completamente spezzato il cuore! Ah, davvero, avrei preferito che non mi avessi mai fatto sentire il tuo canto!»

2. Osserva Raffaele: «E perché allora mi ci hai costretto? Come ricordi, io non volevo davvero; ma poiché il suono non lo posso più ritirare, la cosa non ti deve comunque preoccupare in nessun modo. Basta che tu tenga presente come tutto deve essere intonato in purezza e perfezione nei Cieli di Dio, e così in avvenire avrai - con tanta maggiore fermezza e serietà - cura di sistemare la tua vita in modo che questa si faccia perfettamente simile a questo unico suono in tutte le sue disposizioni, manifestazioni ed azioni; colui però la cui vita non si sarà fatta simile a questo suono, non entrerà nel Regno dell'eterno e purissimo Amore.

3. Perché il suono che hai udito è un suono dell'Amore e un suono della suprema Sapienza in Dio! Basta che tu faccia bene attenzione a questo, e che tu agisca in modo da diventare perfettamente simile al suono che hai udito, e così in ogni amore e sapienza tu sarai giusta al cospetto di Dio che ti ha eletta a vera sposa del Cielo e che perciò ti ha dato me per guida!

4. Però quello che qui avviene, avviene dinanzi a Dio ed ai Suoi Cieli, e non per il vostro mondo. Il mondo non comprenderebbe mai una cosa simile; quindi esso non verrà a sapere che poco o nulla affatto di tutto ciò, e quindi anche di questo suono non saprà niente. Guarda ad esempio come tutta la gente delle altre mense stia emettendo i più disparati giudizi e stia disputando quasi violentemente; noi però li lasceremo giudicare e disputare tra di loro, perché essi comunque non riusciranno a ricavarne niente! Queste cose l'intelletto del mondo non le comprenderà mai.

5. È già da vari giorni che il Signore Si trova qui, ma domani sarà l'ultimo! Quello che accadrà poi, nessuno lo sa all'infuori del Signore soltanto. Dunque, colma il tuo cuore di amore e di umiltà e tieni nascosto tutto quello che hai udito e visto qui di particolare e di straordinario, poiché il voler informare gli uomini del mondo riguardo a simili cose non servirebbe a nulla affatto. Tutto ciò è opportuno che te lo imprima bene in mente, e poi, operandovi conformemente, tu diventerai uno strumento utile nella mano del Signore sia in Cielo che sulla Terra. Hai compreso tutto ciò nella maniera giusta?»

6. Risponde Giara: «O carissimo Raffaele! Certo che ho preso buona nota di tutto ed ho compreso tutto, però quello che ora hai detto non è del tutto piacevole, specialmente la partenza del Signore da qui che tu mi hai annunciato già per domani! Tu sai quanto e come al di sopra di ogni cosa io Lo ami! Cosa sarà di me quando non potrò più vederLo, né udirLo, né mi sarà più possibile parlarGli?»

7. Dice Raffaele: «Oh, vedrai che ti troverai benissimo, perché anche se non Lo vedrai, tu Lo potrai sempre udire e potrai parlarGli. Se nel tuo cuore Lo interpellerai, anch’Egli nel tuo cuore ti risponderà.

8. Vedi, che cosa possiamo fare noi? Io adesso mi trovo qui, come puoi vedere, ma se fra un istante la Sua Volontà fosse un'altra, allora io dovrei recarmi rapidissimamente da qui fino a forse un mondo fra i più lontani e rimanere là finché fosse necessario secondo l'ordine del Signore. Puoi credermi se ti dico che noi siamo spesso molto lontani dalla presenza personale del Signore, mai però dalla Sua presenza spirituale, poiché a questo riguardo noi siamo continuamente in Dio, come pure anche Dio è in noi e compie le Sue opere incommensurabili.

9. Chi ama veramente Dio, il Signore, costui è continuamente con Dio e in Dio, e se vuole sapere e udire qualcosa da Dio, basta che Lo interroghi nel proprio cuore, ed allora otterrà immediatamente una piena risposta mediante i pensieri del cuore, così che ciascuno in tal modo può venire istruito e ammaestrato sempre e in ogni cosa da Dio stesso. Da ciò puoi constatare che non occorre vedere sempre il Signore per essere felici con Lui, ma che basta semplicemente udire e percepire la Sua Voce, ed allora si possiede anche tutto quanto è necessario per essere veramente beati in Dio.

10. Vedi! Neppure io potrò sempre esserti vicino visibilmente; però basterà che tu mi chiami nel tuo cuore, ed io sarò sempre presso di te e ti risponderò per mezzo dei pensieri del tuo cuore in maniera certo molto lieve, ma tuttavia percettibile e quanto mai chiara. Quando tu li avrai percepiti, pensa allora che sono stato io ad ispirarli nel tuo cuore, come pure tu riconoscerai che essi non sono sorti dal tuo terreno, ma quando li avrai riconosciuti, allora rendi le tue azioni conforme ad essi!

11. Infatti, soltanto conoscere ciò che è giusto, buono e gradito a Dio, non basta, davvero non basta proprio; né basterebbe neanche provare il massimo ed esclusivo compiacimento nella Dottrina dai Cieli se non si decidesse con assoluta serietà ad operare anche in ogni campo ed in ogni occasione in conformità a tutto quello che prescrive la santa Dottrina proveniente dai Cieli.

12. Perciò una buona norma sia questa: “Ascoltare bene e riconoscere bene la Dottrina e poi operare bene a seconda di essa! Senza l'azione conforme alla Dottrina stessa, intesa nel suo senso più assoluto, non si fa niente, e non serve a niente”».

 

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Cap. 24

L’educazione del cuore umano.

 

1. Raffaele continua: «Ti ricordi, o mia diletta Giara quando ultimamente il Signore Si trattenne a Genezaret? Egli stesso ti istruì sul modo di coltivare il tuo orticello; Egli ti fece conoscere ogni tipo di piante utili e ti mostrò come esse si devono coltivare e utilizzare. Egli preparò per te questo piccolo orticello, vi seminò piante utili in grandissima varietà e di ciascuna di queste ti disse in modo particolare che forma avrebbe avuto, come sarebbe cresciuta, quando e come sarebbe fiorita, che specie di frutti avrebbe prodotto, a che cosa questi ultimi avrebbero potuto servire, come si sarebbe potuto mangiarli e in che modo bisogna procedere per conservare un eventuale ricco raccolto affinché non si guasti. A dirla breve, il Signore in Persona ti diede sotto ogni aspetto le necessarie istruzioni su come avresti dovuto curare il tuo orticello.

2. Ebbene, tu ne rimanesti immensamente contenta! Ma adesso si domanda: “Con la tua sola gioia si sarebbe già provvisto a tutto? L’orticello ti avrebbe portato i frutti della benedizione senza un effettivo e diligente lavoro di coltivazione?”. In seguito al tuo solo grande compiacimento ed alla tua gioia per tali insegnamenti ricevuti dalla bocca del Signore, certo nel tuo orticello non sarebbe cresciuto niente all'infuori di qualche erbaccia. Ma poiché secondo gli insegnamenti ricevuti lo coltivasti con ogni diligenza, è avvenuto che il tuo orticello ben presto fiorì come un piccolo paradiso terrestre, e tu hai ormai la prospettiva certa di un raccolto molto abbondante!

3. Ma anche il cuore umano è un orticello, anche se in proporzioni più piccole; qualora, seguendo la Dottrina dalla bocca del Signore, lo si coltivi con tutta diligenza e non si eviti alcuna fatica per mettere in pratica nelle opere tutto quello che si è appreso, si finirà anche - da lì a non molto - col possedere nel proprio cuore tanta abbondanza di ogni benedizione e di ogni grazia dai Cieli, che sarà possibile vivere, sia riguardo all'anima che allo spirito, già del tutto con i propri mezzi, senza il continuo bisogno del nostro consiglio e del nostro aiuto!

4. Infatti, lo scopo che il Signore Si è prefisso rispetto all'uomo, è precisamente quello di farlo diventare un cittadino del tutto indipendente dei Cieli secondo il Suo Ordine eternamente immutabile; ma chi ha raggiunto questa meta, costui ha raggiunto tutto. Ed ora, o mia dilettissima Giara, dimmi se hai proprio ben compreso quello che ti ho detto, e se hai ora un po’ più di chiarezza riguardo al suono purissimo che hai inteso da me»

5. Risponde Giara: «Oh, sì, ora ho certamente compreso, e tutto mi è chiaro come il Sole in pieno mezzogiorno; le tue parole hanno dato al mio cuore una consolazione immensa, ed io voglio che da parte mia esse siano trasformate in opere affinché in me divengano verità di vita apportatrici di letizia e di ogni beatitudine. L'istruirmi e vedere messi pienamente in pratica nelle opere gli insegnamenti non sarà per te, spero, il compito più grave della tua vita! Ma faranno anche tutti gli altri come tu mi hai consigliato con tanta fedeltà e verità?»

6. Dice Raffaele: «Pensa anzitutto soltanto per te; agli altri sarà il Signore a pensarci!».

 

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Cap. 25

Zinca interroga Ebal sul conto di Raffaele e indaga riguardo al Signore.

 

1. Naturalmente anche Zinca, che era presente, aveva udito non soltanto in parte, ma interamente queste ammonizioni e questi insegnamenti, e perciò egli domandò ad Ebal con il quale aveva confidenza più che con altri: «O amico mio! Quello strano giovinetto che poco fa ci ha fatto udire un suono dai Cieli e che ora ha dato a tua figlia degli insegnamenti di carattere tanto particolare e mistico, quali, sia detto apertamente, a mio modo di vedere non se ne sono avuti mai di simili, ebbene, quel giovinetto non sembra appartenere proprio in tutto e per tutto come noi a questa Terra. Dimmi un po’: dietro di lui non si cela forse colui al quale il mio Giovanni dichiarava di non essere degno di sciogliere i lacci delle scarpe? Però mi sembra troppo giovane per esserlo, dato che colui del quale Giovanni parlava dovrebbe essere sulla trentina!»

2. Risponde Ebal: «Amico mio carissimo! Il giovinetto non lo è proprio; lui è uno fra i Suoi principali discepoli! Infatti, ormai devo ampiamente confessarti che a quel Profeta da Nazaret sono proprie una tale Potenza e Sapienza che, per così dire, perfino gli angeli dei Cieli scendono sulla Terra per ascoltarne la Dottrina, per ammirarne le opere e per glorificare in Lui l'Onnipotenza di Dio!

3. E come prova per quanto ora ti dico ti serva appunto quel giovinetto del quale non sai cosa pensare! Egli è certo un po' troppo celestiale per un uomo di questa Terra, e d'altro canto forse ha un aspetto un po’troppo terreno ancora per un angelo dei Cieli! Egli abita in casa mia quasi già da un mese, ed è l'educatore di mia figlia; puoi credermi fermamente che costui sulla Terra non ha né padre, né madre e che egli possiede in ogni campo una forza che ha addirittura del favoloso. Altri chiarimenti in relazione alla sua genealogia io non ti posso dare. Del resto, volendo, puoi tu stesso fartela dire direttamente da lui, ed è certo che non ti resterà debitore di alcuna risposta a qualsiasi domanda vorrai rivolgergli; la superbia infatti è un sentimento di cui non vi è la benché minima traccia nel suo essere!»

4. Dice Zinca: «Ora ne so abbastanza, e so anche cosa devo pensare del giovinetto in questi momenti straordinari. Però ad ogni modo bramerei sapere se quel grande profeta da Nazaret non si trova forse anche lui qui con noi! Perché senza di lui non riesco davvero in eterno a comprendere cosa venga a fare qui un eventuale angelo! Se egli si trova qui, dimmelo, affinché possa anch'io rendergli il dovuto onore! Perché dal giudicare dalle tue parole, deve trattarsi assolutamente di un essere puramente divino! A me basta che tu faccia un minimissimo cenno per indicarmi se si trova qui e quale egli sia fra i presenti!»

5. Risponde Ebal: «O amico carissimo, abbi ancora un po' di pazienza, e vedrai che finirai col conoscerLo tu pure! Per tua maggiore tranquillità, dato che non sei più uno sgherro, io tuttavia posso già da ora dirti che Egli si trova davvero fra noi, e precisamente qui; altrimenti tutti i personaggi romani non si sarebbero trattenuti in questo luogo!»

6. Dice Zinca: «Anche questo mi basta, ed altro non mi occorre! Adesso saprò io trovarLo».

7. Con ciò il nostro Zinca riacquistò la quiete; cominciò però a fare scrupolosamente attenzione a tutto quanto succedeva intorno a lui, non perdendo di vista particolarmente Cirenio, Cornelio e l'angelo, nella supposizione che mediante questi egli sarebbe venuto a conoscenza del Mio Essere più facilmente che non in un’altra maniera. Ma egli si sbagliava un po’ nel suo calcolo, dato che Io avevo immediatamente suggerito a costoro nel loro cuore di che cosa avrebbero dovuto occuparsi e dove avrebbero dovuto attirare l'attenzione di Zinca. Oltre a ciò anche l'adunata si sciolse e le mense vennero sgomberate, e noi ci recammo alla riva parlando di cose del tutto indifferenti. È certo però Zinca assieme ai suoi compagni continuarono insistentemente a tenerci d'occhio.

 

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Cap. 26

Gesù resuscita le due annegate. Zinca riconosce il Signore.

 

1. Frattanto, nel girare di qua e di là lungo la riva, noi eravamo arrivati al posto dove il nostro Risa era intento a curare le due annegate in attesa che la vita ritornasse in loro.

2. E Cirenio gli domandò: «Ebbene, o Risa, amico mio, cominciano le due a dare qualche lieve segno di vita?»

3. E Risa risponde: «O nobile signore! Qui non c'è proprio più niente da fare! Queste due, semmai, diventano piuttosto sempre più morte che viventi; a loro riguardo ogni ulteriore fatica o trattamento sarebbero perfettamente vani! Non c'è che l'Onnipotenza di Dio che possa ridonare a loro la vita! Qui non giova più affatto cambiare di posizione i corpi o versare vino nelle loro bocche!»

4. Allora intervengo Io e dico: «Questa sarà certo una tua semplice opinione!»

5. E Risa osserva: «O Signore! Guarda un po' qui queste macchie azzurrognole e vedi come il processo di decomposizione si è già accentuato parecchio, e Tu stesso finirai col condividere il mio parere che soltanto il giorno del Giudizio, preconizzato da Daniele, queste due riacquisteranno la vita attraverso l'Onnipotenza di Dio!»

6. In quel momento anche Zinca volle farsi avanti, intendendosene benissimo di corpi morti, per constatare se le due annegate fossero davvero completamente morte; e dopo aver fatto tutte le prove che la sua pratica gli suggeriva, anch'egli concluse: «L'amico qui ha giudicato bene asserendo che queste due, perfettamente morte come sono, dovranno aspettare fino al giorno del Giudizio, ammesso sempre, naturalmente, che un giorno simile venga veramente per questa Terra, ciò che io stento parecchio a credere! Io non ignoro in quante cose sia solito trasformarsi un complesso di carne e di ossa di questo tipo, cioè in tignole, vermi, mosche scarafaggi, in ogni tipo di erbe e di altri vegetali; quanti cadaveri poi non vengono sbranati e divorati dalle bestie feroci, e quanti altri non vengono consumati dal fuoco? Che tutti questi elementi sparsi debbano ritrovarsi il giorno del Giudizio come se niente fosse e riunirsi in un corpo come sono questi qui, io sono pronto a rinunciare ad essere uomo per tutta l'eternità! Io, Zinca da Gerusalemme, che conosco molte cose, affermo che il giorno del Giudizio perfino l'Onnipotenza di Dio esiterà alquanto a rianimare questi due ammassi di carne femminili! Essa certo donerà alle rispettive anime un nuovo corpo spirituale, ma in questi corpi materiali qui non ci sarà più anima a soffrire di mal di testa»

7. Allora dico Io a Zinca: «O amico! Tu conosci certo più di una cosa, e non dirado l'azzecchi anche giusta con il tuo modo di giudicare, tuttavia in questo caso, a stretto rigore, hai colpito un po' di traverso. Tu hai certo ragione quando dici che nessuna anima dimorerà mai più nell'aldilà in un simile corpo di carne, eppure devi sapere che invece questi due corpi dovranno per un certo tempo ancora ridiventare delle dimore idonee per le loro rispettive anime. Se Io voglio, queste due dovranno ridestarsi, ed una di esse diverrà anzi tua moglie molto feconda, e tu anche l'amerai oltre ogni dire; l'altra però sarà la moglie di Risa, egli pure ancora celibe, ma lui da lei non avrà figli!»

8. E dette queste parole Io chiamai le due, ed esse all'istante si rizzarono e si guardarono intorno tutte meravigliate, non comprendendo dove si trovavano e che cosa fosse successo loro!

9. Risa e Zinca però a quella vista caddero ai Miei piedi, e Zinca esclamò: «Tu sei Colui che Giovanni ha annunciato! Ma non un profeta sei Tu, bensì Jehova stesso!»

10. Ora, a questa scena di resurrezione erano presenti anche i persiani, e Schabbi, che noi conosciamo bene, così disse a Zinca: «Questa volta, come sento intimamente, tu hai giudicato rettamente! Così è, o amico, Questi è veramente Jehova! E il giovinetto, che prima ci ha fatto intendere e sentire un suono celeste, è un arcangelo, e precisamente quello stesso che già una volta su questa Terra fece da guida al giovane Tobia[3]. In questo modo stanno le cose. Questi è il grande Messia profetizzato da tutti i profeti e veggenti, e con Lui ha inizio su questa Terra un nuovo Regno dello Spirito!

11. Egli è Colui del Quale molti si scandalizzeranno e contro di Lui si scaglieranno, con l'intenzione di fare di Lui quello che ha fatto Erode a Giovanni; però tutti coloro che si metteranno in una simile impresa, si schiacceranno contro la Sua Potenza e saranno resi stolti e ciechi come una notte tenebrosissima per effetto della Sua Sapienza, perché Uno simile a Lui non l'ha mai portato la Terra nella sua carne!

12. Quello che ti dico a nome dei miei venti compagni, te lo dico senza nessun timore, poiché d'ora innanzi io non temerò neppure un mondo intero, visto che ho conosciuto Costui, l’Unico che deve essere temuto da tutti coloro che vorranno sollevarsi e che si solleveranno contro di Lui! Oh, Egli farà ben sentire la Sua presenza a tutti gli empi, e guai, guai quando questo avverrà! Egli non scenderà in campo contro nessuno armato di spada, ma sarà la potenza della Sua Parola a giudicare e a trarre in perdizione i malvagi!

13. Ma quale forza sia insita nella Sua Parola te lo dimostrano le due resuscitate che ti stanno davanti perfettamente nude! Queste due fanciulle erano certamente morte; nessuno avrebbe potuto averne il benché minimo dubbio! Ma Egli si limitò a dire: “Alzatevi!”. E le due si alzarono, ed ora vivono come fossero rinate, sane e nel pieno fiore della loro gioventù, ed hanno riacquistato piena conoscenza e coscienza; sarebbe solo da augurarsi che queste due creature avessero di che coprirsi! Ma io so cosa farò: con noi persiani ci sono alcune donne che portano con sé tre cambi di vesti per ciascuna; ora due vesti potranno cedercele, e così sarà tutto a posto con queste due».

 

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Cap. 27

Storia della vita delle due fanciulle.

 

1. Allora Schabbi si rivolse a Me e Mi chiese se gli sarebbe stato concesso di fare secondo il suo proponimento.

2. Ed Io gli risposi: «Oh, senza alcun dubbio, perché facendo il bene, nessuno ha mai peccato contro di Me! Va dunque, e provvedi di vesti le due»

3. E Schabbi andò e in pochi istanti fu di ritorno con due finissime vesti di seta di un bianco abbagliante e con due paia di spilloni preziosi che fissavano il nodo di ornamento di nastri di seta; alle due resuscitate vennero offerti per ciascuna due pettini a forma di diadema e delle liste d'oro con fermagli dello stesso metallo ornati di pietre preziose per cingere la fronte. Da principio loro si rifiutarono di accettare questi oggetti reputati troppo preziosi.

4. Ma Io Mi intromisi e dissi: «Lo voglio Io, accettate quanto vi viene offerto, perché a delle spose si addice l'essere bene adorne!»

5. Allora ambedue accettarono quegli ornamenti, e quando furono così completamente abbigliate da sembrare due figlie di re, esse si dimostrarono immensamente liete e grate.

6. E poiché stavano addirittura raggianti di bellezza dinanzi a noi, Zinca esclamò: «Oh, questo è un altro incomprensibile prodigio! Quando poco fa io esaminai queste due che erano morte, esse mi apparvero come due donne già di una quarantina d'anni, e le loro forme avvizzite non tradivano affatto alcuna traccia di una qualche grazia; ed ora ci troviamo di fronte a due bellezze quali i miei occhi non ne hanno mai visto ancora! Certo, nessuna delle due giovani può avere raggiunto i vent'anni! Senza dubbio, questo è pure un prodigio grande fra i molti! Che figura farebbe qui la giovane Erodiade? Ah, se ad Erode accadesse di fare la conoscenza di una di queste due, e lei glielo domandasse, egli, per amor suo, farebbe decapitare addirittura tutti gli ebrei! Se io, misero peccatore, sarò davvero trovato degno della grazia di ottenere in moglie una di queste angeliche creature, Gerusalemme non mi vedrà mai più in eterno! Infatti, questa sarebbe un'esca troppo attraente per Erode e per gli altri molti “santi” della città di Dio!»

7. Dice allora Cirenio: «Se queste due meravigliose fanciulle non hanno più dei legittimi genitori, o qualora anche questi abbiano perduto ogni diritto su di loro per effetto del subentrato caso di morte, io le accolgo come mie figlie, e come tali riceveranno una dote corrispondente!»

8. Dice la più anziana delle due che aveva nome Gamiela: «Noi due, a stretto rigore, siamo orfane, e coloro che noi chiamavamo padre e madre, a quanto ci consta, non sono legati neanche alla lontana da parentela con noi; noi giungemmo da bimbette di due e io tre anni in casa di un mercante, che era in realtà un greco e solo più tardi aderì parzialmente al Giudaismo. A quanto ci assicurò una vecchia serva, noi fummo portate da Sidone a Cafarnao da un mercante di schiavi, ed in quest'ultimo luogo il mercante greco, di cui ho detto prima e che noi chiamavamo padre, ci comperò versando il corrispettivo di cinque maiali, tre vitelli e otto pecore.

9. Sembrerebbe che il venditore, all'atto del contratto, abbia rilasciato al mercante uno scritto nel quale sono indicati i nostri nomi e quelli dei nostri veri genitori! Ed a quanto abbiamo udito sussurrare, i nostri veri genitori dovrebbero essere dei romani di assai alto lignaggio! Però quanto di vero ci possa essere in tutto ciò, noi davvero non lo sappiamo; però il viaggio, durante il quale è accaduta la disgrazia, l'abbiamo intrapreso in segreto appunto allo scopo di apprendere, da un parente dei nostri supposti genitori che abita altrove, la piena verità sul fatto se noi siamo vere figlie dei nostri genitori o se loro ci hanno solo comperate.

10. Ma noi cademmo nelle mani di quei malvagi pirati, fummo derubate di tutto quanto avevamo con noi, poi completamente spogliate, legate l'una con l'altra per i capelli malgrado tutte le nostre invocazioni di pietà ed infine gettate vive in mare. Quello che dopo è accaduto di noi, non lo sappiamo, come non sappiamo in quale modo ci troviamo qui in questo luogo per noi del tutto sconosciuto e chi ci abbia ridonata la vita, perché è evidente che noi dovevamo essere morte quando, come non vi è dubbio, siamo state rigettate dal mare su qualche punto della spiaggia e là trovate! Ma dove siamo adesso? E chi siete voi, oh buona e generosa gente?».

 

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Cap. 28

Cirenio riconosce le sue proprie figlie.

Risa e Zinca diventano generi di Cirenio.

 

1. Dice Cirenio: «Soltanto un po' di pazienza ancora, o figlie mie carissime! Tuti chiami Gamiela, ma come si chiama questa tua sorella più giovane?»

2. Risponde quest'ultima: «Il mio nome è Ida; almeno così mi sono sempre sentita chiamare»

3. Allora Cirenio mi si gettò al collo esclamando: «O Signore! Come devo, come posso mai ringraziarTi? Oh, Dio e Padre mio! Tu così mi hai ridonato le mie due legittime figliole che diciassette anni fa mi sono state tolte da mani audacissime! Come ciò sia stato possibile, data la rigorosa sorveglianza che c'era in casa mia, questo è rimasto sempre un enigma per me!

4. Io mandai immediatamente da tutte le parti degli informatori con il preciso incarico di fare le più accurate ricerche per ritrovare le due fanciullette smarrite, ed anzi uno dei miei ufficiali molto coraggioso mi disse, in quella occasione: “Anche se Plutone in persona te le avesse rubate, io te le riporterò! Ma se le ha inghiottite il mare o rapite qualche fiera, allora certo ogni fatica sarà vana”. Egli andò e prolungò le sue ricerche per quasi tre anni, ma fu tutto invano.

5. Io inviai dei messi anche da Te, o Signore, a Nazaret; essi si informarono sul Tuo conto, però ritornarono con l’infausta notizia che da Te non c'era ormai più niente da sperare. Dissero che Tu eri sì un giovane molto tranquillo, fra i tredici e i quattordici anni, ma per il resto completamente tonto, e quanto al profetizzare non se ne parlava neanche.

6. Anche i Tuoi genitori terreni diedero in quell’occasione una testimonianza ben misera sul Tuo conto dicendo che con il Tuo dodicesimo anno era completamente svanita in Te ogni traccia di una qualche sapienza, e che per quanto riguardava la Tua intelligenza e il Tuo ingegno, eri perfino inferiore a qualsiasi altro comunissimo giovinetto. A quanto mi venne riferito, i Tuoi genitori allora avrebbero tentato di insistere presso di Te per causa mia affinché Tu facessi una predizione ai miei inviati ancora per quella volta soltanto! Ma Tu Ti comportasTi passivamente e finisTi con il dire all'incirca che Tu non eri venuto al mondo per la predizione, ma per lavorare come ciascun altro uomo!

7. Quando poi Ti venne chiesto se Ti ricordassi di quanto avevi fatto dal tempo della Tua nascita fino al dodicesimo anno di età, Ti limitasti a rispondere: “Ciò che una volta era, ora non è più!”. E quando Te ne venne chiesto il motivo, Tu non desti più alcuna risposta, abbandonasTi la stanza ed uscisTi fuori all'aperto, mentre i miei inviati fecero ritorno senza aver concluso nulla!

8. Così quella volta tutte le mie ricerche furono inutili. Sette anni interi io mi afflissi per le mie carissime figliole, ma ecco che ora le ritrovo! Tu quella volta hai voluto trattenerle lontano da me per potermele restituire adesso in maniera doppiamente prodigiosa! Oh, Signore! Ma come potrò mai ringraziarTi come si conviene?»

9. Ed Io gli dico: «Questo tu l'hai già fatto accogliendo tutti coloro che abbiamo catturato qui con le nostre reti, e ti sei preso cura provvedendo alla loro destinazione futura in modo che fosse migliore di quella che essi hanno avuta finora. Insomma tu, o Cirenio, primo fra i Miei amici, hai già fatto talmente tanto per Me, che Io già su questa Terra non posso lasciarti senza ricompensa. Un giorno, però, una ricompensa ben maggiore ti attenderà nel Mio Regno dei Cieli.

10. Ma poiché ora le tue figlie ti sono restituite in perfetta salute, è opportuno che tu faccia attenzione a chi Io le ho destinate in spose! I due da Me designati non sono, è vero, di discendenza reale, tuttavia in certo qual modo sono Miei figli, e questo credo potrà bastarti!»

11. Risponde Cirenio: «La Tua Volontà è per me un grandissimo comandamento, ed io nei confronti dei miei due generi saprò bene escogitare opportuni mezzi e vie per metterli in grado di giovare il più possibile alla misera umanità, tanto spiritualmente che materialmente.

12. Ma adesso, o carissime figlie, venite qui da me e lasciate che vi stringa al mio cuore! Ora sono un padre tra i più felici di questo mondo! E come sarà felice di riavervi vostra madre, considerato che non aveva mai potuto consolarsi della vostra perdita! Se potesse vedervi, la sua contentezza sarebbe ancora maggiore; però lei, donna soave e amabilissima, è purtroppo cieca. Era già cieca, si può dire, quando divenne mia moglie; dopo qualche tempo acquistò bensì la luce degli occhi, ma poi la perse di nuovo! D'altro canto lei è dotata di un tatto così squisito che io potrei senz'altro scommettere che vi riconoscerà immediatamente! Oh, come sono beato! Oh, voi povere, venite qui da me: io voglio beneficarvi con tutte le mie forze!

13. Quando io penso che vi abbiamo trovate galleggianti sul mare legate per i capelli! Se allora io avessi potuto immaginare, anche alla lontana, che voi eravate le mie figlie, quale terribile dolore non mi avrebbe causato in quel momento la vostra vista! Ma solo adesso che vi è stata ridonata la vita, il Signore me ne ha dato notizia, affinché mi fosse riservata la massima felicità! E questo infatti è avvenuto; perciò sia Tua, o Signore, ogni mia lode e tutto il mio amore!».

 

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Cap. 29

La modestia di Zinca.

 

1. Allora Zinca si fa innanzi e dice: «O nobile signore e comandante! Ora chele circostanze si presentano definitivamente in un modo di cui io non potevo avere neppure il minimo presentimento, la cosa assume certo un aspetto del tutto differente. Queste non sono più delle figlie di un mercante di Cafarnao, ma sono invece delle discendenti della famiglia imperiale di Roma, e su di un simile albero non crescono frutta di cui uno di noi possa essere reputato degno! Infatti, a tali figlie non possono addirsi che dei figli i quali a loro volta siano di sangue reale. Io non sono che un popolano ebreo, pur discendendo da Giuda; ma che cosa è mai ciò al paragone di te che sei un fratello del defunto grande imperatore Augusto e che per conseguenza puoi vantare la discendenza dal più antico patriziato? Oltre a ciò tu sei immensamente ricco, mentre io non ho altro che il mio soldo parcamente misurato per un lavoro enorme.

2. Per quanto felice mi avrebbe reso Gamiela - qualora io l'avessi ottenuta in moglie come un prodigio dai Cieli e considerato che, essendo tua figlia, o nobile signore, lei sta tanto al di sopra della mia nullità -, io non devo, né posso prenderla in moglie! Tu, o nobile signore, nella tua pura disposizione d'animo di oggi me la concederesti anche, ma domani potresti deplorare notevolmente il passo fatto, e come potrei oppormi se tu me la riprendessi? Ma quale non sarebbe allora la mia tristezza e il mio dolore! Se io debbo prenderla in moglie con la piena assicurazione che lei resterà con me, io l’accetto con gioia, e sono certo di divenire il più felice tra gli uomini; però chiederla in moglie, ciò non farò mai! Io infatti conosco le mie condizioni e così pure le tue.

3. Procurami qualche piccola proprietà su un territorio romano, ed io la lavorerò diligentemente con le mie braccia per guadagnarmi il sostentamento per me e per i miei collaboratori. Soltanto io ti prego di non mandarmi a Gerusalemme, né di farmi restare, in generale, nella Giudea! Io non voglio più avere a che fare né col Tempio, né con Erode!»

4. Dice Cirenio: «Oh, lascia andare queste preoccupazioni! Io non posso più toglierti la mia Gamiela, dato che il Signore evidentemente l'ha donata, in certo qual modo, a te prima che a me, e la Sua parola e la Sua decisione sono per me cose sante, santissime! Quello però che il Signore mostra, anche solo sul vago, di desiderare, noi dobbiamo farlo se vogliamo somigliare ai Suoi santi angeli! Certo, io sono qualcosa in questo mondo finché Egli sulla Terra mi concede vita, ma poi, nell'immenso aldilà, noi siamo tutti uguali, e tutti i tesori che possediamo qui rimangono attaccati alla crosta morta della Terra e servono da nutrimento al tempo che tutto consuma.

5. Non ti sia dunque di impedimento la mia alta carica, perché io la assolvo unicamente per il bene dell'umanità nella misura consentita alle mie forze. E dovresti forse esserne escluso proprio tu, le cui sorti mi sono state poste particolarmente a cuore dal Signore dell'infinità, della vita e della morte? No, mille volte no! Tu sei e resti mio figlio!»

6. E Zinca, intese tali parole, esclama: «In verità, così non può parlare che un animo completamente devoto a Dio, il Signore. Ciò che vuole il Signore, lo voglio certamente anch'io, perché Colui che ha risuscitato le due fanciulle è il Signore in Persona, e di questo io sono ormai profondamente convinto! Ed anche se migliaia di persone venissero qui a testimoniare il contrario, Zinca non vacillerà mai più nella sua fede. A Lui solo vada d'ora in poi tutto il mio amore e la mia sincera adorazione; a Lui solo sia resa gloria e ogni onore da eternità in eternità!»

7. E dicendo queste parole Zinca si prostra ai Miei piedi implorando: «O Signore! Perdona tutti i miei peccati affinché io possa, purificato, rivolgere a Te le mie preghiere!»

8. Ed Io allora gli dico: «Alzati, o fratello Mio! È già da molto tempo che Io li ho cancellati, perché già da molto Io conoscevo il tuo cuore, e concessi infine che esso venisse a Me. Tu fosti bensì inviato a farMi prigioniero, ed infatti Io anche Mi lasciai prendere, però lo feci per il tuo cuore e per la tua salvezza! Ora alzati, e sii d’animo completamente lieto nel Mio Nome e diventa per Me uno strumento utile e buono, ed una valida arma!».

9. Zinca allora si alza e comincia a meditare profondamente riguardo alla grandiosità e al significato di tali meravigliosi avvenimenti. Quando poi egli si sarà posto del tutto accanto a Me, noi lo udremo ragionare di nuovo. Infatti, dopo Mataele egli è senz'altro lo spirito più grande che si trova nella nostra compagnia.

 

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Cap. 30

È meglio operare che parlare.

 

1. E dopo che avemmo ricondotto in questo modo un po' di pace nell'animo di Zinca, Risa, quale secondo genero di Cirenio, si fece avanti egli pure, e cominciò a scusarsi nella stessa maniera.

2. Ma Raffaele gli batté sulla spalla e gli disse: «O amico! È sufficiente che tu rimanga nella verità del tuo cuore, perché tu sei ancora molto lontano dall’essere come Zinca! Tu sei certo onesto e buono, tuttavia non devi parlare diversamente da quanto hai nel cuore; comprendi?»

3. Risponde Risa: «Sì, o amico mio dai Cieli, io comprendo quello che mi hai detto, e se un giorno mi verrà il desiderio di parlare, lo farò secondo quanto mi sento nel cuore, e dalle mie labbra non dovrà uscire una cosa non vera. In effetti io sono ancora giovane ed ho certo meno esperienza di molti altri, ma soprattutto ho poca esperienza con le donne e finora non mi è mai successo di innamorarmi di qualche giovane. Tuttavia mi sento straordinariamente attratto nel mio cuore, e sento che sarei estremamente felice se Ida, la celestialmente bella, diventasse la mia consorte; ma sento pure come io, in tutta questa mia immensa felicità, finirei col fare una figura terribilmente sciocca; questa è la vera ragione per la quale vorrei rinunciare a tanta felicità!

4. Per ora il mio amore per Ida è ancora molto lontano dal diventare una vera passione, e quindi ora sarebbe per me piuttosto facile rinunciare alla felicità che mi sarebbe lecito attendere, ma se accadesse che più tardi l’amore si destasse in me con maggiore potenza e che poi tale felicità non potesse venirmi concessa, allora ciò causerebbe al mio cuore una sofferenza immensa dalla quale potrebbe poi liberarsi molto difficilmente. Ed è appunto per questa ragione che io vorrei che, da parte del Signore e di Cirenio, mi venisse tolta ogni speranza in una simile felicità!

5. Vedi, o Raffaele, amico mio dai Cieli, tale è ora il mio sentimento, e conformemente a questo sentimento ho parlato. Se tu puoi essermi di qualche aiuto a questo riguardo, vedi di agire in tal senso prima che sia troppo tardi! Perché un aiuto, se vuole essere efficace, deve anche venire a tempo opportuno, altrimenti non giova a nulla!»

6. Dice Raffaele: «O amico, nel tuo caso attuale non avrai bisogno che di poco o di nessun aiuto da parte mia; resti dunque la cosa così come il Signore ha deliberato. Tu, personalmente, puoi bensì rinunciare a tutto, poiché contro la libera volontà dell'uomo il Signore non stabilisce mai nulla all'infuori della misura e della forma del corpo, ma l'uomo non può aspettarsi una qualche particolare benedizione se fa poca attenzione a quello che il Signore, sia pure con un minimo cenno, gli ha consigliato. Comprendi questo?»

7. Risponde Risa: «Sì, comprendo anche questo, e perciò mi limito a dire: “Sia fatta sempre la Volontà del Signore!”. Chi fa secondo la Volontà del Signore, non può mai cadere in errore, perché Dio, il Signore, deve sapere meglio di ogni altro quello che a noi uomini può essere di maggior vantaggio. Perciò d'ora innanzi io accetterò sempre di gratissimo cuore tutto ciò che il Signore mi ordinerà, e vi conformerò il mio agire. Quello che l'uomo può fare con facilità seguendo l'impulso che già sente nel cuore, lo faccia sempre e non si lasci mai distogliere dal farlo; infatti, c'è già molto da lottare in altri campi, dove appunto la debole volontà dell'uomo difficilmente riesce a trionfare. Se egli dunque si dimostra debole di volontà pure nelle cose facili ed immensamente piacevoli, è allora certo che potrà fare ben magri progressi là dove necessita la vera virtù. Ho parlato rettamente, o no?»

8. Dice Raffaele: «Senza dubbio hai parlato bene, però ti sia detta una cosa ancora, e cioè che è meglio operare molto e bene che non parlare molto e bene. Quando il tuo prossimo ti vedrà agire molto e bene, allora anche molti ti imiteranno, ma quando infine ti udranno parlare molto e bene, vorranno imitarti pure in questo. Ma considerato che a moltissimi, agli scopi di un parlare veramente buono, manca la vera sapienza, ebbene, costoro devono evidentemente finire col ridurre i loro discorsi ad un cumulo di assurdità mediante le quali non possono che diventare nocivi a numerosi animi deboli ed anche a se stessi, dato che con ciò coltivano l'orgoglio e la vanità nei loro cuori. L'inutile smania oratoria ha col tempo, come conseguenza, il fatto di diffondere ogni specie di falsa dottrina, e la misera umanità resta accecata ed immersa nelle tenebre, in modo che è poi molto difficile riportarla alla luce. Invece, attraverso molte buone azioni, l'umanità diventa di cuore nobile e aperto; ebbene, un cuore nobile e aperto è già di per sé il migliore semenzaio della vera sapienza ed esso può anche parlare giustamente e bene qualora se ne presenti la necessità.

9. Queste cose io te le ho dette appunto per il fatto che in te si nasconde una brama troppo grande di parlare, mentre tu non possiedi ancora di gran lunga tutto ciò che si richiede per parlare in maniera completamente buona: perciò parla poco, e invece ascolta molto ed opera in altrettanta misura, e così sarai tu pure un discepolo del Signore, secondo la Sua Volontà, cioè con il Suo pieno compiacimento.

10. Coloro che un giorno dovranno parlare e predicare, saranno appositamente scelti dal Signore a tale scopo; coloro invece che Egli non eleggerà allo scopo speciale del parlare e dell'insegnare, quelli sono destinati da Lui solo ad operare secondo la Sua Parola e la Sua Dottrina, e conseguentemente sono tenuti a fare solamente quanto essi hanno ricevuto inequivocabilmente come compito da parte del Signore. Così facendo potranno essere sicuri che Dio ne avrà compiacimento, e che a loro non verrà a mancare una qualche grazia particolare. Queste cose esponile anche ai tuoi compagni, perché anche tra di loro ce ne sono alcuni i quali si immaginano ancora di poter parlare in modo ordinato, buono e corretto, mentre essi sono tutti destinati dal Signore non a parlare, ma soltanto ad operare.

11. Ma è appunto per questo che il Signore ti concede della felicità terrena, affinché tu possa operare un giorno tanto più del bene; se il Signore invece ti avesse eletto ad oratore e maestro, Egli ora ti direbbe: “Vieni e seguiMi là dove Io vado, e impara a conoscere ogni Sapienza del Regno di Dio!”. Infatti, vedi, per parlare ed insegnare ci vuole di più che non per il semplice operare, e tuttavia l'operare è la cosa principale, mentre il parlare e l'insegnare costituiscono soltanto la via che conduce all'operare.

12. Vedi in quanta considerazione è tenuto Cirenio presso il Signore; ma non certo a causa della sua eloquenza, ma a causa del suo molteplice operare in maniera molto nobile e buona! Chi però è ricco di buone e nobili opere, può, qualora sia necessario, anche parlare bene e rettamente, poiché un cuore nobile e aperto non è mai privo della Luce dai Cieli. Ma chi ha questa Luce nella misura delle molte opere nobili e buone, a costui riuscirà sempre chiaro dove, quanto e come dovrà parlare. Comprendi bene adesso, o mio amico Risa, anche queste altre cose che ti ho detto?»

13. Risponde Risa: «E come non dovrei comprenderle, dal momento che hai evidentemente parlato fuori della verità più pura? Ora questa è sempre ben comprensibile a ciascuno. Dal canto mio mi atterrò sempre rigidamente a queste tue parole, ma quanto ora ho appreso da te, mi affretterò a comunicarlo pure a tutti i miei compagni. Una sola cosa ancora vorrei sentire da te, e cioè se anche Zinca è destinato unicamente all'operare, oppure se accanto a questo compito egli avrà anche quella dell'insegnare»

14. Dice Raffaele: «O Risa, amico mio! Tra le tue esperienze e quelle di Zinca esiste un divario ben grande. Egli è un'anima grande che proviene dall'Alto, ed ha accumulato molte e grandi esperienze, nonostante sia soltanto di dieci anni più anziano di te; e quindi è destinato dal Signore tanto per l'azione quanto per l'insegnamento. Ma quando anche tu avrai accumulato molte esperienze, allora anche tu otterrai l’incarico di parlare bene e di insegnare. Frattanto vedi di accumulare esperienza, e sii ricco di azioni nobili e buone».

 

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Cap. 31

Osservazioni su se stessi da parte di Ebram e di Risa.

 

1. Risa si imprime queste cose profondamente nel cuore e ritorna dai suoi compagni, i quali cominciano a felicitarsi con lui per la fortuna toccatagli; egli però apre la sua bocca e annuncia loro, parola per parola, quello che ha appreso da Raffaele.

2. E quando egli ha finito, Ebram gli dice: «Queste sono parole magnifiche, come se sgorgassero dalla bocca stessa di Dio; tuttavia qualcosa si potrebbe osservare a proposito, se non proprio riguardo alle parole in se stesse, almeno riguardo a chi le ha proferite. Quanto noi abbiamo udito è certo una successione bene ordinata di espressioni notevolissime e improntate a verità; però l'oratore ha fatto anche lui precedere il discorso all'azione! Ad ogni modo io trovo giusto il procedimento, perché ad ogni buona azione deve evidentemente precedere un buon insegnamento, altrimenti non è possibile che chi deve operare abbia una qualche direttiva per la sua funzione futura.

3. In fondo Raffaele ha davvero ragione, poiché l'uomo arriva presto a comprendere quello che è buono e giusto, e gli bastano delle leggi semplicissime per suggerirglielo! Egli non deve fare altro che volere rettamente, e le buone opere non resteranno poi a mezza strada; d'altra parte il solo “sapere” mi sembra un movente insufficiente per decidere se operare il bene, specialmente là dove si tratta di gente molto materialista che, illusa da qualche guadagno mondano e vano, si lascia indurre con troppa facilità ad operare il male. Si tratta dunque di estendere l'insegnamento preliminare fino al punto in cui, attraverso questo, vengano fornite al discepolo delle prove chiare, evidenti ed inoppugnabili che servano da movente all’operare il bene, e in modo che l'agire contrario debba apparire al discepolo quasi altrettanto impossibile quanto l'attraversare il mare senza una imbarcazione!

4. Una volta che si sia portato il discepolo fino a questo punto, allora anche operare il bene si presenta come cosa facilissima; però senza i moventi aggiuntivi, e resi evidenti con solide argomentazioni, ci si limiterà sempre e soltanto ad un problema del quale si scorge bensì la bontà, ma, poiché l'operarvi conformemente va certamente congiunto a più di una difficoltà e a più di una rinuncia, ci si adagia piuttosto comodamente nella pigrizia e nel proprio misero egoismo, e si lascia che l’operare molto e bene rimanga una bella teoria. A causa di ciò, si continua a seguire gli impulsi e ad assecondare le proprie brame animali, e ci si trova dopo trent'anni ad essere ancora quello stesso uomo-animale che si era all'età della culla. Dunque, secondo il mio modesto parere, la dottrina del bene operare non può andare disgiunta dalle prove di cui ho appena detto! Ma per fornire queste ci vuole ben altro che il semplice dire: “Bisogna che tu faccia questo e quello, perché è buono, e che tralasci dal fare questo o quello, perché è maligno e cattivo!"»

5. Dice Risa: «Tu hai perfettamente ragione e, in fondo, non ti esprimi differentemente da quanto ha detto e spiegato in maniera chiara anche Raffaele, e cioè che deve parlare e insegnare soltanto colui che è stato chiamato in spirito dal Signore ad espletare tale compito. Un simile maestro spirituale saprà ben esporre ai propri discepoli la dottrina e fornire loro le prove occorrenti per indurli così all'azione, così come le parole dell'angelo hanno indotto immancabilmente all'azione anche me. Ma se noi due volessimo adesso assumere le funzioni di maestro, noi certo finiremmo col mettere assieme una montagna di stoltezze, e se poi si presentasse un oratore raffinato e dalla logica sottile, e cominciasse a muoverci delle forti obiezioni, allora noi rischieremmo di trovarci in grave imbarazzo e di dover fare la fine dei pifferi di montagna! Ma se noi ci limitiamo al bene operare, neanche un tale oratore potrà opporci assolutamente nulla, ammesso pure che ci esponga le più acute argomentazioni di questo mondo. Dunque, per molti l'agire è migliore dell'insegnare. La cosa forse non ti è ancora chiara?»

6. Risponde Ebram: «Oh, certamente, del resto mi era già chiara anche prima, ad ogni modo tutto è bene così. Tuttavia, come osservo in me stesso, l'uomo è un essere quanto mai strano. Pensa un po’ al tempo in cui noi leggevamo e studiavamo abbastanza spesso la Scrittura. Come ci apparivano incomprensibilmente sublimi tutti i meravigliosi racconti delle varie vicende e gli insegnamenti sparsi qua e là, e come ci incutevano il massimo e più profondo rispetto! Nella nostra cieca foga veneratrice noi infine non ci azzardavamo neppure più ad esprimere il Nome di Dio quando leggevamo del Suo Spirito che si era in qualche modo manifestato qua e là, e se si trattava della storia di una qualche apparizione angelica, un brivido ci correva per le ossa e lungo la schiena! Mosè ci appariva tanto grande che ci sembrava che quasi tutte le montagne dovessero inchinarsi al suo nome!

7. Ebbene, noi ora qui ci troviamo alla presenza di quello stesso Dio il Quale un giorno tuonò le Sue Leggi dal monte Sinai, e di quello stesso angelo che fu di guida a Tobia, che va e che viene tra noi come un comunissimo uomo, e ci insegna con dolcissime parole a conoscere più da vicino la Volontà del Signore. Oltre a ciò noi qui assistiamo ad un susseguirsi di prodigi della specie più inaudita, e tuttavia ogni cosa comincia a sembrarci già tanto abituale come se già dalla fanciullezza fossimo vissuti fra i prodigi! Dimmi un po’, se lo sai: come si può spiegare questo fenomeno?

8. Volendo restare nelle dovute proporzioni, noi dovremmo essere veramente fuori di noi per lo sbalordimento e per la venerazione; ma invece di questo, ecco che siamo relativamente come insensibili ed ottusi come la spada arrugginita di un vecchio guerriero! Qual è dunque la ragione di tutto ciò, e a che cosa ne va attribuita la colpa? Più ci penso, e più mi viene la voglia di staccarmi la testa dal mio busto per la rabbia contro di me!»

9. Osserva Risa: «Non ti inquietare per questo motivo, o amico mio! Sarà certo il Signore a volere che sia così, poiché, se per le ragioni ben comprensibili da te esposte, noi ci trovassimo sempre in uno stato di massima tensione ed eccitazione d'animo, moltissimo di quello che succede qui e di cui si parla ci sfuggirebbe. Il Signore invece sa bene come fare affinché i nostri animi si mantengano entro certi limiti di tranquillità, perciò anche noi possiamo osservare ed ascoltare con assoluta tranquillità tutto ciò che viene detto e fatto qui dinanzi a noi, per quanto ciò sia di carattere incomprensibilmente sublime, e possiamo tanto maggiormente farne tesoro imprimendocelo tanto più profondamente nelle nostre anime. Quando tutto ciò sarà passato, allora anche nei nostri animi comincerà certamente a svilupparsi calore, e l'attività vi potrà assumere proporzioni colossali! E questo certo non mancherà di verificarsi, ma per il momento è senza dubbio molto meglio che rimanga così! Sei forse di altro parere in proposito?»

10. Risponde Ebram: «Oh, per nulla affatto, la tua opinione anche a questo riguardo è perfettamente giusta, ed è certissimo che sarà così. Però io reputo che non sia proprio sbagliato se si tiene presente che, in una simile straordinaria e santissima occasione di cui finora non abbiamo avuto l'uguale, noi ci sentiamo con tanta facilità così poco lieti, mentre la lettura degli avvenimenti straordinari del tempo passato ci aveva tanto profondamente commossi e talvolta addirittura estasiati. Se questa scarsa acutezza spirituale dipendesse soltanto da noi, io dovrei qualificarla come un volgarissimo peccato estremamente grave; però se, secondo il tuo parere, è il Signore che influisce in tal senso sugli animi di tutti noi mediante il Suo Volere onnipotente, allora certo dobbiamo esserGliene grati, e con tanta maggiore serietà e coscienza dobbiamo considerare e ponderare attentamente tutto ciò che Egli dice e fa per vedere come meglio possiamo fare per mettere completamente in pratica la Sua Parola. Ad ogni modo per me resta ancora un enigma come Zinca potesse e possa essere un uomo di spirito tanto acuto, pur essendo semplicemente un capo dei servitori di Erode; dove può mai egli avere attinto la sua straordinaria sapienza e fatto le sue molte esperienze?»

11. Dice Risa: «Non potrei immaginarmelo nemmeno io! Però un gran signore come Erode avrà senza alcun dubbio esaminato e scrutato a fondo il suo servitore, prima di chiamarlo ad assumere le funzioni di capo della sua gente! Oltre a ciò Zinca, secondo quanto mi confessò egli stesso, era amico particolare del profeta Giovanni, e certo avrà imparato molte cose da lui, ciò che è pure di non poco significato per la vita. Dunque, tutto sommato, non ci si deve meravigliare se egli è più sapiente di uno di noi. Forse noi avremo occasione di sentirlo pronunciarsi riguardo a qualche argomento, ed io sono molto ansioso di ascoltare cosa dirà. Ma ecco che invece è il Signore, a quanto pare, in procinto di parlare; conviene quindi tacere, perché comunque con i nostri discorsi nessuno può aumentare troppo in sapienza!».

 

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Cap. 32

Un episodio della giovinezza di Gesù.

 

1. Mentre i due parlavano così, Io avevo fornito alle due risuscitate la possibilità di riconoscerMi e loro effettivamente Mi riconobbero ben presto come Colui che qualche mese prima aveva risuscitato pure due morti a Cafarnao; ora loro conoscevano anche Maria e gli altri della famiglia di Giuseppe. Poi Gamiela raccontò che sia lei che sua sorella si ricordavano ancora benissimo di come il vecchio Giuseppe assieme ai suoi sei figli avesse costruito a Cafarnao una stalla completamente nuova destinata alle pecore per il loro padre adottivo, e che ricordavano pure di aver visto al lavoro Me stesso quale il più giovane tra i figli di Giuseppe; però, a quei tempi, non avrebbero potuto avere neanche il minimo presentimento che in Me fosse celato lo Spirito dell'Altissimo!

2. Allora Ida aggiunse: «Eppure, eppure, cara sorella mia, non ti rammenti quando, compiuta l'ultima giornata di lavoro e del tutto finita la costruzione, il nostro padre adottivo si disponeva a regolare i conti col vecchio Giuseppe? E nostro padre, come si fa fra mercanti, voleva trattenersi a titolo di detrazione alcuni denari, ma allora questo Santo si avvicinò a lui e gli disse: “Non fare così, perché ciò non ti porterebbe benedizione! Tu sei certo un pagano, però credi nel Dio degli ebrei; ora vedi, questo possente Dio dimora nel Mio cuore, e se Io Lo prego, Egli Mi concede anche secondo la Mia preghiera! Egli dimora pure nel tuo cuore come in quello di ciascuno, purché sia giusto al Suo cospetto, ed esaudisce volentieri le sue preghiere. Se tu dimostrassi durezza di cuore verso Giuseppe, il quale ha espletato un grande lavoro presso di te, allora Io pregherei il Mio Dio e Padre di ricompensarti secondo i tuoi meriti, e davvero una ben dura ricompensa ti verrebbe riservata tra breve! Pensa che non è bene offendere coloro con i quali Dio è Una cosa sola!”. Il nostro padre adottivo però non prestò grande attenzione a queste parole, ed insistette nel voler detrarre del denaro da quello che spettava a Giuseppe. E vedi, allora il vecchio carpentiere gli disse: “Io sono un galantuomo, e da galantuomo ti dico che i pochi denari che vorresti detrarmi rappresentano proprio tutto il guadagno che avrei tratto da tale gravoso lavoro, e con questo avrei potuto pagare l’affitto di casa mia. Ma poiché il denaro a te, che sei ricco, sta tanto a cuore, tienilo; ad ogni modo tu te lo tieni senza averne il diritto, e ciò non fa bene a nessuno!”.

3. Io però rimasi addolorata e arrabbiata, e piansi per la cieca durezza di cuore del nostro padre adottivo, andai nella mia stanza e vi presi tutti i miei risparmi; Gamiela mi imitò, e così di nascosto deponemmo nella cassetta degli attrezzi del vecchio Giuseppe all'incirca cento denari. Nessuno all'infuori di Te, o Signore, si accorse della cosa! E Tu poi dicesti: “A voi, fanciulle Mie, sarà riservato un giorno un grande premio per tutto il bene che oggi ci avete fatto”. E mentre così parlavi, Tu apparisti come trasfigurato. Dopo di che voi vi alzaste e lasciaste la nostra casa. In quel momento era già tarda sera, e fino a Nazaret c’erano ancora varie ore di cammino per voi; perciò io mi rivolsi a Te dicendo: “Non vorreste forse fermarvi qui questa notte anziché azzardarvi per questa via lunga e malsicura? Oltre a ciò la notte è oscura a causa delle nubi temporalesche che ingombrano il cielo ed è probabile che stia preparandosi un temporale”. Allora Tu mi dicesti una cosa che mi è rimasta sempre impressa nel cuore: “Chi ha fatto il giorno, è Signore del giorno, e chi ha fatto la notte, è Signore della notte; per conseguenza il Signore del giorno e della notte non ha ragione di temere né l'uno, né l'altra. L'uragano però sta pure tra le mani possenti di quello stesso Signore che il mondo non conosce; né l'uragano, né la notte saranno in grado di arrecarci alcun danno. Ed ora, angioletti Miei, addio!”. Detto questo, voi lasciaste la nostra casa e - il Cielo saprà come - non appena ne aveste varcata la soglia, di voi non si poté scoprire più nessuna traccia.

4. Oh, molte volte io ho pensato a Te, o Signore, ma fino a questo momento non sono riuscita ad incontrarTi in nessun luogo. Però le parole che Tu rivolgesti allora al nostro padre adottivo trovarono terribile adempimento in quella notte stessa. Uno spaventoso uragano si scatenò e il fulmine colpì per tre volte la nuova stalla delle pecore dove già il giorno che era stata ultimata vi avevano trovato ricovero millesettecento di quei bei animali. Nel breve giro di un paio d'ore tutto fu preda delle fiamme e malgrado tutti gli sforzi fatti nulla poté venire salvato! Il nostro padre adottivo si pentì di aver così gravemente peccato contro l'onesto carpentiere, e disse: “Questa punizione è venuta su di me certo dall'Alto, dato che l’ho meritata. D'ora innanzi nessun onesto lavoratore in casa mia si vedrà mai più detratto nemmeno di uno statere (piccola moneta antica) dalla sua ricompensa faticosamente guadagnata!”. Ed egli anche mantenne la sua parola. Però la stalla non la fece riedificare nello stesso posto; in un altro luogo fece recintare solidamente cento iugeri di terreno e vi costruì solamente una capanna per dieci pastori e guardiani di pecore. E il vecchio carpentiere da Nazaret noi non lo vedemmo più; che sia forse morto, da lì a poco, considerato che già quella volta appariva molto debole?

5. Dopo circa mezzo anno noi venimmo a Nazaret nell'occasione del grande mercato che vi si teneva, e là ci informammo ansiosamente del vecchio carpentiere e dei suoi figli, ma ci fu risposto che erano stati chiamati in un luogo lontano dove avevano l’incarico di costruire parecchie case, e perciò dovemmo far ritorno a Cafarnao senza aver ottenuto il nostro scopo. In seguito noi non sentimmo più parlare della famiglia del carpentiere; soltanto il nostro padre adottivo sentì qualche voce, circa tre anni dopo, secondo cui Giuseppe se ne era andato per via di un grande lavoro a Nazaret alta, che dovrebbe trovarsi fra le montagne verso la Samaria. Tuttavia non vedemmo più nessuno dei suoi! Eppure io avevo sempre tanto desiderato di fare una più stretta conoscenza col giovane carpentiere che, a quanto mi consta, si chiama Gesù!

6. Ma ecco: ciò che non ci fu concesso allora, Tu, o Signore, ce lo hai meravigliosamente tenuto in serbo fino ad oggi. Soltanto ora ci è stata fatta luce riguardo alle misteriose parole da Te proferite in quella stessa memorabile sera nella quale voi lasciaste la nostra casa mentre era notte oscurissima! Ora sappiamo benissimo Chi è il Signore del giorno e della notte e dell'uragano! Ma ora anche Ti esprimiamo ancora una volta, col cuore e con la bocca, la nostra gratitudine per tutte le immense grazie e i benefici di cui Tu, o dolcissimo Signore Gesù, ci hai colmate senza nessun nostro merito!»

7. Ed Io dico loro: «Oh, proprio senza nessun merito voi non siete davvero; pensate, se non altro, soltanto a quello che avete fatto per il vecchio Giuseppe! Quanto gli furono utili i vostri cento denari, quando la mattina seguente li trovò nella sua cassetta degli attrezzi! Egli da principio pensò che fosse stato il vostro padre adottivo a metterceli dentro di nascosto; ma Io gli feci notare il suo errore. Egli ebbe allora parole di grande lode per il vostro cuore, ed Io gli promisi che un giorno Io stesso avrei ricompensato moltiplicandolo quel vostro atto di bontà, e perciò ora, con tutto amore e in tutta letizia, vi ho ridonato la vita e i vostri veri genitori. Adesso avvicinatevi a vostro padre terreno e siate motivo di gioia per lui, perché la sua gioia è in pari tempo anche la Mia!».

8. A queste Mie parole le due ragazze si avvicinarono a Cirenio e lo abbracciarono, ed egli pianse di gioia come un fanciullo.

 

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Cap. 33

La promessa solenne di Cirenio di operare per la Dottrina del Signore.

 

1. Passò un po’ di tempo prima che Cirenio potesse riprendersi dall'intensa commozione e dalla gioia immensa, condivise con uguale calore dalle due figlie, da Zinca e anche da Risa che si era avvicinato nel frattempo. Cirenio si avvicinò quindi nuovamente a Me, Mi abbracciò ed esclamò fra i singhiozzi: «O Tu, eterno e purissimo Amore! Chi mai potrà non amarTi sopra ogni cosa? O Signore e Padre, quanto sei buono e santo Tu! Fa, o Signore, che io muoia in questo mio amore!

2. Signore e Padre! Da quando io ho avuto la Grazia immensa, mai misurabile, di conoscerTi, cioè fin dalla Tua nascita terrena, Ti ho sempre amato, e Tu fosti sempre il cardine di tutti i miei pensieri, ma io non fui sempre padrone con la stessa forza del mio proprio mondo in me e del mondo al di fuori di me. Ora però io credo di aver raggiunto, grazie alla Tua Grazia e grazie al Tuo Amore, la forza necessaria per trascorrere i giorni di vita che ancora mi rimangono, osservando in tutto e per tutto, alla maniera umana, la Tua santissima Volontà.

3. Una cosa è certa: io governo soltanto dei popoli che sono per la maggior parte pagani, e purtroppo a volte devo perfino proteggere le loro dottrine idolatre; questo è un guaio davvero grande! Ma con un solo colpo d'accetta non è mai caduto un albero; perciò io mi impegnerò al massimo e non lascerò niente di intentato affinché la conoscenza dell'unico vero Dio vivente si diffonda per quanto sarà possibile fra i migliori pagani, per lo meno nel territorio che sta sotto la mia giurisdizione!

4. Non ci si può nascondere che le maggiori difficoltà le avremo con i sacerdoti, poiché questa casta vive già da secoli dei vantaggi che gli derivano dal costante ottenebramento dell'intelletto e della coscienza del popolo. Gli anziani non mancheranno di invocare tuoni e fulmini dal cielo ed i giovani avranno degli scatti d'ira, ma alla fine si vedranno costretti ad abbandonare le loro vecchie abitudini e ad accettare il lavoro sul nostro nuovo campo. Purtroppo, la cosa più triste per l'uomo onesto su questa Terra è che egli può trovare, immediatamente e senza alcuna fatica, la menzogna, mentre la verità egli può raggiungerla soltanto a patto di ricerche faticosissime, le quali sono congiunte non di rado a molti e gravi pericoli.

5. Gli antichi egizi avevano organizzato le loro scuole in maniera molto classica: chi intendeva acquisire l'una o l'altra conoscenza semplicemente agli scopi della vita esteriore, non aveva che da sborsare una tassa, e gli venivano resi noti i diversi vantaggi che gliene sarebbero potuti derivare. Ma per colui che arrivava invece per cercare e trovare la Verità, che è condizione per la vita interiore dell'uomo, le sue malaugurate ricerche venivano ostacolate in modo tale da ridurle ad un tormento quasi inaudito. E se poi riusciva a penetrare la grande Verità della vita, era costretto a votarsi al sacerdozio, e gli veniva interdetto, sotto il più grave dei giuramenti, di comunicare ad un profano qualsiasi anche una sola sillaba di quanto egli aveva trovato!

6. Per tale motivo il raggiungimento della santa Verità è stata sempre una cosa molto difficile, mentre il dominio della menzogna poté estendersi gratuitamente su tutto il mondo. Considerato però che l'antica menzogna ha sempre tenuto alto il suo scettro fra l'umanità, così anche gli uomini si sono abituati alla menzogna; essa è divenuta per loro una seconda natura, e ciò tanto più facilmente, in quanto molti, anche se non tutti, vi si sono trovati e vi si trovano tuttora a loro agio. Riassumendo, dunque, secondo il mio modo di vedere gli ostacoli maggiori si incontreranno non per l'abbandono della menzogna, ma per l'abbandono dei vantaggi derivanti dalla menzogna, ed è a causa di tali vantaggi che si cozzerà contro le più grandi difficoltà.

7. Bisogna però avere pazienza e tutto si potrà ancora accomodare! Si prometta e si dia alla casta sacerdotale altri vantaggi; e poiché già comunque non crede a niente, le si dimostri a quattr'occhi e amichevolmente la Verità, e si induca questa casta, o per lo meno la parte migliore di essa, ad impegnarsi a diffondere la Verità, ed io sono dell'opinione che in questo modo le difficoltà, altrimenti grandissime, potranno convertirsi in una leggera fatica. Se poi un giorno si riuscirà a dominare interamente la menzogna sulla Terra, ebbene, questa è una questione ben differente! Ci saranno sì persone buone e di onesto sentire, le cui anime sono colme di Verità, che faranno certamente ogni sforzo possibile allo scopo di condurre ad una luce migliore per lo meno i loro vicini; insomma, questi “luminari” diffonderanno sempre intorno a sé un bel chiarore, ma succederà purtroppo che ad una certa distanza comincerà già a farsi più scuro, ed infine molto più lontano ancora, tanto nel tempo che nello spazio, la notte piena terrà lo scettro, come appunto succede attualmente!

8. Questo è pressappoco il mio modo di vedere; Tu, o Signore, potresti forse fare in modo che avvenisse diversamente; Tu però sai anche perché su questa Terra debba essere così! Sia fatta quindi sempre soltanto la Tua santa Volontà!».

 

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Cap. 34

Le due leggi divine: Il “dovere assoluto” e il “dovere libero”.

 

1. Dico Io: «Mio caro amico Cirenio! Le tue opinioni Mi piacciono moltissimo, e il Padre santo in Cielo prova sempre una vera gioia quando i Suoi figli discutono saggiamente con Lui; tuttavia vi sono certe cose che devono essere così come sono, e che questo e quello deve accadere, così come appunto accade, per il raggiungimento di uno scopo determinato, senza di che lo scopo stesso non potrebbe mai venire raggiunto!

2. Ed è perciò che da parte di Dio è stata stabilita una duplice legge, di cui una è puramente meccanica e si chiama il “dovere assoluto”. Da questa legge derivano tutte le forme e le loro articolazioni, secondo le quali sono rese manifeste le attitudini della forma; di questa legge meccanica non può venire modificato assolutamente nulla in eterno. L'altra si chiama il "dovere libero", e soltanto nei riguardi di questa vale la dottrina della vita!

3. Secondo la legge della vita tu puoi sradicare, demolire oppure addirittura annientare perfino tutti i cardini dell’intero complesso, senza che ciò importi granché, e non fa nessuna differenza; quello che è destinato a diventare libero deve essere anche libero fin dal suo primo sviluppo! Se esso si deforma completamente nel suo libero essere interiore, non può comunque sottrarsi al potere che la legge del dovere assoluto ha su di lui. Ma nella forma continua a celarsi il germe che sempre di nuovo inizia a germogliare nell'ordine giusto, che afferra nuovamente ed attrae nell’ordine giusto quanto vi è di guasto nella libera sfera vitale.

4. E così ad esempio tu vedi, su questa Terra, popoli sommersi in ogni perversione per quanto riguarda l'anima; ma la loro figura rimane, e se tu li guardi, devi riconoscere che si tratta di esseri umani. Le loro anime sono certamente sfigurate da ogni genere di menzogna, falsità e di perfidia; al momento opportuno però Io faccio penetrare qualche maggiore calore nel germe vitale: allora esso inizia a crescere ed elimina il vecchio disordine dell'anima, come la radice dell'erba fa con la goccia d’acqua già imputridita, da cui poi deriva uno stelo sano, pieno di forza vitale e puro in tutte le sue parti, atto a fiorire ed a produrre semi fecondi.

5. Per questa ragione voi non dovete mai e poi mai giudicare troppo duramente un popolo corrotto, poiché, finché rimane la forma, rimane anche il germe puro nell'uomo; ma se questo germe sussiste, allora anche un demonio può diventare un angelo!

6. Le cause della corruzione degli uomini e delle loro anime sono di solito i falsi maestri, l'avidità di dominio e di possesso di alcuni potenti, oppure una temporanea possessione da parte di spiriti maligni che si insinuano nella carne e nello spirito nerveo degli uomini. Ma non è nemmeno il caso di parlare di una perversione totale del germe vitale più intimo.

7. Guarda un po' come Mataele e i suoi quattro compagni erano stati ridotti male dagli spiriti maligni! Ma Io li liberai e ridestai in loro il germe vitale; ed ecco quanto perfetti ci stanno invece dinanzi!

8. Certamente vi è differenza fra uomo e uomo: alcune anime provengono dall'Alto e sono più forti, cosicché gli spiriti maligni di questa Terra non possono arrecare loro che poco o nessun danno. Per conseguenza tali anime possono resistere anche a prove più gravi durante la loro incarnazione, senza risentirne danni di qualche importanza; infatti, quando in queste anime lo spirito, vale a dire il nascosto germe primordiale di vita, si ridesta ed avvolge quindi l'anima e vi penetra dappertutto con le sue eterne radici vitali, allora il poco di guasto che vi è in una simile anima guarisce subito completamente, e tutto l'uomo si presenta perfetto, come puoi constatare nel caso di Mataele, di Filopoldo e di qualcun altro ancora.

9. Più di una fra le anime d'uomo era stata, prima dell'incarnazione, perfino un angelo del Cielo, ed in tali anime ben difficilmente può avvenire che si corrompa qualcosa. Giovanni Battista e parecchi profeti, come ad esempio Mosè, Elia, Isaia ed altri ancora, ti possono qui servire da esempio, e come questi ve ne sono ancora oggi parecchi su questa Terra che sono venuti dai Cieli per percorrere con Me l'angustissimo sentiero della carne. Uomini simili sono atti ad affrontare nella loro incarnazione prove molto forti, e le sostengono sempre con la maggiore abnegazione».

 

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Cap. 35

La differenza tra le anime sulla Terra.

 

1. (Il Signore:) «Oltre a ciò vi sono ancora differenze anche fra le anime che provengono dall'alto, in quanto alcune provengono dai mondi solari perfetti. Queste sono più forti di quelle che vengono qui da piccoli pianeti, simili a questa Terra, per poter raggiungere su questa Terra la figliolanza di Dio.

2. Quanto più imperfetto è un pianeta, tanto più deboli sono le anime che provengono da esso. È vero che essi devono sostenere una piccola prova della vita, ma possono ricevere un danno maggiore all’anima. Comunque loro hanno un potente germe di vita originaria in sé; se esso viene destato nel modo giusto, le anime sono di nuovo e presto nel pieno ordine di vita.

3. Infine, nella maggioranza dei casi, ci sono anime che derivano da questa Terra fin dai primordi. Esse sono chiamate, nel senso più vero, alla figliolanza di Dio; sono le più deboli e sono quelle che vanno più velocemente incontro alla completa rovina, ma una cosa simile non accade facilmente, perché su cento di esse si trovano di certo una o due forti dall’Alto, che proteggono le anime deboli e impediscono loro di rovinarsi completamente. Se tra loro ci sono delle pecorelle smarrite, al momento opportuno vengono però sicuramente ritrovate.

4. Ogni anima - per quanto debole, impotente, sciupata e corrotta - ha in sé il germe primordiale di vita che non può mai guastarsi. Quando, in un periodo adeguato di tempo, l'anima è stata portata al punto che in essa può essere destato il suo germe primordiale di vita più intimo, allora essa può dirsi anche beata e forte nell'amore e nella sapienza in tutte le cose, ed è quindi altrettanto una figlia dell'Altissimo quanto uno spirito angelico incarnato, oppure quanto un'anima proveniente da un Sole-centrale, o da un Sole-planetario di grado inferiore o da uno qualsiasi degli altri corpi terrestri oscuri e per sé privi di luce, roteanti altrove lontano dalla Terra, dei quali nell'immenso spazio della Creazione ve ne sono più che non i granelli di sabbia del mare e i fili d'erba della Terra.

5. Chiunque di voi ad esempio, che sia un uomo già abbastanza perfetto, può imporre le sue mani ad un peccatore per quanto ottenebrato, superstizioso e caduto al livello animalesco, oppure può strofinarlo delicatamente dalla radice del naso, passando per le tempie giù fino alla bocca dello stomaco, e con ciò indurrà l'individuo ad un sonno estatico. Durante un simile sonno l'anima, per quanto deformata, verrà liberata dagli spiriti che tormentano il suo corpo, ed allora il germe primordiale di vita si manifesterà subito e agirà per breve tempo nell'anima.

6. Interrogate poi un tale individuo immerso nel sonno estatico, e voi riceverete risposte di cui la vostra sapienza dovrà meravigliarsi moltissimo!

7. Ma quando, dopo breve tempo, una tale persona viene destata nuovamente alla vita terrena, per sua propria decisione alla quale bisogna attenersi, il germe primordiale di vita fa anch'esso nuovamente ritorno alla sua antica quiete; l'anima rientra a sua volta nei vecchi lacci della carne e non si ricorda più niente di quanto le è successo durante il sonno estatico del suo corpo; essa non sa più nulla di tutta la sapienza che ha enunciato mediante la bocca della carne, ed è in sé nuovamente altrettanto sciocca e superstiziosa quanto lo era prima.

8. Questo vi serva da esempio, di come veramente nessun'anima possa venire tanto corrotta da non ammettere più la possibilità di una guarigione.

9. Certo che per più di un'anima sarà necessario un tempo abbastanza lungo, sia qui e più ancora nell'aldilà, prima che essa possa arrivare alla consistenza sana e indipendente che si richiede per risvegliare pienamente in sé il germe primordiale della vita e farsi compenetrare da esso in tutte le proprie parti. Ma ritenere impossibile ed irraggiungibile un simile atto della vita in un'anima - per quanto questa possa sembrare interamente corrotta in tutto il suo essere - sarebbe un peccato altrettanto grave contro l'Amore e la Sapienza di Dio quanto supporre che una simile anima, ritenuta maledetta, sia in se stessa un rifiuto dell'inferno e che la sua posizione di fronte al mondo giudicante debba essere quella di un enorme groviglio di peccati fitto ed alto come una montagna».

 

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Cap. 36

Le malattie dell’anima e la loro cura.

 

1. (Il Signore:) «Per tale ragione voi non dovete mai giudicare gli uomini, affinché non vi accada di dovervi erigere con ciò a giudici di voi stessi.

2. Non sarebbe forse la più inumana delle stoltezze giudicare un uomo ammalato nel corpo, e condannarlo senza coscienza ad una pena, perché la malattia e la miseria lo hanno colpito? Ma quanto maggiore e quanto più inumana è la stoltezza quando voi giudicate e condannate un uomo ammalato nell'anima perché la sua anima si è indebolita e ammalata per i motivi citati prima!

3. Tali uomini, secondo le vostre leggi e i vostri ordinamenti, li chiamate delinquenti, e li sottoponete inesorabilmente a punizioni durissime; ma con ciò che cosa fate? Voi punite un'anima perché si è ammalata davvero senza sua colpa. Domandate ora a voi stessi qual è la figura che possono fare i vostri giudizi al cospetto di Dio!

4. Domanda a te stesso, o Mio Cirenio, che pur sei conosciuto per un grande filantropo, che cosa avresti fatto dei cinque delinquenti principali, nella tua qualità di supremo giudice di Roma con potere di vita e di morte, se non ci fossi stato Io? Vedi, tu ti saresti fatto narrare la storia delle loro orribili azioni scellerate ed infine li avresti condannati tutti cinque alla morte sulla croce! Ti sarebbe mai venuto in mente che dietro a questi cinque avrebbero potuto celarsi spiriti di questo genere? Certo che no! A questo non avresti mai pensato!

5. Tu invece, assolutamente furioso per i loro misfatti, li avresti condannati a morte col massimo sangue freddo, e avresti inoltre tranquillizzato la tua coscienza col pensiero di avere reso un buon servizio a Dio e all'umanità! Pensa invece a quale danno avresti causato all'umanità togliendo alla Terra simili spiriti, i quali ormai, perfettamente guariti nell'anima e nel corpo, risplendono dinanzi agli uomini come soli di primavera, e riscalderanno e ravviveranno per il Buono e per il Vero molte migliaia di migliaia di cuori umani! Certamente, d’ora in poi, tu procederai diversamente, però fino ad oggi saresti stato inesorabile!

6. Ma vedi, così è di tutti i giudizi del mondo su questa cara Terra. Per le malattie e per i difetti del corpo vi sono dei medici che preparano ogni genere di medicine, soltanto per le malattie delle misere anime non vi sono altri medici e medicine all'infuori di un libro pesantissimo, pieno di leggi, spesso difficilissime da osservare, e dietro alle leggi c’è la spada giudicante!

7. Non sarebbe invece più nobile, più saggio e umano fornire un maggior numero di medici e medicine per le anime ammalate anziché per i loro corpi, i quali dopo breve tempo andranno in pasto ai vermi?

8. Che una malattia molto avanzata dell'anima sia più difficile da guarire dimolte malattie del corpo, Io lo so certamente meglio di tutti; nessuno però può dirsi assolutamente incurabile, mentre per ogni corpo vi è alla fine un'ultima malattia, la cui guarigione non si ottiene con nessuna erba su questa Terra! E tuttavia voi, uomini, continuate a fare tante cose contrarie al buon senso!

9. Per il corpo marcio e del tutto mortale voi erigete ospedali su ospedali, farmacie e bagni, preparate unguenti, impiastri e tisane salutari, ma per l'anima immortale non avete finora eretto nemmeno uno stabilimento di cura!

10. Naturalmente tu dici ora in cuor tuo: “Come sarebbe stata possibile tale cosa senza di Te, o Signore? Dove avremmo potuto attingerla o da chi apprenderla?”. Ed Io ti rispondo: “Questo è vero senza alcun dubbio. Questa scienza richiede certamente ben più profonde indagini nella complessa natura umana che non il conoscere semplicemente, in base alle vecchie esperienze, quale succo d'erbe guarisca meglio uno stomaco ingombro”. Ebbene, l'anima umana immortale merita di certo che si abbia qualche riguardo maggiore per la sua struttura complicatissima che non per quella di uno stomaco stracolmo a causa dell’ingordigia!

11. Certo è che in tutti i tempi sono stati mandati a questo mondo dei veri medici delle anime colmi dello Spirito di Dio, cioè i profeti, ed essi hanno predicato e insegnato la vera Via che porta alla salvezza dell'anima. Parecchi si convertirono in seguito a ciò e guarirono anche immancabilmente, ma i cosiddetti grandi e potenti della Terra, considerandosi senz'altro già perfettamente sani nell'anima, disdegnarono i suggerimenti dei medici delle anime da Me inviati sulla Terra, perseguitarono infine questi ultimi e proibirono loro di esercitare l'opera di guarigione delle anime ammalate, e così a causa dei grandi e dei potenti della Terra è sempre avvenuto che la Dottrina di Grazia per il risanamento delle anime ammalate non poté mai mettere nell'umanità quelle radici mediante le quali questa Dottrina sarebbe poi potuta assurgere a robustissimo albero della salute.

12. E per quanto qua e là sia stata sparsa una semente perfettamente sana e forte, i figli di questa Terra, egoisti e ambiziosi, hanno saputo ripulire l'albero così bene e così a lungo, togliergli via quei rami e quelle fronde che sembravano loro superflue e raschiargli via la corteccia che gli era necessaria, finché tutto l'albero dovette per conseguenza appassire, e così per la cura delle anime ammalate non si è finora eretto né posto in opera nessun altro ospedale all'infuori di quello rappresentato da leggi sempre più aspre e severe, arresti, prigioni inquisitrici, spaventose carceri punitive, la spada più acuminata e spietata ed i più svariati strumenti di martirio e di morte. Questo però è sicuramente anche un prodotto derivante da anime certo assai ammalate, ma forti, le quali devono perciò venire aiutate prima di qualsiasi altra cosa se si vuole poi pervenire su questa Terra ad un qualche risultato felice nella cura delle anime piccole, deboli e subordinate».

 

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Cap. 37

Degli istituti per la cura delle anime e dei dottori per le anime.

 

1. (Il Signore:) «Sono appunto dovuto scendere Io stesso su questa Terra per fondare uno stabilimento di cura per tutte le anime ammalate, duraturo ed efficace per tutti i tempi, poiché gli uomini, di per se stessi, non sarebbero mai stati in grado di farlo.

2. Per altro, malgrado tutto ciò, l'istituzione di un simile luogo di cura permanente per anime ammalate incontrerà sempre gravi difficoltà, perché certi uomini cominceranno a ritenersi danneggiati nei loro presunti diritti mondani.

3. L'amore per se stessi e per il mondo, che è un soffio dell'inferno nel petto dell’uomo, si opporrà sempre a tali misure, e non vorrà essere guarito dalla sua grave malattia, e non farà a meno dei rimedi mondani, quali sono le dure leggi difficili da rispettare, i relativi giudizi e le punizioni.

4. Ma tuttavia dopo di Me vi saranno sempre e dappertutto parecchi per i quali questo istituto di cura delle anime, da Me ora fondato, rimarrà a vantaggio di molti che ne vorranno usufruire. È vero che tali autentici istituti di cura delle anime dovranno sopportare qualcosa, e spesso molto, per amore del Mio Nome vero e vivente, da parte di anime certo potenti nel mondo, però in se stesse ammalatissime, ma Io stesso saprò proteggerli!

5. Se tuttavia delle anime di persone mondane, che si sono ammalate troppo gravemente di propria volontà, avessero l’intenzione, in un vero e proprio attacco di pazzo furore, di annientare totalmente l'uno o l'altro di questi istituti per la cura delle anime, allora Io saprò colpirle con un giudizio straordinario ed opportuno, e disporre il loro trattamento in istituti di cura dell'aldilà, dove vi sarà molto pianto e stridore di denti finché la guarigione, che procede soltanto con molta lentezza, potrà dirsi compiuta.

6. Già in questo mondo una medicina per il corpo, se molto efficace, ha un sapore molto amaro, ma ben più amare saranno le medicine per la cura delle anime nell'aldilà, perché esse devono essere molto forti per riuscire a guarire là un'anima pericolosissimamente ammalata, dal momento che qui per tale anima non vi era più nessuna possibilità di guarigione. Certo, un giorno anche loro verranno guarite, ma la cura sarà lunga e terribilmente amara! Per conseguenza beato colui che avrà saputo sanare la sua anima già in questo stabilimento di cura terreno.

7. Per tutte le ragioni esposte qui sopra, voi giudici - a cui è affidato molto potere - dovete essere dei veri medici delle anime per tutti i tempi futuri, e dovete dunque emettere per ogni anima ammalata una sentenza certo giusta, ma atta ad ottenere la sua guarigione e non un deperimento ancora maggiore!

8. In verità, di quanto voi, con un giudizio emanante dalla vostra propria anima ammalata, avrete reso ancora maggiormente inferma un'anima già di per sé gravemente ammalata, di tanto diverrete voi stessi più miseri ed infermi nella vostra anima, e la vostra guarigione nell'aldilà sarà molto più amara che non quella dell'anima resa ancora più misera dal vostro cattivo giudizio. Infatti, una tale anima è e rimane, malgrado i vostri giudizi cattivi e insensati, semplicemente ammalata, e anche nell'aldilà potrà ristabilirsi in salute con una semplice cura. Un'anima insensata di giudice invece - dopo ogni cattivo e mal ponderato giudizio - si attirerà sempre il doppio del male da cui era afflitta l’anima che essa aveva aspramente giudicata, e per naturale conseguenza raddoppierà anche il proprio male animico fondamentale. Ora, basterà certo riflettere soltanto un po’ per poter comprendere, da sé e facilmente, che il processo di guarigione di una simile anima di giudice tanto gravemente inferma sarà, nell'aldilà, quanto mai amaro e molto, ma molto lungo!

9. Se tu, quale medico inetto ed ammalato tu stesso, vieni chiamato al capezzale di una persona gravemente ammalata, e tu ci vai a scopo di lucro e le prescrivi nella tua inettitudine una medicina che non le giova, ma che addirittura sotto certi aspetti aggrava ancora di più il suo stato, che utile avrai tratto? Infatti, come si usa presso di voi, se non le hai giovato, tu non ricevi nemmeno il tuo compenso, ma, oltre a ciò, ti sei infettato dello stesso male pericoloso del tuo paziente; riassumendo dunque, tu avrai perso in primo luogo il tuo onorario, e in secondo luogo dovrai combattere in te stesso, invece di una semplice, una doppia malattia!

10. Ma se al tuo posto viene invece un medico saggio, non guarirà egli forse il tuo paziente di prima con una medicina adatta e semplice, mentre a te, ormai affetto da due mali, dovrà certo prescrivere una doppia medicina per cercare, se è ancora possibile, di aiutarti? Però questa doppia medicina causerà sicuramente nella tua carne sofferente una rivoluzione per lo meno duplice in confronto a quella semplice nel paziente da te curato prima e affetto da una sola malattia».

 

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Cap. 38

La vera giustizia.

 

1. (Il Signore:) «Io credo che tutto ciò dovrebbe esservi ora ben chiaro, e perciò continuo a parlare dicendovi che non è detto però che, come conseguenza di quanto ora espostovi, voi dobbiate distruggere tutte le prigioni e i luoghi di reclusione, e spezzare tutti i ceppi e le spade, che sono un male necessario contro il grande male delle anime gravemente ammalate. Oh, no, non è affatto così che la cosa deve venire intesa, perché le anime affette da mali molto contagiosi devono anzi essere tenute accuratamente isolate dalle sane, e vanno sorvegliate finché non siano radicalmente guarite.

2. Ma non la vostra ira, né il desiderio di vendetta presiedano a questo compito di tenerle in custodia fra solide mura, ma il vostro grande amore del prossimo e la cura zelante e fervida per poter giungere alla loro possibile completa guarigione, poiché, se il vero spirito d'amore vi indicherà che, in uno o nell'altro caso di grave infermità, è necessaria una medicina amara, non trattenetevi dal somministrarla, perché altrimenti la vostra misericordia sarebbe molto intempestiva e immatura. Però la medicina amara che voi dovete porgere all'ammalato grave, la dovete somministrare guidati soltanto dal vero amore; allora questo certo gli procurerà anche l'agognata guarigione, mentre a voi ne deriverà molta benedizione.

3. La medicina che Io da principio, la sera, prescrissi ai cinque, non era sicuramente né dolce né saporita. Però il Mio grande Amore riconobbe che essa era inevitabilmente necessaria alla loro perfetta guarigione, e così quell'amaro rimedio fu anche un supremo atto del Mio Amore per loro. Grazie ad esso, tanto più facilmente la mattina dopo seguì la loro guarigione da tutti i mali che li affliggevano, ed ora dicano essi stessi se fra di loro c'è qualcuno che possa serbarMi rancore per la medicina amara somministratagli!

4. Ma se qualcuno invece, guidato unicamente dalla collera e dalla sete di vendetta, tormenta e martirizza il presunto delinquente nel modo più spietato, allora egli stesso diventa un delinquente di gran lunga maggiore e dovrà un giorno assaggiare medicine tanto più amare!

5. Con quella misura con cui voi misurate qui, verrà anche misurata un giorno la ricompensa a voi; chi misura con vero amore, nella stessa maniera verrà anche misurato, ma chi misura con sentimento d'ira e di vendetta, costui dovrà trangugiare a sua volta per la sua guarigione esattamente la stessa medicina in quantità raddoppiata, e non uscirà dall'amarissimo luogo di cura nell'aldilà nemmeno un secondo prima che ogni dura fibra nella sua anima non sia diventata bianca e morbida come la lana!

6. Io dunque vi ho dimostrato ora in generale quali sono la vera natura e costituzione dell'uomo, ed ora non potete più dire: “Noi non l'abbiamo saputo!”, ma siccome invece ora lo sapete e lo conoscete bene, agite anche conformemente, ed insegnatelo pure a coloro che vi sono sottoposti e che, da ammalati come lo sono stati finora, non sanno quello che fanno; è così che, quali veri e sani cooperatori, potrete esplicare la vostra attività nella migliore misura, a vantaggio del Mio Regno su questa Terra, ed il Mio compiacimento vi accompagnerà in tutte le vostre vie. Ma se opererete in qualche luogo nuovamente secondo il vostro antico costume, pensate allora che la vostra anima è di nuovo assalita dal male e pregate affinché Io la risani e voi non dobbiate sopportare una duplice sofferenza!

7. O voi che giudicate e che con le vostre sentenze rendete le povere anime ancora più inferme di quanto lo fossero prima, ponderate seriamente su ciò che voi siete e su ciò che dovete essere in base alla verità, e così pure su quello che dovete fare per seguire l'Ordine divino! Voi, giudici e supremi detentori del potere sulla debolezza dei popoli - i quali a loro volta rappresentano veramente tutta la vostra potenza, la vostra forza e la vostra dignità -, voi dovete essere dei veri padri per i vostri popoli, e come tali dovete prendervi molto a cuore la piena salute dei numerosi figli affidativi e curare il benessere delle loro anime con tutto l’amore e con vera sollecitudine paterna. Non occorre che voi siate medici del corpo, ma tanto più siate invece veri medici dell'anima!

8. Se voi, come spesso succede, vi accorgete che i vostri figli non osservano i vostri precetti paterni e che talvolta peccano anche molto gravemente contro gli stessi, ve la sentireste di far martoriare ed infine forse crocifiggere l'uno o l'altro fanciullo, perché servisse in certo modo da esempio atto ad incutere un salutare timore? Una cosa simile può essere accaduta una volta per opera di un padre tiranno all'estremo, tuttavia nella storia del mondo non si troveranno citati molti esempi di questo genere! Voi però, da genitori migliori, certamente ammonirete i vostri figli almeno con un aspetto severo quando commettono qualche mancanza e, nei casi più gravi, li punirete anche ricorrendo a salutari bastonate. Se poi i figli rinsaviranno, non ne avrete, senza alcun dubbio, una grande gioia? Certo sarà un grande piacere per voi quello di vedere dinanzi a voi le anime dei vostri figli vivaci e sani.

9. Tale sia dunque il vostro procedere, o voi giudici potenti, anche verso tutti gli uomini, e la vostra beatitudine non avrà mai fine! Mettetevi al posto di coloro che, volenti o nolenti, devono obbedirvi nonché accettare ed osservare le vostre leggi; non vi sarebbe gradito se essi, al vostro posto e quali vostri giudici, fossero misericordiosi con voi e cercassero di risparmiarvi per quanto è possibile? Quello che voi ragionevolmente potreste desiderare che essi vi facessero qualora vi trovaste al loro cospetto con le vostre anime malate, fatelo anche voi a loro, quando essi vi stanno dinanzi con le loro anime ammalate!».

 

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Cap. 39

La legge eterna fondamentale dell’amore per il prossimo.

 

1. (Il Signore:) «Vedi, la spiegazione pratica di tutte le leggi di Mosè e di tutte le predizioni dei profeti è questa: “Amate Dio quale il vostro eterno Padre sopra ogni cosa, ed i vostri poveri fratelli e sorelle, ammalati in varie maniere, come voi stessi, in qualsiasi circostanza; così, da veri figli dell'eterno Padre in Cielo, e sani nell'anima, voi sarete altrettanto perfetti quanto è perfetto Egli stesso, e questo è il fine al quale siete appunto chiamati!”. Infatti, chi non diverrà così perfetto come lo è il Padre in Cielo, non giungerà a Lui, né potrà cibarsi alla Sua mensa per l’eternità.

2. Ecco dunque, o Mio Cirenio, tu hai ora tutto quello che finora hai considerato come un male quasi invincibile del mondo. È ovvio che la menzogna, radicatasi nel mondo fra gli uomini, è difficile da combattere, perché essa è una grave malattia fondamentale dell'anima; però la menzogna si può vincere facilmente per mezzo della Verità, la quale procede dall'amore come la luce procede dalla fiamma. Ma se per illuminare una stanza oscura ti è necessaria soltanto della luce, potrà qualcuno reputarti saggio se tu vorrai addirittura appiccare il fuoco alla stanza, ottenendo con ciò il risultato di distruggerla? Per tali ragioni la Mia Parola e la Mia Dottrina non devono venire diffuse con la spada.

3. Se tu vuoi guarire qualcuno che sia tormentato da una ferita, non potrai mica fargli, accanto a quella che deve guarire, un'altra ferita dieci volte peggiore ancora? Infatti, se tu volessi agire così, sarebbe meglio che gli lasciassi la sua vecchia ferita senza curarla.

4. In verità, chi vorrà diffondere la Mia Parola e la Mia Dottrina con la spada in pugno, non avrà da Me alcuna benedizione per il suo zelo, ma sarà egli stesso gettato tra le più fitte tenebre. Se tu illumini di notte una stanza con lampade ad olio puro, tutti coloro che si trovano là potranno godere di una luce benefica, ma se tu invece appicchi l'incendio all’intera stanza tutti cominceranno a maledirti e ti eviteranno come un pazzo furioso.

5. Chi vuole predicare per la salvezza delle anime, lo faccia con parole ben chiare ma anche dolci, e non urli come un forsennato con la bocca schiumante di rabbia e di furore, poiché l'uomo con le bave del furore alla bocca non può migliorare nessuno con le sue urla selvagge, ed ottiene il solo risultato di farsi schernire e deridere dai suoi uditori, oppure, se le sue urla varcano certi limiti, di farsi cacciare infine addirittura a pugni e a bastonate dalla comunità.

6. E così pure nessuno si accinga a indirizzare al fratello una parola di riconciliazione qualora si senta pungere in petto dalla spina dell'ira, poiché alla fine nel suo zelo iracondo non controlla più le sue stesse parole, e con ciò non soltanto non induce suo fratello alla riconciliazione, ma invece lo irrita maggiormente e si allontana ancora di più dal buon fine che si era proposto!

7. Quando voi propagate la Mia Dottrina sia la vostra faccia serena e amichevole, poiché con la Mia Dottrina voi portate agli uomini la più amichevole e la più rallegrante ambasciata dai Cieli, e per conseguenza è doveroso che voi anche l’annunciate a loro con tutta amorevolezza e con gioia serena.

8. Ebbene, che cosa ti direbbe qualcuno dal quale tu fossi andato per invitarlo ad un allegro banchetto, dicendogli queste parole: “Ascolta tu, peccatore indegno, maledetto da Dio! Io ti devo certo odiare a causa dei tuoi peccati e in nome della Giustizia di Dio, tuttavia io sono venuto e ti impongo, forte di tutto il potere che sta a mia disposizione, di venire con me ad un banchetto di gioia, e vedi di venirci, perché altrimenti io ti maledirei e ti dannerei per sempre; ma se tu vieni almeno per questo giorno di allegria puoi essere sicuro della mia grazia e della mia benevolenza!”.

9. Dimmi un po': che viso farebbe costui di fronte ad un simile invito? E sarebbe davvero quello un banchetto di gioia per lui? Io sono dell'opinione che ognuno, per quanto sciocco sia, non potrà davvero ringraziarti per tanta cortesia! Se egli si sente troppo debole, certo vi andrà per sfuggire alle cattive conseguenze minacciate, ma se invece dispone di forza sufficiente, egli piglierà per il collo il rozzo invitante e lo getterà fuori da casa sua e, come si comprende facilmente da sé, non accetterà un invito simile.

10. Ed è appunto per questo motivo che nel propagare la Mia Dottrina – la quale anch'essa è un invito ad un banchetto di gioia nei Cieli - è necessario anzitutto fare attenzione affinché tutti coloro che si saranno assunti il compito di diffonderla fra gli uomini della Terra, procedano con tutta amorevolezza e serenità come si addice a dei veri messaggeri dai Cieli ed annuncino in questo modo il Vangelo! Infatti, non si può annunciare una cosa quanto mai rallegrante e buona con una faccia sconvolta dal più tremendo furore. E se qualcuno volesse proprio agire in tale modo, non potrebbe essere che un pazzo e un buffone e, come tale, completamente inadatto alla diffusione della Mia Parola. Hai dunque compreso bene e fedelmente quello che ora ti ho detto, e pure tutti voi?»

11. Risponde Cirenio, tutto afflitto e compenetrato dalla verità di questo Mio ammonimento: «O Signore, Tu solo vero, io certo ho ben compreso tutto e, per quanto mi riguarda, mi vi confermerò in tutto e per tutto scrupolosamente, però è naturale che per tutti gli altri non posso garantire, tuttavia penso che Ti avranno compreso tutti molto bene come Ti ho compreso io. Ma contemporaneamente mi accorgo ora in quale modo e quanto spesso io abbia peccato grossolanamente contro l'umanità, malgrado la mia migliore scienza, coscienza e volontà possibili! Chi potrà mai risarcire coloro contro i quali ho peccato del danno causato dai miei errori?»

12. Dico Io: «Non ti preoccupare più di questo, ma preoccupati soltanto del futuro! Ora però avremo ben presto qualcosa di nuovo!».

 

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Cap. 40

Il sonno estatico e il suo utilizzo.

 

1. Cornelio allora si avvicina a Me e Mi chiede: «Signore! Poco fa, nel corso delle Tue parole e dei Tuoi insegnamenti più che divini, hai accennato al fatto come un uomo spiritualmente perfetto potrebbe imporre le mani ad un altro uomo, e come quest'ultimo dovrebbe poco dopo passare in uno stato di sonno estatico, durante il quale sarebbe in grado di proferire delle parole sagge per quanto cieco e perfettamente stolto egli potesse essere nello stato della sua vita naturale. Però, se io potessi assistere una volta al procedimento che bisogna seguire durante una simile operazione, allora saprei come regolarmi nel caso si rendesse necessario tentare su qualcuno un processo curativo di questo genere. Ma se si è ignari del modo in cui procedere, non si può intraprendere niente, malgrado tutta la miglior buona volontà, e per conseguenza non si può nemmeno portare qualcosa a compimento. Vorresti confidarmi qualcosa di più particolare a questo proposito?»

2. Dico Io: «Oh, sì, molto volentieri, perché quest'atto per ristabilire la perduta salute del corpo e anche dell'anima è assolutamente necessario. Anzitutto basta talvolta la semplice imposizione delle mani per lenire perfino i più acuti dolori fisici e, oltre a ciò, nella maggior parte dei casi ne deriva la conseguenza che la persona alla quale tu hai imposto le mani, con ferma fede e con la ferma volontà di portarle aiuto, diviene veggente e può poi prescriversi essa stessa una medicina confacente, la quale, se somministrata secondo la sua prescrizione, dovrà apportarle anche la piena guarigione. Naturalmente, se avviene che in qualche punto si proceda contrariamente alle sue prescrizioni, sarà difficile che si possa ottenere una perfetta guarigione, ma se il trattamento ha luogo indisturbato secondo le indicazioni avute, allora la guarigione seguirà immancabilmente.

3. Quando però, in seguito di un simile trattamento curativo, una persona qualsiasi è passata allo stato di sonno profetico, essa non deve venire disturbata e indebolita con ogni tipo di domande inutili, ma le si deve invece domandare puramente ciò che risulta necessario nel suo caso.

4. E chi impone le mani a qualcuno, lo faccia nel Mio Nome, altrimenti il suo trattamento sarà inutile e del tutto inefficace.

5. A tale scopo si richiede una fede incrollabile ed una volontà altrettanto incrollabile e ferma.

6. L'impulso a procedere ad un simile atto deve partire dalla profondità interiore del cuore, ed avere la radice nel vero amore del prossimo; allora questa potenza d'amore affluisce alle mani dell'operatore, penetra poi attraverso le sue dita e, come una tenue rugiada ristoratrice, fluisce nei nervi del paziente e guarisce il dolore a volte pungente e a volte bruciante.

7. Bisogna però fare bene attenzione al fatto che si richiede uno sforzo maggiore per provocare il sonno estatico in un uomo che non in una donna, certamente in qualche caso anche una donna potrebbe produrre il sonno estatico in un uomo, ma una simile operazione potrebbe riuscire alla donna soltanto con l'aiuto di un angelo invisibile che stesse al suo fianco, e cioè dopo che lei - con la preghiera e con la purezza di cuore - lo ha reso disponibile all’assistenza.

8. Tali pie donne potrebbero arrecare grande sollievo alle partorienti, le quali ben di rado si possono sgravare senza difficoltà e senza grandi dolori; questo sarebbe migliore delle comuni levatrici, le quali vanno a Betlemme ad apprendere l'arte di assistere le partorienti, arte che si compendia nell'impiego più sciocco di una quantità di rimedi superstiziosi di ogni genere, i quali riescono sempre più di danno che di vantaggio.

9. Quali e quante cerimonie stupidissime e ridicole vengono spesso compiute, particolarmente quando nascono i primogeniti! Se una bambina viene al mondo per prima, si deve intonare ogni tipo di sciocche canzoni lamentevoli, e per tre giorni di seguito c'è un continuo blaterare e piagnucolare compassionevole. Se invece il primo a nascere è un bambino, allora si scannano vitelli ed agnelli e si cuociono pani; inoltre tutti i cantori del luogo e tutti i suonatori di strumenti a fiato e a corda devono riunirsi in quel luogo e fare per tutta una giornata uno strepito assordante, e tutto ciò per mitigare le doglie della partoriente! Non sarebbe dunque migliore che, invece di queste sciocchezze, si prestasse alle partorienti l’aiuto che Io ho descritto prima?»

10. Dice Cornelio: «Eccome! Ma una donna può arrivare ad un tale grado di devozione?»

11. Rispondo Io: «Molto facilmente! A questo scopo, in primo luogo, si richiede una buona educazione, e poi un’istruzione seria e completa quando una giovinetta sia giunta a piena maturità. Ma per quanto matura lei sia, questa istruzione non deve venire impartita alla giovinetta prima che lei non abbia dato prove sufficienti della vera devozione del suo cuore.

12. Però anche gli uomini possono assistere una partoriente e possono recarle sollievo mediante l'imposizione delle mani».

 

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Cap. 41

Purezza esteriore ed interiore. Guarigione a distanza.

 

1. Chiede Stahar, che si trova vicino a noi e che fa grande attenzione a tutto: «Ma in questo modo l'uomo non si renderebbe impuro per tutta la giornata secondo le prescrizioni di Mosè?»

2. Dico Io: «D’ora in poi non potranno più renderti impuro che i pensieri cattivi ed impuri, e le voglie e i desideri impuri, e la calunnia, la menzogna e la diffamazione, la denigrazione e la maldicenza. Queste sono cose che rendono impuro l'uomo, ma ogni altra cosa non insozza affatto l'uomo o tutt'al più ne insozza esteriormente la pelle, e in tal caso egli ha acqua a sufficienza per ripulirsi da un’impurità esteriore.

3. Il motivo per il quale Mosè ha prescritto queste norme agli ebrei, va ricercato principalmente nella loro grande inclinazione alla sporcizia in tutte le loro cose esteriori. Le persone che già nel loro esteriore si riducono a veri maiali, lo diventano poi anche tanto più facilmente nel loro cuore, ed è perciò che Mosè ha comandato agli ebrei specialmente le purificazioni esteriori.

4. Ma la vera purificazione degli uomini avviene soltanto mediante una vera penitenza, con il pentimento per il peccato commesso contro il prossimo, con il serio proponimento di non peccare più e con il conseguente miglioramento completo della propria vita.

5. Se ciò non avviene, voi potete far sprizzare il sangue anche da centomila caproni, potete maledirli quanto volete e gettarli nel Giordano al posto dei vostri peccati, ma i vostri cuori e le vostre anime rimarranno dopo tutto ciò, al cospetto di Dio, altrettanto impuri e immondi quanto lo erano prima. Con l'acqua si lava il corpo, e con una volontà ferma, buona e in tutto devota a Dio si lava il cuore e l'anima; e come l'acqua fresca e pura rinforza le membra del corpo, così una volontà ferma e devota a Dio rinvigorisce sia il cuore che l’anima.

6. Tali anime rinvigorite possono poi imporre ad un ammalato le mani nel Mio Nome anche spiritualmente, pur trovandosi a grandissima distanza da lui, ed egli migliorerà.

7. Chi invece si sente ancora troppo debole ed imperfetto nella fusione del proprio cuore con la propria anima, costui ricorra ai colpetti già menzionati nel Mio discorso principale, e così procurerà all'ammalato nel corpo un grande lenimento delle sue sofferenze. Egli provocherà in lui anche il sonno estatico, e colui che è sottoposto al trattamento durante questo sonno rivelerà quello che gli potrà giovare. Ma quanto egli prescriverà dovrà essere accuratamente fatto, e dopo qualche tempo il paziente migliorerà; certo però non così rapidamente come avverrebbe se un uomo spiritualmente perfetto gli imponesse le mani colme di benedizione, perché in quest’ultimo caso la guarigione può e deve avvenire immediatamente.

8. Ognuno può così facilmente convincersi che nel sonno estatico anche l'anima più sciocca, perfino quella di un fanciullo, può proferire parole sagge, perché durante quel tempo essa si congiunge al proprio germe di vita più profondamente spirituale. Quando poi, cessato il sonno estatico, l'intimissimo germe vitale è ritornato al suo stato di riposo, allora l'anima si risveglia nuovamente nella propria carne, e di tutto quanto è successo e di quanto fu da essa enunciato non sa più nulla. E ciò appunto dimostra che un'anima non può mai essere tanto guasta e corrotta da rendere la guarigione assolutamente impossibile».

 

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Cap. 42

Il Signore rende noto un esempio pratico di induzione al sonno estatico.

 

1. (Il Signore:) «Affinché però voi possiate constatare ciò anche praticamente, Io ora disporrò le cose in modo che una persona di questo genere, oltremodo sciocca e quanto mai maligna, si trovi indotta a venire qui da Cesarea di Filippo. Essa verrà sottoposta da uno di voi al trattamento suddetto, e vedrete ed udrete quale e quanta meravigliosa sapienza vi rivelerà quest'uomo, che è tenebroso e maligno, durante il sonno estatico; ma quando poi si sarà risvegliato, vi troverete dinanzi perfettamente allo stesso individuo tenebroso e maligno di prima. Avremo poi da fare una non lieve fatica per instillargli qualche concetto un po' più chiaro di Dio e degli uomini»

2. Dice Cirenio: «Signore! Io mi rallegro oltremodo già in anticipo di ciò, perché penso che vi saranno moltissime esperienze da fare e molto da imparare! Quest'uomo si trova forse già in cammino per raggiungerci?»

3. Rispondo Io: «Sì, egli ti sta cercando e ti domanderà goffamente soccorso, perché in occasione dell'incendio scoppiato a Cesarea egli ha perso la sua capanna, nonché due pecore, una capra ed un asino. Avendo però appreso che tu ti trovi qui e che vieni in aiuto ai danneggiati, quest'uomo assai malvagio e del resto sciocco si è messo in cammino verso questo luogo appunto allo scopo di venire risarcito da te del danno subìto. Veramente, per quanto egli sia un poveraccio, il danno da lui subìto non è tanto grave quanto egli vuole fare credere, perché le due pecore le ha rubate ad un altro due giorni prima che l'incendio scoppiasse, mentre l'asino e la capra li fece diventare di sua proprietà nella stessa maniera già un anno fa.

4. Dunque, già da quanto ti ho detto finora ti rendi conto che il nuovo ospite che sta per arrivare è un briccone abbastanza matricolato, ma nello stesso tempo anche stoltissimo, e questo in tali individui avviene a causa della loro avidità cieca e animalesca. Egli avrebbe potuto salvare molto facilmente la sua capanna insieme a tutti i suoi averi, ma, mentre infuriava l'incendio, egli stava strisciando quatto quatto dappertutto nell'intento di appropriarsi di qualcosa per vie illegali, però non è riuscito a trovare nulla. Quando, tutto indispettito, volle rincasare, trovò la sua capanna completamente in preda alle fiamme e i suoi quattro animali già bruciati fino alle ossa.

5. Fino ad oggi egli ha fatto grandi lamenti sulla sua capanna, ma quando un'ora fa venne a sapere che tu ti trovi qui, per le ragioni sopra esposte si è deciso, dopo non troppo lunga riflessione, a venire a dare un'occhiata per vedere se tu ti trovi realmente qui e se tu effettivamente risarcisci i danni.

6. Affinché dunque tu possa sapere già fin d'ora con che genere di persona noi avremo ben presto a che fare e come dovrai comportarti per lo meno all’inizio, te l’ho descritto un po' a grandi linee e in anticipo; tutto il resto, che è più interessante, l'apprenderai poi da lui stesso»

7. Domanda Cirenio: «Devo proprio assegnargli qualche risarcimento?»

8. Dico Io: «Per il momento no; prima bisognerà che tu lo interroghi in modo puramente romano, e solo dopo l’ipnosi, se egli acquisterà un aspetto un po’ più umano, si potrà procedere corrispondentemente. Zinca però sarà incaricato di operare su di lui, perché egli possiede, più degli altri, la forza necessaria per questo. Prima di cominciare Io gli imporrò le Mie Mani, affinché gliene derivi tanta maggior forza, e l'operazione possa avere tanta migliore riuscita».

9. Zinca, il quale per non perdere nemmeno una sillaba di quanto Io dicevo, stava sempre accanto a Me, si fece innanzi e disse: «Signore, ma come potrò io fare questo, essendo quasi del tutto ignaro del modo di procedere?»

10. Gli dico Io: «Ponigli la mano destra sulla fronte e la sinistra sulla bocca dello stomaco, ed egli passerà ben presto allo stato di sonno come detto prima, e inizierà anche poco dopo a parlare, però con voce più debole che nello stato naturale. Quando vorrai ridestarlo, basterà che tu gli imponga le mani semplicemente nell'ordine inverso, tenendole ferme per alcuni momenti, ma non appena egli si sarà risvegliato, ritirerai le tue mani e l'operazione sarà finita»

11. Zinca è ora pienamente d'accordo su tutto, ed è anche colmo della più ferma fede che in tale modo tutto gli riuscirà perfettamente. Egli stesso dunque attende ansiosamente il suo uomo, tuttavia egli Mi domanda ancora se dovrà iniziare l'operazione immediatamente al suo arrivo, oppure se dovrà attendere qualche cenno.

12. Ed Io gli dico: «Ti avvertirò Io quando la cosa sarà pronta. È necessario che prima voi impariate a conoscere la sua stupidità e la sua rozzezza, cioè il grado avanzato di malattia in cui si trova la sua anima. Quando lo avrete riconosciuto a sufficienza, allora soltanto sarà giunto il momento di osservare la sua anima nello stato sano, al fine di convincervi che voi uomini non dovete giudicare né dannare completamente nessuno, per quanto possa sembrare abbietto e scellerato, perché in ciascuna anima dimora sempre ancora in sé un germe vitale sano. Ma ora preparatevi e fate attenzione: egli sarà ben presto qui!».

 

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Cap. 43

Il cittadino Zorel, rovinato dall'incendio, chiede il risarcimento dei danni.

 

1. Io ho appena finito di parlare, quando arriva il nostro uomo, di nome Zorel, molto malandato nell'aspetto, avvolto in cenci semibruciati e facendo un grande chiasso.

2. Io faccio cenno a Giulio che gli vada incontro e gli chieda che cosa voglia e cosa vada cercando lì nelle ore pomeridiane. Giulio gli si avvicina con aspetto serissimo e fa come Io gli ho suggerito.

3. Zorel gli si presenta e dice con voce ferma: «Io sono un cittadino di Cesarea completamente rovinato dall'incendio, ed ho appreso solo quest'oggi che il grande Cirenio si trova qui e che ha abbondanti mezzi a disposizione per venire in soccorso ai danneggiati. Io mi sono dunque fatto coraggio e sono venuto per assicurarmi innanzitutto se è vero che Cirenio si trova qui, e poi se egli faccia veramente qualcosa a vantaggio dei danneggiati! Se egli fa qualcosa secondo il nobile costume romano, certamente nemmeno io avrò fatto la mia strada invano, ma se per una ragione qualsiasi egli non concede nulla, beh, allora egli certo non farà eccezione per me, ed io non avrò niente. Perciò dimmi tu, o nobile romano, se Cirenio si trova qui e se egli, come ho sentito, faccia della beneficenza, affinché io mi rechi da lui e lo preghi di soccorrermi!»

4. Dice Giulio: «Sì, egli si trova qui e fa molte beneficenze, ma soltanto a coloro che gli sono noti quali persone di reputazione assolutamente irreprensibile! Se questo, come non dubito, è anche il tuo caso, tu non te ne andrai da qui a mani vuote! Egli siede ora a quella lunga tavola, ombreggiata da alti cipressi e da cedri, e da udienza a chiunque; va dunque da lui e presentati! Vedi però di concentrarti con tutta serietà, perché egli ha la vista acuta come un'aquila e talvolta indovina il carattere di un uomo già al primo sguardo; quando ha riconosciuto una cosa, questa vale per lui come verità assoluta, e guai a colui che lo contraddice a tale riguardo! Per di più non è mai tanto scrupoloso come quando fa delle elargizioni!»

5. Zorel, a questo preambolo, si mette a pensare ed a riflettere lungamente su che cosa debba fare in tali circostanze! Dopo un certo tempo egli decide tuttavia di recarsi da Cirenio, e lo fa zoppicando, e questo è in realtà una sua stupida finzione. Arrivato da Cirenio, egli si inchina tre volte, abbassando la testa fino a terra, e, dopo aver finito il terzo inchino, dice con voce tremante e stridula: «Alto signore ed illustrissimo governatore! Io, Zorel, già cittadino dell'incendiata Cesarea di Filippo, prego la vostra romana signoria illustrissima di voler soccorrere me, povero fauno di un uomo rovinato, con un po’ del più volgare denaro e con qualche capo di vestiario, in quanto io tengo addosso soltanto questi stracci.

6. Io ero il legittimo proprietario di una piccola capanna con annessi due jugeri (11.509 mq) di magro campo. Avevo anche una moglie che gli dèi, due anni fa, hanno voluto accogliere certamente nell'Elisio. Figli non ne ebbi; rimase presso di me una serva con la quale convivo tuttora, ma neanche da lei ho avuto figli. La mia sostanza mobile consisteva in due pecore, una capra ed un asino, alcuni miseri arnesi rurali e un po' di vestiario. Ma tutto ciò cadde preda delle fiamme, mentre io ero occupato a combattere il fuoco in altre case.

7. E adesso io sono, al pari di tanti altri, completamente ridotto all’elemosina; perfino la mia serva, che era l'unico sostegno della mia vita, mi ha abbandonato perché non potevo darle più nulla, ma me la pagherà! Perché se mai avrò la straordinaria fortuna di venire in possesso di qualcos'altro, saprò ben mostrare la porta a colei che mi ha piantato così.

8. In generale, per tutto il resto della mia vita mi propongo di fuggire e disprezzare tutto quanto ha nome di donna, poiché non vi è donna che valga qualcosa. Di me si ha veramente l'opinione che io sia uno stupido animale e che io non sappia affatto trattare con le donne; si dice pure che mia moglie sia morta di crepacuore! Ma se questo fosse stato realmente il caso, io non avrei fatto un anno di cordoglio per lei, e la mia serva stava pure volentieri presso di me finché non mi è capitata quest'ultima disgrazia, quantunque io non potessi darle granché di salario!

9. Parlando in generale, bisogna dire che è proprio una vergogna che l'uomo debba nascere da una donna, e per conto mio sarebbe la cosa più onorevole se chi mi ha partorito fosse stata un'orsa!

10. Per quanto gli dèi abbiano saputo organizzare tutto saggiamente, tuttavia con le donne hanno commesso un errore tale che non torna sicuramente a loro onore. Però a Giove gli sta proprio bene se Giunone gliene combina una delle sue ad ogni momento! Insomma, sembra che l'intera accolita degli dèi non sia ancora giunta al grado di serietà voluto, altrimenti non sarebbe possibile che di quando in quando si facessero tra loro degli scherzi sciocchissimi che stanno al disotto della dignità umana!

11. Del resto io sono credente, ed onoro gli dèi per quegli ordinamenti saggi che hanno dato al mondo, ma laddove cominciano a puzzare addirittura di stupidità, non posso certo essere loro amico. Sarebbe stato possibile che la nostra città avesse preso fuoco, se Apollo non avesse nuovamente fatto qualche suo stupido tiro? Come anche asseriscono nel modo più assoluto i nostri saggi sacerdoti, egli dovrebbe essersi incapricciato di qualche leggiadra ninfa terrena; forse egli le ha fatto addirittura una sconcia visita, lasciando abbandonato a sé il carro celeste con i focosi destrieri, e nel frattempo Giunone o Diana gli hanno fatto qualche brutta burla; ma intanto noi, poveri fauni, dobbiamo farne le spese!

12. Che di quando in quando un uomo venga sopraffatto dalla debolezza, di solito per mancanza di sufficiente esperienza, è comprensibile; che colpa ha la debole canna quando viene scossa di qua e di là dai venti? Ma quando cedri maestosi, simbolo dei nostri amati dèi, si lasciano anch'essi piegare e curvare, al pari di una canna, dai miseri venti della Terra in tutte le direzioni, a volte anche nella direzione più sconcia, questa cosa non è comprensibile, e chiunque, per poco lucido che abbia il cervello, non potrà necessariamente reputarla che molto sciocca!

13. Qui non c'è dio che tenga! Se egli agisce saggiamente, come si addice a un dio, è certo degno di ogni adorazione; ma quando talvolta agisce come un debole mortale qualunque e noi poveracci, senza nostra colpa, dobbiamo pagare lo scotto per i brutti tiri che gli dèi compiono con tutta leggerezza, allora non si può dire altro che questa è una sciocchezza anche per un dio, e per conseguenza io non posso rendergli né lode né onore.

14. Ora tu, o illustrissimo signore e propriamente forse un po’ semidio, dovrai pur convenire che la colpa della mia disgrazia fu puramente degli dèi, e specialmente di Apollo innamorato; perciò io ti supplico di risarcirmi il danno subìto».

 

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Cap. 44

Il concetto di proprietà di Zorel.

 

1. Chiede Cirenio: «Quanto desideri dunque che io ti dia?»

2. Dice Zorel: «Non troppo poco, ma anche non troppo; basta che io possa ricostruire quello che ho perso, ed io sarò più che soddisfatto!»

3. Dice Cirenio: «Conosci anche le leggi di Roma che sono state date ai popoli a tutela della proprietà da essi acquisite?»

4. Risponde Zorel: «Oh, sì, non tutte veramente come un giudice dotto nel diritto, ma alcune tuttavia le conosco, ed a quelle che mi sono note non ho ancora mai recato offesa. Ma un peccato commesso contro delle leggi sconosciute non ha di per sé alcun significato!

5. Del resto io sono un greco, e noi greci non abbiamo mai interpretato troppo seriamente ed esattamente le leggi che riguardano una rigida divisione fra mio e tuo, poiché noi siamo più propensi alla proprietà comune che non a quella individuale. Infatti la proprietà comune genera amorevolezza, fratellanza, onestà vera e duratura, ed assenza di ogni ambizione fra gli uomini, ciò che certamente è una cosa molto buona. Invece la proprietà privata è sempre causa di avidità, invidia, avarizia, povertà, furto, rapina, assassinio e della più smodata ambizione, dalla quale infine escono come da un vaso di Pandora tutte le miserie che affliggono l'umanità di questa Terra.

6. Se non esistessero leggi esageratamente severe a tutela della proprietà individuale, allora anche i furti e le frodi di ogni genere si verificherebbero in proporzioni molto minori. Io dico e sostengo che le leggi a protezione della proprietà individuale rappresentano il campo ben concimato sul quale prosperano e maturano tutti i vizi possibili ed immaginabili, mentre con la proprietà comune non possono mai trovare alimento l'invidia, l’avidità, l'astio, la diffamazione, la frode, il furto, la rapina, l'assassinio e neppure le guerre ed altre calamità di questo genere!

7. Ora, siccome io ho sempre riconosciuto e riconosco tuttora che le leggi a protezione della proprietà individuale sono un vero abominio devastante per la convivenza amichevole e fraterna, non mi sono mai fatto particolari problemi di coscienza, almeno per quanto riguarda le cose di poco conto, quando ho potuto procurarmele in modo illegale; se qualcuno talvolta si è preso in prestito da me qualcosa nello stesso modo illegale, io certamente non ho mai proceduto contro di lui.

8. La mia capanna e il mio campo mi appartengono legalmente; per quanto poi riguarda quello che vi si trovava dentro di mia proprietà mobile, per i motivi anzidetti, io non ho mai osservato la cosa tanto alla lettera, perché io sono uno spartano. A chi conosce Sparta e le sue antiche savissime leggi, riuscirà chiaro per quale motivo io non mi sia mai fatto degli speciali scrupoli per un piccolo cosiddetto furto. Ambedue le pecore, la capra e l'asino, pur non essendo veramente acquistati, non potevano nemmeno dirsi proprio rubati al loro proprietario, perché io li ho trovati nel bosco che pascolavano liberamente come allo stato selvaggio, non proprio tutti in una volta sola, ma a poco a poco. Il possessore di quei grandi pascoli è anche proprietario di parecchie migliaia di simili animali. La piccola perdita dunque non lo ha certo danneggiato granché, mentre a me la cosa venne quanto mai a proposito!

9. Con ciò non ho sicuramente violato in maniera troppo violenta le leggi romane a tutela della proprietà, tanto più in quanto i sopracitati animali io li ho trovati vaganti isolatamente nel bosco lungo e largo parecchie ore di cammino, e perciò erano comunque da considerarsi perduti per il loro proprietario legittimo. Del resto, la spigolatura è permessa perfino presso gli ebrei, i quali pretendono di aver ricevuto a tale riguardo una legge dal Dio supremo; perché dunque questa cosa dovrebbe venire considerata un delitto presso i romani?

10. Soltanto con la spada in mano ai potenti della Terra, dunque con la forza selvaggia dell'orso e del leone, è possibile difendere una simile legge insensata a protezione della proprietà individuale, ma mai con la ragione, e siano pure tutti i diecimila dèi favorevoli a questa legge, io vi sono e vi sarò contrario finché vivrò con la facoltà di poter pensare così lucidamente come penso ora e come ho pensato sempre.

11. Tu, o illustre signore, hai bensì il potere che la spada ti conferisce, e puoi punire me, povero fauno, secondo il tuo piacere, ma con tutte le armi di Roma non riuscirai mai a curvare le linee diritte dei miei principi fondamentali della vita. Se tu hai però altre valide ragioni a giustificazione del possesso strettamente legale, io le ascolterò volentieri, e sono pronto a conformarvi la mia futura condotta di vita».

 

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Cap. 45

Zorel deve sentire la verità.

 

1. Cirenio, oltremodo meravigliato, Mi dice a voce alquanto bassa: «Signore! Tu prima mi avevi avvertito che quest'uomo era grossolanamente stupido e maligno, ma ora invece egli parla e ragiona come uno fra i primi avvocati pagani! A dire il vero, il Giudaismo ha fatto poca presa su di lui; però nelle nostre leggi e in quelle dell'antica Grecia egli è altrettanto versato quanto uno di noi, ed assolutamente non gli si può obiettare gran cosa! Io mi attendevo da lui qualche sortita volgarissima e sciocca, ma invano; egli anzi diventa sempre più lucido nelle sue idee, e difende il suo furto in maniera tale che non resta proprio quasi nulla da ribattergli! A che risultato si potrà arrivare con lui in tali condizioni?»

2. Dico Io: «Non farci caso, egli stesso contraddirà fra poco, nel modo più evidente, tutto ciò che, secondo le sue sciocche idee, trova ora perfettamente giusto e ragionevole. Tu continua pure ad esaminarlo, perché a Me sta molto a cuore che impariate a distinguere in maniera proprio ben chiara la differenza che corre fra le ragioni concepite dal cosiddetto senso comune umano e quelle concepite dall'intelligenza»

3. Dice Cirenio: «E sia pure; sono però curiosissimo di vedere come andrà a finire la cosa!»

4. Domanda allora Zorel: «Illustre governatore di Roma! Che cosa posso e devo aspettarmi? Condividi le mie vedute, oppure devo uniformarmi io alle tue, che però non hai ancora esposte?»

5. Dice Cirenio: «Prima di dichiararti se accondiscendo o meno al tuo desiderio, avremo ancora qualche parola da scambiare. Tu mi sembri un tipo particolare dotato di ingegno naturale e di lingua sciolta, e la tua onorabilità mi pare alquanto discutibile! Che tu abbia trovato i quattro animali precisamente come tu dici, cioè vaganti nel grande bosco, oppure forse in un altro luogo qualunque, ma comunque perduti per il loro legittimo padrone, e che tu abbia o meno rinvenuto in modo così semplice anche i tuoi utensili domestici e gli arnesi rurali, ebbene, lasciamo per il momento da parte questa faccenda. Ma io devo dirti ora qualcos'altro, e precisamente che qui adesso in mia compagnia, come pure in altri luoghi, ci sono delle persone tanto chiaroveggenti, le quali hanno già dimostrato mille volte questa loro chiaroveggenza, ed io presto alle loro schiettissime asserzioni una fede tale da non poter venire scossa nemmeno da centomila prove contrarie.

6. Ebbene, una di queste persone mi rivelò, quando tu potevi appena appena avere lasciato la città, che tu saresti venuto qui e quello che mi avresti domandato. Io dunque sapevo - già prima di vederti - della disgrazia che ti è successa, però io ho saputo anche che tu avresti facilmente potuto evitarla se fossi rimasto a casa tua. Ma i tuoi concetti illegali sul diritto di possesso ti spinsero nelle strade della città che bruciava, allo scopo di fare tuo qualcosa in qualche modo per vie illegali; nel frattempo il fuoco si appiccò alla tua capanna di paglia e distrusse rapidamente le tue proprietà illegittime. Che, in questa occasione, la tua serva ti abbia piantato è cosa comprensibile, dato che lei ti conosce per un uomo di cui non ci si può assolutamente fidare in circostanze simili!

7. Infatti, mentre tu ti mostri assai contrario alla proprietà individuale legale quando si tratta di altri, pretendi invece che questa in casa tua rimanga del tutto indisturbata e pienamente al sicuro. Ora però il fuoco ha distrutto illegalmente la tua proprietà, ma tu non puoi chiamarlo rigidamente a risponderne, perché questo non potrebbe di certo né darti soddisfazione né risponderti; perciò te la saresti presa invece con la tua serva nel modo più crudele, e lei avrebbe dovuto risarcirti del danno subito a costo della vita, tra ogni genere di maltrattamenti, perché tu avresti fermamente sostenuto che il fuoco ti ha distrutto ogni cosa solo a causa della sua negligenza.

8. Vedi, gli uomini di cui ho detto prima affermavano anticipatamente anche altre cose sul tuo conto, ed io presto la massima fede a questi uomini, molto più ancora che a tutti gli dèi di Roma e di Atene! Ma nelle nostre leggi vi è un detto che suona: Audiatur et altera pars! (Che venga ascoltata anche la controparte!) e per conseguenza ti è lecito di produrre una controprova. Esponi dunque a tua giustificazione ciò che sai e che puoi; da parte mia ascolterò tutto con la più grande pazienza».

 

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Cap. 46

Zorel prega di poter andarsene liberamente.

 

1. Dice Zorel dopo qualche momento di riflessione: «Eccelso governatore! Se tu già anticipatamente asserisci di volere e di dovere prestare più fede ad uno dei tuoi indovini, già messi più volte alla prova, che non a centomila altri testimoni, io vorrei pur sapere a che cosa servirebbe da parte mia una replica che sarebbe da considerarsi folle in ogni caso; infatti, contro la tua fede immutabile, qualunque siano le ragioni sulle quali si fonda, è assolutamente impossibile produrre una qualche controprova. Inoltre tu hai nelle tue mani il potere; chi mai potrebbe litigare con te?

2. A che mi giova se anche ti dichiaro nel modo più deciso che le cose non stanno tuttavia in questi termini? Tu mi presenterai allora il tuo indovino il quale mi dirà ancora una volta in faccia quello che mi hai già detto tu, ed io mi troverò a non sapere cosa replicare. A farla breve, con la tua fede a prova di centomila testimoni che la mettono in discussione, non c’è altro da fare che lasciartela con le buone, poiché tu presterai sempre maggiore fede all'indovino che non a tutte le centomila prove contrarie che io potrei produrti! Con tali premesse, o eccelso governatore, io penso di non aver più altro da fare che chiederti perdono di essermi avvicinato a te!

3. In quanto al resto io rimango fermo al mio principio: la proprietà individuale, tutelata da leggi severamente sanzionate, è per l’umanità mille volte peggiore della libera proprietà comune. Le mie ragioni contro questo autentico vaso di Pandora le ho già esposte, e non c'è quindi più bisogno di ripeterle. Questo soltanto ritengo ancora di aggiungere: per il futuro rinuncerò a mettere in pratica i miei principi riguardo al fatale “così deve essere” della brutale forza esteriore!

4. Certo è che io non scorgo, nelle leggi che tutelano la proprietà, alcuna salvezza per la povera umanità, anzi, secondo me rappresentano veramente quello che vi è di più contrario alla ragione; ma che cosa può fare un singolo uomo avvolto nei più miseri cenci contro centomila volte centinaia di migliaia? Non è escluso che col sistema del possesso legale sia possibile ovviare a certi piccoli malanni risultanti da quello della proprietà comune, perché non c'è male il quale non porti con sé qualcosa di bene, ma la possibilità di ovviare a piccoli malanni non è affatto proporzionata con gli abomini che devono derivare dal sistema di un possesso individuale minato nelle fondamenta.

5. E con ciò io ho finito. Da come stanno le cose qui non ho assolutamente niente di buono da attendermi, e così sarà meglio che con la tua gentile concessione io me ne vada. Naturalmente, però, sempre col tuo consenso! Infatti, secondo le affermazioni - gli dèi sanno con quanta apparenza di verità contro di me - di cui i tuoi indovini ti avranno riempito gli orecchi, io sono al tuo cospetto un delinquente, e i delinquenti devono certamente essere puniti prima di essere messi nuovamente in libertà. La legge deve prima essere saziata col sangue di un povero fauno, e solo dopo egli può essere lasciato di nuovo libero.

6. Ma se secondo le tue idee io ti appaio come un delinquente degno di punizione, allora puniscimi subito e fammi riavere poi la libertà, oppure la morte! Per me ormai è lo stesso, perché ti sto dinanzi perfettamente inerme; voi romani però avete dettato e ancora dettate rigidamente legge, e nessuno può proteggere la propria ragione e le proprie necessità dalla vendetta delle vostre leggi! Dimmi, o eccelso governatore, posso andarmene come sono venuto, oppure devo attendere qui la punizione che mi verrà inflitta?».

 

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Cap. 47

Le condizioni preliminari per l’ipnosi.

 

1. Risponde Cirenio in tono serio, ma nello stesso tempo umano e dolce: «Non ti è concesso andartene, ma neppure devi fermarti qui per attendere una punizione, bensì solo per la tua salvezza! Noi romani non abbiamo mai trovato piacere nella punizione dei peccatori, ma soltanto nel loro vero e completo ravvedimento. Se questo può venire ottenuto senza far ricorso alla sferza, ci è sempre cosa molto più gradita! Alla verga ricorriamo solo quando tutti gli altri mezzi si dimostrano inutili. E così pure nessuno viene chiamato a rispondere con la massima severità di un peccato commesso la prima volta contro la vigente legge salutare. Ciò avviene soltanto qualora il medesimo peccato venga commesso ripetute volte, sia per troppa leggerezza, sia - ciò che è ancora più deplorevole e dannoso - intenzionalmente. Chiunque, intenzionalmente, commetta ripetutamente un peccato, deve venire anche adeguatamente punito.

2. Tu però, secondo i tuoi vecchi principi spartani, hai peccato soltanto per necessità, e ti trovi ora per la prima volta dinanzi ad un giudice! Solamente per questo motivo dunque non verrai né maledetto né giudicato, ma tu devi ora riconoscere quello che vi è in te di maligno e di sciocco, e devi rinunciarvi! La tua anima molto ammalata verrà guarita e tu devi imparare a comprendere la benedizione delle savie leggi, e solo dopo devi cominciare con ferma volontà ad agire conformemente ad esse; soltanto allora potrai andartene da qui perfettamente liberato anche in te stesso, e avrai grande gioia nella coscienza di essere diventato un uomo veramente puro e libero.

3. Ma affinché si possa ottenere una tale guarigione, la persona che si trova in nostra compagnia, fisicamente pura e spiritualmente forte, imporrà le sue mani salutari sul tuo capo e sul tuo petto, e sarà appunto questa soavissima operazione che risveglierà e rianimerà in te stesso quei concetti rimasti finora assopiti, e soltanto da essi potrai riconoscere la bontà delle leggi di Roma ispirate all'ordine e severamente sanzionate, e ne avrai poi tu stesso compiacimento! Sei d'accordo con me?»

4. Dice Zorel alquanto più rasserenato in volto: «Illustre signore ed elevatissimo governatore, io già fin d’ora mi dichiaro d'accordo con tutto ciò che non vuole dire percosse, decapitazioni o addirittura crocifissione! Che però un simile trattamento possa essere tale da indurmi ad accettare princìpi migliori e più ragionevoli, non posso garantirlo completamente, perché un albero vecchio non si può tanto facilmente piegare! D'altro canto non voglio proprio disperare del tutto del fatto che ci sia questa possibilità! Ma dove si trova l'uomo che mi imporrà le sue mani piene di forza?»

5. Cirenio si volge di fianco verso di Me, e Mi domanda se è giunto il momento buono.

6. Ed Io gli rispondo: «Ancora un po' di pazienza; lascia adesso all'anima ancora qualche tempo per la digestione! Quest'uomo si trova ora in un tumulto di pensieri e non sarebbe bene indurlo così nel sonno estatico; inoltre, anche Zinca non deve venirgli indicato come il prescelto finché non sarà esattamente giunto il momento opportuno! Mi riservo Io di avvisarvi»

7. Dopo queste Mie parole e questa Mia decisione, tutti si mantengono per un certo tempo silenziosi, e il nostro Zinca attende con ansiosa gioia un Mio cenno per cominciare l'operazione su Zorel. Frattanto ogni genere di pensieri si affollano nella mente di quest’ultimo, occupato com'è ad indovinare che cosa si vorrà fare con lui: qualcosa di buono forse o - cosa che gli sembra più probabile - qualcosa di cattivo. Ma poi, dopo aver scrutato una per una le nostre facce, dice fra sé e sé: «No, da questa gente non traspare nessuna insidia e ci si può fidare di loro! Essi potranno fare soltanto del bene, ma mai del male!»

8. Tale processo di preparazione era ora necessario, e doveva svolgersi in lui stesso prima dell'imminente trattamento. Infatti, senza di esso l'imposizione delle mani da parte del nostro Zinca sarebbe stata una vana fatica, perché nei casi di operazioni simili, il soggetto stesso deve innanzitutto passare attraverso un certo stadio di fede e di fiducia; altrimenti non sarebbe possibile indurlo facilmente nel salutare sonno estatico anche se si riversasse su di lui la forza sostanziale animica nel grado più alto che è umanamente possibile.

9. La cosa è certamente del tutto diversa quando invece chi opera è un uomo perfettamente rinato dallo spirito e nello spirito! Quest’ultimo, come Io stesso, non deve fare altro che eccitare la propria volontà e l'atto della guarigione è compiuto! Ma nel caso in cui chi vuole sottoporre un ammalato ad un simile trattamento non sia ancora perfettamente rinato, è necessario che il soggetto si desti e si animi prima del trattamento, altrimenti, come già osservato prima, questa sarebbe tutta fatica sprecata.

10. Però ora il nostro Zorel è ormai maturo, ed Io faccio subito a Zinca il segnale convenuto affinché gli imponga le mani.

 

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Cap. 48

Zorel riconosce se stesso.

 

1. Io faccio dunque un cenno a Zinca, ed egli si avvicina subito a Zorel e gli dice: «Fratello, il Signore, che è onnipotente e pieno di Misericordia, di Bontà, di Amore e di Sapienza, vuole che ti guarisca con la semplice imposizione delle mie mani piene di forza vitale. Non temere nulla, ma abbi invece fiducia, e diventerai poi un altro uomo; ed allora niente ti verrà rifiutato di quanto potrà servire alla tua vera salute corporale e spirituale! Se tu lo vuoi e se hai fiducia in me, tuo vero amico e fratello, lascia che io imponga le mie mani su di te!»

2. Dice Zorel: «Amico, con questo linguaggio sincero, anche se tu mi mandassi nel Tartaro, io vi andrei! Quindi, imponi senz'altro le tue mani di vero fratello su di me come e dove meglio ti è gradito, ed io non ti opporrò resistenza!»

3. Dice Zinca: «Ebbene, così sia, siediti allora su questa panca ed io ti farò compenetrare dalla Potenza di Dio!»

4. Chiede Zorel: «Di quale Dio? Intendi forse parlare di Giove, di Apollo, di Marte, di Mercurio oppure di Vulcano, di Plutone o di Nettuno? Ti prego soltanto di lasciare da parte Plutone, poiché io non mi sentirei davvero di venire compenetrato dalla sua forza tempestosa!»

5. Risponde Zinca: «Lascia stare gli dèi, che non esistono in nessun altro luogo se non nella fantasia dell'umanità da tanto tempo cieca! Non esiste che un vero Dio soltanto, e Costui è il grande Dio a voi sconosciuto, al Quale voi pagani avete bensì edificato templi dappertutto, ma che non avete finora mai riconosciuto. Ora però è giunto il tempo in cui a voi pure sarà dato di conoscere quest'unico, vero Dio! Ed ecco che appunto la Grazia e la Forza di questo Dio si riverseranno ora su di te appena io ti imporrò le mie mani!»

6. Dice Zorel: «Ebbene, se è così, allora esegui pure tutto senza indugiare e nella migliore maniera a te nota!»

7. A questo punto Zinca impone a Zorel le mani nel modo prima descritto, e Zorel cade subito nel sonno estatico.

8. Trascorre così in silenzio un buon quarto d'ora, e poi Zorel, che dorme profondamente e tiene gli occhi strettamente chiusi, comincia a parlare: «O Dio, o Dio, quanto sono miserabile e perfido, e quanto onesto e retto potrei essere se lo volessi; ma qui sta appunto la maledizione dei peccati della menzogna e dell'orgoglio, i quali sono veramente i peccati fondamentali che si riproducono e si moltiplicano sempre di nuovo da se stessi come l'erba della terra e come la sabbia del mare!

9. O Dio! Io ho così tanti peccati e tante macchie sulla mia anima che non riesco nemmeno a scorgere la mia pelle a causa di tali peccati, anzi, nel furore dei miei innumerevoli peccati, io mi trovo come immerso in un fumo e in una nebbia densissimi!

10. O Dio, o Dio, chi mai potrà liberarmi dai miei peccati? Io sono un ladro matricolato, io sono un mentitore, e quando ho una volta mentito, continuo sempre di nuovo a mentire per rafforzare la vecchia menzogna con la nuova e per farla apparire sotto un qualche aspetto di verità. Oh, l'orribile bestia bugiarda che sono! Tutto quello che possiedo, l'ho fatto mio soltanto con la menzogna, con l'inganno e col furto, sia clandestinamente sia apertamente!

11. Certo, nella mia immensa cecità io non ho mai ritenuto che tutto ciò fosse peccato, eppure ebbi spesso l'occasione di farmi convincere dalla verità, ma non l’ho mai voluto! Io mettevo sempre dinanzi Sparta e Licurgo e disprezzavo continuamente le savie e giuste leggi di Roma! Oh, che volgare ed abominevole briccone sono io!

12. Ebbene sì, l'unica consolazione che ancora mi rimane è quella che finora non ho assassinato nessuno; ma non c'è mancato molto! Se la mia serva non avesse preso il volo prima che io fossi rincasato, lei sarebbe stata la misera vittima del mio furore diabolico!

13. Oh, io sono un mostro spaventoso! Sono peggiore di un orso, peggiore di un leone, peggiore di una tigre, peggiore di una iena, molto peggiore di un lupo e molto ma molto peggiore di una scrofa selvatica! Infatti, io sono anche astuto come la volpe, ed è questo che mi da l'impronta di un vero demonio mascherato!

14. Oh, io sono davvero molto ammalato nella mia anima! E tu, fratello Zinca, difficilmente potrai guarirmi; forse non lo potrai affatto!

15. Ora però si fa un po' più chiaro in me, e il fumo densissimo e la fitta nebbia da cui sono circondato iniziano a svanire! Ecco, essi si diradano sempre di più, e mi pare di respirare con maggiore facilità; ma appunto in questo maggior chiarore io posso scorgere ora la forma veramente mostruosa della mia persona ricoperta di lebbra, piena di bubboni e di tumori schifosi! Ahimè! La mia figura è un vero orrore! Dov'è il medico che possa guarirmi? Certo, il mio pessimo corpo è sano, ma il pessimo corpo non avrebbe nessuna importanza, purché la mia anima fosse sana!

16. O Dio! Se qualcuno potesse vedere la mia anima, inorridirebbe, tanto spaventosa è la sua bruttezza! Quanto più chiaro si fa intorno a me, tanto più ributtante appare la mia anima. Fratello Zinca, non vi è dunque alcun rimedio con cui dare alla mia anima un aspetto un po’ migliore?».

 

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Cap. 49

L’anima di Zorel si purifica.

 

1. A questo punto Zorel comincia a sospirare nel suo sonno, ed alcuni ritengono che egli stia per svegliarsi.

2. Io però dico a tutti loro: «Oh, niente affatto! Questo non era che il primo stadio del suo sonno; egli dormirà ancora per un'ora buona, e ben presto ricomincerà a parlare in un altro stadio di vita più elevato della sua anima. Questo primo stadio consisteva nello svincolarsi dell'anima dalle proprie passioni carnali e mondano-sensuali che egli dovette percepire e constatare come malattie sulla forma corporea della sua anima, le quali a loro volta dovettero suscitare in lui un profondo orrore. Per simili malattie dell'anima non vi è però altro rimedio che, in primo luogo, il riconoscerle, poi aborrirle dal più profondo dell'anima, ed infine volere fortemente liberarsene del tutto al più presto possibile. Una volta che la volontà si è affermata, allora la guarigione procede con facilità.

3. Fate dunque attenzione ora: egli comincerà subito a parlare nuovamente. Se egli ti chiede di nuovo qualcosa, amico Zinca, rispondigli semplicemente col pensiero, ed egli ti udrà e ti comprenderà molto bene!»

4. Io ho appena finito di dare queste istruzioni a Zinca, che già Zorel ricomincia a parlare, e dice: «Ecco, io ho pianto sulla mia grande miseria! Dalle mie lacrime si è formata una piscina come quella di Siloe in Gerusalemme, ed io sto bagnandomi ora in questa piscina, ed ecco, la sua acqua guarisce le numerose ferite, le ulcerazioni e i bubboni sul corpo della mia anima! Oh, sì! Questo è un vero bagno salutare! Io certo scorgo tuttora le cicatrici, ma i bubboni, le ferite e le ulcerazioni sono spariti dal corpo della mia anima così tanto meschina. Ma come è stato possibile che dalle mie lacrime si sia formata visibilmente un’intera piscina?

5. Dei dintorni splendidi la circondano; questa è la regione della consolazione e di una soave speranza. Io sento anche in me come se io potessi sperare in una completa guarigione. Ah, quanto è ameno questo luogo; io vorrei rimanervi per sempre! L'acqua nella mia piscina adesso è molto chiara, mentre prima era tanto torbida, e quanto più chiara diviene, tanto più ha un effetto salutare su di me!

6. Ah, ora però io sento pure che qualcosa come una forte volontà comincia a muoversi in me, e dietro a questa forte volontà percepisco qualcosa come un impulso a parlare, e le parole sono: “Io voglio, io devo,- devo, perché voglio!”. Chi mai può impedire in me quello che voglio? Io sono libero nella mia volontà; non è che io possa volere solo ciò che devo, ma io voglio quello che io stesso voglio! Il vero e il buono, ecco quello che voglio, perché io stesso voglio volerlo e nessuno mi ci può costringere!

7. Io riconosco ora la Verità; essa è una Luce divina dai Cieli! Tutti i nostri dèi non sono che fantasmi, non sono nulla, nulla affatto. Chi crede in loro può dirsi peggiore di un vero pazzo, poiché un vero pazzo non crede mai in queste vuotissime divinità. No, di dèi non ne vedo in nessun luogo, ma invece percepisco la Luce divina e la Parola divina. Dio stesso però non posso vederLo, perché Egli è troppo santo per me.

8. Ma ora io vedo che l'acqua della mia piscina è diventata un lago tutto intorno a me! Tuttavia questo non è profondo, l'acqua mi arriva soltanto fino ai lombi, ed è chiara, meravigliosamente chiara, ma finora non vi scorgo nemmeno un pesciolino! Oh, ma certo, pesciolini non ne entreranno mai qui, poiché i pesciolini provengono dall'alito di Dio, e questo sì che è un alito onnipotente! Ora io non sono che un'anima umana molto debole, dal cui alito non può sorgere alcun pesciolino di Dio.

9. Oh, per arrivare a ciò si richiede molto; bisogna essere assai onnipotenti se si vuol produrre col proprio alito dei pesciolini! Questa cosa un uomo non la può mai fare, perché è troppo debole! Per l'uomo, a dire il vero, essa non dovrebbe essere del tutto impossibile, ma a tale scopo occorrerebbe che egli fosse pieno della Volontà e dello Spirito divini! Questa non può dirsi certo una cosa impossibile per un vero uomo, ma io non sono un vero uomo, ed è appunto per tale ragione che la cosa per me è assolutamente impossibile!

10. Com'è limpida l'acqua, e anche il fondo è pulito e tutto ricoperto di erba bellissima; è davvero meravigliosa quest'erba: un’erba così bella e rigogliosa sott'acqua! Ed ecco, l'erba cresce a vista d'occhio, e comincia a scacciare la bella acqua! Oh, sì, la speranza diventa più potente delle conoscenze e del timore che le accompagna!

11. Ah, ecco, ora scorgo un uomo sulla riva che è piuttosto lontano; egli mi fa un cenno! Io vorrei volentieri andare da lui, ma non so quanto profondo sia il lago negli altri punti! Se qua o là fosse troppo profondo, io rischierei certo di andare a fondo, e sarei perduto!

12. Ma una voce che viene dall'acqua risuona e dice: “Io ho dappertutto la stessa profondità! Tu puoi attraversarmi senza nessun timore; va pure da Colui il Quale ti chiama e che ti guiderà e ti insegnerà la retta via!”. Questo poi è proprio strano; qui parlano perfino l'acqua e l'erba! No, davvero non mi è mai successo una cosa simile!

13. Ora vado a raggiungere l'amico che si trova sulla riva. Egli deve essere un amico, altrimenti non mi avrebbe fatto il cenno! Zinca, non sei tu quello, ma è un altro! Ora scorgo anche te dietro di lui, ma tu sei ben lontano dall'avere il suo aspetto amichevole! Chi mai può essere? Io mi vergogno tanto di comparire dinanzi a lui, perché sono completamente nudo. È vero che il mio corpo si presenta ora benissimo; infatti io non vi scorgo più quasi nessuna traccia di malattie! Oh, se avessi almeno una camicia! Ma così mi trovo perfettamente nudo, proprio come uno che stia facendo un bagno, eppure bisogna che vada; il suo cenno mi attrae potentemente! Ora mi incammino, e vedi un po', la cosa va molto bene!».

 

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Cap. 50

L’anima purificata viene rivestita.

 

1. Qui Zorel interrompe il suo discorso, e Zinca domanda: «Come può vedere tutto ciò, e come può camminare attraverso l'acqua, mentre se ne sta qui immobile come fosse morto?»

2. Dico Io: «La sua anima attualmente vede solo le sue condizioni che la guidano verso il meglio; da queste si forma un proprio mondo nella mente dell’anima, e ciò che tu chiami qui un movimento del pensiero, appare nel regno delle anime come un movimento da un luogo all'altro.

3. La piscina che si formò dalle sue lacrime, le cui acque guarirono la sua anima, rappresenta il suo pentimento per i peccati commessi, e il bagno che egli vi fa dentro indica una vera penitenza che trae origine dal pentimento. L'acqua limpida raffigura il vero riconoscimento dei propri peccati e delle proprie mancanze, e l'accrescimento della piscina fino a diventare un lago esprime la volontà più forte di pervenire da solo alla purificazione e alla guarigione. L'erba rigogliosa sott'acqua denota la speranza di raggiungere la piena salute e la superiore e libera Grazia di Dio. Questa Grazia è rappresentata visibilmente dalla sponda alquanto lontana, ed Io stesso lo sono nello Spirito e nella Volontà. Il movimento verso di Me, attraverso l'acqua del vero pentimento e della vera penitenza, significa in sé il progredire dell'anima verso il vero miglioramento.

4. Ma tutto ciò non è per la sua anima che un'apparizione di rispondenza, dalla quale l'anima scorge com’è costituita e apprende ed opera in se stessa ciò che serve per il suo miglioramento. Certamente in questo stato tutto ciò è finora soltanto una manifestazione della volontà, senza esplicazione di un'attività reale esteriore; quest'ultima dovrà seguire solo quando egli, allo stato di veglia, si troverà in pieno collegamento col suo corpo.

5. Ben presto egli Mi avrà raggiunto, e ricomincerà subito a parlare. Fate dunque bene attenzione; tutto quello che egli dirà ora, trova rispondenza nello stato interiore della sua anima. Appariranno ancora molte cose confuse prima che egli arrivi al terzo stadio, cioè all'unione temporanea col suo germe vitale puro.

6. In questo terzo stadio potrete persuadervi con quanta coerenza e con quale sapienza egli parlerà! Ora parla soltanto la sua anima, purificata per questo breve tempo, ma nel terzo stadio sarà il suo spirito che parlerà da se stesso! Voi allora non potrete più scoprire nessuna lacuna nel suo discorso, ed egli vi dirà parole tali che vi sentirete tutti riscaldare il cuore!

7. Ma ecco che egli ha ormai già raggiunto la sponda e dice: "Ah, è pur stato faticoso questo viaggio! Eccomi finalmente presso di te, o nobile amico! Non hai forse una camicia con te? Vedi, la mia nudità suscita in me una profonda vergogna!"

8. A questo punto Io, dal Mio Spirito e dalla Mia Volontà per lui ora visibili, dico: "Esci dall'acqua, e sarai vestito in base alle tue opere!"

9. Dice l'anima di Zorel: "Amico, non parlare delle mie opere, perché esse sono tutte malvagie e perverse. Se la mia veste deve somigliare alle mie opere, non potrà essere che terribilmente lacera e nera"

10. Gli dico Io: "In questo caso c'è qui dell'acqua a sufficienza per lavarla e farla diventare bianca!"

11. Dice Zorel: "O amico, questo sarebbe come voler fare diventare bianca la faccia ad un moro lavandola! Non sarà davvero una cosa facile! Ma ad ogni modo avere una veste è sempre meglio che non averne affatto. Io voglio per conseguenza uscire dall'acqua!"

12. Ai Miei piedi giace una toga con molte pieghe, ma molto sudicia, quantunque il suo vero colore sia grigio biancastro, caratteristica questa della veste dei pagani nel regno degli spiriti. Egli prende la veste, ma la sua sporcizia suscita nausea in lui - ciò è buon segno. Tuttavia egli la prende, si affretta ad entrare con essa nell'acqua, comincia a scuotervela dentro, a torcerla, a sciacquarla e infine la stende.

13. Ora egli ha compiuto il suo lavoro, e la veste è pulita. Siccome però è ancora umida, non si sente ancora il coraggio di indossarla. Ma Io gli spiego che egli deve mettersela addosso; egli non ha temuto l'acqua fino a quel momento: per quale motivo dunque dovrebbe provare adesso una specie di ribrezzo a causa della veste ancora un po’ umida? Ed ora egli risponde, ascoltate anzi, perché questa risposta egli la darà a voce alta.

14. Dice Zorel: "Ma è forse giusto il fatto che prima tutto il lago non mi ha fatto niente di male ed ora dovrebbe farmi impressione una camicia umida? Mettiamola sul corpo e che sia finita! Ah, quanto bene mi fa!"».

 

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Cap. 51

Il corpo etereo dell'anima con i suoi sensi.

 

1. Ed ora Zinca muove col pensiero una domanda, e dice: «Ha dunque anche l'anima un corpo?»

2. Zinca fece questa domanda perché egli stesso non aveva la minima idea di quale fosse l'aspetto di un'anima e come fosse composta. Infatti, secondo il concetto abituale giudaico l'anima era un'inconsistenza nebulosa, e gli ebrei dicevano: «L'anima è puramente uno spirito che ha un'intelligenza e una volontà, ma generalmente non ha né forma, né meno ancora un corpo qualsiasi».

3. Zinca rimase per conseguenza meravigliato quando Zorel, alla domanda fattagli col pensiero, diede la seguente risposta: «Certamente, anche l'anima ha un corpo, per quanto soltanto etereo; ma per l'anima il suo corpo è altrettanto perfettamente corpo quanto per la carne la carne è perfettamente corpo. Non manca niente al corpo dell'anima di tutto quello che è proprio al corpo di carne. Queste cose certo non le scorgi con gli occhi della tua carne, ma pure a me è dato adesso di vedere, di udire, di sentire, di fiutare e di gustare tutto ciò, poiché anche l'anima possiede gli stessi sensi, come li possiede il corpo, quali mezzi di comunicazione fra esso e la propria anima.

4. I sensi del corpo sono come redini nelle mani dell'anima, che servono per dominare il suo corpo nel mondo esteriore. Se il corpo non avesse questi sensi, esso sarebbe del tutto inadoperabile e costituirebbe un peso insopportabile per l’anima.

5. Figurati un uomo che fosse perfettamente cieco e sordo, che non sentisse nulla, né il dolore né il benessere che deriva dalla salute e che fosse privo anche dell'odorato e del gusto; giudica tu stesso se un simile corpo potrebbe essere di qualche utilità all'anima! Ora, ammessa l'intangibile pienezza e chiarezza di coscienza di se stessa dell’anima, non sarebbe questa una cosa tale da indurla alla più completa disperazione?

6. Ma così pure nemmeno i più acuti sensi del corpo potrebbero essere di qualche giovamento all'anima, se questa non possedesse nel proprio corpo etereo esattamente gli stessi sensi! Dato, però, che l'anima possiede gli stessi sensi del corpo, essa percepisce anche facilmente e distintamente con i propri sensi finissimi quello che i sensi del corpo hanno prima percepito ed accolto in sé dal mondo esteriore. Dunque ora tu sai come anche l'anima abbia una forma di corpo.

7. Veramente tu lo sai perché te l'ho detto io nella misura in cui io vedo, sento e percepisco ora corporalmente, ma quando invece sarò risvegliato, tu saprai ancora tutto ciò, mentre io non ne saprò più nulla, perché io ora vedo, sento e percepisco soltanto con i sensi sottili della mia anima, e non contemporaneamente anche con i sensi del corpo.

8. Se io percepissi tutto questo anche con i sensi del corpo, questi inciderebbero certi determinati segni sui nervi del mio cervello e corrispondentemente sui nervi vitali del mio cuore di carne, ed io, anima, potrei poi ritrovarli e riconoscerli perfettamente nel mio corpo di carne. Ma siccome ora io mi trovo libera e quasi sciolta da ogni legame col mio corpo, e non posso reagire e influire sui miei sensi corporali, così, dopo aver fatto ritorno nel mio corpo, non mi ricorderò assolutamente nulla di tutto ciò che ora vedo, odo, sento e dico, e di tutto quanto mi succede ora.

9. Certamente anche l'anima ha di per sé una facoltà di memoria, e per conseguenza può ricordarsi della cosa anche più insignificante che possa esserle accaduta, ma essa può farlo soltanto nel suo stato libero. Quando invece si trova dentro il proprio corpo che la ottenebra completamente, essa viene resa sorda allo spirituale, ed è accessibile solo alle impressioni grossolane e grevi. Essa giunge a percepire il proprio “io” solo nella misura in cui le rimane la coscienza di esistere veramente, per non parlare poi delle impressioni spirituali più nobili e profonde latenti in essa.

10. Tu pure hai un'anima, come io stesso sono ora un'anima perfettamente libera, ma tu pure sapevi poco o niente di te stesso. La ragione di ciò sta nella carne tenebrosissima dalla quale l'anima è avviluppata per un certo tempo. Solo ora dopo che io ho suscitato, per mezzo della voce dalla mia bocca corporale ancora vivente, alcune impressioni nei nervi del tuo occipite e dopo che tu, quale anima, puoi leggere in te stesso attraverso queste impressioni i medesimi segni originari - tu pure sai, quale anima e non quale corpo di carne, che tu hai un'anima e che nel tuo pensiero e nella tua volontà sei tu stesso anima, la quale anima nel suo essere corporeo-etereo ha la stessa forma del tuo corpo.

11. Del resto non meravigliarti affatto se ti dico che, quando mi sarò ridestato alla vita terrena, non mi ricorderò più niente di tutto ciò che ti ho narrato adesso; la ragione di questo te l'ho già spiegata!».

 

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Cap. 52

L'anima di Zorel sulla via dell'abnegazione.

 

1. (Zorel:) «Ora l'amico mi dice: “Vieni Zorel, lascia questo luogo, Io ti condurrò in un'altra regione!”.

2. Adesso io sto procedendo innanzi, insieme al mio buon amico, molto lontano dal lago; ora passiamo per uno splendido viale, e gli alberi si inchinano dinanzi a colui che io seguo. Egli deve essere qualcuno di grande nel Regno di tutti gli spiriti! Oh, alcuni degli alberi sembra debbano quasi spezzarsi, tanto profondi sono i loro segni di riverenza!

3. Io scorgo che anche tu Zinca vieni con noi; la tua figura appare molto nebulosa e pare che tu non ti accorga come gli alberi si inchinino dinanzi al mio amico! Davvero, questa è una cosa stranissima per il mondo, ma tuttavia è vera!

4. È strano, strano! Ora gli alberi cominciano perfino a parlare! Nel loro sussurrare chiaro e ben percettibile io li odo esclamare: “Salute al Santo dei santi, salute al grande Re dei re da eternità in eternità!”.

5. Non lo trovi anche tu estremamente strano? Eppure, c'è quasi da arrabbiarsi: tu sembri non accorgertene affatto o hai l'aria di considerare questa un'apparizione comunissima, come si trattasse di un'insignificante pioggerella sulla Terra!

6. Ma ora il mio amico, dinanzi al quale gli alberi si inchinano e acclamano il suo onore, mi dice che quello che ti somiglia e che ci segue non sei tu stesso, ma soltanto una specie d'ombra od immagine della tua anima, e che essa si produce nella nostra atmosfera. La cosa si spiegherebbe così: dalla tua anima si dipartono, come da una luce, certi raggi vitali; non appena raggiungono la nostra atmosfera, essi assumono una forma quasi nello stesso modo dei raggi che si dipartono da un uomo durante il giorno e che, cadendo sulla superficie di uno specchio, assumono subito la forma di quello stesso uomo, partendo dal quale raggiunsero la superficie dello specchio.

7. Io vorrei proprio vedere i tuoi piedi per persuadermi che tu non cammini con noi, ma che ci segui librandoti nell'aria. Ed è proprio così: tu non muovi né gambe né braccia, e tuttavia ci segui ad una distanza di sette buoni passi! Sì, sì, ora comprendo per quale motivo tu non vedi chinarsi gli alberi e non odi il loro sussurro meraviglioso!

8. Ma adesso il viale va restringendosi sempre più e gli alberi diventano più bassi, però, d'altro canto, si trovano più vicini gli uni agli altri; ciononostante gli inchini e il bisbiglio non cessano. Anche la via diventa sempre più faticosa. Ecco che ormai il viale si è fatto tanto stretto, e la strada tanto ricoperta di spine e di sterpi da non renderci possibile il passaggio che con grande fatica! Non è possibile vederne ancora la fine, quantunque il mio amico dica che saremo ben presto arrivati al termine e che avremo così raggiunto la meta. Ma gli alberelli dello sterpaio formano ormai un fitto groviglio, il suolo è molto pietroso e fra le pietre tutto è pieno di spine e di cardi; adesso poi veramente non è quasi più nemmeno possibile continuare il cammino!

9. Io chiedo all'amico perché mai ci siamo cacciati per questa strada inevitabilmente pessima. L'amico però risponde: “Guardati un po' attorno, a destra e a sinistra, e tu scoprirai da ambedue le parti un mare che ha una profondità senza fine! Questa è l'unica e sola lingua di terra, certo molto angusta e spinosa verso la fine, ma solida e sicura, la quale divide i due mari sconfinati. Essa congiunge tutto il mondo terreno con l'immensa regione paradisiaca dei beati dell'aldilà. Chi vuole arrivare a questa, deve rassegnarsi a percorrere questa via che è l'unica che vi conduce!”.

10. Ecco, o Zinca, questa è la strana risposta che mi ha dato ora l'amico e la guida della mia nullità! Io però gli faccio un'altra domanda, e gli dico: “Nel mondo vi sono pure moltissime cattive strade, ma là gli uomini si danno da fare, prendono zappe, picconi e badili e mettono la strada in ordine. Perché non si può fare anche qui qualcosa di simile?”.

11. Ma l'amico risponde: “Perché appunto l'enorme sterpaio protegge questa lingua di terra dall'infuriare dei mari, spesso violentissimo! Se quest'unica e salda lingua di terra non fosse così fittamente e solidamente protetta con questo sterpaio, i marosi l'avrebbero spazzata via completamente da ambedue i lati già da tempo. Ma poiché questo groviglio di spine è cresciuto tanto fitto particolarmente verso le due sponde, le forti ondate si rompono contro di esso, e depongono la loro schiuma negli interstizi fra la fitta ramificazione, la quale si solidifica a poco a poco fino ad acquistare la consistenza della pietra, e fortifica così sempre di più quest'importantissima lingua di terra. Ora, il nome di questa lingua di terra è umiltà e salda verità fondamentale. Ma ambedue, tanto l'umiltà quanto la verità, in ogni tempo sono state per l'uomo piene di spine!”.

12. Vedi, Zinca, così ha parlato l'amico; però adesso in me si fa un chiarore strano, e comincio a sentire come qualcosa che si muove nel mio cuore: ciò che si muove è una luce e la luce ha nel cuore la forma come di un embrione nel corpo materno. Essa è purissima, io la vedo. Ma ecco che diviene sempre più grande e sempre più potente! Ah, che perfezione di splendore e di purezza! Questa è certo propriamente la fiamma vitale da Dio nel vero cuore dell'uomo! Sì, certamente, è questa! Come cresce senza interruzione e quanto bene mi fa!

13. Noi continuiamo a procedere ancora per lo stretto sentiero, ma ormai lo sterpaio e le spine non mi confondono più e non sento nemmeno più nessun dolore se anche qualche spina mi punge e mi solletica! Ora lo sterpaio comincia a diradarsi, gli alberi diventano più grandi, e va formandosi nuovamente uno splendido viale. Ecco che lo sterpaio svanisce del tutto, la lingua di terra si allarga, e le sponde dei mari si allontanano sempre più da noi. Già scorgo benissimo in grande lontananza un'altra regione quanto mai bella, con dei magnifici monti, e oltre le montagne irradia come un incomparabile splendore d'aurora! Noi non abbiamo però finito ancora di percorrere il viale che va diventando sempre più grande e più largo, che gli alberi, ora molto alti e grossi, continuano ancora a chinare le loro maestose corone al passaggio del mio amico che mi guida, e il loro mormorio somiglia ad una dolcissima e pura armonia di arpe dall'accordo perfetto!

14. O Zinca! Qui, la magnificenza è già qualcosa di indescrivibile! Tu pure continui a librarti sempre dietro a noi, e ti mantieni sempre muto come prima; però tu non ne hai colpa, perché non sei tu che io vedo, ma soltanto la tua fugace immagine. Ah, se potessi anche tu vedere tutto questo e se tu potessi di là, nella vita terrena, conservarne anche il ricordo in modo vivo, che uomo memorabile saresti allora! Io potrei anche esserlo, se di tutto quello che vedo e sento mi rimanesse qualcosa nella memoria, ma non mi resterà nessun ricordo! Ora però l'amico dice che col tempo mi verrà restituito il ricordo vivo di tutte queste cose; prima però sarà necessario che anch'io percorra nella carne questa via piena di spine che mi si presenterà dinanzi».

 

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Cap. 53

Zorel in Paradiso.

 

1. (Zorel:) «Ah, ma la mia intima luce vitale diventa ora di una potenza immensa; essa penetra tutto il mio intimo. Oh, quanto fa bene questa luce a tutto il mio essere! Ed io la scorgo ormai nella figura di un bambino di quattro anni dall'aspetto straordinariamente amichevole! E deve essere anche molto saggio, perché ha l’aspetto di un piccolo Dio purissimamente pensato, ma non un Dio creato dalla fantasia degli egizi, dei greci o dei romani, ma un’immagine meravigliosa del vero Dio degli ebrei! È proprio un'immagine della vera Divinità!

2. Oh, ora sì che riconosco che esiste un vero Dio soltanto, ma solo coloro che sono di cuore perfettamente puro vedranno il Suo santo Volto! Sarà ben difficile che io giunga a vederLo, perché il mio cuore era già estremamente impuro! Invece tu sì, amico Zinca, perché nel tuo cuore io non scorgo quasi nulla d'impuro, all'infuori del punto del tuo corpo e del filo mediante i quali tu devi necessariamente rimanere attaccato al mondo ancora per un certo tempo!

3. Ma soltanto adesso io scorgo, anche se ad una distanza ancora piuttosto grande, l’ampio sbocco del viale. Ormai non si vede più da nessuna parte una traccia qualsiasi di mare; dappertutto non vi sono che meravigliose regioni floridissime e giardini che si susseguono, dappertutto case e palazzi splendidissimi! Ah, che magnificenza indescrivibile!

4. Il mio amico dice che questo è ancora ben lontano dall'essere il Cielo, ma che è invece il Paradiso. Nessun mortale è finora pervenuto al Cielo, perché fino ad ora non è stato costruito alcun ponte per potervi giungere. Tutti i buoni che dal principio della Creazione sono vissuti sulla Terra, soggiornano qui con Adamo, Noè, Abramo, Isacco e Giacobbe. Quelle alte montagne tracciano il confine di questa regione quanto mai meravigliosa. Chi potesse arrivare su quelle montagne, certamente vedrebbe il Cielo con le immense schiere degli angeli di Dio, ma tuttavia nessuno potrebbe ancora entrarvi finché sopra il grande abisso, che non ha fondo, non sarà costruito un solido ponte per l'eternità!

5. Ora noi procediamo come il vento; il mio uomo luminoso in me ha già raggiunto la grandezza di un fanciullo di otto anni, ed ho l'impressione che i suoi pensieri s'incrocino come fulmini in tutto il mio essere. Sì, io percepisco la loro incomprensibile grandezza e profondità, ma non sono ancora in grado di afferrarne le forme. Dentro ci deve essere qualcosa di straordinariamente meraviglioso! Ogni lampo di pensieri che scatta suscita in me una delizia indescrivibile! L’intera Terra non conosce una simile gioia, e non la può nemmeno sentire! Infatti, tutta la Terra non è che un giudizio, certo della Grazia di Dio, ma pur sempre un giudizio, dove nel migliore dei casi le gioie sono sempre scarsamente ripartite.

6. Ora ci avviciniamo già molto alle alte montagne e le magnificenze aumentano sempre più! Quale indescrivibile varietà di meraviglie su meraviglie! Per narrarle tutte non basterebbero mille anni umani!

7. Ed ecco, presso i monti abita della gente bellissima in quantità innumerevole! Ma non sembrano accorgersi di me e del mio caro amico, perché essi ci passano lietamente dinanzi con andatura affrettata, ma non fanno cenno di accorgersi di noi, mentre è evidente che tutti gli alberi si inchinano e salutano il mio amico. Che strano popolo di spiriti è questo!

8. Ma vedi, frattanto abbiamo raggiunto la vetta di un alto monte! O Dio, o Dio, eccoci ormai qui; io poi, come un vero pesce fuor d'acqua, scorgo sempre più chiaramente a grandissima distanza un vasto orizzonte risplendente più del Sole. Qui sembra che abbia inizio il Cielo di Dio, il quale poi dovrebbe continuare ad innalzarsi all'infinito!

9. Ma fra qui e là sta spalancato un abisso più largo dello spazio esistente fra la Terra e il Sole! E sopra questo abisso dovrebbe venire ora costruito un ponte! A Dio certo questa cosa può benissimo essere possibile!

10. Ma adesso il mio uomo luminoso interno è già grande quanto me stesso e, cosa curiosa, sento che il sonno mi coglie, e l'amico mi invita a riposare sull'erba verde e profumata! Voglio proprio fare così!».

 

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Cap. 54

Il rapporto tra corpo, anima e spirito.

 

1. (Dico Io:) «Vedete, ora soltanto egli passerà al terzo stadio, prestate dunque bene attenzione a quello che egli dirà!»

2. Chiede Cirenio: «Signore, se Zorel ora si addormenta sul prato per noi invisibile, che cosa si otterrà con questo? Deve accadere così oppure egli non potrebbe passare nel terzo stadio senza un preciso periodo di sonno?»

3. Dico Io: «Se la sua anima fosse pura, la cosa funzionerebbe anche senza ricorrere ad un certo stato intermedio di sonno, ma finché la sua anima mantiene ancora certi legami col corpo, deve prima subentrare una specie di assopimento, durante il quale l'anima, senza accorgersene, passa ad un altro stadio. Quello che l'anima di Zorel ha visto e quello che essa ha detto fino ad ora nel secondo stadio, è stato, fatta eccezione per il proprio io, soltanto un'adeguata apparizione; solo nel terzo stadio essa perverrà al vero stato di veggenza, e quello che allora essa dirà corrisponderà anche alla piena realtà»

4. Domanda Cirenio: «Ma che cosa è veramente il sonno e come e da che cosa deriva?»

5. Gli dico Io: «Devi proprio sapere anche questo? Ebbene, così sia, dato che lo vuoi proprio assolutamente sapere, bisogna che te lo spieghi subito; ascolta dunque!

6. Quando tu porti sul tuo corpo una veste e, secondo il costume greco, dei calzoni alle gambe, allora in seguito ai movimenti del tuo corpo anche la veste ed i calzoni hanno vita; essi devono cioè seguire la tua volontà, così come le membra del tuo corpo devono seguire la volontà della tua anima. Ma quando, durante l'estate, vai a bagnarti, allora tu deponi le vesti perché non puoi adoperarle nel bagno. Veste e calzoni dunque, mentre tu ti bagni, si trovano in stato di forzato riposo e, di per sé, non sentono alcun impulso né alcun movimento. Non appena tu esci dal bagno e li indossi di nuovo, tanto la veste quanto i calzoni risentiranno nuovamente un impulso ed avranno come prima un moto, cioè vivranno, per così dire, con te. Ma per quale ragione ti sei levato le vesti prima di bagnarti? Vedi, perché esse ti erano di peso e cominciavano ad opprimerti! Ma col bagno ti sei rinvigorito, e le vesti, che ti erano diventate di peso, dopo il bagno ti sembreranno leggere come una piuma.

7. Quando la tua anima, dopo le fatiche della giornata, si sente stanca e debole, avverte il bisogno della quiete che la ristori e rinvigorisca. Allora l'anima stanca si spoglia subito della sua veste articolata di carne e si tuffa in un bagno fortificante di acqua spirituale, e vi si bagna, si purifica e si rinforza; non appena si è rinvigorita, essa rientra nella sua veste di carne e muove di nuovo le sue membra grevi con una grande facilità.

8. Ora, però, dal racconto di Zorel tu hai certamente appreso, o meglio ancora percepito in modo ben vivo, che nella sua anima, e precisamente nel suo cuore, ha cominciato a germogliare ancora un più intimo uomo di luce, con il quale l'essere animico sta quasi nello stesso rapporto come il corpo materiale sta con la propria anima. Ebbene, quest'uomo di luce non aveva ancora trovato, fino a quel momento, un qualsiasi ristoro nella sua anima, la quale costituisce la sua veste articolata; esso giaceva così nel cuore dell'anima come l'ovulo giace nella donna senza animazione e senza eccitamento e stimoli suscitatori da parte virile. Mediante questo speciale trattamento assai appropriato, il vero germe primordiale di vita è stato per il momento ravvivato, eccitato e destato dalla Mia Parola e da quella di Zinca, e quando tale procedimento fu compiuto in lui, questo germe cominciò a crescere, e crebbe finché ebbe riempito tutta la sua anima, cioè la sua veste, con il suo essere spirituale puro.

9. L'anima però, benché già purificata quanto era possibile per il momento, ha ancora in sé certe parti materiali le quali sono troppo grevi per lo spirito puro, perché esso prima non si è mai esercitato a portare un tale giogo. Quest'uomo spirito, risvegliato per così dire soltanto artificialmente mediante un procedimento spirituale e costretto ad un rapido sviluppo, è ancora troppo debole per sopportare il peso dell'anima e desidera quiete e ristoro. Questo sonno apparente dell'anima sulle zolle erbose del monte non è dunque altro che lo svestirsi dello spirito delle parti più materiali della propria anima; esso trattiene soltanto quello che nell'anima è affine a lui, mentre il rimanente deve riposare nel frattempo così come il corpo riposa immobile quando l'anima si ristora, oppure come le tue vesti riposano mentre concedi al tuo corpo di prendersi nuovo vigore nel bagno.

10. Però, durante questo stato di riposo della sfera esteriore più grossolana, concesso per un rinvigorimento della sfera umana interiore più nobile, sussiste sempre un legame fra le due. Se qualcuno venisse mentre tu ti ristori nel bagno, e prendesse le vesti da te deposte e cominciasse a distruggerle, il tuo naturale e necessario amore per le tue vesti ti indurrebbe ad opporgli ben presto il tuo veto sdegnoso e potente. Un legame ancora più intenso sussiste fra il corpo e l'anima, e chi volesse prendere e distruggere le vesti di carne prima del tempo, costui verrebbe poi trattato da essa in modo del tutto speciale.

11. Ma il legame più intenso di tutti è quello fra l'anima e lo spirito, perché l'anima - particolarmente se è assolutamente pura - è essa stessa un elemento primordiale puramente spirituale, e lo spirito reagirebbe in modo terribile se si volesse strappargli del tutto il suo corpo e la sua veste. Egli si accenderebbe immediatamente del più ardente fuoco, e distruggerebbe tutto ciò che volesse avvicinarglisi.

12. L'anima però deve deporre interamente tutto quello che è materiale prima che lo spirito possa attrarre quanto in essa vi è di affine a lui, e possa così costituire un io perfetto con essa. Quello che vi è di materiale nell'anima è visibile per lo spirito in quello di cui è vestita l'anima. Tu hai udito come Zorel parlasse di una camicia sudicia che egli stesso aveva lavato nel lago, poi stesa ed infine indossata come una veste ancora umida. Ebbene, questa veste è appunto la parte esteriore ancora materiale dell'anima, la quale deve venire deposta e indotta al riposo prima che l'intimo uomo-spirito divino possa riversarsi pienamente nell'anima divenutagli ormai molto affine, e possa diventare un’unica cosa con essa.

13. Questo momento della transizione richiede sempre un po’ di tempo, perché tutto quello che appartiene all'ambito vero e proprio della libera vita deve formare col nuovo e più nobile essere un'unione perfetta (matrimonio spirituale) prima che il nuovo essere, ossia il nuovo uomo celeste, possa manifestarsi fuori da se stesso come essere che, nello stato di indipendenza, sente, pensa, vede, ode, fiuta e gusta tutto direttamente. Durante un tale sonno avviene questa necessaria trasmigrazione spirituale; non appena è avvenuta, il nuovo uomo è compiuto, e per la sussistenza spirituale non ha più bisogno, in eterno, di nessuna trasformazione ulteriore.

14. Ma arrivato a questo stadio, l'uomo ha raggiunto anche la massima perfezione, e nella propria essenzialità non è più suscettibile di una perfezione maggiore; ammissibile è soltanto un'ascensione continua, eterna, nella conoscenza e nel perfezionamento costante nel più puro amore e nella sapienza dei Cieli e nella loro potenza che ordina, regge e guida tutto l'Universo, e tramite questo c’è pure il conseguimento di una beatitudine sempre maggiore, dovuta al sempre crescente amore, sapienza e potenza.

15. Il nostro Zorel si manifesta ora quale un uomo-spirito così compiuto, e continuerà ancora, per mezzo della sua bocca di carne, a parlare della perfezione della propria umanità essenziale supremamente compiuta. Fate dunque attenzione, perché egli comincerà subito a parlare».

 

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Cap. 55

Sguardo di Zorel dentro la Creazione.

 

1. Dopo che ebbi dato questa spiegazione a Cirenio, Zorel, che era rimasto steso tutto quel tempo completamente immobile come fosse morto, cominciò a muoversi, ed apparve nell'aspetto talmente trasfigurato da infondere grande venerazione perfino nei soldati romani lì presenti, uno dei quali esclamò: «Quest'uomo ha l'aspetto di un dio addormentato!»

2. E Cirenio a sua volta confermò: «In verità! Questa è una figura umana di una nobiltà incomparabile!»

3. Infine Zorel aprì la bocca per dire: «L’essere perfezionato sta dunque davanti a Dio, che solo ora riconosce, ama e venera!». Qui vi fu una pausa.

4. Poi Zorel continuò a parlare e disse: «Tutto il mio essere è ora luce, ed io non scorgo più ombra né in me né fuori di me, poiché tutto è luce anche intorno a me. Però, in questa luce totale io vedo ancora una Luce supremamente santa che splende come un Sole potentissimo, ed in questo Sole è il Signore!

5. Dapprima io ritenevo che il mio Amico e Guida non fosse che un'anima umana come noi, ma bisogna considerare che nel mio stato precedente vi era ancora molta illusione in me. Ora soltanto riconosco la Guida! Egli adesso non è più presso di me, ma io Lo vedo in quel Sole, Lui che è santo, santissimo! Infinite schiere dei più perfetti spiriti di luce si librano tutt'intorno a questo Sole, in tutte le direzioni, in cerchi più stretti, più ampi e amplissimi. Che maestosità infinita è mai questa! O uomini! Vedere Dio ed amarLo sopra ogni cosa è la delizia somma, la suprema beatitudine!

6. Ma io ora non vedo soltanto tutti i Cieli; il mio sguardo penetra nelle profondità della Creazione dell'unico, immenso e onnipotente Dio. Io scruto da parte a parte questa nostra magra Terra, e vedo tutte le sue isole e i suoi continenti. Vedo in fondo ai mari e tutto quello che esiste e vive lì; tutte le numerose creature del mare, dalla specie più piccola alla più grande. Quale infinita varietà tra di esse!

7. Io vedo pure in quale modo l'erba viene costruita per opera di svariatissime specie di piccoli spiriti che sono molto vispi e zelanti. Vedo come la Volontà dell'Onnipotente li costringe ad essere operosi, e vedo le attribuzioni e il lavoro assegnato esattissimamente a ciascuno degli innumerevoli piccoli spiriti. Come le api lavorano intorno alle loro celle di cera, così lavorano i piccoli spiriti alla formazione degli alberi, degli arbusti, delle erbe e delle piante. Essi però fanno tutto ciò quando sono afferrati e compenetrati dalla Volontà di Colui il Quale è stato fino a qui il mio Amico e la mia Guida sull'angusto e spinoso sentiero della mia propria prova della vita, e che ora risiede in quel Sole irraggiungibile, cioè nella Sua santissima Luce primordiale, dalla quale Egli irradia la Sua Volontà in tutti gli spazi infiniti.

8. Sì, Egli soltanto è il Signore e nessuno è uguale a Lui! Alla Sua Volontà devono inchinarsi grandi e piccoli, non vi è nulla nell'immenso infinito che possa opporGli resistenza: la Sua Potenza è sovrana sopra ogni cosa e la Sua Sapienza non sarà mai perscrutabile. Tutto ciò che esiste proviene da Lui, e negli spazi più sconfinati delle Sue Creazioni non c’è nulla che non sia proceduto da Lui.

9. Io vedo le forze irradiare da Lui come al mattino si dipartono i raggi del Sollevante in tutte le direzioni con velocità maggiore di quella del lampo, e dovunque un raggio raggiunge ed afferra qualcosa, là comincia il moto e la vita, e ben presto sorgono nuove forme e nuove figure. Ma la forma dell'uomo è la pietra terminale di tutte le forme, e la sua figura è una vera figura del Cielo, poiché il Cielo intero - i cui confini soltanto Dio conosce - è pure esso un uomo, ed ogni comunità di angeli è ugualmente un uomo perfettissimo.

10. Questo è un grande Mistero di Dio, ed è impossibile che colui che non è giunto al punto in cui io mi trovo ora, conosca e comprenda tale cosa, perché soltanto lo spirito purissimo proveniente da Dio e che si trova nell'uomo può concepire, comprendere e vedere ciò che è dello spirito e ciò che si trova in lui e fuori di lui, e come esso esista e come sorga, e perché e a quale scopo! Non c’è nulla nell'infinito che non sia stato fatto per l'uomo, tutto mira all'uomo e tutto concorre, a seconda del tempo e delle circostanze, al soddisfacimento dei suoi bisogni».

 

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Cap. 56

L’essenza dell'uomo e la sua destinazione.

 

1. (Zorel:) «Dio stesso è il supremo, perfettissimo ed eterno Uomo primordiale di per Sé; vale a dire l'uomo è in se stesso un fuoco il cui sentimento è l’amore, è una luce il cui sentimento è intelligenza e sapienza, ed un calore il cui sentimento costituisce la vita stessa nella sfera più completa della coscienza di se stesso. Quando il fuoco diventa più intenso, anche la luce diventa più intensa e più potente il calore che tutto crea e che irradia infine lontano; e il raggio è luce esso stesso, ha già in sé il calore, e quest'ultimo crea tanto in lontananza quanto in sé. La cosa creata accoglie in sé sempre maggiore luce e calore, splende e riscalda poi sempre a maggiori distanze, e dove essa giunge crea a sua volta, e così tutto si propaga eternamente dal Fuoco, dalla Luce e dal Calore primordiali e continua sempre e sempre di più a riempire lo spazio infinito della Creazione.

2. Tutto dunque trae la sua origine dall'unica Essenza primordiale di Dio e si forma e si sviluppa fino a diventare simile all'Essenza primordiale del primo Uomo, ed in tale somiglianza sussiste poi completamente ed illimitatamente libero sotto forma di uomo proveniente da Dio, come un dio a sé nei necessari rapporti di amicizia con il Dio primordiale, essendo egli ormai quella stessa Cosa che è il Dio primordiale stesso.

3. Dove voi scorgete luce, fuoco e calore, là vi è anche l'uomo: o già compiuto, oppure nel suo inizio. Miliardi di atomi di luce, di fuoco e di calore si raccolgono in crisalidi e producono forme. Le singole forme si afferrano a loro volta, si raccolgono di nuovo in una forma più grande, più corrispondente cioè all'uomo, ed in queste si sviluppano fino a diventare un essere. Questo essere ora produce già più fuoco, più luce e più calore, ma con ciò si accentua nell'essere un bisogno superiore ed una tendenza ad una forma più elevata e più perfetta. Ben presto le numerose forme - benché in se stesse già più perfette - lacerano i loro involucri, si afferrano e, con la sostanza della loro volontà, si raccolgono e si trasformano nuovamente in forme più elevate e più perfette. Questo procedimento si ripete fino al compimento dell'uomo, e l'uomo stesso infine si trasforma ed evolve fino a raggiungere lo stato nel quale io mi trovo ora, che è perfettamente simile al Fuoco, alla Luce e al Calore primordiali; tutto questo riunito costituisce Dio - il Quale io ora contemplo intensamente nella Sua Luce primordiale - in Sé il Fuoco e il Calore assoluti, ciò che è unicamente Dio da eternità in eternità.

4. L'uomo è quindi innanzitutto un uomo da Dio, e poi soltanto un uomo da sé. Finché egli è soltanto da Dio, è simile ad un embrione nel corpo materno, ma quando egli, nell'Ordine di Dio, diventa da se stesso un uomo, solo allora egli è un uomo perfetto, poiché così soltanto egli può giungere alla vera somiglianza con Dio. Raggiunta questa somiglianza, egli resta come un dio per l'eternità, ed è egli stesso un creatore di altri mondi, di altri esseri e di altri uomini. È infatti strano che io veda ora come tutti i miei pensieri, i miei sentimenti e la mia volontà costituiscano l'involucro di quello che io ho pensato e sentito! Vedete, così procede e si sussegue sempre l'azione creativa!

5. Il sentimento quale calore, e per conseguenza amore, sente il bisogno di qualcosa di essenziale, ma quanto più potente diventa il sentimento e quante più fiamme e calore si producono in sé, tanto più si potenzia anche la luce della fiamma.

6. Nella luce il bisogno dell'amore si esprime in forme, ma le forme sorgono e svaniscono come le immagini che l'uomo, dalla fantasia ardente, vede ad occhi chiusi; esse variano continuamente, divengono sempre più grandi ed assumono gradualmente forme sempre più durature e più distinte. Ma negli uomini perfetti, come ora è il mio caso - certamente soltanto per breve tempo - il pensiero viene mantenuto nella sua forma, perché esso, afferrato dalla volontà, viene subito mantenuto nella forma sorta attraverso un involucro che si è formato rapidamente, e la forma non può più essere modificata. Siccome però l'involucro è in origine di una tenuità assolutamente eterea, e per conseguenza trasparente, allora da parte del creatore del pensiero ora racchiuso vengono fatti penetrare sempre più luce e calore. Così si accrescono anche la luce e il calore propri del pensiero imprigionato, elementi spirituali dai quali esso è originariamente derivato, ed il pensiero così imprigionato comincia ben presto a svilupparsi sempre più e - secondo la luce della sapienza e della conoscenza più perfetta nelle quali la costruzione, per quanto artistica e complicata, appare più chiara del giorno più sereno in tutte le sue indispensabili parti, collegamenti ed articolazioni - viene necessariamente ed opportunamente sistemato in modo organico. Una volta che il pensiero ha ricevuto la sistemazione organica, allora in esso una propria vita comincia già ad essere conscia di se stessa e ad orientarsi.

7. Ora è facile comprendere come un uomo perfetto sia in grado di poter pensare e di collegare assieme, in pochi istanti, una innumerevole quantità dei più svariati pensieri e idee del tutto organicamente sistemate. Se egli vuole racchiuderli con la sua volontà, essi continueranno a sussistere e a svilupparsi e diventeranno infine, arrivati alla loro massima autoperfezione limitata, simili al creatore stesso, e genereranno e procreeranno il loro simile e susciteranno così fuori da sé una moltiplicazione infinita del loro simile nella maniera identica a quella in cui essi stessi sono stati chiamati all'esistenza. A tale riguardo il mondo materiale può fornire esempi evidenti.

8. L'autoprocreazione, per quanto concerne il corpo, voi la potete riscontrare nelle piante, negli animali e nell'uomo, ed anche nei corpi mondiali i quali pure si moltiplicano. Alla loro riproduzione però sono posti dei limiti, e perciò una singola semente di una determinata specie è destinata a riprodursi solo in un numero stabilito di semi della stessa specie, numero che non può venire superato. Altrettanto avviene negli animali, e precisamente quanto più grande è l'animale tanto più limitata ne è la riproduzione! La stessa cosa vale anche per l'uomo, ed in proporzione ancora molto maggiore per i corpi mondiali. Ma nel Regno spirituale degli uomini perfetti invece, come pure presso Dio, il sentire e il pensare non hanno limiti, ma procedono eternamente. Dunque, se si considera che nel modo ora indicato ogni pensiero e ogni idea possono venire avvolti dalla volontà dello spirito che li crea, e poi addirittura resi indipendenti, si può anche ben comprendere come l'eterna moltiplicazione degli esseri non possa mai avere fine.

9. Tu, Zinca, ti chiedi ora nel tuo animo: “Ma la quantità tanto infinitamente grande e molteplice degli esseri creati, qualora l'azione creatrice dovesse veramente aumentare sempre in eterno in tale misura e in tale proporzione sempre più enorme, dove troverà lo spazio necessario?”. O amico, basta che tu rifletta soltanto sul fatto che lo spazio fisico è anch’esso infinito e che, se tu eternamente ad ogni istante volessi creare dieci volte centomila soli, questi, nella loro rapidissima corsa attraverso lo spazio infinito, si perderebbero tuttavia eternamente così come se nessun sole fosse mai stato creato! Nessuno - all'infuori di Dio - può concepire l'infinità dello spazio eterno; perfino gli angeli più grandi e più perfetti non concepiscono le eterne profondità dello spazio, anzi rabbrividiscono dinanzi alle troppo infinite profondità dello spazio eterno!

10. O amico, io vedo ora con gli occhi del mio animo il complesso della Creazione materiale! Questa Terra, la sua Luna, il grande Sole e tutte le innumerevoli stelle che tu scorgi - delle quali alcune, pur apparendo ai tuoi occhi come punti debolmente scintillanti, sono invece esse stesse altrettanti sistemi di soli e di mondi di smisurata grandezza che comprendono in sé trilioni di soli e molti più ancora pianeti -, tutto ciò in rapporto all'attuale totalità della Creazione è appena appena quello che rappresenta un minutissimo e quasi impercettibile granello di pulviscolo solare di fronte a tutto questo spazio stellato che tu vedi! E tuttavia posso dirti che fra le molte stelle che il tuo occhio scorge, ce ne sono alcune il cui diametro è di molte migliaia di volte maggiore di quanta è la distanza fra una delle stelle più lontane che ti sono appena appena visibili e il punto diametralmente opposto il quale ha anch’esso la stessa distanza che esiste fra te e quella della stella che ti è appena percettibile; distanza questa, per percorrere la quale anche se avessi la rapidità del fulmine dovresti impiegare miliardi di volte miliardi di anni!

11. Dunque, come vedi, già singoli corpi sono di una grandezza favolosa; eppure al tuo occhio appaiono appena appena come punti luminosi a causa della loro enorme lontananza da qui! E tuttavia tutto ciò in confronto alla totalità della Creazione è - come detto - un minutissimo granello di pulviscolo che i raggi del Sole possono sostenere con molta facilità! Io te lo dico: “Tu puoi creare un miliardo di soli con tutti i loro pianeti e lune e comete, e puoi distribuirli tutti dentro la sfera di questo complesso solare, ed essi ti saranno tanto poco d'imbarazzo quanto poco può essere d'imbarazzo al mare se una nuova goccia d'acqua vi cade dentro. E miliardi di tali complessi solari sarebbero - entro i limiti di tutti gli ambiti della Creazione attualmente esistente - tanto poco di rilievo quanto poco lo sono dei miliardi di gocce di pioggia nel mare”.

12. Osserva un po’ la nostra Terra! Per quante migliaia di ruscelli, fiumi e torrenti sbocchino nel mare, il suo livello non s'innalza nemmeno di una linea. Ora tu puoi immaginarti quante creazioni su creazioni vuoi, ad ogni istante, ed esse si perderanno sempre nello spazio infinito così come si perdono le miriadi e miriadi di gocce d'acqua che ad ogni istante cadono nel mare. Non lasciarti però sopraffare da nessun senso di timorosa angoscia all'idea dell'eccessiva azione creativa, poiché nell'infinito vi è eternamente spazio e posto a sufficienza per l'infinito, e Dio è abbastanza potente per mantenere tutto e condurre tutto, per l'eternità, verso un'ultima meta suprema».

 

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Cap. 57

Sguardo di Zorel nei processi di sviluppo della Natura.

 

1. (Zorel:) «Io ti dico di più ancora, o Zinca! Tutto quello che dalla tua infanzia in poi su questa Terra tu possa mai aver pensato, detto e fatto, e tutto ciò che tu possa mai aver pensato, detto e fatto anche durante la tua esistenza animica anteriore al momento della tua incarnazione su questa Terra, ebbene tutto ciò è segnato nel libro della Vita. Di questo libro tu porti un esemplare nel capo della tua anima, mentre il grandioso esemplare sta sempre perfettamente aperto dinanzi a Dio. Quando tu sarai giunto allo stato di perfezione nel quale io ora mi trovo dinanzi a Dio, ritroverai allora del tutto fedelmente tutti i tuoi pensieri, le tue parole e le tue opere. Quello che sarà stato buono, sarà naturalmente fonte di grande gioia per te, mentre di quanto non sarà stato nel buon ordine, non avrai certamente alcun compiacimento, però, quale uomo perfetto, nemmeno afflizione, perché da ciò riconoscerai la Misericordia immensa e le sapienti Vie di Dio, e questo ti rafforzerà nel puro amore per Lui e in ogni pazienza verso tutti quei poveri fratelli ancora imperfetti che Dio, il Signore, vorrà affidare alla tua guida, sia in questo o anche in un altro mondo.

2. Da questi tuoi pensieri registrati sorgeranno un giorno pure nuove creazioni. Di solito da tali pensieri, parole ed opere traggono origine, quando il tempo è maturo, anzitutto dei corpi mondiali più o meno grandi. Essi vengono esposti al fuoco dei soli finché siano giunti ad un certo grado di maturazione; una volta raggiuntolo, vengono lanciati fuori con tutta violenza nello spazio della Creazione e vengono lasciati là gradatamente e sempre più alla cura del proprio progressivo ed indipendente sviluppo. In un tale mondo neo-formato i molti milioni di singoli pensieri e idee - come i chicchi di semente posti nel terreno - si sviluppano sempre di più in virtù del fuoco e della luce che costituiscono in esse il germe vitale come le sementi affidate al terreno- e servono poi al nuovo mondo quale fondamento al successivo sorgere di ogni genere di esseri, cioè minerali, piante e animali, dalle cui anime vengono poi formate col tempo le anime degli uomini.

3. Di nuovi mondi di questa specie tu ne vedi ogni tanto qualcuno percorrere gli spazi celesti per lo più sotto forma di nebulosa, oppure anche di stella cometa. La loro origine è da ricercarsi nei pensieri, nelle idee e nelle opere registrate nel libro di Dio.

4. Tu vedi da ciò che perfino il più lieve pensiero che un uomo abbia mai concepito, sia su questo sia su di un altro mondo, non va né può mai andare perduto; e gli spiriti, dai cui pensieri, parole, idee e opere è stato formato un simile nuovo mondo per la Volontà di Dio, riconoscono ben presto nel loro stato di perfezione che un tale mondo è opera dei loro pensieri, idee, parole ed opere e cominciano poi molto volentieri e con un senso di grande beatitudine a governare, guidare, sviluppare, infondere piena vita e a dare l'opportuna organizzazione interna al corpo mondiale stesso, nonché infine a tutte le cose ed esseri che saranno destinati ad esistere su di esso.

5. Tu osservi questa Terra, e non scorgi altro che della materia apparentemente morta. Io pure scorgo bensì le forme in apparenza morte della materia, ma io vedo dentro di essa molte più cose che tu, con i tuoi occhi, non puoi affatto vedere. Io vedo le cose e gli esseri spirituali che sono confinati in essa, percepisco il loro diligente lavorio e vedo come essi contribuiscono sempre più allo sviluppo interiore e come tendono sempre maggiormente a dare una struttura migliore e più precisa alle loro appropriate forme. Ed io vedo altri innumerevoli spiriti grandi e piccoli, che sono incessantemente attivi come la sabbia di una clessidra romana. Qui non esiste riposo, e dalla loro incessante attività trae origine il sorgere e l’appropriata manifestazione di ogni e qualsiasi vita naturale.

6. Io te lo dico: “Già in ogni goccia di rugiada, per quanto limpida brilli tremolante in cima ad un filo d'erba, io vedo agitarsi in tutte le direzioni, come in un mare, miriadi di esseri! L'acqua della goccia non è che un primo e generale involucro di un Pensiero di Dio; da questo involucro i piccoli spiriti lì racchiusi si costituiscono poi il loro involucro particolare, e poi sussistono in una qualche forma più precisa, la quale differisce già di molto da quella generale esteriore. In seguito a ciò, però, la goccia quale perla acquea svanisce, e le forme neo-plasmatesi in essa, quali piccolissime crisalidi già portatrici di vita, strisciano sulle piante e sulle altre cose sulle quali la goccia d'acqua si era formata. Allora queste crisalidi, afferrandosi a vicenda, si tramutano subito in un'altra forma, e centomila esseri diventano un essere solo. La nuova forma acquista una nuova epidermide; in essa, per influsso della luce e del calore, le molte piccole forme si tramutano e servono a costituire un organismo adatto alla nuova forma più grande. Per il nuovo essere così plasmato comincia allora una nuova attività, quale preparazione all'ulteriore passaggio in un'altra forma sempre più sviluppata, nella quale poi ricomincia l'attività che a sua volta tende alla costituzione di una nuova forma superiore ancora più perfetta. Così dunque l'evidente attività di ogni essere, già costituito in una qualsiasi forma determinata, non è altro che un'opportuna preparazione per ascendere ad una forma più nobile e più perfetta la quale tende ad ottenere il consolidamento sempre maggiore della vita animica, e finalmente poi - nella forma umana - di quella spirituale pura.

7. Ciò che io ho detto non è fantasia, ma è purissima ed eterna verità. Io potrei dirti molte altre cose ancora riguardo all'Ordine proveniente da Dio, come io ora le scorgo e le riconosco nel modo più evidente e chiaro! Ma io riconosco pure che il tempo di questo mio stato di perfezione volge ormai al suo termine, e perciò io devo rivolgerti solo ancora la preghiera che, quando allo stato normale sarò ridiventato quanto mai stolto e alle volte irascibile, tu voglia essere paziente con me e voglia condurmi e guidarmi sulla retta via nel vero Ordine di Dio che tu ormai conosci. Al mio risveglio nel mondo tu ti sorprenderai molto constatando che io sarò ricaduto nella mia stoltezza e nella mia tenebra e che di quanto mi è accaduto ora non saprò più nemmeno una sillaba, anche se tutte queste cose torneranno comunque a mio vantaggio.

8. Ancora per qualche tempo il mio spirito che ora si è maturato per influsso di una costrizione, stanco di questa condizione eccezionale e insolita, rimarrà sonnolento e muto. Però, in virtù del riposo che per il momento ancora gli necessita, egli sarà ben presto rinvigorito e si ridesterà e sentirà l'urgenza del vero perfezionamento della vita di cui ebbe a pregustare ora la beatissima dolcezza e contribuirà quindi moltissimo ad un perfezionamento completo e più sollecito dell'anima, affinché questa si maturi in esso al più presto in ogni verità e in ogni giusta facoltà, per potersi unificare pienamente con lo spirito che la compenetra.

9. Io mi addormenterò adesso nuovamente ancora per mezz'ora, dopo di che tu dovrai ridestarmi imponendomi le tue mani in senso inverso. Ma non appena io mi sarò ridestato, non lasciarmi andare via da qui finché io non abbia pienamente riconosciuto l'Uomo degli uomini il Quale siede a quella mensa, Uomo che è tutt'Uno con Colui che ancora vedo nel Sole del mondo immenso ed eterno degli spiriti.

10. Ed ora accetta il mio ringraziamento per avermi imposto le tue mani"».

 

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Cap. 58

Non giudicate!

 

1. Dopo queste parole il nostro Zorel si riaddormentò tranquillamente, e Zinca esclamò: «Chi mai avrebbe potuto neanche immaginare tutte le cose sorprendenti che quest'uomo ci ha rivelato ora! Se tutto ciò corrisponde a verità possiamo dire di essere venuti a conoscenza di cose delle quali difficilmente qualcuno fra i profeti ha potuto mai sognare. In verità io mi sento schiacciato dalla sapienza profondissima di quest'uomo! Certo è che nessun angelo potrebbe averne una maggiore!»

2. Dice a sua volta Cirenio: «Oh, sì, bisogna assolutamente aiutare quest'uomo, perché cose così sublimi e prodigiose come le abbiamo apprese adesso riguardo ai Tuoi ordinamenti divini non sono state qui ancora mai rivelate! Le rivelazioni fatte da Mataele furono grandi e mi hanno fatto riflettere molto, ma quello che Zorel ci ha svelato ora è sbalorditivo! È appena possibile credere e pensare che profondità tanto intime di sapienza possano venire rivestite da parole umane e presentate in maniera così chiara e intelligibile! Insomma, io sono proprio fuori di me a causa di questo Zorel! Se egli, nello stato in cui si troverà dopo essersi risvegliato nella carne, fosse ancora in grado di avere un linguaggio simile, io davvero lo farei sedere su un trono, affinché predicasse agli uomini la Verità sublime, e perché tutti potessero tanto più sicuramente raggiungere il vero e perfetto fine della propria esistenza e della propria vita!»

3. Dico Io: «Benissimo, amico Cirenio! Per il momento non è tanto importante quello che egli ha predetto nel terzo stadio - anche se in generale è vero -, quanto piuttosto il fatto che voi in avvenire non dovete più condannare nessun uomo perché ha un'anima ammalata. Voi tutti infatti ora avete udito e percepito che perfino in un'anima così ammalata riposa un germoglio di vita pienamente sano. Se una tale anima, con l’aiuto fraterno, viene resa sana, voi avete ottenuto un guadagno che nessun mondo vi può dare in eterno. Quale bene può fare poi un tale uomo così completo! Chi ne misura la portata? Voi uomini non lo sapete, ma Io so quanto vale la pena fare una tale fatica delle fatiche!

4. Perciò Io vi dico: “Siate sempre misericordiosi anche verso i grandi peccatori e delinquenti contro le vostre leggi e quelle divine! Solo ad un'anima ammalata è possibile commettere un peccato, mai invece ad una sana, poiché il peccato è sempre solo la conseguenza di un’anima ammalata”.

5. Chi di voi uomini può giudicare e punire un'anima per la violazione di un Mio Comandamento, mentre voi tutti state sotto la stessa Legge? Una Legge data da Me consiste però proprio in questo: voi non dovete giudicare nessuno! Se voi giudicate i vostri vicini che hanno peccato contro la Mia Legge, allora anche voi peccate contro la Legge in uguale misura! Come potete però voi, essendo voi stessi peccatori, giudicare e condannare un altro peccatore? Non sapete che, condannando il vostro fratello ammalato nell'anima a una dura espiazione, avete pronunciato anche per voi una doppia sentenza di condanna, la quale verrà eseguita su di voi nell’aldilà, se non anche già qui, secondo le circostanze?

6. Se uno di voi è un peccatore, rinunci a fare il giudice, poiché, se giudica, egli giudica se stesso per sua doppia rovina, dalla quale si libererà più difficilmente di colui che egli ha giudicato e condannato. Può mai dunque un cieco guidare un altro cieco o metterlo sulla strada giusta? Oppure può un sordo raccontare qualcosa ad un altro sordo sull’effetto delle armonie della musica nel modo purissimo in cui veniva eseguita da Davide? O può forse un paralitico dire ad un altro suo pari: “Vieni qui, tu misero, io ti condurrò all’albergo?”. Non scivoleranno ben presto tutti e due e non cadranno entrambi in un fosso?

7. Perciò tenete a mente questo prima di tutto: “Non giudicate nessuno, e fate in modo che ciò stia a cuore anche a tutti coloro che un giorno saranno vostri discepoli!”. Infatti, seguendo il Mio insegnamento voi otterrete dagli uomini degli angeli, ma se non lo seguirete, voi otterrete dei diavoli e dei giudici contro voi stessi.

8. È vero che nessuno è del tutto perfetto a questo mondo, ma colui che è più perfetto nell'intelligenza e nel cuore sia il medico e la guida dei suoi fratelli e sorelle ammalati, e colui che è forte lui stesso, costui porti su di sé il debole, altrimenti egli soccombe insieme al debole, ed entrambi non avanzeranno più da quel luogo!

9. Ma affinché voi tutti possiate comprendere ciò in modo radicalmente giusto e vero, vi ho dato appunto ora un esempio tangibile in questo Zorel, dal quale potete ben riconoscere come e quanto sia sbagliato giudicare un delinquente secondo la vostra maniera. È vero che questa maniera di giudicare resterà un attributo del mondo, e al drago della tirannide difficilmente potrà mai essere calpestata la dura testa di diamante - proprio per questo infatti la Terra è appunto un mondo di prova per la formazione dei Miei figli! -, ma fra voi le cose non devono rimanere così, poiché i Cieli spargono tra di voi frutti abbondantemente dotati di semi.

10. Se voi ora godete i frutti del Mio zelo, non dimenticate di spargere il più abbondantemente possibile i semi che cadono nei cuori dei vostri fratelli e sorelle, affinché essi vi crescano e possano portare nuova frutta abbondante e sana! Come i semi deposti nel cuore possano produrre nuovi frutti meravigliosi, Zorel ve lo ha dimostrato in modo chiaro e preciso fin quasi nei più minuziosi dettagli. Agite dunque così, e allora già qui creerete quasi da voi stessi la vita, ed appunto grazie a ciò vi acquisterete da soli la vita eterna in tutta quella perfezione che ormai conoscete! Dopo l'esempio di questo atto di imposizione delle mani, quello che vi ho detto vi serva di sprone all'imitazione e all'azione il più possibile esatte.

11. Ma ora è giunto il tempo in cui tu, Zinca, devi imporre nuovamente le mani a Zorel, però in senso inverso, affinché si ridesti; e tu Marco, dopo che si sarà destato, gli darai del vino un po' annacquato, affinché il suo corpo riacquisti il vigore iniziale. Quando però egli ritornerà in sé e comincerà di nuovo a parlare nella sua maniera, non scandalizzatevi e non rammentategli nemmeno, per il momento, ciò che egli ha detto durante la sua estasi, poiché, se faceste ciò, potreste causargli dei danni al suo corpo! E non deridetelo neppure se egli dovesse uscire fuori con una qualche sciocchezza. Con molta precauzione potete far volgere a poco a poco la sua attenzione su di Me; badate però di non essere precipitosi a questo riguardo, perché altrimenti potrebbero derivargliene dei danni sotto molti aspetti e per lungo tempo. Ed ora, o Zinca, accingiti all'opera, poiché Marco è già pronto col vino e con l'acqua».

 

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Cap. 59

Fede materialista di Zorel.

 

1. Zinca allora impose le mani a Zorel in senso inverso, e costui aprì subito dopo gli occhi e si risvegliò. Quando Zorel si fu completamente destato, feci cenno al vecchio oste Marco di offrirgli il vino annacquato, perché la sete lo tormentava molto. Marco obbedì subito; Zorel, assetatissimo, vuotò un bel bicchiere tutto d'un fiato, e pregò che gliene venisse dato un altro colmo, perché aveva ancora sete. Marco mi chiese se poteva farlo, ed Io acconsentii, con la sola osservazione che la seconda volta si dovesse dargli più acqua che vino. Marco fece così e l'altro ne fu soddisfatto. Dopo che Zorel si fu ristorato in tal modo, egli volse lo sguardo intorno fissando attentamente le persone che lo circondavano e che egli poteva distinguere ancora benissimo, quantunque il Sole fosse già prossimo al tramonto.

2. Dopo una pausa egli disse, mantenendo il suo sguardo costantemente fisso su di Me: «Zinca! Quell'uomo là mi sembra di conoscerlo molto bene; io dovrei averlo già visto in qualche luogo! Chi può mai essere, e quale sarà il suo nome? Quanto più l'osservo, tanto più vivo mi si presenta il ricordo che io devo averlo visto altre volte! Zinca, io provo ora una grande simpatia per te; confidami dunque chi mai sia quell'uomo!»

3. Dice Zinca. «Quell'Uomo è il figlio di un carpentiere di Nazaret che è situata vicino a Cafarnao, ma non del borgo omonimo che si trova dietro il monte e che è abitato per la maggior parte dai sudici greci. La Sua professione è quella di Guaritore, ed è oltremodo abile nella Sua arte, poiché chi Egli soccorre viene veramente aiutato. Il Suo Nome corrisponde al Suo carattere, e perciò si chiama “Gesù”, vale a dire “un Guaritore di anime” e contemporaneamente anche delle membra malate del corpo. Egli ha nella Sua Volontà e nelle Sue mani un potere ancora molto maggiore del mio, ed è in pari tempo di una Bontà e di una Sapienza angelica. Ecco che ora sai tutto quello che hai chiesto; se tu hai forse qualche altra richiesta, falla pure subito, perché è possibile che questi alti personaggi vogliano cominciare a fare qualcosa, ed allora ci resterebbe solo poco tempo per discutere più dettagliatamente l'una o l'altra questione»

4. Zorel, a mezza voce, dice a Zinca: «Io ti ringrazio per quanto mi hai comunicato, anche se continuo tuttora ad ignorare la condizione nella quale io veramente mi trovo, perché non so assolutamente spiegarmi come è possibile che mi sembri di conoscere così tanto quest'uomo! Io ho l'impressione come se avessi fatto un lungo viaggio con lui, non so bene quando! Io ho viaggiato, anzi ho molto viaggiato, tanto per mare che per terra, ed ho avuto compagnia, ma non riesco davvero a ricordarmi in quale luogo io abbia mai visto una persona simile e le abbia parlato; e nonostante ciò, come detto, ho l'impressione come se io avessi avuto molto a che fare con lui durante un viaggio! Spiegami com’è possibile questa cosa!»

5. Risponde Zinca: «Nel modo più naturale del mondo. Tu hai certamente avuto una volta un sogno molto vivido, il quale ti è ora ritornato alla memoria in forma molto vaga, e questo sarà certamente il motivo della tua attuale sensazione!»

6. Dice Zorel: «Può darsi che tu abbia ragione; io sogno spesso di cose delle quali mi ricordo soltanto dopo alcuni giorni, e cioè quando una cosa esteriore simile mi richiama in un certo qual modo alla memoria l'oggetto sognato; altrimenti ogni ricordo va perduto e non ricordo più alcun sogno, per quanto vivido sia stato! Però la cosa sarà certo così come tu dici, perché in realtà quel Nazareno non l'ho proprio mai visto.

7. Ma ora, mio carissimo amico, vorrei dirti un'altra cosa ancora! Vedi, io sono venuto qui per ricevere dall'illustre governatore il sussidio che sai! Secondo te, ho forse qualche possibilità con lui? Se non vi fosse da sperare nulla, potresti intercedere in mio favore presso di lui, affinché mi venisse concesso di ritornarmene liberamente al mio paese? Infatti, a che scopo dovrei fermarmi qui? A tutto questo sapiente ciarpame teosofico ed anche filosofico io non ci tengo affatto! La mia teosofia e la mia filosofia si riassumono brevemente così: io credo a ciò che vedo, alla natura dunque che si rinnova sempre e poi sempre dall'eternità, ed ancora credo che il mangiare e il bere siano assolutamente le due cose più necessarie alla vita, ma ad altro io non credo tanto facilmente!

8. Certo, a volte ci sono cose strane a questo mondo, come ad esempio ogni tipo di magia ed altre arti e scienze, ma fra queste e me vi è lo stesso rapporto che esiste fra me e il fuoco: finché esso non mi brucia, io non soffio! Io non sento alcun bisogno di sapere e di comprendere più di quanto comprendo e so adesso, e perciò sarebbe anche molto sciocco da parte mia voler restare qui più a lungo per caricarmi forse di un bagaglio di sapienza non facilmente comprensibile e poter poi sfoggiarlo davanti a qualche imbecille.

9. Tu vedi in me un uomo naturale, il quale ha orrore di tutte le cosiddette istituzioni e leggi pretenziosamente sapienti degli uomini, perché queste feriscono spesso in modo troppo duro il sentimento di libertà innato in lui, istituzioni e leggi che hanno il solo scopo di rendere molto ricchi, potenti e ragguardevoli solo alcuni, a spese naturalmente di milioni di altri uomini costretti non di rado a languire nella più profonda miseria. Anche se io sapessi di più di quanto so adesso, non potrei che scrutare ancora più a fondo a tante altre ingiustizie, ciò che sicuramente non contribuirebbe a farmi più felice; così invece, nella mia ignoranza, mi risparmio molte afflizioni, non avendo la possibilità di risalire con la mente alle origini di tutte le malvagità umane.

10. Là dove i perversi sedicenti eroi di sapienza non hanno potuto inventare da soli leggi a sufficienza per poter opprimere l'umanità, hanno saputo scovare fuori dei collaboratori ricchi di pensiero e di inventiva, i quali, incedendo con facce estatiche e sembianze di asceti, si sono presentati alla gente con l'una o l'altra legge, con la menzogna di essere inviati da parte degli dèi, ed hanno iniziato con queste leggi a tormentare di nuovo la povera e debole umanità, minacciandola nella maniera più ridicola con le pene eterne più spaventose e, d'altro canto, promettendo le maggiori ricompense, ovviamente, promesse valide soltanto dopo la morte del corpo, quando cioè premiare è facile, perché i morti non hanno più bisogno di nulla.

11. Ma per quanto riguarda le punizioni, gli uomini non le rimandarono a dopo la morte, precedettero anzi nell'azione i vuoti dèi di loro invenzione, e preferirono punire i trasgressori delle leggi degli dèi addirittura già qui, affinché nell'altra vita nessuno ci rimettesse qualcosa del minacciato castigo. Essi fecero in modo che la gente pia si aspettasse di ricevere il premio solo dopo la morte; non è mai il caso che qualche piccolo anticipo senza interessi venga concesso già in questa vita, a meno che non ci si faccia in qualche modo addirittura ammazzare a vantaggio di qualche pezzo grosso. Tutto ciò che esiste e sussiste nelle comunità sociali umane è tanto chiaramente disposto nell'interesse dei singoli altolocati, che ognuno, il quale pensi lucidamente, può senz'altro di primo acchito rendersi conto della natura del terreno sul quale è edificato l'elemento legale-divino e quello sociale-umano!

12. Amico! Quando uno solo vuole godersi da liberissimo signore tutte le magnificenze della Terra, è certo che allora tutta la restante umanità, debole di volontà e di forza, deve piangere assieme al terreno che la porta. Per gli oppressori dell'umanità, per i più spietati tiranni, sarebbe sicuramente bene che fosse riservato un giorno il premio adeguato, ma dov’è colui che potrebbe assegnarlo? Insomma, non se ne fa niente. Tutto non è che un teatro di marionette.

13. Chi può rendersi soggetto gli altri, cioè il suo prossimo, costui ha cento volte ragione! Infatti un uomo sciocco non ha maggior valore di uno stupido cane! Il più forte e più astuto lo ammazzi, si impossessi di tutti i suoi beni e cerchi poi in tutti i modi di difendersi da attacchi stranieri. Se ciò gli riesce, egli diverrà ben presto un signore grande e libero; in caso contrario peggio per lui, perché si è sobbarcato di cose, la cui cattiva riuscita lui, da uomo saggio come pretendeva di essere, avrebbe dovuto prevedere per tempo. Per essere brevi, per gli imbecilli non vi è niente di meglio che sparire; quando costoro non esistono più, allora tutte le leggi, tutte le persecuzioni e tutte le punizioni inumane hanno cessato per loro di esistere in eterno. È molto meglio non esistere se si deve essere infelici, ed un'ora di vera miseria non può venire compensata nemmeno da diecimila anni della più grande beatitudine!

14. Ecco, Zinca, carissimo amico mio, questa sarebbe più o meno la mia innocua professione di fede, alla quale credo che difficilmente si troverà qualcosa da poter opporre a questo mondo. Questa è una verità che non si vuole ora intendere in nessun luogo; ognuno culla la propria esistenza in un mare di fantasie mendaci e si illude così di essere felicissimo! Tutti i gusti sono gusti! Chi vuole, razzoli pure sui campi della menzogna, e cerchi pure nella propria fantasia più fantasiosa un conforto quando la miseria comincia a stritolargli il capo col suo tallone di ferro.

15. Storditevi, voi tutti miserabili, col veleno soporifero della menzogna e dormite per tutta la vostra vita sotto il dolce incubo della pazzia; buon pro faccia a tutti se così vi sentite felici. Ma a me invece viene fatto un torto, perché sotto le ali d'aquila della verità io non posso che sentirmi immensamente infelice quando dalle sue luminose altezze sono costretto a contemplare, a sentire e a misurare perfino il precipizio sempre ugualmente profondo e mortale che attende me e gli altri miei pari! Chi mai potrebbe trattenermi nella caduta, se si spezzasse il legame allentato col quale la mia stoltezza mi ha assicurato alle ali potenti dell'aquila?

16. O uomini! Lasciatemi dunque divorare in pace la mia preda, io non vi faccio niente di male; datemi, di quello che a voi eccede, solamente quel tanto che basti a farmi recuperare quello che il destino perverso mi ha rapito, e voi non troverete in me un mendicante ingrato. Ma qualora secondo la solita usanza non vogliate darmi proprio nulla, lasciatemi allora partire almeno in sicurezza, affinché, da povero fauno che sono, possa - naturalmente per vie illegali - raccogliere quel tanto di legname che mi occorre per mettere assieme una miserabilissima capanna, almeno come quella che si costruisce il castoro! Una cosa o l'altra me la concederete di certo, e ritengo che non vorrete rendermi ancora più misero di quanto già lo sia! Però, se è vostra intenzione riservarmi una tale sorte, allora uccidetemi subito! Infatti, più miserabile di quanto già sono, non ho affatto intenzione di esserlo, né lo diverrò! E se voi non mi ucciderete, so io cosa mi resta da fare! Mi ucciderò da solo!»

17. Dice allora Zinca: «Sia lontano da te un tale pensiero! Del resto, in considerazione delle tue speciali buone conoscenze ed esperienze, non ti troverai neppure nella necessità di compiere un'azione tanto insana, dato che, mentre dormivi, Cirenio ha già provvisto per te nel migliore dei modi, però ciò non avrà effetto prima che tu non abbia potuto discernere che quello che ora tu riconosci per verità sia invece la più grossolana falsità. Non darti quindi più alcun pensiero; accogli una migliore dottrina, e soltanto allora sarai veramente e completamente felice!».

 

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Cap. 60

Critica della morale e dell’educazione da parte di Zorel.

 

1. Dice Zorel: «Le tue parole suonano molto amorevoli, buone e dolci, ed io sono persuaso che tu parli appunto così come lo senti nel cuore, e che la cosa sarà anche vera, ma la grande questione sta qui: quale dottrina dovrò dunque abbracciare, alla cui luce mi sia possibile riconoscere per fondamentalmente falso quello che io attualmente trovo indiscutibilmente vero? Due ed ancora una volta due fanno insieme quattro; questa è una verità matematica, contro la quale non si trova in tutti i Cieli niente da potere opporre, ed è impossibile che vi sia un'altra dottrina qualsiasi capace di smentire questa verità. Io dovrei essere un pazzo superstizioso per poter ammettere che due e due fanno sette; in tal caso sarebbe certo possibile che avvenisse in me un cambiamento di fede, ma secondo il mio attuale discernimento ciò è assolutamente impossibile.

2. Che vi debba essere una qualche forza primordiale, intelligente ed eterna, dalla quale traggono origine almeno i germi primitivi, o se non altro il loro primo ordinamento, ciò non può venire negato dalla ragione, per quanto pura essa sia, perché, dove esiste il due, deve esservi prima esistito anche l'uno. Ma quanto è ridicolo e sciocco, da parte dell'umanità cieca e stupida, volersi rappresentare sotto una forma - anzi sotto forma umana per non dire talvolta anche bestiale - una forza primordiale la quale deve necessariamente essere ripartita e diffusa in modo uguale in tutto l'universo, visto che la sua azione fondamentale deve esplicarsi in tutto l'universo pure in modo perfettamente uguale!

3. Gli ebrei, se si fossero attenuti alla loro dottrina originaria, avrebbero effettivamente ancora il concetto più ragionevole di una Forza prima universale che essi chiamano Jehova, poiché per loro dovrebbe valere il comandamento: “Tu non ti devi raffigurare Dio sotto alcuna forma, né meno ancora farti di Lui una scultura o una immagine!”. Ma essi non l'hanno osservato, ed attualmente le loro sinagoghe e i loro templi sono pieni di immagini e di ornamenti, mentre essi credono alle cose più sciocche, ed i sacerdoti puniscono quei loro seguaci che non credono a quanto essi insegnano. Essi si fanno chiamare servi di Dio, e reclamano di conseguenza onori immensi per sé; ma d'altra parte essi tormentano la povera umanità in qualunque modo loro riescono ad escogitare. Devo forse, sotto tali auspici, diventare anch'io ebreo? No davvero! Sia in eterno lontana da me una tale idea!

4. Si dice, è vero, che essi abbiano ricevuto delle leggi dettate a loro da Dio stesso, mediante il loro primo maestro, Mosè, sul Sinai. Bisogna ben dire che queste leggi sarebbero in se stesse veramente eccellenti, se esse servissero a ciascuno di norma assoluta nella vita; ma a che giova proibire, nel più severo dei modi, al povero il furto e l'inganno, se chi siede in alto e domina, spoglia, deruba e inganna egli stesso in ogni occasione e in ogni modo possibile tutta l'umanità che gli è sottomessa e schiava, senza farsi il minimissimo scrupolo per questo suo agire contrario alla legge divina? Dimmi tu un po’ in che luce possono apparire una tale legge e coloro che sono chiamati a tutelarla di fronte a chi pensi rettamente!

5. Se un povero fauno, costretto dalla necessità, si appropria, là dove ha trovato del superfluo, di qualcosa per soddisfare i suoi più urgenti bisogni, allora egli viene chiamato a rispondere col più inesorabile rigore e viene immediatamente punito a più non posso, mentre invece colui che dovrebbe tutelare la legge ma che ogni giorno e in ogni occasione depreda, assassina, ruba e inganna, ebbene, costui è al di sopra della legge, non la osserva affatto e nel suo intimo non crede a niente salvo che ai propri vantaggi temporali e alle proprie immense esigenze. Dunque, può chiamarsi un ordinamento divino questo che si trova in contraddizione tanto stridente con le necessità anche più meschine della povera umanità? Quale ragione umana, per quanto mediocremente limpida sia, potrà mai approvare una cosa simile?

6. Quello che a me certo può essere gradito che mi venga fatto, devo anche pensare che pure al mio prossimo non sia sgradito se io gli faccio ciò che lui con la massima modestia ritiene buono e gradito. Quando mi dibatto fra le strettoie della disperazione e della miseria; quando sono privo di tutto e senza un soldo per provvedermi anche di ciò che mi è proprio strettamente necessario; quando vado, cerco e supplico, ma alle mie preghiere nessuno si muove e nessuno mi da niente, e quando infine mi approprio di quanto non posso proprio fare a meno, ebbene, può forse una legge condannarmi in tali casi? Non ho forse il diritto di prendere possesso di quello che costituisce lo strettissimo necessario, dal momento che i potenti del tempo passato non hanno certo commesso alcun peccato quando si sono impossessati di interi paesi?

7. Oh, sì, se io rubassi per evitare il lavoro e continuassi sempre a rubare per lo stesso motivo, allora nessuna mente umana potrebbe ritenersi offesa se volessero chiamarmi a renderne conto; ma se io - soltanto nel momento del bisogno - mi impadronisco, in certo qual modo illegalmente, di una cosa che mi è assolutamente necessaria, non vi è Dio che possa o debba dichiararmi responsabile; tanto meno poi un mortale debole ed egoista, il quale, sotto molti aspetti, commette in un solo giorno più ingiustizie di quante ne commetta io in un anno intero. Io non intendo con ciò recare oltraggio alla presunta Legge divina che tutela la proprietà, ma col suo rigore senza eccezioni essa non contribuisce certo a rendere l'umanità né migliore né più umana, caso mai più dura e più spietata!

8. Lo stesso vale per la legge emanata a protezione dell'educazione pura e del buon costume, la quale è stata gettata lì grezza e ruvida senza alcun riguardo alla natura, al tempo e alla capacità degli uomini. Si consideri in quali condizioni può trovarsi un essere umano, non importa se maschio o femmina: talvolta non ha nessuna educazione, altre volte ha un'educazione che sarebbe meglio non l’avesse affatto. Spesso egli assume cibi e bevande che eccitano molto il suo sangue, e trova spesso una facile occasione per soddisfare il suo prepotente stimolo naturale, ed egli anche lo soddisfa, ma poi la faccenda viene alla luce, ed egli, quale peccatore, si attira una punizione senza misericordia avendo contravvenuto ad una Legge divina!

9. O pazzi, voi con tutte le vostre leggi divine. Perché non avete fatto una legge divina preliminare, secondo la quale si fosse dovuto provvedere ad una vera e buona educazione, dopo di che si sarebbe eventualmente resa evidente la necessità di una qualche altra legge supplementare! Ci sono forse parole per descrivere l'imbecillità di quel giardiniere, il quale, volendo piantare un viale di alberi coperto ad arco, si mette a piegare gli alberi con la forza soltanto quando questi, dopo una lunga serie di anni, sono diventati grandi, duri e rigidi; ma perché quell'idiota non ha cominciato a piegare gli alberi in un tempo in cui l'operazione gli sarebbe riuscita facilissima e senza alcun pericolo? Abbia cura dunque un Dio, od anche un uomo per bocca del quale parli la Divinità, di far impartire una educazione savia, buona e adatta alla natura morale dell’uomo, e poi soltanto stabilisca delle leggi savie nel caso in cui l'uomo, educato in tal modo, ne avesse eventualmente ancora bisogno.

10. O Zinca, amico mio! Tu sei ebreo, è vero, e perciò conoscerai la tua dottrina meglio di me; ma per quanto di essa mi è casualmente noto, non posso far altro che ripetere quello che ti ho già detto; da ciò rileverai che, in seguito ai provvedimenti da parte dell'illustre Cirenio, io non posso affatto rinunciare ai miei convincimenti fondati sulla ragione pura e su principi matematici. A queste condizioni io devo respingere ogni e qualsiasi provvedimento in mio favore, per quanto splendido; preferisco ritornare un accattone e passare così il misero resto dei miei giorni su questa Terra. Quello che poi la natura vorrà fare in seguito di me, sarà, per un morto restituito al vecchio nulla, perfettamente indifferente. Ed ora, parla tu, o Zinca, e dimmi se, secondo il tuo modo di vedere, ho torto o ragione!»

11. Dice Zinca: «Amico e fratello mio Zorel! In fondo in fondo non posso darti completamente torto; tuttavia non posso fare a meno di farti osservare che a questo mondo vi sono delle cose speciali della cui possibilità tu non puoi ancora farti il minimo concetto. Quando ti si chiariranno le idee, allora soltanto riconoscerai da te stesso quanto di buono e di vero vi sia nelle tue attuali massime fondamentali!»

12. Dice Zorel: «Sia pure, andrà bene così; ma se tu sai qualcosa di meglio, opponimi qualche tuo argomento, ed io sono pronto a ribatterlo!»

13. Dice Zinca: «Questo a te ed a me gioverebbe ben poco; rivolgiti però a quell'Uomo, di cui dicesti che ti sembrava di conoscerLo bene. Egli saprà illuminarti, e poi comincerai subito a rilevare chiaramente la verità ovvero l'opposto delle tue asserzioni!»

14. Dice Zorel: «Sta bene, farò così; io non ho nessun timore di lui, egli però troverà in me un osso duro da rosicchiare».

 

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Cap. 61

Erronei concetti materialisti.

 

1. Con tali parole Zorel, avvolto nei suoi miseri stracci, lascia Zinca e si avvicina a Me dicendo: «Illustre signore e maestro dell'arte medica; questa veste che copre il mio povero corpo si compone di cenci della più misera specie, ma essi coprono almeno le vergogne di un uomo, al quale veramente rincresce di trovarsi ad essere purtroppo anche egli uomo fra tutti questi molti che vogliono o che dovrebbero essere uomini! Per quanto riguarda la forma, eccezion fatta delle vesti, l'abbiamo certamente tutti uguale, ma fra essere ed essere pare invece che ci sia un'enorme differenza.

2. Io sono uno che sa distinguere bene come due più due non faccia sette, bensì quattro! A quanto mi ha detto Zinca, tu saresti l'uomo che potrebbe accendere in me una piccola luce più chiara di quanto non sia la mia che almeno mi ha conferito fra i miei compagni di fede l'impronta dell'umanità; però io non ci ho mai tenuto un granché alle mie idee, e meno ancora ci terrò in seguito se tu vorrai illuminarmi altrimenti.

3. Zinca mi disse che Tu solo saresti in grado di farlo. Tu hai ormai inteso quali sono i miei principi, che non sono proprio del tutto campati in aria; essi sono stati finora disgraziatamente per me una verità fin troppo palpabile; ma se in compenso mi puoi dare qualcosa di meglio, fallo pure, ed io allora getterò all'istante ben volentieri e di tutto cuore a mare tutto il mio ciarpame di verità. Veramente io non so con quale titolo onorifico ossequiarti; ma io penso che tu pure debba essere un uomo della verità, ed a tali persone è del tutto indifferente il titolo che si dà loro. Io ti chiamo illustre maestro, e come tale ti onoro, anche se ti conosco solo per aver sentito parlare di te, ma se tu potrai anche soddisfarmi direttamente e praticamente, allora io ti adorerò!

4. Dimmi dunque, se te la senti, riguardo alle mie massime di verità, fino a qual punto io sia in errore oppure sia dalla parte della ragione! Siamo noi, al momento presente, più o meno uomini di quanto lo fossero stati coloro che hanno abitato questa Terra quali primi esseri ragionevoli? E dato che gli uomini hanno ormai inventato una legge a tutela della proprietà, legge che essi dicono essere stata data da Dio, è lecito ora a me, povero fauno, ridotto già spesso a non aver un boccone da mettere in bocca per tre giorni e a non trovarne qualcuno nemmeno pregando, è lecito a me di prendere dal superfluo del mio simile quel tanto che basti appena a salvarmi dal morire di fame, considerato che ogni verme della terra ha pure il diritto di saziarsi di un bene estraneo senza dover acquistarlo, perché alla fin fine è anch'esso un abitante di questa Terra, e deve purtroppo esserlo, avendo così disposto un giorno la possente Natura? Oppure un uomo deve avere realmente minor diritto di saziarsi delle frutta terrestri, che si confanno alla sua natura, di quanto abbiano gli uccelli dell'aria, dei quali ciascuno è un ladro patentato, e ciò per il motivo appunto che esso non ha potuto mai comperarsi qualche buon pezzo di terra? Io ti prego dunque di voler dare una giusta spiegazione su questo argomento!»

5. Gli dico Io: «Amico, finché tu equipari i tuoi diritti umani a quelli degli animali, hai perfettamente ragione con i tuoi diritti fondamentali naturali, ed Io non posso contrapporti nulla; in questo caso qualsiasi legge a tutela della proprietà e qualsiasi altra legge morale sarebbero in generale la più assurda delle ridicolaggini. Quanto dovrebbe essere stolto colui che volesse prescrivere agli uccelli dell'aria, agli animali sulla terra ed ai pesci nell'acqua delle leggi a tutela della proprietà ed altri precetti morali! Infatti, ognuno, per poco ragionevole che sia, a non parlare di un Dio, deve ben sapere che tali esseri hanno nella loro natura il loro unico legislatore! Il tuo modo di vedere è quindi pienamente legittimo se l'uomo non è che un qualunque animale, e se esso non può attendersi niente di più di un qualunque animale, così come ti si presenta per il momento nel suo stato naturale.

6. Ma se l'uomo esiste o, com’è ben possibile, dovesse esistere su questa Terra per un qualche scopo più nobile, la qual cosa certo non ha finora potuto venirti in mente come lo dimostra, con tutta evidenza, la tua sapienza in lotta puramente per gli infimi bisogni, ebbene, in questo caso, Io ti dico che i tuoi principi matematici verrebbero a trovarsi su una base molto debole e vacillante!

7. Che però ciascun uomo sia stato posto su questa Terra ad uno scopo più nobile, lo dovresti già riconoscere dal fatto che egli, quand'è appena nato, sta molto al disotto di qualsiasi animale, e solo dopo alcuni anni di efficaci cure inizia a diventare un uomo; egli deve scegliersi un qualche campo di attività e con ogni tipo di oneste fatiche e di lotte leali deve guadagnarsi il pane! E perciò gli sono state date anche delle leggi, affinché egli le considerasse come prime guide ad una meta più alta, e le osservasse di suo proprio libero volere a favore dell’ulteriore autoformazione e autodeterminazione; è solo grazie ad esse che egli può infine giungere alla sua alta destinazione, mai però quale uomo-animale, per quanto mordacemente ragionevole, ma quale perfetto uomo-uomo.

8. Finché tu ti curi solamente di ciò che è della carne, non farai molta strada come uomo; ah, ma ben altrimenti sarà quando arriverai a scoprire che in te dimora ancora un altro uomo il quale ha tutt'altri bisogni da quelli del tuo corpo, e che è pure destinato a qualcos’altro; allora certamente non ti sarà più difficile riconoscere quanto tu abbia finora scavato nella sabbia inconsistente con le tue massime!

9. Vedi, Io conosco la tua volontà, buona sotto più di un aspetto, e la tua sete del vero e della causa di tutti i mali in cui attualmente l'umanità sulla Terra è sommersa fin sopra gli orecchi. I tuoi pensieri, poiché il rubare ti procurò sempre una gioia particolare, ti hanno fatto trovare nella legge a tutela della proprietà e dell'onesto possesso il tuo vaso di Pandora, e poiché nei tuoi anni giovanili fosti un grande ed appassionato amico delle donne, così ti ha sempre dato fastidio quella legge morale che per te, come per tutti gli altri, ha stabilito come peccato d'abuso dell'atto carnale.

10. Oh, sì, come uomo-animale tu hai perfettamente ragione anche qui con le tue massime, anche riguardo alla circostanza che, prima delle altre leggi, avrebbe dovuto esserci una legge preliminare tendente a far dare un'educazione a tutti i fanciulli, per cui i principi dell'ordine sociale fossero stati loro inculcati in modo tale da rendere, nell'età virile, assolutamente impossibile la trasgressione di qualsiasi legge, la qual cosa perciò avrebbe resa del tutto superflua una legislazione successiva.

11. Ma, vedi, il Creatore dei mondi e di tutti gli esseri ha già dato quest’ordine agli animali: ad ogni animale viene impartita già nel corpo materno, secondo quest'ordine, l'educazione preliminare da te voluta in tutta la sua natura; e non ha bisogno in seguito di nessun’altra legge, perché con l'educazione preliminare nel corpo materno esso porta con sé già tutto ciò che gli occorre per tutta la vita! Colui però che ha creato gli spiriti angelici, i Cieli, i mondi e gli uomini, sapeva certo benissimo cosa ci voleva per fare dell'uomo un essere libero - per poi educarlo - e non per farne un animale giudicato.

12. Se tu esamini con ancora maggiore attenzione le tue massime fondamentali della vita, matematicamente giuste, troverai ben presto che anche la lingua è un grande male per gli uomini, poiché, attraverso di essa, essi possono istruirsi in ogni cosa malvagia, e nemmeno la bugia avrebbe mai fatto capolino fra gli uomini se essi non avessero saputo esprimersi né con segni né con parole; certamente anche il pensare è pericoloso, perché mediante il pensiero gli uomini possono essere indotti ad ogni genere di malvagità e di insidia! Concludendo, essi non dovrebbero poter né vedere, né udire, né gustare, né fiutare chiaramente, perché tutti questi sensi, se perfettamente costituiti, possono sempre suscitare facilmente negli uomini la bramosia di qualcosa di eventualmente illecito e peccaminoso! Ma considera ora un po’ il tuo uomo in base ai tuoi principi matematici, e domanda a te stesso se, ad eccezione della forma, fra lui e un polipo in fondo al mare esiste veramente una qualche differenza.

13. E poi, cosa farai di un simile uomo riguardo all'alto scopo per cui ogni uomo è stato creato? Quale cultura gli potrai dare? Quando mai perverrà un essere di questo genere alla conoscenza di se stesso e alla conoscenza del vero Dio, e della causa prima di tutte le cose, nonché di ogni luce e di ogni beatitudine? Esamina bene la costituzione di un uomo sano, considerala ed investigala accuratamente col tuo intelletto critico, e non potrai non convenire che un essere tanto sapientemente e tanto artisticamente organizzato deve infine pure avere un'altra destinazione che non sia quella soltanto di riempirsi giornalmente il ventre, per poter poi espellere da sé escrementi in abbondanza!».

 

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Cap. 62

Della legittima tutela della proprietà.

 

1. (Il Signore:) «Tu adduci qui ovviamente a pretesto la tua povertà e quella dimolti altri e, contrariamente alla Legge divina a tutela della proprietà, chiedi per te quel tanto di diritto che ti autorizzi ad impossessarti in casi urgenti, sotto lo stimolo della fame e della sete, di quel tanto che basti a saziarti, senza peccare contro la menzionata legge. Io posso dirti a questo riguardo, da fonte assolutamente degna di fede, che Jehova, quando diede la Legge al popolo ebreo per mezzo di Mosè, aveva ben presente questo bisogno, e prescrisse agli uomini con vero valore di legge la massima: “Non impedire all'asino che lavora sul tuo campo di prendersi là la sua pastura, e non porre la museruola al bove che tira l'aratro. E quando tu porti i covoni legati nei tuoi granai, lascia giacere sul campo le spighe cadute affinché i poverelli possano raccoglierle per soddisfare la loro fame. Ognuno sia dunque sempre pronto ad aiutare il prossimo, e chi ti dice: ‘Ho fame’, non lasciarlo partire fino a che non sia saziato”. Ecco, anche questa è una Legge di Jehova ed Io ritengo che con questa sia stato pensato a sufficienza anche ai poveri.

2. Che però non ogni uomo nato su questa Terra possa essere o diventare un proprietario di terre, la cosa risulta lampante già dalla natura delle cose. I primi e pochi uomini poterono certamente ripartire con facilità fra di loro il possesso dei terreni, poiché allora tutta la Terra era ancora senza padroni. Oggi però, particolarmente nelle sue regioni fertili, essa è abitata da una quantità quasi innumerevole di uomini, e non si può di certo contestare il possesso del terreno toccato in sorte a quelle famiglie che l'hanno già da lungo tempo coltivato col sudore della fronte e che lo hanno bonificato e reso fertile mettendo spesso in pericolo la loro vita. Anzi per il bene comune conviene che esse siano protette con la maggior efficacia possibile, affinché a coloro che con la propria diligenza hanno benedetto il suolo non venga strappata la loro parte, poiché essi non devono coltivarlo ogni anno soltanto ed interamente per se stessi, ma per cento altri ancora che non possono essere proprietari di latifondi e di terreni.

3. Vedi, chi possiede un terreno esteso, deve avere anche molta servitù, e tutta questa gente vive come lo stesso proprietario dei medesimi terreni. Sarebbe forse bene per i servitori se a ciascuno di questi si desse un qualche terreno ugualmente grande? Come potrebbe coltivarlo un solo uomo? E se anche potesse farlo per un certo tempo, cosa succederebbe poi se egli si ammalasse o se le forze gli venissero a mancare? Non è dunque di gran lunga migliore e più saggio che pochi soltanto detengano un possesso stabile ed abbiano granai e provviste, piuttosto che tutti - perfino anche i bambini appena nati - siano proprietari di terreni, il quale sistema avrebbe infine per conseguenza che nessuno si troverebbe sottomano qualche provvista precisamente nel momento del maggior bisogno?

4. Io domando inoltre al tuo intelletto matematico: “Se nell'insieme delle società umane non esistesse una legge a tutela della proprietà, Io vorrei vedere che faccia faresti se venissero altri, dei quali ti risultasse che non hanno mai avuto una voglia particolare di lavorare e che volessero toglierti le tue piccole provviste per saziarsi? Non penseresti forse che una legge a tutela del possesso sarebbe in questo caso molto opportuna e non ti augureresti che simili sfacciati malfattori venissero puniti da un qualche tribunale e fossero infine costretti a servire e a lavorare, e non desidereresti poi che le tue provviste ti venissero restituite?”. Vedi, anche la ragione pura dell'uomo richiede tutto ciò.

5. Ma se tu ritieni che i tuoi principi matematici siano in ogni caso assolutamente i migliori di questo mondo, allora parti e va’ verso oriente, a circa 1000 lunghezze di campo da qui, dove c'è un'estesa regione montuosa con vasti terreni del tutto ancora senza padrone. Là tu puoi stabilirti, subito e senza impedimenti, su un terreno lungo e largo molte ore di cammino e nessuno te ne contesterà il possesso. Tu puoi prendere con te perfino un paio di donne e anche alcuni servitori, e in quelle contrade montane, certo un po’ lontane, puoi fondare addirittura uno Stato, e in 1000 anni nessuno verrà a disturbarti nelle tue proprietà; dovrai soltanto sbarazzarti prima di qualche orso, lupo e iena, perché altrimenti potrebbero darti un po' di molestia di notte. In questo modo ti sarebbe almeno possibile imparare a conoscere, in generale e in particolare, le notevoli difficoltà contro le quali i proprietari di questi terreni dovettero combattere prima di poter rendere coltivabile il suolo come lo è ora. Qualora tu stesso ne avessi fatto la prova, allora ti persuaderesti di quanto ingiusto sarebbe togliere ora ai primitivi proprietari le loro terre per ripartirle fra dei mascalzoni pigri e scansafatiche.

6. Questa è la situazione: siccome tu stesso non sei uno speciale amico del lavoro, e meno ancora della preghiera, allora anche l'antica legge a tutela del possesso ti ha sempre dato noia, e perciò ti conferisti da te stesso il diritto di appropriarti di qualsiasi cosa ti fosse stato possibile prendere inosservato e impunito. Soltanto il campo di due jugeri (11.509 mq) te lo sei acquistato assieme alla capanna, ma anche questo non con denaro guadagnato lavorando, ma con denaro trafugato in maniera quanto mai astuta ad un ricco mercante a Sparta. Ora, è vero che una volta il furto era permesso a Sparta quando veniva impiegata l'astuzia; nel nostro tempo però sussistono già da molti anni anche a Sparta le stesse leggi a tutela della proprietà come qui, e per conseguenza quel mercante tu lo derubasti in maniera assolutamente illegale alleggerendolo di un paio di libbre d'oro (1,12 kg d’oro), e con queste sei fuggito qui e ti sei comperato il campo in questione insieme alla capanna, mentre tutto il resto che era in tuo possesso lo hai accumulato rubacchiando qua e là a Cesarea di Filippo o nei dintorni!

7. Ma guai però a colui che ti avesse rubato qualcosa; a quel tale avresti inculcato il rispetto di quella legge a tutela della proprietà che a te tanto ripugna, in una maniera che uno sbirro romano non avrebbe certo sdegnato! Oppure, ti sarebbe forse gradito che il frutto maturo del tuo campo venisse raccolto da qualcun altro che giustificasse tale azione con la sua assoluta povertà? Vedi, ciò che non starebbe bene a te, non starà bene nemmeno ad un altro se tu, secondo le tue massime fondamentali della vita e dell'educazione matematicamente vere e giuste, volessi derubarlo del suo raccolto. Se però la cosa praticamente non può stare che nei termini come Io te li ho esposti ora, insisti forse ancora nel considerare i tuoi principi fondamentali della vita come gli unici veri ed incontestabilmente giusti?».

8. A questo punto Zorel non può celare il suo grande imbarazzo, perché si vede completamente soggiogato e vinto.

 

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Cap. 63

L’origine e la parentela di Zorel.

 

1. Zinca allora, che si trovava dietro a lui, battendogli sulla spalla gli dice: «Ebbene, amico Zorel, accetterai ora i provvedimenti di Cirenio o no? Mi sembra infatti che le tue massime della vita, per quanto buone siano apparse da principio anche a me stesso, siano tutte andate in fumo!»

2. Risponde Zorel dopo una pausa: «Sì certo, il salvatore ha ragione; egli soltanto ha ragione. Io ora vedo chiaramente la mia insensatezza, e nei miei riguardi tutto corrisponde punto per punto così come egli lo ha esposto. Ma come mai ha potuto venire a conoscenza di tutte queste cose? Oh, sì, tutto ciò è vero, purtroppo vero! Ma cosa fare adesso, da dove ricominciare?»

3. Dice Zinca: «Non c’è altro da fare che pregare di ricevere qualche altro buon ammaestramento, poi ascoltare e agire a seconda; tutto il resto lascialo a coloro che ti vogliono bene e che ti possono aiutare, e che certo lo faranno se tu ti comporterai così come ti ho consigliato ora»

4. Allora Zorel si getta ai Miei piedi e Mi prega che lo illumini; Io però gli dico di rivolgersi all'apostolo Giovanni. Zorel Mi domanda, ormai in tono rispettosissimo, per quale motivo Io non voglia dargli qualche altro ammaestramento.

5. Ma Io gli rispondo. «Quando un padrone ha intorno a sé molti servitori perle sue cose, fa forse male se assegna anche a questi dei lavori a seconda delle loro capacità? Non è assolutamente necessario che metta egli stesso mano a tutto perché il lavoro venga compiuto, ma basta che vi sia lo spirito del padrone, e il lavoro verrà tuttavia portato a buon fine anche mediante le abili mani dei servitori. Va’ dunque pure a colui al quale Io ti ho indirizzato, e vedrai che in lui troverai l'uomo che fa per te. È quello lì che sta all'angolo della tavola, e che indossa un mantello azzurro chiaro»

6. A queste Mie parole Zorel si alza, si reca sollecito da Giovanni e gli dice: «O fedele servitore di quel sapientissimo signore, poiché tu pure hai udito chi io sia e quale sia la mia indole, insegnami tu come debbo fare per giungere ad un completo miglioramento che mi renda degno di venire accolto nel numero di coloro che possono di pieno diritto chiamarsi “uomini”. Ormai io non chiedo più nessun provvedimento per poter diventare un uomo dabbene, ma soltanto per amore del vero vorrei apprendere da te la piena verità!»

7. Dice Giovanni. «E questa ti sarà anche data nel nome di quel Signore che si trova laggiù, ma prima devi darmi l'assicurazione che in avvenire modificherai completamente la tua condotta di vita e che risarcirai qualsiasi danno che tu possa mai avere arrecato a qualcuno contro la sua volontà; anche al mercante di Sparta, il quale vive tuttora, devono venire restituite le sue due libbre d'oro (1,12 kg d’oro). Oltre a ciò devi anche volgere del tutto le spalle al tuo paganesimo e diventare un nuovo israelita, poiché tale era tuo nonno e precisamente della tribù di Levi. Quarant’anni fa egli andò dai greci di Sparta per annunciare loro l'unico vero Dio e per farne degli israeliti nello spirito, ma alla fine si lasciò invece smuovere e convincere egli stesso e divenne, con tutta la sua famiglia, un pagano sciocco e tenebroso, e tu stesso diventasti tale, perché fu a Sparta che tu venisti al mondo. I tuoi due fratelli che attualmente si trovano ad Atene divennero per merito della loro bella eloquenza addirittura dei sacerdoti pagani, e dedicano tuttora il loro vuoto ministero ad un Apollo e ad una Minerva, mentre la tua unica sorella è la moglie di un trafficante il quale fa un brutto commercio di idoli d'Efeso scolpiti e dipinti, e in aggiunta trae anche discreti utili da affari con meretrici e ragazze allegre di ogni specie, vendendo e comprando, ma per lo più facendo da ruffiano. Questo dunque è tuo cognato che un tempo era pure israelita, e che oggi invece è appunto quello che ora ti ho detto»

8. Zorel, profondamente colpito e sorpreso che Giovanni sapesse quello che egli stesso per motivi plausibilissimi non avrebbe mai voluto raccontare a nessuno, non poté fare a meno di sentire tali cose dalla bocca di un uomo di cui non poteva pensare altro se non che questi doveva essere stato in Grecia e che fosse a conoscenza di tutto quanto era accaduto ed ancora accadeva là.

9. Per conseguenza Zorel chiese con una certa premura a Giovanni. «Ma a che scopo raccontare ora tutte queste cose qui in presenza di tutti? Non basta forse che le sappiamo tu ed io? Perché dunque devono saperle anche tutti quelli che ci stanno intorno?»

10. Dice Giovanni. «Sta pur tranquillo, amico mio! Se io facessi ciò per nuocerti nell'anima e nel corpo, sarei un perverso, e dinanzi a Dio sarei ancora peggiore del tuo stolto cognato di Atene; ma per la tua salvezza io devo ora smascherarti completamente al cospetto degli uomini, affinché tu non compaia dinanzi a nessuno per quello che non sei! Se tu vuoi diventare perfetto devi metterti a nudo, e non deve esserci più niente di occulto nella tua anima; soltanto quando sarà bandita da te ogni cosa contraria all'ordine potrai accingerti a lavorare al tuo perfezionamento. Tu certamente potresti liberarti anche in te stesso silenziosamente dai tuoi molti peccati, e così migliorarti in maniera che gli uomini ti stimerebbero ed onorerebbero, perché di te essi non conoscerebbero che il buono e non il cattivo, e molti seguirebbero il tuo buon esempio! Col tempo, però, da un qualche testimone degno di fede essi potrebbero venire a conoscenza di quale grossolano e grande peccatore tu sia stato, così in segreto! Con quali occhi sospettosi ti guarderebbero, dopo avere scoperto ciò, tutti coloro che prima ti avrebbero onorato come un uomo puro e che avrebbero seguito il tuo esempio? Tutte le tue virtù apparirebbero come una pelle d'agnello sotto la quale si comincerebbe ad intravedere un lupo rapace, e poi, nonostante tutte le tue virtù in sé e per se stesse immacolate, ognuno eviterebbe la tua compagnia in se stessa molto istruttiva.

11. Tu vedi dunque che per essere perfetti non bisogna evitare soltanto il male nella sua realtà, ma anche l'apparenza del male; senza questo sarà difficile giovare efficacemente al prossimo, ciò che infine è e deve essere la meta principale di ciascuno, perché altrimenti non è possibile immaginare una società veramente felice su questa Terra!

12. Infatti, cosa servirebbe ad una società umana se anche ogni suo membro fosse in se stesso del tutto perfetto, ma si tenesse sempre appartato dal suo vicino? Allora uno comincerebbe a diffidare dell'altro e in una mosca venuta a ronzare intorno al capo di un vicino per quanto innocuo, sembrerebbe di scorgervi dei draghi alati o degli elefanti! Ma se invece tutti imparano adesso a conoscerti come eri prima, e non resta loro nascosto quello che hai fatto e come sei vissuto finora, e se d'ora in poi ti migliori, diventando agli occhi e agli orecchi di tutti un'altra persona, pienamente conscia dei tuoi precedenti errori che però tu ora dimostri di aborrire veramente e profondamente, allora ognuno ti circonderà della propria fiducia e benevolenza più sincera, e ti amerà come un vero fratello puro ama l'altro fratello puro. È necessario dunque che tutto venga reso noto sul tuo conto prima che tu possa passare efficacemente ad una dottrina migliore.

13. A dire il vero, molte sono le cose già rivelate finora sul tuo conto, ma non è ancora tutto, e visto che la confessione ti riesce piuttosto difficile, te ne alleggerirò in parte il peso appunto raccontando io al posto tuo, del tutto letteralmente e conformemente alla verità, quello che mi è noto della tua vita in maniera chiara come la luce del Sole»

14. Chiede Zorel: «Ma come puoi sapere tutto ciò; chi te lo ha rivelato? Prima d'ora non ti ho mai visto né mai ti ho parlato!».

 

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Cap. 64

Il passato da mercante di schiavi di Zorel.

 

1. Risponde Giovanni: «Non preoccupartene per ora; quando sarai perfetto, tutto ti sarà chiaro, ma ora ritorniamo al nostro argomento.

2. Il lato peggiore del tuo essere consiste nel fatto che negli ultimi tempi hai fatto, di nascosto, il mercante di schiavi, o meglio di fanciulle dai dodici ai quattordici anni provenienti dall'Asia Minore e che vendevi in Egitto, e spesso tali oneste fanciulle sono cadute in mani molto perverse, mentre poche soltanto in mani buone. Che esse venissero subito brutalmente violentate da colui che le comperava, puoi ben immaginartelo. Se ciò si fosse limitato al naturale congiungimento carnale, la cosa non avrebbe assunto il carattere di una colpa tanto grave; ma in quale nefando modo alcune fra queste sono state maltrattate ad Alessandria, al Cairo, a Tebe ed a Menfi! E come vengono maltrattate tuttora! Se tu vedessi quanto spesso una di queste povere fanciulle, prima di sottostare all'atto brutale, viene orribilmente percossa e flagellata a sangue con verghe e fruste dal suo infernale padrone per eccitare maggiormente la propria sensualità, allora - malgrado il tuo poco sentimento umano - malediresti te stesso, che per un vile infame guadagno hai fatto cadere delle creature umane in una miseria tanto orribile!

3. Quante migliaia di imprecazioni e di maledizioni terribili non sono cadute sul tuo capo, e quante volte sono state versate centomila lacrime e quanti gemiti estorti fra gli strazi di un maltrattamento così diabolico! Quante di queste delicate fanciulle non sono morte in seguito alle intollerabili sofferenze e nella più atroce disperazione? Ebbene tu, dannando te stesso, hai tutte costoro sulla coscienza! Infatti, vedi, tu esercitavi il tuo occulto e triste commercio su vasta scala, soprattutto tre anni fa circa, e il numero di coloro che rendesti infelici è diventato grande, ed arriva ormai ad ottomila! Come e quando potrai riparare a tante sciagure? Che male ti avevano mai fatto quelle fanciulle perché tu le rendessi tanto infelici? Parla ora e giustificati!».

 

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Cap. 65

Zorel cerca di scagionarsi.

 

1. A tali parole Zorel, completamente sconcertato, si confonde, e solo dopo un'attesa abbastanza lunga dice: «Amico! Se io avessi saputo allora quello che so e riconosco adesso, puoi bene immaginarti che io avrei fatto qualunque altro mestiere piuttosto che il mercante di schiavi! Io sono cittadino di Roma e, per quanto ne so, nessuna legge ha mai vietato il commercio degli schiavi, e inoltre da tempo immemorabile come pure attualmente è una cosa ancora permessa; ebbene, come avrebbe potuto essere proibito a me quello che a cento altri era concesso fare legalmente? Gli ebrei, infatti, possono comperare dei fanciulli, particolarmente se non hanno figli; perché dunque non dovrebbe essere concesso altrettanto anche ad altri popoli colti, fra i quali vanno annoverati come degni di essere ricordati gli egiziani? E questo vale pure per i persiani. Le fanciulle dunque non venivano vendute ad un popolo selvaggio e rozzo, ma ad uno che, sotto ogni aspetto, deve venire considerato fra i più civili di tutta la Terra finora conosciuta, dal quale era del tutto lecito aspettarsi che la tragica sorte familiare, in cui si trovavano prima tali fanciulle, non sarebbe stata peggiore, ma anzi sarebbe evidentemente migliorata.

2. Basta che tu vada dalle parti dell'Asia Minore e tu troverai una tale massa di gente, e particolarmente di fanciulli, che tu, da quell'uomo molto savio che sei, non potrai fare a meno di chiederti come possa sostentarsi e nutrirsi tutta questa gente, a meno che non comincino a divorarsi l'un l'altro! Io posso assicurarti che, ad ogni mio arrivo nelle regioni dell'Asia Minore, io venivo per così dire letteralmente assalito dagli abitanti con offerte di fanciulli; per qualche pagnotta io ottenevo fanciulline ed anche ragazzi in quantità, ed i figli mi correvano incontro giulivi e non volevano più a nessun costo separarsi da me. Quando io ne comperavo cento, ricevevo in aggiunta ancora dalle quaranta alle cinquanta fanciulle; gli esseni ne acquistavano molti da me, i ragazzi quasi tutti, qualunque fosse la loro età, ma spesso comperavano anche fanciulle; gli egizi acquistavano soltanto le ragazze più grandicelle: una parte per farle lavorare e una parte probabilmente anche per i loro capricci. Che fra questi possa esserci stato qualche caprone lussurioso che è solito torturare una schiava per libidine, è cosa che non voglio proprio mettere in dubbio, ma di tali soggetti non ve ne saranno stati di certo molti.

3. A quanto ne so io, in Persia non ne sono andate molte, ed anche queste furono acquistate, per la maggior parte, da mercanti e da artisti persiani che, come mi è stato detto, le impiegano in ogni tipo di lavori buoni e utili. Oltre a ciò, già da lungo tempo in Persia esiste una legge molto savia, secondo la quale ogni schiavo, o schiava che sia, dopo dieci anni di buona condotta ottiene la piena libertà e può fare infine ciò che vuole. Possono restare dove sono e dedicarsi a qualche lavoro indipendente, oppure anche rimpatriare. Dunque quelli venduti in Persia hanno davvero poco da lagnarsi; certo non voglio proprio escludere che ad alcuni in Egitto la sorte non sia stata tanto propizia, ma andate a vedere come se la passano nella loro patria e ne troverete moltissimi la cui sorte, nel loro stato di libertà, non è affatto migliore di quella degli infelici in Egitto! Infatti, in primo luogo essi non hanno quasi nulla da mangiare, e molti devono cibarsi di radici crude che raccolgono nei boschi; ve ne sono molti altri che per mancanza di vesti devono andare in giro, estate e inverno, completamente nudi e campano chiedendo l'elemosina, rubando e facendo gli indovini. Qualcuno si procura qualche cencio mendicandolo o rubandolo, ma la maggior parte non riesce a fare nemmeno questo, e per conseguenza vanno in giro del tutto nudi, sempre trascinando con sé uno stuolo di bambini.

4. È dunque da questi nomadi che io e il mio compagno abbiamo sempre acquistato il più grande numero di fanciulli superflui, provvedendo in tal modo per loro. Gli abitanti stabili del Ponto li chiamano “Zagani”, ciò che equivale ad “esiliati”; di gente simile ce n'è un vero formicaio; grandissime orde vivono raminghe e non hanno né terra né tetto; le loro abituali dimore sono le caverne, le tane e gli incavi degli alberi. Ora io ti domando: “A questi genitori non si rende già un grande beneficio togliendo loro i figli gratuitamente e avendone in qualche modo cura?”. Non solo, ma il beneficio è tanto maggiore qualora li si acquisti - per moneta sonante o per vestiario o in cambio di buoni viveri - dai genitori nudi e affamatissimi!

5. Ora, secondo il modo in cui io almeno ho finora considerato le cose, se si fa un confronto fra lo stato iniziale di questa gente, schiava assoluta della più grande povertà, e lo stato successivo di alcuni fra di loro i quali, grazie a me, sono certo diventati schiavi ma vengono provvisti di ogni cosa da parte di altra gente, ebbene, sarà facile rilevare che la sciagura da me causata secondo la tua descrizione a queste creature non è poi tanto enorme come tu te la immagini. Ma neppure questo avrei fatto loro se prima avessi pensato così come la penso adesso.

6. Del resto io devo farti osservare, così soltanto in confidenza e quantunque mi sorprenda molto la tua pia e devota sapienza, che per un Dio di somma Bontà, sempre che Egli Si interessi in qualche modo ai destini degli uomini, è un po’ strano lasciare vagare così sulla Terra come animali selvaggi un numero tanto grande di esseri che hanno incontestabilmente una figura umana! Un Dio onnipotente potrebbe di certo fare in modo che tale specie di uomini trovasse almeno un qualche ricovero migliore su questa benedetta Terra!

7. È chiaro che ad un uomo che pensa deve pur apparire singolare vedere centinaia di migliaia di persone, del resto di bellissimo aspetto, girovagare affamate, nude e assolutamente sprovviste di tutto, mentre malgrado la sua migliore buona volontà egli non può prestare loro alcun aiuto. O amico mio, sarebbe dunque proprio da meravigliarsi se, alla vista di gente simile, qualcuno iniziasse a dubitare dell'esistenza di un Dio supremamente sapiente e buono? E sarebbe inoltre proprio da meravigliarsi se al cospetto di tanta miseria la mia precedente asserzione contro una legge troppo aspra a tutela della proprietà non dovrebbe avere infine anch’essa qualche fondamento?

8. Eccoti, o amico, la mia giustificazione e le mie obiezioni contro il più grave dei rimproveri che mi hai fatto; ed ora fa tu ciò che vuoi, però non dimenticare mai che ti sta dinanzi un Zorel molto pratico delle cose del mondo e con l'arco sempre teso, e che, nonostante i cenci che attualmente lo ricoprono, non ha troppo timore di nessuna sapienza. Ma adesso porta tu in campo delle ragioni migliori per comprovare che tutte le cose a questo mondo devono essere appunto così come sono secondo la divina Sapienza, ed io di buon grado te ne sarò riconoscentissimo! Infatti, anche tu al pari di me devi ammettere che, secondo il mio criterio umano, sulla Terra esiste troppa miseria inutile accanto all’agiatezza spesso smisurata dei singoli! Perché uno solo deve possedere tutto mentre centomila vicino a lui niente del tutto? Insomma, spiegami il perché della miseria di tutti quegli Zagani dell'Asia Minore! Chi sono essi, da dove vengono, e perché devono languire eternamente?».

 

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Cap. 66

Gli stupri di fanciulle da parte di Zorel.

 

1. Dice Giovanni. «Se tu misuri la vera Sapienza proveniente da Dio con la misura di un intelletto umano un po' sveglio, allora hai ragione a non aver affatto timore di alcuna sapienza! Ma, considerando che la vera Sapienza proveniente da Dio non va mai valutata con la corta misura dell'intelletto, ma - come ogni cosa proveniente da Dio - con la misura dell'infinito e dell'eternità, allora tu dovresti trovarti piuttosto a disagio col tuo intelletto! Ma lasciamo da parte questo, e ritorniamo al punto dal quale siamo partiti.

2. Tu, da persona che ha cognizione di causa, mi descrivesti la brutta sorte e la miseria estrema degli Zagani nell'Asia Minore, e sostenesti come per i loro figli dovrebbe essere un vero beneficio - e che anzi talvolta è effettivamente così - di essere acquistati dai mercanti di schiavi per poter essere rivenduti chissà dove. Ebbene, passiamoci sopra, perché tu adduci a pretesto una specie di buona volontà da parte tua, ed io voglio riconoscertene una decima parte! Ma io scorgo ancora qualche altra cosa in fondo alla stanzetta della tua coscienza, e questo strano “qualcosa” consuma quasi interamente anche quella decima parte che prima ti ho riconosciuta, tanto che alla fine non potrà venirti ascritto nient’altro che della pura malvagità! Io dubito che il tuo intelletto potrà addurre qualche tuo diritto a opporti a questa descrizione della tua personalità.

3. Rispondimi dunque: “In quale modo - intendo riferirmi soltanto alla tua persona - puoi giustificare la violenza su fanciulle che tu hai spesso perpetrato? Hai forse in serbo anche a questo riguardo qualche ‘ragionevole motivo’, però stavolta non contro la Legge mosaica di Dio, ma contro quella dello Stato romano, legge quest’ultima che punisce con grande rigore la violenza su giovinette non ancora mature? Ti sei mai commosso di fronte allo straziante grido di angoscia e di dolore di una fanciulla esposta alle brame della tua grande sensualità? E per colpa tua non sono morte nel modo più miserevole cinque fanciulle, del resto molto ben fatte, che tu prima avevi turpemente violentato? E di fronte a tale fatto, il tuo compagno ti fece presente il danno pecuniario che vi era derivato; infatti voi avreste potuto vendere molto facilmente al Cairo, per 500 libbre d'argento (2,8 quintali d’argento), le cinque fanciulle dai dieci ai dodici anni, già molto belle e ben formate! A te rincrebbe parecchio una perdita così rilevante, e maledicesti perciò anche ripetutamente la tua forte libidine; però non l'hai mai maledetta per il fatto di essere diventato il cieco assassino di cinque carissime giovinette!”.

4. Ed ora considera tutto questo nel suo complesso, e dimmi sotto quale aspetto tu ritieni di poter figurare quale uomo fra gli uomini, e se la capacità del tuo intelletto potrà trovare anche qui un qualche motivo plausibile a tua giustificazione. Non puoi certo sperare di scusarti se pensi di assumere l'aria dell'uomo naturale allo stato rozzo e selvaggio appena capace di distinguere il cattivo dal buono, perché già prima mi hai messo in bella evidenza quale vita misera e deplorevole conducano gli Zagani e come una simile trascuratezza a danno di tutto un popolo non possa affatto tornare a particolare onore di Dio, il Signore, e del Suo Amore e Sapienza. Anzi tu mi sfidasti perfino a dimostrarti la ragione fondata nella Sapienza divina per la quale un Dio lascia languire così miseramente tutto un popolo numeroso. Per conseguenza vi è in te un sentimento di giustizia abbastanza rispettabile ed una perfetta cognizione del bene e del male. Come hai dunque potuto agire tanto inumanamente con quelle fanciulle? È vero comunque che tu stesso hai poi tentato di curarle secondo ciò che ti veniva suggerito dalle tue errate idee di medicina, ma così facendo le rovinasti ancora di più che non con la tua libidine. Ed ora parla e giustificati davanti a Dio ed agli uomini!».

 

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Cap. 67

Lo sdegno di Cirenio per i crimini di Zorel.

 

1. A questo punto il nostro Zorel si sente interamente battuto e non sa più a che cosa appigliarsi per salvare il proprio onore. Egli comincia a meditare intensamente per vedere cosa potrebbe tirare ancora fuori dal suo intelletto a propria giustificazione, ma trova tutte le vie sbarrate ed invano cerca una benché minima apertura da cui sbucare fuori.

2. Giovanni lo esorta a parlare ed a fare uso del suo arco teso; Zorel però non sembra volere ancora aprire bocca.

3. E Cirenio, un po' stupito dalla perfidia di Zorel, Mi chiede: «Signore, ma che cosa si dovrà fare adesso? Quest'uomo in circostanze simili deve venire assicurato alla giustizia! Le nostre leggi riguardo al commercio degli schiavi consentono certo la vendita a chiunque di schiavi assieme ai loro figli se ne hanno, ma figli di uomini liberi, particolarmente se femmine, non devono assolutamente, pena punizioni gravissime, venire condotti al mercato in nessun luogo se non hanno compiuto il quattordicesimo anno di età. Questo è un crimine!

4. Inoltre, chiunque voglia esercitare il commercio degli schiavi deve avere un'apposita concessione in piena regola, e per poterla ottenere deve depositare allo Stato una cauzione rilevante e pagare, oltre a ciò, una grossa imposta annuale. Ora, di tutto ciò non si vede nessuna traccia nel caso di questo individuo e del suo socio. Loro dunque hanno esercitato un commercio clandestino, ciò che costituisce un'altra grave infrazione alle leggi esistenti, per la quale, viste le circostanze fortemente aggravanti, è comminata la pena di dieci anni di carcere duro.

5. Bisogna aggiungere poi la quintuplice violazione consumata con tanta efferatezza, alla quale è seguita la morte perché la lesione è stata troppo grave; questo è di nuovo un altro misfatto per il quale, considerando le particolari aggravanti, è comminata la pena di almeno quindici anni di carcere duro se non proprio la morte!

6. Infine sono venute a galla ancora ogni genere di ruberie, frodi e menzogne che non si contano più!

7. Signore! Tu conosci i miei doveri di Stato e il giuramento che ho dovuto prestare per il loro adempimento su tutto ciò che mi è di più sacro e di più caro al mondo! Cosa devo dunque fare? Nel caso di Mataele e dei suoi quattro compagni, la loro totale possessione è stata una protezione sicura di fronte ai miei duri doveri di giudice supremo di Stato, ma qui non c’è proprio niente che protegga quest'uomo dal mio dovere di giudice. Egli è un malfattore consumato! Non mi troverò io costretto a esercitare rigidamente il mio compito?»

8. Dico Io: «Intendiamoci bene! Siccome qui per fortuna sono Io il Signore, e tu alla fin fine sei vincolato soltanto a Me dal tuo giuramento, ed Io te ne posso sciogliere come e quando voglio, così fino a nuovo ordine sono Io soltanto che devo stabilire quello che ci sarà successivamente da fare per la salvezza di un'anima ammalata. Oltre a ciò tu hai prestato il tuo giuramento a degli dèi che non esistono affatto in nessun luogo; considerato dunque che i patrocinanti a cui andava il tuo giuramento non hanno assolutamente troppa consistenza, è chiaro che anche il tuo giuramento non può averne di più. I tuoi dèi e il tuo giuramento non hanno per conseguenza nessun significato in sé: il tuo giuramento ha valore solamente in quanto Io lo considero un segno di fedeltà, ma quando Io lo considero nullo, cessa d'avere anche per Me il benché minimo valore, e tu ne sei, almeno per il momento, del tutto prosciolto.

9. Io ti dico che con l'esame di quest'uomo non siamo ancora giunti alla fine; altre cose verranno alla luce che ti agiteranno ancora di più.

10. Questo è un uomo assolutamente singolare, che tu dovresti già ora conoscere sempre meglio, in quanto nel suo sonno estatico egli si è già rivelato in gran parte, anche se in forma più generale, specialmente nel suo primo stadio di pentimento. La presente rivelazione pubblica procede certamente in modo più particolareggiato, perché così deve essere, ma essa non deve esserti di scandalo, poiché Io permetto appunto che così avvenga per mostrarvi per intero com'è un'anima totalmente ammalata, ed infine per indicarvi anche la medicina in virtù della quale è ancora possibile che quest'anima venga guarita. Io ti ho già fatto prima l’osservazione di come sarebbe da inetto e da sciocco punire con le verghe e la prigione un uomo ammalato nel corpo per il fatto che si è ammalato, ma quanto più sciocco ancora non è punire un uomo corporalmente e moralmente con le frustate più micidiali a causa della sua anima del tutto ammalata! Dimmi, Cirenio amico Mio, hai dunque già dimenticato completamente nel tuo zelo questa Mia Dottrina?»

11. Risponde Cirenio: «Questo no, o Signore e supremo Maestro dall'eternità, ma sai che per antica abitudine, quando in qualche luogo mi trovo davanti ad un birbante di questa fatta, mi bolle talvolta un po' il sangue; però vedi già come io mi lasci ricondurre alla ragione e come riconosca subito la mia vecchia stoltezza. Ormai pregusto già l'ulteriore esame di cui il nostro Giovanni sembra intendersi molto bene! Certamente a questo scopo si richiede anche la sua sapienza e la sua perspicacia interiore, naturalmente guidate dal Tuo Spirito. Ma la cosa più bella è che in fondo Zorel non si accorge ancora affatto che vi sia in ciò qualcosa di prodigioso, eppure dovrebbe saltargli agli occhi che il savio Giovanni gli spiffera dinanzi e così per bene tutti i suoi più grossi peccati mortali commessi in ogni luogo, come se egli fosse stato ovunque testimone oculare ed auricolare»

12. Gli dico Io: «Ora ascolta bene di nuovo, perché Giovanni riprenderà subito il suo interrogatorio».

13. Cirenio ridiventa allora tutt'orecchi; Io però ordino frattanto a tutte le donne e a tutte le ragazze là presenti di ritirarsi nelle tende per qualche tempo, poiché all'ulteriore interrogatorio non devono assistere che uomini maturi. Tutta l'assemblea femminile obbedisce assieme a Giara e alle due figlie di Cirenio risuscitate, cioè Gamiela e Ida.

 

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Cap. 68

Le scuse di Zorel.

 

1. La curiosità delle donne era veramente grande, ma la Mia Parola ebbe tuttavia più potere, e si ritirarono tutte nei padiglioni di Ouran dove dovevano trattenersi finché non fossero state richiamate.

2. Allontanate così le donne, Giovani chiese a Zorel: «Ebbene, come funziona il tuo arco teso? A me sembra che tu abbia fatto scoccare in aria tutte le tue molte ed acute frecce senza colpire nulla. E dire che prima volevi entrare in lotta addirittura con l'infinita Sapienza di Dio! Dunque ti ripeto ora l'invito di parlare, se ti è ancora possibile dire qualcosa!»

3. Risponde finalmente Zorel: «E cosa mi resta ancora da dire? Comunque tu conosci già - il come, lo sapranno gli dèi - tutto quello che io ho fatto dalla culla fino ad oggi. A che scopo dovrei dunque raccontarti adesso qualcos'altro ancora? Io potrei bensì continuare a parlare, ma a che pro giustificarmi di più? Come io ero - e come in gran parte sono tuttora - così anche ho agito, perché io non potevo agire diversamente da come era formato il mio animo! Che colpa hanno il leone e la tigre se sono animali selvaggi e feroci? Ciò sta già nella loro natura, e in fondo non sono certo da considerarsi esseri colpevoli per il fatto che essi sono così come sono! Se essi sono maligni e feroci, la colpa l'ha soltanto Colui che li ha creati e costituiti così!

4. Ma perché ci sono migliaia di uomini più docili dell'agnello e perché non lo sono pure io? Mi sono forse creato da me stesso e mi sono formato così? Ma se io volessi essere del tutto perverso, potrei adesso confutare ancora tutto ciò che mi è stato messo contro dalla tua sapienza, poiché sentenze di sapienza espresse dai singoli non hanno mai presso di noi, dinanzi al forum (tribunale) del mondo, valore di prova, finché esse non risultino assolutamente confermate dalle affermazioni di altri testimoni. Però io riconosco la tua sapienza e credo pure di riconoscere in te la persona che ora non intende nuocermi, ma soltanto aiutarmi, e per conseguenza confesso che quello che tu affermasti sul mio conto corrisponde al vero. Io non nego minimamente la verità di tutto ciò, ma spero bene che mi venga ancora permesso di giustificarmi eventualmente in qualche modo!

5. Tu hai in ogni caso il pieno diritto di esporre ad alta voce tutto ciò che io ho commesso, ed a cui la mia natura mi ha trascinato! Infatti, voi più di uccidermi non potete fare, ed io mi sento di poter fissare ancora con coraggio la morte nei suoi occhi tenebrosi e incavati, non temendola affatto! Da ciò puoi già capire che io non sono affatto una lepre appena nata; se della mia miserabilissima vita dovessero forse esserti note ancora delle altre diavolerie, spiattellale pur fuori liberamente, perché già da un pezzo più nulla mi da fastidio a questo mondo.

6. Del resto, riguardo alle cinque fanciulle, mi hai dipinto un po’ troppo a tinte fosche incolpandomi di aver provato rincrescimento soltanto perché a causa della loro morte mi era sfuggito un guadagno considerevole, morte che non fu dovuta alla leggera violenza fatta a loro, ma ad un ritorno di una maligna eruzione cutanea, io potrei citarti perfino alcuni testimoni degni di fede i quali hanno udito come io abbia supplicato Giove con tutto il fervore di conservarmi in vita le cinque fanciulle ed abbia fatto voto agli dèi di tenerle per sempre presso di me come figlie qualora fossero rimaste in vita e avessero recuperato la salute. Quando però nel corso di 30 giorni, nonostante tutte le cure, mi morirono tutte cinque, io ne fui disperato, e giurai nuovamente di non avvicinarmi più a nessuna fanciulla e di abbandonare completamente il commercio degli schiavi! Questo giuramento io lo mantenni anche fino ad oggi; è appunto per questo motivo che io mi sono trasferito qui ed ho acquistato il podere, con la cui perdita, dovuta all'incendio, posso dire di avere perso tutto quello che ero riuscito a mettere assieme. Ed ora dì un po’ tu se forse anche questa volta ho detto una bugia».

 

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Cap. 69

Zorel come matricida e pirata.

 

1. Dice Giovanni: «Eh, sì, questo lo facesti più tardi, ma prima i tuoi sentimenti erano come ho detto io. Che tu abbia usato alle fanciulle soltanto una leggera violenza, questo non è che un'altra grossolana menzogna da parte tua, perché una soltanto l'hai trattata un po’ meno bestialmente, e questa fu appunto l'ultima, quando cioè il tuo corpo non era più in grado di soddisfare la tua libidine e perpetrare l’ultimo e abominevole atto, ma le prime quattro tu non le hai risparmiate affatto, anzi ne hai abusato orrendamente: puoi forse negarlo? Ecco, tu taci e tremi. Le fanciulle furono colpite poi da una pericolosissima eruzione cutanea la quale certamente affrettò la loro morte, ma anche a questo riguardo la tua libidine fu la vera e sola colpevole! Però questo capitolo è ormai finito ed ora passiamo ad un altro.

2. Sai tu cosa grava ancora sulla tua coscienza? Certo, si tratta ancora di qualcosa in cui la tua volontà nuovamente non c'entra; il fatto però esiste ed esistono pure le sue conseguenze; quindi l'uomo non deve mai agire nell'ira, poiché alle azioni fatte nell'ira seguono sempre tristi conseguenze, così come il giorno segue la notte. Riesci forse a ricordarti quando tua madre Agla - che era una persona molto ragionevole - ti esortò una volta serissimamente a smettere le tue bricconate e a staccarti dalle scellerate compagnie? Ti ricordi come ti comportasti verso di lei?»

3. Dice Zorel: «O numi! Un barlume di qualcosa di simile ce l'ho nella memoria, ma, come in un sogno, davvero non potrei dire nulla di preciso a questo riguardo. Parla dunque tu, poiché hai cominciato il discorso. Quello che so però è che non ho mai fatto qualcosa di male con malvagia premeditazione. Ora, per il fatto che io non riesco a controllarmi negli impeti d'ira, non posso venire chiamato a rispondere, come non lo può venire la tigre per il fatto di essere un animale feroce e assetato di sangue! Parla pure!»

4. Dice Giovanni: «A questo ritorneremo più tardi; quella volta però tu afferrasti una pentola che si trovava su una panca, e la lanciasti con tanta violenza sul capo di tua madre da farla cadere al suolo completamente stordita! E tu, invece di correre in aiuto della tua buona madre, dopo aver messo le mani sulle libbre d'oro che tu ben conoscevi, te ne fuggisti su una nave di corsari verso questo paese, e per alcuni anni ti dedicasti poi con gli altri al bel mestiere del pirata; fu in questa occasione che tu divenisti poi anche un mercante di schiavi. Tua madre morì poco dopo, in parte in seguito alla grave lesione al capo, e in parte per il dolore causatole dalla tua incorreggibilità. E così, oltre a molti altri peccati, tu hai sulla coscienza anche quello di essere stato un matricida, e sul tuo capo, come corona alle tue molte scelleratezze, sta l'orrenda maledizione di tuo padre come pure dei tuoi altri fratelli e sorelle! Ora tu sei moralmente del tutto denudato; vedi dunque, da entusiasta della ragione pura che sei, se hai qualcos’altro da aggiungere»

5. Risponde Zorel: «E che cos’altro mi resta da dire? Quello che è stato è stato, e non si può ormai più fare in modo che non sia successo. Ora mi rendo conto di molte cose che, nelle mie passate azioni, erano erronee e peccaminose, ma cosa mi giova adesso sapere questo? È precisamente la stessa cosa come se tu potessi convertire una tigre in un uomo giudizioso, il quale, gettando uno sguardo al passato, si accorgesse degli errori cruenti commessi; a che gli servirebbe tutto ciò? Se egli potesse fare in modo che l'accaduto non fosse accaduto, allora egli farebbe certamente tutto il possibile ed immaginabile per ottenere questo risultato; ma che colpa poteva avere, nel suo stato di tigre, di essere appunto una tigre e non un agnello? In un caso simile anche il pentimento per una azione malvagia e la miglior buona volontà di rimediarvi sono cose altrettanto inutili quanto sarebbe inutile la fatica di voler fare di un giorno passato un giorno presente. Certo io posso diventare d'ora innanzi tutto un altro uomo e molto migliore, ma nelle circostanze in cui ho agito da perverso, non posso ora spacciarmi per migliore di quello che ero allora. Devo forse mettermi a spargere lacrime amare per aver commesso tante azioni malvagie? Non sarebbe questa una cosa altrettanto ridicola come se una tigre, diventata uomo, volesse versare le più amare lacrime di pentimento per essere stata prima una tigre?».

 

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Cap. 70

Zorel giustifica il suo comportamento imputandolo al suo carattere particolare.

 

1. (Zorel:) «Fin dalla nascita ho avuto un temperamento violento e irascibile; anziché domarlo con un’educazione mite e ragionevole e cercare di sviluppare per quanto possibile l'intelletto, fui corretto con ogni punizione possibile ed immaginabile. I miei genitori erano sempre i miei più grandi tormentatori! Se avessero usato un po' di criterio accoppiato a buona volontà, avrebbero potuto fare di me un angelo uguale agli angeli degli ebrei, ma a causa dei molti castighi diventai invece una tigre; ebbene, di chi è la colpa se io sono diventato quello che sono ora? In primo luogo, prima del concepimento e della nascita non potevo certo scegliermi da me stesso dei genitori più saggi, e, in secondo luogo, quando nacqui io non potevo certo essere già un Platone od un Frigio e neanche alla lontana un Socrate; non potevo dunque darmi da me stesso un'educazione. Che cosa sarebbe dovuto succedere allora per fare in modo che io diventassi un uomo migliore e non una tigre?

2. Io ti ritengo troppo savio per non trovare da solo una risposta ragionevole a questa domanda. Presso di voi ebrei si trovano sempre qua e là degli uomini posseduti da spiriti maligni; infatti ne ho visto uno proprio solo alcune settimane fa presso i gadareni, ma questo non sarebbe ancora niente; a quanto si dice, ce n’è uno che sarebbe addirittura posseduto dal demonio in persona come ve lo raffigurate voi ebrei, e commetterebbe mostruosità orribili durante le notti tenebrose! Ma anche il demonio diurno menzionato prima e che ho visto presso i gadareni era senz'altro meritevole della sua fama, poiché intere schiere di uomini non riuscivano a domarlo, e faceva cose tali che tutti ne inorridivano, e la loro pelle si accapponava per lo spavento. È probabile che si possa guarire anche questo posseduto, però, dimmi, quale bue di un giudice potrebbe essere tanto cieco e imbecille da voler fare presente ad un simile guarito tutte le inaudite atrocità da lui commesse nel suo stato di possessione ed esortarlo a versare lacrime di pentimento ed a migliorarsi? Che colpa poteva avere quel tale quando nella sua possessione commetteva simili orrori?

3. Dimmi ancora, o amico pieno di sapienza! Da una grande altezza cade un pesante blocco di pietra, e dove precipita uccide venti persone che per caso si trovano là radunate. Perché doveva succedere così? A chi bisogna dare la colpa di questa disgrazia? Io però ammetto il caso, possibile e immaginabile, che capitasse là un mago possente, il quale, similmente a quanto è avvenuto con Deucalione e Pirra, convertisse il pezzo di roccia in un uomo dotato di avvedutezza e di intelligenza, e poi, non appena l'uomo neo-formato si trovasse lì bello e sano, venisse un giudice sapiente e misericordioso, il quale gli dicesse: “Guarda, o scellerato! Ecco la tua opera malvagia! Perché da blocco di pietra sei caduto con tanta violenza su queste venti persone? Giustificati, altrimenti attenditi, per la tua azione malvagia, il più terribile dei castighi!”. Ora, che cosa mai risponderebbe il nuovo uomo al giudice idiota? Nient’altro che questo: “È stata colpa mia se da blocco di pietra pesante e del tutto incosciente che io ero, in primo luogo è intervenuta una forza estranea che mi ha staccato dalle altre pietre che costituivano un’altura e se, in secondo luogo, ero così terribilmente pesante? Ed ho forse detto io a questi uomini, ormai schiacciati, di radunarsi qui e di attendere finché io fossi precipitato dall'alto in modo da ucciderli tutti?”.

4. Spero che tu ora potrai senz'altro notare quanto sarebbe assolutamente irragionevole l'imputazione a carico di questo nuovo uomo da parte di un giudice supersapiente, e spero pure che nello stesso tempo comprenderai che io, in procinto di diventare solo ora un uomo nuovo da tronco grezzo che ero prima, sono altrettanto poco responsabile delle mie malvagie azioni quanto il nuovo uomo sorto dal pezzo di roccia che ti ho appena citato. Se dunque non vuoi essere un giudice stolto, allora giudicami secondo la giustizia della ragione pura e non secondo il tuo capriccio di presunta sapienza. Sii uomo come ora lo sono anch'io».

 

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Cap. 71

La meraviglia di Cirenio per l’acutezza di Zorel.

 

1. Di fronte alle convincenti parole di Zorel, Giovanni a comincia a pensarci su, e trova che esse non sono prive di un certo fondamento; perciò si rivolge in segreto a Me nel proprio cuore e Mi chiede come egli debba continuare a comportarsi con quell'uomo, visto che evidentemente iniziava a non essere più in grado di tenergli testa!

2. Io però dico a Giovanni: «Adesso lasciagli un po’ di tempo, e poi, come è accaduto fino ad ora, ti metterò Io nel cuore e sulla lingua quello che dovrai ancora dirgli». Giovanni allora ubbidisce al Mio consiglio.

3. E Cirenio, il quale aveva ascoltato le giustificazioni di Zorel con grande attenzione, Mi disse: «Signore! Io devo confessare apertamente che quest'uomo è un essere quanto mai singolare! Ora sembra che egli dia molto da pensare perfino al savio discepolo Giovanni! Insomma, da parte mia, convengo che ora la mia sapienza sarebbe già completamente esaurita e quale giudice dovrei assolverlo da ogni colpa!

4. Eppure non riesco a comprendere come quest’uomo che si è sempre comportato da briccone matricolato, abbia potuto acquisire tanta chiarezza ed acutezza d'intelletto! È comprensibile che uomini come il capo Stahar, oppure come Zinca abbiano potuto fare sfoggio di una dialettica non comune usandola a proprio vantaggio prima di aver fatto una conoscenza più stretta con Te, perché costoro sono tutti persone colte e ricche di profonde conoscenze in molti campi. Ma quest'uomo è certo stato fin da principio un mascalzone di primissima classe, eppure manifesta una perspicacia e una intelligenza enormi! Davvero una cosa simile non mi è mai capitata in tutta la mia vita! Dimmi Tu, o Signore, come mai quest'uomo è potuto arrivare a tanto?»

5. Rispondo Io: «A dire il vero, tanto vuoto egli non è mai stato, poiché è noto che i migliori avvocati di Roma sono appunto sempre i greci. Essi conoscono l'inesorabile rigore delle leggi romane, e perciò le studiano a fondo con tutta precisione per avere sempre pronta qualche solida obiezione nel caso in cui un giudice li chiamasse a rispondere di una o dell'altra mancanza. E tali uomini appunto, che si sono proposti di ingannare lo Stato a più non posso, hanno preso ormai una dimestichezza davvero insolita col diritto di Stato e dell'umanità e così pure hanno studiato alla perfezione i numerosi scritti dei filosofi. E ad una simile classe di bricconi di primissimo ordine appartiene appunto anche questo Zorel.

6. Prima del suo sonno estatico egli non avrebbe però certamente parlato contale determinata acutezza, ma di quel lucido stato d'estasi gli è rimasta, per influsso del suo spirito, una certa reminiscenza nella sua anima, ed è perciò che ora ha fatto quest'ultima critica con tanta acutezza. Quest'acutezza dovrebbe certamente di nuovo svanire se egli, d'ora in poi, venisse restituito alla sua antica sfera vitale, ma con il trattamento a cui viene sottoposto, la sua critica diverrà invece sempre più acuta; Io permetto che avvenga questo appositamente per i Miei discepoli, affinché abbiano in tale occasione la possibilità di assaggiare un po’ l'acutezza d'intelletto degli uomini del mondo al suo massimo grado, e ciò sarà molto salutare per loro. Infatti, quantunque i Miei discepoli siano molto umili e abbiano un cuore già molto perspicace, tuttavia ogni tanto li assale qualche lieve pensiero di presunzione, di fronte al quale un uomo di questo genere viene ad essere un’adattissima pietra d’inciampo.

7. Giovanni in cuor suo Mi ha già reso noto che la sua sapienza non basta più, e gli altri discepoli pensano e ripensano tuttora a cosa ciò possa significare; Io però lascio che meditino ancora un po’, affinché possano orientarsi meglio e più profondamente da soli. Quando questo sarà avvenuto, Io ovviamente li aiuterò di nuovo. Ma egli metterà a loro ancora più di una pulce negli orecchi, e in tal modo tutti avranno inizialmente un bel da fare a levarsele e poi potranno fare nuovamente un passo avanti. Ora Io scioglierò di nuovo la lingua a Giovanni ed egli ricomincerà a parlare; fa dunque bene attenzione».

 

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Cap. 72

Giovanni esorta Zorel ad una migliore condotta di vita.

 

1. Dopo ancora una breve pausa Giovanni disse a Zorel: «Io veramente non posso negare che tu col tuo intelletto hai ora menzionato certe cose che non sono proprio del tutto senza fondamento, ma alla tua vita esse si applicano male o non si applicano affatto, perché la tua anima era in se stessa sempre sviluppata e colta quel tanto che bastava per discernere il vero dal falso. Ora, quell'anima la quale, come la tua, è capace di fare tale distinzione con tanta acutezza ed è capace anche di discernere il bene dal male, ebbene, se sapendo ciò e nonostante queste capacità essa fa il male, allora pecca contro la propria capacità di riconoscimento e contro la propria coscienza. Chi però pecca in questo modo, costui può purificarsi dalla vecchia immondizia dei suoi peccati e riuscire gradito a Dio soltanto attraverso un sincero pentimento ed una vera penitenza.

2. Se tu ora senti il dovere di diventare un uomo migliore e vuoi anche diventarlo, ebbene, se davvero vuoi ciò, allora devi anche riconoscere che la colpa di tutte le tue malvagie azioni era in te stesso, ma se era così, allora sta anche in te adesso comprendere che non è giusto rigettare la colpa da sé e affibbiarla ad altri, ma che è tuo dovere riconoscerla in te e per te come cosa assolutamente tua propria, e di sentirne un vero pentimento, poiché sotto molti aspetti tu hai saputo benissimo distinguere il vero e il buono, ma nelle azioni ti sei tuttavia deciso per l'opposto.

3. Oh, sì, se tu non avessi riconosciuto in te neanche la più pallida idea di qualcosa di puramente vero e quindi buono, ma ti fossi invece trovato in uno stato di superstizione tenebrosissima che affondava la propria radice nella tua sfera vitale, allora certo non ti si potrebbe imputare la colpa delle tue azioni per quanto maligne in sé e per se stesse avessero potuto venire riconosciute dinanzi al tribunale del più puro intelletto. Allora sì che saresti altrettanto privo di peccato quanto, secondo l'esempio da te citato, la tigre e il masso di pietra diventati uomini, e nessuno avrebbe il diritto di dirti: “Ravvediti, pentiti delle tue scelleratezze e fa adeguata penitenza affinché tu possa essere più gradito al vero Dio”.

4. A tale scopo bisognerebbe prima istruirti per bene in ogni verità, indicarti la giusta via e guidarti per un po’ di tempo, ma se tu, dopo essere stato ammaestrato completamente in ogni verità, ricadessi nuovamente nella tua antica menzogna e riprendessi ad agire malvagiamente come prima, allora certo peccheresti, poiché in tal modo le tue azioni sarebbero contrarie alla tua propria ferma convinzione ed indurresti la tua coscienza in uno stato di tumultuosa inquietudine. I paragoni che tu mi hai esposti hanno dunque valore soltanto per chi, come gli animali, non ha mai avuto sentore di una verità qualsiasi; tu però non sei un profano nella genuina verità, anzi la riconosci quasi altrettanto bene quanto me, l'hai anche riconosciuta già da molto tempo, e la tua coscienza ti ha sempre rinfacciato ciascuna delle tue malvagie azioni, ma tu te ne sei curato poco ed hai cercato di soffocare la voce della coscienza con ogni tipo di falsi ragionamenti. Tu ti pentivi sempre dopo aver commesso del male contro la tua capacità di riconoscimento e coscienza, ma alla penitenza e ad un vero ravvedimento non ci sei mai arrivato.

5. Ed è perciò che Dio il Signore ha permesso che tu cadessi ora in grande miseria. Tu sei ormai privo di tutto; anche il tuo vecchio socio nella tratta degli schiavi ti ha piantato, e si trova attualmente in Europa dove sta godendosi i suoi notevoli guadagni. Tu ti trovi qui nudo e cerchi aiuto. Questo ti verrà anche dato, però è necessario che tu te ne renda dapprima degno incominciando spontaneamente a mettere fattivamente in pratica soltanto quello che è il vero e il buono da te riconosciuti; allora sì che troverai veramente aiuto tanto nel tempo che nell'eternità.

6. Ma se tu nell'azione persisti in quello che, altrettanto bene quanto me, riconosci come falso e perverso, allora rimarrai misero per tutta la vita. Se consideri che dopo la morte del corpo c'è una vera vita, allora come staranno un giorno le cose nell'aldilà a tuo riguardo? Ebbene, il chiarimento migliore te lo potrà dare il tuo stesso puro intelletto se rifletti che questa vita temporanea rappresenta il seme, mentre quella eterna d'oltretomba rappresenta il frutto.

7. Se tu nel terreno di questo tuo giardino della vita pianti un seme nobile e buono, allora potrai anche raccogliere frutti nobili e squisiti, ma se tu spargi invece semi di cardi e pruni sul terreno del tuo giardino della vita, allora un giorno raccoglierai quello che si sarà prodotto dai semi che avrai piantato! Questo ti sarà certamente noto: sul cespuglio di cardi non crescono fichi, mentre sul pruneto non cresce l'uva.

8. Ecco, come vedi, Io ora non ti ho giudicato, ma ti ho soltanto indicato quello che devi fare per l'avvenire e le mie parole non sono state aspre verso di te, e il tono del mio discorso è stato mite. Prenditi a cuore quanto ti ho detto e io, da amico, ti garantisco con la mia vita che mai in eterno avrai da pentirtene!».

 

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Cap. 73

Volontà di conoscere la verità e volontà di godere.

 

1. Dice Zorel: «Ah, così sì che ho piacere si parli con me; questo infatti è un parlare veramente umano, e io farò ogni sforzo per fare quello che tu mi dirai come uomo, ma non quello che mi dirai come giudice. Caro amico! Ora io mi conosco esattamente; il mio nucleo vitale interiore non sembra essere proprio della peggior specie, però il mio esteriore è generalmente cattivo! Se fosse possibile spogliarsi totalmente di questa carne insieme a tutte le sue cattive appendici animiche e rivestire il nucleo vitale interiore con una massa carnale migliore, allora io sarei un uomo veramente raro; ma con questa mia attuale costituzione corporale non c’è niente da fare! Ora ovviamente non sono più quel notevole scellerato che ero prima, ma della mia carne non c’è mai da fidarsi. Tuttavia è pur sempre strano che in tutte le mie azioni, per quanto malvagie sembrassero, non partecipavo mai con la mia volontà. Io vi sono sempre stato trascinato proprio come per caso, e di quello che veramente volevo, ebbene, succedeva precisamente il contrario. Come si può spiegare questo?»

2. Dice Giovanni: «Ecco, la volontà dell'uomo è duplice: una volontà è quella in cui la conoscenza della verità possiede una corda – atta a tirare o a guidare – che è sempre un po’ debole; mentre l'altra volontà è quella in cui il mondo dei sensi, con le sue esigenze che profumano di piacere, possiede lui pure una corda di trazione, e questa corda è diventata forte e possente attraverso svariate consuetudini. Quando il mondo ti fa scorgere un boccone piacevole insieme alla possibilità di appropriarsene facilmente, allora la corda forte nel groviglio delle numerose volontà del cuore comincia subito a tirare fortemente. E se anche nello stesso tempo si muove la corda meno forte, di trazione e di guida della volontà, cioè la corda della conoscenza della verità, ciò giova poco o nulla; infatti, da tempo immemorabile il forte ha sempre trionfato sul debole.

3. Se la volontà deve essere efficace, allora deve farsi avanti con decisa serietà e non deve aver paura di nulla, anzi, essa deve poter ridere in faccia, con la più stoica[4] indifferenza, a tutti i vantaggi del mondo, e perseguire il luminoso cammino della verità perfino a costo della vita corporale. In questo modo la volontà di conoscenza della verità, altrimenti debole, diventa forte e possente, e sottomette completamente la volontà, puramente mondana, di provare sensazioni e piacere. Quest'ultima volontà infine trapassa lei stessa interamente nella luce della volontà di conoscenza, e così l'uomo diventa alla fine “uno” in sé, e questo è di importanza assolutamente imprescindibile per l’ulteriore completamento dell’essere umano immortale.

4. Infatti, se tu non puoi diventare unificato nel pensare e in te stesso, come puoi dire allora: “Io ho conosciuto la verità in tutta la sua profondità e pienezza!”, mentre invece in te stesso sei ancora completamente diviso e dunque tu stesso non sei nient’altro che una evidente menzogna? La menzogna però, rispetto alla verità, non è nient’altro che ciò che è la notte più fitta rispetto al giorno più luminoso. Una tale notte non vede alcuna luce, e l’uomo in sé, quale menzogna, non può riconoscere la luminosa verità. E perciò in tutti gli uomini mondani, estremamente dissociati in se stessi, la corda della volontà di conoscenza – che è una corda di trazione e di guida – è talmente debole che già con un leggerissimo tiro in direzione opposta, da parte della mondana volontà di godere, viene messa fuori combattimento.

5. Quando, in certi uomini, la volontà di godere ha totalmente vinto e soppresso per sempre la volontà di conoscenza della verità, così che anche in questo modo ne risulti, nella tenebra dell'uomo interiore, una specie di unità, allora l'uomo è diventato morto nello spirito, ed è così un dannato in se stesso e non può più pervenire in eterno ad alcuna luce se non attraverso il fuoco della sua rozza materia, acceso dalla pressione del desiderio. Ma la materia dell'anima è molto più dura e tenace di quella del corpo, e ci vuole un fuoco molto possente per consumarla e annientarla del tutto.

6. Ma poiché un'anima non acconsentirà a sopportare, per amore della verità e della luce, una tale purificazione dolorosissima, ma, al contrario, per antica avidità di piaceri e tenebrosa sete di potere cercherà di sottrarsi alla purificazione, come un proteo alla cattura, così un uomo che in sé, in questo mondo, è diventato completamente “uno” nella sua notte di vita, è anche come se fosse perduto per l'eternità.

7. Soltanto quell'uomo che, attraverso la propria energica, luminosissima volontà di conoscenza della verità, ha totalmente vinto in sé la volontà mondana di avidità e di piaceri, e così è diventato in sé “uno” nella luce e in ogni verità, ebbene, solo quell’uomo è con ciò tutto luce e verità, e dunque anche la vita stessa. Ma per ottenere questo, come io ti ho già fatto notare prima, è necessaria un'abnegazione veramente stoica; non però quella, di per sé superba, del vostro Diogene che si reputa maggiore e superiore ad un re Alessandro risplendente d'oro, ma l’abnegazione umile di un Enoch, di un Abramo, Isacco e Giacobbe. Se tu ci riesci, allora te ne verrà aiuto per il tempo e per l'eternità; se invece non ci riesci, e non lo puoi fare a partire dalla tua propria forza di riconoscere la verità, allora è finita per te e non ti si può aiutare né da una parte né dall’altra. Io però sono dell'opinione che tu sarai in grado di fare su di te una cosa simile; infatti non ti mancano discernimento e conoscenza. Che cosa ne dice il tuo sentimento interiore?».

 

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Cap. 74

L’Essenza di Dio e la Sua Incarnazione.

 

1. Risponde Zorel: «Il mio sentimento interiore mi dice: “Zorel può tutto, se egli da vero Zorel lo vuole”, ed egli ora lo vuole, e così otterrà anche certamente aiuto! Se potessi restare almeno alcune settimane presso di te, la cosa procederebbe evidentemente più facile e più rapida!»

2. Dice Giovanni: «Qualora tu abbia fatto un proponimento veramente serio di diventare un uomo migliore, allora tu rimarrai fra persone che sono forti quanto noi nell'immediatissima vicinanza della grande e vivificante Luce da Dio!»

3. Domanda Zorel: «Ma che cosa è e chi veramente è il vostro Dio che voi ebrei chiamate il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe?»

4. Dice Giovanni: «Questa tua domanda troverà chiarissima risposta, come è capitato a noi, dopo che tu ti sarai unificato nella tua luce; se noi però volessimo provare adesso a spiegarti questo più chiaramente, non saresti in grado di comprenderci nemmeno se la spiegazione durasse quanto la tua vita. Quello invece che tu puoi già sapere in anticipo è “quale concetto un vero uomo debba formarsi di Dio”; ascolta dunque.

5. Il solo vero e unico Dio è in Se stesso e da Se stesso uno Spirito purissimo ed eterno, dotato del più alto grado di coscienza di Se stesso, della più profonda e illuminata Sapienza, e di quella potente Volontà alla quale niente è impossibile.

6. Dio è in Sé la Parola, e la Parola stessa è Dio; questa Parola eterna Si è ora fatta carne ed è venuta ai Suoi nel mondo, e questi non riconoscono la Luce che con ciò è venuta al mondo. Perciò questa Luce verrà tolta ai figli e data ai pagani (ai superstiziosi). Infatti, i pagani cercano ora la Verità, mentre i figli della Luce invece la fuggono come i grandi malfattori fuggono il giudizio. Ed è perciò che essa verrà tolta ai figli e data ai pagani, e ciò succede appunto ora.

7. I discendenti degli antichissimi figli della Luce dimorano sì in Gerusalemme, ma essi bandiscono la Verità da Dio, e si attaccano sempre più alla notte, alla menzogna ed alle sue opere scellerate. Ma i pagani peregrinano per il mondo e cercano la verità, e una volta trovata, provano una grande gioia e lodano e glorificano veramente oltre ogni dire l’Elargitore della Luce nel loro cuore e con le opere.

8. Ecco, guarda qui intorno a te e scorgerai una considerevole assemblea di popolo. La maggior parte è costituita da pagani che hanno cercato la Luce del Cielo e l'hanno anche trovata ed ora ne gioiscono, ma Gerusalemme invece, la città del Signore, non ha mandato che sicari e sgherri affinché sopprimessero la Luce! Però coloro che erano stati mandati erano più saggi di coloro che li avevano mandati; essi vennero dalla loro tenebra alla Luce, ne ebbero una grande letizia e rimasero in questa Luce. Essi si sono impadroniti veramente della Luce, ma non per il carcere di Gerusalemme, ma per sé, per i loro cuori, e sono ormai nostri fratelli nella Luce da Dio, e si rallegrano enormemente della Luce sublime e di Colui dal Quale essa proviene.

9. Tu venisti qui, quale pagano, non con l'intenzione di trovare una luce per le tenebre della tua vita, ma con la brama dell'oro e dell'argento. Ma chi esce dal carcere alla luce del Sole, non riesce facilmente ad impedire che questo lo illumini. La stessa cosa succede ora a te, e anche se tu non hai cercato proprio la Luce, tuttavia essa ora ti illumina, poiché tu venisti al Sole, ben inteso non alla luce del Sole naturale - il quale, prossimo al tramonto, adesso lambisce l'orizzonte -, ma alla Luce del Sole Spirituale che illumina l'infinito di ogni Sapienza, affinché gli esseri che sono capaci di pensare possano trarre pensiero e volontà da questa Luce, tanto su questa Terra come anche sugli innumerevoli altri mondi di cui, da Dio, è riempito lo spazio sconfinato.

10. Lasciati dunque penetrare completamente da questa Luce della quale cominci ora un po’ ad accorgerti, affinché essa rischiari il tuo intimo, e già una minimissima scintilla di questa Luce ti farà più felice di quanto lo saresti anche venendo in possesso di tutti i tesori della Terra. Cerca ora tu stesso il vero Regno della Verità; tutto il resto ti verrà dato liberamente in aggiunta, e niente verrà mai più a mancarti».

 

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Cap. 75

Cirenio si prende cura di Zorel.

 

1. Dice Zorel: «Amico mio! Tu hai ragione, ciò di cui l'uomo gioisce nelle tenebre, non prospera; che io sia però vissuto finora in una fitta notte spirituale, lo vedo ormai da me stesso, perché le tue parole, nonostante il loro suono pieno di mistero, hanno suscitato in me una luce vera e grande, ed io provo già ora una grande gioia. Ma se la tua parola ha qualche potere anche presso Cirenio, allora pregalo affinché mi venga dato almeno un mantello un po’ più decente, poiché mi vergogno di presentarmi dinanzi a voi con questi cenci. Cirenio potrà certo disporre di qualche vecchia veste usata dai suoi servitori!»

2. Cirenio allora chiama uno dei suoi servitori e gli dice: «Va’ dove si trova il nostro bagaglio e portami una buona camicia, una toga e un mantello alla greca!»

3. Il servo esegue ed è presto di ritorno con le vesti richieste.

4. Poi Cirenio chiama vicino a sé Zorel e gli dice: «Ecco, prendi queste vesti, va in qualche luogo dietro la casa e cambiati!»

5. Zorel, riconoscentissimo, prende le vesti, si ritira dietro la casa di Marco e si cambia acquistando così un aspetto molto rispettabile.

6. In pochi istanti egli è già di ritorno, e dice rivolto a Cirenio: «Illustre signore, per quello che hai fatto verso di me, che tu riceva la ricompensa non più dai nostri vuoti dèi, ma dal Dio puro, vero e vivente in eterno! Tu ora hai vestito un povero uomo nudo, e questa è una nobile azione di cui non sono certamente degno! Ma nello stesso modo in cui un Dio vero, onnipotente e supremamente saggio esiste - del Quale noi tutti siamo i figli o per lo meno ne siamo le opere e ci colma di benefici di cui non siamo degni e per i quali noi non possiamo fare altro che ringraziarLo, così anch'io me ne sto ora qui dinanzi a te, o illustre signore e governatore, e non posso che ringraziarti dal più profondo del cuore, ma non potrei fare altro. Se però tu mi vuoi accogliere tra i tuoi più infimi servitori, io ti offro il mio terreno in dono»

7. Dice Cirenio: «Quel terreno non è tuo, ma è di colui che ti ha dato il denaro perché tu lo comperasti; perciò noi lo venderemo e poi consegneremo il ricavato al proprietario o ai suoi figli, e soltanto dopo aver fatto questo potrai essere mio servitore»

8. Dice Zorel: «Illustre signore e governatore, fa pure come vuoi, e tutto non sarà per me che una grazia da parte tua; io ti chiedo soltanto di non abbandonarmi e di concedermi di entrare al tuo servizio! Come io ho deposto per sempre i miei vecchi cenci, così deporrò anche il vecchio uomo malvagio in me, e diverrò tutta un'altra persona! Puoi credere a quello che ti dico! Nella stessa misura in cui sono stato perverso finora, voglio essere altrettanto buono per il futuro, per poter espiare in qualche modo tutto il male da me commesso con quello che mi resterà ancora da vivere.

9. Se io avessi potuto incontrare qualcuno che, come questo Giovanni, mi avesse illuminato così abbondantemente riguardo a ciò che è bene e male, io non sarei mai sprofondato così tanto in ogni vizio possibile, ma così come ero, io dovetti invece considerare sempre me stesso come il più intelligente degli uomini. Ora, fin dove abbia potuto condurmi la mia grande intelligenza, tu già lo sai, e non è opportuno che io rinnovi lo spettacolo della mia grande infamia dinanzi a voi. Perciò sii d'ora in poi indulgente e misericordioso verso di me, perché in futuro io non ti darò mai più un’occasione di essere scontento di me. Io conosco diverse arti, e sono molto esperto nello scrivere e nel fare i conti, e così pure non mi è estranea la storia dei diversi popoli fino ai tempi nostri; conosco bene tutto Erodoto, nonché le cronache degli ebrei, dei persiani e degli antichi babilonesi. Io penso dunque che tu potrai utilizzarmi in qualche modo!»

10. Risponde Cirenio: «Di ciò parleremo più tardi, però nel frattempo ritorna dal tuo amico Giovanni e fatti indicare la retta via. Quando la conoscerai, sarà poi facile provvedere a tutto il resto!».

 

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Cap. 76

Del mistero della vita spirituale interiore.

 

1. A queste parole di Cirenio, Zorel si inchinò profondamente dinanzi a noi tutti, e poi ritornò immediatamente da Giovanni che lo accolse con tutta amorevolezza e gli chiese come gli era andata!

2. Dice Zorel: «La cosa è andata benissimo, come puoi facilmente scorgere dal mio abbigliamento, perché quando si ha indosso un'eccellente camicia, e sulle spalle una toga ed un mantello alla greca di merino azzurro, non si può che trovarsi del tutto a proprio agio, per quanto concerne il corpo! Per quanto riguarda il benessere spirituale, però, ti posso dire che certamente bisogna ancora fare i conti con un potentissimo malessere. Volesse Dio che io cominciassi ad apparire anche nello spirito così vestito a nuovo come adesso lo sono nel corpo, allora sicuramente mi andrebbe meglio, ma per arrivare a questo ci vorrà ancora del tempo.

3. Ed ora, amico mio, mi permetterai che io ti faccia una domanda, e precisamente questa: “Voi siete degli uomini al pari di me, ed avete carne e sangue e gli stessi sensi come uno di noi; tu mi hai però dato certe prove della tua potenza di spirito che superano di molto tutto quanto io ho sperimentato finora; ora mi domando: ‘Come sei arrivato a tal punto? Chi ha insegnato a te ed ai tuoi colleghi una simile arte? Come foste indirizzati su questa via?’"»

4. Risponde Giovanni: «Anche se te lo spiegassi, ti gioverebbe poco; se tu però farai quello che ora ti dirò, allora troverai questa dottrina in te stesso, e il tuo spirito, ridestato e rafforzato dallo Spirito di Dio, ti guiderà in ogni verità e sapienza. Se tu vuoi imparare un’arte qualsiasi, devi andare da un artista che te la insegni; poi mediante un diligente esercizio ti approprierai dei procedimenti di quell'arte così da uguagliare perfettamente il maestro, e sarai tu stesso un artista come il tuo maestro.

5. E così pure avviene nel caso tu voglia imparare a pensare; ebbene, per fare questo devi andare da un filosofo che ti faccia notare le cause, e a tua volta inizierai a pensare e a fare le tue deduzioni, e dirai: “Essendo l'acqua un corpo liquido, essa può venire facilmente messa in movimento, e a causa del suo peso deve scorrere verso il basso, poiché, secondo l'esperienza generale fatta finora, ogni cosa pesante - in seguito ad un potere attrattivo insito nelle profondità della Terra - si rivolge sempre verso queste profondità alle quali deve anche incessantemente tendere secondo l'immutabile Volontà del Creatore, la quale è una legge costrittiva assoluta nel complesso della Natura.

6. Quando l'acqua ha raggiunto nel mare il letto più profondo possibile, essa, per quanto riguarda il suo ulteriore scorrere, perviene certo ad uno stato di quiete, ma in sé rimane tuttavia sempre un corpo liquido, e se un turbine si scatena sulla sua vasta superficie, allora su questa superficie vasta dell'acqua, altrimenti tranquilla, si manifesta un movimento ondulatorio, e questo fluttuare dell'acqua è in sé e per sé nuovamente solo una tendenza del corpo liquido alla quiete. Ma appunto perché nessun altro corpo come l'acqua ha una tendenza tanto accentuata alla quiete, essa può anche nel modo più facile e più rapido venire turbata nel suo equilibrio e nella sua quiete.

7. Da ciò si può infine dedurre che quanto più un corpo qualunque è liquido, tanto maggiore aspirazione al riposo nasconde in sé, e quanta maggiore aspirazione al riposo manifesta nel suo essere corporale, tanto più facilmente esso può venire turbato nella sua quiete. Ma quanto più facilmente in un corpo elementare può venire provocato lo stato di irrequietezza, tanto più liquido esso deve essere”. Da questo esempio tu vedi come si cominci ad imparare a pensare in una scuola di filosofi, e come si inizi il procedimento deduttivo e induttivo fra causa ed effetto, e viceversa.

8. Ma tutto questo nostro pensare si muove dentro una cerchia limitata, da cui esso non trova da nessuna parte un'uscita in un campo più vasto, e non può nemmeno trovarla. Dunque tutto questo pensare giova poco o nulla all'uomo per quanto riguarda il suo essere, la sua volontà e il suo pensiero interiore. Ma come tu puoi appropriarti di un'arte solo presso un artista, e come tu puoi appropriarti di un modo di pensare razionale e ordinato soltanto presso un filosofo, così il modo di pensare interiore-spirituale non potrai apprenderlo che da uno spirito, e precisamente dallo Spirito di Dio che è in te e che tutto penetra, vale a dire: “Soltanto uno spirito può ridestare un altro spirito, poiché uno spirito vede e riconosce l'altro spirito come un occhio vede l'altro e riconosce che è un occhio e come esso è costituito”.

9. Lo spirito è la facoltà visiva interiorissima dell'anima, la cui luce penetra tutto, perché è la luce più interiore e per conseguenza anche la più pura. Da ciò puoi ora scorgere come si procede nello studio delle diverse cose, e come per ogni cosa che si vuole imparare sia necessario avere sempre il maestro più adatto, altrimenti si rimane eternamente un rabberciatore. È però della massima importanza, quando si ha il maestro più adatto, che si faccia tutto diligentemente ed esattamente così come il maestro ordina o consiglia di fare.

10. Quando lo spirito si desterà in te, tu percepirai la sua voce come lucidi pensieri nel tuo cuore. Quella è la voce che tu devi ascoltare e secondo la quale devi regolarti nella tua intera sfera vitale; così facendo procurerai al tuo proprio spirito una cerchia d'azione sempre più vasta; così lo spirito crescerà in te fino alla grandezza dell’uomo, e compenetrerà tutta la tua anima e con essa tutto il tuo essere materiale.

11. Una volta che sarai giunto fino a questo punto, allora sarai divenuto capace, quanto uno di noi, non soltanto di vedere e di riconoscere quello che tutti gli uomini comuni possono vedere e percepire con i loro sensi, ma anche le cose che agli uomini comuni sono inaccessibili, come tu l'hai già constatato in me; infatti, senza averti mai visto né conosciuto, ho tuttavia potuto esporre con la massima precisione qualsiasi cosa, per quanto tu la tenevi gelosamente nascosta, di tutto quello che tu abbia mai fatto su questa Terra.

12. Con ciò io ti ho dato soltanto un piccolo saggio riguardo a tale argomento, affinché tu possa vedere e riconoscere come stiano le cose riguardo allo spirito. Ma tutto ciò non può ancora giovarti che poco o niente affatto, poiché tu devi ora apprendere quello che dovresti fare per risvegliare il tuo spirito. Però l'indicarti questo procedimento è ben lontano dall'essere il mio compito, ma tale compito è di Qualcun altro che si trova pure fra di noi e il cui intero Essere è compenetrato nel modo più assoluto dallo Spirito di Dio. Solo Lui potrà indicarti la via della Verità e, quale Spirito sovrano, Egli stesso dirà al tuo spirito tramite la tua carne: “Ridestati nell'amore per Dio e, attraverso questo, nell'amore per i tuoi fratelli nel nome di Colui che eternamente era, che è e che sarà in eterno!”. Ed ora dimmi come trovi tutto quello che io ti ho detto finora».

 

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Cap. 77

La decisione di Zorel di migliorarsi.

 

1. Risponde Zorel: «Io trovo i tuoi insegnamenti oltremodo ricchi di spirito, veri e buoni, e certamente tutto deve essere proprio così, perché altrimenti non avresti potuto rivelare prima le mie azioni più occulte come se tu le avessi lette fuori da un libro. È dunque sicuro che, come uomo, si può in ogni caso aspirare ad una perfezione quasi incredibile, ed a me intanto basta questa convinzione ottenuta ora; io però non ambisco minimamente ad una perfezione che sia come quella che ho riscontrato in te solo per il gusto di poter ricordare, in un’altra occasione simile, ad un povero peccatore i peccati da lui commessi, ma io desidererei di pervenire ad un simile grado di perfezione per amore della perfezione umana in se stessa e per procurare così a me stesso un vero e vivo conforto e, infine, per potermi rallegrare di me stesso nel mio intimo! Io non voglio essere né un maestro né un giudice per quanto mite, ma vorrei soltanto servire nel mio stato di uomo perfetto, affinché in avvenire nessuno potesse venire in qualche modo danneggiato dalla mia stoltezza.

2. Questo è l'unico motivo per cui vorrei giungere al tuo grado di perfezione! Si richieda da me ciò che si vuole ed io di certo lo farò, perché, se io voglio una cosa, nessun sacrificio mi è troppo grave! Io lo compirò perfino a costo della mia vita corporale! Infatti, quale valore può avere una vita se essa è composta soltanto di imperfezioni? Con l'imperfezione non si può arrivare a niente di perfetto, ed in verità per qualcosa di imperfetto non sento più assolutamente nessuna attrattiva.

3. Tu però mi dicesti che un altro uomo mi avrebbe istruito riguardo a ciò che dovrei fare, e che quest'uomo è pieno dello Spirito di Dio; tu lo conosci: mostramelo dunque, affinché io mi rivolga a lui e lo preghi di indicarmi i mezzi con i quali ridestare il mio spirito!»

4. Dice Giovanni: «Egli è Quello stesso che prima ti indirizzò a me. Va da Lui, ed Egli ti ridesterà»

5. Dice Zorel: «Un intimo presentimento mi diceva, già quando mi sono svegliato, che questo figlio del carpentiere di Nazaret, che mi era stato indicato prima, doveva essere qualcosa di più di un semplice uomo! Ecco che quello di cui io non avevo finora che un oscuro presentimento appare finalmente come verità. Ma pure è singolarissimo che mi debba sembrare di aver conosciuto tanto bene proprio quell’uomo! E poi, come ha potuto egli arrivare a tale perfezione? Puoi dirmi qualcosa in proposito?»

6. Dice Giovanni: «A questo riguardo posso dirti solo che ti si può ben perdonare una domanda simile, perché altrimenti sarebbe come se tu chiedessi in quale modo Dio sia pervenuto alla Sua infinita Sapienza e Potenza. Dio stesso ha eletto Costui a Sua dimora corporale! Questa è la Grazia somma alla quale per mezzo di questo Eletto partecipano tutti i popoli; l'umano che tu scorgi in Lui è per così dire “il Figlio di Dio”, ma in Lui dimora la Pienezza dello Spirito di Dio!

7. Però se è così, allora non ha più scopo la domanda come mai Egli sia pervenuto ad una simile Perfezione infinita. Ciò che Egli è ora ed in eterno sarà, Egli lo era già nel ventre materno. Certo Egli ha sempre fatto da uomo quello che fanno gli altri uomini, non il peccato però che l'uomo più o meno commette sempre, ma questo non ha contribuito per niente alla Sua Perfezione spirituale, perché Egli era già perfetto dall'eternità. Ed Egli ha fatto e fa tutto al solo scopo che tutti gli uomini abbiano in Lui, quale Causa prima e primo Maestro di ogni esistenza e di ogni vita, un Modello perfettissimo ed un esempio da imitare.

8. Ora anche a questo riguardo tu sai con Chi hai a che fare. Perciò va da Lui, affinché Egli ti indichi la vera Via che conduce al tuo spirito che è in te quale il puro amore per Dio, e affinché, mediante il tuo spirito ovvero il tuo amore, tu possa giungere a Lui che dimora fra di noi, e che è la vera Salvezza di ogni uomo che sia mai vissuto, che vive ed in avvenire vivrà su questa Terra.

9. Ma se tu vai da Lui, va’ nell'amore del tuo cuore e non nell'aridità del tuo intelletto. Infatti, solamente con l'amore potrai propiziarteLo ed anche comprenderLo nella Sua Divinità; con l'intelletto invece non verrai in eterno a capo di nulla! Soltanto il puro amore è atto a progredire eternamente, mentre all'intelletto sono posti dei limiti che esso non riuscirà mai superare. Invece l'amore dell'uomo per Dio è, come già detto, capace di un accrescimento che non ha fine, e quanto più potente diverrà in te l'amore, tanta più luce si farà anche in tutto il tuo essere! Infatti il puro amore per Dio è un fuoco vivo ed una luce intensissima: chi procede in questa luce non vedrà mai in eterno la morte, come Egli stesso ha detto. Ed ora tu sai già molte cose; ridestati nel tuo cuore e va pure da Lui!»

10. A questa rivelazione Zorel, compenetrato da un profondo senso di venerazione e di rispetto, a mala pena sa cosa fare e pensare, perché le ultime parole di Giovanni non gli lasciano ormai più il minimo dubbio sul fatto che in Me risiede la Divinità in tutta la Sua Pienezza, e questo senso di rispettoso timore che si accresce sempre più in lui, lo sbigottisce e lo scoraggia sempre di più. Infine egli, dopo qualche tempo di profonda meditazione, dice: «Amico mio! Quanto più penso e ripenso alle tue parole, tanto più difficile mi sembra avvicinarmi a Lui e pregarLo, indegno come sono del tutto della Sua Grazia, affinché Egli stesso mi mostri la luminosa via che conduce alla Vita! Ora mi è per così dire quasi impossibile comparire dinanzi a Lui, perché io sento spirare da Lui verso di me come un alito di Santità vera e propria che mi ripete costantemente: “O indegnissimo, non ti avvicinare! Fa prima penitenza per un anno, e soltanto dopo vieni e vedi se ti è lecito toccare il lembo della Mia veste!”. Dimmi, come spieghi questo senso d'ansia invincibile e di angoscia da cui mi sento pervaso in tutto il mio essere?»

11. Dice Giovanni: «È bene che sia così; al vero amore per Dio, il Signore, deve sempre precedere l'umiltà del cuore. Quando ciò non è il caso, l'amore non può mai e poi mai manifestarsi nel suo fulgore di verità e di vita. Persevera pure ancora un po' di tempo in tale giusta contrizione del tuo cuore dinanzi a Lui! Però quando Egli ti chiamerà, non indugiare oltre, ed affrettati al Suo cospetto».

12. Dopo queste parole Zorel si sente un po’ più tranquillo, ma tuttavia fra di sé pensa e considera quanto dolce e beato sarebbe ora poter presentarsi senza peccato dinanzi al Santissimo.

 

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Cap. 78

La via alla vita eterna.

 

1. Io però dico a Zorel con sua somma sorpresa e stupore: «Chi confessa pentito i propri peccati, e fa penitenza nella vera e viva umiltà del proprio cuore, costui Mi è più caro di 99 giusti che non hanno ancora mai avuto bisogno di penitenza. Avvicinati dunque, o amico contrito, perché in te c'è ora il vero senso di umiltà che Mi è più gradito dei sentimenti dei giusti che lo sono fin da principio, i quali esclamano nei loro cuori: “Osanna, o Dio nell'alto dei Cieli, perché noi non abbiamo mai profanato con consapevolezza il Tuo santissimo Nome con un peccato!”. Così esclamano essi, e ne hanno anche il diritto, ma a causa di ciò guardano il peccatore con occhio di giudice e fuggono la sua vicinanza come la peste!

2. Essi assomigliano a quei medici i quali, abbondando loro stessi di salute, evitano di andare dove un ammalato invoca il loro aiuto per timore di contrarre la malattia! Non è forse migliore e più degno di stima un medico che non teme alcuna malattia e che accorre al letto di qualunque ammalato lo chiami? E anche se talvolta il male si attacca anche a lui, non per ciò si arrabbia ma cura l'ammalato e se stesso. E così è bene!

3. Ora dunque avvicinati pure a Me, ed Io ti mostrerò quello che il Mio discepolo non poteva mostrarti, vale a dire la sola vera Via della Vita e dell'Amore, e della vera Sapienza in questo Amore!»

4. A tali Mie parole Zorel si fece coraggio, ed a passo lentissimo Mi venne vicino.

5. E quando Mi fu vicino Io gli dissi: «Amico, la Via che conduce alla vita dello spirito è angusta e piena di spine. Con altre parole ciò vuol dire: “Tutto quello che in questa vita ti può accadere di irritante, di amaro e di spiacevole da parte degli uomini, combattilo con tutta dolcezza e pazienza, ed a chi ti fa del male, non ricambiare il male ma fagli invece l'opposto, e così radunerai carboni ardenti sul suo capo”. A chi ti percuote, non rendergli le percosse; accetta piuttosto da lui ancora una percossa, affinché vi siano e rimangano pace e armonia fra voi, poiché soltanto nella pace prospera il cuore e si sviluppa lo spirito nell'anima.

6. A chiunque ti chieda un servizio o un'elemosina non negargliela, a meno che il favore richiesto non sia in contraddizione con i Comandamenti di Dio e con le leggi dello Stato, ciò che tu sarai bene in grado di valutare.

7. Se qualcuno ti chiede la tua veste, dagli anche il mantello in aggiunta, affinché egli riconosca che tu sei un discepolo della scuola di Dio. Se lo riconosce, egli ti restituirà il mantello, ma se lo prende, allora pensa che la sua conoscenza è ancora oltremodo debole; a te però non dispiaccia il dono del mantello, ma il fatto che un fratello non abbia ancora riconosciuto la vicinanza del Regno di Dio.

8. Se qualcuno ti prega di accompagnarlo per un'ora di cammino, va con lui due ore, affinché tale tua premura gli renda testimonianza da quale scuola debba provenire colui che ha raggiunto un simile grado di abnegazione. In questo modo perfino i sordi e i ciechi percepiranno i giusti segni che annunziano che il Regno di Dio è vicino.

9. Dalle vostre opere e dalle vostre azioni si riconoscerà che voi tutti siete Miei discepoli. Infatti, è più facile predicare bene che operare bene. Ma che giova la vuota parola se essa non acquista vita mediante le opere? A che ti servirebbero i più bei pensieri e le più belle idee se ti mancasse la facoltà di metterle in pratica? E così ugualmente non giovano a nulla le parole più belle e più vere se in primo luogo non c'è nemmeno in te stesso la volontà di metterle in opera. Soltanto l'azione ha un valore effettivo, ma i pensieri, le idee e le parole non hanno alcun valore quando non vengano messe in pratica in qualche modo. Perciò chiunque predica bene, deve anche operare bene egli stesso, altrimenti la sua predica non ha maggior valore di una noce vuota!».

 

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Cap. 79

Della povertà e dell’amore del prossimo.

 

1. (Il Signore:) «Vi sono nel mondo moltissimi pericoli per l'anima. Da un lato hai la povertà: i concetti del ‘mio’ e del ‘tuo’ si indeboliscono tanto più quanto maggiormente l'uomo viene oppresso da essa. Fate dunque in modo che la povertà non divenga mai troppo grande fra gli uomini se volete camminare di passo sicuro sulla vostra via!

2. Ma chi è già povero, costui preghi i fratelli più agiati che gli diano ciò che gli è necessario; se egli si imbatte in cuori duri, si rivolga allora a Me e gli verrà dato aiuto! La povertà e il bisogno non scusano né il furto né la rapina, e tanto meno ancora l'assassinio di un derubato! Chi è povero sa ora a Chi rivolgersi.

3. La povertà è veramente un grande tormento per gli uomini, ma essa porta in sé il nobile germe dell'umiltà e della vera modestia, e rimarrà perciò sempre fra gli uomini; tuttavia è opportuno che essi non lascino diventare potenti i ricchi, altrimenti essi potrebbero venire molto danneggiati tanto qui, quanto un giorno nell'aldilà.

4. Se avete fra voi dei poverelli, Io dico ora a voi tutti che non è necessario dare loro un aiuto tale da far sì che diventino ricchi essi pure, ma non dovete permettere che soffrano l'indigenza! Coloro che vedete e che conoscete, aiutateli secondo coscienza ed equità! Certo, ne resteranno ancora moltissimi altri su questa vasta Terra i quali sono poverissimi e soffrono una miseria indicibile. Voi però non li conoscete, e nemmeno udite le loro grida di dolore, perciò questi Io non li raccomando neppure alla vostra pietà, ma vi raccomando solo quelli che voi conoscete e che eventualmente dovessero venire a voi.

5. Chi di voi sarà un amico dei poveri di tutto cuore, anch'Io gli sarò amico e vero fratello nel tempo e nell'eternità, ed egli non avrà bisogno di apprendere l'intima sapienza da un altro sapiente, ma sarò Io ad elargirgliela in tutta pienezza nel suo cuore. Chi amerà come se stesso il suo fratello povero che gli è vicino e non scaccerà da sé una povera sorella, qualunque sia la sua provenienza e la sua età, a costui verrò sempre Io stesso e Mi rivelerò a lui con tutta fedeltà. Io stesso lo dirò al suo spirito - che è l'amore -, e questo spirito riempirà tutta la sua anima e la sua bocca delle Mie parole. Quello che allora egli dirà o scriverà, sarà detto e scritto da Me per tutti i tempi dei tempi.

6. Ma l'anima di chi è duro di cuore sarà lasciata in balia di spiriti maligni, e questi la guasteranno e la renderanno simile all'anima di un animale, e come tale essa anche si manifesterà nell'aldilà.

7. Donate volentieri e abbondantemente, poiché come voi date qui, in uguale misura vi verrà anche restituito un giorno! Chi è duro di cuore, il suo cuore non verrà penetrato dalla Mia Luce di Grazia, ed in esso dimoreranno le tenebre e la morte con tutti i loro orrori!

8. Ma un cuore mite e tenero verrà ben presto facilmente penetrato dalla Mia Luce di Grazia che è un'essenza quanto mai delicata e dolcissima, ed Io stesso entrerò poi in tale cuore con tutta la pienezza del Mio Amore e della Mia Sapienza.

9. Questo voi lo potete ben credere! Infatti, queste parole, che ora vi dico, sono Vita, Luce, Verità e Azione compiuta, di cui ognuno che voglia conformarvisi potrà sperimentare la realtà».

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Cap. 80

Della brama della carne.

 

1. (Il Signore:) «Con ciò abbiamo ora esaurito questo argomento della povertà e abbiamo anche visto le conseguenze avverse che potrebbero derivare qualora essa prendesse il sopravvento; abbiamo però anche rilevato quali ne siano i rimedi, e quali vantaggi potrebbe trarre l'umanità dal mettere in pratica questi insegnamenti che ho dato a voi tutti a vantaggio di ognuno. Così dunque noi avremmo illustrato a sufficienza questo tormento e dispiacere, e possiamo passare ora ad un altro campo che in effetti ha pochissima somiglianza col primo, ma che comunque sta in relazione strettissima con esso. E questo secondo campo si chiama “brama carnale”.

2. In questo consiste in effetti, più o meno per tutta l'umanità, il male principale. Dalla brama carnale scaturiscono quasi tutte le malattie del corpo, e sicuramente poi, senza eccezione, tutti i mali dell'anima.

3. Di tutti i peccati è proprio questo quello a cui l’uomo rinuncia con maggior fatica. Gli altri peccati, infatti, hanno esclusivamente delle motivazioni esterne, questo invece ha la motivazione in se stesso e nella carne peccaminosa. Perciò dovete distogliere gli occhi dai seducenti pericoli della carne, fino a quando non siete diventati padroni della vostra carne!

4. Preservate i fanciulli dalla prima caduta e conservate la loro pudicizia; quando saranno adulti non avranno gravi difficoltà nel domare la loro carne, e non cadranno tanto facilmente, ma basta anche una sola negligenza perché il maligno spirito della carne ne prenda possesso! Ora nessun demonio è tanto difficile da scacciare dall'uomo quanto appunto quello della carne; sono necessari molto digiuno e molta preghiera perché l'uomo ne venga liberato!

5. Guardatevi perciò dallo scandalizzare i piccoli, oppure di eccitarli e accenderli carnalmente esagerando nella pulizia[5] o con un abbigliamento seducente! Guai a colui che in tal modo pecca verso la natura dei piccoli! In verità, gli andrebbe meglio se non fosse mai nato!

6. Io stesso punirò il profanatore della sacra natura innocente della giovinezza con tutta la potenza della Mia Collera! Infatti, quando la carne è divenuta fragile, allora l'anima non ha più alcuna solida base, e non può più procedere bene sulla via del perfezionamento.

7. Voi non potete immaginare quanto lavoro deve fare un'anima debole per risanare una carne corrotta e per renderla di nuovo perfettamente senza macchia! Quali angosce deve spesso soffrire l'anima, quando vede la corruzione e la debolezza della sua carne, che è la sua dimora terrena! Ma chi ne ha colpa? La colpa è dovuta alla cattiva sorveglianza dei fanciulli ed ai molti scandali di ogni genere di cui essi sono resi spettatori!

8. Particolarmente nella città la corruzione dei costumi è sempre maggiore che nelle campagne; perciò, quali Miei discepoli, fate notare questo un giorno agli uomini, e mostrate loro le moltissime cattive conseguenze che derivano da rapporti carnali eccessivamente anticipati; molti allora si convertiranno, le anime cresceranno sane e forti e il risveglio dello spirito in esse sarà più facile di quanto purtroppo lo sia attualmente in numerosissimi casi!

9. Osservate quanti ciechi, sordi, storpi e paralitici vi sono; guardate quanti fanciulli e adulti sono infermi e affetti da ogni tipo di malattie corporali! Sono tutte conseguenze dei precoci usi e rapporti carnali.

10. L'uomo non deve unirsi carnalmente ad una ragazza prima del suo ventiquattresimo anno di età; voi sapete benissimo come e cosa sia anzitutto da intendersi con ciò; e la giovane deve avere almeno compiuto il suo diciassettesimo anno, se non proprio il diciottesimo. Se ha un’età inferiore, si tratta di un caso di precocità e quindi non deve conoscere uomo! Infatti, di tali giovinette precocemente mature se ne trova qualcuna ogni tanto, ma se lei si unisce troppo presto ad un uomo libidinoso, allora si corrompe già nella carne e diventa un'anima debole e facilmente accessibile alle passioni.

11. È già difficile guarire la carne corrotta di un uomo, ma molto più difficile ancora quella di una ragazza che si è corrotta prima del tempo. Infatti, in primo luogo non potrà mettere al mondo figli perfettamente sani, ed in secondo luogo aumenterà in lei di giorno in giorno il desiderio del congiungimento carnale, e finirà col diventare addirittura una prostituta, ciò che costituisce la più bassa vergogna del genere umano, non tanto per la donna stessa, quanto piuttosto per coloro a causa dei quali lei si è ridotta in tale condizione, dato che non hanno rispettato la sua giovane età.

12. Guai però a colui che approfitta della povertà di una giovane per toglierle la verginità! In verità anche per lui sarebbe meglio non essere mai nato! E chi si congiunge carnalmente con una prostituta anziché tentare di distoglierla con mezzi adatti dalla via rovinosa e di aiutarla ad incamminarsi per il retto sentiero, costui dovrà un giorno sottostare al Mio cospetto ad un molteplice rigoroso giudizio, poiché chi percuote un sano non pecca tanto gravemente come chi percuote uno storpio.

13. Chi si è unito carnalmente ad una vergine perfettamente matura e sana, costui ha effettivamente peccato; siccome però il male causato con tale atto non ha conseguenze particolarmente dannose, specialmente se entrambi sono perfettamente sani, allora in questo caso c'è un giudizio più lieve. Chi invece commette un simile atto solo per pura e ormai vecchia libidine, per quanto matura sia la vergine, e lo fa come se lo facesse con una prostituta, cioè senza generare un frutto vivente in grembo alla vergine, costui verrà sottoposto ad un duplice giudizio. Se egli poi compie questo atto con una prostituta, allora il giudizio sarà dieci volte maggiore!

14. Infatti, una prostituta è una vergine del tutto rovinata e spezzata nella sua carne e nella sua anima. Chi, con cuore onesto e a Me fedele, la aiuta a tirarsi fuori dalla sua miserabilissima condizione, costui un giorno sarà grande nel Mio Regno. Chi usa carnalmente una prostituta pagandola con vile denaro e la rende ancora peggiore di quanto era prima, costui sarà pagato un giorno con la stessa paga con cui è pagato ogni malvagio assassino nel fango che è preparato a tutti i diavoli e ai loro servitori.

15. Guai al paese, guai alla città dove è esercitata la prostituzione, e guai alla Terra quando questo grande male crescerà eccessivamente sul suo suolo! In tali Paesi e città Io metterò a dominare dei tiranni, e questi imporranno agli uomini dei pesi esorbitanti affinché ogni carne venga affamata e distolta dall'azione più infame che l'uomo possa mai commettere contro il suo povero simile!

16. Ma una prostituta dovrà perdere ogni onore e ogni stima perfino presso coloro che l'avranno usata per vile denaro, ed in seguito la sua carne dovrà anche essere affetta da ogni tipo di malattie contagiose inguaribili o per lo meno difficilmente guaribili. Ma se qualcuna si correggerà veramente, allora dovrà essere ritenuta di nuovo in Grazia presso di Me!

17. Chi poi nel furore della sua libidine ricorre ad altri mezzi di soddisfacimento che non siano gli organi da Me stabiliti nel grembo della donna, costui difficilmente vedrà il Mio Volto. Mosè ha bensì sancito per questo misfatto la pena della lapidazione, che Io non abolisco del tutto, perché essa è una punizione severa per simili misfatti e per simili malfattori già diventati completamente preda del demonio. Però Io vi do ora il paterno consiglio di allontanare tali peccatori dalla comunità, esiliandoli anzitutto in qualche luogo dove debbano rimanere abbandonati ad una grande miseria e di accettarli nuovamente soltanto quando si riavvicineranno quasi nudi ai confini della patria, di accoglierli poi in un istituto di cura per le anime e di non rimetterli in libertà prima che non si siano migliorati completamente. Soltanto dopo aver dato ripetute prove del loro completo ravvedimento, durante un periodo abbastanza lungo di tempo, essi possono fare ritorno nella comunità, ma se si dovesse ancora scorgere in loro qualche minimissima traccia di tentazione sensuale, rimangano allora piuttosto sotto vigilanza per tutto il corso della loro vita, ciò che è cosa molto migliore e salutare del lasciare che gli uomini incorrotti di una comunità vengano appestati per causa loro.

18. Tu pure, Zorel, non eri del tutto puro a tale riguardo, poiché già da ragazzo eri affetto da ogni genere di disonestà e fosti di scandaloso esempio ai tuoi coetanei. Tuttavia ciò non può esserti ascritto a peccato, poiché tu non fruisti di una di quelle educazioni grazie alla quale saresti potuto pervenire a qualche pura verità capace di dimostrarti quello che è perfettamente giusto secondo l’Ordine di Dio. Tu hai cominciato ad avere sentore di qualcosa di meglio soltanto quando, presso un avvocato, imparasti a conoscere i diritti civili dei cittadini di Roma. Da quell'epoca in poi tu cessasti veramente di essere un uomo-animale, ma al posto di questo tu divenisti uno che primeggiava nello sfruttare le leggi a proprio tornaconto ed ingannasti il tuo prossimo, dove e quando mai ti fu possibile. Tutte queste però sono cose passate, ed ora, secondo il tuo presente riconoscimento, stai dinanzi a Me come un uomo migliore!

19. Ma malgrado tutto ciò Io osservo tuttavia che in te vi è ancora molta brama carnale; questo fatto Io te lo faccio notare particolarmente, e ti consiglio di stare molto in guardia, poiché quando ti troverai in condizioni di vita un po’ migliori, la tua carne, che è molto lontana dall’essere guarita ed è ancora molto debole, inizierà ad eccitarsi nella sua fragilità ed è possibile che ti costi poi una grande fatica calmarla e, infine, sanarla perfettamente dal suo vecchio male. Guardati quindi da ogni eccesso, poiché è nell'intemperanza e nella smodatezza che si nasconde il seme della brama carnale! Sii moderato in ogni cosa e non lasciarti mai trascinare dagli eccessi del mangiare e del bere, altrimenti ti riuscirà difficile domare la tua carne!

20. E così ora abbiamo passato brevemente in rassegna anche il campo della carne entro i limiti a te necessari. Adesso passeremo a considerare un altro campo che può venire anch’esso designato come molto importante per te!».

 

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Cap. 81

Del donare gradito a Dio.

 

1. (Il Signore:) «Questo consiste nel chiaro concetto del “mio” e del “tuo”. Mosè dice: “Non rubare!” ed inoltre: “Tu non devi desiderare nulla di tutto ciò che è del tuo prossimo, all'infuori di quanto corrisponde a perfetta giustizia!”.

2. Tu puoi bensì comprare onestamente qualcosa dal tuo prossimo e possederla giustamente ed onoratamente dinanzi a tutti gli uomini, ma il togliere a qualcuno qualcosa di soppiatto contro il suo volere, è peccato contro l'Ordine dato da Dio agli uomini mediante Mosè, perché una tale azione sta in apertissima opposizione ad ogni principio di amore del prossimo. Infatti, quello che un altro fa di sgradevole perché non giusto nei tuoi confronti, non farlo neppure tu al tuo prossimo!

3. Il furto trae le sue origini principalmente dall'egoismo, poiché da questo deriva la pigrizia, l'inclinazione al vivere bene e all'ozio. Da tutto ciò scaturisce una certa mancanza di coraggio la quale si circonda di un timore misto ad orgoglio, in seguito a ciò l'uomo non si adatta più a chiedere per avere perché lo trova increscioso, ma preferisce piuttosto ricorrere al rubare di nascosto. Nel furto si cela perciò una moltitudine di vizi, fra i quali l'egoismo troppo sviluppato è la causa manifesta di tutti gli altri. Il vivo amore del prossimo è il migliore mezzo per combattere in ogni tempo questa infermità dell'anima.

4. Tu ora, com'è facilmente spiegabile, pensi nel tuo cervello: “Sarebbe facile praticare l'amore del prossimo se si avessero sempre i mezzi necessari a ciò, ma fra cento persone ve ne sono di solito appena dieci che si trovano in condizioni tali da poter mettere in pratica questa sublime virtù, mentre i novanta rimanenti sono per lo più quelli a favore dei quali questa virtù dovrebbe venire esercitata da parte dei dieci facoltosi”. Se dunque al vizio di rubare si può rimediare soltanto con l'esercizio dell'amore del prossimo, allora ai novanta poveri sarà ben difficile potersene premunire, perché a loro mancano i mezzi per poter mettere efficacemente in pratica tale virtù!

5. Secondo il tuo intelletto, il tuo pensiero è certamente logico, e con l'intelletto del mondo nessuno ti può obiettare qualcosa, ma nell'intendimento del cuore tu leggi un linguaggio diverso, e questo così si esprime: “Non soltanto col dono vengono praticate le opere dell'amore del prossimo, ma soprattutto con ogni genere di buone azioni e di servizi onesti e leali”; in questi casi non deve naturalmente fare difetto la buona volontà.

6. La buona volontà è l'anima e la vita di un'opera buona, e senza di essa anche l'opera in sé e per se stessa migliore non avrebbe affatto valore dinanzi al tribunale di Dio. Se, non disponendo assolutamente di mezzi, tu hai la viva buona volontà di aiutare in un modo o nell'altro il tuo prossimo quando ti accorgi che ha questo o quel bisogno, e ti addolori in cuor tuo se ciò non ti riesce, allora la tua buona volontà ha presso Dio ben maggior valore dell'opera stessa di un altro che è stato indotto a compierla attraverso chissà quali mezzi.

7. E se un ricco ha portato soccorso ad una comunità del tutto impoverita, affinché quest'ultima, non appena riacquistata una certa floridezza, gli dia le decime promessegli e gli si dimostri in certo qual modo sottomessa, allora tutta la sua opera buona non ha dinanzi a Dio assolutamente alcun valore, poiché egli si è già procacciato da sé la sua ricompensa. Quello che egli ha fatto, l'avrebbe fatto per avidità di lucro anche qualsiasi altro avaro che pratica l’usura.

8. Da questo ti rendi conto del fatto che dinanzi a Dio ed a vantaggio della propria vita interiore, chiunque, o ricco o povero, può esercitare l'amore del prossimo. Tutto dipende soltanto da una buona volontà veramente viva, in virtù della quale ciascuno fa volentieri e con tutta abnegazione quanto sta nelle sue forze.

9. Certamente anche la sola buona volontà non avrebbe nessun valore nel caso in cui - essendo tu in possesso di un certo patrimonio e non facendoti appunto difetto nemmeno la buona volontà - volessi comunque fare certe riserve ed avere certi riguardi sia alla tua stessa persona sia ai tuoi figli o congiunti oppure anche a qualche altra persona o cosa, e tu dessi a chi ti sta dinanzi, sofferente e bisognoso, soltanto poca cosa o addirittura nulla del tutto, perché - non si può mai sapere - il supplicante potrebbe essere un ozioso briccone indegno del soccorso richiesto, e con ciò non faresti altro che favorire un vagabondo nella sua pigrizia, privando invece del soccorso una persona più degna. Ma se poi anche si presentasse il più degno, lo stesso scrupolo risorgerebbe, poiché non si può mai stabilire con tutta sicurezza, neanche riguardo a questo secondo, se egli sia veramente una persona del tutto degna!

10. Così, amico Mio, colui che nel ben operare, pur possedendo la migliore buona volontà, pondera come ho detto prima se debba o meno fare qualcosa in misura abbondante, la sua buona volontà è ben lontana dall'essere e dall'avere la vera vita, e per tale motivo tanto la sua buona volontà quanto le sue buone opere non hanno un particolare valore dinanzi a Dio. Dove c'è il patrimonio, devono essere pronte la buona volontà e le buone opere, altrimenti l'una toglie alle altre il valore e la forza vitale innanzi a Dio.

11. Però quello che tu fai o che tu doni, fallo e donalo di cuore molto lieto, perché donare e agire di cuore lieto hanno un doppio valore dinanzi a Dio, e chi fa e dona in tale modo è anche doppiamente più vicino alla perfezione spirituale!

12. Infatti, il cuore di chi dona con gioia è simile ad un frutto che matura presto e facilmente, avendo in sé quella pienezza di vero calore che è di somma necessità per la maturazione di un frutto, poiché nel calore regna il corrispondente elemento della vita, cioè l'amore.

13. E così la gioia e l'amorevolezza del donatore, e in generale di chi opera il bene, costituiscono appunto quella pienezza - che non si raccomanda mai abbastanza - del vero calore vitale spirituale interno, in virtù del quale l'anima diventa con rapidità più che doppiamente matura al pieno accoglimento dello spirito in tutto il suo essere, e tale deve anche diventare perché questo calore è appunto un trapasso dell'eterno spirito nella sua anima, la quale, grazie a questo trapasso, viene resa sempre più somigliante a lui.

14. Invece un donatore e benefattore - per quanto del resto zelante - è tanto più lontano dalla meta del vero perfezionamento spirituale interiore della vita, quanto più brusco e scortese egli è nel dare e nell'operare, perché il procedere scortese e brusco nell’elargire ha ancora qualcosa di terreno e di materiale in sé, ed è per conseguenza molto più lontano dal puro elemento celestiale che non il procedere lieto e affabile.

15. Così pure non conviene che tu accompagni i tuoi doni e le tue opere buone con ammonizioni severe e spesso amare, poiché queste generano di frequente una grande afflizione nel fratello povero, e nel suo cuore inizia a sorgere un grande desiderio di non aver mai più bisogno di accettare un soccorso dal benefattore che lo ammonisce sempre con uno sguardo severo! D'altro canto tali inopportune ammonizioni suscitano non di rado un certo orgoglio nel benefattore, mentre il beneficiato si sente un po’ troppo avvilito da quest’ultimo; soltanto allora egli ha la percezione della propria miseria di fronte all'agiatezza del benefattore, ed è questo il caso in cui il ricevere riesce molto più penoso del donare.

16. Chi ha dei beni e una buona volontà, costui dona facilmente; ma il bisognoso che riceve si intimorisce già dinanzi al più affabile degli elargitori quando, costretto dalla miseria, si vede nella necessità di dover essere di peso al benefattore, per quanto amorevole egli possa essere. Però, quanto più rattristato egli deve sentirsi nel cuore se l’elargitore gli viene incontro con uno sguardo severo e se, prima ancora di dargli un aiuto, lo gratifica di parecchi saggi insegnamenti che poi finiscono col diventare in avvenire per il beneficato dei dolorosi impedimenti a comparire, in caso di necessità, ancora una volta dinanzi alla porta di quel dispensatore di ammonizioni, perché egli deve aspettarsi, ad una sua seconda visita, un altro sermone ancora più saggio, più lungo e quindi anche più penetrante, il quale secondo il suo criterio non può significare altro che “non venirmi mai più fra i piedi”, mentre il benefattore non aveva forse nemmeno lontanamente pensato di dare un tale senso alle sue parole.

17. Appunto perciò un donatore lieto e amorevole gode di una così grande preferenza rispetto al burbero dispensatore di sermoni, perché costui consola il cuore del beneficiato, lo innalza e lo dispone ad un sentimento di gratitudine. Inoltre egli ne riempie l'anima di una dolcissima e salutare fiducia verso Dio e verso gli uomini, e il suo giogo, altrimenti tanto pesante, si muta per lui in un leggero fardello che egli poi sopporta con maggior pazienza e rassegnazione di prima.

18. Un lieto e amorevole donatore è, per un fratello povero e indigente, precisamente quello che per il marinaio in pericolo su di un mare in tempesta è un porto che promette sicurezza e gioia. Invece un benefattore burbero e scontento è simile, nel momento del bisogno, soltanto ad un'insenatura di mare meno esposta agli uragani, che protegge bensì il navigante da un totale naufragio, ma che lo mantiene nello stesso tempo sempre in una specie di angosciosa tensione per il timore che, come succede ogni tanto, una marea sizigia, sinistra e fatale, possa visitare l'insenatura dopo l'uragano e arrecargli poi un danno maggiore che non prima l'uragano stesso in alto mare!

19. Ed ora tu sai anche perfettamente, secondo la misura della Volontà divina, come deve essere costituita la vera e spirituale perfezione di un amore del prossimo di facile e pronta messa in pratica; fa così, e allora raggiungerai facilmente e al più presto l'unica vera meta della vita».

 

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Cap. 82

Umiltà e superbia.

 

1. (Il Signore:) «Ed ora passeremo ancora ad un altro campo della vita, di straordinaria importanza, sul quale si può poi giungere perfettamente alla completa rinascita dello spirito nella propria anima, ciò che appunto costituisce il trionfo più legittimo e la meta finale suprema della vita. Questo campo è la più evidente antitesi dell'orgoglio e della superbia, e si chiama umiltà.

2. In ciascuna anima dimora ugualmente un sentimento di elevatezza e di ambizione, il quale alla minima occasione si infiamma fin troppo facilmente, esplodendo in una passione d'ira che distrugge tutto, e che non si lascia mitigare e tanto meno estinguere del tutto finché non abbia consumato le vittime che l'hanno offeso. In seguito a quest'orrenda passione, però, si produce nell'anima un tale scompiglio e l'anima stessa diviene tanto materiale da risultare molto, ma molto meno idonea per il perfezionamento spirituale interiore, di quanto lo sia la sabbia del grande deserto d'Africa a spegnere la sete!

3. Per la passione della miserabile superbia, l'anima stessa si riduce infine ad una sabbia rovente sulla quale non può prosperare nemmeno la più meschina pianta di muschio, per non parlare poi di una qualche altra pianta più ricca di succhi e più benedetta; ebbene, questo è lo stato dell'anima di un superbo! Il suo fuoco selvaggio inaridisce, brucia e distrugge fino alla radice tutto ciò che vi è di nobile, di buono e di vero nella vita, e mille volte migliaia di anni trascorreranno prima che il deserto dell'Africa si tramuti in una campagna dilettevole, fertile e benedetta! Molte volte ancora il mare dovrà riversarvi sopra tutti i suoi flutti!

4. Considera un po’ un re superbo, il quale sia stato offeso dai suoi vicini per un futile motivo qualsiasi. In seguito a questo la sua anima si accende di una fiamma che diventa sempre più furiosa; dai suoi occhi sprizza già il fuoco terribile dell'ira, e la soluzione irrevocabile è questa: “La più tremenda vendetta sia fatta contro il perfido offensore!”. La ben nota e tristissima conseguenza di tutto ciò è una guerra devastatrice, nella quale centinaia di migliaia di uomini devono farsi dilaniare nella maniera più orribile per il loro re superbo e prepotente. Con grande compiacenza allora il re, ardente d'ira, contempla dal suo padiglione lo spettacolo della carneficina e della strage furibonda, e premia superbamente con oro e con gemme ogni furioso guerriero che ha potuto causare alla parte avversaria un qualche danno più grande e più rilevante!

5. Ma quando anche un tale re sia già riuscito a depredare con la sua forza preponderante quasi completamente il suo offensore, ciò è ancora ben lontano dal bastargli! Egli vuole ancora vederlo martoriare in sua presenza nel più crudele dei modi! Né preghiere né suppliche valgono a farlo desistere! E quando infine l'offensore è spirato dinanzi agli occhi del superbo re fra i più orribili tormenti, il suo corpo viene poi, oltre a ciò, gettato in pasto ai corvi fra le più tremende maledizioni, e mai il pentimento ha accesso nel cuore di diamante di un simile re, anzi vi rimane invece l'ira ovvero il rovente deserto d'Africa che continua ad essere apportatore di morte spaventosa a chiunque mai osasse fare a meno di rendere onore supremo perfino al luogo dove il superbo sovrano ha posato il piede.

6. Anche un tale re ha certamente ancora un'anima; ma quale ne è l'aspetto? Io te lo dico: “Peggiore di quanto l'abbia il luogo più rovente del grande deserto di sabbia africano”. Credi forse che un'anima simile possa essere mai convertita in un frutteto dei Cieli di Dio? Ascolta: mille volte produrrà il deserto d'Africa i più deliziosi datteri e fichi ed uve prima che una tale anima produca una goccia, anche minimissima, dell’amore celeste!

7. Guardatevi perciò innanzitutto dalla superbia, poiché nulla al mondo distrugge l'anima più della superbia e dell'orgoglio continuamente sbuffante d'ira. Una perpetua sete di vendetta è la sua accompagnatrice costante, precisamente così come la sete di pioggia inestinguibile è la compagna perenne del grande e cocente deserto sabbioso dell'Africa, ed ogni animale che vi pone il piede viene colpito dallo stesso flagello, come succede alla servitù del superbo che finisce col diventare essa stessa quanto mai superba ed anche assetata di vendetta! Infatti colui che è al servizio di un superbo deve diventare infine superbo egli stesso; altrimenti come potrebbe servirlo?».

 

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Cap. 83

Educazione all’umiltà.

 

1. (Il Signore:) «Come può dunque un uomo preservarsi da questa pessima fra le passioni, dato che in ciascuna anima si trova innato il germe, il quale spesso già nei fanciulli raggiunge un grado considerevole di sviluppo? Ciò non è possibile che mediante l'umiltà!

2. E infatti lo scopo per cui la povertà su questa Terra è così preponderantemente grande rispetto all'agiatezza degli uomini è appunto quello di tenere la superbia continuamente e fortemente a freno! Prova a porre una corona regale sul capo di uno fra i più miseri mendicanti, e ben presto ti persuaderai come la sua umiltà e pazienza che aveva prima saranno svanite con una velocità maggiore di quella del fulmine! Per questo motivo è cosa molto opportuna che vi siano pochissimi re e moltissimi umili mendicanti.

3. Ciascuna anima possiede un sentimento di elevatezza che è innato in lei, perché proveniente da Dio di cui essa è l'idea e la volontà, la cui esistenza si può constatare facilmente nel pudore dei fanciulli.

4. Il sentimento di vergogna e di pudore nei fanciulli è una sensazione dell'anima quando questa comincia ad essere conscia di se stessa, ed è un mezzo attraverso cui viene reso tacitamente manifesto il malcontento che essa prova nel vedersi - quale entità spirituale - rivestita di carne ingombrante e pesante, dalla quale non può liberarsi senza dolore. Quanto più delicato e sensibile è il corpo di una qualsiasi anima, tanto più forte sarà in lei il sentimento del pudore. Ora, se un vero educatore dei fanciulli sa guidare questo sentimento indistruttibile verso la vera umiltà, egli, traendolo da questo sentimento, procura al fanciullo uno spirito custode, e lo pone sul sentiero seguendo il quale egli può facilmente pervenire ad un sollecito perfezionamento spirituale. Ma basta una minima deviazione da questa direttiva per far sì che tale sentimento innato inclini presto verso la superbia e l'orgoglio.

5. Già il far deviare il sentimento del pudore verso la cosiddetta ambizione infantile è cosa molto errata, poiché in tal modo il fanciullo inizia subito a considerarsi superiore ad un altro. Egli si offende e si addolora facilmente, ed a ogni lieve contrarietà comincia a piangere amaramente; con questo pianto egli fa vedere, in modo molto chiaro e preciso, di essere stato ferito da qualcuno nel suo sentimento di elevatezza.

6. Se allora dei genitori deboli e di vedute cortissime cercano di calmare il fanciullo offeso chiamando a renderne conto e punendo l'offensore, sia pure soltanto in apparenza, essi hanno già posto nel fanciullo il primo germe per il soddisfacimento della sete di vendetta. E se i genitori continuano nella stessa maniera a darle tutte vinte al loro figlio, allora finiscono non di rado con l'allevare un demonio per se stessi e per molti altri, mentre quando i genitori inculcano saviamente per tempo nel fanciullo l'idea del maggior valore degli altri uomini e degli altri fanciulli in suo confronto, indirizzando così il sentimento del pudore in lui ad una vera umiltà, allora dei loro figli essi ne fanno tanti angeli che più tardi serviranno agli altri da veri modelli della vita e li ristoreranno con la loro dolcezza e pazienza, risplendendo come bellissime stelle nella notte della vita terrena!

7. Siccome però i fanciulli soltanto di rado ricevono una simile educazione grazie alla quale il loro spirito può venire destato nella loro anima, allora accade che l'uomo, una volta adulto e una volta che ha raggiunto il puro riconoscimento, deve badare anzitutto ad applicarsi con tutte le sue forze all'esercizio della vera e giusta umiltà. Se prima non ha estinto in sé fino all'ultimo barlume di un sentimento di superbia, egli non potrà mai raggiungere, né qui né nell'aldilà, la perfezione completa della vita celeste spirituale-pura.

8. Chi vuole sperimentare su se stesso se abbia o no raggiunto il grado della perfetta umiltà, allora domandi al suo cuore se è ancora suscettibile di venire offeso per un motivo qualsiasi e se sente di poter perdonare facilmente e di tutto cuore al suo più acerbo offensore e persecutore, e se riesce a fare del bene a coloro che gli hanno fatto del male, e se ogni tanto egli non prova la brama di onori o glorie mondane, e se non gli rincresce di sentirsi perfino il minimo fra i minimi per poter servire ognuno in ogni cosa! Ebbene, colui che è capace di tutto ciò senza tristezza né malinconia, costui è già su questa Terra un abitante dei supremi Cieli di Dio, e rimarrà tale nell'eternità! Infatti, mediante una tale vera umiltà non soltanto l'anima diviene perfettamente una sola cosa col proprio spirito, ma anche il corpo in grandissima parte riesce a fare lo stesso!

9. Perciò un uomo simile non sentirà né assaporerà mai la morte del corpo, perché l'intera parte corporea eterea, quale parte naturale propriamente vivente, sarà diventata immortale già su questa Terra con l'anima e con il suo spirito.

10. Con la morte fisica viene staccato dall'anima soltanto il simulacro insensibile e inanimato, e ciò non può causare ad un’anima del genere alcuna angoscia e alcun ulteriore dolore, perché tutto ciò che del corpo ha sensibilità e vita emotiva si è totalmente unificato con l'anima già da molto tempo. Un tale uomo, giunto ad un simile grado di perfezione, può anche altrettanto poco avvertire il distacco dal suo corpo ombroso - comunque di per sé sempre insensibile e quindi morto - quanto, ai tempi della vita naturale del proprio corpo, ne risentiva del taglio dei capelli e delle unghie quando esse erano diventate troppo lunghe, oppure della caduta di una scaglia che si staccava ogni tanto dall'epidermide esterna del corpo e che era già insensibile di per se stessa. Infatti ciò che non ha mai avuto una sensibilità nel corpo, non può nemmeno averne quando l'anima si separa dal corpo, perché tutto il sensibile e il vivente del corpo si è già prima unificato interamente con l'anima e forma ormai con questa un solo essere che non verrà mai più diviso da lei.

11. Tu ora hai visto ciò che è la vera umiltà, e tutti gli effetti che essa ha già qui, e così per l'avvenire ti applicherai all'esercizio di tale virtù. Chi farà fedelmente come Io ti ho detto, potrà convincersi da se stesso che queste parole facilmente comprensibili, anche se dette senza sfoggio di eloquenza, non provengono da un uomo, ma da Dio! E chi vive ed opera a seconda di esse, costui procede sul retto sentiero che porta al vero ed intimo perfezionamento spirituale della vita. Ora però dimmi pure se hai compreso tutto ciò pienamente e chiaramente!».

 

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Cap. 84

I buoni proponimenti di Zorel.

 

1. Dice Zorel, atteggiandosi con umiltà e pieno di ammirazione per la sublime verità e purezza di questa Mia pratica e un po’ estesa Dottrina della vita: «O Signore ed eterno Maestro di ogni esistenza e di ogni vita! Io, per la mia persona, anche senza farvi precedere l'esercizio pratico nella vita, ho riconosciuto da questa Tua Dottrina che quanto è uscito ora dalla Tua bocca non fu detto da uomo, ma soltanto da Dio, il Quale ha creato il cielo, questa Terra e l'uomo, dunque con tanta maggiore intensità io applicherò anche praticamente nella mia vita tutti gli insegnamenti che Tu, o Amore dell'Amore, mi hai ora in grazia elargiti.

2. Certo, io ho compreso ogni cosa, poiché, per quanto strano possa parere questo, pure ebbi l'impressione come se io avessi udito già un’altra volta in qualche luogo parole simili e anche come se le avessi messe in pratica! Ma tutto ciò non può essere accaduto che in sogno, perché non mi risulta davvero che nella vita reale io sia stato mai partecipe di una grazia simile. È comunque strano che ogni parola dalla Tua santa bocca mi sia apparsa tanto conosciuta ed abbia suscitato in me un senso tanto straordinario di amorevolezza! E per questa ragione anche tutto mi è riuscito tanto comprensibile! Comunque stiano le cose, è certo che tali parole e tali ammaestramenti, i quali toccano così profondamente, veramente e fedelmente tutto quello che nell'uomo può chiamarsi vita, non sono mai stati pronunciati prima d’ora dalla bocca di un mortale!

3. Chi, dopo aver udito queste parole, non dovesse trovare ancora la vera via che conduce al proprio perfezionamento spirituale interiore della vita e non provasse in sé un impulso potente a conformarvi esattamente tutte le proprie opere, costui o non potrebbe davvero essere un uomo, oppure dovrebbe essere cresciuto addirittura insieme al mondo stolto e morto, e la sua anima dovrebbe essersi indurita come il diamante. Altrimenti non sarebbe assolutamente possibile immaginarsi come un uomo che avesse udito e compreso questa Dottrina, non dovesse anche adattarvi tutta la propria vita, dato che egli dovrebbe pure vedere dinanzi a sé, così chiara e limpida come il Sole in pieno mezzogiorno, la meta finale raggiungibile con essa. Io però con queste parole non intendo vantarmi come se avessi già ottenuto qualcosa, tuttavia la visione della purissima verità di questa Dottrina, perfettamente lucida e chiaramente penetrante nella coscienza della vita, è pure già qualcosa che - almeno per me - ha un valore vitale considerevolissimo.

4. Ora, chi come nel mio caso abbia avuto una volta la chiara visione di questa santa cosa, costui, di fronte a tale percezione e riconoscimento vivissimi, farà come ho fatto io e non sarà più certo così pazzo da precipitare nelle pozzanghere e nelle cloache del mondo per pescarvi della fetida melma che infine lo soffocherebbe quando invece può ascendere le luminose vette dell’Horeb e del Libano, e là raccogliere le erbe salutari atte a curare e a risanare perfettamente l'anima ammalata, per la vita eterna. Con le parole “erbe salutari sulle luminose vette dell’Horeb e del Libano” io intendo però dire le opere che si possono trovare soltanto sulla radiosissima vetta del riconoscimento della verità della Tua Dottrina, o Signore, vale a dire con l'operare conformemente alla Parola udita dalla Tua bocca. Per "Horeb" e "Libano" poi io intendo indicare il Vero e il Buono divini; questa ne è - secondo il mio intelletto - l'interpretazione.

5. Grande, santo e sublime sopra ogni cosa sei Tu, o Signore, che stai qui ora dinanzi a me! Però il massimo della Grandezza, della Sublimità e della Santità lo raggiungi negli uomini che il Tuo Amore e la Tua Sapienza hanno trasformato in Tuoi figli!

6. Ecco, o Signore! Certo, anche per Te deve essere una gioia immensa quando una creatura - che prima di umano aveva soltanto la forma - inizia a udire e a comprendere la Tua Parola paterna, e alla fine forma da se stessa, liberamente, l'immutabile proponimento di procedere e di agire secondo questa Parola, allo scopo di raggiungere quella perfezione santificata che Tu, quale Dio, Creatore, Padre e Maestro, le hai posto a beatissima meta.

7. Quanto deve poi essere grande la Tua gioia paterna quando un uomo ha raggiunto la perfezione nel Tuo santo Ordine! Ma quanto grande anche deve essere il giubilo di un figlio, il quale, dalla sua nullità di essere creato, nella sua interiore perfezione e nella pienezza della sua vera umiltà è finalmente pervenuto al riconoscimento di Te stesso quale vero ed unico Padre! Io vorrei davvero conoscere lo spirito angelico del Cielo che, con fantasia viva e ardente come il Sole, fosse in grado di descrivermi una tale gioia, e così pure il mortale che ora, nel suo attuale impoverimento spirituale, fosse capace di concepire le profondità di una simile fantasia, almeno per quel tanto che è necessario per dire di averle concepite. Io ne ho bensì come un vago presentimento, anzi ho appunto di nuovo l'impressione come se io avessi già provato altre volte qualcosa di simile come in sogno. Ma tutto questo può anche essere nient’altro se non la conseguenza beata di ciò che la Tua Dottrina, o Signore, ha suscitato nel mio cuore e nella mia volontà!

8. È la gioia del seminatore che ha la lieta consapevolezza del fatto che il suo campo è stato una buona volta purificato da ogni zizzania e che nei solchi è stata sparsa una semente purissima la quale fa certamente ridestare in lui la migliore speranza di una messe abbondantissima!

9. Il mio campo ora è buono, come Tu, o Signore, hai certamente visto, altrimenti non vi avresti sparso la più pura semente con tanta profusione! E forse è appunto questa coscienza che produce in me questo sentimento indescrivibile di letizia, poiché io sono certo del successo, avendo la sicurezza assoluta della possibilità di arrivare in me al pieno compimento della Tua santa Parola! Ma una volta che la causa esiste, allora anche il grande e santo effetto non può rimanere a mezza strada! Io però non voglio le cose a metà, ma le voglio complete e intere, e perciò nel mio agire non dovrà esservi mai nessuna cosa a metà, ma completa ed intera come la Tua Parola!

10. Quando ero ancora un briccone, sono riuscito comunque a fare qualcosa di completo, quantunque allora io non potessi attendermi nemmeno con qualche piccola certezza un risultato neppur mediocremente favorevole; bastava un malaugurato accidente qualunque per mandare a rotoli tutte le mie più belle e più promettenti speranze! E comunque non per questo qualcuno può accusarmi di tiepidezza, né provare che io abbia mai fatto niente a metà. Ora se io, già quale briccone, ho saputo essere qualcosa di completo, spesso anche senza la minima probabilità di un successo nemmeno mediocre, quanto più saprò evitare ora ogni mezza misura su questa via per la quale mi sono messo! Anzi, io distoglierò del tutto i miei pensieri, le mie parole e le mie azioni da quello che richiede il mondo, il quale ormai mi ha abbindolato abbastanza a lungo.

11. Mai più dovrà trovare posto in me neppure il germe di un pensiero mondano, né alcuna traccia di una azione mondana, vale a dire certo mai più nella misura che dipende da questa mia nuova volontà. Ma per quello su cui io non posso influire, come sarebbero ad esempio le ordinarie necessità del mio corpo, io non posso naturalmente garantire, poiché queste cose stanno unicamente nelle mani onnipotenti della Tua Volontà, o Signore. I miei pensieri, però, le mie idee, le mie parole e le mie azioni dovranno un giorno testimoniare che anche un greco può mantenere la sua parola ed essere coerente con i proponimenti una volta che li ha fatti.

12. Può darsi che io, in questa mia beata esaltazione d'animo, abbia detto qualcosa di intempestivo! Ma ciò non conta, Zorel non dimenticherà quello che ha detto ora, e se egli non lo dimentica, vi conformerà anche rigorosamente le proprie azioni, dovesse pur costargli questa vita terrena! Dal momento che io ora so chiaramente e sento vivamente che, dopo che è cessata questa vita nella carne, vi è e vi deve essere con sicurezza ed in tutta verità un'altra vita incomparabilmente più perfetta, ebbene, questa vita nel corpo non ha per me maggior valore di un guscio vuoto! Quante volte non ho io dovuto mettere a repentaglio la mia vita per un meschino guadagno materiale! Perché dunque non dovrei farlo adesso che sono più certo del guadagno di quanto non sia certo del fatto che io stia pensando, sentendo e parlando ora?

13. Oh, io non parlo ora da ebbro o da pazzo, ma parlo con la mente più sana di questo mondo, e parlo a testimonianza del fatto che io ho afferrato e compreso nella sua pienezza la verità della Parola divina! La prova però che io l'ho compresa nella sua pienezza è data dal fatto che intendo rischiare anche la mia vita terrena per amore di questa santissima Verità! Ed io non dico questo dinanzi a voi per rivestire le mie parole di una certa apparenza oratoria, ma veramente così come sento ora nel cuore.

14. Certo vi sono degli uomini i quali, in momenti straordinari di entusiasmo e di commozione, parlano come se volessero già il giorno successivo tramutare la Terra in un Eden; passato però quel momento, certo essi meditano su tutto ciò che hanno visto e udito, ma la decisione di far seguire le opere diventa di giorno in giorno più tiepida, e le antiche e stolte abitudini ricompaiono ben presto al posto dei nuovi buoni proponimenti. Questo però, a dire il vero, non è ancora mai stato il caso mio, perché, una volta riconosciuto qualcosa come verità, io ho sempre agito conformemente finché non abbia potuto ottenere la piena convinzione dell'esistenza di qualcosa di migliore.

15. Le mie azioni di un tempo non stavano in alcun contrasto col mio modo di considerare la vita, un modo che non era affatto biasimevole neppure davanti al forum (tribunale) della ragione mondana più pura, ispirata in gran parte a concetti filantropici. Ma come avrei potuto immaginare nemmeno da lontano che io sarei venuto un giorno, ancora in questo mondo, a contatto personale con l'eterno Maestro di ogni esistenza e di ogni vita, di fronte alla cui purissima Sapienza e verissima concezione e norme della vita le mie opinioni basate sul raziocinio si sarebbero sciolte come cera al Sole? Eppure è accaduta la cosa più incredibile, e cioè Dio, in tutta la pienezza della Sua eterna perfezione di Potenza e di Sapienza, sta dinanzi a noi tutti e ci insegna non soltanto qual è la destinazione temporale, ma anche quella eterna dell'uomo e della sua vita, e lo fa con parole così evidenti e chiare che perfino un cieco e sordo deve comprenderle in assoluto! E sotto tali auspici non si può certo fare a meno di prendere una decisione per la vita, dalla quale nemmeno un mondo andato in pezzi potrebbe in eterno distogliermi!

16. Oh, sì, uomini che non sono altro che dei vigliacchi, si orienteranno dicerto più verso il mondo che non verso la santissima Verità uscita dalla Bocca dell'unico vero Dio, poiché il mondo ha anche i suoi vantaggi nella dimensione temporale ed oro ed argento e gemme! Per tale immondizia i deboli lasciano ben presto da parte Dio, perché Egli non fa piovere loro giù dalle nuvole né oro né argento. Io invece ho imparato ora a conoscere l’oro più puro dei veri Cieli di Dio, e disprezzo perciò già adesso dal profondo della mia vita quest'allettante fango della Terra! Tu però, o Signore onnipotente dell'eternità, puniscimi se una soltanto delle parole proferite ora dalla mia bocca è falsa!

17. E tu, o illustre Cirenio, se ho implorato da te un soccorso, l'ho fatto soltanto nella mia stoltezza e povertà di spirito; ora però io ritiro la mia richiesta disdicevole, poiché, dal momento che ho trovato dei tesori celesti in tanta quantità, non ho più certamente bisogno di quelli terreni; neppure il mio campo e la mia capanna bruciata mi servono più, avendo io riconosciuto e visto la dimora di Dio nel mio cuore. Vendete ogni cosa e rimborsate coloro ai quali siete ancora debitori su questa Terra! Dal canto mio lavorerò e servirò gli uomini in tutto ciò che è giusto dinanzi a Dio perché io posso ben lavorare; durante il tempo della mia vita mi sono acquistato cognizioni e capacità diverse per cui sono un uomo che può essere utile in parecchie cose. Spero soltanto che dappertutto mi si concederà quel tanto di tempo che mi è necessario per poter corrispondere con le opere a quanto mi sono ormai dedicato per tutta la vita che ancora mi rimane e per sempre!»

18. Dico Io: «Ebbene, Io ti ho chiamato in spirito perché conoscevo bene la tua anima, altrimenti non saresti venuto qui, e siccome ora sei tanto cambiato, così per te è già provvisto anche per l'avvenire. Tu pure sarai un Mio buon strumento presso i greci delle coste dell'Asia Minore ed anche d'Europa. Là ve ne sono molti che anelano alla Luce, ma non possono averne da nessuna parte. Per il momento verrai accolto in casa di Cornelio, che è un fratello di Cirenio, e là sarai provvisto di tutto il necessario. Ma quando sarà giunto il momento opportuno per recarti fuori ad annunciare ai popoli il Mio Nome, te lo farò sapere a tempo debito. Ed ora tu hai tutto quello di cui hai bisogno, il di più te lo insegnerà lo Spirito di Verità. Quando dovrai parlare, non ti sarà necessario riflettere su ciò che dovrai dire, ma quando sarà giunta l'ora, ti verranno poste le parole nel cuore e nella bocca, ed i popoli ti ascolteranno e glorificheranno Colui che ti avrà elargito tale Sapienza e Potenza».

 

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Cap. 85

Zorel viene affidato a Cornelio.

 

1. (Il Signore:) «Ora però si è fatta sera, e il nostro albergatore Marco ha preparato la cena. Considerato dunque il buon acquisto che abbiamo fatto in te quest'oggi, vedremo di gustare la cena nel miglior modo possibile di questa Terra; nel Mio Regno nell'aldilà poi la cosa andrà un giorno già meglio! Dopo la cena però non ci occuperemo del sonno, ma di questioni ben differenti, e domani prima del levare del Sole ci separeremo per qualche tempo, perché Io devo visitare ancora molti luoghi. Tu, Raffaele, recati ora dalle donne e falle ritornare qui, poiché la discussione che poco o nulla le riguardava è terminata, e l'ora della cena è giunta»

2. Raffaele esegue e riconduce tutte le donne, e la nostra Giara viene a Me di corsa e dice: «O Signore! O amore mio! Mi è sembrata un'eternità prima che fossimo richiamate, ma ora Ti siano rese grazie infinite perché mi è concesso di rimanere nuovamente vicino a Te! Però davvero noi donne non avremmo potuto udire proprio nulla di tutto ciò che Tu, o Signore, hai trattato con Zorel?»

3. Dico Io: «No, perché per voi donne la cosa sarebbe stata troppo prematura; comunque tu non hai perduto niente e a tempo debito tutto ciò ti verrà rivelato. Ma ecco che ora viene servita la cena; a tavola potrai rallegrarti a piacimento con Josoe e con Raffaele; quest’ultimo lo farò conoscere più da vicino a Zorel solo dopo aver finito il pasto: lui non ha ancora nessuna idea di chi sia Raffaele.

4. Dopo la cena resteremo svegli fino al mattino e durante quest'ultima notte, che Io passerò corporalmente fra voi, vi sarà fatto vedere e ascoltare cose meravigliose in tale quantità, come non è mai successo prima, perché questa notte imparerete a conoscere pienamente Chi è Colui che ora ti ha parlato così. È opportuno però che questa cosa non sia detta a nessuno prima del tempo! Tu, Mio caro Zorel, rimarrai d'ora innanzi con Cornelio, perché sarà lui e non Cirenio ad aver cura di te»

5. Osserva Cirenio: «Signore! Io non invidio certo a mio fratello nessuna cosa che sia buona, tuttavia anch'io avrei tenuto molto volentieri Zorel presso di me!»

6. Dico Io: «Il tuo desiderio è causa di grande gioia per il Mio cuore, e vale quanto l'azione stessa; tu però hai già comunque preso a tuo carico un gran numero di coloro che sono stati qui convertiti; in Zinca e nei suoi compagni tu possiedi un tesoro. Oltre a ciò ti sono affidati Stahar, Muraele e Floran, Ebram e Risa, Suetal, Ribar e Baele, nonché Erme con la moglie e le loro figlie, ed ora hai anche le tue due figlie, Gamiela e Ida, insieme a coloro che Io ho destinato come tuoi generi, infine c'è Josoe, il ragazzo prodigioso; va da sé poi che a tutti coloro che ho nominato c’è da aggiungere anche il loro seguito, e con ciò puoi essere perfettamente contento! Tuo fratello Cornelio si incarica ora di Zorel, il quale in primo luogo presterà buoni servizi in casa sua, e più tardi anche agli stranieri per i quali Io l'ho destato. Tu del resto andrai spesso da tuo fratello ed egli verrà da te, ed in simili occasioni potrai anche intrattenerti col nostro Zorel sulle diverse questioni. Sei dunque ancora spiacente che Io non ti abbia affidato Zorel?»

7. Dice Cirenio: «O Signore! Come mai puoi domandarmi questo? Tu sai già che la Tua Volontà, la sola Santa, è la mia beatitudine suprema, qualunque essa sia! E poi non trascorre mai un mese intero senza che io vada in visita da mio fratello o che lui venga da me, sia per affari, sia per il vecchio amore che ci lega, ed allora si presenterà ben l'occasione di scambiare qualche parola con quell'uomo.

8. Ma poco fa Tu hai detto alla cara Giara che nel corso di questa notte ci farai assistere ad un gran numero di cose meravigliose, affinché tutti noi veniamo perfettamente istruiti nella Tua Essenzialità; ebbene, in che cosa dovrebbe consistere il momento culminante di questa meraviglia?»

9. Gli rispondo Io: «Caro amico! Tu lo vedrai e lo udrai insieme a tutti gli altri a tempo debito! Ora guarda come il vecchio Marco è già tutto affaccendato a portare in tavola le vivande, oltre al vino, sale e pane, e guarda innanzitutto le tue figlie che hanno bisogno di un buon ristoro; per conseguenza non si intraprenderà, non si parlerà né si discuterà di niente finché la cena non sarà finita».

 

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Cap. 86

Umiltà esagerata e giusta umiltà.

 

1. Marco a questo punto dà il segnale di prendere posto a tavola sulle lunghe panche da lui fatte portare, e Cornelio invita Zorel a sedersi alla sua destra.

2. Zorel però si rifiuta dicendo: «O nobile signore e padrone! Non chiedermi una simile cosa! Infatti, vedi, il mio posto è là, vicino alla capanna di legno, all'ultima tavola fatta di rozzi assi alla quale siedono gli ultimi ed infimi vostri servitori, e non qui dove è disposta la mensa principale, ed alla tua destra poi! Questa sì che sarebbe una bella pratica di quell'umiltà che il Signore di ogni Vita mi ha tanto raccomandato sopra ogni cosa!»

3. Dico Io: «Zorel, amico Mio, in questo caso basta la tua volontà! Perciò puoi accondiscendere al desiderio di Cornelio. La vera umiltà non sta in nessun caso nelle apparenze di un atto esteriore, ma sta nel cuore, conformemente alla piena verità! Va a Gerusalemme, e guarda con quali facce e con che vesti piene di umiltà i farisei e tutti gli scribi si fanno vedere in pubblico, eppure i loro cuori sono colmi del più sozzo orgoglio, e provano un odio infernale verso chiunque non voglia adattarsi alla loro musica! Invece un re, con corona e scettro, quando non ponga questi simboli al di sopra del valore di un uomo, può essere nell'anima tanto umile quanto l'infimo mendicante sulla pubblica via. Se tu consideri un po' bene tutto ciò, non ti sarà intollerabile prendere posto al nostro tavolo alla destra di Cornelio»

4. Dice Zorel: «Ah, quand'è così, sta bene!». Egli dunque va e si siede come Cornelio aveva desiderato.

5. E Cornelio gli dice: «Ecco, così va bene, mio caro amico, io ne gioisco di tutto cuore! Noi per il futuro vogliamo vivere ed operare insieme nel Nome di Colui che ci ha illuminati! Per quanto riguarda la vera umiltà, la mia opinione è la seguente: “Si deve essere pieni di vera umiltà e di amore del prossimo nel proprio cuore, ma esteriormente non se ne deve vantarsi, perché piegandomi esteriormente in modo troppo servile e profondo dinanzi agli altri uomini, io li rendo orgogliosi e mi privo dell'occasione di servirli in tutto ciò che potrebbe essere utile.

6. Io non devo mai rinunciare completamente ad una certa stima che soltanto come uomo posso attendermi dal mio prossimo, poiché senza di essa non potrei fare niente di nuovo e di proficuo!”. Dunque noi due cerchiamo di essere certamente quanto più umili è possibile nei nostri cuori, ma non possiamo né dobbiamo fare a meno della nostra necessaria rispettabilità esteriore.

7. Ci si presenterà spesso l'occasione di vedere come della povera gente, per procurarsi il sostentamento, debba accudire a lavori infimi ed umilissimi. Ma dobbiamo anche noi forse per coronare la nostra umiltà andare a pulire i pantani e le cloache? Io credo che di una tale esteriorità non vi sia bisogno; è sufficiente invece che nel nostro cuore noi non consideriamo quegli uomini che si occupano di questo tipo di lavori da meno di noi che abbiamo avuto dal Signore l'incarico di accudire a mansioni del tutto differenti.

8. Noi stessi dobbiamo anzitutto tenere in alta stima il nostro compito, certamente non per riguardo alle nostre persone, ma soltanto per riguardo al compito stesso al cospetto del popolo. Ma se vi è la necessità di fare la pulizia dei pantani e delle cloache, non occorre che la facciamo noi stessi, ma basta che incarichiamo di tali lavori coloro che sono stati destinati dal Signore e dalla natura. Noi non potremmo nemmeno resistervi, non essendovi stati abituati fin dalla gioventù. E di certo neppure il Signore esigerà una simile cosa da noi; quello però che Egli ci chiede, quale Padre di tutti gli uomini, è che noi non disprezziamo nessuno nel nostro cuore, nemmeno il più grande peccatore, ma che facciamo invece ogni sforzo possibile ed immaginabile per salvare la sua anima! E così io credo che noi agiremo rettamente dinanzi a Dio e a tutti gli uomini!»

9. Dico Io: «Sì, così va bene! La vera umiltà e il vero amore del prossimo dimorano davvero nei vostri cuori, e non nell'apparenza esteriore come nei farisei!

10. Chi senza necessità si mescola alla crusca e alle vinacce, alla fine deve rassegnarsi a farsi divorare dai porci!

11. E così ugualmente la vera umiltà non esige che voi gettiate le perle della Mia Dottrina addirittura ai porci! Infatti, vi sono degli uomini che sono peggiori di questi animali, ed a costoro non si addice la Mia Dottrina; voi potete impiegare tale tipo di gente molto più efficacemente nel vuotare le cloache che non nell’annunciare loro la Mia Parola e il Mio Nome!

12. Non abbiate però riguardo alla veste oppure alla dignità esteriore, ma guardate invece se il contegno dell'uomo corrisponde al suo cuore e al suo sentimento. Se questo è nobile, dolce e paziente, allora annunciategli il Vangelo e dite: “La pace sia con voi nel Nome del Signore, e con tutti gli uomini di buona volontà”. Se l'uomo, anticipatamente così benedetto, è veramente di buona volontà e di cuore retto, allora la pace colma di benedizione rimarrà in lui, e il Vangelo annunciatogli comincerà quanto prima a produrre i più bei frutti celesti. E così credo e ritengo Io stesso, secondo il vostro modo di vedere umano, che voi tutti avrete ormai abbastanza chiaro ciò che riguarda la vera umiltà.

13. Ma ora, poiché già ci attende un pasto abbondantissimo, mangiamo e beviamo tutti di lieto cuore e con animo sereno, perché quando Io, come un vero Sposo delle vostre anime, siedo fra voi, potete ben godere con Me di questo ristoro in piena letizia e serenità di cuore! Quando però tra breve Io non sarò più fra voi come oggi, allora potrete certo sedere a mensa di nuovo con minore letizia e serenità».

 

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Cap. 87

Cornelio e Zorel parlano di miracoli.

 

1. A tale invito tutti fanno allegramente onore ai cibi e alle bevande; particolarmente Raffaele si era servito di parecchi pesci ben grossi, che egli mangiò con una rapidità prodigiosa, la qual cosa diede moltissimo nell'occhio tanto a Zorel quanto a Zinca, ma soprattutto a Zorel poiché non sapeva ancora chi fosse quel giovinetto. Egli perciò domandò a Cirenio come facesse il giovane a mangiare con tanta voracità i pesci più grossi, pur non avendo affatto, neanche alla lontana, l'aspetto di un ingordo!

2. Al che Cirenio gli rispose: «Quel giovinetto è un essere meraviglioso; egli è contemporaneamente sia un uomo che uno spirito, ed è dotato di una forza e di una potenza tali che tu non le potresti neanche sognare. Mio fratello Cornelio che ti sta accanto, te lo può confermare»

3. Allora Zorel domanda a Cornelio cosa veramente si possa pensare di quel giovinetto.

4. E Cornelio gli dice: «Vedi, mio caro Zorel, la cosa sta effettivamente così come mio fratello ti ha già detto; maggiori dettagli riguardo alla sua personalità prodigiosa non te li posso dare, per il semplice motivo che, detto francamente, non la comprendo proprio neanch’io. Egli potrebbe forse essere quello stesso angelo il quale, secondo il mito degli ebrei, ha un tempo servito da guida ad un giovinetto di nome Tobia! Io allora non ero certo presente per poterti rendere adesso una testimonianza sicura a questo riguardo, ma credo che la cosa sia stata realmente così; d'altro canto, perché non la si dovrebbe credere vera?

5. Anche qui succedono di nuovo cose tanto prodigiose alle quali i nostri posteri non presteranno fede e che tuttavia dinanzi ai nostri occhi e orecchi sono vere perché noi le vediamo e udiamo! Anzi di fatti divini e miracolosi attualmente ne accadono tanti che alla fine si deve pur credere a tutto quello che di meraviglioso viene raccontato nelle sacre Scritture e nei libri degli ebrei! Infatti, oggi un miracolo può oscurare perfettamente l'altro, perché non può essere accaduto altrettanto anche in quei tempi antichi? E così dunque il nostro forte mangiatore di oggi può benissimo aver servito, alcune centinaia di anni fa, da guida a qualche pio giovane di nome Tobia! Io, per conto mio, credo fermissimamente a tutto ciò, e penso che nemmeno tu possa avere niente da obbiettare»

6. Dice Zorel: «Io meno di altri, perché tutto ciò che è prodigioso è in sé qualcosa di particolare e non ha alcuna somiglianza con i fenomeni che si riscontrano nel campo del naturale; il prodigioso calpesta le leggi conosciute del mondo naturale ed è in sé la realizzazione della fantasia di un poeta dotato di ogni sapienza. Infatti, tutto quello che un uomo ricco di fantasia può immaginare, viene realizzato nel campo del prodigioso!

7. È certo che ad un Dio deve essere tutto possibile, e l'esistenza di un mondo e del cielo stellato ne rendono continuamente testimonianza. Senza alcun dubbio la creazione originale di un mondo dovrebbe essere per noi terribilmente prodigiosa! Ma una volta che esiste un mondo creato e provvisto di certe leggi necessarie alla sua conservazione ed è popolato da esseri che sottostanno alle identiche leggi di conservazione, allora esso non può più certo apparire tanto meraviglioso agli occhi di coloro che lo abitano!

8. Se però, come succede appunto ora in seguito ad un caso straordinario, il Creatore stesso scende presso la popolazione di un mondo formato in modo quanto mai prodigioso, è ben naturale che essa debba cominciare di nuovo a stupirsi molto quando l'antico Onnipotente si mette a compiere dinanzi ai suoi occhi opere, le quali possono essere compiute soltanto da Lui e da nessun altro, in tutto l'infinito, senza la Sua Volontà!

9. Io però con questo non intendo assolutamente contestare il fatto che qualcuno, una volta raggiunta la perfezione spirituale, possa essere anche in grado di fare dei miracoli; forse, quale spirito già del tutto perfetto e puro, potrà perfino egli stesso creare un piccolo mondo, però certo mai in eterno senza la cooperazione della Volontà divina! Un tale spirito potrà sicuramente anche parlare e insegnare con sublime sapienza, ma mai in eterno senza il divino Spirito nel proprio petto.

10. Io credo di ricordarmi così vagamente, dalla storia giudaica, che una volta un asino abbia parlato con molta saggezza ad un certo profeta Balaam. Anzi in tempi assai remoti pare che perfino gli animali selvaggi e rapaci abbiano insegnato agli uomini induriti e ottenebrati! Per dirla come te, noi non eravamo presenti, ma comunque ci può essere qualcosa di vero in questo. Quegli animali saranno stati certo dominati transitoriamente dallo Spirito di Dio, al Quale avranno dovuto servire da strumenti! Ed in termini non molto differenti e migliori staranno le cose riguardo alla sapienza degli uomini e spiriti più saggi; l’unica grande differenza tra la sapienza degli uomini e quella degli spiriti sarà solo nella durata e nella sua capacità di accrescimento!

11. Questo è pressappoco il mio modo di vedere; ma con ciò io non intendo affatto aver annunciato una verità lapalissiana, perché già un'altra volta mi è capitato di finire male con i miei principi razionali, e non vorrei più, a nessun costo, rifare un capitombolo simile; solamente, discutendone con ragionevolezza, si può sempre, anche senza un qualche preciso fondamento, esporre un'opinione in opposizione ad un'altra, per giungere infine a rilevare se e quanto di vero possa eventualmente esserci nella cosa!»

12. Dice Cornelio: «Amico! Tu parli perfettamente e nella tua modesta opinione vi sarà certamente anche qualcosa di positivo; ora però io ho ancora un’altra opinione che ti riguarda, e questa consiste nel fatto che sarebbe meglio che tu ti accingessi a mangiare il tuo pesce anziché fare tanta attenzione a come il celeste giovinetto fa sparire così presto un pesce dopo l'altro, dimostrando di avere sempre, nonostante ciò, un appetito tale da far comprendere con estrema facilità che egli sarebbe capace di mandare giù senza alcuno sforzo ancora una decina di simili pesci! Mangia dunque anche tu adesso e dimostra che tu pure puoi finire almeno un pesce, aggiungendovi una coppa di vino buono, anzi squisito!».

13. Dopo tali parole il nostro Zorel comincia a mangiare e a bere saporitamente e in pace, senza curarsi più di tanto di ciò che succede intorno a noi.

 

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Cap. 88

Le differenti opinioni sulla Personalità del Signore [Gesù].

 

1. Alle diverse tavole però il vino iniziava a sciogliere le lingue, e l'allegria e la vivacità andavano aumentando sempre più. Sorsero perfino diverse opinioni su di Me, e si potrebbe veramente dire che in occasione di quella cena si manifestò un primo scisma della Chiesa. Alcuni sostenevano che Io fossi del tutto direttamente il supremo Essere divino! Altri invece dicevano che Io ero sì l'Essere divino, ma non direttamente, bensì indirettamente. Altri ancora dicevano che ero propriamente soltanto un figlio di Davide quanto alla discendenza e che ero destinato a diventare Messia del Regno Davidico, e perciò dotato della forza prodigiosa di Davide e della sapienza di Salomone! Altri poi dicevano che Io ero uno dei primi angeli dei Cieli, peregrinante ora “pro forma” nella carne sulla Terra, e che avevo ancora con Me un aiutante dai Cieli.

2. Una parte degli ospiti, compreso qualcuno perfino fra i Miei apostoli, Mi dichiarò Figlio dell'Altissimo; sostenevano cioè che Io avessi bensì gli stessi attributi del Padre Mio, però che Io fossi comunque una Personalità del tutto differente, cosicché forse anche il tanto spesso discusso Spirito di Dio avrebbe potuto costituire infine addirittura una terza Personalità, la Quale in certi casi avrebbe avuto da dire qualche parola per Suo proprio ed esclusivo conto!

3. Tuttavia soltanto pochissimi si dichiararono d'accordo con questa opinione. Alcuni chiesero a Pietro cosa ne pensasse.

4. Ma Pietro disse: «Egli, il Signore stesso, quando noi camminavamo verso questo luogo, ci chiese che cosa la gente pensava di Lui, in merito a chi Egli fosse ed infine ciò che noi stessi pensavamo di Lui. Anche in tale occasione fu asserito questo e quest’altro, e quando alla fine fui interrogato io, allora dissi francamente come sentivo nel cuore: “Tu sei il Figlio dell'Altissimo!”. Ed Egli rimase perfettamente soddisfatto di tale mia testimonianza, e mi chiamò perfino una “roccia della fede” sulla quale Egli avrebbe edificato la Sua Chiesa la quale non sarebbe più stata vinta dalle porte dell'inferno. Con ciò, dunque, l'opinione da me espressa allora fu da Lui stesso approvata e confermata, e così credo di non far male se mi attengo ad essa, fermo come una roccia!»

5. Giovanni invece era contrarissimo a tale opinione di Pietro, e disse: «In Lui dimora corporalmente la Pienezza della Divinità. Come Figlio - che però non è e non può essere un'altra Personalità - io riconosco soltanto il Suo Corpo in quanto esso costituisce il mezzo per un determinato scopo, ma nel complesso Egli è tuttavia identico alla Divinità dimorante in tutta la Sua Pienezza in Lui!

6. Infatti, è forse il mio corpo una personalità differente dalla mia anima? Non costituiscono entrambi un uomo, quantunque al principio della mia esistenza l'anima abbia dovuto formare questo corpo, e a ragione si potrebbe dire che l'anima si è rivestita di un secondo uomo materiale, e con ciò ha messo attorno a sé una seconda personalità? Si può ben sostenere che il corpo sia un figlio, ovvero un prodotto dell'anima, ma non perciò si può sostenere che esso costituisca una seconda personalità con l'anima, o addirittura senza di essa! E meno ancora si può dire tale cosa dello spirito che è nell'anima, poiché cosa sarebbe mai un'anima senza il divino spirito in essa! Certamente essa diventa un uomo perfetto soltanto per mezzo suo, quando cioè lo spirito l'ha interamente compenetrata! Allora certamente spirito, anima e corpo sono una sola e stessa personalità!

7. Oltre a ciò sta scritto: “Dio creò l'uomo perfettamente a Sua Immagine”. Se dunque l'uomo, quale perfetta immagine di Dio, è con il suo spirito, con la sua anima e col suo corpo una persona sola e non tre, così anche Dio, quale perfettissimo Spirito primordiale, circondato da un'Anima altrettanto perfetta, ed ora anche visibile dinanzi ai nostri occhi con un Corpo, sarà Egli pure solo un Dio “unico” e mai in eterno un Dio "trino", per non parlare di un Dio addirittura in tre Persone separate! Questa è la mia opinione alla quale io mi terrò fermamente in eterno senza voler essere per questo una roccia della fede!»

8. Tutti coloro che siedono alla Mia tavola dicono: «Giovanni ha parlato rettamente!»

9. Però Pietro cerca di rettificare la sua parola, e dice: «Sì, così intendevo dire io pure; soltanto io non ho l'eloquenza sufficiente per esporre con tanta scioltezza la mia comprensione interiore, quantunque credo che questa cosa sarà sempre alquanto difficile da comprendere!»

10. Dice Giovanni: «Può essere difficile e non difficile: secondo la tua maniera su questa Terra certo nessuno la comprenderà mai, secondo la mia invece, almeno così credo, la si comprende molto facilmente. Il Signore soltanto però sia ora giusto arbitro fra noi»

11. Dico Io: «La fede può molto, ma l'amore può tutto. Tu, Simon Giuda, sei davvero una roccia nella fede, ma Giovanni è puro diamante nell'amore, ed è per questo motivo che egli vede anche più profondamente di tutti voi. Perciò egli è il Mio vero e proprio biografo. Io gli darò da scrivere molte cose che saranno per voi tutti ancora degli enigmi! Infatti in un tale amore vi è posto per moltissime cose; nella fede invece c’è posto soltanto per qualcosa di definito e limitato, e ciò secondo il detto: “Fino a qui e non più oltre!”. Attenetevi dunque soltanto al giudizio del Mio prediletto, poiché egli Mi descriverà e tramanderà perfettamente al mondo».

12. Queste parole misero Pietro in un certo imbarazzo e risvegliarono in lui un lieve senso di gelosia, molto segreto e duraturo, verso Giovanni. Per questo motivo anche, dopo la Mia Risurrezione, Pietro indugiò quando lo invitai a seguirMi ed a pascolare le Mie pecorelle, mentre Giovanni Mi seguì spontaneamente anche senza il Mio appello. Com'è noto, Io rimproverai poi a Pietro questo suo procedere, mentre a Giovanni promisi un'immortalità completa; da qui ebbe origine nel popolo la leggenda secondo cui questo discepolo non sarebbe mai morto neppure corporalmente.

13. Pietro chiese però a Giovanni come facesse ad avere sempre una cognizione ed una intuizione delle cose molto più profonda di lui.

14. Ma Giovanni gli rispose: «Vedi, io non dimoro nel tuo animo e tu non dimori nel mio, ed io non possiedo una misura per poter stabilire la ragione per la quale la mia opinione è la più fondata e la più giusta. Ma poiché il Signore stesso ci ha ora dichiarato ad alta voce la differenza tra fede e amore, accetta questo quale risposta alla tua domanda! Infatti, soltanto il Signore può investigare le reni e il cuore, dunque Egli saprà bene per filo e per segno quale differenza sussista fra i nostri animi!».

15. Pietro fu per il momento soddisfatto della risposta, e non fece più altre domande. Ora, essendo finita la cena, noi ci alzammo e ci recammo tutti sul monte.

 

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Cap. 89

La pietra luminosa delle sorgenti del Nilo.

 

1. Giunti tutti a poco a poco sul monte a noi già noto e preso qui posto, il vecchio Marco Mi si avvicinò con sua moglie ed i figli supplicandoMi ardentemente di restare presso di lui ancora il giorno successivo, perché gli sarebbe stato troppo doloroso se Io lo avessi lasciato già prima dello spuntare del Sole.

2. Ed Io gli risposi: «Non dartene pensiero! Io posso andare e rimanere, il tempo non Mi costringe, perché Io sono il Signore anche del tempo e di tutti i tempi! Il tempo non si accumula mai né davanti di Me, né alle Mie spalle. Certo vi sono ancora molti luoghi che Io devo visitare e che visiterò, ma un giorno ed un'ora non hanno presso di Me alcun significato dove e quando trovo un sincero e vivo amore!»

3. Dice Marco con le lacrime agli occhi: «O Signore e Padre nostro, Ti siano resi eterni ringraziamenti per questa Tua somma Grazia! La Tua Volontà, la sola Santa, sia fatta! Ma Signore, la notte è molto oscura perché nubi molto fitte hanno ricoperto il cielo; non dovrei forse fare portare su delle fiaccole?»

4. Gli dico Io: «Non ti affannare, sapremo bene procurarci della luce!»

5. Allora Io chiamo Raffaele, e gli dico: «Nel centro dell'Africa, là dove si elevano le alte montagne del Komrahai e dove scaturisce da una roccia la prima sorgente del Nilo, tu troverai sotto i detriti e alla profondità di dieci altezze d'uomo una pietra grande come una testa d'uomo; portaMela qui, poiché essa ci rischiarerà a sufficienza questa notte. Quando sarai di ritorno, la collocherai su qualche tronco d'albero spoglio di fronde affinché la luce si espanda a distanza ed illumini i dintorni! Ma se ora ti ho parlato come si parla ad un uomo, l'ho fatto appunto a causa degli uomini, perché essi sappiano quello che deve accadere e riconoscano la Mia Potenza nell'esecuzione della Mia Volontà da parte tua»

6. Raffaele scomparve all’istante, ma riapparì immediatamente come una volante meteora luminosa, portando con sé la pietra risplendente al pari del Sole.

7. E prima ancora che Raffaele posasse la pietra sul tronco d'albero spoglio che gli era stato indicato, parecchi chiesero di esaminarla più da vicino.

8. Ma allorché Raffaele l’ebbe portata più vicino, nessuno poté guardarla a causa del suo grande splendore, poiché la luce che emanava da essa era tanto intensa da uguagliare quasi quella del Sole per la Terra in un brevissimo giorno d'inverno, naturalmente sempre per il senso visivo dell'occhio materiale umano, e quindi a Raffaele non rimase altro da fare che collocare subito la pietra luminosa al posto destinatole. Da quel posto la luce intensissima della pietra si espandeva tutto intorno in maniera tale da poter distinguere minuziosamente ogni cosa, anche la più lontana.

9. Che tanto Zinca con il suo seguito e del tutto particolarmente Zorel osassero appena tirare il fiato per la grande meraviglia, è cosa facilmente comprensibile. Zorel faceva sforzi immensi per trarre dalla sua ragione e dal suo intelletto una qualsiasi spiegazione, ma tutto era inutile, perché in questo caso - secondo i suoi concetti ancora molto legati agli stereotipo-matematici - nei fenomeni del trasporto rapidissimo della pietra e del suo intensissimo splendore, venivano ad opporglisi logicamente delle impossibilità alle quali la sua esperienza e la sua scienza non potevano estorcere alcuna vittoria. È da notare che egli era stato diverse volte con le sue schiave in Egitto, ed una volta anzi si era spinto ad un paio di giornate di viaggio oltre le cascate. Per conseguenza la distanza delle regioni dell'alto Egitto non gli era del tutto sconosciuta, poiché per giungere con dei buoni cammelli fino alle cascate aveva impiegato all’incirca dalle cinque alle sei settimane di viaggio.

10. Secondo il suo calcolo, un uragano avrebbe dovuto impiegare tre giornate per compiere quel percorso mentre una freccia una mezza giornata. Quale velocità doveva dunque avere avuto nel suo movimento il giovinetto, per percorrere in pochi istanti una distanza certo per lo meno tre volte più lunga? Era il giovinetto forse uno spirito? Ed allora come mai poteva portare una cosa materiale, e come mai la materia, anche al suo più alto grado di durezza, poteva venire protetta dalla distruzione se si considera la formidabile pressione dell'aria? Questo non aveva riscontro nelle leggi naturali. A ciò bisognava aggiungere l'intensissima luce simile a quella del Sole ma del tutto priva di calore; anche questo non andava! Nessuna esperienza aveva mai fino allora condotto alla scoperta di qualcosa di simile ad eccezione del legno fradicio, la cui luce però è un semplice chiarore tanto languido che anche di notte, perfino nella sua massima intensità, può appena appena paragonarsi al chiarore delle lucciole!

11. In questa maniera il nostro Zorel continuò a rimuginare per qualche tempo, e poi disse a Cornelio ed a Zinca: «Questo sì che si può chiamare un vero miracolo, perché una cosa simile non si è mai verificata sulla Terra! Che specie di pietra può essere questa? Dai più remoti tempi fino ad oggi non se ne è mai scoperta una simile! E quale immenso valore dovrebbe essa rappresentare per un imperatore o per un re, ammesso sempre che col tempo non perda la sua luminosità? Lungo l'estesissima costa africana, anche molto al di là delle colonne d'Ercole, fino alle regioni dove le propaggini dell'alto Atlante vengono lambite dall'oceano Atlantico, si osservano bensì nell'estate avanzata qua e là delle pietre bianchissime che a certe ore della notte emanano una luce molto forte, ma il loro chiarore non dura a lungo e, portandole in un luogo asciutto, perdono ben presto la loro luminosità, e perciò non hanno più alcun valore. Ma riguardo a questa pietra qui, la cosa sembra essere invece del tutto speciale! Essa certo non perderà mai più il suo splendore, e per conseguenza dovrebbe avere un valore inestimabile!»

12. Dice Cornelio: «Non soltanto a causa del suo splendore, quanto piuttosto considerando il mezzo con cui questa pietra è stata portata qui! Ma ora lasciamo stare questo argomento; già domani in pieno giorno potremo esaminarla più facilmente di oggi e farcene un giudizio, perché di giorno i nostri occhi, per effetto della luce solare, saranno meno sensibili che non appunto ora, cioè in questa notte fitta nella quale le nuvole sembrano promettere una pioggia benefica ed abbondante in tutta la regione. Ora però stiamo tranquilli, perché il Signore darà inizio a quello che Egli ci ha promesso laggiù a mensa!»

13. Zorel si dichiara d'accordo su ciò e si accinge quindi a prestare tutta l'attenzione possibile.

14. Ma a questo punto Ouran si avvicina a Me, e dice: «Signore, che cosa succederà domani di questa pietra? Conserverà per sempre la sua luce?»

15. Gli dico Io: «Con questa domanda tu hai in un certo qual modo esternato il desiderio di possederla tu per ornare la tua corona. Ma questa cosa non va, perché per la conquista di questa pietra potrebbero scoppiare guerre accanite e devastatrici; perciò domani il Mio angelo la riporterà là da dove egli l’ha tolta, e ogni pretesto per una contesa è con ciò evitato per sempre»

16. Ouran accetta completamente questa decisione e ritorna al suo posto.

17. Tuttavia Cirenio a sua volta chiede: «Signore! Eppure, volendone far dono all'imperatore, questa pietra luminosa produrrebbe certo un effetto grandissimo»

18. Ed Io rispondo: «Senza alcun dubbio, ma alla fine, a causa del suo enorme valore, anche lì la sua luce non farebbe che fomentare la guerra, e questa sarebbe una grave sciagura; alcuni granelli tu li potrai certo ottenere, ma non la pietra intera»

19. Dice Cirenio: «Ma come e in quale modo dunque deriva a questa pietra la sua proprietà luminosa? Qual è il suo nome?»

20. Dico Io: «Queste pietre non appartengono veramente alla Terra, ma sono prodotti naturali del grande corpo solare. Ora, nel grande corpo solare hanno luogo ogni tanto delle formidabili eruzioni di una violenza assolutamente inconcepibile per voi, che trascinano spesso tali pietre e le proiettano con forza immensa negli spazi della Creazione. E qui tu ne hai un esemplare!

21. Il loro splendore deriva puramente dalla loro superficie tanto perfettamente levigata che tu non potresti fartene un'idea; su questa superficie si raccoglie costantemente in grande quantità il fuoco del lampo, il quale appunto fa in modo che gli spiriti, costretti nella materia oltremodo dura, vengano mantenuti in un’incessante attività. Oltre a ciò questa pietra è trasparente in sommo grado, e quindi qualunque attività degli spiriti, per quanto internamente si svolga, si manifesta fattivamente con tutta facilità nel fenomeno esteriore della luminosità, la quale viene naturalmente aumentata in alto grado all'esterno dall'attività degli spiriti dell'aria che scivolano e scorrono con grande rapidità sulla superficie sommamente liscia della sfera.

22. Queste pietre però sul Sole non si riscontrano con questo aspetto allo stato naturale, ma vengono invece preparate e ridotte così artificialmente per mano degli abitanti del Sole. In quanto alla forma, per la maggior parte vengono trovate già così rotonde in vicinanza delle grandi acque, e traggono sempre origine da eruzioni. In tali occasioni vengono lanciati fuori, a grandi distanze nell'etere che riempie lo spazio, degli elementi minerali fusi al più alto grado, i quali assumono sempre, nello spazio libero, la forma rotonda di una goccia a causa della legge centripeta insita in ogni materia, che cerca e tende sempre a raggiungere il proprio centro.

23. La ricaduta di queste gocce, che possono essere di dimensioni molto differenti e che solidificandosi diventano globi, dura spesso giorni, settimane o mesi, e per quelle più grandi non di rado anche molti anni, a seconda che esse siano state lanciate più o meno lontano dal Sole. Ora, qualcuno di questi globi cade sui monti e sulle rocce dello stesso Sole e va in frantumi; molti invece cadono nelle grandi acque, rimangono intatti e vengono poi ripescati con facilità dagli abitanti del Sole, dato che tali abitanti possono restare immersi agevolmente spesso anche per delle ore intere sott'acqua e lavorare sul fondo del mare come sulla terra asciutta, e ciò tanto più facilmente perché essi, accanto a questa loro proprietà quasi anfibia, possiedono degli strumenti ingegnosissimi per l’immersione.

24. Quando una grande abitazione sul Sole è provvista a sufficienza di queste sfere, allora esse, malgrado abbiano già per loro natura una superficie estremamente liscia, vengono maggiormente pulite e levigate con ogni possibile arte e con tutta diligenza, e ciò fino al punto in cui incominciano a rilucere con la levigatura. Una volta che la levigatura ha raggiunto questo grado, esse vengono poste come globi luminosi su colonne appositamente erette nei lunghi corridoi sotterranei a forma di catacombe, i quali sono molto frequenti sul Sole e sono percorsi sempre da forti correnti d'aria, e così esse illuminano più che a sufficienza questi corridoi sotterranei, servendo nello stesso tempo da particolare ornamento, il quale, specialmente sul mondo solare, è tenuto in gran conto. Sul Sole una comunissima abitazione è non di rado assai più fregiata e adorna - particolarmente nel suo interno - che il Tempio di Salomone a Gerusalemme. E così si può anche immaginare che gli abitanti del Sole, specialmente quelli della zona mediana, mettono ogni cura possibile nell'ornamento dei loro corridoi sotterranei.

25. Tuttavia noi non ci siamo radunati qui per intrattenerci sulle cose del grande mondo solare, ma per il rafforzamento della vostra fede e della vostra volontà. E per raggiungere questo scopo ci vuole ben altro che una descrizione, per quanto precisa ed esauriente, di quel mondo»

26. Domanda allora Cirenio: «Signore! Ma se questa sfera luminosa è tanto più compatta e dura del diamante, come si potranno staccare dalla sua superficie i singoli granelli che tanto mi starebbe a cuore conservare per ricordarmi di questa serata?»

27. Dico Io: «Tu pensi talvolta ancora molto materialmente! Là da dove proviene questa sfera luminosa, ve ne sono ancora altre in quantità, ed esse si trovano sia in Africa che sul Sole stesso; comunque per il mio angelo ogni luogo è ugualmente distante. Certo da questa sfera luminosa nessun mortale potrà mai staccare qualche granello senza distruggerla, e anche se volesse e potesse farlo, succederebbe che, distruggendola, i pezzetti ricavati perderebbero presto la proprietà luminosa, mentre le piccole palline prelevate in Africa o sul Sole conserveranno anche in seguito la loro luminosità. Ma ora mettiamo sul serio fine a questo argomento!».

 

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Cap. 90

Anima e corpo.

 

1. (Il Signore:) «Passiamo dunque subito a qualcos'altro. Zorel e tu, Zinca, avvicinatevi ora un po’ di più a Me, e diteMi: “Che cosa desiderereste ancora vedere e sapere innanzitutto?”»

2. Ambedue i chiamati allora si avvicinano, e Zinca dice: «Signore! Per uomini della nostra specie ancora molto imperfetti, questa è una domanda cui è assai difficile rispondere! Infatti, noi vorremmo vedere e apprendere ancora molte cose, perché ci resta ancora molto da vedere e da sapere, nonostante le diverse cose da noi già viste e apprese. Ma che cosa sia per noi il più necessario fra tutto questo infinito, è una domanda del tutto diversa, alla quale noi non siamo in grado di rispondere appunto perché siamo ancora ben lontani dal conoscere ciò che effettivamente ci sarebbe anzitutto necessario. Tu però, o Signore, sai con precisione quello che ci necessita veramente prima di ogni altra cosa! Perciò fa Tu, senza una nostra richiesta, secondo come Te lo dettano il Tuo infinito Amore e la Tua infinita Sapienza, ed allora ognuno di noi certo vedrà, udrà e sentirà quello che è più confacente per lui»

3. Dico Io: «Ebbene sia! Allora vedrò Io cosa ci sarà da fare adesso. Io ritengo che una nozione giusta e fedele della sopravvivenza dell'anima dopo la morte del corpo dovrebbe pur essere per tutti voi una questione della massima importanza e necessità! Per conseguenza noi passeremo ad esaminarla un po' più da vicino.

4. Più volte vi ho già descritto in che cosa consista veramente la morte del corpo, in quali diverse maniere essa possa verificarsi e quali siano e debbano esserne le conseguenze riguardo all'anima e allo spirito. Ma se Io volessi spiegarvi ciò con lunghe frasi teoriche, non ne verremmo a capo nemmeno in un anno intero. Io dunque vi mostrerò la cosa in modo che possiate riconoscerla a fondo e senz'altro comprenderla.

5. Tuttavia, prima di passare al vero argomento, devo fare precedere una spiegazione sul legame che intercorre fra l'anima e il corpo.

6. E dunque ascoltateMi: l'anima, quale un miscuglio e una composizione di elementi che si afferrano l'un l'altro, è in tutto e per tutto di natura eterico-sostanziale. Ma poiché anche il corpo, nella sua costituzione, in fondo racchiude in sé l’eterico-sostanziale, esso è dunque affine all'essenza sostanziale dell'anima. E questa affinità è propriamente ciò che unisce l'anima col corpo, fino a quando, nel tempo, il corpo non sia troppo mutato in qualcosa di puramente materiale. Quando ciò avviene, allora il corpo ha un'affinità troppo scarsa con l’essenza costitutiva animica, anzi spesso non ne ha più affatto. E anche quando esiste ancora una certa affinità, è solo mediante il processo di putrefazione che la parte affine può essere separata dal corpo e ricondotta, nell'aldilà, all’anima per così dire nuda.

7. Se l'anima stessa ha infine assimilato troppo dell'elemento materiale dal proprio corpo, allora la morte del corpo raggiunge anche l'anima, ed essa deve allora partecipare al processo di decomposizione assieme al corpo e può ridestarsi soltanto dopo un periodo di parecchi anni terrestri, naturalmente imperfetta in sommo grado. In questo caso le riesce assai difficile innalzarsi ad una luce superiore, perché tutto le appare come una cosa oscura e terrena in cui c'è poca vita e molte tenebre.

8. Di un risveglio dello spirito in essa non è nemmeno lontanamente il caso di parlarne, finché il tempo, il bisogno e ogni tipo di umiliazioni non abbiano separato ed espulso dall'anima l'elemento mondano-tenebroso e grossolano-sostanziale, oppure, per così dire, corporeo-sostanziale. Ma tale procedimento si compie nell'aldilà molto più difficilmente che su questa Terra, perché l'anima deve rimanere nell'altra vita per lungo tempo isolata a sé, in modo che - nel suo stato di eccessiva nudità e nel suo essere, ancora in un certo qual modo priva di pelle e di veste - non venga inghiottita o distrutta e consunta come una goccia d'acqua sul ferro rovente da un eventuale altro essere in pieno vigore e colmo del fuoco vitale superiore. Infatti, per ogni anima ancora molto imperfetta in rapporto ad uno spirito già perfetto, vale quello che Io dissi un giorno a Mosè quando egli chiese di poterMi vedere: “Tu non puoi vedere Dio e vivere!”.

9. Quanto più altamente potenziata una vita giunge ad essere in se stessa, tanto più vigorosa, possente e poderosa si trova ad essere in sé. E ogni vita che si trova ancora ad un livello molto basso, non potrà rimanere stabile di fronte ad una vita potenziata, se non a certe distanze. Che cos'è un moscerino in confronto ad un elefante? E che cos’è una mosca in confronto ad un leone? Cos'è una tenerissima pianticella di muschio al paragone di un cedro del Libano vecchio di parecchi secoli? E che cos’è questa Terra di fronte al Sole immenso, e cosa una goccia d'acqua rispetto ad un fuoco potente? Se uno di voi monta sopra ad un elefante, non gli causerà certo niente di male, ma se invece monta su una formica, allora per la vita naturale della formica è del tutto finita.

10. Ora quello che già nella natura esteriore è così evidente da potersi toccare con mano, tanto più si riscontra, sviluppato e ben definito, nel regno degli spiriti. In ogni vita già esistente a sé, c'è il bisogno insaziabile di raccogliere in sé vita sempre in quantità maggiore; però il principio dell'unificazione è, in ultima analisi, l'amore. Se questo principio non fosse prima di ogni altra cosa insito nella vita, allora non esisterebbe nello spazio infinito né un sole qualsiasi né una terra, e nemmeno nessuna creatura su di essa e dentro di essa.

11. Ma siccome nella vita stessa esiste invece il principio dell'unificazione vitale ed ogni vita libera tende incessantemente a riunirsi ad altre vite simili ed affini ad essa, così da molte vite ed intelligenze singole sorgono, infine, una vita sola ed una intelligenza potenziata che arriva ad abbracciare perciò un campo molto più vasto, e avviene che da diversi esseri inferiori provvisti di scarsa ragione ne risulta un essere dotato di molta ragione e di molto intelletto».

 

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Cap. 91

La continuazione della educazione delle povere anime nell'aldilà

 

1. (Il Signore:) «Se dunque, secondo questo principio immutabile e più che necessario per l'essere e per la vita, una cosiddetta anima povera e nuda si incontrasse nell'aldilà immediatamente con uno spirito, come ad esempio il nostro Raffaele, essa verrebbe subito assorbita da lui nello stesso modo come il mare ingoia una singola goccia d'acqua. Perciò è stato disposto da Me, in tutto l'infinito, che una vita piccola, debole e ancora molto nuda e sciocca venga sempre messa nella situazione di trovarsi come isolata a sé e che ad essa si possano avvicinare soltanto quelle potenze vitali che non siano, sotto nessun aspetto, molto più forti della vita esistente singolarmente a sé nel suo isolamento e nella sua nudità.

2. Potenze vitali di questo genere non si possono assorbire reciprocamente perché le singole individualità sono, per quanto riguarda la forza e la consistenza, quasi uguali. Ciononostante esse formano delle unioni fra loro, e tengono anche consiglio dal quale però non può mai risultare qualcosa di molto proficuo, perché la sapienza di ciascuno di tali singoli esseri è quasi perfettamente uguale a quella dell'altro. Immaginatevi una adunanza alla quale prendessero parte soltanto uomini sciocchissimi i quali volessero deliberare qualcosa di molto saggio per realizzarlo poi con forze riunite; cosa mai potrebbe risultare di buono dalle loro deliberazioni e dai loro consigli? Nient’altro che sciocchezze!

3. Noi abbiamo tuttora, su questa Terra e in particolare sulle sue isole, dei popoli che abitano indisturbati le loro isole fino dai tempi di Adamo; essi sono discendenti di Caino, e si trovano oggi ancora allo stesso grado di cultura di 2000 anni fa. Ebbene, perché non hanno fatto il minimo progresso nella loro cultura, anzi piuttosto un regresso, malgrado tutte le loro adunanze? Perché il più sapiente di loro è più ottuso e più cieco di quanto lo sia in questo paese il più ignorante guardiano di porci. Se dunque già il sapiente non sa nulla, cosa possono sapere poi gli altri che si rivolgono a lui per un consiglio?

4. Qui naturalmente si domanderà e si dirà: “Ma per quale motivo Dio non ha mandato a questi popoli nessun profeta colmo del Suo Spirito?”. Ed eccoci arrivati appunto alla questione principale!

5. In questi popoli dimorano anime ancora troppo immature e nude; una rivelazione superiore le ingoierebbe e le costringerebbe in un giudizio, come in una corazza, dal quale non sarebbe mai più possibile liberarle; la più sublime e pura verità verrebbe trasformata da essi nella più grossolana superstizione, ed in questa si stabilizzerebbero in modo tale che alla fine neppure Io stesso potrei più redimerli con nessun mezzo.

6. Perciò è necessario che essi rimangano così come sono ancora per un migliaio d'anni. Solo dopo questo tempo riceveranno la visita di persone deste soltanto nell’intelletto, dalle quali però essi non avranno ancora neppure lontanamente dei veri insegnamenti, ma soltanto qualche esempio un po' atto a risvegliarli. Per conseguenza ogni tanto bisognerà, intensificandole nel tempo, procurare loro delle sorprese di tal genere per il loro risveglio. Quando questo procedimento avrà avuto luogo in questo modo per un paio di secoli, tali popoli nudi verranno vestiti un po' più nel corpo e nell'anima, e solo così risulteranno gradatamente maturi per una rivelazione superiore.

7. Ed appunto in un modo simile, anzi con maggiore fatica, procede nell'aldilà l'educazione e il perfezionamento vitale di un'anima naturale del tutto nuda; essa deve venire lasciata isolata a sé nella massima assenza di luce finché, spinta dalla propria miseria, non si scuota dal suo letargo ancora più che semi-materiale e cominci così a concepire nel suo cuore dei pensieri più determinati di qualsiasi genere.

8. E come i pensieri vanno assumendo un'impronta sempre più marcata e dei contorni sempre più precisi, in una tale anima inizia leggermente ad albeggiare, ed essa viene ad ottenere una base su cui poter posarsi un po’ e anche muoversi progressivamente entro limiti ristretti. Questo muoversi di qua e di là corrisponde al passaggio da un pensiero all'altro e da una sensazione all'altra. Ciò costituisce un atto del cercare, e al cercare deve seguire anche il trovare, poiché altrimenti, se chi cerca restasse troppo a lungo senza trovare nulla, dovrebbe infine indebolirsi in seguito alle sue vane fatiche e quindi ricadere nell'antico letargo.

9. Ma dopo che l'anima, la quale comincia a cercare ansiosamente, trova anche una cosa qualsiasi, ciò le dà nuovo e maggiore impulso ad ulteriori e più zelanti ricerche e investigazioni, e se poi giunge a trovare tracce dell'esistenza del suo simile, allora gli dà la caccia come un segugio e non si ferma prima di aver trovato una minima cosa che testimoni almeno la vicina esistenza di un proprio simile.

10. Grazie a questo cercare sempre più potenziato essa diventa anche più matura, e cerca di saziarsi di tutto quanto può trovare, come per caso, per incrementare l'involucro del proprio corpo animico-sostanziale; qua e là essa trova qualcosa, per quanto ancora molto scarso, per riempirsi lo stomaco e spegnere la sua sete spesso ardente, poiché una volta che in un'anima la bramosia si accentua in seguito al fuoco vitale interiore costantemente crescente, c'è sempre pronto anche un di più per il quale nell'anima si desta qualche bisogno».

 

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Cap. 92

Il modo di guidare le anime sia nell’aldiquà che nell'aldilà

 

1. (Il Signore:) «In questo caso, da parte di uno spirito il quale per così dire guida e dirige un'anima simile da una certa distanza, devono venire usate le maggiori precauzioni affinché sul sentiero delle ricerche essa trovi solamente quello che può farla progredire nel suo perfezionamento della vita.

2. Solo con l'andare del tempo le deve essere consentito di trovare un'altra anima simile a lei, e che sia oppressa da necessità quasi uguali, con la quale essa entra poi subito in rapporto, naturalmente sempre nel limite di questa sua condizione, così come può accadere in questo mondo a due uomini perseguitati dallo stesso destino; essi infatti si interrogano reciprocamente, si compiangono l'un l'altro, e piano piano cominciano a consultarsi e a consigliarsi su cosa bisognerebbe fare per rendere la loro sorte più sopportabile.

3. Per quanto riguarda invece il modo di guidare le anime nell’aldilà, è opportuno ben considerare il fatto che la seconda anima deve avere una somiglianza soltanto “apparente” con la prima che è appena uscita dal perfetto isolamento, poiché altrimenti si verificherebbe il caso del cieco che guida un altro cieco; se fossero appunto simili, è fin troppo chiaro che entrambe cadrebbero nella medesima fossa, ed allora si troverebbero in una condizione peggiore di prima, quando cioè si trovavano nel periodo d'isolamento.

4. L’uomo-spirito in sé perfetto, che si è imbattuto come per caso nella giovane anima alla ricerca, deve badare bene a non lasciare trasparire niente della sua perfezione, ma da principio deve invece essere in tutto e per tutto quello stesso che è la giovane anima. Se questa ride, rida allora con essa; e se piange, pianga egli pure! Soltanto nel caso in cui l'anima si irritasse a causa del proprio destino e desse in escandescenze ed imprecasse, allora lo spirito non faccia certo altrettanto, ma si comporti da principio come se fosse egli stesso un po' disgustato della sua sorte “apparentemente” simile; faccia però sempre la parte dell'indifferente, per il quale ormai è lo stesso che le cose vadano in un modo o nell'altro, e se proprio le cose non possono diventare migliori, allora che continuino pure ad andare come vogliono! In tal modo la giovane anima diventa più malleabile, e si accontenterà dell'eventuale piccolo vantaggio che nuovamente le sarà stato permesso di trovare.

5. Quando un'anima simile ha poi trovato un posticino nell'aldilà, che vi venga lasciata finché essa stessa non senta in sé il bisogno di migliorare la sua sorte, poiché le anime di questa specie assomigliano qui a quegli uomini che si dimostrano perfettamente soddisfatti anche di una piccolissima proprietà, purché essa renda quel tanto che basti loro per vivere sia pure miseramente. Ogni altra cosa più nobile, più perfetta e in generale migliore non interessa loro perché non ne hanno alcuna brama, e quindi anche non se ne curano affatto. Cosa importa loro del complicato e grandioso compito di un imperatore o di un qualche comandante di eserciti? Basta soltanto che abbiano qualcosa da mangiare e siano lasciati in una beata quiete, allora essi sono felicissimi e non desiderano più nulla di meglio per l’eternità.

6. Appunto non altrimenti stanno le cose in un secondo stadio riguardo ad un'anima che, come già detto, è uscita dal suo isolamento e alla quale, grazie alle proprie fatiche, è stato provvisto in un modo da farle considerare tollerabile la sua condizione, e che non si cura più affatto di altro, anzi ne prova timore e avversione, perché essa aborre tutto quanto potrebbe causarle una qualche fatica.

7. Noi abbiamo dunque fatto in modo che un'anima nell'aldilà trovi ad esempio servizio presso gente discretamente buona che le procura ciò che le è strettamente necessario, oppure facendole ottenere come sua proprietà, anzi trovare come un bene abbandonato, una casetta con un frutteto abbastanza fornito, un paio di capre da latte ed eventualmente anche un servitore ed una serva; giunte le cose a questo punto, lo spirito-guida non ha per il momento altro da fare che lasciare una simile anima per un certo tempo del tutto indisturbata nella sua proprietà.

8. È bene anche che lo spirito si allontani da essa, e faccia come se egli stesso andasse in cerca di qualcosa di meglio; poi ritorni e racconti di averlo trovato ma che è molto più difficile ottenerlo, perché per guadagnarselo ci vogliono molta fatica e molto lavoro! L'anima allora domanderà sicuramente in che cosa consista la fatica e il lavoro. E la guida glielo spieghi. Se l'anima si dimostra ben disposta, allora la conduca al nuovo lavoro; diversamente la lasci pure dove si trova, provveda però a fare in modo che il frutteto dia un rendimento sempre più magro ed alla fine non sia nemmeno più sufficiente alla minima necessità!

9. L'anima inizierà allora ad usare ogni diligenza per portare il giardino ad un rendimento più abbondante, ma la guida non dovrà permettere che essa raggiunga il suo intento, e farà invece in modo che si persuada infine dell'inutilità di tutte le sue fatiche e che esprima il desiderio di abbandonare l'intera proprietà per assumere invece un servizio che le garantisca un sostentamento passabile, senza che si debba impiegare maggior fatica e lavoro.

10. Qualora un'anima abbia espresso un desiderio simile in modo abbastanza vivo, la si guidi ulteriormente e la si collochi in un servizio congiunto a molto lavoro. Dopo ciò la guida l'abbandoni di nuovo con qualche pretesto, come se anche lei avesse ottenuto in qualche altro luogo un servizio certo molto gravoso, ma d'altra parte abbastanza vantaggioso. All'anima viene dunque ora assegnato il lavoro al quale dovrà accudire nel modo più esatto. Si veda di inculcarle e di metterle a cuore che ogni negligenza sarebbe punita con una corrispondente detrazione dalla ricompensa pattuita, mentre una spontanea prestazione superiore al pattuito verrebbe invece remunerata generosamente.

11. Ora, o l'anima adempierà puntualmente il lavoro pattuito e farà anche dipiù, oppure essa lo troverà troppo arduo e faticoso, diverrà pigra e ricadrà perciò in una miseria ancora maggiore. Nel primo caso essa venga promossa ad una condizione più libera, in cui le sia offerta l’occasione di pensare e di sentire di più. Nel secondo caso, invece, la guida l'abbandoni ad una miseria molto grande, le faccia far ritorno alla magra proprietà che aveva prima, e le faccia trovare là ben poco e che sia anche ben lontano dall'esserle sufficiente.

12. Dopo qualche tempo, quando sia subentrato uno stato di squallore e di grande miseria, si ripresenti la guida - ora però sotto un aspetto molto migliore di prima e già quale padrona e proprietaria essa stessa di molti beni - e domandi all'anima come sia potuto venirle in mente di trascurare in tal modo il servizio precedentemente procuratole che era pieno di buone prospettive per l'avvenire. Al che l'anima risponderà scusandosi e adducendo a pretesto la fatica spossante e troppo grande per le sue forze; a questo punto però le si dimostri come la fatica e lo sforzo siano ancora maggiori su quel suo piccolo e magrissimo podere, pur non essendovi alcuna probabilità di arrivare mai ad un risultato corrispondente neppure alle minime necessità.

13. In questo modo si induce un'anima di questo genere a rinsavire; essa accetterà poi nuovamente un servizio e farà certo meglio di prima. Se essa fa bene, allora la si aiuti dopo breve tempo a progredire un po’, ma si deve continuare ancora a lasciarla al suo sentimento di non essere ancora morta corporalmente. Infatti, le anime materiali per lungo tempo non si accorgono di essere trapassate, e devono anzitutto venirne informate nel modo più adeguato. Il venirne a conoscenza diventa per loro sopportabile soltanto quando esse - quali anime del tutto nude - siano progredite fino al punto da avere raggiunto una consistenza per così dire corporale-animica, già ricoperta da una buona veste. In un simile stato più solido esse sono poi anche accessibili a qualche piccola rivelazione, perché il germe dello spirito in loro inizia già a dare segni di vita.

14. Una volta che un'anima è progredita così da intendere e da essere convinta che essa si trova nel regno degli spiriti, e che solo da questo punto in poi la sua sorte eterna dipende esclusivamente da se stessa, allora le venga indicata l'unica vera via dell'amore per Me e per il prossimo, che essa deve percorrere di sua volontà perfettamente libera e per propria autodeterminazione altrettanto perfettamente libera!

15. Dopo averla informata di tutto questo, nonché di quanto, in ogni caso e con tutta certezza, essa ha davanti a sé di raggiungibile, allora la guida l'abbandoni di nuovo e ritorni solamente quando l'anima lo richiede con la massima serietà nel proprio cuore. Se questa invocazione non avviene, allora è segno che essa segue senz’altro la retta via; se invece essa ha deviato e si è incamminata per un cattivo sentiero, la guida la faccia ricadere in uno stato di miseria corrispondente all'entità della deviazione. Se l'anima si accorge poi del suo errore ed invoca a sé la guida, vada da lei e le dimostri l'assoluta inutilità delle sue fatiche e dei suoi sforzi.

16. Qualora dopo ciò essa nutra il desiderio di emendarsi nuovamente, la riconduca un'altra volta ad un servizio, e se vi compie il proprio dovere, la faccia nuovamente promuovere, non però così presto come la prima volta, perché altrimenti ricadrebbe facilmente nel suo vecchio letargo materiale dal quale sarebbe molto più difficile liberarla che non la prima volta; e questo per la ragione che ad ogni ricaduta essa si indurisce sempre di più come un albero durante lo sviluppo, che di anno in anno diventa più difficile da piegarsi rispetto ai primi periodi di crescita».

 

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Cap. 93

Il progresso dell’anima sulla Terra e nell’aldilà

 

1. (Il Signore:) «Si intende naturalmente da sé che qui non si tratta di singoli casi particolari, ma di una norma fondamentale da osservarsi nella guida di un'anima tanto in questo mondo quanto specialissimamente nell'altro mondo, allo scopo di sollevarla dalla materialità che le limita la vita.

2. Si presenta inoltre una quantità innumerevole di varianti, di cui ciascuna va trattata in modo un po' differente; ma nonostante tutto ciò deve pur esservi una norma generale alla quale devono infine ispirarsi tutte le altre, come avviene col suolo terrestre che deve venire fecondato dalla pioggia affinché il seme sparso possa iniziare a germogliare. In quale modo poi le differenti qualità di semi che riposano nel terreno in attesa di venire vivificate, riescano ad assimilare dalla goccia di pioggia l'elemento loro confacente, questa è una cosa che è rimessa all'intelligenza particolare degli spiriti che dimorano nei germi e che sanno curare molto bene le faccende di casa loro.

3. Io vi dico questo perché comprendiate quanto difficile e faticoso proceda nell'aldilà il cammino sulla via del perfezionamento della vita interiore, e quanto facile e libero sia invece qui, dove l'anima è ancora rivestita dal corpo materiale nel quale essa può deporre direttamente ogni materialità che è presente in lei, come e quando mai lo voglia. Ma nell'altro mondo non è tanto facile che la cosa sia possibile, appunto perché l'anima non ha più il suo corpo materiale, e con i suoi piedi non cammina più come prima, come scivolando, su un terreno materiale, ma sopra un terreno spirituale tratto dai propri pensieri e dalle proprie idee, il quale però non è affatto idoneo ad accogliere quanto di materiale viene eliminato dall'anima e a seppellirlo in sé per l'eternità.

4. Infatti, riguardo a quanto cade fuori dall'anima sul proprio terreno, vale quasi il paragone con chi prendesse una pietra e la volesse lanciare via del tutto da questa Terra, nello spazio infinito. Certo, chi possedesse una forza tale da poter lanciare una pietra in alto o da gettarla oltre questa Terra con una velocità 30.000 volte superiore a quella di una freccia, costui senza alcun dubbio allontanerebbe così tanto la pietra dalla Terra che mai più essa potrebbe ricadervi; ma qualunque altra velocità inferiore non otterrebbe mai un simile risultato. Essa spingerebbe certo la pietra ad una distanza più o meno grande dalla Terra, però considerando che la forza di eiezione trasmessa alla pietra diverrebbe poi minore e necessariamente più debole in seguito all'incessante forza di attrazione della Terra che ha un ben esteso raggio d'azione, la pietra farebbe di nuovo ritorno e ricadrebbe a precipizio sul suolo terrestre.

5. Ed ecco, appunto così stanno le cose nell'aldilà riguardo ai residui materiali peccaminosi che restano ancora aderenti all'anima; se anche l'anima li allontana da sé e li getta via sul terreno del proprio mondo, questa fatica le giova poco, anzi talvolta nulla affatto, poiché il suolo sul quale l'anima sta e si muove nel mondo degli spiriti è appunto cosa altrettanto assolutamente sua propria quanto lo è, considerato terrenamente, la forza di attrazione di questa Terra, la quale forza, per quanto anche lontana possa arrivare, è e rimane comunque una parte della Terra, di cui nemmeno un atomo può venire staccato.

6. Dunque, se l'anima nell'aldilà vuole allontanare da sé tutto l'elemento grossolano e materiale, si rende necessario l'intervento in lei di una forza superiore, e questa è la forza che risiede nella Mia Parola e nel Mio Nome! Infatti, è riportata la Parola di Dio come è uscita dalla Bocca di Dio: “Dinanzi al Tuo Nome si piegheranno tutte le ginocchia nel Cielo, sulla Terra e sotto la Terra”, con questo sono da intendersi tutte le creature umane degli innumerevoli altri mondi nello spazio infinito della Creazione, perché nel Cielo abitano i figli di Dio già perfetti per l'eternità, e su questa Terra abitano - da notarsi bene - soltanto coloro che sono chiamati a diventare figli di Dio. Dal momento però che tale alto privilegio è concesso soltanto a questa Terra, è chiaro che, in quanto a dignità, essa dinanzi a Dio è al di sopra di tutti gli altri corpi mondiali; ne segue che quest’ultimi stanno moralmente al di sotto della Terra, dunque è ad essi, rispettivamente ai loro abitanti, che vanno riferite le parole “che abitano sotto la Terra”.

7. Così soltanto mediante la Mia Parola e il Mio Nome l'anima può venire interamente purificata. Ma questo nell'aldilà non avviene tanto facilmente come forse lo si potrebbe immaginare; a tale scopo si richiede una grande preparazione: l'anima deve essere prima esercitata a dovere in ogni possibile attività indipendente e deve avere acquisito in sé una forza ben considerevole prima di poter accogliere la Mia Parola, ed infine perfino il Mio Nome.

8. Una volta che l'anima sia giunta a questo punto, allora le riuscirà facile allontanare anche l'ultimo atomo materiale da tutto il suo ambito e in modo tale che non vi possa mai più ricadere in eterno. Il come e il perché vi verrà subito dimostrato!».

 

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Cap. 94

Lo sviluppo della vita animica.

 

1. Dice allora Cirenio, il quale aveva ascoltato tutto con la più intensa attenzione: «Signore! Io non posso proprio dire di non aver compreso, anzi mi è discretamente tutto chiaro; soltanto ho l'impressione come se un giorno o l'altro su questa Terra tutto questo potesse sembrarmi nuovamente oscuro! E ciò mi renderebbe allora infelice, poiché tutto quanto noi abbiamo appreso ora dalla Tua santa Bocca è certo un po' troppo al di sopra perfino del più sveglio intelletto umano! Per conseguenza un piccolo chiarimento supplementare su qualche punto forse non sarebbe da considerare superfluo!»

2. Gli dico Io: «Amico, voi romani avete un bellissimo proverbio che suona pressappoco come segue: “Longum iter per praecepta, brevis et efficax per exempla” (La via attraverso gli insegnamenti è lunga, ma quella degli esempi è breve ed efficace). Vedi, questo proverbio lo si può applicare molto bene anche qui. Aspetta gli esempi che seguiranno più tardi e che Io vi mostrerò in modo meraviglioso! Questi ti illumineranno là dove attualmente ci vedi ancora poco chiaro; però la parte assolutamente pura della cosa potrai apprenderla solo quando il puro Spirito della Verità eterna sarà sceso su di voi e vi guiderà in ogni verità dei Cieli e di tutti i mondi.

3. Non ti sei accorto che già nella Natura stessa vige una legge sola e regolare per lo sviluppo di tutte le piante e degli animali?

4. Vedi, tutte le piante crescono e si moltiplicano dall'interno all'esterno; esse attraggono a sé, fuori dagli umori della Terra, le sostanze a loro confacenti, ed infine, dopo che queste si sono purificate attraverso molte migliaia di canali e canaletti, le assimilano in se stesse, ovvero nella loro vita.

5. Gli animali, alla fin fine, attingono il loro alimento alla medesima fonte, soltanto che questo, sia nell'organismo delle piante che nella carne già molto più raffinata delle categorie inferiori di animali, è già prima molto più purificato che non nell’humus originale della Terra.

6. L'uomo, infine, si nutre degli elementi più raffinati e puri tanto del regno vegetale quanto di quello animale. Fieno, erba e paglia non lo nutrono più. Delle piante egli adopera principalmente il grano, e degli alberi i frutti più nobili e più dolci; degli animali egli prende per lo più soltanto quello che è generalmente riconosciuto come purissimo, e gli ripugna la carne di animali del tutto immondi.

7. Ma quante deviazioni, quante aberrazioni e vie traverse non si riscontrano nello sviluppo del regno vegetale ed animale già solo di questa Terra, e tuttavia ogni cosa perviene alla sua meta! Allo sguardo attento di un osservatore di tutti i fenomeni del mondo naturale non può sfuggire come una cosa sia continuamente necessaria all'altra e che l'una sussista per l'incremento e per l'ulteriore vivificazione dell'altra.

8. E così pure nel nostro caso la vita dell'anima deve essere filtrata dai diversi elementi della Natura. Dapprima essa è nell'etere; là si raccoglie con l'assimilarsi dell'uguale all'uguale, al simile e all'affine; con ciò diventa più pesante e si condensa anzitutto in se stessa nel suo proprio centro, diventa sempre più massiccia e allora diventa una sostanza vitale già più pesante e percettibile.

9. Quale aria essa si raccoglie nuovamente come prima nell'etere; nubi e nebbia ne sono il risultato, le quali si accumulano a loro volta, diventano gocce d'acqua e si riversano sulla Terra sotto forma di pioggia, di grandine, di neve o di rugiada ed, in certe regioni, sotto forma di nebbie permanenti e di precipitazioni umide dell'atmosfera.

10. L'acqua - quale elemento vitale di classe veramente ancora molto inferiore, però già superiore a quella dell'etere e dell'aria - è chiamata ora a servire, in davvero sotto molteplici aspetti, gli istituti di condensazione della vita di rango nuovamente superiore. Essa deve prima concorrere al rammollimento della vita più indurita o del tutto impietrita nella rozza materia e deve renderla atta a progredire e a venire accolta in sé, cioè nell'elemento acqueo; questo è un primo servizio.

11. Poi l'acqua deve cedere i suoi spiriti vitali o, per così dire, le sue particelle sostanziali-animiche alle piante, dopo che tali particelle si sono gradatamente sempre più sviluppate nelle piante in forme intelligenti già definite, esse vengono riaccolte dall'acqua e dall'aria nebbiosa, e l'acqua deve allora procurare loro altra sostanza per forme vitali nuove e più libere. In tal modo l'acqua serve sempre ancora nella sua sfera, quantunque da essa si separino in ogni istante miriadi su miriadi di minutissime particelle intelligenti di vita animica che diventano libere e sempre più indipendenti.

12. Ma la vita vegetale deve a sua volta assumere e sbrigare diversi servizi già più complicati. I servizi resi dall'acqua sono ancora molto semplici, mentre quelli delle piante, per favorire ulteriormente la vita, sono già molto più complessi se si considera anche soltanto una pianta fra le più semplici.

13. Ancora ben più svariate e più importanti sono le prestazioni per favorire la vita animica perfino negli animali più semplici delle classi inferiori, i quali sono i più vicini al regno vegetale. E così il servire diventa sempre più complicato quanto più alto è il grado della rispettiva forma vitale.

14. Una volta che la vita animica è passata interamente nella forma umana, allora il servire è la sua prima destinazione. Ora, svariati sono i servizi naturali che vengono assegnati ad ogni forma umana quale un “dovere assoluto”, ma accanto a questi vi sono poi anche innumerevoli servizi liberi, ed un numero ancora maggiore di servizi morali liberissimi che l'uomo viene chiamato a prestare. Quando egli ha disimpegnato in ogni tempo e in ogni campo le sue mansioni di fedele servitore, egli con ciò ha anche elevato se stesso alla perfezione suprema della vita. Ma questo succede ad alcuni uomini che già fin dalla nascita sono stati posti su un gradino superiore; riguardo ad altri invece, che come si usa dire stanno ancora quasi al livello degli animali, ciò non può verificarsi a questo mondo, e il loro sviluppo ed educazione avvengono solo nell'aldilà, sempre però seguendo la norma fondamentale del servire».

 

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Cap. 95

Lo scopo del servire.

 

1. (Il Signore:) «Mediante il servire, l'umiltà viene esercitata e promossa nel modo migliore; quanto più modesto appare spesso un servizio, tanto più idoneo esso è per il vero perfezionamento della vita. Però l'umiltà non è altro che un sempre maggiore e più intenso condensarsi della vita in se stessa, mentre l'orgoglio è un allentarsi costante, un disperdersi illimitato da tutte le parti, ed infine uno smarrirsi quasi totale della vita, la qual cosa noi chiameremo la seconda morte ovvero la morte spirituale.

2. Nell'orgoglio ha fine ogni servire, e per conseguenza anche ogni ulteriore sviluppo e perfezionamento della vita. Se il dominare orgoglioso sugli altri fosse stato posto a condizione dello sviluppo della vita, certo da parte Mia sarebbe stato stabilito un ordinamento in base al quale ciascuno avrebbe un qualche diritto illimitato a signoreggiare; però dato che una cosa tale sta invece in opposizione al Mio Ordine eterno, ogni uomo, ed anche angelo, deve adattarsi a servire per trovare infine proprio in questo servire, eternamente capace di estensione, la più grande delizia e la maggiore beatitudine.

3. Senza il servire non c’è effettivamente nessuna vita, né una sua stabile durata, nessuna felicità, né beatitudine, né amore, nessuna sapienza e nessuna gioia della vita, né in questo mondo né nell'altro; e chi si immagina un Cielo pieno di indolenza, di pigrizia e di oziosi godimenti, costui si sbaglia di grosso.

4. Infatti, agli spiriti beatissimi dei supremi Cieli è conferita una forza ed una potenza quasi uguali alla Mia, appunto per poter prestare a Me e a tutti gli uomini già qui, su questo mondo di prova della vita, servizi tanto più massicci. Altrimenti a che cosa servirebbe loro possedere una forza e una potenza addirittura creatrici? Occorre forse forza e sapienza per stare in ozio? Ma se la loro attività e le loro prestazioni sono già per questa Terra di un’importanza per voi indescrivibile, come non deve esserne appunto grande l'importanza per l'intero mondo degli spiriti e conseguentemente per tutto l'infinito?

5. E neppure Io sono venuto a voi per educarvi alla poltroneria e all'ozio, o per addestrarvi soltanto nell'agricoltura, nell'allevamento del bestiame o in altre cose simili, ma per fare di voi degli abili lavoratori per la grande vigna dei Cieli. La Dottrina che Io vi do tende, come prima cosa, a perfezionare con tutta verità voi stessi nella sfera della vostra vita interiore, e secondariamente poi ad offrire a voi, quali esseri perfezionati nella vita, la possibilità di essere già qui e specialmente un giorno nell'aldilà, nel Mio Regno, dei lavoratori capacissimi e robustissimi!

6. Se il Mio scopo finale non fosse questo, ed Io vi dicessi invece: “Basta che siate attivi qui; nell'aldilà poi, nel Mio Regno, voi potrete un giorno riposare completamente per tutte l'eternità facendo la vita dei nullafacenti e contemplando a bocca aperta tutte le meraviglie di Dio”, ebbene, se vi dicessi questo dovrei essere Io stesso più insensato del più insensato fra voi! Oh, sì, voi potrete certo ammirare in eterno la Magnificenza di Dio, mai però senza un'attività, poiché appunto nella vostra attività starà il moltiplicare le meraviglie dei Cieli e il renderle ancora più sublimi e divine!

7. Anzi, Io voglio che d'ora in poi siano i Miei figli a dare completa esecuzione a tutti i Miei pensieri e alle Mie idee, dapprima già qui a vantaggio dell'anima, del cuore e dello spirito dei vostri fratelli e sorelle, e poi nell'aldilà in tutte le grandi realtà dalla loro più interiore sfera di origine spirituale fino al loro massimo sviluppo materiale esteriore, e da qui nuovamente di ritorno ad una vita spirituale potenziata, perfetta, pura e indipendente. Ed a tale scopo, amici, sarà necessaria un'infinità di tempo, di pazienza e una grande attività, nonché una sapienza ed una forza altrettanto grandi e onnicomprensive!».

 

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Cap. 96

Sguardo nei misteri della Creazione.

 

1. (Il Signore:) «Non crediate però che un mondo come è questa piccola Terra possa venire creato dall'oggi al domani, e possa venire popolato da un giorno all'altro! A tale scopo occorre un numero per voi inconcepibile di miriadi di anni terrestri. Che periodo per voi incalcolabile di tempo ci vuole già solo perché un mondo divenga maturo per la germinazione di un uomo! Quante specie di piante e di animali devono aver concimato il suolo terrestre mediante la loro fermentazione e putrefazione, prima che su di esso e nel putridume del suo mondo vegetale e animale si sia formato quell’“humus” dal quale una prima anima robusta poté formarsi il proprio corpo ed organizzarlo a seconda dell’Ordine divino, in modo che le riuscisse utile e fosse atto all'ulteriore procreazione del proprio simile. E ciò affinché le anime mature e libere però ancora non incarnate - non dovessero più trovarsi nella necessità di attendere dei secoli per costruirsi un corpo dai vapori, ma potessero produrlo, per via molto più breve, dentro ad un corpo materno già perfettamente costituito e provvisto di tutto l'occorrente!

2. Vedete! Per raggiungere uno scopo simile ci vuole molto tempo e molta sapienza, una grande pazienza ed una forza illimitata. Ora, siccome né voi, né meno ancora Io cesseremo mai di pensare e di concepire idee, così anche l'azione creativa continuerà in eterno, poiché pensare a vuoto non lo posso Io né lo potete voi. Una volta che il pensiero viene sentito o percepito come un “qualcosa”, esso deve anche sussistere sotto una forma. Ma quando sussiste quale forma, allora esso è già anche spiritualmente circoscritto, e ci sta dinanzi come un oggetto idoneo ad accogliere la luce; altrimenti noi non potremmo percepirlo come un “qualcosa” che ha una forma. Finché Io concepirò pensieri e idee fuori da Me, e voi altrettanto fuori da Me, non sarà possibile che l'azione creativa abbia un termine. L'Infinità non soffrirà mai in eterno nessuna mancanza di spazio e a noi non darà mai fastidio la noia dell'inattività.

3. Dove però c'è molto da fare, vi sono pure anche molti compiti, ognuno corrispondente al grado di capacità di coloro ai quali viene assegnato. Chi avrà acquisito molte capacità nel Mio Ordine, costui verrà anche posto a capo di molte cose; chi invece avrà acquisito soltanto pochissime capacità, costui verrà anche preposto a pochissime cose. Ma chi su questa Terra non avrà acquisito niente del tutto, costui nell'aldilà dovrà certamente languire e brancolare fra le tenebre finché, mediante i propri sforzi e le proprie fatiche sempre liberi e spontanei, non si sarà reso idoneo ad assumere un servizio qualunque sia pure di infimo grado. Se egli adempierà bene questo minimo lavoro, allora gliene verrà poi assegnato uno più importante, ma se compirà malamente anche quello, allora egli subito perderà pure ciò che avrebbe potuto ottenere molto facilmente con le sue capacità sia pure assai piccole.

4. A chi ha, a costui verrà dato ancora di più, affinché ne sovrabbondi; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che già aveva prima, e di nuovo notte, tenebre, miseria e tribolazioni di ogni specie saranno la sua sorte, finché egli non si adatterà a ridiventare attivo anzitutto in se stesso, per poter poi riacquistare una qualche capacità ad un ulteriore servizio.

5. Per conseguenza siate voi tutti già qui diligenti e pieni di attività, e non lasciatevi abbagliare dai tesori di questo mondo, i quali trapasseranno come l'attuale forma materiale di tutta questa intera Creazione visibile agli occhi della carne, ma accumulate invece tanti più tesori spirituali i quali dureranno per l'eternità. Siate amministratori saggi e prudenti nella casa del vostro cuore; quanti più tesori spirituali raccoglierete mediante ogni genere di buone opere, tanto meglio vi troverete nell'altra vita. Ma chi qui lesinerà e speculerà in questo campo, costui un giorno dovrà ascrivere soltanto a se stesso se nell'aldilà troverà le dispense del proprio cuore quasi del tutto vuote.

6. Su questa Terra è facile raccogliere, perché tutto quello che qui qualcuno fa di buon volere e per amore di Dio e del prossimo, viene accettato come oro schietto e purissimo; nell'aldilà invece egli dovrà procacciarsi e pagare tutto solamente con l'oro purissimo della più intima e propria attività, svolta da sé ed in se stesso! E questo, amici Miei, riesce un po' difficile in quel Regno dove non vi sono miniere d'oro e d'argento esteriori.

7. Qui voi potete convertire il più volgare fango della strada in oro, ed ottenere con esso il Cielo, qualora il vostro cuore sia presente in tutta verità durante il vostro tentativo di ottenere il Cielo; nell'aldilà invece voi potrete appena produrre in voi stessi il prezioso dal preziosissimo, e tuttavia questo sarà ancora più difficile che convertire in oro i ciottoli più comuni qui in questa Terra. Chi mediante le opere nobili e buone si è già qui procurato dell'oro in grande quantità, a costui l’oro non mancherà nell'aldilà, poiché un granellino di questo metallo spiritualmente nobile si trasformerà nell'altra vita in una pepita grande come un mondo, e questo vuole dire già una bella provvista».

 

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Cap. 97

La giusta attività dell'amore del prossimo.

 

1. (Il Signore:) «Però Io vedo ora sorgere in qualcuno di voi un pensiero maligno che vi è stato ispirato segretamente da Satana! E il pensiero è questo: vi è costato fatica e moltissimo lavoro procacciarvi il vostro oro per voi e per i vostri discendenti, ed ora dovreste sperperarlo dandolo a coloro che hanno sciupato la loro vita poltrendo nell'ozio! Che vengano da voi a lavorare ed a guadagnarsi il pane, che voi misurerete loro secondo i loro meriti, sempre soltanto scarsamente! Chi non può o non vuole lavorare, che finisca come un cane sulla pubblica via!

2. Oh, Io vi dico che questo pensiero che vi è stato ispirato è malvagio! Come può lavorare un cieco? Eppure egli è un vostro fratello il quale ha lo stesso diritto di vivere come l'avete voi, voi che vedete ed udite, ed avete le membra sane. Come possono lavorare i poveri vecchi e i figli deboli di genitori in miseria, ai quali manca la forza necessaria? Come mai possono lavorare gli zoppi e gli storpi per la vostra ricompensa, che voi vorreste misurare loro il più scarsamente possibile?

3. Come possono lavorare tutti quelli che vanno di giorno in giorno cercando lavoro senza poterlo trovare in nessun luogo? Infatti, colui al quale si rivolgono li manda altrove dicendo che per il momento lavoro per loro non ne ha. E tuttavia il vostro perverso pensiero li manda a cercare un lavoro che essi in qualche altro luogo non potranno trovare come non l'hanno trovato da voi! Un simile uomo si riduce infine all’elemosina, e voi poi l'ingiuriate e lo chiamate un ozioso perdigiorno. Un altro diventa un ladro, e voi lo catturate come una bestia feroce e lo maltrattate gettandolo in un carcere. Un terzo diventa addirittura un assassino o per lo meno un temuto brigante, e se vi cade nelle mani, egli viene condannato, gettato in un carcere e poco tempo dopo fatto morire fra i tormenti.

4. Ecco! Queste sono per lo più le conseguenze dei cattivi pensieri che il principe delle tenebre vi ha sempre ispirati di nascosto. Ma da ora innanzi non deve più essere così. Simili pensieri appartengono all'inferno e nelle vostre anime non devono insinuarsi mai più.

5. Nessuno esige, per il fatto che siete Miei discepoli, che voi distribuiate tutte le vostre sostanze ai poveri. Però voi dovete essere saggi amministratori dei beni affidativi, affinché non lasciate languire coloro che, poveri senza loro colpa, vengono a bussare alla vostra porta!

6. Vedete qui l'amico Ebal di Genezaret; da quando egli fa l'albergatore, ha ospitato migliaia di poveri di ogni genere, di questi e di altri paesi del tutto estranei per voi, e non lo ha mai fatto controvoglia oppure con una specie di angosciosa incertezza a causa della propria famiglia! E nonostante ciò il suo patrimonio non è per nulla diminuito! Al contrario, egli possiede ora così tanti e così grandi tesori terreni, da poter acquistare un regno con essi! Ma a tutti questi tesori egli attribuisce un valore solamente per il fatto che essi gli permettono di prestare un aiuto molto efficace ad un numero ancora maggiore di poveri. Egli non si preoccupa della sua casa e dei suoi figli se non in quanto occorre perché crescano tutti forti e vigorosi nella conoscenza dell'unico e solo vero Dio, ma in compenso sono Io che penso a tutto il resto che concerne la sua casa, ed Io vi garantisco che essa non mancherà mai di nulla!

7. Ma ai timorosi Io lascio certo le preoccupazioni della loro casa, e non colmo mai in abbondanza i loro granai né di frumento e grano, né di vino le loro cantine; gli alberi dei loro giardini non si piegheranno troppo sotto il peso della Mia Benedizione e i loro vivai non pulluleranno di una grande quantità di pesce pregiato, né le loro greggi saranno le più grasse di tutto il paese! Infatti, come fanno loro così faccio anch'Io, e perciò non ci si deve attendere da alcuna parte un guadagno troppo grande! Chi edifica con poca fiducia su di Me, costui mieterà anche secondo la sua fiducia e la sua fede che è sempre un frutto dell'amore per Me e per il prossimo.

8. Siate perciò misericordiosi sempre ed in ogni circostanza, e allora troverete sempre ugualmente presso di Me Misericordia; e come vi comporterete con i vostri poveri fratelli e sorelle, così Mi comporterò Io pure verso di voi. Io dico e consiglio a voi tutti: “Siate sempre servizievoli fra di voi, fate a gara nell'operare il bene, amatevi veramente l'un l'altro così come Io vi amo; in questo modo dimostrerete a tutto il mondo che voi siete veramente Miei discepoli e che, nel vostro spirito, siete completamente Miei veri figli”.

9. Infatti, tale è la destinazione di tutti i Miei figli: essi già su questa Terra devono esercitarsi nel grandioso compito che un giorno li attenderà nei Miei Cieli, perché là sarà in tutto e per tutto soltanto l'Amore che dovrà fare tutto, ed ogni sapienza che non ha la sua origine nella luce di fiamma dell'amore non troverà mai più in eterno accoglienza nei Miei Cieli, ed appunto perciò non potrà più compiere nessuna cosa!».

 

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Cap. 98

Dell’aiuto che il denaro può offrire.

 

1. (Il Signore:) «Chi di voi possiede molto denaro, non lo presti sempre a coloro che possono restituire, entro il tempo pattuito, il capitale nonché gli elevati interessi da usurai, ma lo dia anche ai poveri che non sono in grado di restituire né il capitale né gli interessi; allora egli sarà creditore del suo denaro verso di Me, ed Io gli restituirò il capitale e gli interessi già qui dieci volte e cento volte nell'aldilà. Ma chi invece dà il proprio denaro esclusivamente a coloro che entro il termine stipulato possono rendergli il capitale e gli interessi, o in certi casi devono renderglieli sotto la costrizione del tribunale, costui con ciò non ha servito Me, ma soltanto il mondo e se stesso.

2. Voi obietterete di certo: “Se si presta del denaro a qualcuno che si trova in ristrettezze, sia pure con gli interessi, ebbene, anche questa può essere considerata una buona azione, perché colui che ha ricevuto a prestito il denaro si è tolto dai guai, è diventato ricco e può dunque anche restituire molto facilmente sia capitale che gli interessi! Non va dimenticato che il creditore ha pur dovuto rischiare di perdere il suo denaro nel caso in cui la speculazione fosse andata a male. Siccome però il denaro è di certo servito a colui che lo ha preso a prestito, non c'è Dio che con tutta la Sapienza possibile possa trovare da ridire se il beneficiato rimborserà al creditore il capitale assieme all'interesse pattuito! Infatti anche il creditore è in primo luogo un uomo egli stesso, verso il quale un altro ha i medesimi obblighi che egli ha verso di lui, ed in secondo luogo il denaro prestato può anche costituire l'intera sostanza del creditore, della quale egli deve vivere come appunto vive il contadino della propria terra! Se dunque il creditore non si fa restituire il denaro prestato assieme agli interessi, come potrà vivere? D'altra parte, come può sorgere in colui che ha ottenuto il prestito il desiderio di tenersi il denaro ricevuto, dato che è stato proprio grazie a quel denaro che egli ha realizzato un grosso guadagno, e dato che egli ha la possibilità e anche l’obbligo di sapere che questo denaro rappresenta l'unico bene di fortuna del creditore compiacente?”.

3. Però a queste obiezioni Io rispondo: “Ognuno che possegga del denaro, quando viene un amico che ne ha bisogno e glielo chieda in prestito, non glielo deve rifiutare”. Chi glielo presta richiedendo gli interessi legali, ha già compiuto verso l'amico un'opera buona che troverà anche nei Cieli il suo apprezzamento. È però altrettanto un dovere quello di restituire coscienziosamente non soltanto la somma ricevuta assieme agli interessi stipulati, ma ancora di più qualora chi ha preso a prestito abbia guadagnato molto; in questo caso egli deve dividere il guadagno col creditore per libero impulso del cuore, visto che, in effetti, egli ha realizzato il guadagno soltanto col denaro dell'amico. Ma il creditore dal canto suo non deve mai fare a lui una richiesta simile; questa faccenda voi potete trattarla in tutta amicizia!

4. Se invece a colui che ha del denaro disponibile, si presenta qualcuno che sia privo di ogni mezzo, e dal quale però non c’è da aspettarsi che possa o sappia impiegare in modo proficuo e utile una somma rilevante datagli in prestito, allora in tali condizioni nessuno deve ritenersi obbligato da Me a prestare ad un povero di questo genere il denaro richiesto, perché così il prestatore sprecherebbe in modo avventato il proprio denaro senza veramente arrecare con ciò qualche vantaggio a nessuno, mentre offrirebbe al richiedente povero soltanto un'occasione data la sua natura - di sentirsi spinto a commettere ogni tipo di stravaganze, di leggerezze e di dissipatezze. Per conseguenza una tale azione non potrebbe chiamarsi particolarmente buona, anzi al contrario, se non precisamente cattiva per lo meno sempre molto stolta, e tale cosa non potrebbe risultare gradita né al Mio Amore né meno ancora alla Mia Sapienza.

5. Ma la cosa è del tutto diversa se viene un pover'uomo del quale vi è noto che sa adoperare bene il denaro, e che è caduto in miseria soltanto in seguito a circostanze avverse; se egli vi chiede del denaro in prestito, voi non dovete negarglielo, anche se non c'è la prospettiva di prendere interessi e perfino se non c'è una sicurezza assoluta che vi venga restituito il capitale prestato. Qualora la persona abbia impiegato a dovere il denaro, egli che è vostro fratello saprà bene quello che poi gli resta da fare! Infatti egli ha verso di voi gli stessi obblighi che voi avete verso di lui.

6. Se però dovesse trovarsi nella condizione di non potervi più restituire il denaro prestatogli, voi non dovete serbagli rancore o tentare di recuperare il vostro prestito dai suoi discendenti, perché questa sarebbe un'azione dura e del tutto contraria al Mio Ordine! Ma se la sua discendenza, in modo particolare i figli oppure i nipoti, arrivassero a possedere un patrimonio, essi agirebbero molto bene e in modo a Me gradito pagando quel debito che il loro povero padre oppure il nonno aveva contratto presso un benefattore. Se ciò avviene, allora quest’ultimo saprà anche bene cosa fare e come impiegare il denaro avuto in restituzione per amor Mio e del prossimo!

7. Dunque, quando Io dico che voi dovete prestare il vostro denaro anche a coloro che non ve lo possono restituire, intendo precisamente dire solo che riguardo al vostro denaro o a qualsiasi altra vostra proprietà dovete procedere appunto nel modo da Me indicatovi ora. Ciò che vorreste fare di meno o di più, sarebbe cosa stolta oppure molto dannosa, e quindi un peccato grossolano contro il vero amore del prossimo!».

 

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Cap. 99

Del giusto e del falso servire.

 

1. (Continua il Signore:) «Servire è dunque la grande parola d'ordine in tutte le sfere dell'infinito, tanto nell'immenso regno della Natura quanto nello sconfinato regno degli spiriti.

2. Anche i malvagi abitanti dell'inferno se ne intendono del servire, però con questo enorme divario rispetto agli abitanti dei Cieli: nell'inferno alla fin fine ognuno vuole essere servito, e quando uno serve l'altro, tutto si riduce ad una pura servitù apparente, quindi sempre ad un servizio apparente supremamente egoistico ed interessato, mediante il quale uno vuole ingannare l'altro allo scopo di poterlo attirare, alla prima occasione favorevole, ancor più sicuramente fra i propri artigli e di ricavare dei vantaggi per sé dalla sua caduta.

3. Un'anima infernale sa tirare bene l'acqua al proprio mulino, e il suo procedere a questo riguardo è simile a quello di una certa specie di avvoltoi sulla riva del mare con le tartarughe: quando un avvoltoio servizievole scorge una tartaruga in una palude, la afferra e la pone sul terreno asciutto e ricco d'erbe; la tartaruga allora cerca ben presto, tutta affaccendata, quelle erbe che le sono maggiormente confacenti. L'avvoltoio la sta intanto a guardare, e tenta solo qualche piccolo assaggio per constatare che durezza possa avere il suo guscio. Ma poiché il suo becco aguzzo non può trarre dal guscio alcun pezzo di carne, allora lascia la poveretta a pascolare tranquillamente finché, fatta più coraggiosa e ardita, essa allunga del tutto la sua testa fuori dal guscio, cercando avidamente delle erbe.

4. Ma quando l'avvoltoio si accorge della fiducia manifestata dalla tartaruga nei suoi confronti, le afferra con gli artigli la testa molle e carnosa, solleva poi la misera a grande altezza nell'aria e la porta là dove sotto di sé scorge un suolo pietroso. Allora esso abbandona la tartaruga che ha sollevato tanto in alto e inizia la caduta mortale. Precipitando con la velocità di una freccia sulla dura pietra, essa vi si infrange, e l'avvoltoio, che con facile volo ha accompagnato altrettanto rapidamente la sua vittima nella caduta, è anche subito lì pronto, e comincia a prendersi il compenso per il servizio reso prima alla tartaruga, riempiendo con la sua carne il proprio stomaco sempre affamato. Con ciò avete un quadro naturale e fedele dello zelo infernale nel servire.

5. Anche qui dunque si tratta di un servire, che però è estremamente egoistico, e quindi qualunque servizio gli uomini si rendano vicendevolmente più o meno per il proprio vantaggio è anche sempre su per giù affine ai servizi infernali, ed è impossibile che come tale abbia un valore dinanzi a Me e a tutti i Miei Cieli. Soltanto un servizio assolutamente disinteressato può chiamarsi un servizio vero e perciò anche puro e celeste, e soltanto questo ha al cospetto Mio e di tutti i Miei Cieli un valore reale ed assoluto.

6. Quando dunque voi vi servite reciprocamente, servitevi allora con amore e con vero spirito di fratellanza, così come si fa nei Cieli. Se qualcuno vi chiede un servizio, rendeteglielo con tutta letizia e amore, e non parlate di ricompensa prima di averlo compiuto, poiché così fanno anche i pagani, i quali non conoscono il vero Padre nei Cieli, ed hanno tratto le loro usanze più dagli animali che non da un qualche Dio. La prova di ciò si può riscontrare ancora oggi dagli egiziani, i quali - dato che nell’antichità il loro primo maestro che li obbligò ad un po’ di riflessione fu su un toro - tributano a questo animale degli onori divini.

7. Se però qualcuno ti ha reso un buon servizio, allora tu non devi nemmeno domandare: “Amico, quanto ti devo?”, ma devi ricompensare il tuo amico per il suo buon servizio con tutto l'amore e la gioia del tuo cuore, e nel modo migliore che le tue forze ti consentono. Allora colui che ti ha reso il servizio, visto il tuo atto, ti abbraccerà e dirà: “Nobile amico! Ecco, ciò che ti ho fatto è veramente poco, eppure tu me ne ricompensi tanto generosamente! Vedi, la decima parte di quanto mi hai dato è più che sufficiente, ed anche questa io posso accettarla unicamente quale prova dell'amore del tuo cuore fraterno a me così caro!”.

8. Quando colui che ha reso il servizio avrà parlato in tale maniera con profondità e verità di sentimento a colui che glielo ha chiesto, ebbene, non diverranno essi veramente fratelli per il Cielo? È più che certo, ed è appunto così che il vero Regno di Dio scenderà fra voi e vi governerà con celestiale scettro di Luce e di ogni Grazia».

 

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Cap. 100

La dottrina di Mosè e la Dottrina del Signore.

 

1. (Il Signore:) «Oh, non basta affatto sapere e credere soltanto quello che secondo l’Ordine di Dio e di tutti i Cieli è buono, giusto e vero, ma bisogna invece operare conformemente a quest'Ordine con tutto amore e letizia del cuore; solo allora il Regno di Dio e la Sua Giustizia scenderanno veramente fra di voi e faranno di voi dei veri figli di Dio!

2. Cosa gioverebbe a qualcuno l'acutezza d’ingegno e di discernimento per quanto grande, se egli non vi conformasse le opere, ma restasse invece ligio alle antiche abitudini e costumi del mondo? Non somiglierebbe costui ad uno stolto che - pur avendo ricevuto in dono un palazzo da abitare con la propria famiglia in assoluta pace e comodità e pur rallegrandosi molto della disposizione quanto mai signorile e comoda, constatando la bontà e l’estrema rispondenza allo scopo dello splendido palazzo graziosissimo - si ostinasse a restare con i suoi nella sua vecchia capanna umida, stretta, sporca, scomodissima a cui però è abituato fin dalla gioventù e nonostante questo si lamentasse in continuazione delle grandi carenze della sua abitazione?

3. A Me pare che se questo tale non è un pazzo, allora a questo mondo pazzi non ve ne sono assolutamente! Ma un pazzo ben più grande è colui che, possedendo la Mia Dottrina e riconoscendoLa come eternamente vera, vuole tuttavia restare sempre il vecchio bue da giogo in tutto il suo operare!

4. Io dico a voi tutti: “Mite è il Mio giogo, e lievissimo il carico posto sulle vostre spalle!”. Chi lo porterà farà poca fatica, ma chi non lo porterà, costui dovrà imputare solamente a se stesso se le sue condizioni si faranno tristi, amare e dolorose. Dimostratevi reciprocamente un vero amore, ed allora riposerete su molli e sofficissimi guanciali. Se però preferite invece avere delle pietre sotto il vostro capo, allora voi potete pure averle, ma giunto il mattino della vita, nessuno si lagni che gli fa male il capo che è stato ferito dalle pietre.

5. Se tu hai un servitore fedele ed uno infedele, non dimostri una stoltezza fenomenale volendo licenziare il servitore fedele solo perché questi è in casa tua da un tempo assai più breve in confronto all'altro, vecchio ed autentico mascalzone, il quale in ogni occasione ti ha ingannato in tutti i sensi? È per questo che dovete bandire da voi ogni genere di servizio antico, poiché non si adatta alla pura Dottrina dei Cieli; ora questa Dottrina non è soltanto un lembo di stoffa nuova con cui rattoppare un vecchio mantello molto lacero, ma è invece di per sé già una veste nuovissima, pronta ed eccellente, la quale deve sostituire completamente il mantello sdrucito!

6. Io però, quando parlo di veste lacera, non Mi riferisco né a Mosè né ai profeti, perché questi sono oro purissimo dai Cieli, ma sono i vostri principi umani che Io intendo indicare con questa veste vecchia e logora. Non se ne fa più niente di questi principi e di quelli del Tempio, poiché anche se si volesse applicare una toppa sia pure nuovissima su un largo strappo, non ve lo si potrebbe tuttavia cucire, perché la stoffa della vecchia veste, già troppo logora, non terrebbe più il punto.

7. È vero che Mosè ha dato al popolo ebreo, per i tempi di allora, uno statuto per tutto il governo di una casa e per ogni genere di necessità e di bisogni dell'umanità, ma questo statuto in primo luogo venne del tutto deformato; e già quando non era ancora deformato non si adattava a questa Mia Dottrina, poiché quando si ara il terreno non si può subito mietere, ma bisogna prima seminare il grano e una volta che è divenuto maturo, allora si assumono dei mietitori, e l'aratro dunque diventa superfluo. Mosè ha arato, i profeti hanno seminato, ed ora è giunto il tempo della mietitura e della raccolta, lavoro a cui non è più adatto Mosè con l'aratro in mano. Noi ora procederemo bensì alla raccolta e porteremo nei nuovi granai tutto ciò che vi è di maturo, però, dopo la raccolta, l'aratro di Mosè vi verrà nuovamente dato in mano per la nuova semina di un grano purissimo dai Cieli, e verranno nominati pure dei sorveglianti per vigilare attentamente affinché nessun nemico venga a seminare la zizzania fra la purissima semente!».

 

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Cap. 101

La zizzania fra il grano.

 

1. (Il Signore:) «Certo la Terra verrà nuovamente lavorata, certo una semente purissima verrà sparsa nei nuovi solchi, e dei sorveglianti custodiranno il campo. Ma nonostante ciò Io scorgo già una grande quantità di zizzania in mezzo al nuovo grano! Ma come ci arriva la zizzania in mezzo al grano?

2. Ecco, fu una mancanza dei sorveglianti! Essi si addormentarono quando venne la notte, poiché avevano pensato: “Chi oserà fare qualcosa, dal mom