1842-1843

 

RIVELAZIONI DI DIO a Jakob Lorber

libro estratto da “Il Sole spirituale” vol. II

 

 

Spiegazione dei Comandamenti nell’aldilà

 ai bambini morti prematuramente 

 

 

Questo libro-estratto fu stampato in una edizione a cura della casa editrice “Armenia” nel 1992

Dal 1917 esiste in una nuova edizione a cura della casa editrice “Gesù, la Nuova Rivelazione”

Prefazione di Paola Giovetti

Riflessioni sul perché della morte dei bambini

Introduzione all’Opera “Il Sole spirituale”

(da cui sono stati estratti questi 60 capitoli)

 

Indice esteso

 

Indice breve

 

Cap. 1        L’ingresso nel regno spirituale dei piccoli fanciulli – Metodi pratici per la loro crescita

Cap. 2        Insegnamento graduale nei primi reparti

Cap. 3        Scuola celeste di geografia e storia della Terra

Cap. 4        Lezione sull’essenza e sull’origine della Terra

Cap. 5        La scuola spirituale della vita

Cap. 6        La sala della storia sulla creazione dell’uomo

Cap. 7        L’insegnamento dei dodici Comandamenti – Prima sala, spiegazione del primo Comandamento

Cap. 8        Come si deve cercare Dio?

Cap. 9        Ardente desiderio di Dio – Una testimonianza della Sua esistenza

Cap. 10      Seconda e terza sala: insegnamento sul secondo e terzo Comandamento

Cap. 11      Il quarto Comandamento nella quarta sala

Cap. 12      Il quinto Comandamento nella quinta sala

Cap. 13      Il sesto Comandamento nella sesta sala – Cos’è l’impudicizia?

Cap. 14      Sul sesto Comandamento, sulle due specie di amore

Cap. 15      Cos’è la fornicazione?*

Cap. 16      Settima sala, settimo Comandamento

Cap. 17      Cosa significa ‘rubare’?

Cap. 18      Approfondimenti sulla questione sociale

Cap. 19      Ottava sala, ottavo Comandamento – L’involucro materiale, il mezzo per la menzogna

Cap. 20      Cos’è una falsa testimonianza?

Cap. 21      Nona sala, nono Comandamento

Cap. 22      Osservazioni sul nono Comandamento

Cap. 23      Riflessioni sul senso interiore del nono Comandamento

Cap. 24      Sulla benedizione della saggia moderazione

Cap. 25      Chi pecca contro il divino Ordine originario – contenuto nel nono Comandamento?

Cap. 26      Il senso dell’usura, il peccato più – esecrato dal Signore

Cap. 27      Decima sala, decimo Comandamento

Cap. 28      Chi è il “tu” nel decimo Comandamento?

Cap. 29      Esempi di interpretazione errata del decimo Comandamento

Cap. 30      Motivo della velatura del vero significato – del decimo Comandamento

Cap. 31      Il vero significato interiore del decimo Comandamento

Cap. 32      Undicesima sala, undicesimo Comandamento – L’amore per Dio

Cap. 33      L’amore di Dio, la Sostanza originaria di tutte le creature

Cap. 34      Cosa significa amare Dio sopra ogni altra cosa?

Cap. 35      In cosa consiste l’amore per Dio?

Cap. 36      Come amare Dio sopra ogni cosa?

Cap. 37      Dodicesima sala, dodicesimo Comandamento – L’amore per il prossimo

Cap. 38      In cosa consiste il vero amore per il prossimo?

Cap. 39      Lezione pratica agli allievi ultraterreni – sull’amore per il prossimo

Cap. 40      Essenza e conseguenze del vizio – Nel primo inferno

Cap. 41      Nel secondo inferno

Cap. 42      Nell’intera Creazione niente dell’esistente è distruggibile

Cap. 43      Immagini del primo e del secondo inferno

Cap. 44      Ogni uomo, secondo la sua individualità, porta in sé il Cielo come l’inferno

Cap. 45      Corpo, spirito e principio vitale

Cap. 46      Immagini terrene dell’inferno fondamentale

Cap. 47      Un’ulteriore immagine dell’inferno più basso

Cap. 48      Avidità di dominio e arroganza, i semi dell’inferno

Cap. 49      I frutti che maturano per l’inferno

Cap. 50      Tutti i segreti saranno svelati nello stato spirituale

Cap. 51      Paradiso e inferno, polarità nell’uomo

Cap. 52      Principi celesti e principi infernali

Cap. 53      Lo spirito, creatore del suo stesso mondo

Cap. 54      Il successivo sviluppo degli allievi dell’aldilà – Il regno intermedio (Ade)

Cap. 55      Ogni vita segue le vie determinate dall’amore per il Signore

Cap. 56      Ulteriore guida degli allievi attraverso i pianeti – e le sette sfere del Sole fino alla loro meta celeste

Cap. 57      Dal Signore – Sguardo retrospettivo sull’osservazione nelle sfere dei dieci spiriti

Cap. 58      Ogni uomo porta in sé un seme diverso per lo sviluppo – del mondo spirituale

Cap. 59      Il Regno dei Cieli è uguale a questo tempo attuale

Cap. 60      Un albero come esempio dell’essenza del Regno degli spiriti

Cap. 61      Un fanciullo come immagine del Regno dei Cieli e dell’Universo

 

 

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Cap. 1

L’ingresso nel regno spirituale dei piccoli fanciulli

Metodi pratici per la loro crescita

 (Parla Giovanni)

1. Ecco già davanti a noi la porta; entriamo dunque con coraggio! Ora siamo nel giardino; guardate come tutto è disposto con grazia e in bellissimo ordine! In questo grande giardino ci sono dei piccoli viali alberati che s’incrociano, e ad ogni incrocio scopriamo una piccola rotonda alberata che al centro è abbellita da un piccolo tempio. I viottoli sono ricoperti di bellissimi tappeti erbosi e, in questo modo, il cammino è estremamente dolce. Tra i viali scopriamo degli spazi liberi dove crescono una quantità di bellissimi fiorellini, pressappoco nel modo come accade sui prati della vostra Terra in una buona primavera.

2. Voi qui chiederete perché mai i fiori non sono ordinati secondo l’arte del giardinaggio, bensì crescono semplicemente variopinti mischiati alla rifusa nel terreno? Ciò accade perché qui, essendo un mondo già perfetto, ogni crescita che avviene in un qualsiasi posto è perfettamente corrispondente alle spirituali capacità di concetto che sono proprie agli abitanti di un tale posto.

3. E siccome, appunto, qui dimorano (le anime di) quei giovanissimi fanciulletti che sulla Terra sono morti, secondo il corpo, subito dopo la loro nascita, allora è impossibile che questi fanciulletti abbiano un qualsiasi concetto e idea ordinata del Signore e della Sua Parola; perciò voi qui vedete anche tutto tenero, piccolo e in tutti i colori, disposti in maniera disordinata.

4. Guardate lì davanti. Là nel mezzo di questo grande giardino scopriamo un edificio che ha quasi l’aspetto di una grande serra da voi sulla Terra. Di che si tratta? Avviciniamoci, e vedremo subito cos’è.

5. Vedete, ci siamo già; entriamo dalla porta che è aperta davanti a noi, e si mostrerà subito che cosa ci sarà da trovare. Ci siamo; guardate, si trova una lunga fila di lettini ininterrotta quasi a perdita d’occhio, come su un ripiano che si eleva a circa tre piedi dal pavimento. Guardate oltre! Dietro a questa prima fila divisa come da uno stretto corridoio, se ne scorge già una seconda, poi una terza, una quarta, una quinta e così di seguito fino a dieci. E guardate, in ognuno di questi piccoli lettini vedete giacere un fanciulletto, e in ognuno di tali corridoi si aggirano continuamente parecchie centinaia di sorveglianti maschili e femminili che vanno avanti e indietro e si accertano con cura se l’uno o l’altro dei piccoli fanciulletti abbia bisogno di qualcosa.

6. Quanti di questi lettini ci dovrebbero essere qui in questo spazio? Questo lo possiamo calcolare facilmente: su una fila ce ne stanno diecimila di tali lettini, e noi abbiamo contato dieci file in questo reparto. In totale ce ne sarebbero quindi centomila. Ma quanti di tali reparti ci sono in quest’edificio? Ce ne sono dieci; e così in tutto l’edificio saranno presenti un milione di lettini. Ogni reparto, però, qui aumenta di giorno in giorno secondo il vostro calcolo; e i piccoli fanciulli che oggi in questo reparto e in questi meravigliosi lettini della vita diventano completamente maturi, sono subito portati nel reparto successivo.

7. Quando in questo modo i fanciulletti sono ben maturi e passati in tutti i dieci reparti di questo edificio, allora vengono portati già in un altro edificio, dove non devono più giacere in tali lettini, ma qui per loro sono state erette certe morbide file di parapetti, nei quali imparano a stare in piedi e a camminare. Anche questo edificio ha ugualmente dieci reparti, nei quali il camminare viene continuamente perfezionato. Quando i fanciulletti sono perfettamente esperti nel camminare, allora passano già in un altro edificio che ha anch’esso dieci reparti; in questo edificio si provvede a insegnare il linguaggio ai fanciulletti, il che è disposto in un modo così avveduto che, in verità, vale davvero la pena andarci ed esaminare più da vicino questo istituto di istruzione.

8. In questo edificio in ogni caso non abbiamo più molto da apprendere; infatti, si può immaginare da sé che questi fanciulletti, portati via dal mondo del tutto prematuramente, possono maturare completamente solo attraverso l’Amore del Signore, e che i sorveglianti, all’interno, sono quegli spiriti angelici che sulla Terra erano, in modo simile, grandi amici dei bambini. E ora che sappiamo questo, rechiamoci nel terzo edificio.

9. Guardate, là, più verso mezzogiorno, ce n’è uno già in forma piuttosto ampia; rechiamoci da quella parte ed entriamo subito dentro! Ecco che siamo già in un reparto, e precisamente nel primo; non notate come brulica di piccoli allievi e tra di loro ci sono maestri e maestre amichevoli e pazienti? E guardate come questi fanciulletti sono provvisti con ogni tipo di giocattoli diversissimi e assai variopinti. A cosa servono loro questi giocattoli? Per prima cosa che essi, nella loro anima, accolgano silenziosamente il concetto che qui c’è realmente la loro essenza. Qui noi non sentiamo ancora parlare; perciò rechiamoci in un secondo reparto.

10. Guardate, qui i fanciulletti non sono più così mischiati disordinatamente, ma siedono su delle lunghe e ampie file di banchi bassi e soffici. Dinanzi a ogni dieci fanciulletti vediamo un insegnante che tiene in mano un oggetto, ne dice il nome e fa sì che venga ripetuto spontaneamente dai fanciulletti, e cioè così come riescono a dirlo. Gli oggetti sono sempre scelti in modo che possano destare l’attenzione dei fanciulli.

11. Inoltre qui voi noterete anche che le lunghe file di banchi sono separate da pareti trasversali ascendenti ogni dieci fanciulletti. Ciò è così disposto affinché con la presentazione di un oggetto, l’attenzione della vicina fila di dieci fanciulletti non sia disturbata nell’attenzione con la mostra di un oggetto.

12. In questo reparto i fanciulletti imparano solo a dare il nome ai semplici oggetti. Nel reparto successivo sono già guidati a denominare concetti composti, dove cioè un concetto serve come fondamento e un altro come definizione. Nel quarto reparto imparano già da sé a collegare i concetti e a conoscere anche quelle parole con cui vengono espresse azioni e attività, come anche condizioni, stato naturale e proprietà. .

13. Nel quinto reparto si passa già a una vera e propria conversazione. Questa viene effettuata così: gli insegnanti, per l’insegnamento oggettivo, mostrano ogni specie di oggetti per mezzo di certe lavagne e mettono in scena un piccolo teatro, e poi si fanno raccontare dai fanciulletti che cosa hanno visto e che cosa è successo.

14. Nel sesto reparto, questo ramo di insegnamento viene continuato in misura già un po’ più grande e di più ampio significato. Qui vengono mostrate lavagne con immagini già un po’ più grandi e messo in scena un teatro in modo che queste scene abbiano relazioni col Signore; solo che qui ai fanciulletti non è comunicato altro che la sola immagine esteriore, ed essi devono poi descrivere con proprie parole al momento stabilito, la stessa immagine così come l’hanno vista.

15. Nel settimo reparto, nel quale i fanciulletti possono già parlare con tutte le regole, e la loro capacità di comprensione ha raggiunto un grado notevolmente elevato, vengono già date rappresentazioni storiche generali di grande importanza, aventi come riferimento il Signore, non solo sotto forma di immagini sulla lavagna, ma già di scene drammatiche, e questo di solito viene fatto in un modo così avvincente per i fanciulli che questi letteralmente se ne invaghiscono e fanno domande, e proprio per mezzo di tutto il visto e sentito s’imprime in loro tanto più profondamente.

16. Nell’ottavo reparto gli insegnanti fanno rappresentare dagli stessi fanciulletti dei piccoli pezzi, e poi si fanno riferire che cosa è stato rappresentato con tali immagini viventi.

17. In questo modo i fanciulletti sono guidati nel modo più adatto alla spontaneità e a pensare da se stessi.

18. Nel nono reparto i fanciulletti devono cominciare già da soli a inventare nuove rappresentazioni, ovviamente sotto la guida dei loro saggi insegnanti, e poi, ciò che hanno inventato lo devono anche rappresentare, prima solo mimando, poi però anche parlando.

19. Nel decimo reparto scorgeremo già una quantità di attori e drammaturghi, e il loro linguaggio sarà così ben formato che voi sarete costretti a dire: “In verità, nessuno sulla Terra può esprimersi così, anche se ha passato l’università”. Qui si dovrà certamente ben dire:

20. “Nello spirito s’impara più velocemente che non nel corpo materiale, il quale non raramente è gravato con grandi debolezze e goffaggini”. – Questo è certamente vero. Ma se anche sulla Terra fosse osservato un metodo d’insegnamento simile a questo, allora i fanciulli là viventi e crescenti raggiungerebbero, altrettanto in maniera impareggiabilmente più rapida, la meta per lo sviluppo spirituale, di quanto accade adesso, dove il fanciullo viene prima rimpinzato con ogni specie di immondizie, così che poi, quando si vuole approfondire la sua formazione, devono essere dapprima faticosamente estirpate tali immondizie, prima che il fanciullo possa essere atto a ricevere qualcosa di più puro.

21. Per darvi un’immagine che possa aumentare la vostra comprensione, voglio rendervi attenti solo su ciò che voi stessi avete già spesso sperimentato. Prendete un fanciullo che abbia talento per la musica: quali risultati potrebbe raggiungere se, fin dai primi tempi fosse affidato ad una vera e qualificata guida? Ma se a un tale fanciullo, invece di un perfetto insegnante si dà una purissima schiappa che s’intende di tutt’altro meglio di ciò che è chiamato a insegnare, e in aggiunta dà all’allievo ancora un cattivo strumento, strumento che è poco o proprio non intonato, ed è continuamente e regolarmente scordato, e tutto questo sotto la scusante: per il primo inizio è abbastanza buono! Da un simile talentato allievo di musica verrà ben qualcosa fuori? Vogliamo vedere.

22. Dopo tre anni inutilmente sprecati, al nostro allievo viene finalmente dato un maestro un tantino migliore. Questi però ha da fare per lo meno tre anni per togliere dall’alunno tutto il sudiciume da allora accumulato. Adesso sono trascorsi sei anni, e il nostro allievo non è ancora capace di far nulla. Ma se ora si vuol rimediare al primo errore, così che si possa far qualcosa dal fanciullo, allo stesso si dà subito un eminente maestro. Questo maestro però non ha pazienza, e l’alunno non ha più alcuna grande gioia [di studiare]. Passano così di nuovo tre anni, e il nostro allievo, pieno di talento, è portato appena a un assoluto mediocre guastamestieri, mentre sotto una giusta guida qualificata, già nei primi tre anni avrebbe potuto eseguire qualcosa d’importante.

23. Vedete, così va con ogni insegnamento sulla Terra; perciò anche i progressi dell’istruzione procedono così lentamente. Qui invece tutto è ordinato nel modo più funzionale, perciò anche ogni istruzione procede a passi giganteschi. – Ancora più splendidi risultati ci mostrerà il seguito.

 

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Cap. 2

Insegnamento graduale nei primi reparti

(Parla Giovanni)

1. Ora voi avete visto come qui [in questo terzo edificio] i fanciulletti imparano a parlare; ma che cosa viene dopo il parlare? Guardate, qui davanti a noi c’è già un altro edificio. Noi entreremo in questo e si mostrerà subito che cosa accade poi con questi fanciulli. Siamo già nell’edificio che è costruito molto magnificamente, e qui non scopriamo più i reparti precedenti, bensì l’intero edificio presenta una sala molto grande che ha spazio sufficiente – come potete convincervi con la vista interiore – a contenere un milione di tali allievi, e inoltre, pure un insegnante ogni dieci fanciulli.

2. Ma che cosa accade qui? Guardate, qui dinanzi a noi c’è uno di tali gruppetti, in mezzo vedete un tavolo rotondo intorno al quale sono alloggiati comodamente dieci piccoli allievi con un insegnante. Che cosa hanno gli allievi sul tavolo davanti a sé? Noi scorgiamo dei libri le cui pagine sono un po’ rigide, e sulle pagine ci sono delle file di piccole immaginette, ma eseguite in modo estremamente magistrale.

3. Che cosa fanno gli allievi con queste immaginette? Essi le guardano e poi ne parlano, oppure, in certo qual modo, descrivono all’insegnante l’immagine vista da loro. Questo è il primo inizio per la lettura; qui vengono lette solo le immagini elaborate.

4. Guardate la quantità di tavoli qui in primo piano che, in linea retta, attraversano tutta la larghezza della sala; qui, come vedete, si trovano soltanto principianti nella lettura. Voi di certo a questo punto, direte e domanderete: “Questo è tutto esatto, giusto e bello, se si tratta di leggere solo una pura scrittura ideografica([1]); ma se qui si usa anche la lettura per mezzo di segni muti oppure per mezzo delle cosiddette lettere, allora non comprendiamo ancora giustamente com’è possibile che questi segni muti, unifonici, procederanno da queste graziose immaginette!”.

5. Lasciate stare miei cari fratelli e amici! Come questo procede, vi diventerà chiaro già nelle prossime file di tavoli, e vi convincerete che qui si può imparare a leggere su una via del tutto naturale in maniera eccellente senza un precedente leggere stentatamente e senza il sillabare.

6. Guardate, ecco che c’è già la seconda fila; che cosa scorgete qui? Voi dite: “In fondo nient’altro che gli stessi libri, solo che le immagini non sono più completamente elaborate, bensì sono date con le cosiddette linee di contorno”. – Vedete, in questo modo occorre pensare di più per riscoprire nuovamente, dal congiungimento delle linee, la precedente immagine che era ben elaborata. Nello stesso tempo, però, voi scorgete che, con ciò, l’animo interiore viene guidato di più all’attività, quanto più si toglie via da un’immagine ciò che può essere esteriormente osservato; ovvero l’animo interiore viene guidato a completare ciò che manca nella stessa immagine [formata solo da linee di contorno]. Ciò che gli allievi fanno in questa seconda fila, l’abbiamo già visto.

7. Andiamo alla terza fila; ci siamo già. Che cosa vedete qui? Voi dite: “Di nuovo, libri come prima; però vediamo solo linee di base, intorno alle quali le altre linee di contorno sono espresse solo attraverso dei puntini”. – Vedete, qui è già più difficile rintracciare la vera e propria immagine; però è evidente che in questo modo si venga già più ricondotti al vero significato fondamentale, in certo qual modo al fondamento dell’immagine. Nello stesso tempo, qui il significato delle immagini viene letto già più profondamente, e le linee cominciano ad acquistare maggior significato per se stesse.

8. Nello stesso tempo viene anche chiarito che cosa è una linea retta, una linea curva e una linea circolare.

9. Andiamo alla quarta fila; che cosa scorgete qui? Ugualmente di nuovo libri, dove in verità si presentano ancora delle linee fondamentali, ma esse sono abbracciate con più punti di contorno. Ma poiché le immagini evidenziate rappresentano una quantità di situazioni storiche, aventi per la maggior parte dei riferimenti al Signore, e poiché in ogni immagine compaiono una o più figure umane, allora attraverso queste linee di base vengono rappresentate in modo evidente tutte le parti e le articolazioni dell’uomo, e da ciò gli allievi possono scorgere con molta facilità come sono ordinate le parti dell’uomo e quale significato hanno le semplici linee in riferimento alle differenti parti e articolazioni dello stesso.

10. Che cosa risulta però da ciò? Lo vedremo subito nella prossima fila.

11. Guardate, siamo già arrivati. Qui vediamo le stesse linee più piccole in fila una accanto all’altra, e qua e là le parti terminali delle linee terminanti in determinati punti. Che significa ciò? È ancor sempre la prima immagine; ma le linee passano già più in una forma di segno muto, e gli allievi devono riconoscere questi segni muti così come se avessero la completa immagine dinanzi a sé.

12. Passiamo però di nuovo alla prossima fila. Qui nei libri voi scorgete soltanto una, due o tre linee principali, e precisamente date in misura molto più piccola. Queste singole linee principali vengono connesse qua e là con piccoli archetti, allo scopo di dimostrare che esse appartengono l’una all’altra. Le linee secondarie vengono segnate solo qua e là con poche corte lineette e puntini.

13. Vedete, non è già questa una scrittura con tutte le regole? Certo che lo è; ed essa è del tutto la vera e propria (ovvero originaria) scrittura che corrisponde all’intera essenza dell’uomo. Voi direte: “Questo è giusto; ma come stanno le cose poi con i singoli suoni oppure con il cosiddetto A.B.C.?”. – Io vi dico: “Questo sta già tutto dentro [a questa scrittura originaria], poiché le cosiddette vocali sono indicate con i punti e le piccole lineette, le consonanti, invece, sono rappresentate dalle linee principali e dai loro collegamenti”. Inoltre qui non si legge mai secondo le singole lettere e neanche le si imparano in anticipo per amor della lettura, bensì qui si procede totalmente al contrario. Qui prima s’impara a leggere dai segni generali, come avete visto, e solo successivamente da questi segni generali s’impara a riconoscere e a mettere insieme i singoli segni fonetici fondamentali, e da quanto messo assieme si ritrovano di nuovo i segni generali.

14. Vedete, questo è qui il modo e la maniera per insegnare agli allievi la lettura nella maniera più rapida e più appropriata.

15. Non c’è quasi bisogno di menzionare il fatto che per l’apprendimento del leggere contribuisca, in modo straordinario, molto il precedente apprendimento del linguaggio; potendo una cosa del genere essere afferrata con le mani. Infatti, la differenza tra i due mezzi di apprendimento consiste solo nel fatto che essi, con l’apprendimento del linguaggio, sono plastici([2]) e drammatici[3], mentre con l’apprendimento del leggere sono disegnati in modo piatto e rappresentati in misure ridotte.

16. Qui però scorgiamo ancora parecchie file. Che cosa succede? Si continua ancora ad insegnare a leggere sempre più perfettamente, e questo avviene in modo che gli allievi, dalla forma di questa scrittura interiore che è spirituale, imparano a trovare e a riconoscere, attraverso le corrispondenze, anche tutte le scritture esteriori mondane; e in questo edificio non ci si occupa d’altro che solo con la lettura. Che in questo modo gli allievi imparino anche già a scrivere da sé, non c’è quasi bisogno di menzionarlo, poiché con questo metodo, come voi usate dire, vengono presi due piccioni con una fava.

17. A questo punto voi certamente domanderete e direte: “Sì, se questi fanciulletti, forse appena di cinque fino a sette anni, presi secondo la misura terrena, imparano tutto questo già a questa giovanissima età, che cosa resta loro ancora da imparare? Poiché, da come abbiamo visto, durante l’apprendimento del linguaggio, attraverso le innumerevoli e molteplici immagini sulla lavagna, si sono comunque già impossessati di quasi tutto quello che l’uomo nel suo spirito può solo immaginare. E di più ancora parecchio ha offerto loro l’apprendimento del leggere, poiché nelle loro immagini si presentavano molte e più specie di situazioni così straordinarie che, con la loro realizzazione, si potrebbe riempire un’intera infinità. Allora in verità non è facile scorgere quali scuole superiori vi potrebbero ancora essere qui”.

18. Per il momento lasciate stare; il seguito vi mostrerà tutto ciò che qui si deve ancora apprendere. Voi certamente non dovete pensare che nel Regno degli spiriti, quali spiriti stessi, si abbia già, in un certo qual modo, come voi usate dire, mangiato tutta la sapienza dei Cieli con un cucchiaio, e questo forse ancora in un sorso solo, perché in verità questa sarebbe una straordinaria monotonia della vita, se ci si trovasse in una posizione tale da non essere più capaci di nessun perfezionamento. Se però il Signore stesso, cosa questa che voi certamente non afferrerete ben giustamente, progredisce sempre nello sviluppo della Sua forza infinita, cosa che voi potete facilmente scorgere dalla continua creazione e riproduzione di tutte le cose, come potrebbe esserci per i Suoi figli una qualunque sosta? Come però avvengano questi progressi, il seguito lo mostrerà.

 

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Cap. 3

Scuola celeste di geografia e storia della Terra

(Parla Giovanni)

1. Guardate, qui dinanzi a noi c’è già un altro edificio e di gran lunga più grande; cosa mai si insegnerà qui? Lo scopriremo subito. Voi sapete che questi fanciulletti non hanno mai potuto conoscere il loro luogo di nascita, la Terra, per il motivo che, secondo il corpo, sono morti troppo presto, e precisamente subito dopo la nascita. Considerato però che per il riconoscimento del Signore è anche necessario conoscere più da vicini il luogo che Egli ha scelto come luogo principale della Sua Misericordia, allora anche questi fanciulletti devono conoscere più da vicino proprio questo luogo, per vedere da questo come e dove il Signore è diventato Uomo per liberare l’intero genere umano e disporre la Terra per essere una scuola per i figli Suoi. – Quindi qui viene insegnata la geografia della Terra nel senso vero e proprio, e questo sicuramente in un modo più adeguato di quanto non sia il caso presso di voi.

2. Come però questa geografia della Terra viene qua esposta, di questo vogliamo subito convincerci. Nel mezzo della grande sala nella quale ci troviamo adesso, su un grande, splendido piedistallo si trova un mappamondo, quasi dello stesso tipo come da voi sulla Terra. Voi non dovete accettare quanto detto così semplicemente, bensì con la convincente premessa necessaria che sulla Terra, in nessun campo si trova qualcosa che non fosse stata presente già da lungo tempo prima nello spirito in misura corrispondente. Quindi anche un mappamondo sulla Terra non è affatto un’invenzione che non sia esistita prima nella pura regione dello spirito già da lungo tempo, anzi da un tempo eternamente lungo.

3. Questo lo potete anche scorgere perfettamente se domandate a voi stessi: “Che cosa era esistente prima: la Terra, oppure un globo fabbricato dagli uomini (spiriti) che rappresenti l’attuale forma della Terra, riproducendola solo in modo assai incompleto e misero?”.

4. Io però penso che la Terra nello Spirito del Signore sia sicuramente esistita già da moltissimo tempo, allora anche l’esistenza dell’immagine della Terra avrà ben avuto le sue buone, amplissime vie. Per conseguenza, questo globo qui, inteso spiritualmente, può certo anche essere nel suo ordine, ed è, nella pienezza della verità, anche in un ordine considerevolmente più grande di quanto lo potrà mai essere da voi sulla Terra.

5. Venite solo più vicini e osservatelo. Sulla sua superficie non è disegnato così come si usa da voi sulla Terra, bensì esso è una vera e propria tipologia di raggi plastici[4], simili alle vostre cosiddette fotografie, le quali fanno comparire in scala ridottissima l’oggetto in modo assolutamente meno appariscente. Infatti, la grande differenza tra la tipologia dei raggi esteriori terreni e questa interiore spirituale è incalcolabilmente grande, poiché qui, anche all’esame più accurato non deve mancare nemmeno un atomo, e l’intera natura della Terra deve essere rappresentata in maniera perfettamente precisa.

6. Che però questo sia realizzato qui, lo potete riconoscere al primo sguardo, in piena vicinanza; infatti, guardate, i ruscelletti, i fiumi, grandi fiumi e mari sono qui del tutto naturali; i ruscelli, i fiumi e i grandi fiumi scorrono, e il mare li accoglie.

7. Guardate ancora! Le montagne, che rappresentano in modo del tutto fedele in piccola scala quelle della Terra, sono chiaramente della stessa sostanza. I ghiacciai hanno la loro neve e il loro ghiaccio, le montagne calcaree la loro calce, le Alpi più basse i loro pascoli e, scendendo più giù, i loro boschi. E guardate solo attentamente, ogni città e ogni villaggio è riprodotto precisamente.

8. Qui per esempio c’è la città in cui voi([5]) abitate. Osservatela, e troverete che non manca la minima cosa. Guardate anche come perfino le nubi e la nebbia girovagano esattamente nelle direzioni e nelle stesse forme come si trovano simultaneamente sempre sulla Terra reale. Vedete, questo è sicuramente un globo perfettissimo; esso è, in verità, ben abbastanza grande; il suo diametro, secondo la vostra misura, dovrebbe avere circa venti Klafter (38 m).

9. Ma come può essere abbracciato con lo sguardo, da tutte le parti? Molto facilmente, poiché vedete, per primo [il mappamondo] è appeso, o piuttosto, poggia su un grande supporto per mezzo di un poderoso asse (in orizzontale) del tutto parallelo a un loggione circolare tutt’attorno, proprio all’altezza dei poli. Su questo loggione si trovano i nostri allievi insieme ai loro insegnanti che esaminano in modo approfondito un intero meridiano. Quando lo hanno ben conosciuto, il globo viene fatto girare di un meridiano, e così di seguito, finché in questo modo l’intera Terra (coricata) è studiata da cima a fondo.

10. Ma è forse questo l’unico globo, e con il suo studio gli allievi hanno finito con la geografia come materia d’insegnamento? Oh, no! Guardate là, proprio davanti a noi, c’è già di nuovo una grande sala; in essa si trova un globo simile che rappresenta la Terra com’era mille anni fa, e di nuovo in una grande sala attigua ce n’é un altro raffigurante la Terra ancora altri mille anni prima, e così via fino ad Adamo.

11. In tal modo questi allievi con la geografia, nello stesso tempo imparano anche la storia del mondo, solo che essi vanno sempre a ritroso. Cominciano dal presente, e così facendo vanno dalle apparenze alla causa prima; il che vuol dire andare dall’esterno verso l’interno.

12. A questo punto voi chiederete e direte: “Sulla Terra però accadono di anno in anno, non di rado, cambiamenti molto importanti; come possono dunque tali cambiamenti essere appresi su questi grandi globi che in sé abbracciano sempre mille anni?”. – Io dico nient’altro che questo: “Guardatevi solo un po’ intorno ed osservate tutto ciò che è contenuto in una simile enorme grande sala. Vedete, ad una certa distanza in ogni sala stanno ancora dieci globi un po’ più piccoli. Questi rappresentano la Terra di cento in cento anni, e ciò proprio in maniera così vivente, esattamente come si vede sui globi grandi. Dietro a questi dieci globi, ne scoprirete ancora di nuovo una gran quantità disposti in buon ordine, sui quali è rappresentata la Terra mutata di anno in anno, e dietro a questi globi, trovate l’ultima fila più vasta nella quale ci sono globi piccolissimi aventi appena tre piedi (94,8 cm) di diametro, dove sono rappresentati i mutamenti della Terra di giorno in giorno”.

13. Nella prima sala, cioè nella sala che rappresenta il vostro attuale millennio, voi potete osservare che in quest’ultima fila, secondo il vostro calcolo, viene aggiunto di giorno in giorno un nuovo globo. Ma affinché gli allievi non abbiano tanto da affaticarsi con i piccoli globi, viene loro già accennato in anticipo sul grande globo, dai loro insegnanti, quali mutamenti sono avvenuti qua e là sulla Terra. In questo modo gli allievi apprendono già tutto, e dopo, per la propria conferma, possono persuadersi sui piccoli globi stessi.

14. Alla fine dell’ultima sala, nella quale è rappresentata la Terra ai tempi di Adamo, si trova anche un’apertura, attraverso la quale i nostri allievi possono scorgere la Terra reale come attraverso un tubo, per procurarsi con ciò il completo convincimento di tutto ciò che in queste sale hanno appreso sulla Terra.

15. Ma quanto a lungo dura, secondo il vostro conteggio del tempo, un tale corso di apprendimento?Al massimo sei, fino a sette giorni, poiché voi qui dovete prendere in considerazione l’ampiamente maggiore e non ostacolata capacità di apprendimento puramente spirituale, in seguito alla quale un tale fanciullo spiritualmente sveglio, apprende in un minuto di più che voi sulla Terra in un anno. All’opposto, anche nel Regno degli spiriti ci sono certamente quelli che sono imperfetti, situazioni in cui uno spirito, in cento anni, fa i più scarsi progressi di quelli che un uomo fa sulla Terra in un minuto.

16. Così anche sulla vostra Terra corrispondente, e in particolare anche sulla Luna, ci sono istituti di insegnamento o di miglioramento per spiriti, nei cui istituti essi fanno progressi tanto miseri da far pietà. Ma questi non appartengono a questo posto, dove gli spiriti si trovano nella loro perfezione e nella loro originaria purezza.

17. Ma cosa imparano i fanciulli dopo questo corso? Guardate, davanti a noi, più oltre verso mezzogiorno, c’è già di nuovo un edificio enormemente grande. Che cosa si insegna in questo? Io vi dico: “Nient’altro ciò che naturalmente è il fondamento dell’esteriore essenza della Terra, quindi la geologia naturale e l’origine della stessa”. Non appena tutto ciò sarà ben compreso chiaramente e profondamente, si passerà poi alla Terra storica e, da questa, alla spirituale. Come però tutto questo sarà esposto, ve ne convincerete sul posto altrettanto bene come vi siete convinti finora di tutto.

 

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Cap. 4

Lezione sull’essenza e sull’origine della Terra

(Parla Giovanni)

1. Il nuovo edificio è davanti a noi e vi entriamo. Che cosa vedete qui nella grande sala? Evidentemente non vedete nient’altro che nuovamente un globo, il quale non differisce per niente da un precedente. Ma come potrebbe essere studiata la geologia su questo globo? Andiamo solo più vicini, e la cosa si mostrerà anche subito.

2. Guardate, per prima cosa questo globo può dividersi in due parti, proprio nel mezzo, da polo a polo. Basta una sola pressione e l’intera forma interna della Terra è visibile da polo a polo. La struttura e la costruzione sono rappresentate precisamente secondo la Terra reale; anzi perfino il minerale come si mostra qui è perfettamente lo stesso! Se voi ora osservate la sfera divisa, scorgerete come la Terra, in un certo senso, contiene in sé ancora una Terra in misura più piccola, la quale però è comunque connessa con la Terra esterna con saldi legami organici.

3. In questa Terra più piccola, più verso il polo nord, vedete un’altra sfera un po’ bislunga, qui ovviamente divisa a metà; questa nel suo interno è piena di vene e di canali. Proprio sotto l’equatore voi vedete un grande spazio cavo che qui ha l’apparenza di essere intessuto con una massa simile al fuoco. Da questa massa di fuoco vedete il fuoco salire verso l’esterno della Terra in innumerevoli organi, e da questa cavità interna di fuoco vedete anche, particolarmente verso il polo sud, parecchi grossi condotti tortuosi, attraverso i quali notate scorrere una quantità di vapori ardenti, i quali vengono formati continuamente con l’affluire dell’acqua dalla superficie della Terra in questo spazio di fuoco, e attraverso il loro potente fluir fuori verso il polo sud, provocano la quotidiana rotazione della stessa.

4. Non è questo il tempo di scomporvi qui l’intera essenza della Terra, bensì solo per mostrarvi in quale modo e maniera i nostri avanzati allievi spirituali imparano qui a conoscere l’essenza interiore del corpo terrestre. Io ritengo che non vi sia quasi più bisogno di dilungarsi su questo, poiché ognuno di voi potrà scorgere senz’altro, al primo sguardo, che la geologia o la costruzione dell’intera essenza della Terra non potrebbero essere insegnate e riconosciute dagli allievi in nessun altro modo e più saggio che proprio in questo modo.

5. Nel contempo, però, unitamente alla geologia materiale, qui viene ancora indicato come tutte le materie e gli organi formati dalle stesse in fondo non sono che forme spiritualmente corrispondenti, nelle quali una vita spirituale prigioniera viene preparata alla sua liberazione. E poi viene mostrato loro anche il passaggio graduale di come la vita prigioniera, partendo dal centro della Terra, sale verso l’alto attraverso innumerevoli gradini e, sulla superficie della Terra, si rende nuovamente manifesta e si perfeziona in innumerevoli nuove forme. – Vedete, tutto questo imparano gli allievi in questa sala.

6. Certamente voi domanderete: “Con tanti allievi spirituali, non sarà troppo poco un tale globo?”. Oh, guardatevi solo un po’ intorno in questa sala, e scorgerete una gran quantità di simili apparati, in parte in ugual grande formato e in parte in formati più piccoli. E tutti questi globi sono così costituiti che possono essere scomposti in tutte le parti possibili. Dopo che abbiamo visto anche questo, allora possiamo già di nuovo passare oltre in un’altra sala.

7. Siamo nella seconda sala attigua. Guardate, questa ha la forma di una sala rotonda estremamente larga e alta che, tutt’intorno, è divisa in mille colonne a nicchia o, per così dire, cappelle considerevolmente grandi e abbastanza profonde. Qui voi, nel mezzo di questa rotonda, non vedete altro su un grande tavolo, che una fuggevole nuvola di colore grigio bianco luminoso.

8. Che cosa significa questo? Guardate solo in tutte le direzioni alle finestre rotonde, ognuna delle quali, da ogni cappella, getta la luce proprio su questo tavolo.

9. Con lo scontrarsi dei raggi viene per l’appunto generata quest’apparente nuvola. Ma che insegnamento possono trarre da ciò gli allievi? Nient’altro che l’ordinata formazione di un mondo. Ma in che modo da questo conflitto di raggi debba formarsi un mondo secondo la Volontà del Signore, lo vedremo in queste mille cappelle poste qui intorno.

10. Nella prima cappella noi vediamo in scala un po’ più piccola lo stesso fenomeno che abbiamo già visto nel mezzo della sala. Nella successiva cappella la precedente nuvola ancora non ordinata ha già più una forma ovale, che però è ancora estremamente vacillante.

11. In ogni successiva cappella la forma diventa sempre più stabile e, in certo qual modo, anche più solida. Passiamo dunque cento cappelle. Dopo la centesima scorgiamo, attraverso la sfera di nebbia leggermente trasparente, già librarsi una goccia d’acqua pura come il cristallo. E se passiamo di nuovo attraverso un paio di centinaia di cappelle, scorgeremo che in ognuna la sfera d’acqua è diventata più grande, finché alla fine raggiunge già la grandezza della precedente sfera di nebbia.

12. Da questo punto scorgiamo, nel mezzo della sfera d’acqua, piccoli cristallini trasparenti, non dissimili da quei piatti fiocchi di neve gelati che, quando il freddo è considerevole, non di rado svolazzano come piccole tavolette di diamante.

13. Nelle successive cappelle scorgiamo sempre più di questi cristalli, intorno ai quali, verso il centro [della sfera] comincia a formarsi una specie di reticolato bluastro, e in questo modo si uniscono l’un l’altro i piccoli cristalli che prima erano separati.

14. Procedendo ulteriormente attraverso queste cappelle, nel mezzo della sfera d’acqua scorgiamo già sempre più un ammasso grigiastro e non trasparente, intorno al quale si attaccano, come nel freddo inverno intorno a un ramo d’albero, ancora nuovi chiari cristalli che scintillano come diamanti attraverso la sfera d’acqua.

15. Andando avanti, vediamo anche già nuovamente questi nuovi cristalli che si sono appena posati, legati tramite un nuovo tessuto bluastro, e dall’ammasso che diventa sempre più scuro, scorgiamo salire da ogni parte già di nuovo una quantità di rotonde bollicine d’aria, attraverso le quali si comincia a formare, sopra la sfera d’acqua, già una specie di aria atmosferica. E voi vedete che quest’azione, quanto più andiamo avanti, tanto più grande e più visibile diventa.

16. Dopo che con questo lento perfezionamento siamo passati di nuovo attraverso alcune centinaia di cappelle, si presenta qui, nell’attigua, dinanzi a noi, nel mezzo di una sfera d’acqua abbastanza grande, già una massa potentemente scrosciante. Considerevoli bolle sorgono continuamente dalla stessa, e qui sono già portatrici di una specie di sostanze piene di vapori le quali, all’esplodere delle bolle che salgono, si estendono, come una leggera nebbia, sopra la superficie della sfera d’acqua. E vedete, queste azioni diventano sempre più impetuose di cappella in cappella. Nella centesima cappella già scorgiamo qua e là, attraverso la sfera d’acqua già fortemente cristallizzata, dei punti incandescenti dai quali salgono continuamente dei vapori come da un’acqua bollente, e questo accade in innumerevoli bolle e bollicine.

17. Più avanti scopriamo emergere già considerevoli punte di cristalli sulla superficie dell’acqua, e la sfera d’acqua solo qui e là è libera dai vapori che si librano al di sopra di essa.

18. Ancora oltre vediamo già considerevoli raggi di fuoco, provenienti dall’interno, squarciare la superficie dell’acqua, vediamo l’acqua ondeggiare potentemente, e attraverso queste onde vediamo piccoli cristallini di nuova formazione affluire nelle connessure interne, e in questo modo vediamo la sfera interna non trasparente diventare sempre più rotonda e in sé più solida, come la superficie dell’acqua.

19. Continuando il cammino di cappella in cappella, incontriamo già lampi, lampi che certamente si formano in piccola dimensione nei vapori, i quali occupano già tanto la vera e propria sfera, la quale soltanto a fatica la si può ancora scorgere.

20. Verso la fine di questo museo della formazione del mondo, vediamo eruzioni di fuoco molto potenti, eruzioni che sollevano l’interiorissimo più compatto fondo oltre la superficie dell’acqua e, con ciò, formano montagne e altro solido e asciutto terreno. Proseguendo scopriamo qua e là della brulla pietra solida già ricoperta di muschio, e nelle regioni più profonde un terreno più molle che si è formato attraverso il muschio della pietra e attraverso lo scioglimento della stessa per mezzo del fuoco.

21. Nell’ulteriore procedere scopriamo che l’acqua è già animata, come voi siete soliti dire, da infusori([6]), e la formazione del terreno vegetativo procede rapidamente da sé. In una delle successive cappelle scopriremo già una specie di vermi nell’acqua. Di nuovo più avanti, la formazione animale nell’acqua viene sempre più potenziata e arricchita; e così con questo procedere di cappella in cappella voi vedrete finalmente la Terra progredire fino a quello stato nel quale prende il suo inizio la creazione dell’uomo. Questo, però, non si può più vedere qui, bensì in una prossima sala.

22. Ma come saranno differenziate queste cappelle l’una dall’altra rispetto ai periodi di tempo? – Io vi dico: quantunque questi periodi di tempo, per così dire, non siano assolutamente uguali, tuttavia potete supporre che, da cappella in cappella, abbraccino ben milioni di anni, e non vi sbaglierete proprio di molto. Se voi, infatti, osservate la grandezza della Terra, allora potrete anche comprendere quale moltiplicazione di tempi sia stata necessaria per ottenere dall’etere di luce, completamente nullo, una goccia di rugiada, e per vedere questa goccia, attraverso un costante e sempre più potenziato incremento, estendersi e alla fine solidificarsi fino a raggiungere l’attuale grandezza della Terra. – Non occorre che io qui vi dica altro.

21. Si comprende da sé che in questo modo, per lo più in via pratica, gli allievi attraverso tale istruttiva contemplazione apprendano l’origine di un mondo, e qui in particolare della Terra. E così, dunque, possiamo passare nella prossima sala, dove viene rappresentata la creazione dell’uomo, e quindi prende il suo inizio anche la Terra storica e spirituale.

 

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Cap. 5

La scuola spirituale della vita

(Parla Giovanni)

1. Qui naturalmente non è il luogo in cui dobbiamo rappresentare, per così dire punto per punto, l’intera storia della creazione dell’uomo, come anche la sua storia fino al tempo attuale, bensì in questo luogo scopriamo soltanto il modo e la maniera di come tutto ciò viene insegnato ai nostri piccoli allievi spirituali.

2. Voi potete accettare in anticipo, come cosa già abbastanza nota, che qui nel Regno degli spiriti perfetti, ogni cosa, in maniera corrispondente, viene impiegata in modo incalcolabilmente molto più saggio e più intelligente che non sulla Terra, al fine di raggiungere un qualsiasi scopo buono. Questo avviene già da questa base molto semplice, perché qui si comincia a contare non dall’uno fino all’infinito, bensì si comincia, per così dire, dall’infinito e si conta a ritroso da lì fino all’uno, oppure, ciò che è la stessa cosa, non si va dall’interiore verso l’esteriore, bensì dall’esteriore all’interiore; cosa che veramente sarebbe la via migliore anche sulla Terra, se gli uomini non fossero così presuntuosamente stolti e sciocchi.

3. Ma poiché gli uomini sulla Terra tendono solo alle cose più futili e più vane, allora credono e confidano nel Signore solo finché (ben inteso in base al miglior criterio di valutazione degli uomini) non manca loro nulla secondo il corpo. Invece, se viene una minima tentazione, allora ricadono subito nei loro vecchi dubbi e, anziché gettarsi nelle braccia del Signore, si gettano solo in quelle di un mondo che giova a poco e che aiuta molto miseramente. Così sono fatti già gli uomini migliori; ma da ciò risulta chiaro che il loro senso non è assolutamente rivolto verso l’interiore, bensì soltanto verso l’esteriore.

4. Dove però la fede, la fiducia e l’amore per il Signore sono ordinati in modo così estremamente misero, non ci si può certo aspettare una simile formazione spirituale, nella quale l’uomo farebbe un progresso molto maggiore in un minuto che non in vent’anni nell’abituale, altamente misera maniera terrena, anzi talvolta nemmeno in cento anni, se la vita umana durasse tanto a lungo.

5. Tutti gli uomini, in verità, sono destinati dal Signore ad accogliere nient’altro che quest’unica istruzione. Essi però lasciano perdere la santa Scuola della Vita, non sanno assolutamente cosa farsene, e perciò preferiscono tormentarsi per tutta la loro esistenza con futili conoscenze della natura morta e dei suoi rapporti, e quando alla fine della loro vita si domandano: ‘Che cosa di importante e di grande abbiamo raggiunto ora con il nostro faticoso studio?’, allora il loro stesso sentimento darà la risposta: ‘Noi siamo arrivati al punto che adesso, nel momento più importante della nostra vita, non sappiamo sul serio nemmeno se siamo maschi o femmine, e non sappiamo se adesso dobbiamo attenderci ancora una vita oppure nessuna!

6. Sono il Cielo, l’inferno e il mondo degli spiriti, fiabe inventate da oziosi rannicchiati in un monastero, oppure ci dovrebbe ben essere qualcosa in questo? Se non c’è nulla, che cosa ci sarà poi e che sarà di noi? Se invece c’è qualcosa in questo, dove andremo allora: in alto oppure in basso?’.

7. Vedete, questi sono i frutti più sicuri dell’erudizione terrena esteriore. Si domanderà di certo: ‘Se questi sono già i frutti dell’erudizione, quali frutti avranno poi quegli uomini che, tanto nelle campagne come anche nelle città, crescono non molto più assennati dell’animale sui pascoli e nei boschi?’. – Su ciò io non vi dico nient’altro, se non quanto il Signore stesso ha detto:

8. «Chi non rinascerà nel suo spirito, non entrerà nel Regno dei Cieli o della Vita eterna!».

9. Per il conseguimento della rinascita dello spirito, però, è necessaria l’osservanza, in tutte le sue parti, di quella santa Scuola della Vita, Scuola che il grande e santo Maestro di ogni vita ha predicato dalla Sua stessa santa bocca agli uomini della Terra, e l’ha suggellata con il Proprio sangue!

10. Chi quindi non vuol prendere in mano questa Scuola in modo attivo, com’è indicato nella Scuola, deve ascrivere solo a se stesso se in questo modo perde per propria colpa la vita del suo spirito.

11. Cosa certa però è che ogni possessore, per quanto semplice di un bene qualunque, deve sapere e anche saprà che, in primo luogo, egli è il possessore di un bene, comunque sia fatto, e in secondo luogo, saprà di che tipo di bene egli possegga e di quale valore.

12. Così, se qualcuno volesse contendergli la sua proprietà, sicuramente a questi appenderà al collo un duro processo. Perché poi? Perché egli sa del tutto con certezza di essere un proprietario, e sa che cosa possiede.

13. Se invece, oltre a ciò, qualcuno è possessore della vita eterna nello spirito, dite: può questi domandare se la sua anima e il suo spirito passeranno con la vita del corpo oppure no? Colui che domanda: “Come?”, “Quando?”, “Cosa?”, “Da dove?”, “Per dove?”, non è certamente possessore della vita eterna, ma è nient’altro che un venale servo salariato del mondo e teme più di tutto di perdere la vita del suo corpo; perché poi? Perché non ne conosce nessun altra.

14. Coloro che sono qui e una volta erano dei veri allievi provenienti dalla Scuola del Signore per la vita eterna, disprezzavano la morte del corpo e attendevano con grande gioia e delizia solo il completo scioglimento dei pesanti legami esteriori della vita del mondo. Essi testimoniarono la Verità della Scuola della Vita proveniente dal Signore – quali martiri con il loro sangue.

15. Cercate i martiri nel tempo attuale! Ci sono ben qua e là dei difensori molto valorosi della santa Scuola della Vita proveniente da Cristo, il Signore. Questi difensori sono però simili alle galline su un albero, le quali si beffano della volpe che gira intorno sotto di loro, perché l’istinto dice loro che, finché stanno lassù, il nemico non può raggiungerle. Ma quando le galline scendono a terra e la volpe si precipita in mezzo a loro, allora è del tutto finita con il ‘beffarsi’ del nemico, e l’angoscia mortale costringe i nostri valorosi eroi pennuti alla fuga assai veloce.

16. Così è oggigiorno anche il caso con la forza della fede. Finché qualcuno, in qualche angolo della Terra, si sente al sicuro dalle grinfie dei grandi del mondo avidi di dominio e di beni, allora egli parla anche come un Mosè sul Sinai. Ma se questi grandi e potenti amici del mondo e nemici della Verità hanno rintracciato il nostro Mosè e fanno atto di prenderlo in consegna in un modo mondano estremamente sgradito, allora il nostro predicatore della Verità si guarda attorno per vedere se ci sia una qualche porticina per svignarsela. Dovesse questa essere sbarrata, allora il profeta fortemente minacciato, dopo rigoroso esame terreno, ricorrerà a quelle coraggiose misure alle quali, com’è a vostra conoscenza, ricorse l’astronomo Copernico quando scorse davanti a sé il rogo per sua non piccola consolazione; o come fecero anche alcuni uomini realmente pii in Spagna durante i lodevoli tempi dell’Inquisizione, i quali preferirono bruciare alcuni insegnamenti comunicati loro dal Signore stesso, piuttosto che far venire su se stessi un notevole inconveniente.

17. Tuttavia questi furono pur sempre uomini, in sé e per sé degni di lode e di rispetto, poiché in se stessi furono nondimeno convinti della Verità, benché solo verso l’esterno non ebbero il coraggio di riconoscerla.

18. Il Signore però ha ben detto certamente: «Chi Mi riconoscerà dinanzi al mondo, anch’Io lo riconoscerò dinanzi al Padre Mio!», o altrimenti detto: “Chi Mi avrà accolto veramente nel suo spirito, Mi riconoscerà anche nella pienezza della forza della Verità in lui dinanzi a tutto il mondo! Io, perciò, per questo lo riconoscerò anche nella pienezza del Mio Amore come Padre”.

19. Se però le cose stanno in questi termini, allora da ciò non può certo venir fuori altro che, in primo luogo, come suona nelle parole del Signore: «Molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti!», – oppure espresso più chiaramente: “In verità, molti nell’aldilà raggiungeranno la vita eterna, ma solo a pochissimi toccherà la grande gioia di essere accolti come figli nella vera e propria Casa del Padre, poiché il conseguimento di questa Grazia richiede violenza, e coloro che non l’attirano a sé con violenza, non la riceveranno”.

20. Ma da un’altra parte è anche detto: «Il Mio giogo è dolce e il Mio carico è leggero». Questo passo può valere di conforto per coloro che hanno in sé la Verità in modo convincente, ma oltre a ciò hanno anche tanto del mondo che toglie loro il coraggio di riconoscere apertamente la Verità dinanzi allo stesso. Questi hanno poi realmente nella Verità della vita eterna che è presente in loro, un giogo dolce e un carico leggero. Invece quei pochi che hanno bandito da sé tutto il mondano, ricevono poi lo spirito della forza e del vigore, non temono più il mondo, e riconoscono in loro apertamente l’eterna Verità vivente, strappando a sé con la violenza della loro fede e del loro amore per il Signore la Casa del Padre.

21. Nondimeno, questo voi lo potete scorgere anche da ciò: se qui un qualunque padre di famiglia avesse i suoi beni nel paese e oltre ai suoi figli avesse anche parecchi servitori molto bravi, e tuttavia, se dei ladri e dei rapinatori dovessero irrompere nella casa e i servitori per paura e angoscia corressero a nascondersi, mentre i figli adulti afferrano con tutte le forze e tutto il coraggio i prepotenti rapinatori e ladri, proteggendo così la vita del padre e della madre con il loro coraggio e con la loro forza, sarebbero i servitori cattivi per questo, perché sono corsi a nascondersi?

22. No, proprio non lo sarebbero; però sarebbero degli esseri deboli, poco pieni di vita e quindi privi di coraggio. I figli invece avrebbero la vita del padre nel loro fondamento; perciò nulla sarebbe tanto santo che la stessa. Invece essi, vale a dire i servitori, dovrebbero essere ricompensati per essersi nascosti? Io ritengo che non occorra essere un giurista per riconoscere che, in questo caso, non si sono certo meritati una ricompensa per essersi nascosti dalla paura.

23. Questo, però, sta anche nella Parola di Vita: «Chi semina molto, raccoglierà anche molto; e chi semina poco, raccoglierà anche poco».

24. Io ritengo che gli uomini, da quanto è stato detto finora, non risulterà proprio così difficile riconoscerlo, giacché sulla via delle loro attuali scuole del mondo non si saranno appropriati molto della vita eterna; e perciò la semina estremamente magra avrà anche, come conseguenza, un altrettanto magrissimo raccolto.

25. Per questo, secondo la Volontà del Signore, io vi mostro anche le viventi scuole dei bambini nel Sole, affinché possiate apprendere da questo, come si dovrebbe effettivamente amministrare anche sulla Terra la Scuola della Vita! – Noi ora ci troviamo nella sala dove prossimamente impareremo a conoscere la storia della creazione dell’uomo e la sua ulteriore storia sulla Terra, e anche lo stato spirituale della stessa.

 

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Cap. 6

La sala della storia sulla creazione dell’uomo

(Parla Giovanni)

1. Guardate: anche nel mezzo di questa oltremodo grande sala si trova un enorme grande globo, intorno al quale è collocato un loggione. E poiché anche in questa sala c’è una grande rotonda la cui parete circolare è munita di molte cappelle di grandezza considerevole, allora scorgiamo in queste cappelle pure una quantità di globi più piccoli che servono allo scopo prestabilito.

2. Andiamo su al loggione ed esaminiamo il grande globo installato; lì scopriremo la storia della creazione dell’uomo. – Siamo al loggione; prestate dunque attenzione, come un insegnante qui presente esporrà la storia a questi suoi allievi.

3. Vedete, si china sulla grande sfera e la tocca. E guardate, nel punto dove l’ha toccata, esce subito una potente luce, la luce si afferra, si costituisce in una forma e la forma è uguale a un uomo. – E guardate ancora: l’insegnante tocca per la seconda volta la sfera e una fine polvere sorge dal punto toccato, avvolge la precedente figura di luce e la luce ora non emana più nessuno splendore [fuori] da sé, ed è già avvolta nella stessa forma con un involucro terreno.

4. E ora, guardate, l’insegnante si china nuovamente ed alita sulla forma ancora inanimata ed essa diventa vivente, si muove sul posto da sola e osserva le cose intorno a sé. Guardate di nuovo, la forma si stanca di osservare, si accascia là sul posto e passa in uno stato di sonno.

5. Ora però l’insegnante si china di nuovo e tocca il fianco della forma dormiente, e vedete innalzarsi dal fianco di questa forma di nuovo una luce, la luce si rafferma in una seconda forma umana e resta ferma, immobile davanti alla prima forma ancora dormiente. L’insegnante tocca di nuovo la prima forma, e una massa umida un po’ bagnata, come una goccia torbida, si svincola dalla prima forma, si scioglie in una nebbiolina e avvolge come tale la seconda forma di luce. – La luce scompare, e la seconda forma è simile alla prima, ma non è ancora animata; perciò l’insegnante la tocca ancora una volta, e guardate, essa vive e si muove agile qui e là.

6. Ora però l’insegnante tocca nuovamente anche la prima figura; guardate, essa si solleva, e poiché ne scorge una seconda che le è simile, ne ha una gioia visibilmente grande e usa con la stessa già un’espressione mimica. – L’insegnante qui rappresenta, in un certo qual modo, il Signore, e ora opera apparentemente con la forza che il Signore gli ha conferito a questo scopo, opera ciò che il Signore ha operato nella grande realtà. Egli pronuncia esattamente anche le stesse parole che il Signore ha pronunciato, e gli allievi notano anche la grande potenza di tali parole.

7. Adesso però guardate come l’insegnante si manifesta a questa prima coppia umana creata e come la istruisce.

8. Guardate, l’insegnante si tocca il petto. Subito un raggio luminoso esce dal punto toccato, va verso la neocreata coppia umana e si mette dinanzi alla stessa altrettanto come un terzo uomo di luce. E ciò che l’insegnante ora dice davanti agli allievi secondo le parole del Signore a voi note, lo dice anche il terzo uomo rappresentato dal raggio proveniente dal petto dell’insegnante alla coppia umana neocreata.

9. Non è ulteriormente necessario farvi assistere a quello che verrà rappresentato successivamente, poiché ora tutto procede alla lettera, ciò che voi sapete dal Vecchio e Nuovo Testamento, solo i momenti della procreazione vengono velati. Per questo, infatti, c’è ancora un altro tempo, in un certo qual modo, spirituale, in cui i nostri allievi, con la maggiore maturità del loro essere, potranno essere istruiti in un modo altamente edificante.

10. Io però vi rendo attenti sul fatto che qui gli insegnanti, in una maniera adattissima allo scopo, espongono allo stesso modo ai loro allievi tutta la futura conduzione del genere umano e, alla fine, l’intera superficie della Terra popolata, e questi popoli sono lasciati a operare da se stessi sulla superficie terrestre. [In questo modo gli allievi vedono] questi popoli edificare case e città, addomesticare animali per il loro uso, condurre guerre e perseguitarsi precisamente così come fu in realtà il caso sulla Terra. E vedete, tutto questo accade fino al tempo presente.

11. I momenti speciali nella grande storia del mondo, come qui è in primo luogo la creazione dell’uomo, poi il diluvio universale di Noè, il patto stretto con Abramo, con Isacco e con Giacobbe, la grande conduzione del popolo d’Israele sotto Mosè e sotto i suoi successori, la storia sotto Davide e Salomone, la Nascita del Signore e da lì ai momenti più importanti della diffusione della Sua Dottrina, formano la parte principale dell’insegnamento.

12. Quando una di queste parti principali è completata, gli allievi vengono condotti nelle cappelle dove stanno i globi più piccoli, e lì devono ripetere ai loro insegnanti in modo auto creativo, ciò che gli insegnanti hanno mostrato loro sul grande globo. In questo modo l’insieme dell’istruzione diventa perfino vivente, e gli allievi conoscono poi gli avvenimenti della Terra punto per punto precisamente in modo così vivente, come se essi stessi, sulla Terra reale, fossero stati perfino attivi testimoni di ogni cosa.

13. Se gli allievi hanno acquisito quest’importante ramo dell’insegnamento, solo allora vengono condotti nuovamente al grande globo, e poi gli insegnanti mostrano loro, nello stesso tempo, la Terra spirituale e come questa si forma dal genere umano.

14. Essi mostrano loro le sfere, mostrano come queste si formano sempre più pure e più chiare sopra la Terra materiale vera e propria, e mostrano come proprio queste sfere ricevono poi una conformazione paesaggistica non appena lo spirito di un uomo defunto s’innalza in una qualsiasi sfera e, della stessa, prende il possesso che gli è confacente.

15. Ma nel contempo gli insegnanti mostrano agli allievi le sfere sotterranee che diventano sempre più tenebrose, e come delle anime maligne di uomini defunti sprofondino in tali tenebrose sfere. E là dove esse prendono un qualche possesso a loro confacente, là si spingono anche presto parecchie anime, cominciano ad opprimersi e, passando per mezzo di ciò nell’ira, s’infiammano anche, e una volta che si sono infiammate allora gli allievi scoprono come tali anime tenebrose passano poi, in misura corrispondente, nelle più disparate forme assai mostruose e sprofondano in queste sfere sempre più profonde e più tenebrose.

16. In quest’occasione agli allievi viene anche spiegato che cos’è il peccato, e come un essere libero, vivente sulla Terra, può peccare.

17. Quando gli allievi hanno ben afferrato tutto ciò, allora vengono condotti fuori da questa sala e guidati in un altro giardino più grande, dove si trovano già istituti scolastici superiori. Che in questo primo giardino gli allievi non imparino ovviamente tutto d’un fiato, ma che tra un insegnamento e l’altro abbiano delle ore di gioco ben ordinate, si comprende da sé. Poiché anche lo spirito ha regolarmente bisogno di periodi di riposo per il proprio rafforzamento, cosa che il Signore annunciò già con la prima storia della creazione, quando Egli ha stabilito, dopo i sei risaputi giorni di lavoro della creazione, un settimo giorno di riposo.

18. E ai tempi di Cristo il Signore stesso ha mostrato che Egli, dopo aver fatto un lavoro, ha riposato come ogni altro uomo. Quindi anche gli spiriti hanno qui bisogno di periodi di riposo, nei quali si rafforzano di nuovo per affrontare nuove lezioni; e così subentra anche, specialmente col passaggio da un giardino d’insegnamento all’altro, un considerevole periodo di riposo. In questo periodo agli allievi con i loro maestri viene concesso, se ne hanno voglia, perfino di far visita ai loro congiunti sul vero e proprio corpo terrestre, il che però di solito accade sempre solo quando i loro congiunti abitanti della Terra sono nel sonno profondo, cosicché nello stato di veglia solo assai raramente ne sanno qualcosa di questo; particolarmente poi proprio nulla del tutto se sono disposti più alle cose terrene che a quelle spirituali.

19. Alcuni di questi allievi, poiché sanno già moltissimo del Signore, hanno il desiderio di vederLo. Tale desiderio però solo raramente viene esaudito, e ciò per il motivo che essi, come spiriti, sono ancora troppo deboli per rimanere stabilmente di fronte all’eterno, onnipotente Spirito di Dio e sopportare tale vicinanza. Il loro più grande e prediletto ristoro consiste tuttavia in questo: il poter visitare Maria, quale loro generale direttrice superiore spirituale e Madre. Maria visita assai spesso tutti questi grandi istituti scolastici, però non sempre è visibile ai piccoli spiriti, ma ben agli insegnanti.

20. Voi domanderete se tutti i bambini defunti debbano passare queste scuole a partire dalla nascita fino al loro dodicesimo anno. Certamente, ma non nell’uno e nello stesso giardino; per ogni età, infatti, vi è un proprio giardino d’inizio. Ma per quanto riguarda il secondo giardino, essi vi giungono già tutti insieme. – Ma come e cosa imparano là i quasi innumerevoli molti spiriti infanti e in quale stato essi passano [dopo l’istruzione], ve lo mostrerà il seguito.

 

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Cap. 7

L’insegnamento dei dodici Comandamenti

Prima sala, spiegazione del primo Comandamento

(Parla Giovanni)

1. Non dobbiamo fare da qui un grande e lungo viaggio, poiché il successivo giardino starà subito davanti ai nostri occhi. Guardate là, a una distanza moderata ci danno il benvenuto già filari di alberi che si estendono a perdita d’occhio, al di là dei quali scorgiamo un palazzo oltremodo grande e altrettanto sontuoso. Questo è già il giardino in cui dobbiamo andare, e finanche in questo voi troverete anche quei bambini che il Signore vi ha preso sulla Terra.

2. Che voi però possiate riconoscerli subito, questo è certamente un’altra domanda; infatti, nello spirito, i bambini non somigliano più nell’aspetto ai loro genitori terreni, ma hanno solo somiglianza, in misura corrispondente, con il Signore, secondo la capacità di accoglimento per il bene dell’amore e il vero della fede proveniente dal Signore. – In certe occasioni tuttavia essi possono anche assumere la somiglianza terrena, la quale rimane attaccata alla loro anima, e farsi riconoscere secondo tale forma a coloro che giungono qui dalla Terra e che non sanno ancora proprio molto dei rapporti spirituali.

3. Nel frattempo non vogliamo tuttavia parlare troppo a lungo di questo, bensì ci recheremo piuttosto subito nel giardino, per convincerci là con i nostri occhi spirituali di quello che altrimenti qui potremmo discutere solo con la bocca.

4. Siamo già arrivati ai filari degli alberi, o viali, nei quali scopriamo le più belle vie fiorite, e qua e là vediamo anche dei bambini passeggiare allegramente sulle stesse. Ma addentriamoci solo un po’ di più, e ci troveremo subito presso il palazzo appena scorto.

5. Guardate, questo sta già dinanzi a noi, e ciò in una lunghezza quasi incalcolabile. Mille volte mille finestre si susseguono in una fila. Ognuna è alta quasi sette klafter (13,3 m). Sopra l’altezza delle finestre scopriamo ancora una fila di finestre più piccole, le quali tuttavia vengono a stare dappertutto esattamente sopra le grandi finestre sottostanti.

6. Voi a questo punto direte e domanderete: ‘Ma, per l’amor di Dio, tutto questo edificio, questo immenso lungo palazzo, consiste solo di una singola sala?’. – Io vi dico: assolutamente no, bensì essa è costituita da dodici sezioni. In alto, però, dove notate la seconda fila di piccole finestre, corre ininterrottamente intorno a tutta la sala una splendida e larga balconata, dalla quale, senza disturbare gli allievi che in un certo senso si trovano al piano terra, si possono abbracciare con lo sguardo tutte le dodici sezioni, l’una dopo l’altra, e ci si può convincere di tutto quello che avviene in esse. – Ora però andiamo dentro, affinché tutto vi diventi chiaro.

7. Guardate, siamo già all’ingresso. Non abbiamo però bisogno di salire sulla balconata, poiché dobbiamo rimanere in ogni caso invisibili alla maggior parte di questi piccoli spiriti infanti. Siamo percettibili solo agli insegnanti; questi invece sono già stati istruiti sul perché noi siamo qui.

8. Ora guardate, qui siamo già nella prima sala. Che cosa vedete scritto su una lavagna bianca che sta diritta su una colonna situata nel mezzo di questa grande sala? Voi dite: ‘Nel punto più alto c’è il ben noto numero uno, che sicuramente sarà il numero della sala, e sotto c’è scritto: via verso la libertà dello spirito!’. – Io vi riferisco che il numero uno non significa il numero della sala, bensì indica il primo Comandamento di Dio per mezzo di Mosè.

9. Voi domanderete: ‘Ma che cosa hanno a che fare questi molti bambini che noi vediamo qui già abbastanza cresciuti, con il Comandamento terreno di Mosè? Poiché questo vale ben per dei mortali, uomini terreni increduli, ma certamente non per dei bambini che qui, come puri spiriti, hanno già da lungo tempo la vivissima convinzione dell’esistenza dell’unico Dio, avendoLo mostrato loro in ogni occasione fin dalla prima istruzione elementare, da come abbiamo visto più che sufficientemente chiaro e in maniera assai vivente!’.

10. Miei cari amici e fratelli, la faccenda è del tutto diversa da come lo ritenete voi. Qualcosa di simile tuttavia lo trovate anche sulla Terra, anche colà voi potete interrogare e osservare i bambini dove voi volete, e dappertutto incontrerete in loro una fede realmente vivente in un Dio. Infatti, nessuno è più credente di quanto lo siano i bambini, e non si trova facilmente una qualche coppia di genitori così malintenzionata che voglia impedire ai suoi figlioletti, per lo meno all’inizio della loro esistenza, di riconoscere un Dio, poiché lo prescrive ogni religione e ai genitori viene fatto obbligo, per lo meno per motivi politico-morali, di permettere che i loro figli imparino e riconoscano questo.

11. Non si dovrebbe proprio neanche credere che tali bambini, istruiti da Dio, con il tempo non abbiano più bisogno di un’ulteriore istruzione su Dio. – Voi stessi dovete riconoscere e dire: ‘Certo, una tale istruzione è necessaria ad ognuno fino alla fine della vita, poiché le prime impressioni negli anni dell’infanzia vengono cancellate con troppa facilità, e quando i bambini sono diventati uomini adulti, stanno lì come se non avessero mai udito qualcosa di Dio’. – Io vi rispondo: una tale cancellazione qui non è certo facilmente possibile, però dovete tuttavia ammettere che questi bambini, in seguito al loro precoce arrivo qui, sulla Terra non hanno avuto occasione di sostenere la prova di libertà per il loro spirito, il che è la vera e propria prova della vita. Perciò quest’azione estremamente importante per la vita dello spirito, qui deve essere posta pienissimamente in opera. Finora questi spiriti infanti erano solo, in un certo qual modo, macchine spirituali viventi. Qui invece si tratta di diventar viventi da loro stessi, e perciò devono anche conoscere tutti i Comandamenti, poi provarli attivamente su se stessi e apprendere come il loro stesso essere spirituale vivente si comporta sotto un dato Comandamento.

12. E così, infatti, anche qui  viene dato il primo Comandamento che suona così: «Tu devi credere in un Dio, e non pensar mai che non vi sia nessun Dio oppure che vi siano due, tre o più dèi».

13. A questo punto si potrebbe certamente chiedere ancora: “Dunque, come si può imporre di credere in un Dio a chi in ogni caso crede in un Dio in modo vivente e non ha alcun dubbio su questo?”. – Questa è in verità una buona osservazione; ma proprio per questo i loro insegnanti li sottopongono qui a ogni specie di insegnamenti e azioni in una condizione tale, che siano assaliti da ogni genere di dubbi sull’esistenza di Dio, il cui metodo di istruzione si chiama qui segregazione del proprio spirito.

14. Infatti, per realizzare ciò presso questi bambini, non raramente gli insegnanti fanno sorgere, come per caso, delle cose stranissime davanti agli occhi dei loro allievi, le fanno osservare e poi domandano se, per far questo era necessario Dio, dato che loro non Lo hanno visto operare. Se i bambini dicono che Dio può realizzare questo semplicemente con la Sua Volontà, senza per questo essere per forza presente realmente, allora gli insegnanti lasciano che gli stessi allievi pensino differenti cose, e quello che dai fanciulli viene pensato, sta già realizzato dinanzi a loro. Oltre a ciò gli insegnanti chiedono poi di nuovo: “Chi ha fatto ora queste cose?”.

15. Con questo già parecchi vengono portati nel crepuscolo([7]). Alcuni dicono che queste cose le avrebbero fatte essi stessi, mentre altri pensano che le abbiano fatte gli insegnanti secondo il riconoscimento dei pensieri negli allievi. Alcuni dicono invece che sono stati loro ad aver pensato tali cose, ma di certo, un Dio onnipotente lo avrebbe concesso, affinché ciò che avevano pensato apparisse dinanzi a loro come un’opera compiuta.

16. Se gli allievi rimangono ancora abbastanza fermi nella fede in un Dio, gli insegnanti domandano allora da dove hanno appreso che vi fosse un Dio. Solitamente gli allievi rispondono loro: ‘Questo ci è stato insegnato dai primi saggi insegnanti’. – Ora però questi insegnanti domandano di nuovo e dicono: ‘Che cosa direste poi, se noi, quali insegnanti evidentemente più saggi, vi dicessimo e vi insegnassimo che non esiste nessun Dio, e che tutto ciò che vedete è stato fatto e creato da noi? E cosa direste se fosse da noi affermato che siamo noi i veri e propri dèi?’.

17. Vedete, a questo punto i bambini restano enormemente sorpresi e chiedono allora agli insegnanti che cosa dovrebbero fare ora in questo caso.

18. Questi insegnanti però dicono loro: ‘Cercate in voi quello che dovete fare; se esiste un Dio, allora dovete trovarlo in voi, e se non c’è, allora non Lo troverete neanche in eterno!’.

19. Quando poi i bambini chiedono come devono avviare una tale ricerca in sé, allora gli insegnanti dicono: ‘Cercate di amare nel vostro cuore il Dio che voi ritenete esistente, così come se fosse davvero un Dio. Crescete in tale amore, e se esiste un Dio, allora Egli vi risponderà nel vostro amore. Se invece non esiste, allora nel vostro cuore non riceverete nessuna risposta’.

20. Vedete, a questo punto gli allievi cominciano ad andare nel loro interiore e iniziano sul serio ad amare quel Dio che precedentemente hanno creduto solo in maniera infantile. Poi però succede che Dio, il Signore, non si annunci tanto presto, e i nostri fanciulli pervengono in non pochi dubbi. Come però saranno liberati da tali dubbi, lo mostrerà il seguito.

 

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Cap. 8

Come si deve cercare Dio?

(Parla Giovanni)

1. Guardate, là ci sono già alcuni allievi che in quest’istante si rivolgono al loro insegnante e gli fanno l’osservazione che adesso, sul serio, sono costretti a credere che non esista nessun Dio all’infuori dei loro stessi insegnanti, i quali davanti a loro riescono a fare cose meravigliose, mentre Dio, nonostante l’impetuosità del loro amore con il quale essi Lo hanno afferrato nei loro cuori, non si è mostrato a nessuno di loro nemmeno per una lievissima percezione.

2. Ma cosa fanno gli insegnanti di fronte alla dichiarazione dei loro allievi? Ascoltate solo colui al quale quest’affermazione è stata fatta; egli (l’insegnante) parla ai suoi allievi:

3. “Miei amati fanciulli! Può ben essere che Dio non si sia ancora annunciato a voi; ma può anche essere che si sia annunciato. Voi però eravate troppo disattenti, e non avete percepito un tale annuncio.

4. Ditemi perciò: ‘Dove eravate quando avete afferrato Dio nei vostri cuori?’. Eravate fuori sotto gli alberi del giardino, oppure sulle balconate della sala, oppure eravate sul grande terrazzo della sala dell’edificio o in qualche stanza, oppure eravate nelle vostre camere di soggiorno costruite in abbondanza al di fuori di questo grande edificio scolastico? E ditemi anche: che cosa avete visto, notato e percepito qui e là?”.

5. Dicono i fanciulli: “Noi eravamo fuori, sotto gli alberi, e contemplavamo là le magnificenze delle creazioni di Dio nel Quale dobbiamo credere, e Lo lodavamo perché ha fatto cose così magnifiche. Noi ce Lo rappresentavamo come un Padre molto caro che viene volentieri dai Suoi figli, e con ciò abbiamo anche provato nel nostro cuore una grande brama di scorgerLo e correre incontro a Lui con tutto il nostro amor filiale, e poi abbracciarLo e accarezzarLo con tutta la nostra possibile forza.

6. Solo che da nessuna parte venne un qualche Padre da noi. Ci siamo anche interrogati con scrupolo, se l’uno o l’altro avesse scorto ancora niente del Padre. Ma ognuno di noi ammise francamente di non aver scorto nemmeno da lontano anche solo qualcosa di più sommesso.

7. Allora lasciammo quel posto, andammo in fretta sul terrazzo della sala dell’edificio scolastico e là facemmo lo stesso. Solo che il risultato fu esattamente uguale come sotto gli alberi. Da lì ci recammo nelle nostre camere di soggiorno, nell’opinione che là il Padre ci avrebbe visitato al più presto, poiché là pregammo molto e Lo invocammo fervidi, affinché si mostrasse a noi. Ma tutto è stato inutile! E poiché abbiamo seguito inutilmente il tuo consiglio, ci vediamo ora costretti ad approvare il tuo insegnamento, vale a dire che non esiste nessun Dio, piuttosto che ne esista uno. E così abbiamo concluso tra noi: ‘Se esiste già un qualche Dio, allora non esiste nessun Dio intero, bensì uno diviso in tutti gli esseri viventi e liberamente attivi, come lo siete voi e noi qui’. – Dio è dunque solo una totalità della Forza vivente, la Quale però, solo negli esseri come lo siete voi, si manifesta liberamente attiva, e altri, riconoscendoLo, per mezzo di ciò operano anche potentemente”.

8. Qui vedete dei piccoli filosofi, e tuttavia nello stesso tempo riconoscete anche il fondamento o il falso seme di cui tutte queste scivolose speculazioni intellettuali ne sono il frutto!

9. Ma che cosa dice il nostro insegnante a questi filosofemi([8]) dei suoi allievi? Ascoltate, così suonano le sue parole: “Miei cari fanciulletti! Ora io ho scorto in voi, molto chiaramente, il motivo per cui Dio non si è mostrato né sotto gli alberi, né sul terrazzo, né nelle camere di soggiorno (il che significa: né con l’investigare nella natura attraverso esperienze e analisi della stessa, né sulla via dell’elevata speculazione della ragione o dell’intelletto, né nel vostro animo non molto migliore di un animo superficiale), perché voi siete andati fuori già con dei dubbi.

10. Voi non avete atteso Dio decisi, bensì, tutt’al più, nell’eventualità. Dio, però, se ce n’è uno, deve certamente essere in Se stesso la somma, perfetta certezza. Se invece voi cercavate la somma certezza divina con l’incertezza del vostro pensiero, della vostra fede e della vostra volontà, come avrebbe potuto manifestarsi a voi? Imprimetevi bene in mente ciò che adesso vi dirò:

11. Se volete cercare Dio e Lo volete trovare anche visibilmente, allora dovete andar fuori con la più grande certezza e anche cercarLo così. Dovete continuare a credere senza il minimo dubbio che Egli è; e anche se non riuscite a vederLo per lungo tempo, dovete ugualmente anche afferrarLo con certezza con il vostro amore, così come con certezza credete in Lui. – Dopo si mostrerà se avete conseguito la massima certezza possibile nel vostro pensiero, nella vostra fede, nella vostra volontà e nel vostro amore.

12. Se tale certezza l’avrete conseguita, anche Dio, se esiste, vi si mostrerà sicuramente. Ma se non l’avrete conseguita, allora tornerete di nuovo da me con un nulla di fatto, com’è stato il caso questa volta”.

13. Guardate! I bambini esaminano attentamente l’insegnamento, e uno di loro, apparentemente il più fragile, si avvicina all’insegnante e dice: “Ascoltami, caro saggio insegnante, non pensi che se io andassi tutto solo nella mia cameretta di soggiorno, e unicamente con il mio amore riuscissi ad afferrare in modo molto determinato, Dio il Signore, quale l’amorevolissimo Padre? Poiché io non ho comunque ancora mai davvero dubitato se ci fosse o no un Dio; bensì in me – nonostante tutte le prove contrarie – sono continuamente rimasto vicino a un Dio! Non pensi tu, dunque, che Egli si mostrerebbe a me se io volessi solo amarlo? Poiché il molto pensare e credere mi sembra comunque un po’ faticoso”.

14. Dice l’insegnante al fanciullo: “Va’, mio caro fanciulletto, e fa ciò che ti sembra buono; chissà se per adesso tu non abbia ragione – Io non ti posso dare ora né un sì, né un no, bensì ti dico: Va’ lì e sperimenta tutto ciò che l’amore è in grado di fare”.

15. Ebbene vedete, il fanciulletto corre fuori dalla sala e si reca nella sua camera di soggiorno, e gli altri allievi chiedono all’insegnante se egli preferisce l’iniziativa di quel fanciullo che ora si è allontanato recandosi nella sua camera, oppure preferisce ciò che ora pensano di fare secondo il suo consiglio, vale a dire andar fuori con ogni certezza, e dopo cercare Dio.

16. L’insegnante però dice: “Voi avete udito ciò che io ho detto a uno dei vostri compagni, cioè né un sì né un no; proprio la stessa cosa dico anche a voi. Andate dentro, oppure fuori; fate ciò che vi sembra meglio, e l’esperienza mostrerà quale via è la migliore e la più corta, oppure se l’una è falsa o l’altra giusta, oppure se entrambe siano false o entrambe giuste”.

17. Ebbene guardate, una parte dei fanciulli afferra la certezza, un’altra invece l’amore soltanto. Quella parte afferrante la certezza va fuori in giardino colma di profondi pensieri, di volontà e di ferma fede; invece un altra parte si reca nelle camere di soggiorno per cercare Dio.

18. Ma guardate là, proprio adesso viene il fanciullo che prima è corso fuori con l’amore per Dio, guidato da un uomo semplice, ed entra nella sala dirigendosi direttamente dall’insegnante. Che cosa gli vorrà presentare?

19. Ascoltate, il fanciullo dice: “Caro, saggio insegnante, guarda un po’ qui! Quando io, nella mia cameretta di soggiorno, cominciai ad amare molto il caro grande Padre Celeste, venne da me questo modesto uomo e mi chiese se sul serio io amassi tanto il Padre nel Cielo. Io però gli risposi: ‘O caro uomo, questo tu lo puoi leggere dalla mia faccia’. – Poi l’uomo mi domandò come mi rappresentavo nel mio animo il grande Padre Celeste. Ed io gli dissi: ‘Io me Lo rappresento così come un uomo; solamente, però, Egli deve essere molto grande e forte, e deve certamente anche avere un grande splendore intorno a Sé, poiché già questo mondo e il Sole che lo illumina, è oltremodo meraviglioso e splendente’.

20. A questo punto, l’uomo semplice mi sollevò, mi strinse al suo cuore, mi diede un bacio e poi mi disse: ‘Conducimi di là nella sala dal tuo insegnante; là vogliamo sbaccellare il resto e vedere fino in fondo qual è l’aspetto del Padre Celeste, se Egli è uno, e come crea, guida e governa tutto da Sé’. – E ora vedi, caro saggio maestro, adesso sono qui con quell’uomo semplice. Chi pensi tu possa essere quest’uomo, poiché mi ha trattato in modo tanto caro?”.

21. E l’insegnante dice in visibile sommo amore e rispetto: “O super fortunato fanciullo, tu hai già trovato il Giusto; vedi, Questi è Dio, il nostro amorevolissimo Padre!”. – E il Signore ora si china, prende il fanciullo sulle Sue braccia e gli domanda: “Sono Io Colui che ti ha rivelato il tuo insegnante?”. – E il fanciullo dice con grande emozione: “Oh, sì, Tu lo sei! Io lo riconosco! Nella Tua infinita bontà, infatti, chi altrimenti è buono come Te che mi prende sulle Sue braccia e mi vuole stringere al cuore e baciare così come fai Tu? Io ora anche Ti amo inconcepibilmente, tanto che non mi potrò mai più separare da Te; perciò non mi devi più lasciare qui, caro Padre Santo! Poiché tale Bontà e Amore non li ho ancora mai provati come adesso nelle Tue braccia!”. – E il Signore dice: “Non temere fanciulletto Mio! Chi una volta Mi ha trovato come hai fatto tu, non Mi perderà mai più in eterno! Ora però devi tacere del tutto di Me, poiché vengono anche gli altri fanciulletti che Mi hanno cercato, ma ancora non Mi hanno trovato. Questi vogliamo sottoporli a una piccola prova, affinché anch’essi Mi possano trovare; perciò ora sta quieto, finché non ti farò un cenno!”.

 

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Cap. 9

Ardente desiderio di Dio

Una testimonianza della Sua esistenza

(Parla Giovanni)

1. Ebbene guardate, proprio in quest’istante rientrano anche gli altri fanciulli che Lo cercavano. Dai loro volti si lascia chiaramente intendere che non hanno trovato, né in uno né nell’altro modo, Colui che sono andati fuori a cercare. Perciò si avvicinano completamente impacciati per la seconda volta al loro maestro, e il maestro domanda: “Ebbene, miei cari fanciulli, com’è andata con la ricerca sotto gli alberi, o sul terrazzo, o sui loggioni, oppure con la ricerca di quella parte di voi che si era proposta di cercare il Signore nella cameretta di soggiorno? A quanto vedo, voi tutti scrollate le spalle; non avete dunque ancora trovato e visto il buon caro Padre, l’unico Dio di tutti i Cieli e di tutti i mondi? Come sta ora la vostra fede? Avete ancora dubbi sull’esistenza di Dio?”.

2. Parlano i bambini: “Ahi, caro, eminente maestro, per quanto concerne i dubbi, ora ne abbiamo più di prima, poiché vedi, né il nostro fermo volere, né la nostra vivissima fede, né tutti i nostri fondatissimi pensieri su Dio, il Signore, né la nostra più salda volontà d’amore sono riusciti a fare qualcosa. Se vi fosse un qualche Dio e Signore, allora Egli avrebbe dovuto certo manifestarSi a noi in un modo o nell’altro; infatti, vedi, alla fine ci siamo riuniti tutti ed abbiamo afferrato la ferma fede che deve esistere un Santo, buono, caro Dio e Padre. Lo abbiamo afferrato con tutto il nostro amore e Lo abbiamo chiamato con il Suo Nome, Nome che tu ci hai rivelato, dicendo: ‘O carissimo, Santo Padre Gesù, vieni, vieni da noi, ascolta la nostra supplica filiale e mostraci che Tu esisti e anche che ci ami così come noi amiamo Te!’. – E vedi, caro eminente maestro, così noi abbiamo invocato per un lungo tempo; ma nessuna traccia di un qualche Padre Celeste si lasciò percepire. Tutto è stato inutile; perciò noi ora siamo pienamente sicuri della nostra faccenda che, all’infuori di voi, eminenti maestri, non esista nessun altro superiore maestro, oppure un Dio.

3. Con questo, certamente, non intendiamo ancora sostenere e dire che i nostri dubbi siano addirittura posti su una solida base. Tuttavia possiamo sicuramente ammettere questo: dopo una tale inefficace e faticosa ricerca sull’esistenza di Dio, possono di preferenza sorgere dubbi, piuttosto che una salda fede in questa ricerca.

4. Osserviamo però anche quell’unico compagno che si è separato da noi per cercare il Signore con il solo amore, ma non ha trovato nulla neanche lui”.

5. Dice l’insegnante: “Miei cari fanciulletti, in quanto a ciò, non posso dirvi per intanto né un sì né un no”. – Allora i fanciulli interrogano ancora l’insegnante: “Caro eminente maestro! Chi è dunque quel semplice uomo estraneo là, intorno al quale uno di noi si dà da fare intorno e lo guarda come se fosse molto innamorato? È forse suo padre giunto qui dalla Terra?”.

6. L’insegnante risponde: “Miei cari fanciulletti, questo è già di nuovo qualcosa che io non posso rispondervi. Molto però per intanto potete apprendere sapendo che quell’Uomo semplice è straordinariamente saggio, perciò dovete concentrarvi molto, qualora si dovesse rivolgere a voi parlando di questo o di quello”.

7. Rispondono i fanciulli: “Oh, caro eminente maestro, possono dunque, uomini del tutto semplici, essere anche saggi? Poiché vedi, noi finora abbiamo appreso che i maestri, fino a te, quanto più saggi diventano, tanto più eminenti e splendenti diventano anche nel loro aspetto. Quell’uomo, invece, non sembra avere un aspetto così eminente e splendente, bensì è molto più semplice e modesto di te. Perciò ci sembra alquanto strano che egli possa essere tanto straordinariamente saggio”.

8. L’insegnante risponde: “Sì, miei cari fanciulletti, l’interiore profondissima sapienza non dipende assolutamente dallo splendore esteriore, bensì qui si dice: ‘Quanto più splendore dall’esteriore, tanta meno luce dall’interiore. Invece, quanta più luce dall’interiore, tanto meno splendore verso l’esteriore’. – Andate però là e domandategli qualcosa, e vi convincerete subito di quanto Egli sia saggio”.

9. Ora i fanciulletti si recano dal Signore e, senza ancora averLo riconosciuto, Gli chiedono: “Tu, caro, semplice e modesto uomo! Non vorresti permetterci di poterti chiedere qualcosa?”.

10. Il Signore risponde: “Oh, volentieri, di tutto cuore, Miei amati fanciulletti. Domandate pure, ed Io già Mi orienterò con la risposta”. – I bambini domandano al Signore: “Dal momento che tu ci hai permesso di farti delle domande, allora ti chiediamo subito ciò che a noi sta più di tutto a cuore. Vedi, già da un po’ di tempo noi qua e là cerchiamo e dimostriamo con prove a favore e contro se esiste un Dio che nel Cielo sia un Padre oltremodo buono di tutti gli uomini, ovunque essi vivano. Noi però non troviamo tracce da nessuna parte di questo Padre, e il nostro stesso maestro non vuole o non può dirci nulla di fondato in questa faccenda. Egli però ci ha detto che tu dovresti essere oltremodo saggio; perciò vorremmo ben apprendere da te se un tale Dio e Padre esiste oppure no. Se tu ne sai qualcosa, allora diccelo. Noi ti ascolteremo molto attentamente, e non dovrà sfuggire nessuna parola dalla tua bocca che noi non considereremo con la massima attenzione”.

11. Dice il Signore: “Sì, Miei cari fanciulletti, Mi avete certo posto una domanda in verità molto difficile, alla quale vi potrò difficilmente rispondere, poiché se vi dicessi che un tale Dio e Padre esiste, allora voi direste, questo non ci basta, finché non Lo vediamo. E se poi voi diceste: ‘Facci vedere il Padre!’, che cosa potrei poi dirvi Io? Potrei indicarvi con il dito questa o quella direzione, e voi non scorgereste nulla; infatti, qualunque fosse la direzione che Io vi indicassi, mai trovereste l’Iddio e Padre vostro. Se invece vi dicessi: ‘Bambini, il Padre è qui tra voi!’, lo credereste?

12. Non domandereste voi: ‘Dov’è Egli dunque? È uno degli insegnanti di questa grande sala?’. E se poi vi dicessi: ‘Oh, no, Miei amati fanciulli!’. Che cosa fareste poi? Voi mi guardereste del tutto agitati e direste: ‘Guarda, quest’uomo ci canzona. Se non è uno dei molti insegnanti, chi è allora? Non lo sarai certo tu! Poiché il sublimissimo Padre Celeste non può avere un aspetto così semplice, modesto e privo di splendore come tu sei qui!’.

13. E quando voi Mi avreste dato poi una tale risposta, che cosa potrei ribattervi su questo? Perciò dovrete proprio domandarMi qualcos’altro, poiché con la risposta a questa vostra domanda non sembra aver molto a che fare”.

14. Rispondono i fanciulli: “O caro, saggio uomo! Vedi, così non va. Non ci ricaviamo nulla alla risposta con un’altra domanda, ma tutto il nostro bene sta in questo: se esiste o non esiste un Padre Celeste. Poiché, se esiste un Padre nel Cielo, allora siamo tutti ultra beati, se invece non esiste, in questo caso qui noi siamo come se tutti fossimo senza fondamento, e non sappiamo il perché, come e per cosa. Perciò, se ti è possibile, metti mano solo alla risposta della prima domanda; per questa, noi tutti ti preghiamo molto insistentemente.

15. Che tu sia un uomo molto saggio, lo abbiamo già dedotto dalla tua sfuggente risposta. Perciò guidaci per lo meno solo un paio di passi più vicino a quell’unico Padre, poiché deve esisterne certamente Uno. Questo lo comprendiamo dal fatto che noi proviamo un ardente desiderio sempre più grande proprio verso questo Padre Celeste, quanto più Egli vuole nascondersi dietro ai nostri dubbi infantili.

16. Se Egli non esistesse del tutto, da dove verrebbe, infatti, questa brama in noi, brama che è certo anche altrettanto vivente quanto noi stessi? Con la brama, quindi, deve certamente anche crescere la certezza sull’esistenza di un Padre Celeste!”.

17. Risponde il Signore: “Ebbene, Miei cari figlioletti, voi Mi avete proprio tolto la parola di bocca! In verità, nella brama sta una prova molto grande; ma qual è la conseguenza della brama? Non è vero, Miei cari figlioletti, che la conseguenza sia questa, di volersi accertare ciò di cui si sente l’ardente desiderio? Voi direte che questa è una buona risposta. Io però ora vi domando: ‘Qual è dunque la causa della brama?’. Voi Mi direte: ‘È l’amore di cui si ha nostalgia!’.

18. Ma se si vuol scorgere qualcosa nel fondamento e nella pienezza della verità, basta il rimanere alla brama e alla sua conseguenza? Voi Mi direte: ‘Oh, no, caro uomo di grandissima sapienza!’. – Allora si dovrà ritornare alla causa stessa. Se la grande Verità non si rivela, allora è tutto falso! Se invece si rivela, allora si è giunti alla vivente convinzione che essa è da riconoscere e da scorgere in eterno in nessun altro luogo che solo nella sua causa stessa.

19. Ora però guardate qui, figlioletti! Quest’unico fratello vostro ha percorso tale via; ed ha trovato il Padre! Domandate a lui dove Egli è, e con il dito mostrerà il Padre!”.

20. Adesso gli altri si precipitano su quell’unico e pretendono questo da lui. E quest’unico dice: “O miei cari fratelli! Allora guardate qui, Colui che voi consideravate semplice e modesto, Questi stesso è Colui che avete cercato così a lungo inutilmente; Questi è il buono, il diletto Padre Celeste – santo, ultra santo è il Suo Nome! Credetemi, poiché io ho già visto la Sua Magnificenza. Non credete perché lo dico io, bensì avvicinatevi tutti a Lui con i vostri cuori, e Lo troverete vero e meraviglioso come L’ho trovato io!”.

21. Guardate, questi fanciulli ora emettono tutti un grido, poiché riconoscono il Padre: “O Padre, Padre, Padre!!! Sei Tu, sì, sei Tu! Noi, infatti, lo presentivamo potentemente nella Tua vicinanza. Poiché Ti abbiamo trovato, non nascondeTi mai più dinanzi a noi, così che non dobbiamo cercarti di nuovo in maniera così difficoltosa!”.

22. E il Signore dice: “Amen! Figlioletti, d’ora in poi i vostri volti non dovranno mai essere distolti da Me! Anche se non sempre Mi tratterrò tra voi come adesso, sarò presente nondimeno là in quel Sole che v’illumina! Il resto di Me ve lo rivelerà il vostro insegnante”.

 

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Cap. 10

Seconda e terza sala: insegnamento sul secondo e terzo Comandamento

 (Parla Giovanni)

1. Ora però non è necessario seguire ulteriormente ciò che questi fanciulli ricevono ancora qui dai loro insegnanti sul Signore, poiché essi hanno superato l’epoca o quello stato in cui avevano come perduto completamente il Signore, e quindi hanno superato anche la prima delle dodici classi che, come avete già visto prima, ci sono in questa sezione. Sarebbe troppo lungo e complicato assistere, in tutte le classi seguenti, alla crescente istruzione di questi bambini. Ma affinché possiate sapere che cosa viene insegnato in queste sale e in quale modo, allora vi dico che voi avete già potuto apprendere, dalla prima lavagna posta nel centro della prima sala, di che cosa si tratta in questo grande edificio scolastico – si tratta di nient’altro che dei dieci Comandamenti di Mosè e alla fine dei due Comandamenti dell’Amore.

2. In ogni sala che segue viene insegnato e dimostrato praticamente un nuovo Comandamento, e questo, sempre nello stesso modo come avete avuto sufficientemente occasione di osservare qui nella prima sala con il primo Comandamento.

3. Così nella prossima sala viene subito trattato il Comandamento: «Non devi pronunciare il Nome di Dio invano!». Anche voi([9]) di certo non comprendete bene che cosa significa in fondo questo Comandamento, perciò voglio trasferire anche voi nel suo giusto significato per mezzo di piccoli colpetti e spinte.

4. Di conseguenza, qui in questa seconda sala questo Comandamento non deve eventualmente essere interpretato come se nessuno in occasioni non importanti dovesse pronunciare il Nome del Signore, qualunque esso sia, senza la dovuta alta stima e riverenza. Quel divieto non significherebbe proprio nulla! Infatti, se qualcuno è dell’opinione di dover pronunciare il Nome del Signore solo in casi di estrema miseria, quantunque sempre con la massima riverenza e rispetto, questo non potrebbe significare né più né meno che questo: ‘Non si deve mai pronunciare, tanto per dire, il Nome di Dio!’, essendo qui presupposte due condizioni sotto le quali dovrebbe essere pronunciato il Suo Nome. Tuttavia queste condizioni sono esse stesse in primo luogo basate su ristrettezze tali, per cui sicuramente nessun uomo potrebbe raggiungere in sé quella convinzione, nella cui occasione si verifichi un caso di estrema miseria, tale da poter esprimere degnamente il Santissimo Nome. Per secondo, anche se si manifestasse un tal caso come per esempio un evidentissimo pericolo di vita che può colpire gli uomini in diverse circostanze, allora ci si domanda se ben un qualche uomo, in un tale estremo stato pericoloso, possiederebbe la presenza di spirito e la capacità nella quale riuscire a pronunciare il Nome del Signore, comunque voglia essere formato il più degnamente!

5. Se voi, dunque, osservate come viene data di solito sulla Terra la spiegazione di questo secondo Comandamento, allora dovete necessariamente giungere a questo giudizio conclusivo: che il Nome del Signore non deve essere pronunciato veramente proprio mai, e ciò per il semplice motivo, perché è appena pensabile che le due condizioni date possano mai concordare l’una con l’altra! Io vorrei proprio conoscere sulla Terra quell’uomo che, nella sua estrema situazione penosa, riesca a trasferirsi in quella riverente elevatissima quiete e devota condizione, nella quale possa pronunciare degnamente il Nome del Signore.

6. Se questo fosse giusto, allora nessun uomo dovrebbe pregare, poiché nella preghiera egli menziona anche il Nome del Signore. Invece l’uomo deve pregare tutti i giorni e rendere onore a Dio, e la preghiera non deve essere limitata ad estremi casi di bisogno.

7. Da tutto ciò risulta che questo Comandamento è stato compreso in modo sbagliato. Nondimeno, allo scopo di metter fine con un colpo solo ad ogni fantasticheria, io vi dico, in tutta brevità, come questo Comandamento deve essere compreso in tutta la sua profondità. E così, «Tu non devi nominare il Nome di Dio invano», significa quanto:

8. Tu non devi nominare il Nome di Dio solo con la bocca, non devi pronunciare solo il suono articolato di un paio di sillabe, bensì, poiché Dio è il Fondamento della tua vita, Lo devi anche pronunciare sempre dal fondamento della tua vita! Questo significa che tu Lo devi pronunciare non meccanicamente, bensì sempre attivo in maniera vivente in tutte le tue azioni, poiché tutto quello che fai, lo fai con la forza conferita a te da Dio. Se tu impieghi questa forza per agire malamente, allora profani evidentemente il Divino in te; e questo è la tua forza, il vivente Nome di Dio!

9. Vedete, tanto dice questo Comandamento, e cioè che per prima cosa si deve riconoscere il Nome di Dio, ciò che Egli è, e in che cosa consiste; e non Lo si deve pronunciare invano con parole esteriori come un altro nome, bensì sempre energicamente, perché il Nome di Dio è l’energia dell’uomo. Perciò l’uomo deve anche fare tutto quello che fa in questo Nome. Se lo fa, allora è uno che non pronuncia il Nome di Dio invano con parole esteriori, bensì in modo energico e vivente in sé.

10. Guardate, in questo modo, quindi praticamente, questo secondo Comandamento viene insegnato agli allievi in questa seconda sala, e a lungo viene esercitato da ognuno, finché abbia acquisito in ciò una giusta capacità. Acquisita tale capacità, allora passa nella terza sala per il terzo Comandamento che, come voi sapete, suona così: «Tu devi santificare il sabato».

*

11. Ma cosa vuol dire questo, specialmente qui, dove nessuna notte si alterna più con il giorno, e quindi c’è solo continuamente un giorno eterno? Quando è dunque sabato? Ma se questo Comandamento è di origine divina, allora deve essere una regola eterna e non solo temporale, e nel Regno degli spiriti deve avere quel significato pienamente valido come sulla Terra.

12. Presso di voi [sulla Terra] il sabato, come un giorno di festa comandato, significa che non si deve eseguire nessun lavoro servile, sotto lavoro servile viene intesa ogni attività lavorativa. Ben però è permesso eseguire spettacoli, giocare e, come i pagani, ballare. Un giorno prima del sabato è comandato di digiunare, per poter in questo sabato mangiare tanto meglio e di più. Così pure agli osti è permesso vendere le loro pietanze e frodare i loro ospiti in un giorno di festa più che in un altro. Questo, dunque, significa [da voi sulla Terra] santificare legalmente il sabato; purché non si esegua più nessun lavoro benedetto nella campagna e nel campo arato, ogni altro lavoro invece è buono per il sabato.

13. Il Signore invece ha mostrato al mondo che anche di sabato si può, a ragione, lavorare e fare del bene. Se il Signore stesso ha lavorato di sabato, allora io ritengo che ogni uomo debba aver prova sufficiente che, sotto ‘santificazione del sabato’ deve essere inteso qualcosa del tutto diverso che non lavorare e prendere nelle mani ciò che è utile e giovevole.

14. Ma che cosa dunque va inteso sotto la santificazione del sabato? Che cos’è il sabato? – Ve lo voglio dire io molto brevemente:

15. Il sabato non è il sabato, né la domenica, né la domenica di Pasqua o di Pentecoste, né qualunque altro giorno della settimana o dell’anno, bensì esso non è altro che il Giorno dello Spirito nell’uomo, la Luce divina nello spirito umano, il sorgente Sole della Vita nell’anima umana. Questo è il vivente Giorno del Signore nell’uomo, giorno che l’uomo deve riconoscere sempre di più e santificare attraverso tutte le sue azioni, azioni che deve compiere dall’amore per Dio e, da questo, dall’amore per il suo prossimo.

16. Ma poiché nel trambusto del mondo l’uomo giammai può e desidera trovare questo santo Giorno di riposo del Signore, allora egli deve ritirarsi dal mondo e cercare in sé questo Giorno della Vita del santo riposo di Dio.

17. Per questo anche al popolo degli Israeliti fu comandato di stabilire almeno un giorno nella settimana nel quale doveva ritirarsi dalle faccende terrene e cercare solo in sé questo Giorno della Vita. Questa legge, però, la si osservava solo esteriormente in modo materiale, e su questa via alla fine si andò così lontano, che non si riconobbe più nemmeno il Signore del sabato, il Padre Santo che, spinto dall’Amore più infinito per i Suoi figli, venne sulla Terra!

18 Io penso che da queste parole vi dovrebbe essere pienamente comprensibile che cosa si deve intendere con la santificazione del sabato e come questa santificazione dovrebbe essere gestita.

19. Allo stesso tempo, però, dovrebbe anche esservi comprensibile la domanda, se la vostra santificazione della domenica si presenta ben come una santificazione del sabato, e se si può giungere all’interiore Giorno di riposo del Signore, eternamente vivente, con un’ora trascorsa assistendo ai servizi religiosi in chiesa, ma poi dedicarsi ai divertimenti mondani!

20. Se io fossi con voi sulla Terra, metterei ben un premio molto alto per chi fosse capace di dimostrare che, con il correre in chiesa, poi con il lauto mangiare, alla fine con il passeggiare, andare in carrozza o cavalcare, di quando in quando anche con il ballare, giocare e sbevazzare, non raramente con bugie e inganni, con il solito far visite diffamatorie e siffatte altre simili imprese, si possa trovare e santificare il vero sabato nello Spirito. Chissà che non ci siano filosofi in grado di fornire una simile prova; – presso di noi si presenterebbe di certo come una moneta falsa!

21. Non occorre che qui venga menzionato più da vicino che ai fanciulli viene solo insegnata e fatta esercitare in maniera pratica la vivente santificazione del sabato. E voi da ciò potete farvi un concetto radicale, di come questi Comandamenti del Signore debbano essere, di fatto, compresi nel fondo dei fondi.

22. Quindi, come abbiamo ripassato questi due Comandamenti, e poc’anzi il primo, vogliamo ripassare in tutta brevità anche gli altri, affinché possiate avere un concetto necessario in quale senso tutti i Comandamenti vengono insegnati qui ai bambini. E così noi, prossimamente vogliamo subito considerare in tutta brevità il quarto Comandamento nella quarta sala.

 

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Cap. 11

Il quarto Comandamento nella quarta sala

(Parla Giovanni)

1. Il quarto Comandamento, come voi l’avete sulla Terra, suona così: «Onora il padre e la madre, affinché tu viva a lungo e ti vada bene sulla Terra». – Questo comandamento è altrettanto di origine divina come i primi tre. Ma che cosa comanda e che cosa promette? Nient’altro che l’ubbidienza dei figli verso i loro genitori, e per questa ubbidienza un vantaggio temporale.

2. Può qui qualcuno non domandare, e dire: “Come può un Comandamento divino sanzionarsi solo con promesse temporali, e non aver niente di evidente all’orizzonte, in cui vengano offerti eterni vantaggi spirituali? Che cosa può esserci in un tale vantaggio temporale? Che cosa nel vivere bene, cosa nel vivere a lungo, se dopo questa vita non segue nulla di più elevato?”.

3. Vero è che vivere bene e a lungo è meglio che vivere poco e male. Quando però alla fine del periodo della vita si presenta l’inospitale morte, quale vantaggio ha la buona e lunga vita in confronto a quella cattiva e breve? Io penso che per questo non ci sia proprio bisogno di essere un fondamentale matematico, per poter dire: ‘La differenza finisce dappertutto in un puro nulla, poiché tanto il primo caso che il secondo, ricevono un purissimo nulla!”. E quindi si domanda poco come era fatta la via per questo ricevimento [di un purissimo nulla], se buona o cattiva.

4. Considerato quindi secondo questa norma, il quarto Comandamento sarebbe basato su un fondamento molto sdrucciolevole, e per i genitori sarebbe sicuramente una cattiva cosa se i loro figli venissero già al mondo con tale filosofia, e i figli stessi, con questa visione, troverebbero ben pochi motivi per ubbidire ai loro genitori. – Inoltre si fa ancora la seguente osservazione critica su questo Comandamento: “Per come il Comandamento suona, allora ha solo una base temporale, quindi rappresenta solo il dovere dei figli verso i loro genitori!”.

5. Di conseguenza si domanda: “Che cosa ha da fare allora questo Comandamento, qui nel Regno degli spiriti, dove i figli sono stati tolti in eterno ai loro genitori [sulla Terra]?”. Inoltre, se sono stati tolti ai loro genitori, allora essi sono certamente esonerati anche dall’obbligo terreno verso di loro. E tuttavia noi qui osserviamo, in questa quarta sala, tale Comandamento rappresentato sulla lavagna. Forse che per questi fanciulli deve essere riferito al Signore? Su questo si potrebbe certo discutere, se sotto la frase non ci fosse la promessa: «…affinché tu viva a lungo e ti vada bene sulla Terra». – Se invece vi fosse scritto: “…affinché tu viva in eterno e ti vada bene in Cielo”, allora sarebbe molto facile comprendere una tale versione trasversale del Comandamento, ma una promessa temporale nell’eterno Regno degli spiriti, suona, infatti, di certo un po’ strana.

6. Cosa ritenete voi che si potrebbe fare qui, per far ottenere a questo Comandamento un aspetto divino pienamente fondato? Voi di certo scrollate le spalle e dite del tutto sommessi in voi: ‘Caro amico e fratello, se qui dipendesse dalla nostra discussione, ci sarebbe una rilevante difficoltà con la sfera divina puramente spirituale di questo Comandamento; infatti, dopo la suddetta osservazione non si può trovare in esso proprio molto di spirituale con una fatica così lieve come si crede.

7. Io però vi dico che proprio questo Comandamento, come quasi nessun altro, è puramente spirituale. Ora per vero voi spalancate gli occhi; ma per questo la cosa non cambia. Nondimeno, affinché lo possiate scorgere in un colpo solo, allora voglio fare nient’altro che esporvi questo Comandamento con parole un po’ cambiate, come viene esposto anche qui in questa classe, e voi scorgerete subito la pienezza della Verità. Allora, come suona qui questa Verità? – Ascoltate!

8. Figlioli, ubbidite all’Ordine di Dio, Ordine che è emanato dal Suo Amore e dalla Sua Sapienza (vale a dire Padre e Madre), affinché viviate a lungo sulla Terra in mezzo alla prosperità. Che cosa è ‘lunga vita’, e che cos’è invece ‘vita eterna’? La ‘lunga vita’ designa la vita nella sapienza, ed essa diventa ‘lunga’ non come durata, bensì come estensione e nel diventare sempre più potente, poiché la parola o il concetto ‘Vita’ racchiude già di per sé l’eterna durata. La parola ‘lunga’ non significa assolutamente nessuna ‘durata’, bensì solo un’estensione della forza vitale con la quale l’essere vivente giunge sempre più nelle profondità della Vita divina, e proprio per mezzo di ciò rende la sua stessa vita sempre più perfetta, più salda e più attiva.

9. Questo lo abbiamo chiarito; ma il “benessere sulla Terra” – cosa significa? Nient’altro che l’appropriarsi della Vita divina, poiché per ‘Terra’ qui deve essere inteso il proprio essere, e in questo essere non c’è altro che la libera esistenza in se stessi secondo l’Ordine divino di cui ci si è completamente appropriati.

10. Questa breve spiegazione è sufficiente per comprendere che proprio questo Comandamento è del tutto puramente di tipo spirituale. Se voi lo volete verificare più precisamente con tutto comodo, allora troverete sulla [vostra] propria Terra([10]) che è così. Quindi questo comandamento viene qui anche insegnato ai bambini in modo pratico, e questo con la massima utilità. – Ma poiché ora sappiamo ciò, allora rechiamoci subito nella quinta sala.

 

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Cap. 12

Il quinto Comandamento nella quinta sala

 (Parla Giovanni)

1. In questa quinta sala voi vedete installata ancora una volta una lavagna, e su questa sta scritto con scrittura ben leggibile: “Tu non devi uccidere!”. – Se voi osservate questo Comandamento in un certo qual modo più da vicino e, in aggiunta, date uno sguardo alla storia del popolo israelita, allora i vostri occhi dovrebbero essere affetti da più che triplice cecità, se non scorgeste al primo sguardo che con questo Comandamento c’è un singolare problema. “Tu non devi uccidere!”. Come? Dove? Quando e, che cosa, allora?

2. Soprattutto, cosa significa “uccidere”? – Uccidere, significa rendere solamente il corpo inattivo di vita, oppure significa derubare lo spirito della sua forza vitale celeste? Se legalmente, l’uccidere è limitato solo al corpo dell’uomo, allora può essere impossibile che sotto di questo s’intenda l’uccisione dello spirito, poiché significa proprio che, in un certo qual modo, ogni uomo deve uccidere la sua carne per ravvivare lo spirito, come disse anche il Signore stesso: «Chi ama la sua vita…», vale a dire la vita della carne, «…la perderà; chi invece la fugge per amor Mio, la conserverà».

3. Allo stesso modo, questo si mostra anche nella natura delle cose. Se in un frutto la corteccia esteriore o il guscio non è indotto a morire, il frutto non verrà a nessun germoglio vivente. Quindi da tutto ciò risulta che un’uccisione della carne non può essere, nello stesso tempo, anche un’uccisione dello spirito. Ma se sotto questo Comandamento viene inteso solo l’uccisione dello spirito, chi è allora sicuro della sua vita corporale?

4. All’opposto, però, al tempo stesso è anche noto a tutti che le animazioni della carne, che specialmente nel tempo attuale avvengono in modi molteplici, non sono che “uccisioni dello spirito”. Oltre a ciò osservate ugualmente la storia del popolo israelita, al quale in un certo qual modo, come siete soliti dire voi, questo Comandamento venne dato sfornato di fresco, allora troverete il notevole contrasto che lo stesso portatore della Legge, Mosè, per primo ha fatto uccidere un gran numero di israeliti; e i suoi successori dovettero fare lo stesso con coloro che si erano resi colpevoli verso la Legge.

5. “Tu non devi uccidere” – questo Comandamento stava tanto bene quanto tutti gli altri, nell’arca dell’Alleanza. Che cosa fece tuttavia l’intero esercito israelitico, quando penetrò nella Terra Promessa, con i precedenti abitanti di questo paese? Cosa fece lo stesso Davide, l’uomo secondo il Cuore di Dio? Che cosa fece il grande profeta Elia? Vedete, tutti uccisero, e questo in molteplici modi e spesso perfino in modo piuttosto crudele.

6. Chi di voi è di spirito oggettivo e imparziale, non dovrà esprimere il giudizio in se stesso e dire: “Che specie di Comandamento è questo, contro il quale, come contro nessun altro, perfino i primi profeti designati da Dio furono costretti ad agire?”.

7. Avere un tale Comandamento è come non averne nessuno! Anche ai nostri tempi, l’uccidere dei fratelli in guerra è perfino una questione d’onore! Anzi, il Signore stesso uccide giorno per giorno legioni di uomini secondo il corpo, e tuttavia dice: «Tu non devi uccidere!». E Davide dovette perfino far uccidere un comandante dell’esercito che si era reso spergiuro, perché verso un luogo che doveva essere distrutto, si era comportato con indulgenza.

8. Bene, dico io, così stanno le cose con questo Comandamento sulla Terra. Qui però noi lo vediamo [scritto] nel Regno dei Cieli, dove nessun essere può più uccidere l’altro, e anche sicuramente mai nessuno afferrerà in sé il più lieve pensiero di uccidere qualcuno. A che scopo quindi questo Comandamento sta scritto qui sulla lavagna? È forse scritto per considerazioni puramente storiche, affinché gli allievi possano imparare quali Comandamenti ci sono e furono dati sulla Terra? Oppure forse questi buonissimi spiriti infanti, a causa di questo Comandamento, per un certo tempo devono essere spinti nella brama di uccidere, per poi combatterla in se stessi di fronte alla Legge? Questo si potrebbe in verità ammettere; ma a quale conclusione o a quale risultato finale si potrebbe arrivare con ciò? Io non vi dico altro che questo: se la brama di uccidere deve alla fine essere di nuovo tolta ai bambini, pur se essi, stimolandoli a uccidere danno però sufficiente prova di rispetto nei riguardi della Legge, allora si deve anche ammettere che essi, con ciò, non guadagnerebbero né perderebbero nulla, non essendo mai stati irretiti dalla smania di uccidere.

9. Io però vedo che con questa fondamentale esposizione della cosa, voi stessi ora non sapete del tutto cosa pensare propriamente di questo Comandamento. Non preoccupatevi, poche parole basteranno per mettervi nella luce più chiara tutto ciò che finora era dubbioso, e il Comandamento splenderà meritatamente come un sole nella volta celeste, sia sulla Terra come anche nel Cielo!

10. Ma affinché possiate afferrare facilmente e profondamente la spiegazione seguente, vi rendo attenti solo su questo: che in Dio l’eterna conservazione degli spiriti creati è l’immutabile condizione principale di tutto l’Ordine divino. – Ora che sapete questo, date uno sguardo all’opposto, vale a dire alla distruzione, e avrete dinanzi a voi il pieno significato spirituale e materiale di questo Comandamento.

11. Perciò, al posto di: ‘Tu non devi uccidere’ dite: – Tu non devi distruggere, né te stesso, né tutto ciò che è di tuo fratello; infatti, la conservazione è l’eterna Legge fondamentale in Dio stesso, di conseguenza Egli è eterno e infinito nella Sua Potenza. Ma poiché sulla Terra anche il corpo dell’uomo è necessario fino al tempo stabilito da Dio, per l’eterna continua formazione dello spirito, allora senza un esplicito ordine di Dio nessuno ha il diritto di distruggere di propria volontà, né il suo stesso corpo, né quello di suo fratello.

12. Se dunque qui si parla della conservazione richiesta, si comprende anche da sé che ognuno ancor meno è autorizzato a distruggere, con qualunque mezzo, lo spirito di suo fratello, come anche quello proprio, e renderli incapaci per il conseguimento della vita eterna. Certamente Dio uccide tutti i giorni i corpi degli uomini, ma al tempo giusto, allorquando lo spirito, in un modo o nell’altro, ha già conseguito una certa maturazione. Anche gli angeli del Cielo, quali costanti servitori di Dio, spengono continuamente i corpi degli uomini sulla Terra, ma non prima di aver ricevuto l’incarico dal Signore, e poi soltanto nella specie e modo come il Signore vuole che sia.

13. Perciò anche i bambini imparano qui, su una spirituale pratica via, in che cosa consiste la conservazione delle cose create e come deve essere maneggiata, sempre nel modo più accurato, unita con la Volontà del Signore. E se ora avete compreso ciò anche solo in una certa misura, allora sarà certo illuminante scorgere, in primo luogo, la grande dignità di questo Comandamento stesso, e in secondo luogo il perché viene presentato anche qui nel Regno dei celesti spiriti infanti. – E poiché sappiamo questo, allora possiamo recarci anche subito nella sesta sala.

 

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Cap. 13

Il sesto Comandamento nella sesta sala

Cos’è l’impudicizia?

(Parla Giovanni)

1. Qui scorgiamo nuovamente una lavagna nel mezzo della sesta sala. Sulla lavagna, con scrittura chiaramente leggibile, sta scritto: Tu non devi commettere atti impuri([11]) e non commettere adulterio!”. – Impossibile a confondersi, questo è il sesto Comandamento che Dio ha dato al popolo israelita per mezzo di Mosè. Questo Comandamento è di certo uno dei più difficili da comprendere nella sua condizione principale e poi anche da osservare precisamente nel fondamento della vita.

2. Che cosa è effettivamente proibito con questo Comandamento? – E in generale, a chi si riferisce: allo spirito, all’anima o al corpo? Quale di queste tre potenze vitali non deve commettere atti impuri? Questa sarebbe una domanda. Ma cos’è effettivamente l’atto impuro e che cosa l’adulterio? È atto impuro il reciproco atto dell’accoppiamento? Se questo è il caso, allora con questo Comandamento è messo il divieto a ogni procreazione; infatti, in questo semplice Comandamento non troviamo affatto posta nessuna eccezione in modo condizionante, poiché è detto: “Tu non devi commettere atti impuri”.

3. Se dunque l’atto dell’accoppiamento è considerato, in un certo qual modo, il punto culminante degli atti impuri, allora io stesso vorrei conoscere colui che, sotto l’attuale aspetto delle cose, sulla Terra fosse in grado di mettere in atto una procreazione senza questo atto proibito. Se adesso, nel matrimonio o fuori dal matrimonio, l’atto è ugualmente compiuto con la reale intenzione di procreare dei bambini oppure no, è lo stesso. Oltre a ciò, il Comandamento non ha in sé nessuna premessa, con la quale un matrimonio regolare sarebbe esentato dagli atti impuri.

4. D’altra parte, però, deve apparir chiaro a ciascuno che al Signore sta a cuore in modo speciale la riproduzione del genere umano e una saggia educazione dello stesso. Nondimeno, su quale via il genere umano doveva riprodursi, se l’atto dell’accoppiamento gli fosse stato proibito con il castigo della morte eterna? Io ritengo che ogni uomo possa afferrare con le mani che qui c’è un’evidente difficoltà.

5. In aggiunta a questo, però, ognuno, costretto dalla necessità, deve ancor dare la testimonianza che di certo in nessun altro dei Comandamenti da osservare, la natura getta ai piedi dell’uomo in generale, tanti bastoni così potenti, sui quali deve inciampare proprio come con questo. – Ogni uomo, se la sua educazione è stata, in un certo qual modo, ordinata, non trova nessuna esitazione, o al massimo solo una molto minima, nell’osservare gli altri Comandamenti, ma con questo Comandamento, la natura fa sempre un vigoroso tratto perfino sul conto di un apostolo Paolo!

6. Noi vediamo palesemente una proibizione del piacere carnale, piacere che è legato in modo inseparabile all’atto procreativo. Se dunque il divieto si riferisce soltanto al piacere carnale, e non nel contempo anche all’atto procreativo, si domanda: allora il piacere carnale deve separarsi dall’atto procreativo compiuto, conformemente all’ordine? Chi di voi può dimostrare questo, e sostenere che entrambi i coniugi, legalmente in ordine, nell’atto procreativo non provino anche il piacere temporaneo? Ovvero: dov’è quella coppia di coniugi che non siano stati spinti all’atto procreativo, almeno per la metà dal piacere carnale che si attendevano da questo atto?

7. Da ciò ora vediamo che non riusciamo assolutamente ad applicare questo Comandamento degli atti impuri all’atto corporale della procreazione. Oppure, dovrebbe esso essere un puro atto procreativo che non ha nulla a che fare con il piacere carnale? Inoltre, se un simile atto non è dimostrabile, allora l’atto carnale della procreazione non deve sottostare a questo Comandamento, ed esso deve essere considerato come un’arbitraria, libera, impunibile, azione dell’uomo, poiché si è già osservato che il Comandamento si esprime senza riguardi e in via eccezionale in modo del tutto privo di ogni condizione.

8. La necessaria esistenza degli uomini, come pure la stessa natura sempre bramante senza riguardi, si esprime invece fortemente contro la proibizione di quest’atto. Infatti, chiunque sia, qualunque sia il suo stato, non viene esonerato da questa brama quando è giunto alla sua maturazione. Egli dovrebbe farsi mutilare e uccidere la sua natura, altrimenti non si libererebbe in nessun caso dal suo desiderio, anche se fosse impedito da circostanze esterne a compiere tale atto.

9. Quindi questo Comandamento, con la carne, non ha a che fare in nessun caso! – Questo Comandamento riguarda forse esclusivamente l’anima? Io ritengo che, poiché l’anima è assolutamente il vivente principio del corpo, e la libera azione di questo dipende puramente dall’anima senza la quale la carne è morta, difficilmente ci potrebbe essere da qualche parte un super erudito che possa seriamente sostenere che l’anima non abbia nulla a che fare con le libere azioni del corpo.

10. Il corpo è certamente solo lo strumento dell’anima, artisticamente organizzato per l’uso di quest’ultima; di conseguenza, a che cosa serve un Comandamento solo per il corpo, il quale in sé e per sé è una macchina morta? Se qualcuno si è dato un colpo con imperizia con una zappa, colpevole è stata la zappa, oppure la sua mano? Io ritengo che nessuno vorrà sostenere che, in questo caso, il colpo datosi con imperizia sia da attribuire alla zappa.

11. Altrettanto poco, anche l’atto procreativo si può attribuire al corpo come un’azione peccaminosa, bensì esclusivamente al principio operante, che qui è l’anima vivente. Quindi, anche la nostra chiarificazione critica di questo Comandamento che è stata data finora, varrebbe solo per l’anima, la quale nella carne pensa, vuole e opera; ma così, proprio l’anima, secondo il precedente principio esposto, è necessariamente libera da questo Comandamento. Quindi, anche con l’anima non va. Allora di certo, andrà con lo spirito? Vogliamo vedere che cosa potrà guadagnarsi qui lo spirito.

12. Che cos’è dunque lo spirito? – Lo spirito è il vero e proprio principio vitale dell’anima, e l’anima senza lo spirito non è altro che un organo sostanziale eterico, la quale possiede ben ogni capacità per l’accoglienza della vita, ma senza lo spirito non è che un polipo sostanziale spirituale eterico, il quale stende continuamente le sue braccia verso la vita e assorbe tutto ciò che corrisponde alla sua natura.

13. L’anima senza lo spirito è quindi soltanto una muta forza polare che porta in sé il senso che spinge verso il satollamento, ma per se stessa, non possiede nessun criterio, da cui le diventi chiaro con che cosa saziarsi e a cosa le serve il satollamento. Essa è da paragonare con un arcicretino che non sente in sé nessun’altra brama se non quella di saziarsi. Con che cosa, e perché? Di ciò egli non ha nessun concetto. Quando sente una gran fame, allora divora quello che gli capita sottomano, se immondizie o se pane oppure un purissimo cibo per maiali, questo è per lui indifferente.

14. Vedete, ugualmente è l’anima senza lo spirito; e questi cretini citati hanno appunto anche solo una vita animica, questo significa che nella loro anima, o è presente uno spirito troppo debole, oppure spesso anche proprio nessuno spirito. Ma che questo sia il caso, non avete bisogno nient’altro che dare solo uno sguardo nel mondo degli spiriti tenebrosi; che cosa sono questi? Essi sono anime che continuano a vivere dopo la morte, le quali con la morte del corpo hanno talmente indebolito e oppresso in sé il loro spirito, nella maniera più sventata e spesso più malevole, che in un simile stato essa è a malapena in grado di procurar loro il più magro commisurato stimolo vitale, presso il quale però tutti i vantaggi vitali non di rado devono rimanere nell’eterno sfondo!

15. Ma come si comportano tali esseri nell’aldilà di fronte ai viventi spiriti beati? Nient’altro che da autentici scimuniti, quindi cretini spirituali, in tutti i modi ancora deformati, così che non raramente non c’è più da scoprire la più lieve traccia di una figura umana. Questi esseri, nel mondo degli spiriti, nel loro modo di agire sono poco più responsabili delle proprie azioni di quanto lo siano gli scimuniti da voi sulla Terra. Da ciò risulta ora che non è l’anima in sé e per sé ad essere responsabile, bensì lo è soltanto in quanto possiede lo spirito, al quale solo è insito la libera volontà; mentre il responsabile, in fondo, è solo lo spirito.

16. Ma se ora ciò è stato provato in modo evidente, allora si domanda: “Come e in quale modo può allora il puro spirito commettere atti impuri? Può lo spirito aver brame carnali?”. – Io ritengo che non vi potrebbe essere una contraddizione maggiore, di quella che qualcuno volesse pensare sul serio all’esistenza di uno ‘spirito carnale’, il quale dovrebbe essere necessariamente materiale per avere in se stesso delle brame rozzamente materiali.

17. Ma se già un arrestato non trova sicuramente il massimo benessere nel suo arresto, allora il puro spirito avrà ancor meno una passione a congiungersi per sempre con il suo liberissimo essere con la rozza materia e, nella stessa, trovare il suo piacere. In questo senso è quindi la più grande insensatezza che un uomo possa mai esprimere, sostenendo che lo spirito possa commettere atti impuri. Or dunque si domanda: Che cosa sono gli atti impuri, e chi non deve commetterli, avendo visto che sia il corpo come anche l’anima e lo spirito, di per sé, non possono commetterli, così come noi finora li conosciamo?”.

 

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Cap. 14

Sul sesto Comandamento, sulle due specie di amore

(Parla Giovanni)

1. Per vero, alcuni potrebbero dire: Mosè si è più tardi espresso con maggiori dettagli a questo riguardo, permettendo l’atto procreativo secondo l’ordine soltanto tra coniugi benedetti. In caso diverso, invece, lo ha proibito ed ha decretato, riguardo a una procreazione di tipo diverso, specialmente se un uomo sposato avesse compiuto quest’atto con la moglie di un altro uomo, che un tale atto dovesse essere considerato come adulterio, e gli adulteri da ambo le parti considerati colpevoli di morte. Se questo è esatto, tuttavia ulteriori prescrizioni non conferiscono al semplice Comandamento dato dal principio, nessun altra immagine. Chi vi si vuole attenere, deve sostenere la sua causa nella prima Legge; infatti, in essa, né gli atti impuri né l’adulterio vi sono proibiti in un modo stabilito.

2. Finora abbiamo chiaramente spiegato che cosa eventualmente si potrebbe comprendere sotto atti impuri. Dopo che tutto ciò si riferisce all’atto procreativo, allora è impossibile che si possa considerare come proibito attraverso questa Legge tutto quello che a noi finora era noto come appartenente alla specie di atti impuri.

3. Ora invece si annuncia un espertissimo nella faccenda, e questi dice: “Sotto atti impuri, che qui sono proibiti, è inteso solo il vuoto soddisfacimento dell’impulso dei sensi!”. – “Bene”, dico io; se però un uomo genera con serietà un figlio con la moglie di un altro uomo che non può essere fecondata da suo marito, domando: ‘Può essere imputato a lui, questo, come adulterio peccaminoso?’. Io domando ancora: “Se un giovane, incitato dalla sua natura, ha generato un figlio con una giovinetta, può essere imputato questo, per peccato di atti impuri?”.

4. Io domando ancora: “Se un uomo sa per esperienza che sua moglie non è in grado di essere fecondata e tuttavia si accoppia con lei perché ha una carne rigogliosa che lo eccita, egli quindi soddisfa palesemente il suo impulso sensuale a vuoto; può questo atto essergli imputato per peccato di atti impuri?”.

5. Domando ancora: “Ci sono, particolarmente in questi tempi, come anche ce ne sono stati in tutti i tempi, una quantità innumerevole di persone d’ambo i sessi che sono senz’altro in grado di procreare e possiedono una natura che li stimola potentemente, ma per condizioni politiche e condizioni misere, non sono in grado di sposarsi. Se ora tali uomini, doppiamente oppressi, compiono l’atto della procreazione, peccano essi contro questo sesto Comandamento?”.

6. Si dirà: “Essi dovrebbero sacrificare a Dio il loro impulso e non accoppiarsi, così non peccherebbero!”. – Io però dico: “Quale giudice potrebbe dichiarare un tale errore come un vero peccato? Quale merito ha dunque il ricco per il fatto che si può prendere una moglie legittima, davanti al povero che deve rinunciare a questa felicità? Deve quindi il benestante avere un maggior diritto del povero sulla procreazione dei suoi simili?”. Quindi, il denaro santificherebbe la procreazione, perché il ricco può disporre del legittimo possesso di una moglie, cosa che è impossibile a mille uomini privi di mezzi?

7. A questo si chiede ancora: “Chi è veramente colpevole del molteplice impoverimento degli uomini?”. – Certamente nessun altro che il ricco fortunato, il quale, con la sua egoistica speculazione, attira a sé molti tesori, con i quali si potrebbero abilitare non di rado sufficientemente mille uomini per il legittimo matrimonio. E tuttavia, dovrebbe essere esente dal peccato di atti impuri solo il coniuge ricco, se genera figli con la sua legittima moglie, e solamente il povero dovrebbe essere il capro espiatorio, proprio perché non può prendersi nessuna moglie? Questo modo di giudicare, non sarebbe forse proprio così come se sulla Terra si volesse stabilire un qualche luogo di pellegrinaggio e, inoltre, ci fosse un ordine in seguito al quale nessuno potrebbe visitare a piedi questo luogo per ottenere là una cosiddetta grazia, bensì ognuno che lo visitasse e volesse ricevere una grazia, dovrebbe recarvisi con un equipaggiamento sommamente elegante?

8. Chi dovesse considerare giusto un tale ordine, dovrebbe essere, in tutta serietà, di un mondo del quale nemmeno lo stesso Creatore del Cielo e della Terra sa nulla; questo significa di un mondo che non esiste da nessuna parte, oppure dovrebbe essere un delegato di Satana!

9. Da queste considerazioni ora vediamo che con la spiegazione del nostro sesto Comandamento non va assolutamente. Che cosa intraprenderemo dunque per ricavare da questo Comandamento un senso pienamente valido? Io vi dico in anticipo che la cosa non è così facile come qualcuno se lo potrebbe immaginare.

10. Anzi, io dico: per ottenere il giusto senso di questo Comandamento, si deve stender la mano del tutto profondamente ed afferrare la faccenda alla radice fondamentale, altrimenti ci si troverà sempre in quella dubbia posizione, nel considerare facilmente come peccato ciò che non lo è nemmeno nel senso più remoto, e ciò che effettivamente è un peccato si penserà che quasi non valga la pena di considerarlo come un peccato.

11. Ma dove sta questa radice? Questo lo vedremo subito. – Voi sapete che l’amore è il fondamento originario e la condizione principale di tutte le cose. Senza l’amore neppure una cosa sarebbe mai stata creata, e senza l’amore sarebbe tanto poco pensabile una qualsiasi esistenza, quanto poco il formarsi un mondo secondo la Volontà del Creatore senza la reciproca forza di attrazione. Chi non dovesse afferrare questo, s’immagini solo un mondo privo della reciproca forza di attrazione, e vedrà subito come tutti gli atomi di un mondo si separerebbero di colpo gli uni dagli altri e svanirebbero come nel nulla.

12. Quindi l’amore è il fondamento di tutto e, nello stesso tempo, è la chiave di tutti i misteri.

13. Ma come si può portare in un congiungimento chiarificatore proprio l’amore con il nostro sesto Comandamento? Io vi dico, niente di più facile di questo, essendo l’amore intrecciato in nessun atto del mondo così intimamente, come proprio in quello che noi annoveriamo nel peccato di atti impuri.

14. Noi però sappiamo che l’uomo è capace di un duplice amore, vale a dire quello divino, che è contrario a ogni amor proprio, e quello egoistico, che è contrario a ogni amore divino.

15. Ora si domanda: “Se uno compie l’atto della procreazione, quale amore ne è stato il movente: l’amor proprio, sotto il cui dominio si trova anche ogni avidità di piacere, oppure l’amore divino che vuol soltanto comunicare ciò che esso ha, dimenticando completamente se stesso?”. – Vedete, ora siamo già abbastanza sulle tracce del vero e proprio nocciolo principale.

16. Prendiamo ora due uomini: l’uno compie l’atto per egoistica avidità di piacere, l’altro invece lo compie in riconoscente raccoglimento per la capacità di procreare, per trasmettere il suo seme a una donna e suscitare in lei un frutto. Quale dei due ha dunque peccato? Io credo che qui non sarà proprio difficile fare il giudice ed emettere un giusto verdetto.

17. Ma affinché la faccenda ci diventi pienamente chiara, dobbiamo impratichirci più da vicino con il concetto ‘impudicizia’. – Che cos’è la castità, e che cos’è l’impudicizia? La castità è quello stato d’animo dell’uomo, nel quale egli è libero da ogni egoismo, oppure nel quale è puro da ogni macchia di egoismo. L’impudicizia è invece quello stato d’animo nel quale l’uomo prende in considerazione solo se stesso, opera per se stesso e dimentica completamente il suo prossimo, specialmente in considerazione della donna.

18. L’egoismo, però, da nessuna parte è più vergognoso, quanto proprio nell’atto che riguarda la procreazione di un essere umano. Perché dunque? Il motivo sta alla luce del giorno. – Com’è la causa, e com’è il seme, così sarà anche il frutto. Se il seme è l’Amore divino, quindi è castità, allora spunterà anche un frutto divino; se invece il seme è amore di se stessi, egoismo e avidità di piacere, quindi uno stato impudico dell’animo, quale frutto ne verrà fuori?

19. Vedete, in questo si trova ciò che è proibito col sesto Comandamento. Se questo Comandamento fosse stato osservato, allora la Terra sarebbe ancora un Cielo, poiché su di essa non ci sarebbe nessun uomo egoista e avido di dominio! Questo Comandamento però è già stato trasgredito ai primordi degli uomini, e il frutto di questa trasgressione fu l’egoista ed egocentrico Caino.

20. Da ciò risulta che non solo la cosiddetta, erroneamente designata ‘lussuria’, lussuria che si dovrebbe chiamar meglio ‘avidità di piacere’, appartiene alla serie dei nostri peccati che stiamo trattando, bensì qualsivoglia avidità di piacere e di qualunque maniera possa essere, particolarmente però è da considerare come peccato di impudicizia quando un uomo usa egoisticamente la donna, in ogni caso più debole, per l’avidità di piacere. – Un breve proseguimento ci porterà la cosa ancora più chiaramente davanti agli occhi.

 

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Cap. 15

Cos’è la fornicazione?

(Parla Giovanni)

1. Avendo ordinato nel sesto Comandamento soltanto che non devono essere commessi atti impuri, qui si potrebbe dire che la fornicazione non debba essere considerata come proibita, dal momento che in tale Comandamento da nessuna parte si dice: “Tu non devi esercitare la fornicazione”! – Io però chiedo: “Che cos’è la fornicazione, di qualunque specie possa essere, spirituale o carnale?”. – Essa è un sicuro accomodamento del vizio! Ed è precisamente nel seguente modo: si filosofa al di sopra della possibilità di peccare, ponendo ogni manifestazione nell’ambito dei ‘bisogni naturali’. In tal modo, quando a qualcuno la propria natura manifesta l’esigenza di soddisfarli, allora l’uomo, in virtù del suo intelletto e della sua facoltà inventiva, fa certo solo qualcosa di lodevole e di utile se realizza, per tutte le esigenti necessità della sua natura, dei mezzi attraverso i quali queste possano essere soddisfatte. L’animale deve certamente soddisfare le sue necessità nel modo più rozzo secondo l’istinto, poiché non ha nessun intelletto, nessuna ragione e nessuno spirito inventivo, ma è proprio per mezzo di questo che l’uomo si eleva oltre la grossolana natura animalesca, potendo soddisfare alla sua maniera tutte le richieste in un modo abbastanza raffinato. Perciò l’intelletto dell’uomo di cultura dice:

2. «Chi può imputare a un uomo per peccato, se egli con l’aiuto del suo intelletto si costruisce una magnifica casa per abitarci, e quindi permuta un primitivo tugurio terreno o un albero cavo con essa? Chi può mettere in conto a un uomo per peccato, se egli, nobilitando gli alberi da frutta, produce mele e pere dolci e di buon sapore dalla frutta acidula? Chi può ascrivere a un uomo per peccato se si costruisce un carro, addomestica il cavallo e poi fa un viaggio molto più comodo, piuttosto che con i propri deboli, doloranti piedi? Chi inoltre può ancora mettere in conto all’uomo per errore, se egli cuoce e condisce con aromi i frutti della natura per il suo nutrimento, e se li rende più saporiti? Oppure, nel mondo, per chi altro sono state create le cose se non per l’uomo, affinché egli se ne serva convenientemente?

3. Quante cose belle e utili ha scoperto l’uomo per la sua comodità e per la sua ricreazione? Si dovrebbe forse attribuirgli questo per errore se egli, con il suo ingegno, rende onore al suo Creatore, senza il quale il corpo mondiale starebbe lì incolto così come un purissimo deserto, sul quale tutto crescerebbe confusamente nel disordine più caotico, come erba, rape e ortiche?

4. Se, infatti, la differente coltivazione del suolo è impossibile possa essere attribuita all’uomo come errore, quantunque contenga in sé assolutamente nessun altro scopo che il più piacevole e più conveniente godimento delle cose del mondo, così pure, d’altra parte, non si potrà attribuire all’uomo assolutamente come errore un raffinato piacere della procreazione, essendo che, in questo atto, perfino l’uomo più colto si differenzia pochissimo dall’animale. Quindi anche quest’impulso dell’uomo deve poter essere soddisfatto nel modo più nobilitato e più raffinato, e questo per il medesimo motivo per cui si costruiscono comode abitazioni, si confezionano morbide vesti, si preparano pietanze di buon gusto e più comodità di tal fatta.

5. Si prenda solo il caso di un uomo di condizione istruita che per il suo soddisfacimento abbia da scegliere tra due donne, di cui l’una è una sudicia, comune contadina, l’altra invece, quale figlia di un’importante casata, è una fanciulla ben educata, vestita in una maniera molto graziosa, immacolata in tutto il corpo e, in quanto al resto, rigogliosa e seducente. Si domanda: “Quale sceglierà l’uomo colto?”. – La risposta qui non richiederà un rompicapo; sceglierà sicuramente la seconda, poiché davanti alla prima proverà disgusto. Quindi anche qui la raffinatezza è di certo nel posto più confacente, perché l’uomo, attraverso di essa, conferma che egli è un essere superiore che ha in sé pieno potere e forza per purificare tutto lo sgradevole e sudicio, e presentarlo nel modo più gradevole.

6. Tuttavia, poiché l’uomo, come la donna, a questo riguardo sente potentemente in sé abbastanza spesso il bisogno di soddisfarsi, e realizzandolo non si può certo pretendere di generare sempre un figlio, sarà forse contrario al dovere, l’esercitare le sue forze intellettive procurandosi i mezzi attraverso i quali potrà ottenere il soddisfacimento di quest’impulso, sia esso solo attraverso il cieco coito con le donne, oppure attraverso la masturbazione, oppure in caso di necessità attraverso la cosiddetta pederastia? Poiché anche con ciò si distingue l’uomo proprio dall’animale, per il fatto di poter soddisfare quest’impulso, impulso che è naturale per eccellenza, in altri modi che non appunto solo in quello che gli fu indicato su altre vie dalla rozza natura. E quindi sono per lo più da approvare in modo speciale i bordelli ben ordinati e simili istituzioni, che in nessun modo possono tornare a disonore all’intelletto dell’uomo, bensì soltanto ad onore!».

7. Vedete, considerato dal punto di vista naturale, cosa si può obiettare a tutto questo? Poiché è esatto che l’animale non può realizzare simili raffinatezze e ogni sorta di sfumature nel soddisfacimento del suo istinto sessuale; e così è innegabile scoprire in ciò una certa maestria dell’umano intelletto. – Tutto questo è esatto; l’animale in tutto ciò ha il suo tempo, al di fuori del quale resta indifferente per quanto riguarda il soddisfacimento di questo istinto.

8. Ma che cos’è tutta questa raffinatezza? Questa è una breve domanda, ma la sua risposta è grande e di molto peso. Questa raffinatezza non ha sicuramente altro, per movente fondamentale, che l’orribile funesta avidità del piacere! L’avidità del piacere, però, noi lo sappiamo, è un’evidente figlia dell’egoismo, la quale va di pari passo con l’amore per il dominio.

9. Vero è che è più piacevole dimorare in una magnifica casa, piuttosto che in una misera casupola. Osserviamo però gli abitanti! Quanto orgoglioso e gonfio vediamo entrare e uscire chi dimora in un palazzo, e quanto contrito si china il semplice abitante della casupola davanti al padrone di un tale splendido palazzo!

10. Osserviamo gli abitanti di una grande città e confrontiamoli con quelli di un piccolo villaggio di contadini. Gli abitanti della grande città non sanno aiutarsi che per pura e semplice avidità di piacere; tutti vogliono vivere piacevolmente, tutti vogliono divertirsi, tutti vogliono splendere e, possibilmente, un pochino dominare. Se un povero campagnolo viene nella grande città, allora deve rivolgersi a un qualsiasi lustrascarpe, per lo meno con il titolo di “vostra grazia”, se non vuole esporsi a qualche grossolanità.

11. Andiamo invece nel villaggio: là incontreremo ancora dei padri di famiglia, non di rado dei pacifici vicini che non si fregiano con il titolo di “vostra grazia” e di “signore”. Che cosa è da preferire, un contadino che chiama l’altro “fratello!”, oppure che in città, uno solo poco agiato, si rivolga a un’altro un po’ più agiato con il titolo di “vostra grazia…” e, “signore…”, e cose simili?

12. Io ritengo che non sarà necessario procedere ancora ulteriormente su simili assurdi elementi di raffinatezza dell’ingegno umano, bensì possiamo subito formulare il verdetto principale: tutte queste raffinatezze, avide del piacere secondo l’osservazione precedente, sono nient’altro che idolatrie! Esse, infatti, sono immolazioni dello spirito umano alla morta naturalità esteriore!

13. Se però queste sono idolatrie, allora esse sono anche la più pura fornicazione! E che esse non possano essere accolte nella sfera della castità, lo dimostra la loro tendenza.

14. Perché Babele fu chiamata “meretrice”? Perché là era di casa ogni immaginabile raffinatezza! Quindi, nel suo vero e proprio “esercitare la fornicazione”, significa anche: servire l’impudicizia secondo tutta la forza vitale! Così, un marito ricco che si è preso una moglie esuberante e rigogliosa per amor del solo piacere, non è che un purissimo fornicatore! E la moglie una purissima fornicatrice. E proprio così anche qui, a questi bambini viene mostrata l’impudicizia nel suo fondamento, cioè come essa sia un evidentissimo egoismo e avidità del piacere.

15. Era necessario chiarirvi più a fondo questo Comandamento, perché su nessun Comandamento l’uomo si svia così facilmente come su questo. Io perciò ritengo che ora voi comprendiate anche questa esposizione, e allora possiamo recarci subito nella settima sala.

 

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Cap. 16

Settima sala, settimo Comandamento

(Parla Giovanni)

1. Siamo nella settima sala; guardate nel suo centro. Su una lavagna sostenuta da una bianca colonna luminosa, sta scritto con scrittura chiaramente leggibile: «Tu non devi rubare!». – Qui al primo sguardo di questa tavola della Legge, subito a ciascuno s’imporrà di certo questa domanda:

2. “Che cosa mai potrebbe essere rubato qui, dove nessuno possiede una proprietà, bensì ognuno è solo un usufruttuario di ciò che il Signore dà?”. – Questa domanda è naturale ed ha il suo buon senso, ma può anche essere posta con il medesimo diritto sulla Terra, poiché anche lì tutto quello che c’è viene dato dal Signore, e tuttavia gli uomini possono derubarsi a vicenda in tutti i modi possibili.

3. Non si potrebbe anche domandare e dire: “Non ha il Signore creato il mondo ugualmente per tutti gli uomini, e non ha ogni uomo l’uguale diritto su tutto ciò che il mondo creato offre, per il differente godimento?”. – Quindi, se il Signore non ha certamente creato il mondo solo per i singoli, bensì per tutti, e perciò ciascuno possiede il diritto di godere dei prodotti del mondo secondo le proprie necessità, – a quale scopo serviva dunque questo Comandamento, con il quale è stato evidentemente accordato agli uomini un certo diritto di proprietà, tale per cui è diventato possibile un furto? Poiché, dove non esiste un mio e nessun tuo, bensì tutto è un generale nostro, allora io vorrei proprio vedere colui che, anche con la migliore volontà, fosse capace di rubare qualcosa al suo prossimo.

4. Perciò, non sarebbe stato più saggio, invece di questo Comandamento con il quale viene pericolosamente accordato un distinto diritto di proprietà, abolire per tutti i tempi ogni diritto di possesso? In tal modo questo Comandamento diventerebbe perfettamente non necessario, non sarebbero mai sorti tutti i diritti di proprietà del mondo, e gli uomini avrebbero potuto vivere nel modo più facile come veri fratelli tra di loro.

5. A questo si deve ancora considerare che il Signore ha dato questo Comandamento attraverso Mosè in un tempo in cui neanche un uomo di tutti i numerosi figli di Israele aveva un qualche proprio patrimonio, poiché l’oro e l’argento che avevano portato con sé dall’Egitto, era proprietà di tutto il popolo, sotto la sorveglianza del loro capo.

6. Per quanto riguarda invece le vesti, esse erano semplicissime e inoltre così misere che un singolo capo di vestiario, nel vostro tempo presente, di certo non supererebbe il valore di alcuni semplici grossi([12]). Oltre a ciò non uno degli israeliti disponeva di vesti di ricambio, bensì quella veste che indossava era tutto ciò che possedeva.

7. Proprio allora giunse questo Comandamento. Di certo il popolo israelita dovette chiedersi con grandi occhi l’un l’altro: “Di cosa possiamo derubarci? Forse dei nostri figli, dato che in questa attuale situazione oppressa, ognuno è contento di averne il minor numero possibile!? Dovremmo forse rubarci reciprocamente le nostre pentole? Ma cosa dovemmo guadagnarci con questo? Infatti, chi non ha una pentola, ha comunque il diritto, se ha qualcosa da cuocere, di cuocerlo nella pentola del suo vicino. Se invece ha una pentola, allora non ha necessità di impossessarsi ancora di una seconda, per avere con questa ancora più cose da trascinarsi avanti e indietro. Non ci è davvero possibile scorgere che cosa qui potremmo rubarci l’un l’altro. Forse l’onore? Noi siamo tutti servi e servitori di uno e dello stesso Signore, il Quale conosce molto bene il valore di ogni uomo. Se anche volessimo sminuirci l’un l’altro, quale scopo otterremmo con ciò al cospetto di Colui che sempre ci penetra con lo sguardo? Quindi non sappiamo proprio cosa dobbiamo farne di questo Comandamento. Deve forse valere per i tempi futuri, nel caso in cui il Signore volesse un giorno concederci una separata proprietà? Se questo dovesse essere il caso, allora ci lasci piuttosto così come siamo, e il Comandamento si annullerà da sé”.

8. Vedete, così ragionava sul serio, qua e là, il popolo israelita, e questo, nelle sue condizioni nel deserto, non gli era neanche da disapprovare, poiché lì ognuno era ugualmente ricco e ugualmente grande nella sua reputazione.

9. Ma ora, ragionando così, non potrebbe anche l’attuale popolo credente nel Nuovo Testamento insorgere davanti al Signore e dire: “O Signore, perché un giorno hai dato un tale Comandamento, attraverso il quale con il tempo fu concesso agli uomini sulla Terra un separato diritto di proprietà e, proprio in seguito a questo diritto, si è formata un’incalcolabile quantità di ladri, briganti e assassini? Abolisci perciò questo Comandamento, affinché l’esercito di ladri, assassini e rapinatori, e ogni genere di ingannatori, e un secondo esercito di giudici mondani possano cessare la loro attività, la cui attività, ognuna nel suo genere, è priva di qualsiasi amore per il prossimo!”.

10. Qui io dico: “Quest’appello si può ascoltare, e sotto questa critica illuminazione appare come perfettamente ragionevole!”. – Dunque: come, e perché? In primo luogo non ci si può attendere da Dio, quale sublime Padre affettuosissimo, di certo nient’altro che il Bene supremo. Come si dovrebbe allora poter pensare che Dio, quale il miglior Padre degli uomini, abbia voluto dar loro una disposizione tale, da doverli palesemente rendere infelici, e precisamente nel tempo e nell’eternità?

11. Se però necessariamente si deve attribuire a Dio la suprema Bontà, la suprema Sapienza e quindi l’Onniscienza, in seguito alla quale Egli doveva sapere quali frutti un tale Comandamento avrebbe immancabilmente portato, allora non si può certo fare a meno di domandare: “Signore, perché ci hai dato un tale Comandamento da renderci con questo, non di rado, indicibilmente infelici? È stata quindi sul serio la Tua Volontà, oppure non sei stato Tu a dare questo Comandamento, bensì sono stati gli uomini a introdurlo successivamente per il loro egoismo, prefiggendosi forse di separarsi dal comune numero dei loro fratelli, e poi, in tale condizione, accumulare tesori propri in modo giustificato, per elevarsi tanto più facilmente, con l’aiuto di tali tesori, a dominatori su tutti i loro poveri fratelli?”. – Vedete, anche tutto questo va ascoltato, e nessuno lo può contestare. Si deve ancora spargere sull’intelletto umano alcuni granelli di autentico incenso, perché in questo tempo per lo meno si trovi che valeva la pena illuminare in questo modo critico le Leggi di Mosè. Tuttavia, chi ci ha guadagnato qualcosa con questa critica? Gli uomini non hanno guadagnato niente e di certo neanche il Signore, poiché in questa critica non si esprime palesemente l’Amore e la Sapienza divina.

12. Ma allora, come deve essere preso e osservato questo Comandamento, affinché appaia perfettamente santificato dinanzi a Dio e a tutti gli uomini, tanto da esprimere il massimo Amore e Sapienza divina, e portare in sé la sapientissima assistenza del Signore per il conseguimento della beatitudine nel tempo e nell’eternità? Quindi, com’è stato chiarito finora, specialmente nel tempo attuale, esso ha certamente dovuto diffondere solo sciagure. Perciò, secondo la Misericordia del Signore, noi vogliamo rivelare il vero significato di questo Comandamento, affinché d’ora in poi gli uomini possano trovare in esso la loro salvezza, e non la loro rovina. Ma per realizzare ciò, dovremo dapprima considerare che cosa si deve intendere con ‘rubare’.

 

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Cap. 17

Cosa significa ‘rubare’?

(Parla Giovanni)

1. Che all’inizio sotto il concetto ‘rubare’ fosse impossibile potesse essere inteso l’arbitraria appropriazione dei beni materiali di un altro, questo risulta chiaro dal fatto che, particolarmente al tempo di quando è stata data la Legge, nessuno del popolo israelita possedeva una proprietà. Perfino quando il popolo entrò nella ‘terra promessa’; la sua costituzione statale era così ordinata che nessuno, in questa terra, poteva possedere una proprietà pienamente legale. Bensì aveva come scopo il più possibile la comunanza dei beni, e ogni israelita bisognoso, se del resto viveva nell’Ordine divino, doveva trovare dappertutto la più cordiale accoglienza e ricovero.

2. Se invece in questo Comandamento sotto ‘il rubare’ fosse stato inteso l’arbitraria e imperiosa appropriazione del bene di un altro, allora, com’è stato dimostrato abbastanza chiaramente nel corso di quest’esposizione, la critica ricadrebbe immancabilmente sul Legislatore, avendo Egli, con ciò, in un certo qual modo aperto tacitamente la strada al profitto, all’industria e quindi anche all’usura. Poiché questo deve risultar chiaro al primo sguardo a ciascuno, se è capace solo di un pensiero un po’ più chiaro, che non appena il diritto di proprietà viene introdotto come perfettamente sanzionato e confermato, viene subito data una legge, tramite la quale la proprietà di ognuno deve apparire come perfettamente assicurata.

3. Ma d’altra parte, come ci si potrebbe aspettare un simile Comandamento da quel Legislatore che, con la Sua stessa bocca, ha parlato così ai Suoi discepoli: «Non preoccupatevi di ciò che mangerete e berrete e con che cosa coprirete il vostro corpo, poiché tutto questo è cosa dei pagani. Cercate innanzi tutto il Regno di Dio; tutto il resto vi sarà dato già da sé».

4. Lo stesso Legislatore dice ulteriormente: «Gli uccelli hanno i loro nidi e le volpi le loro tane, ma il Figlio dell’uomo non ha una pietra da mettere sotto il Suo capo!». In un altro passo noi vediamo nuovamente i Suoi discepoli cogliere delle spighe addirittura nel giorno di sabato; dunque, palesemente, rubare! Quando però i proprietari del campo se ne lamentarono, dite: “Chi ricevette dal grande Legislatore il biasimo e una giusta grave ramanzina?”. Basta solo che consultiate il libro([13]) e tutto vi sarà chiaro.

5. Ulteriormente noi vediamo lo stesso Legislatore una volta nella situazione di dover pagare un dazio. Ha forse messo le mani nelle proprie tasche? Oh, no, bensì Egli sapeva che nel vicino lago un pesce aveva inghiottito uno statere (moneta) perduto. Pietro dovette recarvisi, al cui pesce tenuto [fermo] con la forza del Signore, si dovette togliere dalla gola la moneta e con la stessa pagare il dazio.

6. Io però domando: “Secondo i vostri diritti di proprietà, colui che trova un bene, qualunque ne sia il modo, ha il diritto di proprietà di poterne disporre? Non doveva sapere il grande Legislatore – oppure non volle saperlo – che di questo bene trovato nel pesce, aveva il diritto di proprietà solo su di un terzo, e anche questo solo dopo aver reso noto pubblicamente o ufficialmente il suo ritrovamento? Egli non lo ha fatto. Quindi avrebbe palesemente commesso un furto per due terzi del suo valore, oppure, il che è lo stesso, un’appropriazione indebita!

7. Inoltre, secondo i principi del diritto,– se si premette che solo pochi ebrei sapevano in pienezza Chi effettivamente fosse il Cristo – ci sarebbe da chiedere: “Chi Gli concesse il diritto di far prendere la nota asinella al suo proprietario e poi usarla a Sua discrezione?”.

8. Qui si dirà: “Egli era certo il Signore di tutta la natura e a Lui apparteneva lo stesso ogni cosa!”. – Questo è esatto, ma come si spiega poi, quando Egli afferma, in senso mondano, che il Figlio dell’uomo non possiede nemmeno una pietra, e in altre parti dice che non è venuto per abolire la Legge, bensì per adempierla fin nei minimi particolari?

9. Se volessimo seguire la Sua storia, troveremmo ancora più di un’occasione in cui il grande Legislatore ha palesemente violato proprio questi principi del diritto, sia in base ai principi del diritto di proprietà attuali, sia in base all’estesa spiegazione giuridica del settimo Comandamento. Che cosa accadrebbe qui a colui che distruggesse a un proprietario un albero oppure annientasse un grande allevamento di porci e altro ancora? Io ritengo che ora di esempi ne abbiamo abbastanza, dai quali si può scorgere più che chiaramente che il grande Legislatore ha collegato a questo settimo Comandamento un significato del tutto diverso da quello che, con il tempo, è stato escogitato dall’avida ed egoistica umanità.

10. Si dirà: “Questo è ora del tutto chiaro ed evidente, ma quale senso vi ha collegato, questo sta ancora dietro un fitto velo!”. – Io però vi dico: “Solo pazienza!”. Finora abbiamo illuminato a dovere la falsa comprensione di questo Comandamento, così il suo giusto significato si farà facilmente trovare; infatti, uno che è in grado di penetrare con lo sguardo la notte, a questi di certo non potrà far paura che di giorno avrà troppa poca luce.

11. Che cosa significa dunque, nel senso vero e proprio “Tu non devi rubare”? – Nel senso vero e proprio, significa quanto:

12. Tu non devi mai lasciare l’Ordine divino, non ti devi mettere al di fuori dello stesso e volerti impadronire dei diritti di Dio.

13. Ma cosa sono questi diritti e in che cosa consistono? Dio solo è santo e a Lui solo appartiene ogni potere! Colui che Dio stesso santifica e a lui conferisce il potere, questi lo possiede conformemente alla legge; chi invece si santifica da sé e strappa a sé il divino potere per dominare per egoismo e cupidigia nello splendore dello stesso, costui è, nel senso vero e proprio, un ladro, un rapinatore e un assassino!

14. Chi dunque si eleva al di sopra dei suoi fratelli di propria autorità e, per egoismo, con qualunque mezzo esteriore apparente e ingannatore, sia esso di specie terreno o spirituale, costui trasgredisce questo Comandamento. In questo senso viene insegnato qui anche a questi bambini, e mostrato loro su una via pratica che qui nessuno spirito deve mai usare di propria autorità la forza e la potenza insita in lui, bensì sempre solo nell’Ordine divino.

15. Adesso però si dirà: “Se la cosa è così, allora il noto furto e la rapina è permesso!”. – Io però vi dico: “Solo pazienza, il prossimo seguito dovrà portare ogni cosa nella chiara luce”. – Per il momento vogliamo tuttavia accontentarci con questo, sapendo noi una buona volta che cosa si deve intendere per rubare, e che il Signore, con questo Comandamento, non ha mai introdotto un diritto di proprietà.

 

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Cap. 18

Approfondimenti sulla questione sociale

(Parla Giovanni)

1. Ora viene da chiedersi, poiché il Signore non ha mai introdotto un diritto di proprietà, perciò è anche impossibile che abbia dato un Comandamento secondo il quale si deve rispettare in modo del tutto speciale un patrimonio acquisito con l’usura da molti avari usurai – e questo di fronte a una quantità innumerevole di uomini poverissimi – quindi, non dovrebbe essere lecito rubarglielo, cioè togliere quello che tali ‘usurai’ hanno accumulato in opposizione al Comandamento divino? Infatti, secondo le leggi terrene, non appena si prende un ladro, gli si toglie quello che ha rubato! Quindi, ancor più, non si dovrebbe aver quindi il diritto di togliere agli autenticissimi ladri e briganti, di fronte al Comandamento divino, le loro ricchezze messe insieme con la rapina, e distribuirle tra i bisognosi?

2. Secondo le argomentazioni dell’intelletto non ci sarebbe proprio nulla da obiettare a questa pretesa; ma l’uomo giusto ha ancora delle forze superiori in sé, oltre al suo intelletto. Che cosa direbbero però queste forze a tale approvazione dell’intelletto?

3. Domandiamolo al nostro ‘amore per il prossimo’ e al nostro ‘amore per Dio’. Che cosa dice questo amore nel suo intimissimo, eternamente vivente spirito proveniente da Dio? Esso dice nient’altro se non quello che ha espresso il Signore stesso, vale a dire: «Il Mio Regno non è di questo mondo!». – E inoltre: «Chi ama la sua vita esteriore, perderà quella interiore; chi invece la sfugge e tiene in poco conto la sua vita esteriore, conserverà quella interiore». Questo dice quindi lo spirito interiore.

4. Noi non vediamo da nessuna parte un invito secondo cui dobbiamo gettarci addosso ai beni dei ricchi. Il Signore stesso dice: «Date a Cesare quello che è di Cesare». Così Egli non ordinò neanche al giovane ricco di vendere i suoi beni, bensì gli diede solo l’amichevole consiglio, accanto alla promessa della vita eterna.

5. Quindi considerato che non troviamo nessun Comandamento del Signore con il quale abbia espressamente ordinato di impadronirsi in qualche modo delle ricchezze degli usurai, allora risulta anche sicuramente chiaro come il giorno che un sincero cristiano non ha il diritto di metter le mani sui beni dei ricchi. – Perfino colui che si trova nel massimo bisogno non ha [ricevuto] dal Signore un qualche comprovato diritto di impadronirsi di beni, neppure quelli di un purissimo ladro; ma ben questo diritto spetta a un intero popolo in caso di grande stato d’emergenza.

6. E perché dunque? Perché allora è il Signore stesso che agisce nel popolo e opera con ciò un giusto giudizio per gli insaziabili usurai. – Solamente, nessuno si deve permettere, ad eccezione nel caso urgente di un estremo bisogno, di assassinare gli usurai e i ricchi duri di cuore, bensì togliere dai loro tesori altamente abbondati solo quel tanto di cui il popolo ha più bisogno per il suo sostentamento, per potersi rimettere sui piedi del pacifico guadagno.

7. Al ricco usuraio, invece, deve sempre essere lasciato quanto è sufficiente, affinché non debba soffrire nel mondo nessuna necessità, poiché questa è la sua unica ricompensa per il suo lavoro. Il Signore invece non vuol punire nessuno, bensì solo ricompensare ciascuno secondo la specie della sua attività.

8. Poiché il ricco e l’usuraio, dopo questa vita terrena, non hanno da attendersi più niente, allora è giusto ed equo che essi, per il loro talento, trovino la loro ricompensa là dove hanno lavorato.

9 Oltre a ciò il Signore non vuol giudicare completamente nessuno su questo mondo, affinché per ognuno resti ancora disponibile la possibilità di allontanarsi volontariamente dal mondo e ritornare a Lui. Se ora a un tale ricco usuraio fosse portato via tutto, allora sarebbe già come completamente giudicato; infatti, disperazione e un infinito furore s’impadronirebbero di lui, nella cui condizione gli sarebbe impossibile calcare la via della salvezza. Se invece gli viene lasciato ancora un patrimonio sufficiente, allora in primo luogo non sarà esposto a nessuna necessità terrena e non apparirà nemmeno come non ripagato completamente per il suo talento nel risparmio; in secondo luogo, però, in tale condizione, come non completamente giudicato, potrà ancora seguire il consiglio che il Signore ha dato al giovane ricco, e potrà giungere con ciò alla vita eterna.

10. Ma è durante simili imprese estreme che si devono compiere il meno possibile delle crudeltà sanguinose da parte di un popolo estremamente impoverito, poiché non appena ciò avviene, allora il Signore non opera più con il popolo, e il popolo non vedrà benedetto il suo operato! Perché se oggi vincerà, domani sarà di nuovo battuto, e sangue scorrerà contro l’altro! Mai deve l’uomo dimenticare che tutti gli uomini sono fratelli suoi. Ciò che intraprende, lo deve intraprendere sempre con un cuore colmo d’amore; a nessuno deve voler fare qualcosa di male, bensì sempre solo qualcosa di bene, specialmente se opera nella parte spirituale per la vita eterna.

11. Se il suo sentimento è fatto così, allora il Signore benedirà la sua azione, in caso contrario invece la maledirà! Poiché, se il Signore stesso non vuol essere per nessuno un eterno Giudice mortale, a Cui è proprio ogni potere nel Cielo e sulla Terra – e non ha bisogno di chiedere a nessuno, cosa Egli deve fare o non fare – tanto meno un uomo sulla Terra deve fare qualcosa secondo la sua cattiva volontà.

12. Guai però a quel popolo che, senza un’estrema necessità, si solleva contro i ricchi e i potenti! Questo sarà punito assai amaramente per la sua azione, poiché la povertà è del Signore. Chi ama il Signore, questi ama anche la povertà; invece la ricchezza e la vita di piaceri appartengono al mondo e a Satana! Chi aspira a ciò che è del mondo e lo ama, costui si è assimilato a Satana dalla testa ai piedi!

13. Finché un qualunque popolo può saziarsi così a metà solo una volta al giorno, e ancora può mantener la vita, non dovrà rivoltarsi. Quando però i ricchi e gli usurai hanno arraffato a sé quasi tutto, così che migliaia di uomini poveri sono minacciati dalla più evidente morte per fame, allora è tempo di rivoltarsi e di suddividersi tra di loro i beni superflui dei ricchi, poiché allora lo vuole il Signore che i ricchi, fino a una gran parte, debbano essere puniti per il loro scandaloso egoismo e avidità.

14. In chiusura della trattazione di questo Comandamento, potrebbe forse qualcuno ancora domandare, se gli interessi per dei capitali prestati, non siano in qualche modo anche contrari al settimo Comandamento. – Allora io dico: “Se in uno Stato il tasso d’interesse è stabilito per legge, allora è anche permesso dai ricchi prendere gli interessi secondo questo tasso; se invece qualcuno ha prestato a un bisognoso un capitale necessario, allora egli, per questo, non deve pretendere nessun interesse.

15. Se tale bisognoso, con questo capitale, si è adoperato al punto tale che adesso si troverà ad essere un borghese benestante nella sua attività, allora dovrà cercare di restituire al suo amico il capitale prestato. E se per riconoscenza vuol pagare gli interessi legali, allora il suo amico non dovrà accettarli, ma ben rammentare al rimborsante di darli ai suoi fratelli più poveri, secondo le sue forze.

16. Ai completamente poveri, invece, nessuno dovrà prestare un capitale, bensì quello che si darà a uno di loro, dovrà essere donato completamente. Questa è, a tale riguardo, la Volontà del Signore. Chi la seguirà, avrà il Suo Amore. – Dal momento che abbiamo toccato ciò che concerne questo Comandamento, allora possiamo recarci subito nell’ottava sala, colà impareremo a conoscere un Comandamento che, per molti riguardi, sarà simile a questo settimo.

 

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Cap. 19

Ottava sala, ottavo Comandamento

L’involucro materiale, il mezzo per la menzogna

(Parla Giovanni)

1. Siamo nell’ottava sala, e su una delle tonde lavagne ben note a noi da tutte le sale precedenti, vediamo scritto con chiare lettere: «Tu non devi dare falsa testimonianza», – oppure, il che è come dire ‘non mentire!’.

2. Questo Comandamento nel Regno degli spiriti puri suona ben strano, essendo uno spirito, nella sua pura condizione, incapace di qualsiasi menzogna. Uno spirito è del tutto improbabile possa parlare in modo diverso da come pensa, poiché il pensiero è già la sua parola. Perciò lo spirito allo stato puro non può neanche portare sulle sue labbra nessuna non verità, perché è un essere semplice e non può avere in sé nessun inganno.

3. Quindi, solo uno spirito impuro è capace di mentire, se si avvolge con una materia. Ma se uno spirito, anche di indole impura, è privo del suo più rozzo involucro, allora non può neanche pronunciare nessuna menzogna.

4. Perciò è pure per questo motivo che gli spiriti cattivi si avvolgono con ogni specie di rozze figure ingannevoli, per poter mentire in questo involucro.

5. Quindi anche il noto “Satana”, nel paradiso [terrestre], si dovette avvolgere con la figura materiale di un serpente dinanzi alla prima coppia umana, in modo da poter diventare in sé un inganno, e dopo poté pensare diversamente e parlare diversamente.

6. Solo per questo motivo anche gli uomini sulla Terra sono in grado di mentire quanto vogliono, perché nel loro corpo hanno un inganno e, da questo, possono muovere la macchina del corpo proprio nella direzione opposta a ciò che pensano.

7. Tuttavia, da come abbiamo osservato, questo non è possibile ai puri spiriti. Essi in verità possono manifestarsi per corrispondenze, quando si esprimono di fronte agli uomini terreni, e dire allora, non di rado, qualcosa del tutto diverso da quello che il senso interiore del loro discorso rappresenta. Questo non significa mentire, bensì mettere la Verità spirituale in immagini terrene, le quali corrispondono esattamente a questa Verità.

8. Perciò, da questo noi vediamo che siffatto Comandamento non si adatta assolutamente agli spiriti, mancando loro del tutto la capacità di mentire.

9. Ma allora per chi vale questo Comandamento? – Io so che presto si giungerà alla risposta e si dirà: “Esso vale per quegli spiriti avvolti nella materia, imponendo loro di non usare l’involucro in modo diverso da come, in essi, allo stato puramente spirituale, sono costituiti il pensiero e la volontà procedente dallo stesso!”.

10. Noi sappiamo però che questo Comandamento, così come tutti i precedenti, proviene da Dio, quale Fondamento originario di tutto lo spirituale. In quanto tale, tuttavia è impossibile possa avere solo una validità materiale e, nello stesso tempo, non anche una spirituale.

11. Per giungere comunque davvero al fondamento della questione, dobbiamo spiegare che cosa si deve effettivamente comprendere sotto ‘mentire’ o con ‘dare falsa testimonianza’. Che cos’è dunque la menzogna o una falsa testimonianza in se stessa? Voi direte: “Ogni non verità!”. – Io però domando: “Che cos’è allora una non verità?”. – Anche qui qualcuno potrebbe venir presto con la risposta pronta e dire: “Qualunque dichiarazione che l’uomo esprima allo scopo di ingannare qualcuno, è una non verità, una menzogna, una falsa testimonianza!”. – Visto da fuori è tutto bene, ma non è così secondo l’interiore. Per questo vogliamo presentare una piccola prova.

12. Domanda: “Può la volontà pensare?”. Ogni uomo può rispondere negativamente, dovendo dire apertamente: “La volontà si comporta per l’uomo, come l’animale da tiro per il carro. Questo tira lo stesso ben con vigore; ma dove porterà il carro senza il pensante carrettiere?”.

13. Io ancora domando: “Può il pensiero volere?”. Ritorniamo al carro. Può il carrettiere, con la migliore intelligenza, spostare il pesante carro dal posto in cui si trova, senza la forza di trazione dell’animale da soma? – Ciascuno a questo punto dirà: “Qui migliaia di carrettieri dei più assennati possono, accanto al carro pesantemente caricato, addurre tutti i principi filosofici possibili, e tuttavia con tutti questi grandiosi pensieri non sposteranno il carro dal posto, finché nei loro pensieri concorderanno sul fatto che davanti al carro deve essere applicata un’adeguata forza di trazione”.

14. Da questo esempio abbiamo ora visto che la volontà non può pensare, e che il pensiero non può volere. Se invece pensiero e volontà sono uniti, allora la volontà può fare certamente solo quello verso cui il pensiero la guida.

15. Ora però io domando ancora: “Se le cose stanno così, chi allora può mentire fuori dall’uomo? La volontà certamente no, poiché questa è un qualcosa che s’indirizza sempre secondo la luce del pensiero. Può il pensiero mentire? Certamente no, esso è semplice e non si può dividere. Potrà forse il corpo mentire nell’uomo? Sarebbe davvero quanto mai straordinario venire a sapere come potrebbe mentire il corpo, che per se stesso è una macchina morta indotta all’attività solo attraverso il pensiero e la volontà dello spirito attraverso l’anima.

16. In quest’istante scopro però uno psicologo, e precisamente della classe dei dualisti spirituali, questi dice: “L’anima dell’uomo è anche un essere pensante consapevole di se stessa che, in parte pensa dalle immagini naturali, e in parte da quelle spirituali. Così possono ben formarsi in essa due specie di pensieri, vale a dire naturali e spirituali. Perciò può ben ponderare in sé dei pensieri spirituali, ma poiché a sua disposizione sta anche la volontà dello spirito, allora essa, anziché enunciare la verità o il pensiero spirituale, può enunciare quello naturale, completamente contrario alla verità spirituale. E se l’anima fa questo, allora mente o dà una falsa testimonianza”. – Cosa pensate voi, è giusta questa conclusione?

17. L’apparenza, considerata dal punto di vista dell’uomo esteriore, ha dell’esattezza, ma in senso assoluto è tuttavia falsa; infatti, quale attività spunterebbe se per il trasporto di un carro si attaccassero, tanto davanti quanto di dietro al medesimo, animali da tiro di ugual numero e di ugual forza e, accanto a questo, fossero aggiunti anche dei carrettieri per guidare i cavalli?

18. Come il carro giammai verrebbe spostato dal posto, altrettanto accadrebbe alla vita di un uomo se essa dovesse basarsi su due viventi principi contrapposti. Questo sarebbe proprio come se si volesse addizionare più uno e meno uno, il cui risultato sarà zero.

19. Quindi deve esserci solo un principio vivente; ma come può, questo, mentire e dare falsa testimonianza?

20. O quest’unico principio, come provato, non può affatto mentire e dare falsa testimonianza, oppure sotto il concetto ‘mentire’ e ‘dare falsa testimonianza’, di norma deve essere intenso qualcosa d’altro, diverso da come è stato compreso finora.

21. Qualcuno qui dirà di certo: “Se la cosa è da prendere così, allora ogni menzogna a noi nota, ogni falso giuramento, come pure ogni inganno verbale sono da considerarsi privi di peccato e usati liberamente”. – “Bene”, dico io, l’obiezione non sarebbe così male, ma secondo il vostro proverbio ‘Ride bene chi ride ultimo’, ci riserveremo un simile divertimento alla conclusione.

 

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Cap. 20

Cos’è una falsa testimonianza?

(Parla Giovanni)

1. Dunque, per poter sbrogliare anche questo nodo gordiano, per così dire, con un colpo solo, allora in questo ottavo Comandamento passiamo subito alla trattazione del concetto principale

2. Noi sappiamo dal Signore che ad ogni spirito è stata data una libera volontà e quindi anche un libero pensiero per l’illuminazione della libera volontà. Questo pensiero nello spirito è propriamente la vista e la luce dello spirito, per mezzo dei quali lo spirito può scorgere le cose nella loro sfera naturale.

3. Accanto a questa luce, luce che ogni spirito ha specificamente ricevuto come propria da Dio, esso ha ancora una seconda capacità, quella di accogliere una Luce interiorissima e santissima di Dio; ma non mediante il suo occhio, bensì mediante l’orecchio, il che veramente è anche un occhio. Non si tratta di un occhio per accogliere le apparizioni esteriori che vengono prodotte dall’onnipotente Volontà del Signore, bensì è un occhio per l’accoglienza della Luce puramente spirituale proveniente da Dio, vale a dire della Parola di Dio.

4. Questo voi lo potete già riconoscere dalla vostra condizione ancora naturale, se solo considerate in un certo qual modo, quanto differente è ciò che voi scorgete con i vostri occhi e, accanto a questo, cosa venite a sapere con i vostri orecchi. Con i vostri occhi potete scorgere solo immagini naturali, invece con i vostri orecchi potete accogliere i raggi provenienti dalla più interiore profondità divina.

5. Voi potete percepire il linguaggio degli spiriti nell’armonia dei suoni, oppure, detto meglio, potete percepire, in modo materiale già esteriormente attraverso i vostri orecchi carnali, le forme segrete della più interiore Creazione spirituale. Quanto profondamente indietro sta l’occhio rispetto all’orecchio!

6. Vedete, così è anche riguardo allo spirito. Esso, in virtù di tale disposizione, è capace di un duplice accoglimento: vale a dire il figurativo esteriore e quello interiore essenziale vero.

7. In questa duplice facoltà visiva c’è alla base il segreto della libera volontà.

8. Ogni uomo, sia puramente spirituale oppure ancora avvolto con la materia, tramite questa facoltà sta sospeso, del tutto naturalmente, tra un esteriore e un interiore. Egli può quindi scorgere sempre un’innumerevole quantità di forme esteriori, ma allo stesso tempo può anche accogliere in sé, altrettanto, dell’interiore Verità puramente divina.

9. Egli, con la luce proveniente dall’esterno, di quanto scorto non afferra nient’altro che unicamente la forma esteriore in se stesso, con ciò, proprio con l’accoglienza di queste forme può essere il creatore dei suoi pensieri.

10. Con questi pensieri può anche mettere in movimento la sua volontà, liberamente disponibile, come e quando vuole.

11. Se non usa l’altro occhio dell’interiore Luce divina, bensì si accontenta e si occupa solo delle forme, allora egli è un uomo che inganna evidentemente se stesso, poiché per lui le forme sono vuote apparenze, finché non le potrà afferrare nella loro profondità.

12. Se invece nel contempo un uomo ha dal Signore anche la Luce interiore e, purché lo voglia, scorge l’interiore delle forme, ma così facendo altera egli stesso ciò che vede, testimoniando delle forme esteriori diversamente da quello che è il loro alto significato che scorge con l’occhio spirituale interiore – che è l’orecchio – allora dà evidentemente una falsa testimonianza riguardo alle forme scorte esteriormente.

13. Qui ora abbiamo già discusso dalla radice che cosa significa, in senso assoluto, dare una falsa testimonianza’. La cosa principale consiste però nuovamente nel fatto che l’uomo deve parlare della divina Verità in sé non diversamente da come lui la scorge in se stesso.

14. Tuttavia, nel più interiore la cosa è così: l’Amore al pari della Luce di Verità scorta nell’intimissimo è proveniente direttamente da Dio, e la Sapienza al pari della Luce irradiante è proveniente da Dio attraverso tutti gli infiniti eterni spazi.

15. Se però qualcuno ha l’amore, ma non lo pratica, bensì afferra, esclusivamente con la sua luce esteriore e con la sua volontà guidata da tale luce, i raggi che escono continuamente verso l’esterno [dirigendosi] sempre più nell’infinito, allora costui diventerà sempre più debole, ma in seguito a questa sua escursione verso tutte le parti, dal punto di vista spirituale, diventerà sempre più borioso e anche sempre meno accessibile alla Luce interiore della Verità d’Amore proveniente da Dio.

16. Se questo è il caso, allora un tale uomo diventerà sempre meno somigliante a Dio, e così facendo darà con ogni atomo del suo essere una testimonianza fondamentalmente falsa dell’Essenza divina, della Quale egli doveva essere la perfetta immagine.

17 Chi dunque ascolta la Parola divina ma non la segue, bensì segue solo ciò che stimola i suoi occhi esteriori e con ciò eccita la sua volontà sensuale, costui con ogni passo che fa, con ogni parola che dice, con ogni movimento della mano che compie, rende una falsa testimonianza. Anche se volesse parlare della più pura Verità divina, della pura Parola del Vangelo, egli tuttavia mentirebbe e darebbe del Signore una falsa testimonianza, perché non agirebbe secondo la Parola e secondo la Verità.

18. Se qualcuno prega e dice le sue preghiere a Dio, ma non vive secondo la Parola del Signore, è un mentitore, per quanto sia ardente e vivente, poiché la sua preghiera è solo una formula esteriore, e il suo valore interiore va interamente perduto perché non viene usata l’interiore Luce divina, per illuminare e per animare l’interiore di questa forma esteriore.

19. È proprio così, come se qualcuno osservasse una stella con il più grande entusiasmo. Quale profitto sarà per lui tutto questo entusiasmo e contemplazione, se non può osservare questa stella nella sua piena vicinanza quale un mondo pieno di meraviglie? Egli somiglia a un affamato dinanzi a una dispensa chiusa a chiave. Per quanto egli possa contemplare con ardente desiderio e venerazione questa dispensa, ne sarà saziato? No di certo! Infatti, finché non potrà mordere del pane nell’interno e non riuscirà ad accoglierlo nel suo stomaco, tutta la contemplazione, adorazione ed entusiasmo davanti alla dispensa, non gli serviranno a niente.

20. Ma come si può aprire in sé la dispensa della vera somiglianza di Dio e saziarsene? Di sicuro, non in modo diverso, se non quando si usa quel mezzo interiorissimo in sé e ci s’indirizza in questo modo, secondo la Verità appresa da Dio. Cosicché dalle forme osservate esteriormente si accolga, per l’uso attivo, solo quello e nella misura in cui, nella rispondenza, coincide perfettamente con la Luce interiorissima e quindi divinamente vero secondo la Parola di Dio. Appena questo non è il caso, tutto ciò che l’uomo fa e intraprende è una falsa testimonianza sulla divina Verità interiore, e quindi anche una pura menzogna nei confronti di qualunque prossimo.

21. Perciò il Signore dice: «Chi prega, preghi in spirito e in verità», e inoltre: «Se pregate, allora andate nella vostra cameretta», e ancora: «Non pensate a quello che direte, bensì vi verrà messo in bocca al momento».

22. Qui sono indicati palesemente i pensieri esteriori, i quali, già in sé e per sé non sono la verità, per il fatto che sono pensieri; infatti la verità è nell’intimissimo, è il motivo per l’azione secondo la Parola di Dio, e si manifesta sempre prima di un successivo vuoto flusso di pensieri.

23. Perciò ognuno deve indirizzarsi secondo questa verità interiore ed essere attivo in conformità. Così facendo congiungerà attivamente sempre più i suoi pensieri con questa Luce interiore e, con ciò, giungerà in sé all’unità, e quindi alla somiglianza divina, nella quale gli sarà impossibile per l’eternità essere un mentitore.

24. Che però ognuno che parli diversamente da come pensa, e che agisca diversamente da come parla e pensa, sia un mentitore, si capisce da sé, poiché un tale è già sepolto nella più esteriore, più rozza materia ed ha tolto al suo spirito ogni forma divina. – Quindi, anche a questi allievi, tale Comandamento viene spiegato secondo il suo contenuto più intimo. Dal momento che sappiamo questo, possiamo recarci subito oltre nella nona sala.

 

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Cap. 21

Nona sala, nono Comandamento

(Parla Giovanni)

1. Siamo già nella nona sala e vediamo là di nuovo la nostra tonda lavagna, sulla quale sta scritto:

2. «Tu non devi desiderare ciò che è del tuo prossimo, né la sua casa, né il suo bue, né il suo asino, né il suo terreno e neppure nulla di ciò che vi cresce sopra».

3. Se consideriamo questo Comandamento, allora dobbiamo evidentemente smarrirci negli stessi giudizi e sostenere la medesima critica che abbiamo già conosciuto nel settimo Comandamento. Infatti, anche qui si parla ancora una volta di proprietà, e che non si deve avere nessun desiderio verso ciò che l’uno o l’altro si è appropriato legittimamente secondo l’esteriore.

4. Chi non dovrebbe a questo punto venir subito di nuovo con la domanda e dire: “Come poteva questo Comandamento esser dato al popolo israelita nel deserto, dove nessuno aveva una casa, né un bue, né un asino, né un terreno, né una semina sullo stesso?”. Presso il popolo israelita queste proprietà si desiderava averle l’un l’altro solo come immaginazione e, tutt’al più, poteva significare: ‘Se il tuo vicino s’immagina di possedere qualcosa, allora tu non devi neanche immaginare di far tuo qualcosa o di far tua l’immaginazione del tuo vicino come fosse sul serio tua proprietà o come volessi per lo meno possederla in proprio’.

5. Io ritengo che non saranno necessari molti giudizi critici per rendersi conto, al primo sguardo, di quanto vi sia sommamente campato in aria in un tale Comandamento. Un Comandamento deve esistere sempre solo per qualche sicurezza di una solida realtà, alla cui perdita a ciascuno deve essere collocato qualcosa. Ma ciò che perde un costruttore di castelli in aria rispetto a un altro costruttore di castelli in aria, se questi dovesse avere sul serio l’illegale sfacciataggine di edificare castelli simili a quelli del suo compagno, io ritengo che per pesare un tale enorme danno, sarebbe necessaria ben una bilancia estremamente fine in grado di pesare i capelli, o addirittura un’eterea bilancia simile a un fantasma. Anche se, secondo l’opinione di una certa setta sulla Terra, l’arcangelo Michael dovesse essere provvisto sul serio in abbondanza con strumenti di tal fatta, io sono tuttavia fermamente convinto che un così sensibilissimo strumento che misuri il peso, a lui sicuramente manca.

6. Io qui vi appunto questo, solo per mettervi davanti agli occhi il più chiaramente possibile la completa nullità di un possesso puramente immaginato. Stando però così le cose, a cosa servirebbe un tale Comandamento che non può avere come fine, assolutamente, la sicurezza della proprietà di un altro, dove nessuno possiede una simile proprietà, verso la quale, in seguito a questo Comandamento, non si deve portare nessun desiderio?

7. Qui però si obietterà e si dirà: “Il Signore ha previsto che con il tempo gli uomini si sarebbero creati tra di loro un diritto di proprietà, e per tale occasione a questo riguardo ha emanato già in anticipo un Comandamento per mezzo del quale doveva essere assicurata una futura proprietà degli uomini, e nessuno avrebbe avuto un reciproco diritto di potersi appropriare in un modo qualsiasi della proprietà del suo prossimo”. – Questa sarebbe una bella conclusione! Io però ritengo che forse non si potrebbe arrecare una più grande diffamazione all’Amore e alla Sapienza divina, come con un simile giudizio.

8. Il Signore, che di sicuro sconsiglierà innanzitutto a ogni uomo sulla Terra di appropriarsi di qualcosa; il Signore, dinanzi al Quale ogni ricchezza terrena è un abominio, dovrebbe aver emanato un Comandamento per gli scopi e per la protezione dell’avidità, dell’egoismo, dell’usura e dell’avarizia, un Comandamento per il sicuro risveglio dell’invidia reciproca?

9. Credo che qui non sarà necessario sprecare ancora altre parole, poiché l’assurdo di una tale esegesi sta anche troppo evidente davanti agli occhi di ognuno, perché fosse ancora necessario dilungarsi in lungo e in largo.

10. Nondimeno, allo scopo di rendere la cosa afferrabile anche per i più ciechi, io domando a ogni giurista profondamente versato: “Su che cosa si basa dunque in origine il diritto di proprietà? Chi ha concesso al primo uomo il diritto di proprietà di una cosa? Prendiamo una dozzina di emigranti in una zona della Terra ancora disabitata. Essi la trovano e vi si stabiliscono come coloni. Secondo quale documento di diritto di proprietà e di possesso si possono impossessare come proprietari di un tale terreno e stabilirsi là come legittimi possessori?”.

11. Io so già cosa si dirà qui: “Chi arriva prima degli altri, ha il diritto fondamentale”. – “Bene”, dico io, “Ma chi dei dodici emigranti ha per conseguenza più o meno diritto su questo territorio trovato?”. – Si dirà: “A rigor di termini, ha più diritto il primo iniziatore per l’emigrazione, oppure colui che, tutt’al più, dalla coperta di una nave ha scorto per primo questa terra”. – Bene, ma che cosa ha di più il promotore dell’emigrazione davanti agli altri? Se essi non si fossero affiliati a lui, egli sarebbe certamente rimasto a casa. Che cosa ha dunque di più il primo scopritore rispetto ai rimanenti emigranti? Forse il fatto che abbia gli occhi più acuti degli altri? Gli altri allora devono essere danneggiati per questa preferenza che torna a vantaggio solo a lui? Questo sarebbe un giudizio un po’ troppo ingiusto. Quindi tutti e dodici devono aver sicuramente un uguale diritto di proprietà su questa terra che hanno trovato.

12. Che cosa dovranno fare per realizzare il loro uguale diritto di possesso su questa terra? Essi dovranno dividerlo in dodici parti uguali. Ma chi non vede già al primo colpo le discordie che sorgeranno con questa ripartizione? Poiché sicuramente A dirà a B: “Perché proprio io devo prendere in possesso questa parte di terra che, secondo il mio giudizio, è chiaramente più scadente della tua?”. – E il B per lo stesso motivo, risponderà: “Io non capisco perché dovrei scambiare la mia parte di terra con la tua!”. – E così potremmo lasciar spartire ai nostri coloni la terra per dieci anni e non vedremo mai che la ripartizione sarà perfettamente giusta per tutti.

13. Tuttavia questi dodici si accorderanno tra di loro e faranno di questa terra un bene comune. Può in questo caso essere emanato tra i dodici un Comandamento che assicuri la proprietà? Può uno portare via qualcosa all’altro se tutta la terra appartiene ugualmente a tutti, e quindi anche i suoi prodotti, dei quali ognuno può prendere a seconda della sua necessità, senza renderne conto all’altro?

14. Qui, nel primo caso si scorge che – originariamente – una creazione di un diritto di proprietà non è facilmente concepibile. Per vedere che tale sia effettivamente il caso, potete volger lo sguardo solo ai primi coloni di certe località del vostro stesso territorio, per esempio i cosiddetti signori ecclesiastici dei monasteri, i quali in un certo qual modo furono i primi coloni di un paese. Se fossero venuti a capo con la ripartizione e l’avessero trovata buona, allora non ne avrebbero di certo costituito un bene comune.

15. Insomma, possiamo fare quello che vogliamo, ma non possiamo trovare da nessuna parte un diritto originario di proprietà. E se qualcuno viene con il suo diritto fondamentale, allora io domando se il discendente, al suo apparire nel mondo, lo si deve uccidere subito oppure lo si deve far morire lentamente di fame. Oppure lo si deve cacciar fuori da questa terra, oppure affidarlo alla misericordia del proprietario terriero, ma, oltre a ciò, aggravandolo subito con il nuovissimo Comandamento verso di questi?

16. Io ritengo che a questo punto ben si potrebbe domandare: “Per quale motivo un simile discendente verso il possessore del diritto fondamentale, subito al suo primo apparire, per la qual cosa non ha colpa alcuna, dovrebbe servire da capro espiatorio, mentre i primi arrivati giammai possono in questo modo farsi del male reciprocamente? Quale giurista mi potrebbe dimostrare un tale comportamento come legalmente valido?”. – Io penso che qui si dovrebbe avere solo un Satana per avvocato che fosse in grado di dimostrare una cosa simile, poiché, a ogni uomo pensante solo in un certo qual modo rettamente ed equamente, una simile prova di diritto dovrebbe essere impossibile.

17. Io però vedo già che si dirà: “Alle prime colonizzazioni di un paese non può certo esserci stato tra i coloni un reciproco diritto di proprietà, particolarmente quando tra loro si sono accordati per il bene comune. Invece tra colonizzazioni diventate le prime formazioni di stati, il diritto di proprietà entra certamente subito in vigore non appena esse si sono reciprocamente dichiarate come esistenti”.

18. “Bene”, dico io, se questo è il caso, allora ogni colonia deve legittimarsi con un originario diritto di proprietà! Ma come può farlo, dopo che dal Signore ha ricevuto soltanto un diritto d’usufrutto, ma nessun diritto di possesso?

19. Il diritto d’usufrutto ha il suo documento nello stomaco e sulla pelle. Ma dove si esprime il diritto di possesso, specialmente se si considera attentamente che ogni uomo, sia nativo o uno straniero, porta con sé nel suo stomaco e sulla sua pelle lo stesso documento del diritto d’usufrutto divino pienamente valido, come lo ha il nativo? Se si dicesse: “Il diritto di possesso ha il suo fondamento originariamente nel diritto d’usufrutto!”, allora questa frase abolirebbe sicuramente ogni proprietà particolare, perché ognuno avrebbe lo stesso diritto d’uso. Se invece si invertisse la cosa e si dicesse: “Il diritto di possesso procura a uno soltanto il diritto d’usufrutto!”, allora per obiettare non si potrebbe dire altro che il vecchio detto giuridico: «Potiori jus»[14], il che in altre parole equivale a dire: ‘Colpisci a morte molti di coloro che posseggono il diritto d’usufrutto, affinché tu solo ti possa impossessare completamente di una striscia di terra col potere del tuo pugno!’.

20. Se ancora ad alcuni estranei possessori del diritto d’usufrutto dovesse venir la voglia di contestarti il tuo possedimento ottenuto combattendo, secondo il loro diritto d’uso divino, allora colpiscili tutti a morte, o perlomeno, nel migliore dei casi, impiegali come obbligati a pagar l’imposta, affinché lavorino per te con il sudore della loro fronte nella tua proprietà ottenuta combattendo, calcolando a tuo piacimento il loro diritto d’usufrutto.

21. Chi può, considerandolo dal lato divino, giustificare la guerra? Che cosa essa è? Nient’altro che un crudelissimo atto di violenza, per prendere agli uomini il diritto d’usufrutto e, al posto di questo, introdurre un violento diritto di possesso. Questo significa estirpare il diritto divino e introdurre al suo posto un diritto infernale!

22. Chi potrebbe dunque aspettarsi da Dio una legge tale da abrogare la divina Legge originaria del diritto d’usufrutto, comprovandosi chiaramente nell’essere di ognuno e, al suo posto, dover con potenza e autorità divina introdurre un’infernale legge di possesso legalmente valida? – Io penso che l’insensatezza di questa affermazione sia, perfino per un arcicieco, evidente e chiara come il Sole e afferrabile con mani inguantate.

23. Perciò da tutto questo risulta che questo Comandamento deve avere di sicuro un altro significato da come lo interpretano gli uomini, dove si salvaguardano solo il possesso. Inoltre, come Comandamento divino, dalla profondità dell’Ordine divino esso deve essere valido anche in tutti i Cieli. Ma in Cielo, dov’è qualcuno che possieda case, buoi, asini e campi? In Cielo hanno tutti il diritto d’usufrutto, e il Signore soltanto ha il diritto di possesso. – Vogliamo perciò passare subito al giusto significato di questo Comandamento.

 

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Cap. 22

Osservazioni sul nono Comandamento

 (Parla Giovanni)

1. Tuttavia, prima di pronunciare la completa soluzione, sarà necessario far precedere ancora alcune osservazioni con le quali dovrà essere tappata la bocca a parecchi ghiottoni giuridici e agli ultra eruditi, proclamatori dei diritti dei popoli, poiché questi potrebbero, per esempio, far derivare il diritto di possesso dal diritto di raccolta, attraverso il quale essi potrebbero per lo meno apparentemente batterci; perciò ci vogliamo trincerare anche su questo punto.

2. Di certo non è da negare che, prima del diritto d’usufrutto, ciascuno deve avere il diritto di raccolta. Infatti, se uno non prende e prepara prima qualcosa con le sue mani e con la sua forza, non potrà far valere il suo diritto d’usufrutto. Questo è ancora giusto, così come, prima che qualcuno vuol mettere in bocca una mela, la deve cogliere dall’albero o da terra.

3. Per il ‘diritto di raccolta’ egli ha da esibire pure parecchi documenti divini. Il primo documento sono gli occhi. Con questi deve guardare dove c’è qualcosa. Il secondo documento sono i piedi. Con questi deve muoversi laddove c’è qualcosa. Il terzo documento sono le mani. Con queste deve afferrare e prendere là, dove c’è qualcosa. Quindi, in conformità di questi documenti, l’uomo come diritto originario ha dal Signore il diritto di raccolta per la sua incontestabile proprietà.

4. Qui però non si potrebbe dire: “Allora, il raccolto non è perfettamente una proprietà di colui che, in conformità al suo divino diritto di raccolta, lo ha raccolto per il suo godimento? Ha ora un altro, il diritto di rivolgere le sue mani o il suo desiderio su ciò che il suo vicino ha raccolto per sé? Infatti, un diritto, evidentemente condiziona l’altro. Se dal Creatore io ho il naturale diritto d’usufrutto, diritto che è scritto nello stomaco e sulla pelle, allora devo anche avere il diritto di raccolta, perché senza il diritto di raccolta non posso soddisfare il diritto d’usufrutto.

5. Ma a cosa mi serve il diritto di raccolta se non mi si garantisce il boccone che porto alla bocca? Poiché, se chiunque ha il diritto di prendermi la mela che ho raccattato con la mia mano in conformità al mio diritto di raccolta, perché chiaramente egli è troppo comodo per raccattarne una da solo, allora io cesso palesemente di esistere con il mio diritto d’usufrutto e, bene o male, devo morir di fame.

6. È quindi necessario che il diritto di raccolta possa perlomeno esigere un diritto di proprietà su ciò che si raccoglie, perché altrimenti non c’è da pensare onestamente in nessun diritto d’usufrutto.

7. Con il diritto di raccolta si congiunge il diritto di preparazione e produzione. Se però non mi è permesso di rendere valido un perfetto diritto di proprietà su ciò che è stato da me preparato e prodotto, allora tutta la forza dell’attività è inutile, ed io sarò costretto per primo a consumare crude, di nascosto, tutte le cose commestibili, e per secondo, ad andare in giro sempre nudo. Infatti, se mi confeziono una veste, e un altro che è troppo pigro per questa incombenza me la porta via in conformità al suo diritto d’usufrutto, allora si domanda: “A cosa doveva servire il mio diritto d’usufrutto?”.

8. Se in una regione piuttosto fredda io mi costruisco una casa, e nel far questo, in conformità al diritto di raccolta e di produzione, non ho nessun diritto di proprietà, allora il primo che capita mi può cacciare dalla casa ed esercitare perfino il suo diritto d’usufrutto al posto mio!

9. Ma da ciò è certamente chiaro che, con il naturale diritto di acquisizione, deve essere concesso un sicuro diritto di proprietà prerogativa[15] per l’uomo industrioso, poiché senza un simile diritto di proprietà, preso e considerato chiaramente, non sarebbe nemmeno possibile pensare una società umana come esistente.

10. Se invece il diritto di raccolta e il diritto di preparazione è concesso come perfettamente valido, allora anche un pezzo di terreno sul quale ho coltivato una semenza, come un albero che ho piantato e innestato, mi deve essere aggiudicato come proprietà prerogativa.

11. Tuttavia, un’ulteriore domanda: “Chi è colui che, all’inizio di una colonia, mi deve assegnare una proprietà?”. – La cosa si lascia spiegare facilmente. I coloni scelgono tra di loro una guida libera da ogni avidità e nello stesso tempo molto saggia. A questa concedono il diritto della ripartizione e quindi anche dell’assegnazione, sotto la reciproca assicurazione giurata di protezione per il mantenimento e l’osservanza delle sue deliberazioni. In seguito a questa assicurazione, l’uno o l’altro disubbidiente degli amanti dell’ordine viene ammonito entro i limiti della deliberazione da parte del capo supremo. Il come e con quali mezzi non è importante, poiché questi possono e devono essere stabiliti prima, secondo il grado della renitenza, e poi adattati.

12. Chi non scorge qui, al primo istante, la sottomissione e la prima fondazione monarchica di uno Stato? Ma chi non vede nel contempo anche, non appena il diritto di raccolta, di acquisizione e di preparazione è sistematicamente collegato con una prerogativa di un diritto di proprietà, che non c’è nessuno che possa limitare, nella sua proprietà a lui accordata, il diritto di raccolta, di acquisizione e di preparazione? All’opposto, è al capo guidante che deve prima di tutto stare a cuore di spronare quanto più possibile i suoi, guidarli diligentemente alla raccolta e alla preparazione delle proprietà assegnate singolarmente; e quanto più ciascuno guadagna sulla sua proprietà con il proprio zelo, tanto più viene a trovarsi in una più gradita posizione, quella di concedere al suo diritto d’usufrutto l’illimitata garanzia.

13. Infatti, una volta che si è stabilito questo necessario diritto di proprietà per la sicurezza del diritto di raccolta, di acquisizione e di usufrutto, allora questo diritto porta con sé necessariamente il diritto di custodia, poiché senza questo diritto nessuno è un possessore che abbia la prerogativa sulla proprietà assegnatagli dal capo.

14. Questo diritto di custodia, però, presuppone anzitutto un’esatta misurazione del possedimento. Una volta che i confini sono saldamente tratti, solo allora ogni possessore potrà far uso del diritto di custodia o del diritto di protezione della sua proprietà.

15. Tuttavia questo diritto di custodia non è eseguibile senza custodi autorizzati. Perciò devono essere stabiliti dei soldati della milizia territoriale che abbiano il diritto illimitato di assicurare i confini di ciascuno. Essi devono perciò avere il diritto di esecuzione, quindi un diritto di punizione o di correzione. Ma chi dovrebbe guidare questi soldati? Sicuramente nessun altro se non il capo guidante l’intera colonia.

16. A questo punto abbiamo quindi necessariamente la formazione dello stato militare, ma nello stesso tempo anche la constatazione di un illimitato potere della guida che ora, già attraverso i soldati della milizia territoriale, può imporre e sanzionare i suoi ordini.

17. Giunti a questo punto, chi può ancora farsi avanti e dire: “Le attuali costituzioni statali, non sono forse basate su questo diritto divino?”. – Certamente, a un critico, questo è tutto giusto; solo che egli non riesce ancora a comprendere il diritto di proprietà superiore del monarca. Io però dico: “Se si è dimostrato così il precedente, che è stato molto più difficile, allora dimostrare il diritto di proprietà superiore di un monarca, in confronto, è facilissimo. – Vogliamo vederlo.

18. Se ora da parte della saggezza del capo guidante è tutta proprietà legittima, e al capo, per la custodia dei possedimenti dei coloni gli sono messi a fianco dei soldati della milizia territoriale sempre disponibili, non ha egli un duplice diritto di chiedere ai coloni, resi felici dalla sua saggezza, e dire: “Io sto in mezzo a voi, ho provveduto per voi con la mia saggezza, e proprio per questo mi avete scelto a vostro capo guidante perché mi avete riconosciuto come l’uomo meno avido tra di voi.

19. Di conseguenza ho distribuito la terra tra di voi con giustizia, e ora custodisco la vostra proprietà con la mia sapienza e con i soldati della milizia territoriale guidati saggiamente. Ma con la ripartizione, in seguito alla mia mancanza di avidità, mi sono del tutto dimenticato di me. Voi però certamente comprenderete, se vi sta necessariamente un po’ a cuore la mia ulteriore saggia conduzione, che io non posso vivere d’aria. Che cosa dovrei dunque avere poi per il mio sostentamento per poter vivere? Tempo per la raccolta non ne ho, poiché il mio tempo lo devo impiegare costantemente a riflettere su come i vostri possedimenti possano essere continuamente posti in sicurezza.

20. Voi comprenderete quindi che un lavoratore fedele è anche meritevole del suo salario; perciò ordino che vi accordiate tra di voi per procurarmi un mantenimento dalle vostre provviste assicurate. Io posso pretendere questo da voi con tanto maggior diritto, poiché il mantenimento del vostro reciproco diritto di proprietà dipende esclusivamente dal mio mantenimento. Ma accanto al mio mantenimento è necessario provvedere anche a quello della milizia che rende sicura la vostra proprietà, poiché anch’essa non ha tempo per il lavoro, dovendo sorvegliare in buon ordine i vostri confini.

21. La vostra stessa salvezza e benessere devono farvi comprendere che io e la milizia stiamo qui di fronte a voi privi di ogni risorsa, e perciò ognuno di voi, per il solido motivo del suo stesso bene, dovrà condiscendere a versare a me un’imposta stabilita”.

22. Questa pretesa pronunciata, appare perfettamente legittima ed equa a tutti i coloni, ed essi accondiscendono al pagamento dell’imposta. In questo modo il capo guidante ha già fatto valere il suo primo naturale diritto, se non proprio di proprietà superiore, tuttavia di comproprietà presso tutti i coloni.

23. Tra il diritto di comproprietà e il diritto di proprietà superiore c’è però una spaccatura così piccola che, attraverso di essa, perfino il più piccolo fanciullo può toccare all’altro nel sacco. Qui il capo ha bisogno solo di dire: “Miei cari coloni! Non può esservi sconosciuto che dirimpetto a noi si sia stabilita, allo stesso modo, ancora un’altra colonia. Così, per proteggerci dinanzi ad essa, voi mi dovete aggiudicare in tutto il diritto illimitato, così che io, in caso di bisogno, come vostro capo debba star lì, per così dire, come proprietario superiore delle vostre proprietà, e in un tal caso posso rafforzare i confini esterni secondo il mio saggio discernimento. Io devo avere il diritto, in nome di tutti voi, per il vostro bene, di trattare convenientemente con una nazione straniera, nel caso dovesse essere più potente di noi.

24. Inoltre voi, quali coloni bisognosi della mia conduzione, dovete anche riconoscere, per dei motivi facilmente comprensibili, che io, come vostro capo, devo aver edificata una sede fissa in mezzo a voi, nella quale possa necessariamente proteggermi e conservarmi innanzi tutto per il vostro mantenimento. Ma per la mia sicurezza, calcolata per il vostro bene, non basta che mi edifichiate una casa d’abitazione, bensì intorno alla mia casa devono essere edificate in giusta quantità pure altre abitazioni per l’accoglienza della milizia e delle guardie del corpo dipendenti esclusivamente dalla mia direzione. In altre parole questo significa: Mi dovete edificare in mezzo a voi un solido luogo di dimora (residenza), nella quale io posso essere completamente al sicuro, tanto dagli attacchi stranieri come anche forse dai vostri”.

25. Noi qui vediamo con chiara luce degli occhi, come il monarca si caratterizzi necessariamente come proprietario superiore di un paese. Ma questo non è sufficiente! Vogliamo apprendere ancora altri motivi, e precisamente dalla bocca del fondatore stesso, poiché egli continua a parlare:

26. “Miei cari coloni, io ho esposto al vostro discernimento il più incontestabile motivo per la costruzione, in mezzo a voi, di un solido luogo di dimora per me. Così voi avreste il primo motivo. Statemi però ancora a sentire: il paese è esteso, è impossibile che io stesso possa essere dappertutto. Perciò voglio fare con voi un‘indagine e distribuirò nel paese i più saggi di voi come miei amministratori e rappresentanti. A questi rappresentanti, poi, ognuno per il suo stesso bene, dovrà la stessa ubbidienza come a me stesso.

27. Tuttavia, se all’uno o all’altro suddito della mia saggia conduzione dovesse essere cagionata una presunta ingiustizia da questi miei amministratori scelti, allora in tal caso ognuno ha il diritto di presentare a me la sua lagnanza, dove poi può essere assicurato che otterrà la perfetta giustizia, secondo lo stato delle cose. In cambio, però, proprio per il vostro stesso bene, affinché possa essere prevenuta ogni controversia, dovete darmi la più fedele e più coscienziosa assicurazione, di subordinarvi di buon grado, senza la minima ulteriore obiezione, alla mia sentenza definitiva. In caso contrario, per il bene di tutti, mi deve essere assicurato da tutti il diritto incontestabile di costringere un tale ritroso alla mia sentenza definitiva, all’obbedienza della mia volontà con potere castigante. Quando tutto ciò sarà stato istituito e applicato nell’ordine, solo allora voi sarete un popolo veramente felice!”.

28. Noi vediamo qui un secondo passo derivato da tutto ciò che è preceduto: per primo all’assolutismo, e per secondo al possesso di proprietà superiore dell’intero paese. E così avremmo il primo motivo perfettamente fondato nulla natura delle cose esposto in questo modo inconfutabile. Questo motivo può essere denominato necessariamente il motivo naturale derivato [dalle esigenze] della società umana. – Tuttavia a questo punto qualcuno dirà: “Tutto ciò è, in sé e per sé, altresì naturalmente giusto ed esatto, come è sicuro e certo che l’uomo ha bisogno degli occhi per vedere e degli orecchi per udire. Noi consideriamo questi coloni, in sé, ancora completamente rozzi, e li scorgiamo sul serio attivissimi e pieni di obbedienza nei confronti della loro guida.

29. Ma è proprio da questa ubbidienza che i coloni con il tempo cominceranno ad aver sempre più paura del loro capo, e in questa paura, ora uno ora l’altro si chiederanno reciprocamente in cosa consiste il fatto che tra loro, solo quest’uomo sia così straordinariamente assennato, e tutti loro, al suo confronto, siano da considerare come veri e propri fresconi!”. – Questa domanda che all’inizio sembra così insignificante e poco appariscente, è di straordinaria importanza e, nella sua risposta, imprime l’invulnerabile sigillo ufficiale allo stato di assolutismo e alla proprietà superiore di un monarca. – “Questo suona strano”, potrebbe dire in anticipo qualcuno. Solo una piccola pazienza e scorgeremo subito la faccenda in un’altra luce!

 

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Cap. 23

Riflessioni sul senso interiore del nono Comandamento

(Parla Giovanni)

1. Vedete, fino adesso abbiamo visto svilupparsi tutto ciò dal motivo naturale; ma finora a ogni motivo mancava ancora una superiore conferma divina, unicamente per mezzo della quale l’uomo sulla Terra, specialmente nel suo semplice stato naturale, viene guidato all’incrollabile osservanza di tutto ciò che gli è stato imposto come dovere dal suo capo supremo.

2. Quanto più all’inizio un tale monarca primitivo guida saggiamente il suo popolo, e quanto più il popolo si convince dai risultati che la guida è realmente saggia, tanto più esso comincerà anche a domandarsi l’un l’altro: “Da dove gli viene questa sua sapienza”, e “Da dove la nostra stupidità?”. Il popolo sa ancora straordinariamente poco o nulla di Dio, mentre la guida ne ha già concetti più o meno buoni.

3. Che cosa ha bisogno di fare ora egli, se il popolo, dal punto di vista naturale, sta lì il più possibile nell’ordine, specialmente quando da più parti viene a conoscenza di simili domande? Egli convoca i più abili di comprendonio, annuncia loro un Essere supremo che ha creato tutto e guida tutto. In risposta alle loro molteplici domande dice poi che ha ricevuto direttamente da questo Essere supremo, per il loro bene, la sapienza dirigenziale. Mostra loro anche, con la più grande facilità, in quanto sono un popolo oltremodo credente, l’innegabile esistenza di una suprema, tutto creante, conservante e guidante Divinità, e che proprio da questa Divinità viene dotato di profonda sapienza solo colui che Essa ha destinato per la conduzione beatificante dei popoli.

4. Questo vuol dire quanto: “Per Grazia di Dio”, oppure come presso i Romani: “Favente Jove”[16]. Fatto questo passo, il sovrano assoluto e proprietario superiore è bell’e pronto, e ora siede perfettamente al sicuro nel centro del suo dominio, sostenuto dalla potente necessità naturale e dalla necessità spirituale ancora più potente.

5. Ora ognuno che abbia approfondito tutto questo, alla fine dovrà dire: “In verità, a tutto ciò non c’è neanche un atomo da obiettare, poiché tutto è così strettamente connesso con i primi atti dei diritti naturali di ogni uomo, che non si può tagliare in due nemmeno il più piccolo filo, per non distruggere una felice società umana fin nelle sue più interiori fondamenta. Infatti, qualunque cosa si volesse togliere, si farebbe subito sentire il guasto nei primi principi naturali di ogni uomo”.

6. Se dunque le cose stanno così, allora risulta chiaro come il Sole che il Signore del Cielo e della Terra, con questo nono Comandamento, non ha stabilito nient’altro che la perfetta assicurazione della proprietà, definita per il mantenimento dei primi principi del diritto naturale. E quindi, dietro il Comandamento non si può nascondere nessun altro significato se non quello che indicano le sue parole.

7. Poiché se si vuole o se si può attribuire a questo Comandamento un qualche altro significato, allora gli si revoca con ciò la base principale della prima società civile di diritto naturale approvata da un Essere supremo. Se il diritto di proprietà è revocato, si revocano necessariamente i precedenti documenti originari di ogni uomo, e nessuno qui può più seminare e fabbricare qualcosa. Se non lo può fare, allora il suo stomaco e la sua pelle andranno in rovina, e l’uomo, con la sua esistenza, diventerà peggiore di quella di qualsiasi animale. Con il togliere il senso letterale di questo Comandamento si porta via già in anticipo ogni guidante capo supremo, e l’umanità si troverebbe nel suo primitivo stato naturale caotico e assai selvaggio, sprofondata al di sotto del regno animale.

8. Questo è giusto, miei cari amici e fratelli. Noi finora abbiamo visto che, con l’esposizione del senso spirituale interiore, il senso esteriore naturale non è stato leso da nessuna parte nel suo giusto effetto esteriore. Abbiamo anche visto che, con la non conoscenza del significato interiore, un Comandamento dato viene osservato o solo molto difficilmente, oppure, non raramente, appena di un terzo, talvolta però non viene e non veniva osservato affatto.

9. Se invece un Comandamento viene riconosciuto secondo il senso interiore, allora l’osservanza si acquisisce naturalmente da sé, proprio come quando uno mette un buon seme nel terreno. Allora qui si svilupperà da sé, da questo seme, la pianta fruttifera, senza che l’uomo faccia uso di una manipolazione che comunque non porta a nessuna conclusione.

10. E così è anche il caso con questo Comandamento. Se viene riconosciuto e osservato interiormente, allora tutto l’esteriore, tutto ciò che tocca il senso letterale, viene a mancare da sé in seguito al buon Ordine divino. Ma se questo non è il caso, ci si attacca solo al senso esteriore, allora proprio con ciò si aboliscono tutti gli originari, legittimi documenti dell’uomo. I regnanti diventano tiranni, e i sudditi, tirchi e usurai. La pelle dei miti viene tesa sui tamburi militari, oppure i bonari sudditi, quali asini, diventano maliziosi giocattoli dei potenti e degli usurai.

11. Le conseguenze di ciò sono insurrezioni popolari, rivoluzioni, sconvolgimenti di stati e distruzioni, reciproci rancori popolari, quindi successive lunghe e complicate guerre sanguinose, carestie, pestilenze e morte.

12. Dunque, come suona di conseguenza quel senso attraverso la cui osservanza tutti i popoli devono trovare la loro indistruttibile temporale ed eterna felicità? Esso, del tutto brevemente, suona così:

13. Rispettatevi l’un l’altro con vero reciproco amore fraterno, e nessuno invidi l’altro se egli da Me, dal Creatore, per il suo amore più grande, ha avuto una Grazia maggiore. Tuttavia il graziato elargisca il più possibile, come fratello, i vantaggi risultanti da questa Grazia a tutti i suoi fratelli; in tal modo tra di voi fonderete un’eterna unione di vita, unione che nessuna potenza sarà in grado di distruggere in eterno!

14. Chi non scorge, da questa esposizione del Comandamento, al primo sguardo, che con la sua osservanza non viene storta neppure una virgoletta del senso letterale? E quanto è facile poi osservare questo Comandamento dal punto di vista naturale, quando lo si osserva così spiritualmente. Infatti, chi rispetta suo fratello nel suo cuore, rispetterà anche i suoi raccolti e i suoi alloggiamenti. Con l’osservanza spirituale di questo Comandamento viene prevenuta ogni usura e ogni esagerata sete di guadagno, che però, solo nell’assoluto senso letterale trovano i loro rappresentanti, ovvero avvocati che li approvano. – Una piccola considerazione aggiuntiva ci servirà a mettere tutto questo in una luce ancora più chiara.

 

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Cap. 24

Sulla benedizione della saggia moderazione

(Parla Giovanni)

1. In tutto questo, come nel Comandamento, niente è indicato, sia spiritualmente che naturalmente, in assoluto come peccaminoso o errato, il fatto che qualcuno per le sue necessità si appropri di ciò che ha raccolto e costruito con le sue mani, e precisamente in un grado tale che il suo vicino non debba assolutamente avere il diritto di contestargli, in un modo qualsiasi, un tale diritto di proprietà. Al contrario ognuno troverà in questo, solo una perfetta assicurazione della sua proprietà legittimamente acquisita.

2. È ben vero però che in tutto quanto è stato detto, come nel Comandamento stesso, a ciascuno è data una saggia limitazione nel diritto di raccolta. Che però sia questo lo scopo del Comandamento perfino nel senso naturale secondo l’Ordine divino, lo si può dimostrare nel modo più chiaro dai primi documenti di proprietà originaria insiti in ogni uomo. Ma come? Lo vedremo subito!

3. Nell’uomo, di quanto ha bisogno il primo a cui spetta il diritto, vale a dire lo stomaco, secondo la giusta misura? Questo lo può certamente determinare con precisione ogni moderato mangiatore. Prendiamo un moderato mangiatore che giornalmente ha bisogno di tre libbre (1,68 kg) di cibo, il che si potrà calcolare facilmente di quanto avrà bisogno in trecentosessantacinque giorni. Questa è quindi una legittima necessità naturale di un uomo. Questo quantitativo egli lo può raccogliere per sé annualmente. Se ha moglie e figli, allora potrà mettere insieme lo stesso quantitativo per ogni persona, e così ha operato perfettamente conforme al suo diritto naturale. Ad un forte mangiatore che deve compiere lavori particolarmente pesanti, sia liberamente concesso di raccogliere il doppio.

4. Se questo venisse osservato in generale, la Terra mai avrebbe da lamentarsi di una necessità. Il Signore, infatti, ha disposto lo spazio pianeggiante fruttifero della Terra in modo tale che, con la competente lavorazione e spartizione del terreno, dodici mila milioni (12 miliardi) di uomini possono trovare il loro sostentamento sufficiente in assoluto. Invece attualmente([17]) sulla Terra vivono appena poco più di mille milioni di uomini, e tra questi ci sono circa settecento milioni di indigenti!

5. In cosa consiste la causa di questo? Perché proprio le condizioni di questo Comandamento divino, che è fondato nella natura di ogni uomo, non vengono messe in pratica nell’esercizio vivente.

6. Ma andiamo avanti. Quanto è grande un uomo e di quanto ha bisogno per coprire la sua pelle, anche questo è oltremodo facile da calcolare. Sia però concesso a ogni uomo di procurarsi, secondo la natura della stagione, una quadruplice veste per la pelle. Questo è il naturale giusto regolo per l’accumulo dei tessuti per il vestiario e preparazione degli stessi. Io però voglio aggiungere ancora una volta, altrettanto per quanto riguarda le sopravvesti, e quattro volte tanto per quanto riguarda la biancheria intima, e questo per via del ricambio di pulizia.

7. Se questa misura fosse osservata, allora non ci sarebbe nessun uomo nudo sull’intera superficie terrestre. Ma se sulla Terra vengono costruite enormi fabbriche di tessuti per indumenti, la cui materia prima viene acquistata estorcendola a prezzi irrisori e da ciò poi fabbricano un’innumerevole quantità di abiti molto più lussuosi che utili, vendendoli alla misera umanità di solito a prezzi che gridano vendetta il Cielo, e se in aggiunta anche molti uomini benestanti, specialmente quelli di sesso femminile, si provvedono, nel corso di dieci anni, di vestiti di ricambio cento volte maggiore, – allora queste giuste proporzioni secondo natura, vengono turbate nel modo più violento! Ma andiamo avanti.

8. Quanto grande ha bisogno di essere una casa per alloggiare una coppia di coniugi con famiglia e la necessaria servitù, onestamente e comodamente? Andate in campagna e convincetevi, e sicuramente verrete in chiaro che per un giusto e comodo alloggiamento non sono necessari castelli e palazzi contenenti cento stanze.

9. Ciò che va oltre questa proporzione, è contro l’Ordine di Dio e quindi contro il Suo Comandamento.

10. Quanto grande poi deve essere un appezzamento di terreno? Prendiamo un terreno di rendita media. Su questo, con lavorazione moderata, e precisamente su uno spazio piano di mille dei vostri klafter quadrati (1900 mq), si può produrre, in misura pienamente sufficiente, quanto è necessario a un uomo di mezza età per vivere un anno. Per un terreno buono è sufficiente la metà (950 mq), per un terreno cattivo teniamo valido, per una persona, il doppio (3800 mq) del terreno di rendita media. Di conseguenza, quante persone conta un gruppo familiare, tante volte, secondo il diritto naturale, può prendere in possesso questo stabilito spazio piano di terreno. Noi però nella nostra misurazione vogliamo essere molto generosi e dare alle persone il doppio, e stabiliamo questo anche perfettamente approvato da Dio come diritto naturale. Se i terreni fossero ripartiti così, allora oltre settemila milioni (sette miliardi) di famiglie potrebbero trovare, sulla superficie terrestre, il loro possedimento terreno perfettamente assicurato.

11 Ma come va adesso con la ripartizione del suolo sulla Terra? Adesso il possesso terriero appartiene a pochi possidenti! Tutto il resto del popolo è, o solo in comproprietà, o in mezzadria, oppure in affitto, e la parte restante ancora ampiamente grande del popolo non ha nemmeno una pietra su cui poter posare il proprio capo.

12. Chi dunque, sotto qualsiasi aspetto, possiede più della misura ora indicata, lo possiede illegittimamente contro la divina (Legge) e contro la legge naturale, e come tale, il proprietario porta in sé la continua colpa contro questo Comandamento. Egli sarà in grado di cancellare questa colpa solo se possiede il più alto grado possibile di generosità e, in certo qual modo, si considererà solo come un mandatario, per poter lavorare il suo possedimento troppo grande con un giusto numero di nullatenenti. – Ma come questa cosa stia alla base in questo Comandamento, vogliamo vederlo nel secondo punto di questa considerazione aggiuntiva.

 

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Cap. 25

Chi pecca contro il divino Ordine originario contenuto nel nono Comandamento?

(Parla Giovanni)

1. Come secondo punto il Comandamento stesso esprime in modo evidente e tangibile la saggia limitazione del diritto di raccolta e di costruzione. Se per l’osservanza qui accanto mettiamo il relativo possesso fondiario originario descritto nel primo punto, allora il nono Comandamento indica esattamente questo, dato che proibisce espressamente di avere un desiderio verso ciò che è dell’altro.

2. Che cosa è dunque, dell’altro? Dell’altro, sul terreno creato dal Signore per il mantenimento generale degli uomini, è esattamente quel tanto che gli dà la sua misura, secondo il diritto naturale, derivata dalle sue necessità. Per conseguenza, chi raccoglie e costruisce oltre questa misura, di fatto, pecca già in primo grado contro questo Comandamento, essendo nello stesso, perfino la cupidigia presentata già come punibile.

3. In secondo grado pecca contro questo Comandamento l’indolente, il quale è troppo pigro per esercitare il suo originario e legittimo diritto di raccolta, e a tal fine va sempre in giro con il desiderio di impossessarsi di quello che un altro, secondo il diritto naturale originario, ha raccolto e costruito.

4. Di conseguenza noi vediamo da ciò che contro questo Comandamento ci si può rendere insidiosi in un duplice modo, cioè per primo, con un’esagerata avidità di raccogliere e costruire, per secondo con la completa omissione di far questo. Per entrambi i casi il Comandamento sta lì comunque sullo stesso piano con la saggia limitazione. Nel primo caso esso limita l’eccessiva avidità di raccogliere e costruire, nel secondo caso limita la pigrizia e, con ciò, si propone la giusta via di mezzo; infatti, non esprime altro che il rispetto, unito con l’amore, per la necessità legittimamente naturale del prossimo.

5. A questo punto, però, qualcuno si opporrà e dirà: “Nel tempo attuale ci sono uomini estremamente ricchi e benestanti che, con tutta la loro ricchezza e la loro agiatezza, non possiedono nemmeno una spanna quadrata di proprietà terriera. Essi sono venuti in possesso di una grande ricchezza in denaro con fortunate speculazioni commerciali o lasciti, e adesso vivono dei loro interessi legali. Che cosa deve essere con questi? Il loro patrimonio, secondo il Diritto originario divino, è legittimamente naturale, oppure no? Essi, infatti, con il loro possesso di denaro, non limitano la proprietà terriera di nessuno, non volendo essi acquistarsi qualcosa da nessuna parte, bensì danno in prestito il loro denaro a buone condizioni di interessi legali; oppure fanno ulteriori operazioni di cambio permesse, e aumentano con ciò annualmente il loro capitale sociale di molte migliaia di fiorini, quando essi, secondo il diritto delle necessità naturali, non hanno bisogno nemmeno della centesima parte del loro reddito annuale per il loro buon sostentamento. Essi sono però, nonostante ciò, non di rado molto onesti, talvolta anche uomini caritatevoli. – Mancano anche questi, contro il nostro nono Comandamento?”.

6. Io su questo, dico: “È la stessa cosa, se uno possiede troppi terreni o troppo denaro oltre le sue necessità!”. Tutto questo è equivalente. Poiché, se io ho tanto denaro da potermi comperare con questo parecchie miglia quadrate di terreno in modo legale per lo Stato, allora questo è altrettanto come se io, con questo denaro, avessi fatto miei realmente tanti terreni. Anzi, il possedere solo denaro è perfino peggio e, molto più contrario all’Ordine divino. Infatti, chi possiede tante proprietà terriere dovrà necessariamente concorrere al sostentamento di alcune migliaia di persone, dato che gli sarebbe impossibile lavorare personalmente un fondo rurale così grande.

7. Osserviamo invece un uomo che certamente non possiede nessuna proprietà terriera, però ha tanto denaro, tale da potersi comprare quasi un regno. Egli può amministrare questo denaro esattamente da solo in modo vantaggioso, oppure ha bisogno al massimo di alcuni pochi contabili, i quali in rapporto al suo reddito, ricevono da lui una retribuzione molto modica, retribuzione che spesso basta a malapena a soddisfare le loro necessità, specialmente se hanno famiglia.

8. Tuttavia nessuno di tali possessori di denaro potrà giustificarsi con il modo e la maniera in cui è venuto in possesso di quel denaro, sia con speculazioni che con una vincita alla lotteria o con un lascito. In ogni caso egli sta di fronte a Dio, proprio come un ricettatore accanto al ladro. – “Come mai?”, qualcuno potrebbe domandare.

9. Che cosa significa diventar ricchi attraverso una fortunata speculazione? Ciò non è e non significa altro che strappare a sé, con l’usura, un guadagno legittimo di molti, e in tal modo sottrarre a molti il legittimo guadagno, appropriandosene lui solamente. In questo caso, un uomo che è diventato ricco con una speculazione fortunata è un purissimo ladro. Con una vincita alla lotteria egli è nello stesso modo un ladro, perché a lui soltanto torna a profitto la posta in gioco di molti. Con un lascito, invece, egli è un ricettatore, poiché prende in possesso per sé, altrettanto i beni illegittimi dei suoi antenati, i quali hanno potuto appropriarsene nei due modi sopra indicati.

 

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Cap. 26

Il senso dell’usura, il peccato più esecrato dal Signore

 (Parla Giovanni)

1. Ma si dirà: “Questa disposizione suona strana! Infatti, che colpa ha l’erede se ha ricevuto legalmente, secondo le leggi dello Stato, il patrimonio che gli hanno lasciato i genitori o altri parenti ricchi? Dovrebbe egli, del patrimonio, calcolare per sé la parte legittima secondo il diritto naturale e trattenere dall’eredità solo quel tanto che corrisponde a questa quota, e poi regalare il resto agli altri? Oppure dovrebbe prendere in consegna certamente l’intero patrimonio, ma prendere di questo, come proprietà, solo la parte a lui spettante secondo il diritto naturale e amministrare invece la grande eccedenza per mantenere dei fannulloni nei loro bisogni, oppure cedere subito tale eccedenza nelle mani di amministratori di istituti di beneficenza a vantaggio proprio di questi istituti?”.

2. Questa domanda è qui così buona, come una di quelle cui di solito non è dovuta nessuna risposta, o al massimo una sola a monosillabi. Sono dunque la Legge divina e la legge dello Stato, oppure la divina Sapienza e la divina Assistenza, e la politica statale mondana e la cosiddetta diplomazia, una e la stessa cosa? Che cosa dice dunque il Signore? Egli dice: «Tutto ciò che è grande dinanzi al mondo, è un abominio dinanzi a Dio!».

3. Ma che cosa c’è di più grande al mondo di un potere di Stato usurpato che, considerato sotto l’aspetto divino, non esiste mai secondo il Consiglio divino, bensì solo secondo la sua abilità statale mondana che esiste nella politica e nella diplomazia, tale da sottomettere i popoli e utilizzare le loro forze per la propria prosperità da sfruttare e consumare in gozzoviglie?

4. Ma se è già orribile e vergognoso quando un qualche uomo fa un torto solo a uno, a due o a tre dei suoi fratelli, quanto più orribile dovrà essere dinanzi a Dio quando degli uomini, con ogni violenza, si fanno incoronare e ungere, per poi, sotto tale incoronazione e unzione, ingannare interi popoli in tutti i modi e maniere pensabili, per il loro stesso gozzovigliante profitto, sia con la cosiddetta acutezza politica, oppure, se con questa non dovesse bastare, con crudele aperta violenza!

5. Io ritengo che, da queste poche parole, si possa press’a poco afferrare con le mani, quanto i diritti della maggior parte degli Stati attuali contrastino direttamente con quelli divini. Inoltre io penso anche che, quando il Signore disse al giovane ricco: «Vendi tutti i tuoi beni e distribuiscili tra i poveri; tu invece seguimi, allora ti preparerai un tesoro in Cielo», quest’espressione, come si spera, sarà certo sufficiente per dedurre da ciò quale ripartizione dovrebbe fare il ricco uomo terreno della sua ricchezza, se vuol cogliere il Regno di Dio. Se non lo fa, allora dovrà attribuire a se stesso se gli toccherà lo stesso giudizio che il Signore ha pronunciato a carico del giovane diventato triste, vale a dire che è più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che un tale ricco entrare nel Regno dei Cieli! Dicendo la qual cosa certamente c’è da prendere in considerare la circostanza, del perché il Signore ha qui espresso un giudizio così altamente spiacevole su un giovane, quindi sicuramente su un’eredità.

6. Qui si potrebbe a ragione domandare: “Perché in questo caso doveva presentarsi proprio un ‘giovane ricco’? E perché non un qualche attempato speculatore, al quale il Signore avrebbe dimostrato il Suo eterno sdegno per ogni ricchezza terrena?”. La risposta sta molto vicina: il giovane non era ancora un incallito amministratore di ricchezze, bensì era ancora in quel punto dal quale tale giovane di solito non sa ancora valutare convenientemente la ricchezza terrena. E proprio per questo motivo egli si poté avvicinare al Signore, per lo meno per breve tempo, per apprendere da Lui la giusta direttiva e il giusto uso della sua ricchezza. Solo dopo aver conosciuto la Volontà divina, egli poi si allontanò dal Signore e ritornò a casa dalle sue dovizie.

7. Dunque, il giovane ebbe nondimeno questo privilegio di avvicinarsi al Signore, proprio in quanto giovane che non era ancora responsabile delle sue azioni. Invece il ricco oste già incallito, più anziano, lo speculatore e l’usuraio, stanno come cammelli dietro la cruna dell’ago, attraverso la quale essi, come il giovane, dovrebbero prima passare per giungere al Signore. Ad un simile ricco, quindi, non è più concesso né dato di trovarsi vicino al Signore, come accadde al giovane. Per costoro, invece, il Signore ha purtroppo un altro esempio da prendere molto in considerazione, indicato nella narrazione del ‘ricco epulone’. Di più non occorre che io vi dica.

8. Chi tra voi può pensare anche solo un po’, troverà da tutto questo con grande facilità che al Signore del Cielo e di tutti i mondi, nessun vizio umano fu tanto orribilmente spregevole quanto la ricchezza da usurai e le sue usuali conseguenze. Per nessun altro vizio noi vediamo il Signore della vita e della morte aprire in modo evidente, con tanta chiarezza, l’abisso dell’inferno, come proprio per questo vizio.

9. Che fosse assassinio, adulterio, prostituzione e cose di tal fatta, per tutto questo nessuno sulla Terra ha sperimentato, da parte del Signore, che lo abbia condannato all’inferno per questo. Questo vizio dell’usura Egli lo ha invece punito dappertutto nel modo più grave, con parole e azioni, sia presso il ceto sacerdotale come anche presso ogni altro ceto privato.

10. Chi può, di fronte a tutte le altre trasgressioni umane, attestare, del Signore, che Egli abbia levato su uno di tali peccatori la Sua potente mano castigante? Invece i cambiavalute, i venditori di colombe e siffatta gentaglia speculatrice, dovettero sopportare di essere malmenati dalla potente mano del Signore stesso con una fune intrecciata, e cacciati fuori dal Tempio!

11. Ma sapete cosa significa questo? Questo vero avvenimento evangelico vuol dire né più né meno che il Signore del Cielo e di tutti i mondi è il più dichiarato nemico di questo vizio. Con ogni altro vizio il Suo divino Amore parla di pazienza, indulgenza e pietà. Ma per questo vizio parla la Sua ira e la Sua collera!

12. Qui, infatti, Egli sbarra l’accesso a Se stesso con la nota cruna dell’ago, apre chiaramente l’abisso dell’inferno e mostra nello stesso un vero dannato, esprimendoSi di fronte ai farisei avidi di dominio e di possesso in modo così tremendo, tanto che dà loro da riconoscere con chiarezza che fornicatori, adulteri, ladri e ancora altri peccatori, entreranno prima di loro nel Regno di Dio.

13. Infine afferra nel Tempio perfino un’arma castigante e caccia fuori, senza riguardo, tutti gli speculatori di qualunque specie fossero, additandoli come assassini del Regno divino, avendo loro fatto del Tempio, che rappresenta proprio il Regno divino, una spelonca di assassini.

14. Potremmo citare ancora parecchi esempi del genere, da tutti i quali si lascia dedurre come il Signore sia un nemico dichiaratissimo di questo vizio. Ma per chi è capace di riflettere solo in piccola misura quanto detto, sarà più che sufficiente. – E proprio in quest’occasione possiamo dare ancora un breve sguardo al nostro nono Comandamento, e scorgeremo da tale sguardo che il Signore in nessun’altra circostanza umana, in nessun’altra occasione e attività proibita, ha limitato, come proprio in quest’occasione, perfino il desiderio dell’usura per Lui sommamente da disprezzare.

15. Dappertutto Egli vieta espressamente solo l’attività, qui invece vieta già il desiderio, perché il pericolo che ne deriva per lo spirito è troppo grande. Il desiderio distoglie completamente lo spirito da Dio e lo volge completamente all’inferno. Questo lo potete scorgere pure dal fatto che ogni altro peccatore, dopo un atto peccaminoso, prova un rimorso, mentre il ricco speculatore, su una speculazione felicemente riuscita, giubila e trionfa altamente!

16. Questo è il giusto trionfo dell’inferno, e il principe dell’inferno cerca perciò preferibilmente di riempire in ogni modo possibile gli uomini con l’amore per la ricchezza del mondo, perché egli sa benissimo che essi, colmi di questo amore, sono i più detestati davanti al Signore, ed Egli, per questo, non s’impietosisce di loro minimamente. – Di più, su questo, non ho bisogno di dirvi altro.

17. Ben per ciascuno che prenderà profondamente a cuore queste parole, poiché esse sono l’eterna, incontestabile Verità divina! E voi potete ritenerle e considerarle vere al di sopra di ogni cosa, poiché in queste non c’è una sillaba di troppo, anzi potete supporre che qui sia stato detto di gran lunga, ancora troppo poco. Tuttavia a ciascuno gli si imprima nella mente questo: “In qualunque altra occasione il Signore impiegherà tutto l’immaginabile, prima di lasciar andare in rovina qualcuno, ma di fronte a questo vizio Egli non farà nulla, all’infuori che tenere aperto l’abisso dell’inferno, come lo ha mostrato nel Vangelo!”. Tutto questo è certo e vero, e con ciò abbiamo imparato a conoscere il vero senso di questo Comandamento. Ed io dico ancora una volta: “Ognuno consideri seriamente quanto è stato detto!”. – E ora non più oltre. Qui c’è la decima sala, e allora entriamo!

 

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Cap. 27

Decima sala, decimo Comandamento

(Parla Giovanni)

1. Eccoci all’interno, e sulla lavagna notiamo scritto con caratteri distinti: «Tu non devi desiderare la donna del tuo prossimo!».

2. Che questo Comandamento, qui nel puro Regno dello spirito e in modo particolare nel Regno dei bambini, suoni di certo un po’ strano a ogni pensatore, non c’è bisogno di menzionarlo. Per primo questi bambini non sanno ancora per niente cosa sia una donna sposata, e per secondo qui non c’è assolutamente l’uso di sposarsi tra i due sessi, specialmente nel Regno dei bambini. Nel Regno degli spiriti questo Comandamento, sotto questo aspetto non trova quindi nessuna evidente applicazione.

3. Ma si dirà: “Perché il Signore, tra i dieci Comandamenti, non potrebbe averne dato uno che dovesse corrispondere solo alle condizioni terrene? Sulla Terra, infatti, è d’uso l’unione tra uomo e donna, e perciò è un rapporto basato sull’Ordine divino di antico fondamento, il quale non può rimanere nell’Ordine divino senza un Comandamento. Così in questo caso si può dunque ammettere che il Signore, tra i dieci Comandamenti, ne abbia dato uno, solo per il mantenimento dell’Ordine a motivo di una situazione terrena esteriore, affinché con il mantenimento di quest’Ordine non venga disturbato un Ordine spirituale interiore stante più in alto”.

4. Bene, se è così, allora io dico che questo Comandamento non è altro che una ripetizione abbastanza superflua del sesto, prescrivendo del tutto la stessa cosa. Infatti, anche in questo, nella sua completa espressione, viene rappresentato come proibito tutto ciò che ha un qualche riferimento solo alla lussuria, alla prostituzione e all’adulterio, sia sotto l’aspetto materiale che, in modo del tutto particolare, sotto quello spirituale.

5. Se ora noi esaminiamo un po’ questi due Comandamenti mettendoli a confronto, allora ne risulterà che questo non è affatto valido per il Cielo, e accanto al sesto è puramente superfluo.

6. Io però scorgo qualcuno che viene qui e dice: “Eh, caro amico, ti sbagli! Questo decimo Comandamento, se già in sé e per sé proibisce pressappoco ciò che è ugualmente proibito dal sesto, tuttavia di per sé è del tutto particolare e sta più in alto e si estende più profondamente rispetto al sesto. Nel sesto Comandamento viene proibita palesemente solo la reale grossolana azione, mentre in questo decimo vengono proibiti il desiderio e la brama come cause fondamentali di sempre che spingono all’azione. Infatti, si vede molto facilmente che, soprattutto i mariti giovani, di solito hanno anche delle mogli giovani e belle. Quanto è facile a un altro uomo dimenticare la propria moglie, magari non bella, e innamorarsi pazzamente della bella moglie del suo prossimo, e poi suscitare in sé un impulso sempre più grande e un sempre maggior desiderio di bramarla ardentemente e coltivare con lei la sua impresa libidinosa”.

7. “Bene”, dico io, se in un primo momento si osserva questo Comandamento da questo punto di vista, allora da ciò si rilevano più che una mezza legione di ridicolaggini e demenze, con le quali il divino di un tale elevato Comandamento deve essere tirato giù nella polvere più sudicia e nella cloaca più puzzolente dell’umorismo mondano e raziocinio degli uomini. A scopo di esempio e spiegazione vogliamo citare di proposito alcune ridicolaggini, affinché a ciascuno diventi chiaro in che modo poco profondo e puramente esteriore questo Comandamento fu compreso, spiegato e ordinato di osservare per più di otto secoli.

8. Dunque, se un uomo non deve avere nessun desiderio verso la donna del suo prossimo, qui si potrebbe domandare: “Che cosa s’intende per brama o desiderio?”. Infatti, c’è una quantità di brame e desideri onesti e leciti che un vicino può rivolgere alla donna del suo prossimo. Nel Comandamento però è detto in modo assoluto ‘non avere nessun desiderio’. Con ciò, solo i due vicini potrebbero stare l’un con l’altro in conversazione; mentre le donne, viceversa, dovrebbero guardarsi sempre con disprezzo. Questo non è né più né meno che un modo turco di intendere questo Comandamento mosaico.

9. Inoltre, se si considera la faccenda alla lettera e materialmente, allora si deve certo prendere tutto alla lettera e non un paio di parole alla lettera e un paio di parole spiritualmente, cosa che sarebbe proprio come se qualcuno portasse a una gamba un calzone nero e all’altra un sottile calzone bianco trasparente. Oppure, come se qualcuno volesse sostenere che un albero deve crescere in modo che la metà del tronco spunti con la corteccia e l’altra metà senza corteccia. In seguito a questa considerazione, il decimo Comandamento proibirebbe il desiderio soltanto verso la donna del ‘prossimo’. Chi può essere, in senso letterale, questo prossimo? Nessun altro che il vicino più prossimo, oppure anche dei vicini consanguinei. Letteralmente, quindi, non si dovrebbe avere nessun desiderio solo verso le donne di questi due vicini, mentre le donne degli abitanti di un territorio lontano, specialmente le donne degli stranieri, che sicuramente non sono dei vicini, possono perciò essere senz’altro desiderate. Infatti, anche senza essere un esperto in matematica e geometria, ciascuno comprenderà che, in confronto al vicino più prossimo, un altro lontano alcune ore, o perfino uno straniero, non si può riconoscere per vicino oppure per uno che dovrebbe essere vicino. Vedete, anche questo è turco, infatti, i turchi osservano questo Comandamento solo verso i turchi, mentre verso le nazioni straniere essi non hanno nessuna legge. – Ma andiamo oltre.

10. Io domando: “Allora la donna del mio prossimo è esentata dall’osservanza del Comandamento divino?”. Infatti, nella Legge sta scritto che solo l’uomo non deve avere nessun desiderio verso la donna del suo prossimo, mentre non c’è nessuna sillaba nel Comandamento che dica che una donna libidinosa non debba avere nessun desiderio verso il suo vicino più prossimo! – In tal modo si dà chiaramente alle donne il privilegio di sedurre senza alcuno scrupolo tutti gli uomini che stanno loro in vista. E chi proibirà loro di farlo, dal momento che in tal caso non è esistente nessun Comandamento da parte del Signore? Anche questo proviene dalla filosofia turca; infatti, i turchi, dal senso letterale, sanno che le donne sono libere da questo Comandamento. Perciò le rinchiudono, affinché non si rechino all’aperto e ad altri uomini possano fare secondo il loro cupido. Se un turco permette a una delle sue mogli di uscire, allora lei deve coprirsi in modo così inopportuno per le sue attrattive corporee, che incuterebbe un certo rispetto perfino a un orso se dovesse incontrarla. Lei può schiudere le sue attrattive unicamente davanti al suo uomo. – Chi può presentarsi e sostenere il contrario, come se ciò non fosse da riconoscere dal senso letterale del Comandamento? Evidentemente questa ridicolaggine ha il suo innegabile fondamento proprio nel Comandamento stesso. Ma andiamo avanti.

11. Non potrebbero i vicini più prossimi avere delle figlie già cresciute, oppure altre ragazze di servizio abbastanza graziose? Secondo il decimo Comandamento è permesso o no, perfino da sposati, avere un desiderio verso le figlie o le altre ragazze del prossimo? Evidentemente questo è permesso, perché nel sesto Comandamento non si parla di desiderio, bensì soltanto dell’azione. – Invece il decimo Comandamento proibisce solo il desiderio verso la donna, quindi il desiderio verso le figlie ed eventualmente verso altre graziose fanciulle del prossimo, è permesso senza obiezione. – Vedete, qui abbiamo di nuovo un’interpretazione turca del Comandamento. Tuttavia, per rendere la cosa chiara come il Sole, vogliamo esporre ancora alcune di simili ridicolaggini.

 

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Cap. 28

Chi è il “tu” nel decimo Comandamento?

(Parla Giovanni)

1. Nel Comandamento è detto: «Tu non devi desiderare la donna del tuo prossimo». – Non sorge qui spontanea la domanda: “Chi è dunque effettivamente questo tu? È un uomo sposato, un vedovo, un uomo celibe giovane, oppure un ragazzo, o forse è anche una donna alla quale si può certamente anche dire: ‘tu non devi fare né questo né quello’?”. – Qui si dirà: “Questo è stabilito per il sesso maschile, senza distinzione se scapolo o sposato, e si comprende da sé che occasionalmente anche le donne vi possano essere comprese senza avere il diritto di sedurre e desiderare altri uomini”.

2. Io però ribatto dicendo: se gli uomini sono già in grado di stabilire molto sottilmente i loro regolamenti e, proprio nei loro regolamenti, per ogni possibile caso, fanno sottili e sagge separazioni, allora non si potrà certo fare il rimprovero al Signore come se Egli avesse, addirittura per ignoranza, dato dei Comandamenti impressi in maniera imprecisa, oppure avesse, similmente a uno scaltro avvocato, presentato i Suoi Comandamenti in maniera così contorta che gli uomini, inevitabilmente, dovessero peccare in un modo o nell’altro.

3. Io ritengo che sarebbe un po’ troppo grave trarre una simile conclusione dopo aver esaminato più da vicino questo Comandamento che sembra essere stato dato in maniera apparentemente impreciso. Si può perciò concludere molto più facilmente che questo Comandamento – come tutti gli altri – è altamente definito. È soltanto con il tempo, e del tutto particolarmente al tempo della nascente gerarchia ecclesiastica, che esso fu talmente distorto e falsificato, che ora non c’è più nessuno che conosca il vero e proprio senso di questo Comandamento, e ciò è successo per pura avidità! Nell’effettivo puro senso, questo Comandamento non avrebbe mai fruttato un centesimo al clero, ma nel suo senso velato diede motivo a ogni specie di intercessioni, dispense e divorzi molto redditizi, e naturalmente, questo di gran lunga di più nei tempi passati che non adesso. Infatti, allora le cose erano così disposte che due o più vicini non potevano assolutamente preservarsi dal rendersi colpevoli contro questo Comandamento. Come mai dunque?

4. Essi, per l’enorme paura dell’inferno, dovevano confessarsi, in maniera scrupolosa, parecchie volte l’anno. Allora a questo proposito venivano diligentemente esaminati, e nel caso un qualche vicino avesse avuto una moglie giovane e bella, già perfino un pensiero, uno sguardo, magari perfino una conversazione da parte degli altri vicini maschi, veniva interpretata come un peccato di adulterio contro questo Comandamento, peccato che, per lo più, poteva essere condonato con un’offerta a titolo di penitenza. Se invece era avvenuto un approccio un po’ più considerevole, allora la piena dannazione era anche già bell’è pronta, e una volta che uno era già sprofondato nell’inferno su uno dei piatti della bilancia di San Michele, nell’altro piatto vuoto della stessa doveva essere messa un’offerta molto considerevole, tanto da poter sollevare e tirar fuori di nuovo felicemente dall’inferno il povero peccatore condannato. Quei preti detentori della Potenza di Dio, non appartenevano assolutamente a coloro che pretendevano solo molto, bensì essi volevano davvero proprio tutto!

5. In questo modo, una volta, tanti cavalieri e conti molto benestanti, dovettero mordere la polvere, e per giunta lasciare con testamento i loro beni alla Chiesa come penitenza, per essere liberati dall’inferno. E le loro mogli, eventualmente rimaste in vita, venivano accolte in un convento per l’espiazione del castigo dei loro mariti infedeli. Anche gli eventuali figli, tanto maschi che femmine, venivano di solito ripartiti in quei conventi nei quali non è permesso possedere nessuna ricchezza terrena.

6. Io penso che ciò possa essere sufficiente per scorgere tutto il realmente vergognoso che comparve dalla falsificazione di questo Comandamento. L’indefinito “tu” del Comandamento, era la fonte originaria per dispense che di solito fruttavano più di tutto. Se qualcuno portava una grossa offerta, allora si poteva modificare il “tu”, così che il peccatore per lo meno non dovesse andare all’inferno. Al contrario, invece, questo “tu” poteva diventare così dannatamente definito, e ciò in seguito al potere usurpato di sciogliere e di legare, al punto che solo delle offerte molto considerevoli da parte del peccatore potevano essergli d’aiuto per la liberazione dall’inferno.

7. Noi ora abbiamo visto a quali aberrazioni ha dato occasione l’indefinito “tu”. Ma non vogliamo ancora accontentarci con questo, bensì vogliamo considerare ancora alcune di queste ridicole interpretazioni, affinché diventi tanto più chiaro ad ognuno quanto necessaria sia per chiunque la conoscenza del puro senso del Comandamento, senza il quale nessuno potrà mai diventar libero, bensì dovrà rimanere schiavo sotto la maledizione della Legge! – E allora andiamo avanti!

 

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Cap. 29

Esempi di interpretazione errata del decimo Comandamento

(Parla Giovanni)

1. Come suona il Comandamento lo sappiamo: esso vieta un desiderio o una brama. Ora però si domanda: un uomo è povero mentre il suo vicino è un uomo ricco. La moglie di questo vicino, quale prossimo del nostro uomo povero, ha un cuore misericordioso e caritatevole, e il povero è a conoscenza di questo. Il nostro povero sente ora apertamente un desiderio per la caritatevole moglie del suo vicino, e brama che lei gli plachi la fame. – Vi domando: “Quest’uomo ha peccato oppure no?”, poiché egli ha manifestato chiaramente un desiderio e una brama verso la moglie del suo vicino. Se però è stato imposto che ‘non si deve avere nessun desiderio verso la donna del prossimo’, – chi può, in questo caso, dichiarare in modo fondato che questo ragionevole desiderio del povero sia peccaminoso? Poiché sotto ‘non avere nessun desiderio, nessuna brama’, deve essere certamente proibito proprio ogni desiderio e ogni brama, dato che nella parola ‘nessuno’ non è assolutamente dimostrabile nessuna eccezione! Allora deve essere vietato un qualunque desiderio, comunque sia fatto!

2. Non risulta chiaro, da questa spiegazione, come se il Signore avesse voluto con ciò allontanare apertamente il sesso femminile dall’attività d’amore, così che poi sicuramente ogni opera buona che una padrona di casa fa a un povero uomo, debba essere considerata come un perfetto peccato contro il Comandamento divino?

3. Ma si può pensare un Comandamento così assurdo da parte del supremo Amore del Signore? A questo punto si dirà di certo: “Il Comandamento si limita soltanto al desiderio libidinoso carnale”. Io però dico: va bene, accontentiamoci pure che sia così, solo mi permetto di fare alcune osservazioni. Se queste osservazioni contrastano con quanto ci siamo appena accontentati, e cioè che il Comandamento si limita soltanto al desiderio sessuale carnale, allora ogni contestatore dovrà accettare di seguire un’altra via per la definizione di questo Comandamento. E così si ascoltino le osservazioni.

4. Il Comandamento dovrebbe dunque proibire soltanto un desiderio sensuale carnale. “Bene”, dico io, ma nonostante ciò domando: “Nel Comandamento è indicata una determinata donna, oppure sono comprese tutte le donne, oppure sono comprese certe eccezioni naturali?”.

5. Prendiamo il caso di parecchi vicini che abitano di fronte ed hanno tutti delle vecchie mogli non più attraenti. In questo caso noi possiamo essere sicuri che verso questi vicini non avremo più assolutamente nessun desiderio carnale riguardo alle loro rispettive mogli. Dunque, dovrebbero essere comprese solo le donne giovani; e anche allora, solo se sono belle e attraenti. Sicuramente anche degli uomini vecchi e decrepiti non saranno più tanto tormentati da sensuali brame carnali nei confronti di qualsiasi donna dei loro vicini.

6. Da ciò vediamo che questo Comandamento sarebbe valido solo sotto certe condizioni. Quindi il Comandamento avrebbe delle lacune e, perciò, non avrebbe nessuna validità generale. Infatti, dove già la natura fa eccezioni e dove una legge non ha neanche il pieno valore naturale, come la si può estendere nello spirituale? Chi non riesce a comprendere ciò, questi abbatta un albero e solo dopo veda se crescerà ancora e porterà frutti.

7. Una Legge divina, però, deve certamente essere disposta in modo che la sua beatificante validità sia data per tutte le eternità! Se invece già nel corso della breve esistenza terrena, sotto certe circostanze in modo naturale viene spinta fuori oltre i limiti vigenti, allora già nello stato naturale dell’uomo essa cessa di essere operante. Allora, come dovrà essere per l’eternità? Non è ogni Legge di Dio fondata sul Suo infinito Amore? Ma che cosa avviene se poi una tale Legge perde la sua validità? Se è qualcos’altro da come si sostiene, allora per l’uomo anche l’Amore divino, in certe circostanze, perde la sua validità?

8. Proprio su questo si basa anche l’infelice fede della vostra parte pagana cristiana, in seguito alla quale l’Amore di Dio durerebbe solo fino a quando l’uomo vive su questo mondo. Una volta che è morto, secondo il corpo, e starà lì unicamente come anima e spirito, allora inizierà subito l’immutabile, terribilmente severa e punitiva iraconda Giustizia di Dio, dinanzi alla quale non sarà più il caso di parlare, in eterno, di un Amore e di una Misericordia.

9. Se l’uomo con il suo modo di vivere ha meritato il Cielo, allora non andrà nel Cielo forse grazie all’Amore divino, bensì solo grazie alla Giustizia divina, e naturalmente per i propri meriti di servizio e compiacenti a Dio. Se invece l’uomo non ha vissuto così, allora è pronta l’immediata dannazione eterna, dalla quale non c’è da aspettarsi mai una liberazione! In altre parole, ciò equivale a dire come se ci fosse un qualche padre stolto che, nel suo governo della casa, stabilisca una legge, e questa, contro i suoi figli, legge che suonerebbe così:

10. «Io do a tutti i miei figli, dalla nascita fino al loro settimo anno, perfetta libertà. In questo tempo tutti possono godere del mio amore senza differenze, ma dopo il compimento del settimo anno io ritiro il mio amore da tutti i figli e da quel momento li voglio giudicare oppure rendere beati. I figli che, come minorenni, hanno osservato le mie gravose leggi, dopo il settimo anno avranno da rallegrarsi del mio massimo compiacimento, invece quelli che nel corso dei sette anni non si saranno migliorati pienamente fino a un atomo secondo la mia gravosa legge, questi verranno maledetti e gettati fuori dalla mia casa paterna per tutti i tempi!». – Dite: quale sarebbe la vostra opinione su un così crudele asino di padre? Non sarebbe ciò enormemente più che la più vergognosa tirannia di tutti le tirannie?

11. Ma se già in un uomo troverete questo estremamente folle, mostruoso e maligno, quanto terribilmente insensati devono essere gli uomini, i quali possono pretendere e attribuire a Dio, che è il supremo Amore e Sapienza stessa, cose di gran lunga peggiori!

12. Che cosa fece il Signore sulla croce quale la sola Sapienza divina, poiché essa, in un certo qual modo secondo l’esteriore, era come separata dall’eterno Amore? – Egli, come Sapienza, e quindi come tale, anche il fondamento di ogni Giustizia, Si rivolse al Padre, ovvero all’eterno Amore, e in tal modo non pretese vendetta, come in un certo senso sarebbe stato giusto, bensì pregò l’Amore di voler perdonare tutti quei malfattori, come anche a tutti i sommi sacerdoti e farisei tutte le loro azioni, non sapendo essi quello che facevano!

13. Questo fece quindi già qui la divina Giustizia di per Sé. Dovrebbe allora l’infinito Amore divino cominciare a condannare dove la divina Giustizia implorò misericordia all’Amore che è infinitamente ancora più misericordioso?

14. Se non si accetta che il Signore abbia espresso sul serio la Sua preghiera, e dite che Egli l’abbia espressa a mo’ d’esempio, non si addita il Signore per un ipocrita, supponendo che Egli dalla croce abbia invocato il perdono solo in apparenza, mentre in segreto si scorge in Lui l’indelebile vendetta, in seguito alla quale avrebbe condannato in Sé, nondimeno, tutti questi malfattori già da lungo tempo nel più intenso fuoco infernale?

15. O mondo! O uomini! O terribilissima assurdità! Assurdità che mai poteva essere concepita nell’intera infinità ed eternità. Ci si può immaginare qualcosa di più vergognoso che fare del Signore sulla croce un bugiardo, un predicatore ingannevole, un traditore e quindi un generico ingannatore del mondo, e questo per la più falsa, di certo temporale, lucrosa fondazione dell’autorità dell’inferno? Dalla bocca di chi, se non solo e unicamente da quella dell’arci-Satana, poteva venire tale insegnamento e potevano uscire tali parole?

16. Io ritengo che anche qui di nuovo non occorra altro, per farvi scorgere quali orrori possano derivare da un’interpretazione e spiegazione assai invertita di una Legge divina. Che le cose presso di voi nel mondo stiano così, lo potete afferrare già voi stessi con le mani. Ma il perché è così e quale ne sia la causa, questo non lo sapevate e non potevate nemmeno saperlo, poiché il nodo del Comandamento era troppo aggrovigliato, e mai qualcuno avrebbe potuto dare la completa soluzione a questo nodo.

17. Per questo motivo il Signore si è impietosito di voi e vi fa annunciare nel Sole, il quale è certamente abbastanza luminoso, la vera soluzione di questo nodo, affinché possiate scorgere la causa generale di tutta la malignità e di tutte le tenebre.

18. Certamente si dirà: “Sì, ma come può dipendere tanto male dal fraintendimento dei dieci Comandamenti di Mosè?”.

19. A questo punto io dico: “Perché questi dieci Comandamenti sono stati dati da Dio, e portano in sé l’intero infinito Ordine di Dio stesso!”.

20. Chi di conseguenza, in uno o nell’altro punto, esce in un modo qualsiasi dall’Ordine divino, non rimane più nell’Ordine divino in nessun punto, essendo quest’Ordine uguale a una via diritta. Se qualcuno si allontana da questa via, qualunque sia il punto, può egli dire: ‘Mi sono allontanato solo di un quarto, di un quinto, di un settimo, o di un decimo, dalla via? Certamente no! Poiché basta che abbandoni solo di pochissimo la via, e se n’è già discostato da tutta. Se non vuol rientrare, allora si potrà certo sostenere che quel singolo punto della via, in cui il viandante si era discostato, aveva allontanato il viandante dall’intera via.

21. E proprio così stanno le cose anche con ogni singolo punto del Comandamento divino. Non può esserci facilmente qualcuno che abbia peccato di grosso contro l’intero Comandamento, essendo ciò pressoché impossibile! Invece è sufficiente che qualcuno pecchi in un punto e poi persista in questo. In tal modo si allontana quindi dall’intero Comandamento, e se non lo vuole lui e il Signore non l’aiuta, allora non rientrerà mai sulla via del Comandamento, ovvero dell’Ordine divino. E così potete anche essere certi che la maggior parte dei mali del mondo in verità deriva in origine ben dall’ostinata e malevole dissennatezza, o piuttosto dalla malevola falsificazione del significato di questi due ultimi Comandamenti divini.

22. Noi però abbiamo ora anche dimostrato in maniera più che sufficiente le ridicolaggini e le false interpretazioni di questo Comandamento; perciò vogliamo passare anche al giusto significato dello stesso, nella cui luce voi scorgerete tutte le scempiaggini illuminate impareggiabilmente nella maniera più chiara.

 

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Cap. 30

Motivo della velatura del vero significato del decimo Comandamento

(Parla Giovanni)

1. A questo punto, qualcuno di quelli che hanno letto il precedente, dirà: “Noi siamo sul serio molto curiosi di sapere quale effettivo vero e proprio significato abbia questo Comandamento, dal momento che ogni significato da noi finora attribuito a questo, è stato incontestabilmente rappresentato e trascinato nel ridicolo più assurdo. Noi vorremmo sul serio apprendere già molto volentieri chi è di conseguenza il ‘tu’, il ‘prossimo’ e la sua ‘donna’, poiché dal Comandamento non è possibile stabilirlo con certezza. Il ‘tu’ può certamente essere chiunque, ma se sotto di ciò vi possa essere compresa anche una donna, questo sta ancora molto lontano. Il ‘prossimo’ si può eventualmente determinare un po’ più da vicino, specialmente se si prende questa parola in un senso completo, per cui allora è nostro prossimo chiunque in qualche modo ha bisogno del nostro aiuto. Con ‘donna’ invece, sicuramente si ha la più grande esitazione, poiché sotto questo termine non si sa se è intesa solo una donna sposata o anche il nubile sesso femminile. In verità qui essa è più nel numero singolo che nel numero multiplo. Questo però non chiarisce la questione neanche di un pelo, poiché se in una qualche parte del mondo si accetta la poligamia, allora con il numero semplice ci sarebbe di nuovo esplicitamente ancora una difficoltà. Da tutto ciò, noi siamo tanto più curiosi di conoscere il vero senso di questo Comandamento, essendo il significato letterale ovunque del tutto enormemente invalido”.

2. Ed io in aggiunta dico: “Quindi è stabilito ed è chiaro che, con l’accettazione del puro significato letterale esteriore, si può rappresentare solo la più grande insensatezza, mai però una qualche fondata verità!”.

3. A questo punto si dirà certamente: “Ma perché allora il Signore non ha dato subito tale Comandamento così che per ognuno il senso non si presentasse nascosto, bensì del tutto evidente, come è stato dato e come è da osservare proprio secondo questo senso?”.

4. Questa obiezione secondo l’esteriore si può ben ascoltare ed è valevole come una contrapposizione formulata abbastanza saggiamente, ma se è esaminata alla luce è così sciocca che non sarebbe facile immaginare qualcosa di più sciocco. Tuttavia, affinché la straordinaria scempiaggine di questa obiezione cada subito negli occhi a ciascuno come se si trovasse a sole poche miglia lontano dal Sole, e scorgesse questo improvvisamente con i suoi occhi – oppure come a colui se si trovasse in un bosco e non riuscisse a vedere il bosco a causa degli alberi – allora a tal proposito voglio presentarvi alcune osservazioni naturali riassunte molto brevemente.

5. Supponiamo che ad un cosiddetto naturalista e botanico, a motivo della comodità delle sue ricerche, venisse in mente di domandare: “Ma perché la forza del creante supremo Essere non ha creato gli alberi e le piante così che il seme fosse all’esterno e la corteccia all’interno, affinché si potesse osservare precisamente con minor fatica, attraverso il microscopio, il salire della linfa nei rami e ramoscelli, le sue reazioni e altri effetti? Poiché non può certo essere stata l’intenzione del Creatore mettere sulla Terra l’uomo pensante in modo che non debba mai penetrare nel segreto degli effetti meravigliosi nella Natura!”. – Cosa dite voi di questa pretesa? Non è sciocca in sommo grado?

6. Supponiamo però che il Signore si lasciasse conquistare da un simile invito e quindi rovesciasse gli alberi insieme alle piante, – non si faranno subito di nuovo avanti degli altri naturalisti che direbbero: “Che utilità è l’osservazione del seme esterno, se con questo non possiamo scoprire la meravigliosa formazione della corteccia interna?”. – Cosa ne consegue ora? Il Signore dovrebbe anche adesso, di nuovo, subordinarsi e portare dalla parte esterna dell’albero, in un modo che a me in verità non è comprensibile, la corteccia e il seme. Supponiamo però che il Signore avesse fatto questo sul serio e la parte interna dell’albero consistesse ora solo di legno. Non ci sarà qui subito un altro naturalista a manifestare una nuova esigenza, dicendo: “Ora tutta la prodigiosa formazione del legno è coperta da una parte con la corteccia e dall’altra parte con il seme. – Ma non potrebbe un albero essere costituito in modo che tutto, seme, legno e corteccia fossero all’esterno o, per lo meno, trasparenti come l’aria?”.

7. Se si può formare un albero costituito necessariamente da innumerevoli organi, in modo che sia trasparente come l’aria o per lo meno come l’acqua pura, devono forse deciderlo gli ottici e i matematici? Ma quali frutti crescerebbero su alberi fatti completamente di aria, questo dovrebbe ben saperlo uno che vive press’a poco nelle regioni del polo nord o del polo sud. Poiché là talvolta accadono fenomeni simili che, in seguito al gran freddo, così come accade da voi d’inverno sui vetri delle finestre, nell’aria cristallina crescono come funghi degli alberi di ghiaccio. Se su questi alberi spuntano anche fichi e datteri, finora non è stato ancora accertato.

8. D’altra parte, però, per quanto riguarda quegli alberi in cui tutto – seme, legno e corteccia – dovrebbe essere esterno, allora potete essere pienamente certi che fare un albero simile sarebbe facile altrettanto come fare una sfera quadrata. Io penso che con questa osservazione, la stupidità della sopra manifestata obiezione dovrebbe stare già abbastanza chiara come il Sole davanti agli occhi. Nondimeno, in verità, per rendere la cosa soverchiamente chiara come al solito, vogliamo aggiungere ancora un paio di considerazioni.

9. Prendiamo il caso di un dottore che deve studiare moltissimo; quando al pari di un polipo ha già bevuto a sorsate un intero pesante carro pieno di erudizione e viene chiamato da un paziente gravemente ammalato, allora non raramente sta al letto dell’infermo come un paio di buoi aggiogati da poco dinanzi a una ripida montagna, e il dottore viene interrogato dai presenti: “Come trova l’ammalato? Cosa gli manca, dunque? Lo si potrà ben aiutare?”.

10. A queste domande il dottore assume un’espressione veramente dotta ma molto seriamente imbarazzata, e dice: “Miei cari, adesso non si può ancora stabilire nulla; devo prima provare la malattia con una medicina. Dalle reazioni che in un modo o nell’altro si manifesteranno, allora saprò già cosa dovrò fare. Se invece non ci saranno reazioni, allora voi stessi dovrete riconoscere che ciascuno di noi non può guardare all’interno del corpo per scoprire la sede della malattia così come la sua natura!”.

11. Ecco però che qualcuno un po’ laconicamente dice: “Signor dottore, allora il nostro Signore Iddio avrebbe fatto molto meglio se avesse creato l’uomo così come il falegname costruisce un armadio, affinché si potesse aprire e si potesse vedere che cosa c’è dentro!”. Oppure: “Il Creatore avrebbe dovuto mettere al di fuori dell’uomo le parti più delicate che sono tanto difficili da raggiungere, come le dita, gli orecchi, gli occhi e il naso, affinché si potesse venire subito facilmente in aiuto a queste parti o con un medicamento, o con un unguento, oppure con un impacco! Meglio di tutto, però, sarebbe stato ovvio se Egli avesse creato l’uomo trasparente come l’acqua, oppure se non lo avesse messo insieme soprattutto di parti così pericolose per la vita, e lo avesse formato del tutto molto più come una pietra!”.

12. A questo punto il dottore arriccia un po’ il naso, nondimeno dice: “Sì, mio caro amico, questo sarebbe stato certo bene e meglio, ma non è così come tu hai appena esternato il desiderio. Allora ci dobbiamo già accontentare con questo, se ora siamo in grado di dedurre solo sulla via delle esperienze qualcosa di più preciso sullo stato interiore di salute e malattia di un uomo. Infatti, se l’uomo fosse anche apribile come un cassetto, allora questo sarebbe molto più pericoloso per la vita di ciascuno di quanto lo sia adesso, poiché metter le mani in modo un po’ maldestro nell’interiore potrebbe costare subito la vita, e se con una simile apertura si potessero anche osservare le viscere, sarebbe ancora di ben poca utilità. Le viscere e i suoi organi sottili devono invece restar chiusi, dato che con l’apertura uscirebbe fuori tutta la linfa vitale e ogni attività vitale. Invece per quanto riguarda la posizione all’esterno delle parti interne del corpo, in verità, mio caro, questo darebbe alla figura umana un aspetto estremamente antiestetico. E se l’uomo fosse del tutto trasparente, allora ognuno si spaventerebbe reciprocamente davanti all’altro, poiché scorgerebbe qui l’uomo-pelle, poi l’uomo-muscoli, l’uomo-vasi, l’uomo-nervi e, alla fine, l’uomo-ossa. Che una tale visione non sia invitante, te la puoi ben immaginare da solo”.

13. Io penso che con questa considerazione, l’insensatezza della suddetta obiezione salterà ancora più chiaramente davanti agli occhi.

14. Ma c’è ancora qualcuno che dice: “Con le cose naturali e materiali è certamente assurdo pensare che il loro interiore debba allo stesso tempo costituire anche il loro esteriore, ma la parola, di per sé, non è tuttavia né un albero né un animale, né un essere umano, bensì essa è già, di per sé e in sé, spirituale, portando in sé, nulla di materiale. Per quale motivo dovrebbe aver dietro, come un albero oppure come un essere umano, ancora un qualche senso interiore incomprensibile? Oppure: come dovrebbe essere ciò possibile, se si considera la comunque straordinaria semplicità e piattezza della parola?”.

15. “Bene”, dico io, prendiamo la parola ‘padre’. Che cosa indica essa? È la parola, già il padre stesso, oppure la parola indica un padre effettivamente reale, del quale questa parola è appunto soltanto un tipo di contrassegno esteriore? Si dirà: “Chiaramente qui la parola non è il padre stesso, bensì soltanto una designazione esteriore di questo!”. – “Bene”, dico io, ma domando ancora: “Allora, che cosa si deve intendere con questa parola, affinché si riconosca proprio questa parola come un ‘tipo’ esteriore giustamente indicativo?”. – Risposta: “La parola deve rappresentare un uomo che abbia un’età corrispondente, che sia sposato, che con sua moglie abbia generato dei figli viventi e poi, a questi provvede corporalmente e spiritualmente, in modo davvero paterno!”.

16. Chi può contestare qui, anche solo in minima parte, che questo significato, piuttosto esteso e quanto mai essenziale, debba trovarsi nella semplice parola ‘padre’, senza il quale questa parola non sarebbe proprio nessuna parola?

17. Se però già nei rapporti esteriori ogni semplice parola deve ammettere una spiegazione e una scomposizione più interiore, quanto più ogni parola esteriore dovrà avere anche un significato spirituale interiore, dovendo, tutto ciò che viene indicato con parole esteriori, avere esso stesso un senso spirituale interiore, quindi energico e operante. Un padre ha sicuramente anche anima e spirito. Allora la parola indicherebbe giustamente il concetto ‘“padre’, se essa escludesse la sua parte animica e spirituale? Certamente no, poiché l’essenzialità del padre consiste di corpo, anima e spirito, quindi di un esteriore, interiore e interiorissimo. Se quindi l’essenzialità del padre vivente è sostanzialmente così costituita, non deve ciò stare alla base, come in uno specchio, perfettamente descritto nella parola, per mezzo della quale il padre viene realmente indicato come padre?

18. Io penso che non si possa rappresentare in modo più comprensibile e chiaro un necessario senso interiore della parola. Ma da ciò può anche essere evidente che il Signore, se annuncia al mondo la Sua Volontà, può annunciarla per gli uomini esteriori, secondo il Suo eterno Ordine divino, non altrimenti che proprio solo attraverso rappresentazioni simboliche esteriori, alla cui base sta chiaramente un senso interiore e un senso interiorissimo. Con ciò l’intero uomo è poi provvisto dal suo interiorissimo fino al suo esteriorissimo, secondo l’Amore divino.

19. Ora che abbiamo spiegato la necessità e la certezza di tale disposizione in modo più che tangibile, sarà anche quanto mai facile trovare quasi da sé l’interiore, cioè il vero senso del nostro Comandamento, e in tal modo sarà esposto da me affinché si possa riconoscerlo perlomeno come incontestabile, unicamente vero e generalmente valido. – E ora passiamo subito a tale esposizione!

 

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Cap. 31

Il vero significato interiore del decimo Comandamento

(Parla Giovanni)

1. Il Comandamento suona così come lo sappiamo già a memoria: «Tu non devi desiderare la donna del tuo prossimo!» – oppure “Tu non devi avere nessun desiderio verso la donna del tuo prossimo”, ciò che è una e la stessa cosa. – Chi è dunque ‘la donna’, e chi è ‘il prossimo’?

2. La donna è l’amore di ogni uomo, e il prossimo è chiunque con il quale io vengo in qualche modo in contatto, oppure lo è colui che ha bisogno del mio aiuto dove può essere possibile e necessario. Se sappiamo questo, allora fondamentalmente sappiamo già tutto.

3. Perciò, cosa significa questo Comandamento? Nient’altro che questo: ciascuno non deve desiderare egoisticamente l’amore del suo prossimo, chiedendolo a proprio vantaggio; infatti, l’egoismo in sé e per sé non è altro che il procacciarsi l’amore degli altri per il proprio diletto, senza però restituire agli stessi nessun’altra scintilla d’amore.

4. Così suona dunque il Comandamento nel suo originario senso spirituale. Però si dirà:

5. “Qui è palesemente ridato nel senso letterale, il che si sarebbe potuto esprimere dall’inizio altrettanto bene quanto adesso, per mezzo del quale sarebbero stati prevenuti molti smarrimenti”. – Io però dico: “Questo è certamente giusto! Se si divide un albero nel mezzo, allora il midollo viene anche all’esterno, e lo si può poi osservare altrettanto comodamente come prima si osservava la corteccia.

6. Il Signore invece ha velato volutamente il senso interiore in un’immagine naturale esteriore, affinché questo santo, interiore, vivente senso, non dovesse essere afferrato e distrutto da uomini malintenzionati, per cui poi tutti i Cieli e tutti i mondi avrebbero potuto subire i più grossi danni. Per questo motivo il Signore ha anche detto: “Dinanzi ai grandi e ai potenti sapienti del mondo, ciò deve restar nascosto e deve essere rivelato solo ai piccoli, deboli e più bassi”.

7. Proprio così è già con le cose della Natura. Mettiamo il caso che il Signore avesse creato gli alberi in modo che il loro nocciolo e i loro principali organi vitali fossero all’esterno del tronco – dite voi stessi, a quanti pericoli sarebbe esposto un albero in ogni secondo?

8. Voi sapete che se a un albero si traforasse volutamente o dolosamente il nocciolo interiore, allora per l’albero sarebbe finita. Se un qualche verme maligno rode la radice principale del tronco che con il nocciolo dell’albero è in strettissimo collegamento, allora l’albero muore. Chi non conosce il cosiddetto ‘bostrico([18]) maligno’? Che cosa fa questo agli alberi? Esso prima corrode il legno e poi corrodendo qua e là penetra negli organi principali dell’albero, e l’albero muore. Se l’albero in questo modo ben riparato è già esposto a tanti pericoli di vita, non vi sarebbe esposto tanto di più se i suoi principali organi vitali stessero all’esterno del tronco?

9. Vedete, proprio così, e in modo ancora inesprimibilmente più delicato stanno le cose con la Parola del Signore. Se subito in origine il senso interiore fosse stato dato all’esterno, allora già da molto tempo non esisterebbe più nessuna religione tra gli uomini. Essi avrebbero rosicchiato e sgraffiato questo interiore, santo senso nella sua parte vitale, altrettanto quanto hanno fatto con la corteccia esteriore all’albero della vita, e già da molto tempo sarebbe stata distrutta l’interiore, santa Città di Dio, al punto che non sarebbe rimasta una pietra sull’altra, come hanno fatto con l’antica Gerusalemme e come hanno fatto con la parola esteriore che detiene solo il significato letterale.

10. Poiché la Parola di Dio, nel suo senso letterale esteriore, come l’avete dinanzi a voi nella Sacra Scrittura, è tanto diversa dal testo originario quanto è diversa l’odierna cittadella altamente misera di Gerusalemme dall’antica metropoli.

11. Tutta questa trasposizione e smembramento e anche riduzione al solo senso letterale esteriore, è tuttavia non dannoso al senso interiore, perché il Signore con la Sua saggia provvidenza, già dall’eternità ha colto l’Ordine, così che l’una e la stessa Verità spirituale può essere conservata e data senza danno sotto le più disparate immagini esteriori.

12. Del tutto diverso sarebbe stato il caso se invece il Signore avesse dato subito la nuda Verità spirituale interiore senza un involucro proteggente esteriore. Gli uomini avrebbero rosicchiato e distrutto, secondo il loro arbitrio, questa santa, vivente Verità, e con ciò sarebbe stata proprio la fine per tutta la vita.

13. Ma poiché il senso interiore è così nascosto che il mondo è impossibile possa scoprirlo, la vita rimane assicurata, anche se la sua veste esteriore viene lacerata in mille pezzi. E così il senso interiore della parola, quando viene rivelato, suona come se fosse uguale al senso esteriore e può essere espresso altrettanto con suoni o parole articolate. Questo però non fuorvia per niente la faccenda. Perciò rimane tuttavia un interiore, vivente, spirituale senso, e come tale è riconoscibile per il fatto che abbraccia l’intero Ordine divino, mentre l’immagine che lo racchiude esprime solo una condizione particolare, la quale, come abbiamo visto, mai potrà avere una validità generale.

14. Nondimeno, in che modo il Comandamento or ora trattato in immagine sia soltanto un involucro esteriore, e come il senso interiore che vi è stato ora reso noto ne abbia uno veramente interiore, spirituale e vivente, lo vogliamo mettere immediatamente in una chiara luce con una piccola considerazione supplementare.

15. L’esteriore simbolico Comandamento vi è noto, e interiormente significa: «Non aver nessun desiderio verso l’amore di tuo fratello o di tua sorella!»

16. Perché allora qui questo Comandamento, carico di contenuto e di vita, viene avvolto nell’immagine della donna che non si deve desiderare?

17. In quest’occasione vi rendo attenti solo su un detto del Signore stesso, in cui Egli si esprime così sull’amore dell’uomo per la donna, poiché dice: «Perciò un figlio lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna».

18. Che cosa vuole indicare con questo il Signore? Nient’altro che questo: l’amore più potente dell’uomo su questo mondo è quello per la sua donna. Infatti, cosa ama nel suo ordine di più al mondo l’uomo che la sua cara, brava, buona moglie? Nella donna è posto dunque tutto l’amore dell’uomo, come viceversa la donna nel suo ordine non ama di sicuro nulla di più potentemente che un uomo corrispondente al suo cuore.

19. Così dunque anche in questo Comandamento sotto l’immagine della donna viene posto tutto l’amore dell’uomo oppure dell’essere umano in genere, perché la donna, proprio sul serio, non è altro che un esteriore, delicato involucro dell’amore dell’uomo.

20. A chi può sfuggire ora con questa spiegazione che, sotto l’immagine “Tu non devi desiderare la donna del tuo prossimo”, è altrettanto detto come: «Tu non devi desiderare l’amore del tuo prossimo a tuo vantaggio», e precisamente l’intero amore, poiché la donna nel mondo comprende in sé altrettanto l’intero amore dell’uomo.

21. Se voi esaminate questo solo in una certa misura precisamente, allora afferrerete perfino con le mani che tutte le incertezze esteriori a noi note dell’esteriore simbolico Comandamento, non sono che pure certezze interiori universali. Il come, vogliamo vederlo subito.

22. Vedete, ‘il tuè indefinito. E perché? Perché in questo modo nel senso interiore viene inteso chiunque, indifferentemente se di sesso maschile o femminile. Altrettanto indefinita è ‘la donna’, infatti, non è detto se è una vecchia o una giovane, se una o parecchie, se una nubile o una vedova. E perché tale termine è indefinito? Perché l’amore dell’uomo è uno solo, e non è né una donna vecchia né una giovane, né una vedova, né una ragazza nubile, bensì, come amore, esso è in ciascuno solo uno. Verso questo amore il prossimo non deve avere nessun desiderio, perché esso è la vita propria di ogni uomo. Ognuno che verso questo amore ha un desiderio avido, invidioso o avaro, appare in un certo qual modo come un avido di sangue accanto al suo prossimo, volendosi impossessare del suo amore o della sua vita per il proprio vantaggio. Quindi anche ‘il prossimoè indefinito. E perché? Perché sotto di questo, in senso spirituale, viene inteso ciascuno senza distinzione di sesso.

23. Io penso che con questo vi dovrebbe essere già abbastanza chiaro che il senso interiore da me svelato è l’unico giusto, perché abbraccia tutto.

24. A questo punto forse qualcuno, vantandosi della sua luce di un quarto di Luna, obietterà e dirà: “Se le cose stanno così, allora non è peccato se qualcuno giace con la moglie o la figlia del suo prossimo, o desidera farlo”. – Qui io dico: “Oh, mio caro amico, con questa obiezione hai fatto un grosso buco nell’acqua! Quando si dice che tu non devi desiderare l’amore del tuo prossimo, e precisamente tutto il suo amore, non è forse compreso tutto quello che egli porta nel suo cuore, come il più prezioso della vita? Vedi, nel Comandamento c’è anche proprio sul serio il rifiuto di dare al tuo desiderio, non solo la moglie e le figlie del tuo prossimo, bensì tutto ciò che abbraccia l’amore di quel tuo fratello.

25. Anche per questo motivo ai primordi i due ultimi Comandamenti furono dati insieme come unico Comandamento. Essi sono stati distinti solo per il fatto che nel nono Comandamento è rappresentato di rispettare più particolarmente l’amore del prossimo, invece nel decimo Comandamento viene rappresentato, riassunto del tutto in generale, di osservare rispettosamente proprio la stessa cosa nel senso più interiore.

26. Che quindi sia proibito anche il desiderio per la moglie e per le figlie del prossimo, ogni uomo lo può sicuramente afferrare con le mani. Le cose stanno proprio così come se qualcuno, dovendo dare un bue intero, darà pure le sue estremità, la sua coda, corna, orecchi e piedi ecc. Oppure, se il Signore dovendo donare a qualcuno un mondo, gli darà certamente tutto ciò che si trova su di esso, e non gli dirà: ‘Solo l’interno del mondo è tuo; invece la superficie appartiene a Me!’.

27. Io penso che la faccenda non possa essere data più chiaramente per la comprensione dell’uomo. Noi ora abbiamo perfettamente conosciuto il vero senso interiore di questo Comandamento, come è eternamente vigente in tutti i Cieli e determina la beatitudine di tutti gli angeli, e qui sono state affrontate tutte le possibili obiezioni. Con ciò siamo quindi giunti anche alla fine e vogliamo perciò recarci subito nell’undicesima splendente sala che sta dinanzi a noi. In essa troveremo tutto quanto detto finora nella più chiara luce, come riunito in un punto e confermato. – Quindi entriamo!

 

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Cap. 32

Undicesima sala, undicesimo Comandamento

L’amore per Dio

(Parla Giovanni)

1. Siamo già in questa sala, e anche qui nel mezzo della sala scorgiamo altrettanto su una grande, bianca, splendente colonna, una lavagna tonda. Essa splende come il Sole, e nel suo centro sta scritto con color rosso rubino splendente:

2. «Tu devi amare Dio, il tuo Signore sopra ogni cosa, con tutto il tuo sentimento e con tutte le tue forze vitali a te date da Dio».

3. Accanto a questa lavagna solare, magnifica e ricca di contenuto, scorgiamo anche, più che in nessun’altra sala, un gran numero di bambini già del tutto cresciuti, i quali, come potete osservare, guardano ora la lavagna, ora discutono di nuovo con i loro insegnanti e ora, assorti del tutto in sé, con le mani incrociate posanti sul petto, stanno lì come statue. L’intera vista già ci dice che qui si tratta di qualcosa straordinariamente importante.

4. Qualcuno potrebbe forse domandare e dire: “È evidente che questo c’era da aspettarselo”. – Ma se si vuol considerare la cosa ben alla luce, allora questo Comandamento scritto sulla lavagna solare, di certo non vuole dire altro ciò che in fondo hanno detto tutti i precedenti Comandamenti presi insieme. Perché dunque, proprio qui questa lavagna deve splendere in tal modo, mentre tutte le precedenti dieci lavagne erano semplicemente bianche ed era scritto, come di solito, con una sostanza scura? – Questa osservazione non è del tutto priva di contenuto. Ciò nonostante essa perde qui il suo valore, così come tutti gli altri insegnamenti e affermazioni devono necessariamente perdere il loro splendore di fronte a una singola Parola uscita dalla bocca del Signore.

5. La faccenda è proprio così come si conferma quotidianamente in modo quasi palpabile sul mondo nella grande Natura. Prendiamo ad esempio le molte migliaia e migliaia di volte mille di piccole e talvolta anche più forti e un po’ più grandi luci che sfavillano ogni notte dagli alti cieli giù alla Terra buia, e la stessa Luna non di rado è attiva per la notte intera. Accanto a queste splendide luci gli uomini accendono per la notte quasi altrettante luci artificiali.

6. Con quest’abbondanza di luci e luci, si dovrebbe ritenere che di notte, sulla Terra, non si potrebbe resistere a tanta luce. Solo l’esperienza ha dimostrato da sempre che sulla Terra, dopo il tramonto del Sole, nonostante delle luci emergano sempre di più, il cielo diventa tanto più buio, quanto più profondamente il Sole s’inabissa sotto l’orizzonte.

7. Chi può dire che queste luci non siano splendide? Sì, un adoratore solo mediocre delle meraviglie di Dio, alla vista del cielo stellato di notte, deve battersi il petto e dire: “O Signore, io non sono degno di camminare in questo Tuo Santuario, in questo Tuo infinito Tempio dell’onnipotenza!”. – Sì, in verità si può esclamare ogni notte con pienissimo diritto: “O Signore, chi contempla le opere Tue, ne prova un puro diletto!”.

8. Perché dunque un puro diletto? Perché ogni uomo, per sé, ha sul serio motivo sufficiente per un autentico diletto e un senso di gioia di essere devotamente fiero, perché Colui che ha creato tali opere prodigiose è Padre suo!! – – Ognuno, quindi, secondo la ragione ha un santo diritto di rallegrarsi quando egli, più assorto in sé in una notte, contempla le grandi opere prodigiose dell’onnipotente Padre suo. E in verità, la fiamma di una lampada e quella sul focolare non è inferiore a un’opera prodigiosa del Padre onnipotente, di quanto lo sia la brillante, splendente luce delle innumerevoli stelle del cielo!

9. E ora vedete, tutte queste prodigiose meraviglie altamente da ammirare, sono uguali alla Parola del Vecchio Testamento in tutte le sue parti.

10. Noi scorgiamo in questo vecchio, ma sempre ancora notturno cielo, una quantità appena calcolabile di luci più grandi e più piccole. Esse splendono magnificamente, e chi le osserva viene sempre colmato da un misterioso, santo rispetto. Perché? Perché il suo spirito sospetta del grande dietro queste lucine. Esse però sono ancora troppo lontane da lui. Egli può guardare, afferrare e sentire, ma le piccole luci non vogliono, con il loro grande contenuto, avvicinarsi al suo spirito indagatore.

11. Ma chi sono queste luci del cielo nel vecchio Cielo dello Spirito?

12. Vedete, esse sono tutti i patriarchi, i padri, i profeti, i maestri e le guide del popolo, colmi dello Spirito di Dio a voi ben noti. – Ma sulla Terra ci sono anche una quantità di luci artificiali; chi dovrebbero dunque essere queste luci nel Vecchio Testamento? Queste luci sono quegli uomini degni di stima che hanno vissuto fedelmente secondo la Parola che proveniva dagli uomini che erano spiritualmente in Dio e che con la loro condotta di vita hanno illuminato e ristorato i loro vicini.

13. Quindi abbiamo questa magnifica scena notturna dinanzi a noi. È ovvio che i raggi del cielo vengano nascosti da quelle nubi fuggevoli che si affrettano rapidamente qui e là, a causa di qualche notturna parziale tempesta, ma quella stessa tempesta che prima portava una nube nemica della luce sulla magnifica volta stellata, proprio questa tempesta spinge questa nuvola al di là dell’orizzonte, e dopo la tempesta il firmamento diventa più puro di quanto era prima. Tutti diventano angosciati a causa di una tale tempesta di breve durata e si augurano di nuovo la quiete e la magnifica notte illuminata da tante migliaia di luci. Ma un esperto della natura dice: “Tali tempeste non sono che normali precursori del vicino giorno, perciò non si deve essere angosciati”.

14. In verità, così è anche, poiché dove grandi forze vengono poste in movimento, allora si può concludere con ragione e dire: “Qui non può essere lontana una forza ancora più grande, anzi la massima Forza originaria, perché i venti deboli non sono che correnti laterali di un grande uragano non molto lontano. Perciò il nostro esperto della natura ha ragione, e noi ci ristoreremo pur sempre alla splendida magnificenza della meravigliosa notte.

15. Noi procediamo in ordine sparso, come degli innamorati sotto le molte finestre di una grande casa sfarzosa, e innalziamo lo sguardo con il petto pieno di fantasia e struggimento verso quelle aperture di luce della casa, debolmente illuminate da una lampada notturna, dietro alle quali avvertiamo l’oggetto del nostro amore.

16. Molti presentimenti, migliaia di pensieri ricchi di contenuto guizzano come stelle cadenti sopra il nostro cielo d’amore, ma nessuna di tali fugaci ed effimere luci può porgere un sufficiente ristoro alla sete del nostro amore.

17. Così va agli uomini anche nel vecchio notturno Cielo stellato dello spirito. – Ma che cosa succede? Con il sorgere del Sole l’orizzonte comincia ad arrossarsi. Sopra l’orizzonte del sorgere del Sole diventa sempre più chiaro. Ancora uno sguardo al cielo, prima così magnifico, e che cosa si scorge? – Nient’altro che la scomparsa di una stella dopo l’altra.

18. Il Sole, quel magnifico, sorge con il suo primordiale eterno splendore giornaliero, e non si può più scorgere nemmeno una stellina in cielo, poiché quest’unico Sole con la sua unica luce ha reso ogni atomo del cielo più chiaro di quanto fossero state in grado di causare nella notte tutte le innumerevoli stelle messe insieme.

19. All’innamorato in attesa, che invano aveva proceduto in ordine sparso durante tutta la notte, si apre una sola finestra della casa per lui ricca di contenuto, e da quest’unica finestra lo saluta l’agognato oggetto del suo cuore, dicendogli con uno sguardo benevolo, più che in precedenza durante la notte gli abbiano detto le sue innumerevoli fantasie e pensieri!

20. Così vediamo quotidianamente, nella grande Natura, una scena che corrisponde perfettamente alla nostra scena spirituale.

21. Noi vediamo la Luna, al par di Mosè, scomparire con la luce calante e pallida dietro i monti della sera, quando il potente Sole del mattino si alza all’orizzonte. Ciò che poco fa, nella notte, era avvolto in un’oscurità ancora così misteriosa, sta ora illuminato chiaramente dinanzi agli occhi di ciascuno!

22. Tutto questo è l’effetto del Sole. E nel Cielo spirituale tutto è effetto dell’unico Signore, dell’unico Gesù, il Quale è l’unico Dio del Cielo e di tutti i mondi!

23. Ciò che Egli stesso è in sé come il divino Sole di tutti i soli, lo è anche ogni singola Parola espressa dalla Sua Bocca, di fronte a tutte le innumerevoli parole provenienti dalla bocca ispirata dei patriarchi, dei padri e dei profeti. Nel corso del Vecchio Testamento noi scorgiamo innumerevoli ammonimenti, leggi e prescrizioni. Questi sono stelle ed anche luci artificiali della notte. Poi però viene il Signore, dice una sola Parola – e questa Parola compensa l’intero Vecchio Testamento!

24. E vedete, proprio per questo motivo anche quest’unica prima Parola appare qui, in questa undicesima sala, come un Sole splendente di Luce propria, la cui Luce illumina ben innumerevoli stelle, ma essa non avrà mai bisogno in eterno di servirsi del luccichio riflesso delle stelle, poiché essa è la Luce originaria, dalla quale tutte le innumerevoli stelle hanno preso la loro luce parziale.

25. E così anche qui, in quest’apparizione, sarà sicuramente afferrabile per quale motivo le dieci lavagne precedenti fossero solo bianche, emanante così un pallido bagliore, mentre ora qui scorgiamo rappresentata la primordiale eterna Luce solare che non ha bisogno di nessuna luce né prima né dopo, bensì racchiude già in sé tutta la luce.

26. Chi prenderà a cuore questo solo in una certa misura, comprenderà perfettamente perché il Signore ha detto: «In questo Comandamento dell’Amore sono contenuti Mosè e tutti i profeti». Sicuramente è altrettanto, come se in campo naturale si potesse dire così: “Di giorno, non si scorgono più le stelle e non si ha neanche più bisogno della loro luce perché tutta la loro luce viene compensata innumerevoli volte dall’unica luce del Sole!”. – In quale maniera la piena Verità si presenterà tuttavia tangibile attraverso di ciò, lo vedrete nel seguito.

 

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Cap. 33

L’amore di Dio, la Sostanza originaria di tutte le creature

(Parla Giovanni)

1. L’Amore di Dio è la sostanza fondamentale originaria di tutte le creature; infatti, senza di questo, mai qualcosa si sarebbe potuta creare in eterno. Quest’Amore corrisponde al calore tutto vivificante e generante, e solo per mezzo del calore voi vedete la Terra verdeggiare sotto i vostri piedi.

2. Attraverso il calore il rigido albero si copre di fronde e fiorisce, ed è il calore nella sua essenza a far maturare il frutto sull’albero. In generale sull’intera superficie terrestre non c’è nessun essere o cosa che abbia potuto trarre la sua origine nella totale mancanza di calore.

3. Qui forse si dirà e obietterà: “Il ghiaccio tuttavia manca sicuramente di ogni calore, e specialmente il ghiaccio polare. Con questo il calore non avrà di certo troppo da fare, poiché a quasi quaranta gradi di freddo sarebbe proprio interessante conoscere quale strumento atto a misurare la temperatura potrebbe rilevare se là c’è ancora un qualche calore”. A tal proposito, però, io non dico altro, se non che gli scienziati di questa Terra non hanno ancora inventato lo strumento con il quale potrebbero separare e determinare scrupolosamente la vera e propria sostanza calda dall’effettiva sostanza fredda. Presso di noi che siamo nel puro sapere interiore, è introdotta e impiegata una misura del tutto diversa.

4. Gli scienziati della Terra cominciano con la misurazione del freddo quando l’acqua gela. Se il vero e proprio freddo comincia già al punto di congelamento, allora io vorrei proprio sapere il motivo, secondo quali leggi o in quale modo e maniera, il freddo può poi aumentare. – Perché con una temperatura di circa quattro, fino a cinque gradi sotto il cosiddetto punto di congelamento, voi la percepite ancora abbastanza sopportabile? Se invece il termometro scende fino a diciotto gradi, allora ognuno percepirà il freddo già molto dolorosamente. Non si potrebbe qui dire, e questo con piena ragione: “Diciotto gradi di freddo sono più percepibili che quattro gradi, perché quando la temperatura è di quattro gradi, evidentemente in essa è prevalente ancora più calore che non con diciotto gradi!”. – Si possono ora accettare diciotto gradi, già come freddo completo? – Oh, no, poiché si sono già sperimentati trenta gradi di freddo, e questa temperatura sarà molto più dolorosa ancora di quella con diciotto gradi. E perché? Perché di nuovo essa conterrà in sé molto meno calore di quella con diciotto gradi. Quaranta gradi invece saranno ancora più dolorosi che trenta. È perciò già giustificato dichiarare i quaranta gradi come completamente privi di calore?

5. Io però vi voglio dire che questi sono nient’altro che passaggi dal caldo al freddo, e così anche viceversa. Perciò si può accettare la seguente scala di misura molto più giusta:

6. Ogni cosa, ogni corpo che è ancora atto a riscaldarsi, non può essere definito completamente freddo, bensì ha tanto calore in sé, quanto è grande e denso. Un blocco di ghiaccio dell’estremo nord può essere sciolto al fuoco e poi l’acqua può essere portata fino all’ebollizione. Se questo ghiaccio non avesse in sé del calore vincolato, mai potrebbe essere riscaldato.

7. Il freddo è quindi quella proprietà di un’essenza, in cui non è più presente assolutamente una capacità di riscaldamento. Così, con ragione, perfino la formazione del ghiaccio al polo nord si può attribuire solo e unicamente alla reazione del calore, dove esso, minacciato dal freddo, afferra, contrae e salda i suoi corpi, così da poter opporre la più salda resistenza al vero e proprio freddo.

8. Il calore è quindi uguale all’amore; invece il vero e proprio freddo è uguale alla vera e propria infernale mancanza d’amore. Dove quest’ultima vuol farsi avanti dominando, allora contro di essa si arma l’amore che vivifica e conserva tutto, e il vero e proprio freddo che mortifica tutto, non può riportare nessuna vittoria sull’amore così armato.

9. Che cosa significa dunque: “Ama Dio sopra ogni cosa?”. – Considerato dal punto di vista naturale, è impossibile che possa significare qualcos’altro che questo:

10. “Congiungi il tuo calore vitale che ti è stato dato da Dio, con il Calore originario del tuo Creatore che ti ha creato e ti conserva, così non perderai mai eternamente la vita”.

11. Se invece vuoi separare spontaneamente il tuo amore o il tuo calore vitale dal divino Calore vitale originario e, per così dire, vuoi esistere come un essere indipendente e dominante, allora il tuo calore non avrà più nessun nutrimento.

12. Con ciò tu passerai in un grado sempre maggiore di freddo. E quanto più addentro sprofonderai nei gradi di freddo sempre più intenso, tanto più difficile sarà riscaldarti di nuovo. Se invece sei passato nel perfetto freddo, allora sei passato del tutto a Satana, dove tu, quale puro freddo, non sei più idoneo a nessun riscaldamento!

13. Che cosa ti succederà poi, di questo nessun angelo del Cielo saprà dirti una parola.

14. In Dio ci sono certamente profondità infinite. Ma chi le potrà sondare e, oltre a ciò, conservare la vita?

15. Io penso che da questo breve preaccenno si potrà cominciare già abbastanza chiaramente a farsi un concetto del perché questo Comandamento, quest’unica Parola del Signore, è la quintessenza, anzi un Sole di tutti i soli, e una Parola di tutte le parole.

18. Nel seguito vogliamo parlare ancora parecchio di questo.

 

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Cap. 34

Cosa significa amare Dio sopra ogni altra cosa?

(Parla Giovanni)

1. Io scorgo uno che viene qua e dice: “Sarebbe già tutto giusto, ma come si dovrebbe realizzare quest’unica Parola divina in Dio stesso? Come si dovrebbe amare Dio in modo così del tutto propriamente, e questo sopra ogni cosa? Si dovrebbe essere innamorati di Dio forse come un giovane sposo è innamorato della sua bella e ricca sposa? Oppure si dovrebbe essere innamorati di Dio così come un matematico è innamorato di un calcolo matematico oppure un astronomo delle sue stelle? Oppure si dovrebbe essere innamorati come uno speculatore della sua merce o come un capitalista del suo denaro, oppure come un detentore del potere della sua sovranità, oppure anche come un monarca regnante del suo trono?”. – Sono queste le uniche misure possibili del serio amore umano; infatti, l’amore dei figli per i loro genitori non si può presentare, a ragione, come una seria misura dell’amore, insegnando l’esempio che i figli possono lasciare i loro genitori per fare un qualche buon matrimonio oppure per guadagnare molto denaro, oppure per occupare un alto posto d’onore. Dinanzi a tutto questo, l’amore dei figli per i loro genitori arretra e deve necessariamente far posto a un amore più potente. Per questo motivo ho presentato qui solo i criteri di misura più potenti dell’amore umano, e qui si domanda: ‘Secondo quali criteri di misura si deve effettivamente misurare l’amore per Dio?’.

2. Ma se ora venisse qualcuno e dicesse: ‘Secondo il criterio di questa o quella misura!’, allora io gli direi obiettando: ‘Amico, ciò non può essere!’

3. È vero che i potentissimi criteri di misura dell’amore da me presentati sono ben gli unici secondo cui può essere misurata la massima forza d’amore dell’uomo, ma se è detto che si deve amare Dio sopra ogni cosa, ciò vuol dire altrettanto: più di qualsiasi cosa al mondo.

4. A questo punto si domanda: “Come iniziare, come elevare l’amore a una potenza tale, della quale nessuno spirito umano può farsi un qualche concetto misurabile o paragonabile? Si dirà forse: ‘Si dovrebbe amare Dio ancor più della propria stessa vita!’. Allora io, in qualità di obiettore, dico: “Con l’amore della propria vita il sommo amore per Dio reggerebbe ancor meno un qualche paragone, come con l’amore dei figli per i loro genitori. Infatti, ci vuole già molto, affinché i figli mettano in gioco la propria vita per amore dei loro genitori, poiché all’opposto essi preferiscono che siano i genitori a lottare per loro, per la vita e per la morte.

5. Sembra piuttosto che l’amore dei figli per se stessi, non di rado, sia di gran lunga più potente in confronto all’amore per i loro genitori. Noi però d’altra parte vediamo che i figli degli uomini mettono spesso in gioco la loro vita, quasi disprezzandola, ma per altri vantaggi. L’uno naviga sull’oceano in notti tempestose, un altro si mette di fronte al fuoco dell’armata nemica, e un terzo si reca non di rado negli abissi malfermi della Terra per andare a prendersi dei tesori di metallo. E così vediamo che questi criteri di misure esteriori terrenamente seri dell’amore umano, sono sicuramente più forti ed hanno un valore più generale dell’amore dei figli per i loro genitori e dell’amore per la propria vita. Ma a cosa servono tutti questi criteri di misure se, di gran lunga al di sopra di esse, l’amore per Dio deve stare a una potenza tale, al cui paragone tutti gli altri criteri di misure dell’amore devono sprofondare nel puro nulla?”.

6. (Giovanni): Vedete, miei cari amici e fratelli, il nostro obiettore ci ha attaccato duramente, e noi dovremo mantenerci saldi sulle gambe per avere il sopravvento su di lui.

7. Io però scorgo proprio adesso un nuovo avversario dall’aspetto molto serio. Costui si presenta del tutto sicuro della sua vittoria e dice: “Oh, ce la sbrigheremo presto con quest’obiettore, poiché il Signore ci ha dato perfino l’esplicito criterio di misura riguardo a come si deve amare Dio. Perciò io non ho bisogno di dire altro, se non quello che il Signore stesso ha detto, e cioè: «Chi osserva i Miei Comandamenti, questi è colui che Mi ama». Questo è dunque il vero e proprio criterio di misura di come si deve amare Dio! Se l’obiettore ha denti abbastanza acuminati e forti, allora dovrà provare a presentare ancora una qualche altra insuperabile bilancia dell’amore”.

8.“Bene”, dico io, “l’obiettore è ancora lì accanto e ci dà fortemente l’impressione di spezzare un po’ coi denti questa obiezione. Vogliamo perciò ascoltare e vedere tutto ciò che presenterà. Egli dice”:

9. (parla un immaginario l’obiettore): “Bene, mio caro, amichevole avversario! Nella presentazione della tua obiezione di fronte al criterio di misura del massimo amore per Dio, non mi hai mostrato molto più che una memoria abbastanza buona, per la quale tu devi ringraziare alcuni testi tratti dalle Sacre Scritture. Però vedi, chi da tutti i testi vuol trarre una vivente utilità, deve non solo sapere come suonano, bensì deve comprendere in maniera vivente in sé che cosa essi vogliano dire.

10. Che cosa diresti, infatti, se io ti esponessi non solo uno, bensì parecchi punti contrastanti espressi proprio dalla bocca del Signore, in cui il Signore stesso presenta come non sufficiente, l’amore che deriva dall’osservanza della Legge? Tu adesso fai veramente una faccia come se volessi dire: ‘Testi di questo genere devono di certo essere alquanto poco diffusi nelle Scritture’. Io però ti ribatto: ‘Caro amico, proprio per niente! Ascoltami solamente; se vuoi te ne presenterò subito una mezza dozzina’.

11. Ti è noto il colloquio del Signore con il giovane ricco? Non chiede costui: «Maestro, che cosa devo fare per ottenere la vita eterna?». Cosa gli risponde allora il Signore? Tu rispondi trionfante ciò che il Signore dice: «Osserva i Comandamenti e ama Dio, allora tu vivrai!». – ‘Bene’, dico io; ma cosa dice il giovane? Egli dice: «Maestro, questo io l’ho fatto fin dalla mia fanciullezza!»

12. Questo è tutto giusto, ma io dico: ‘Perché il giovane ha dato questa risposta al Signore?’. Ebbene, egli con ciò voleva dirGli ‘Nonostante io abbia osservato tutto questo dalla mia fanciullezza, non sento tuttavia nulla della meravigliosa vita eterna in me’.

13. Perché dunque, su questo, il Signore non spiegò al giovane che l’osservanza dei Comandamenti non era sufficiente per il conseguimento della vita eterna, bensì vi fece subito un’aggiunta molto potente, dicendo «Allora vendi tutti i tuoi beni, distribuiscili tra i poveri e seguiMi!»?.

14. Si domanda: ‘Se dunque il Signore stesso fece una simile aggiunta, allora è forse sufficiente l’osservanza della Legge, quale massimo amore per Dio?’. Vedi, qui c’è già un ostacolo! Ma andiamo avanti!

15. Cosa disse una volta il Signore ai Suoi apostoli e discepoli quando presentò ed elogiò l’adempimento dei doveri? Egli non disse altro che queste semplici parole molto piene di significato: «Ma quando avete fatto tutto, allora riconoscete che siete servitori indolenti e inutili!».

16. Ora io ti domando: ‘Dichiara qui il Signore l’osservanza dei Comandamenti come sufficiente, dichiarando Egli chiaramente che ogni uomo, adempiendo perfettamente la Legge, debba considerarsi come completamente inutile?’. Vedi, qui sarebbe il secondo ostacolo già un po’ più forte. Ma andiamo avanti!

17. Conosci tu la parabola del fariseo e del pubblicano nel Tempio? Il fariseo dà di se stesso, con serena coscienza dinanzi al Santissimo, perfino la fedele testimonianza del fatto che egli, come moltissimi non fanno, ha adempiuto la Legge di Mosè nella sua intera ampiezza sempre assai precisamente, quindi perfettamente alla lettera. Il povero pubblicano, invece, indietro in un angolo del Tempio, dà a riconoscere fedelmente a ogni osservatore, con la sua posizione estremamente umile, che proprio con l’osservanza della Legge mosaica non deve aver avuto molto a che fare, poiché, ben consapevole interiormente dei suoi peccati, non osa alzare neanche una volta lo sguardo al Santissimo di Dio, bensì riconosce da sé la sua mancanza di valore dinanzi a Dio e chiede a Lui grazia e misericordia.

18. Allora, mio caro amico esperto di testi, io vorrei ben sapere da te: ‘Perché, se basta la Legge, il Signore in questo caso lascia andare dal Tempio il fariseo osservante rigorosamente l’intera Legge come non giustificato, mentre il povero pubblicano peccatore lo lascia uscire come giustificato?’.

19. Vedi, se si osserva ciò giustamente alla luce, sembra come se il Signore stesso con la sola osservanza della Legge avesse posto già di nuovo un terzo ostacolo molto rilevante. Ora tu già scrolli le spalle e non sai più come stanno le cose. Ma non preoccuparti, il meglio deve ancora venire! Quindi, solo avanti.

20. Cosa diresti se ti volessi presentare un testo dalla Scrittura, e più precisamente proveniente dalla bocca del Signore stesso, in cui Egli, indirettamente, dichiara l’intera Legge come priva di valore e, al suo posto, stabilisce un mezzo del tutto diverso, attraverso il quale Egli stesso garantisce unicamente e solo il raggiungimento della vita eterna?

21. Tu ora dici: ‘Buon amico, io vorrei anche ascoltare questo testo’. – Dovrai averlo subito, mio caro amico! Cosa disse una volta il Signore quando trovò per via un fanciullo, lo sollevò, lo abbracciò e lo accarezzò? Egli disse: «Se voi non diventerete come questo fanciullo, non entrerete nel Regno dei Cieli!».

22. Domanda: ‘Questo fanciullo, che era appena in grado di balbettare alcune parole, ha studiato la Legge di Mosè e poi regolato scrupolosamente la sua vita conformemente a questa Legge?’. In tutto il mondo non esiste sicuramente un uomo tanto sciocco che possa affermare una cosa simile. Per conseguenza, domando ancora: ‘Come poteva qui il Signore indicare un fanciullo che ancora non aveva a che fare uno iota con l’intera Legge di Mosè, quale massimo movente per il conseguimento della vita eterna?’. Amico, qui io non dico altro che questo: ‘Se ti fa piacere, allora fammi su questo un’obiettante discussione!’. Tu taci. Allora io scorgo che con la tua presentazione, in questo quarto ostacolo, sei già indietreggiato alquanto profondamente.

 

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Cap. 35

In cosa consiste l’amore per Dio?

 

(Parla un immaginario obiettore rivolto a un immaginario avversario contestatore)

1. In questi quattro punti tu hai visto che il Signore, da una parte, non indica come sufficiente la sola osservanza della Legge per il conseguimento della vera e propria vita eterna e, nel quarto punto, indirettamente, perfino abolisce la stessa.

2. Ma che diresti se ti volessi citare un paio di punti dove il Signore si esprime sull’osservanza della Legge perfino con rimprovero? A questo punto tu diresti: ‘Questo non sarà certo possibile!’. A tale riguardo io ti posso servire subito non solo con uno, bensì, se vuoi, con parecchi esempi. Dunque ascolta!

3. Ognuno che ha scorso leggendo solo in una certa misura la Legge mosaica nella sua ampiezza, a questi deve essere noto quanto Mosè abbia ordinato l’ospitalità al popolo ebraico. Chi peccava contro l’ospitalità era dichiarato punibile dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini. La legge dell’ospitalità venne tanto più inculcata al popolo ebraico, il quale era molto incline all’avidità, allo scopo di serbare questo popolo dall’egoismo e dall’avidità e guidarlo all’amore per il prossimo.

4. Era quindi di regola accogliere e servire con ogni riguardo un ospite sconosciuto, specialmente se apparteneva alla nazione giudaica, e questa legge proveniva da Dio, poiché Dio – e non Mosè – era il Legislatore.

5. Ma quando proprio lo stesso Signore che un giorno aveva dato le Leggi attraverso Mosè, giunse a Betania nella casa di Lazzaro, allora è Marta la più solerte a seguire la Legge, e impiegò tutte le sue forze per servire questo degnissimo Ospite nel modo più conveniente. Maria, sua sorella, per la grande gioia di vedere l’eminente Ospite, si dimenticò della Legge, si sedette inoperosa ai Suoi piedi e ascoltò con la massima attenzione le narrazioni e le parabole del Signore. Marta, in tale occasione un po’ irritata per l’inattività e per la dimenticanza della Legge da parte di sua sorella, si rivolse perfino in modo fervente al Signore dicendo: «Signore, io ho tanto da fare! Ordina Tu a mia sorella, affinché mi aiuti un po’!». – Oppure, detto ancora più chiaramente: ‘Signore, Tu, Fondatore della Legge mosaica, ricorda a mia sorella l’osservanza della stessa!’.

6. Ma cosa disse a questo punto il Signore? «Marta, Marta», disse Egli, «tu ti dai molto da fare per le cose terrene! Maria invece si è scelta la parte migliore, parte che non le verrà mai più tolta in eterno!».

7. Dimmi ora, mio caro amico, se questo non è un evidentissimo rimprovero del Signore contro l’osservanza in modo del tutto scrupoloso ed esatto della Legge; così come, al contrario, è un elogio straordinario a quella persona che, in un certo qual modo, non si cura dell’intera Legge, bensì con il suo modo di agire dice così:

8. (Maria) «Signore, se ho Te soltanto, allora per me l’intero mondo è in vendita per la moneta più scadente!». – Non dimostra qui il Signore, nuovamente, che la sola osservanza della Legge non dà a nessuno quella parte migliore, anzi quella parte eccellente che in eterno non gli verrà mai tolta? Vedi, questo è dunque un quinto ostacolo. Ma andiamo oltre!

9. Che cosa dice il Signore stesso in Mosè, e precisamente nel terzo Comandamento «Tu devi santificare il sabato!»? Io domando: ‘Ma cosa fa il Signore stesso in presenza dei Suoi osservanti letterali della Legge?’. Vedi, se ne va, ed Egli stesso profana il sabato palesemente secondo il senso letterale della Legge, e permette perfino ai Suoi discepoli – in un sabato – di raccogliere spighe e saziarsi con i chicchi. Ti piace questa osservanza della Legge di Mosè, in cui il Signore stesso, non solo unicamente per Sé, bensì per il più grande scandalo degli osservanti letterali della Legge, getta per così dire, nel mucchio, l’intero sabato? Tu dirai che il Signore lo poteva certamente fare poiché Egli è anche un Signore del sabato.

10. Bene! Tuttavia io domando: ‘Sapevano i farisei irritati che il Figlio del carpentiere([19]) era un Signore del sabato?’. – Tu ritieni che essi avrebbero dovuto riconoscere ciò dalle Sue opere miracolose. – Qui però io dico: ‘Presso questo popolo le opere miracolose non erano sufficienti per riconoscere la perfetta Divinità in Cristo, poiché delle opere miracolose le hanno compiute in ogni tempo tutti i profeti, sia i veri come anche talvolta i falsi’. Perciò non si può immaginare che i miracoli di Cristo sarebbero stati sufficienti a persuadere i farisei della Sua Divinità e Magnificenza.

11. Nondimeno, tutti i profeti fino a Lui avevano santificato il sabato! Solamente Lui lo gettò nel mucchio. Non doveva questo essere uno scandalo per gli osservanti della lettera? Certamente! E tuttavia il Signore non scese a compromessi.

12. Ma cosa risulta da ciò? Nient’altro che questo: il Signore pone del tutto in fondo l’osservanza, considerata solo per se stessa, dei Comandamenti. E perché? Una piccola parabola, tratta dalla tua stessa sfera, come dalla sfera di ciascuno che ha vissuto nel mondo, ti dovrà dare la risposta.

13. Un padre ha due figli. Egli a questi due figli ha reso nota la propria legittima volontà. Indica loro un campo e una vigna e dice: ‘Ormai siete diventati vigorosi, e così desidero da voi che ora lavoriate diligentemente il campo e la vigna per me. Dalla vostra diligenza riconoscerò chi di voi due mi ama più di tutto’. Ebbene, questa è la legge secondo la quale, ovviamente, a quel figlio che ama il padre più di tutto, toccherà la magnificenza del padre.

14. Ma cosa fanno i due figli? L’uno prende la vanga e rivolta diligentemente la terra per tutta la giornata, e coltiva il campo e la vigna. L’altro invece, come usate dire voi, se la prende piuttosto comoda col lavoro. E perché? Egli dice: ‘Quando sono nel campo o nella vigna, allora devo sempre fare a meno del mio caro padre; inoltre, io non sono così smanioso di grandezza come mio fratello. Io ho solo il mio caro padre. Posso essergli solo vicino. Egli è tutto per il mio cuore. Che m’importa come sarà assegnata l’una o l’altra magnificenza’.

15. Di quando in quando il padre dice anche a questo secondo figlio: ‘Ma guarda come tuo fratello lavora diligentemente e cerca di guadagnarsi il mio amore!’. Il figlio però dice: ‘O caro padre, quando sono nel campo, sono lontano da te, e il mio cuore non mi dà pace, bensì mi dice sempre ad alta voce che l’amore non dimora nella mano, bensì nel cuore, e perciò vuole anche essere guadagnato non con la mano, bensì con il cuore! O padre, dà a mio fratello, che lavora così solerte, il campo e la vigna. Io invece sono sufficientemente ricompensato da te, se solo mi permetti di amarti sempre secondo il desiderio del mio cuore, così come ti devo e ti voglio amare, perché tu sei il padre mio, il mio tutto’.

16. Cosa dirà ora il padre, e questo dalla più intima profondità del suo cuore? Sicuramente non altro che questo:

17. ‘Sì, mio amatissimo figlio, il tuo cuore ti ha svelato il mio; la legge è soltanto una prova. Però, figlio mio, l’amore non sta nella legge, poiché ognuno che osserva soltanto la legge, la osserva per amore di se stesso, per guadagnarsi con la sua operosità il mio amore e la mia magnificenza. Chi però osserva in tal modo la legge, è ancora lontano dal mio amore, poiché il suo amore non è affezionato a me, bensì alla ricompensa.

18. Tu invece hai agito all’opposto, e certamente senza disdegnare quella legge sol perché te l’ha data tuo padre, ma ti sei elevato oltre la legge, e il tuo amore ti ha riportato a tuo padre oltre la stessa. Perciò tuo fratello dovrà anche ricevere il campo e la vigna ed entrare nella mia magnificenza; ma tu, mio amatissimo figlio, dovrai ricevere quello che hai cercato, vale a dire: il padre stesso e tutto il suo amore!’.

19. Io penso, mio caro amico, che da questa parabola sarà di certo tangibilmente chiaro cosa vale di più: la sola arida osservanza della Legge, oppure la sua inosservanza e l’accoglimento del solo amore?

20. Se la cosa non ti dovesse ancora essere pienamente chiara, allora io ti domando: ‘Se tu avessi l’occasione di scegliere una sposa tra due vergini, delle quali sei di certo convinto che entrambe ti amano, ma non del tutto certo quale delle due ti ami di più, non desidereresti molto di apprendere quale ti ama di più, per sceglierti quella che sente maggior amore per te?’. – Tu dici: ‘Questo è del tutto chiaro; ma come comportarsi per apprenderlo?’. – Lo vogliamo vedere subito.

21. Ecco, tu vai dalla prima. Lei è diligente e operosa. Per amore per te non riesce a staccarsi dal tanto lavoro, e precisamente per tanto lavoro per te. Essa, infatti, cuce per te camice, calzini, corpetti da notte e ancora molti simili capi di vestiario. Con ciò ha tanto da fare che, non di rado, dal tanto lavoro si accorge appena di te quando vai da lei. Vedi, questa è la prima. – La seconda invece lavora molto lentamente. Di certo anche lei lavora per te, ma il suo cuore è troppo occupato con te perché possa prodigare la sua attenzione al lavoro. Se tu la visiti e lei ti scorge arrivare da lontano, allora non si parla più di lavoro, poiché non conosce niente di più elevato, niente di più meritevole che te soltanto! Tu solo sei per lei tutto in tutto, e per te lei darebbe l’intero mondo! Dimmi: ‘Quale delle due tu sceglieresti?’.

22. Tu dici: ‘Caro amico! La seconda mi è più cara per un intero trilione di volte; infatti, cosa m’importa di un paio di camicie e di calzini? Qui è chiaramente visibile che la prima cerca solo di conquistarmi obbligandomi al riconoscimento dei suoi meriti. L’altra invece cerca di conquistarmi con il suo amore. Lei è al di sopra di tutto il meritorio e non conosce nulla di più alto al di fuori di me e del mio amore. Questa io prenderei per moglie!’.

23. ‘Bene’, ti dico mio caro amico, non vedi qui chiaramente l’essenza di Marta e di Maria? Non vedi tu ugualmente ciò che disse il Signore all’occupata Marta secondo la Legge, e cosa all’inoperosa Maria?

24. Da ciò tu puoi nondimeno scorgere pure che cosa richiede il Signore a ciascuno oltre la Legge e, nello stesso tempo, ciò che dà a riconoscere in modo tangibile in cosa consiste l’amore dell’uomo per Dio. – Proprio per questo motivo il Signore, eccitato nel Suo Cuore, maledice perfino gli osservanti letterali della Legge (vale a dire gli scribi e i farisei), elogia il doganiere peccatore e rende veramente accessibile il Regno dei Cieli a ladri, meretrici e adulteri, e non agli aridi trebbiatori della lettera.

25. Perciò io, l’obiettore, domando ora ancora una volta, con pienissimo diritto: ‘Secondo quale misura si deve amare Dio sopra ogni cosa?’. Se ho la misura, allora ho tutto, ma se non ce l’ho, allora io amerei come uno che non sa cosa sia l’amore! Perciò, ancora una volta, ripeto la domanda: ‘Come si deve amare Dio sopra ogni cosa?’.

26.Ed io, Giovanni, dico: ‘Amare Dio sopra ogni cosa, significa: ‘Amare Dio al di sopra di ogni Legge!’.

27.Come questo può essere, lo dovrà mostrare il seguito!

 

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Cap. 36

Come amare Dio sopra ogni cosa?

(Parla Giovanni)

1. Dunque, per venire a sapere e comprendere radicalmente come si deve amare Dio al di sopra della Legge, si deve sapere che la Legge, in e per sé, non è altro che l’arida via che porta al vero e proprio amore per Dio.

2. Chi comincia ad amare Dio nel suo cuore ha già percorso la via, ma chi ama Dio solo con l’osservanza della Legge, questi con il suo amore è un perenne viandante sulla via, dove non cresce nessun frutto, e dove, non di rado i briganti e i ladri sono in attesa del viandante.

3. Chi invece ama Dio in modo puro, Lo ama già sopra ogni cosa. Infatti, amare Dio sopra ogni cosa significa già: ‘AmarLo al di sopra di ogni Legge!’. Chi è fuori sulla via deve procedere continuamente passo per passo, nella maniera più faticosa, per raggiungere la meta prefissata. Chi invece ama subito Dio, salta oltre l’intera via, quindi oltre l’intera Legge, e in questo modo egli ama Dio sopra ogni cosa.

4. A questo punto si dovrebbe forse dire: “Questo suona strano, poiché secondo i nostri concetti, ‘amare Dio sopra ogni cosa’ significa: amare Dio più di ogni cosa al mondo”. – “Bene”, dico io, e tuttavia nello stesso tempo domando: “Quale misura ha l’uomo per misurare un tale amore? L’obiettore ha esposto abbastanza chiaramente quali siano questi criteri di misura del massimo amore possibile per l’uomo nel mondo, e ha mostrato che l’uomo, in questo modo, non ha assolutamente nessun criterio di misura per valutare l’amore per Dio al di sopra di ogni cosa.

5. Io però dico: “Attraverso la Legge che è stata data, non è stato del tutto descritto come deve comportarsi l’uomo nella sua brama per le cose terrene?”. Nella Legge sono quindi rappresentate tutte le cose, e oltre a ciò è data la giusta limitazione per l’amore dell’uomo, secondo la quale ogni uomo deve comportarsi nei confronti delle cose terrene.

6. Se ora però qualcuno ama Dio al di sopra della Legge, questi Lo ama sicuramente anche oltre tutte le cose terrene, perché, come detto, proprio attraverso la Legge viene esposto il giusto impiego delle cose terrene e quale deve essere il comportamento verso le stesse secondo l’Ordine divino. Una breve aggiunta collocata appositamente renderà l’intera questione chiara come il Sole.

7. Il Signore dice al giovane ricco: «Vendi tutto, spartiscilo tra i poveri e seguiMi!». Ma che significa questo? In altre parole nient’altro che questo: ‘Se tu, giovane, hai osservato la Legge, allora elevati adesso al di sopra della stessa; restituisci al mondo tutte le leggi e tutte le sue cose, e poi rimani presso di Me, allora avrai la Vita!’.

8. Chi non riconoscerà qui, cosa significa amare Dio al di sopra della Legge?

9. Ulteriormente il Signore dice ai discepoli: «Se voi non diventerete come questo fanciullo, non entrerete nel Regno di Dio». Che vuol dire dunque questo? Nient’altro che:

10. Se non venite a Me come questo fanciullo, senza stimare alcunché nel mondo, né la Legge, né le cose del mondo, e non Mi afferrate con tutto l’amore come questo fanciullo, allora non entrerete nel Regno di Dio! – E perché no? Perché il Signore stesso dice nuovamente: «Io sono la Via, la Verità e la Vita! Chi dunque vuol venire a Me, che sono perfettamente una cosa sola con il Padre, deve entrare attraverso di Me nell’Ovile, ovvero, nel Regno di Dio!».

11. Quindi, fino a che uno non afferra il Signore stesso, nel frattempo non potrà giungere a Lui, anche se avesse osservato mille leggi in maniera immutabile come una roccia. Poiché chi è ancora sulla via, non è ancora presso il Signore. Chi invece è presso il Signore, che cosa dovrebbe avere a che fare ancora con la via?

12. Qui tra di voi ci sono però degli stolti, e se ne contano molte centinaia di migliaia che tengono in molta maggior considerazione la via, che non il Signore. E quando essi sono già presso il Signore, allora si voltano di nuovo e si allontanano da Lui, solo per stare sulla misera via! Costoro trovano più gioia nella servitù, nella schiavitù, nel duro giogo, che nel Signore, il Quale rende libero ciascuno. «Il Suo giogo è oltremodo leggero e dolce è il Suo carico». Leggero il giogo, affinché nel corso della vita non opprima alle calcagna dell’amore per il Signore, e molto dolce è il carico poiché è l’unica legge dell’Amore! – Inoltre, vediamo un esempio.

13. Il giusto fariseo elogia se stesso sulla via; il pubblicano trova invece l’intera via estremamente gravosa. Egli, infatti, non riesce mai a scorgere la meta della stessa. Perciò si china assai profondamente nel suo cuore dinanzi al Signore, riconoscendo la propria debolezza e incapacità a seguire precisamente la via. Ma proprio per questo afferra Dio, il Signore, con il suo cuore e fa, per mezzo di ciò, un salto da gigante oltre l’intera via gravosa, raggiungendo con ciò la sua destinazione!

14. Chi non afferrerà qui, con le mani, cosa significa ‘amare il Signore sopra ogni cosa’? – Quindi andiamo oltre. Marta è sulla via, Maria è alla meta! Qui non c’è bisogno quasi più di dire altro su questo, perché si mostra troppo chiaro ed evidente che cosa significa ‘amare il Signore sopra ogni cosa’.

15. Ma se vogliamo avere ancora più chiara la cosa nel caso non fosse sufficiente, allora osserviamo la scena in cui il Signore chiede per tre volte a Pietro se lui Lo ama. – Perché glielo chiede per tre volte? Perché il Signore sapeva in ogni caso che Pietro Lo amava, e sapeva anche che Pietro alle tre domande uguali avrebbe dato la risposta equivalente con la stessa bocca e con lo stesso cuore. Questo il Signore lo sapeva. Quindi non per questo Egli ha posto questa domanda a Pietro, ma perché Pietro dovesse riconoscere che egli era libero e che amava il Signore oltre ogni Legge. E così la prima domanda: «Pietro, Mi ami tu?», significa: “Pietro, Mi hai tu trovato sulla via?”. Pietro lo afferma, e il Signore dice: «Pasci le Mie pecorelle», il che significa: ‘Insegna dunque anche ai fratelli a trovarMi!’. – La seconda domanda: «Pietro, Mi ami tu?», significa: ‘Pietro, sei tu presso di Me, sei tu alla porta?’. – Pietro lo afferma, e il Signore dice: «Allora pasci le Mie pecorelle!», ovvero: ‘Allora porta anche i fratelli, in modo che siano presso di Me alla porta della Vita!’. – E per la terza volta il Signore domanda a Pietro: «Mi ami tu?», che equivale a dire: ‘Pietro, sei tu al di sopra di ogni Legge? Sei tu in Me come Io in te?’. Pietro, timoroso, risponde di sì, e il Signore dice un’altra volta: «Allora pasci le Mie pecorelle e seguiMi!», il che equivale a dire: ‘Allora porta anche i fratelli, affinché siano in Me e dimorino nel Mio Ordine e Amore, al par di te’.

16. Seguire il Signore, infatti, significa: ‘Dimorare nell’Amore del Signore’. Io ritengo che dire ancora di più su ciò che significa amare Dio sopra ogni cosa, sarebbe superfluo. E dato che ora sappiamo questo e abbiamo riconosciuto la Luce della luce, allora vogliamo recarci subito nella dodicesima e ultima sala.

 

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Cap. 37

Dodicesima sala, dodicesimo Comandamento

L’amore per il prossimo

(Parla Giovanni)

1. Ci siamo, e qui nel mezzo di questa grande e meravigliosa sala scorgiamo ugualmente un’ulteriore lavagna solare, e nel centro di questa sta scritto con scrittura rosso luminoso: «Questo è uguale al primo, che tu ami il prossimo tuo come te stesso; in ciò sta la Legge e i profeti». – A questo punto qualcuno potrebbe subito obiettare e dire: “Come deve essere inteso tale ‘amare il prossimo come se stessi?’. Se l’amor proprio, o l’egoismo, è un vizio, di conseguenza anche l’analogo amore per il prossimo non può essere altro che un vizio, poiché l’amore per il prossimo, presentato in questo modo, pone evidentemente come base l’amor proprio, o l’egoismo. Se io voglio vivere da uomo virtuoso, allora non posso amare me stesso. Ma se non posso amare me stesso, allora non posso neppure amare il prossimo, dovendo la condizione dell’amore per il prossimo corrispondere, in modo perfettamente conforme, alla condizione dell’amor proprio. Di conseguenza ‘amare il prossimo come se stessi’, significa non amare affatto il prossimo, perché non si deve neanche amare se stessi!”.

2. Vedete, questa sarebbe già un’obiezione talmente banale, alla quale non dovrebbe essere affatto difficile ribattere, poiché l’amor proprio di ogni uomo rappresenta tanto quanto la propria stessa vita; allora si comprende da sé in questo grado il naturale amor proprio, poiché non avere amor proprio, significherebbe tanto quanto non avere nessuna vita!

3. Qui perciò si tratta di riconoscere la differenza tra il giusto e l’ingiusto amor proprio.

4. L’amor proprio è ‘giusto’ quando non si ha nessun maggior desiderio per le cose del mondo, di quello che vi ha assegnato la giusta misura dell’Ordine divino, misura che è stata sufficientemente indicata nel settimo, nono e decimo Comandamento. Se l’amor proprio desidera oltre questa misura, allora oltrepassa i limiti stabiliti dall’Ordine divino e, col primo superamento, deve essere considerato già come peccato. Di conseguenza anche l’amore per il prossimo è da ripartire secondo questa misura; infatti, se qualcuno ama un fratello oppure una sorella oltre questa misura, allora pratica idolatria con suo fratello o con sua sorella, e con ciò non li rende migliori, bensì peggiori.

5. I frutti di tale eccessivo amore per il prossimo sono per lo più tutti i dominatori dei popoli odierni e di ogni tempo. – Come mai dunque? Ad esempio, un qualche popolo ha amato oltre la giusta misura uno dei suoi membri per i suoi talenti più brillanti e lo ha reso sovrano su di sé, ma poi ha dovuto rassegnarsi ad essere gravemente castigato da lui o dai suoi discendenti per questa cattiva abitudine.

6. Qui si dirà: “Ma re e principi ci devono pur essere, per guidare i popoli, ed essi sono posti da Dio stesso!”. – Io invece voglio farmi avanti non proprio negando, ma qui, in quest’occasione, voglio chiarir la cosa così com’è e come dovrebbe essere.

7. Cosa disse il Signore al popolo israelita quando pretese un re? Nient’altro che questo: «A tutti i peccati che questo popolo ha commesso dinanzi a Me, ha aggiunto anche il più grande, perché è insoddisfatto della Mia conduzione e pretende un re!». Io ritengo che da questa frase si scorga a sufficienza che i re provenienti dal popolo vengono dati da Dio, non come benedizione, bensì come un giudizio.

8. Domanda: “Sono necessari i re al fianco di Dio per la conduzione dell’umanità?”. – A questa domanda può essere data la stessa risposta che si darebbe a un’altra domanda, la quale suona così: “Il Signore, con la creazione del mondo e con la creazione dell’uomo, ha forse avuto bisogno di un qualche aiutante?”.

9. Altra domanda: “Quali re e principi aiutano il Signore in ogni tempo, come pure nel presente, per mantenere i mondi nel loro ordine e guidarli nelle loro orbite? Di quale duca ha Egli bisogno per i venti? Di quale principe, per l’emanazione della luce, e di quale re per la sorveglianza dello spazio infinito di mondi e di soli?”. Ma se il Signore, senza il principesco e reale aiuto umano, è in grado di cingere Orione, di dare al Cane Maggiore il suo nutrimento e mantenere nell’ordine più immutabile il grande popolo di mondi e soli, dovrebbe aver bisogno di insediare re e principi presso gli uomini di questa Terra, affinché Lo aiutino nelle Sue faccende?

10. Se riandiamo alla storia primordiale di ogni popolo, troveremo che ognuno, inizialmente, aveva una forma di governo puramente teocratica, e questo significa che non avevano su di loro nessun altro signore che Dio soltanto. Solo con il tempo, quando qua e là i popoli divennero insoddisfatti con il Governo oltremodo indipendente e quanto mai liberale di Dio – perché sotto tale Governo le cose andavano per loro troppo bene – cominciarono ad amarsi l’un l’altro eccessivamente, e di solito un qualche uomo era generalmente amato a causa di speciali talenti, e lo si richiedeva per guida. Ma non ci si fermò alla funzione di guida, poiché la guida dovette emanare leggi, le leggi dovettero essere sanzionate, e così da guida divenne un signore, un dominatore, un patriarca, poi un principe, un re e un imperatore.

11. Quindi, imperatori, re e principi non sono mai stati scelti da Dio, bensì solo confermati quale un giudizio per quegli uomini che, in seguito alla loro libera volontà, hanno voluto scegliere tali imperatori, re e principi fra il popolo, concedendo loro ogni potere su se stessi.

12. Io penso che quest’illuminazione basterà per scorgere che ogni eccesso, tanto nell’amor proprio quanto in quello per il prossimo, è un orrore dinanzi a Dio.

13. Di conseguenza, amare il prossimo come se stessi significa ‘amare il prossimo nell’Ordine divino dato’, quindi in quella giusta misura che è stata assegnata da Dio a ogni uomo fin dal primo inizio. Chi non riesce ancora a comprendere questo fino in fondo, a questi voglio aggiungere ancora un paio di esempi, dai quali potrà scorgere chiaramente quali conseguenze porta con sé un eccesso come l’altro.

14. Supponiamo che in un qualche villaggio viva un milionario. Questi renderà felice il villaggio, oppure lo precipiterà nell’infelicità? Vogliamo vederlo. – Il milionario vede che le banche pubbliche sono traballanti; che fa? Vende le sue obbligazioni e, al posto di queste, compera proprietà fondiarie. Il sovrano, del quale egli prima era solo un suddito, si trova come al solito in grande penuria di denaro. Il nostro milionario è pregato a prestare dei capitali al sovrano. Egli lo fa con buoni interessi e con la sicura ipoteca del sovrano stesso. I suoi vicini e gli altri abitanti del villaggio hanno pure bisogno di denaro. Egli lo presta loro senza esitazione, registrandoli nel libro dei conti. La faccenda continua alcuni anni. Il sovrano diventa sempre più bisognoso e i suoi vicini del villaggio non diventano più ricchi. Che succederà? Il nostro milionario colpisce per primo il sovrano, e questi, non più in possesso di un quattrino, deve arrendersi incondizionatamente, e per pura magnanimità riceve al massimo un importo occorrente per un viaggio, e il nostro milionario diventa detentore del potere e, nello stesso tempo, padrone dei suoi vicini a lui debitori. A questi, poiché non sono in grado di pagare né capitali né interessi, vengono subito stimati e pignorati i beni.

15. Qui abbiamo le conseguenze del tutto naturali della fortuna che un milionario, o un possessore di un eccesso di amor proprio, ha preparato agli abitanti del villaggio. Non c’è bisogno di dire altro su questo. – Ora però passiamo al secondo caso.

16. In un qualche luogo vive una famiglia estremamente bisognosa. Essa ha appena il sufficiente per campare la vita giorno dopo giorno assai stentatamente. Un uomo oltremodo ricco e, caso raro, anche caritatevole, fa la conoscenza di questa povera, ma altrimenti brava e stimabile famiglia. Egli, in possesso di parecchi milioni, se ne impietosisce e pensa tra sé: ‘Voglio far veramente felice questa famiglia in un colpo solo. Voglio donarle una proprietà e in aggiunta anche un considerevole patrimonio di un mezzo milione. A ciò voglio avere la gioia di vedere come si illumineranno in maniera particolare i volti di questi poveretti’. – Egli fa come ha deciso. Per un’intera settimana la famiglia non fa che versare lacrime di gioia, anche al caro Signore Iddio viene corrisposto qualche “Dio sia ringraziato”.

17. Osserviamo però questa famiglia resa felice, solo circa un anno dopo, e scopriremo in essa tutto quel lusso che è sempre di casa solo nelle dimore dei ricchi. Questa famiglia diventa nel contempo anche più dura di cuore e ora si adopereranno a vendicarsi, di nascosto, di tutti coloro che non hanno voluto guardare nella loro miseria. Il “Dio sia ringraziato” scompare, ma in compenso vengono introdotte carrozze padronali, servi in livrea[20] e altro ancora.

18. Si domanda: “Questo grande eccesso di amore per il prossimo ha giovato o danneggiato questa famiglia povera?”. – Io ritengo che in questo caso non occorrano molte parole, bensì basta solo allungar le mani verso tutto quel lusso e si comprenderà fino all’esattezza di un pelo quale utilità per la vita eterna questa famiglia ha ricavato dall’eccesso d’amore per il prossimo riversato su di essa. Da ciò risulta evidente che sia l’amore per il prossimo, così come anche l’amor proprio, devono sempre rimanere nei limiti della giusta misura stabilita dall’Ordine divino.

19. Se l’uomo ama sua moglie più del dovuto, la guasterà. Essa diventerà vanitosa, si stimerà moltissimo e diventerà una cosiddetta civetta. L’uomo avrà a stento mani a sufficienza per allungarle dappertutto così da soddisfare le pretese di sua moglie.

20. Anche un promesso sposo, se ama troppo la sua promessa sposa, la renderà sfacciata e, alla fine, infedele.

21. Perciò la giusta misura dell’amore è necessaria dappertutto. Tuttavia l’amore per il prossimo consiste in qualcosa del tutto diverso da quello che abbiamo imparato a riconoscere finora. – Ma in che cosa consista l’amore per il prossimo nella maniera spirituale più interiore, vogliamo imparare a riconoscerlo chiaramente nel seguito di questa comunicazione.

 

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Cap. 38

In cosa consiste il vero amore per il prossimo?

(Parla Giovanni)

1. Per conoscere radicalmente in cosa consiste il reale vero ‘amore per il prossimo’, si deve prima sapere e comprendere a fondo chi è del tutto realmente un prossimo. In ciò sta il nodo principale della questione. Si dirà: “Da dove si deve apprendere questo? Il Signore stesso, infatti, quale unico Enunciatore dell’amore per il prossimo, non ha dato da nessuna parte definizioni più precise. Quando gli scribi Gli domandarono chi fosse il prossimo, Egli mostrò loro semplicemente in una parabola chi era ‘il prossimo’ con quel noto samaritano vittima di una disgrazia; in altre parole fu un altro samaritano che lo portò nella locanda dopo aver prima versato olio e vino sulle sue ferite.

2. Tuttavia, da ciò risulta che solo sotto certe circostanze gli uomini vittime di una disgrazia hanno ‘il prossimo’ nei loro benefattori, e quindi, all’opposto, sono anche ‘il prossimo’ per i loro benefattori. Se dunque esiste ‘un prossimo’ solo sotto queste circostanze, allora, cos’hanno per prossimo quegli uomini comuni che non hanno dovuto subire una disgrazia, né si son trovati una volta nella situazione di soccorrere una vittima di un incidente? Non esiste dunque nessun testo di carattere generale che indichi più precisamente ‘il prossimo’? Infatti, in questa parabola, da una parte c’è soltanto l’estremo bisogno, e dall’altra parte una grande agiatezza, congiunta con un buon cuore, che si trovano uno di fronte all’altro a rappresentare il prossimo”.

3. Vogliamo perciò vedere se non si trovano simili testi più estesi. Qui ce ne sarebbe uno, e questo suona così:

4. «Benedite coloro che vi maledicono, e fate del bene ai vostri nemici!». – Questo sarebbe un testo dal quale si scorge chiaramente che il Signore ha esteso molto ampiamente l’amore per il prossimo, non avendo escluso perfino i nemici e i bestemmiatori.

5. Inoltre, un altro testo suona così: «Fatevi amici con l’ingiusto mammone». – Cosa vuole indicare con ciò il Signore? Nient’altro se non che l’uomo non deve lasciarsi sfuggire nessuna occasione per fare del bene al prossimo. Egli permette perfino, preso sotto l’aspetto esteriore, un’evidente appropriazione indebita dei beni di un ricco se, con ciò, certo solo nel caso di estremo bisogno, possono essere aiutati molti o perlomeno parecchi bisognosi.

6. Ulteriormente troviamo un testo in cui il Signore dice: «Ciò che di bene voi fate a uno di questi poveri nel Mio Nome, lo avete fatto a Me». Il Signore convalida questa frase con la descrizione del ‘giorno del giudizio’ o giudizio spirituale; qui Egli dice agli eletti: «Io venni da voi nudo, affamato, assetato, malato, prigioniero e senza tetto né mestiere, e voi Mi avete accolto, curato, vestito, sfamato e dissetato» – e ugualmente disse agli abbietti che questo non lo avevano fatto. I buoni si scusarono come se non lo avessero mai fatto, e i cattivi come se certamente lo avessero fatto se Egli fosse venuto da loro. E il Signore indica poi con chiarezza:

7. «Qualsiasi cosa voi avete fatto o non fatto ai poveri nel Mio Nome, valeva per Me».

8. Da questo testo è rivelato già abbastanza chiaramente il vero e proprio amore per il prossimo, e viene mostrato chi è, di conseguenza, propriamente il prossimo.

9. Noi però vogliamo considerare ancora un testo, e questo suona così: «Se preparate dei banchetti, non invitate coloro che possono ripagarvi con un altro banchetto. Per questo non avrete alcuna ricompensa in Cielo, poiché l’avete ricevuta nel mondo. Invitate invece i bisognosi, storpi, infermi, in ogni riguardo uomini poveri, i quali non vi possono ripagare, allora avrete la vostra ricompensa in Cielo. Così pure prestate il vostro denaro a coloro che non ve lo possono restituire, così ne trarrete profitto per il Cielo. Se invece prestate il vostro denaro a coloro che ve lo possono restituire con gli interessi, allora è finita con la vostra ricompensa. Quando fate elemosina, allora fatela in silenzio, e la vostra mano destra non deve sapere quello che fa la sinistra; e il Padre vostro nel Cielo, che vede di nascosto, vi benedirà per questo e vi ricompenserà nel Cielo!

10. Io ritengo che da questi testi si dovrebbe afferrare già quasi con le mani chi è indicato dal Signore come il vero e proprio prossimo. Vogliamo perciò vedere quale senso sta dietro a tutto questo.

11. Dappertutto noi vediamo, da parte del Signore, soltanto i poveri posti di fronte ai benestanti. Cosa ne consegue? Nient’altro che, da parte del Signore, i poveri sono indicati e posti come il vero e proprio prossimo di fronte ai benestanti, e non i ricchi di fronte ad altri ricchi e i poveri di fronte ad altri poveri. I ricchi verso i ricchi possono considerarsi come ‘prossimo’ solo allora, quando si uniscono per gli stessi scopi buoni e a Dio compiacenti. I poveri invece stanno di fronte ai poveri altrettanto come prossimo solo allora, quando si uniscono fraternamente tra loro secondo le possibilità, nella pazienza e nell’amore per il Signore.

12. Il primo grado dell’amore per il prossimo rimane perciò sempre tra i benestanti e i poveri, e tra i forti e i deboli, e sta nello stesso rapporto con quello tra genitori e figli.

13. Ma perché i poveri di fronte ai benestanti, i deboli di fronte ai forti, come i figli di fronte ai genitori, devono essere considerati e trattati come il prossimo più vicino? Questo è dovuto per nessun altro motivo che dal seguente del tutto semplice, perché il Signore, quale ‘il prossimo’ più vicino per ogni essere umano, in questo mondo rappresenta Se stesso, secondo la Sua stessa dichiarazione, di preferenza nei poveri e nei deboli, come nei figli. Infatti, Egli stesso dice: «Quello che fate ai poveri, lo avete fatto a Me!». Voi non Mi avrete sempre personalmente tra di voi, voleva dire il Signore, ma tra di voi avrete sempre i poveri, per così dire, quali Miei perfetti rappresentanti.

14. Così il Signore parlò anche di un bambino: «Chi accoglie un tale fanciullo nel Mio Nome, accoglie Me».

15. Da tutto questo risulta però che gli uomini, secondo il grado maggiore o minore, devono considerarsi l’un l’altro come ‘prossimo’, quanto maggiore o minore sono ricolmi dello Spirito del Signore. Il Signore tuttavia non dispensa il Suo Spirito ai ricchi del mondo, bensì sempre soltanto ai poveri, deboli e minori del mondo. Il povero è perciò sempre più ricolmo dello Spirito del Signore, perché Egli è un povero, infatti, la povertà è certo una parte principale dello Spirito del Signore.

16. Chi è povero, nella sua povertà ha somiglianza con il Signore, mentre il ricco non ne ha nessuna. Costoro il Signore non li conosce. I poveri invece li conosce. Perciò i poveri devono essere il prossimo dei ricchi, dai quali essi, i ricchi, devono venire se vogliono avvicinarsi al Signore, poiché è impossibile che i ricchi si possano considerare il prossimo del Signore. Il Signore stesso, con la narrazione del ricco epulone, ha mostrato l’infinito abisso tra Lui e loro. Solo il povero Lazzaro Egli lo pone nel grembo di Abramo, quindi il più vicino a Lui, al Signore.

17. Anche nell’occasione del giovane ricco il Signore indicò chi doveva essere il suo prossimo prima che potesse di nuovo venire da Lui e seguirLo, e dappertutto il Signore rappresenta i poveri, come pure i bambini, quali i più prossimi a Lui, oppure anche quali Suoi veri e propri rappresentanti. Sono questi che i benestanti devono amare come se stessi, non però nel contempo anche i loro pari. Infatti, per questo il Signore disse che questo Comandamento dell’amore per il prossimo è uguale al primo, tramite il quale Egli voleva dire nient’altro che questo: «Quello che fate ai poveri, lo fate a Me!».

18. Che però i ricchi non debbano considerarsi l’un l’altro come prossimo, risulta chiaro esaminando quando il Signore disse che i ricchi non devono invitare altri ricchi come ospiti, e non devono prestare il loro denaro ad altri ricchi, e risulta chiaro anche dal fatto che non ha comandato al giovane ricco di distribuire i suoi beni ai ricchi, bensì ai poveri.

19. Ma se un qualche ricco volesse dire: “I miei prossimi più vicini sono tuttavia i miei figli!”, allora io dico: “Assolutamente no!”. Infatti, il Signore accolse solo un bambino povero che chiedeva l’elemosina lungo la via e disse: «Chi accoglie un tale fanciullo nel Mio Nome, accoglie Me». Con i bambini dei ricchi il Signore non ha mai avuto qualcosa da fare.

20. Per questo motivo, quando il ricco provvede in modo scrupoloso per i propri figli, commette un rilevante peccato verso l’amore per il prossimo. Il ricco provvede meglio di tutto ai propri figli quando si preoccupa per un’educazione compiacente al Signore e non risparmia il suo patrimonio per loro, bensì quando lo devolve per la maggior parte ai poveri. Se fa questo, allora il Signore afferrerà i suoi figli e li guiderà sulla via migliore. Se non lo fa, allora il Signore distoglierà via il Suo volto da loro, ritirerà le Sue mani e abbandonerà la loro delicatissima giovinezza nelle mani del mondo; il che significa nelle mani del diavolo, affinché poi diventino figli del mondo, uomini del mondo, il che equivale a dire: diventare diavoli stessi.

21. Se sapeste quanto sono maledetti da parte del Signore, nel modo più spaventoso fino al più basso, terzo grado dell’inferno, tutti i capitali sociali e particolarmente i fedecommessi([21]), allora voi dallo spavento e dall’angoscia raggelereste fino alla durezza di un diamante!

22. Perciò tutti i ricchi, dovunque possano essere, devono prendersi a cuore il più possibile quanto detto: distogliere il loro cuore il più possibile dalle loro ricchezze e, con tali ricchezze, fare il più possibile del bene, se vogliono scampare all’eterna fucina annerita, poiché nell’aldilà c’è un duplice istituto annerito. Uno di lunga durata in luoghi tenebrosi, dai quali si dipartono solo sentieri inconcepibilmente stretti, dinanzi ai quali ai viandanti non va molto meglio che ai cammelli dinanzi alle crune degli aghi. C’è però anche un eterno istituto annerito, dal quale, per quanto ne so finora io, non si diparte nessun sentiero. – Questo quindi è da prendere in considerazione per i ricchi, come anche per ciascuno che possiede in qualche modo tanto, da poter fare ancora qualcosa per i poveri. Da questo, quindi, è ora dimostrato in che cosa consiste il vero e proprio amore per il prossimo. Perciò anche qui, nel Sole, esso viene insegnato e continuamente praticato. – Ma come ciò avvenga, vogliamo osservarlo in seguito più da vicino.

 

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Cap. 39

Lezione pratica agli allievi ultraterreni sull’amore per il prossimo

(Parla Giovanni)

1. Voi sapete che con il solo teorico sapere e credere non si può fare qualcosa da nessuna parte. A che serve a qualcuno se ha imbottito la testa con mille teorie, sia pure esatte? A che serve a qualcuno se ritiene in modo assoluto per vero tutto ciò che sta scritto nel libro della Vita? Tutto ciò serve precisamente tanto quanto se qualcuno avesse appreso alla lettera tutte le teorie musicali e fosse giunto anche alla convinzione che, se si servisse della teoria pratica, sul serio riuscirebbe a produrre le più meravigliose composizioni, o per lo meno diventare un eccellente virtuoso nell’uno o nell’altro strumento. Si domanda: “Con tutte queste fondamentali conoscenze teoriche, sarà in grado di comporre un pezzo di qualche valore, senza la minimissima abilità pratica? Oppure riuscirà a cantare anche solo la battuta più facile di una composizione, oppure eseguirla su uno strumento musicale?”. Sicuramente no, poiché senza esercizio pratico, non serve nessuna teoria!

2. È lo stesso come se ci fosse un qualche stolto padre che curasse certamente suo figlio e formasse il suo intelletto, ma gli tenesse i piedi sempre legati. Si domanda: “Potrebbe camminare il figlio, sebbene avesse visto camminare gli altri e avesse imparato da un maestro di ballo spagnolo, in via teorica, tutti gli aspetti e movimenti dei piedi?”. Il primo passo che egli oserà fare, riuscirà già così incerto che il figlio, istruito solo teoricamente, giacerà subito a terra.

3. Con ciò è dimostrato più che chiaramente che il solo sapere, senza pratica, non serve a nulla! Poiché il sapere è un lampadario ardente in una sala vuota, la cui luce arde soltanto per se stessa e a nessuno reca utilità. Perciò, l’effettivo esercizio di ciò che si è riconosciuto e si sa, è assolutamente la sola cosa principale, e poiché nel Regno degli spiriti purissimi è sempre preferibile l’azione, e la regola principale di ogni azione spirituale è l’attività proveniente dall’amore per il prossimo, così proprio questo Comandamento dell’amore per il prossimo viene pure insegnato qui più praticamente che teoricamente. Ma come?

4. Questi allievi, come voi vedete, sono già cresciuti, e in svariate occasioni vengono presi dagli spiriti già più perfetti e devono imparare a distinguere, specialmente con i nuovi arrivati dalla Terra, il vero prossimo, il meno prossimo e poi anche il lontano. Essi qui devono riconoscere come comportarsi con il prossimo, con il meno prossimo e con il lontano.

5. Com’è noto, il sentimento di compassione dei giovani è maggiore di quello degli uomini maturi, perciò succede anche che questi nostri allievi accolgano, con grande compassione e grande pietà, tutti coloro che incontrano.

6. Essi vorrebbero subito introdurre tutti nel Cielo, non sapendo ancora, per esperienza, che il Cielo offre una grande beatitudine solo al vero e proprio prossimo. Invece al meno prossimo e al lontano è un grande, anche ultragrande tormento! Quindi in queste occasioni essi imparano, proprio completamente, a riconoscere come il vero e proprio amore per il prossimo consiste nel fatto che si deve lasciare a ogni essere la sua libertà e nel dargli il proprio amore.

7. Poiché, se a qualcuno si vuol fare qualcosa di diverso da quello che il suo amore chiede, non gli si è dimostrato nessun servizio d’amore. Se uno prega il suo vicino per una giacca, e il vicino gli dà invece una forma di pane, sarà con ciò soddisfatto il chiedente? Sicuramente no, poiché egli ha pregato solo per una giacca, e non per il pane.

8. Se qualcuno va in una casa e chiede una sposa, e gli si dà invece della sposa una cesta piena di sale, sarà egli soddisfatto con questo? E se qualcuno volesse percorrere una via che porta in un luogo posto a nord, dove ha da sbrigare una faccenda, un amico invece fa attaccare i cavalli alla sua carrozza, prende l’uomo d’affari che deve andare a nord e si dirige con lui verso sud, gli sarà dato aiuto con questo?

9. Perciò gli spiriti, prima di voler mettere in pratica il loro amore per il prossimo, devono esaminare precisamente la specie di amore degli spiriti che vengono portati a loro. Come si trova questo amore, proprio così deve anche essere operato secondo questo amore.

10. Chi vuole andare all’inferno, deve avere là la sua scorta, poiché così è il suo amore, senza il quale per lui non c’è nessuna vita. E chi vuole andare in Cielo, a questi deve essere data quella guida, affinché egli, purificato sulle giuste vie, giunga poi perfettamente idoneo nel Cielo e là possa esistere come un vero cittadino santificato.

11. Non è però neppure sufficiente portare uno spirito nell’uno e stesso Cielo, bensì il Cielo deve corrispondere fino a un atomo all’amore dello spirito, poiché ogni altro Cielo non sarebbe compatibile con quel cittadino celeste, e gli andrebbe come ad un pesce fuor dall’acqua.

12. La specie d’amore di ogni uomo, infatti, è l’elemento vitale a lui proprio. Se non lo trova, allora la sua vita è presto finita. Perciò anche l’amore per il prossimo, nel Regno degli spiriti puri, deve essere purificato e formato in modo estremamente preciso e giusto, prima che questi spiriti siano in grado veramente di accogliere nell’Ordine divino sia i nuovi arrivati in modo davvero beatificante e vivificante, come anche quelli già esistenti da lungo tempo nel Regno degli spiriti.

13. La formazione di questo amore per il prossimo e la sua purificazione, consiste dunque di indagare e riconoscere la specie di amore negli spiriti, e poi però riconoscere e comprendere anche le vie dell’Ordine divino, sulle quali condurre questi spiriti e come guidarli.

14. A nessuno spirito può esser fatta una qualche violenza. La sua libera volontà, abbinata con la sua conoscenza, stabilisce la via e l’amore dello spirito, e il modo e maniera come bisogna guidarlo sulla stessa.

15. Solo se gli spiriti arrivano al luogo del loro amore ad essi conveniente e si presentano là maliziosi, solo allora è giunto il momento – però di nuovo solo secondo la specie di malignità – di agire contro di loro, punendoli.

16. E ora vedete come in tutto ciò che concerne l’amore per il prossimo, i nostri allievi vengono istruiti praticamente con la massima esattezza. Quando hanno raggiunto in questo un’abilità, essi ricevono la consacrazione del perfezionamento. Vengono assegnati agli uomini viventi sulla Terra come spiriti protettori per un tempo stabilito e precisamente proporzionato, più di tutto allo scopo di esercitarsi, in quest’occasione, nella vera pazienza del Signore. Voi a stento potete credere quanto sia difficile, per un tale spirito formato celestialmente, avere a che fare con gli uomini testardi di questa Terra, accondiscendendo al massimo grado, in modo tale che questi mai comprendono di essere accompagnati e guidati su tutte le vie, secondo il loro amore, da un tale spirito protettore.

17. In verità, non è una piccolezza, quando si è dotati di ogni forza e potenza e, quale spirito custode principiante, non poter invocare fuoco dal Cielo; bensì, dover stare continuamente a guardare, nella consapevolezza della propria potenza e forza, come quell’uomo a lui affidato sia pieno di ogni specie di malizia del mondo e si dimentichi sempre di più del Signore.

18. Una balia, rispetto al compito di uno spirito protettore che sta all’inizio della sua missione, con il bambino più maleducato e screanzato ha un purissimo cielo. Quante lacrime devono versare questi, e tutto il loro agire può consistere solo in un sussurrare assai sommesso alla coscienza, o al massimo, in occasioni straordinarie, nel prevenire certe sciagure che sono preparate dall’inferno ai mortali della Terra. In tutto il resto essi non possono operare.

19. Ora invece immaginatevi solo un poco il destino non raramente amaro di un cosiddetto maestro privato o maestro di corte, quando, per l’educazione, riceve dei bambini davvero rozzi e maleducati. Non è migliore la condizione di un taglialegna? Sicuramente, poiché il legno si lascia cadere e tagliare secondo la volontà del taglialegna, mentre il bambino rozzo si beffeggia della volontà del suo maestro. Nondimeno questa condizione è appena un’ombra lievissima in confronto a quella di uno spirito protettore, specialmente se il suo protetto è un avaraccio, un ladro, un rapinatore, un assassino, un giocatore, un fornicatore e adultero. Lo spirito protettore deve sempre stare a guardare passivamente tali atrocità, e non deve neanche minimamente intervenire contrastandole con tutta la sua forza. E se già in certe occasioni è permesso un intervento anticipato, allora egli nondimeno deve essere così avveduto che il protetto non deve essere per niente ostacolato nella sfera di libertà della sua volontà, bensì, al massimo, solo nell’effettiva attuazione della stessa.

20. Vedete, questo è dunque il secondo compito pratico in cui i nostri allievi consacrati devono esercitarsi nell’amore per il prossimo e principalmente nella pazienza del Signore. – Che cosa accade però con loro dopo questo esercizio di pazienza, lo mostrerà il seguito.

 

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Cap. 40

Essenza e conseguenze del vizio

Nel primo inferno

(Parla Giovanni)

1. Quando i nostri allievi, ben esercitati nella pazienza, ritornano dalla loro missione, di solito dopo il decesso da questo mondo esteriore di un protetto loro affidato, devono rimanere nella sua vicinanza ancora tanto a lungo, finché durerà lo stato naturale-spirituale dell’anima di un uomo seppur morto (fisicamente). Al tempo dello svelamento o segregazione, poiché ogni spirito deve comunque restare completamente abbandonato a se stesso[22], essi ritornano nuovamente nel Sole spirituale. Da lì passano in una nuova destinazione. Dove, però? Questo è molto facile da indovinare, se si considera che finora i nostri allievi hanno avuto occasioni a sufficienza per scorgere e riconoscere le illegalità, prima dal punto di vista scientifico-spirituali come apprendisti, poi praticamente come spiriti protettori.

2. Che però, dietro queste conoscenze ce ne sia ancora una terza, e dietro la terza pure una quarta, questo deve essere chiaro a ciascuno, affinché sappia che ogni vizio ha in sé una certa conseguenza che è la meta raggiunta, e che solo in questa meta è possibile riconoscerne la causa ovvero l’origine di quel vizio. Infatti, se qualcuno non ha ancora scorto le conseguenze di quel vizio e non ha ancora riconosciuto completamente la causa dello stesso, allora costui non avrà ancora un’avversione sufficientemente libera e ferma contro il vizio. Invece, una volta che avrà scorto tutto ciò e lo riconoscerà in modo vivente, come la conseguenza (di quel vizio) sia del tutto conforme all’ordine e irrevocabile, e come essa racchiuda già in sé tale causa, solo allora egli diventerà, per suo libero riconoscimento e volere, un avversario perfettamente fermo di ogni vizio.

3. Ma dove devono andare i nostri allievi per riconoscere ciò? Essi devono percorrere in lungo e in largo i diversi inferni al fianco di spiriti potenti e molto esperti, e precisamente dal primo fino all’ultimo e più basso. Nel primo e nel secondo essi scorgono le conseguenze del vizio, e specialmente nel secondo intravedono come, nelle conseguenze ancora ben visibili, si lasci scorgere il motivo del vizio sempre più in trasparenza, e solo nel terzo e più basso inferno essi imparano a riconoscere il motivo o la causa principale di ogni vizio.

4. Forse qualcuno potrebbe dire: “La conseguenza e la causa sono due punti di un cerchio che s’incontrano sull’uno e lo stesso punto, poiché sicuramente nessuno commette un’azione proveniente da un motivo diverso, che solo da ciò che egli vuole aver realizzato proprio come conseguenza della sua azione.

5. Se ad esempio una persona prende la decisione furtiva di derubare a qualcuno del denaro, a ciò lo spingono l’amore per il denaro e il guadagno per tale sua azione; questo è sicuramente il motivo del suo gesto. Una volta impossessatosi del denaro in modo furtivo, allora questa sua appropriazione sarà sicuramente la conseguenza della sua azione. Questo era ed è però nient’altro che il realizzato precedente motivo per l’azione stessa”.

6. Io però dico: “Se si considera la cosa da questo punto di vista, allora non si fa altro che commettere un alto tradimento al proprio riconoscimento, e con ciò si dimostra che non si è ancora mai avuto qualcosa a che fare con la sapienza interiore”. – Perciò vogliamo subito esporre un contro esempio, dal quale si potrà scorgere chiaramente che la conseguenza e la vera e propria causa dell’azione sono completamente diversi.

7. Prima di esporre l’esempio, dobbiamo però comunicare alcune frasi che fluiscono dall’Ordine divino, le quali, dall’eternità, indicano la conseguenza stabilita per ogni azione, nella quale poi, in accordo con l’azione, si potrà scorgere la causa.

8. Tali frasi suonano così: «Ogni azione ha una determinata corrispondente conseguenza, sanzionata da Dio! – Tale conseguenza è quel giudizio irrevocabile, al quale ogni azione è sottoposta!». Perciò è disposto dal Signore che, alla fine, ogni azione si giudichi da sé.

9. Allo stesso modo di come ogni buona azione è da supporre solo il Signore come causa, così avviene anche con ogni cattiva azione. Anche ogni cattiva azione ha quindi sempre una e la stessa causa. Queste sono le verità indiscusse.

10. Ora vogliamo illuminare queste a mo’ di esempi. Prendiamo un fornicatore. Costui, finché visse, praticò la lussuria senza riguardo e senza il minimo rispetto per qualsivoglia persona. Esteriormente nessuno poteva scorgere in lui le conseguenze di tale vizio, poiché il corpo non sempre è uno specchio delle conseguenze viziose, tuttavia quest’uomo, con il suo depravato modo di agire, avendo completamente abbassato il suo spirito nel rozzo amore materiale-carnale, ha sprecato le sue forze vitali sia dal punto di vista materiale che spirituale. Che cosa gli rimane alla fine? Nient’altro che una vita da polipo della sua anima. Questa giunge nell’aldilà con nient’altro che con la sua brama del piacere sensuale-carnale. La sua premura è come quella di un polipo, cioè continuare godere ininterrottamente alla sua maniera. Di una reazione che lo stimoli spiritualmente, non è più il caso di parlarne, essendo stato lo spirito, già durante la vita fisica, fuso fino all’ultima goccia con l’anima sensuale.

11. Domanda: “Può una tale anima, nell’aldilà, essere accessibile o idonea per un ravvivamento superiore?”. Chi vuol comprendere questo del tutto, si prenda una volta dal mare un polipo e provi se riesce a fargli fare un salto in alto. Questo lavoro non riuscirà certo a nessuno, poiché non appena leverà il polipo dal suo elemento melmoso e lo metterà in un luogo asciutto all’aria pura, il polipo molto presto morirà, si raggrinzerà, andrà in putrefazione e alla fine si seccherà in un ammasso vischioso.

12. Vedete, proprio lo stesso è il caso con una tale anima lussuriosa avida di piacere. Essa è come un polipo melmoso che ha una sola brama eccitante la vita, vale a dire quella del godimento. Tutta la sua intelligenza è concentrata a procurarsi il piacere. E quale ne sarà la conseguenza? Nient’altro che questo miserabile e altamente deplorevole stato dell’anima stessa, e precisamente la sempre più profonda ricaduta nella più grossolana e più bassa bestialità. E tale stato è proprio quello che è chiamato ‘il primo inferno’. Questa quindi ne è la conseguenza, e cioè la giusta conseguenza del tutto naturale secondo l’Ordine, tale per cui l’anima, attraverso questo modo di agire proibito, ritorna alla fine in quell’infimo stato animale dal quale precedentemente fu elevata verso l’alto dal Signore attraverso tanti gradini, fino a diventare un uomo libero.

13. Questo stato, come conseguenza alla brama del piacere, viene perciò reso così estremamente misero dal Signore, affinché con ciò lo spirito che si trova ancora nell’anima, desideri sempre più separarsi dalla sensualità. Quest’operazione è l’unica possibile, attraverso la quale una tale anima può forse ancora essere salvata, e a volte lo è, insieme al suo spirito. Poiché se l’anima fosse nutrita continuamente, allora diventerebbe sempre più forte nella sua brama, e in questo caso non si potrebbe mai parlare in eterno della salvezza dello spirito.

14. Invece, nel peggiore dei casi, qual è di solito la seconda conseguenza di questo necessario metodo di cura?

15. Ascoltate: poiché lo spirito di una tale anima era completamente una cosa sola con lei, allora anche tutto il suo amore è passato nella brama della sua anima. Ora, in seguito al digiuno dell’anima, lo spirito diventa più libero, allora si fa poi avanti malevolo e assai profondamente offeso e mortificato, poiché impedendo il nutrimento alla sua anima corporale, lo si è lasciato deperire per domarlo.

16. In seguito a quest’offesa e mortificazione, lo spirito passa in uno scatto d’ira e pretende un risarcimento. E dove lo troverà? Nel secondo inferno!

17. Ebbene: cos’è questo secondo inferno? Nient’altro che la conseguenza del primo, e in questa conseguenza si può già scorgere la vera e propria causa originaria del primo modo di agire.

18. L’ira, infatti, non è nient’altro che un frutto dell’esagerato amor proprio, e questo ha le sue radici nell’avidità di dominio, il che è il movente di tutti i vizi ed ha per sua sede il terzo o più basso inferno. – Ma in che modo dal secondo inferno se ne formi alla fine anche un terzo, e come i nostri allievi devono guardare e apprendere tutto ciò praticamente, vogliamo esaminarlo nel seguito.

 

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Cap. 41

Nel secondo inferno

(Parla Giovanni)

1. Sapete voi perché gli uomini sulla Terra prestano l’ubbidienza? La risposta è molto facile. – Forse per il gran rispetto davanti alla persona del sovrano? Oh, no, poiché quando si stima altamente qualcuno, non s’impreca contro di lui in segreto, né tanto meno lo si maledice e gli si inveisce contro. La stessa cosa succede non di rado da parte dei sudditi nei confronti del loro monarca. A chi però non si ubbidisce per rispetto, a questi gli si ubbidisce ancora meno per amore. Di conseguenza qui possiamo scoprire nessun altro motivo dell’ubbidienza che la paura.

2. Su che cosa si basa la paura? In primo luogo si basa sulla propria impotenza, in secondo luogo sullo strapotere del sovrano, e in terzo luogo anche sul fatto che si sa che un monarca, in certe occasioni, non tratta in modo riguardoso la vita dei suoi sudditi. Di un uomo che non di rado è munito con più di un milione di strumenti di morte e che per l’uccisione di uno come di molti uomini a nessuno deve render conto, di costui in nessun caso c’è da fidarsi oltre misura, poiché l’ira di un sovrano può significare la morte di molte migliaia di uomini.

3. Se noi consideriamo la cosa com’è, allora si mette in evidenza sempre più che la paura della morte è il motivo principale dell’ubbidienza.

4. Ammettiamo che in uno Stato ci siano soltanto uomini perfettamente rinati, risvegliati nello spirito, allora la paura della pena di morte non farebbe più presa. Il regnante dovrebbe adottare misure completamente diverse se vuol rimanere una guida del popolo.

5. Ma su che cosa si basa la paura della morte presso gli uomini? – Io vi dico: su nient’altro che unicamente sull’incertezza se dopo la perdita di questa vita ce ne sia ancora un’altra! Chi di voi ha paura di andare a dormire, quantunque il sonno non sia altro che una periodica morte del corpo? Perché allora non si ha paura davanti al sonno? – Perché si ha la sperimentata sicurezza che, dopo il sonno, ci si risveglia proprio alla stessa vita, anche se, in un certo qual modo, è una nuova vita. Se si potesse eliminare quest’esperienza, allora ogni uomo avrebbe altrettanta paura davanti al sonno come davanti alla morte del corpo. Anche sulla Terra ci sono, di fatto, degli uomini che credono di avere una vita effimera, vita che svanisce ogni giorno, e il giorno successivo si immette nella loro pelle un giorno del tutto diverso dal precedente.

6. Questa credenza è un ramo di una particolare classe di popoli, in una parte dell’Asia, credenti nella trasmigrazione delle anime, questo popolo è dell’opinione che la loro anima di giorno in giorno vada da un animale all’altro, e dimora al massimo un giorno nel corpo di un uomo. Se il giorno successivo un’altra anima nello stesso uomo si ricorda del passato, allora questo proviene dalla disposizione del corpo. Ogni anima subentrante deve necessariamente essere posta nella stessa consapevolezza che viene causata dalla disposizione del corpo. Questa è quindi la loro filosofia in seguito alla quale un tale uomo ha una paura terribile davanti al sonno, poiché in questo egli vede solo il mezzo attraverso il quale la vecchia anima viene cacciata fuori dal corpo per far posto a un’altra. Per questo motivo tali uomini cercano di scacciare il sonno quanto più possibile con ogni genere di mezzi. Tutto questo ha molta somiglianza con la paura della morte del corpo presso i comuni uomini della Terra.

7. Se l’uomo fosse uno spirito risvegliato, allora si affliggerebbe e temerebbe l’abbandono del corpo altrettanto poco quanto un uomo comune si affligge e teme il sonno. Poiché l’esperienza dello spirito è la vita eterna, vita che è indistruttibile, così come è esperienza dell’anima che il corpo dormiente si svegli di nuovo il giorno dopo, tale per cui essa non ha paura davanti al sonno.

8. La paura della morte, come di un possibile annientamento dell’esistenza, sta dunque nell’anima finché lo spirito in essa non si risveglia, e di conseguenza genera poi anche una consapevolezza del tutto diversa.

9. Dunque, andiamo ora di nuovo nel nostro primo inferno con questa cognizione preliminare. In questo, l’anima non è che un polipo avido di godimento o di ingurgitare, e precisamente per puro e muto egoismo e amor proprio, perché essa, nella mancata realizzazione della sua avidità del piacere, ha costantemente dinanzi agli occhi la possibilità dell’annientamento.

10. Nel secondo inferno è attraverso l’energico trattamento del digiuno a noi noto che l’avida anima raggrinzisce sempre più, e attraverso questo metodo di segregazione lo spirito, fuso con essa, ottiene sempre più libertà. Nei casi migliori, che sono rari, qualche spirito a questo punto si ravvede, si rafforza e poi eleva sempre più la sua anima. Nei casi peggiori, che sono i più frequenti, lo spirito di certo si risveglia anche, ma poiché in questo risveglio in tale trascuratezza della sua anima comincia a sentirsi estremamente umiliato e ferito, e anche perfino abbandonato insieme all’anima, allora si adira e lascia spuntare sempre più in sé l’idea che, per questa ingiustizia fattagli da parte della Divinità, dovrebbe essere beneficiato di una grande soddisfazione a malapena calcolabile.

11. Il fatto è che quanto più lo spirito cresce con quest’idea, tanto più fortemente innalza il suo conto, e anche tanto più insoddisfatto diventa di fronte a ogni misura dell’eterna ricompensa propostagli.

12. Da questa pretesa sempre maggiore, che spesso nasce da una sempre maggiore insoddisfazione, lo spirito che così va sempre più risvegliandosi, passa poi in un sentimento di auto soddisfazione vendicativa, e in questo sentimento diventa sempre più ‘dispregiatore di Dio’. Egli scorge sempre più anche la sua indistruttibilità rafforzandosi con l’idea che lo spirito, attraverso l’elevazione dei propri concetti e pretese, possa rafforzarsi all’infinito. Da tale sentimento sorge poi perfino la satanica idea che la Divinità abbia paura davanti alla potenza continuamente crescente di tali spiriti, e per questo Essa si nasconderebbe e farebbe sorvegliare di nascosto l’operare di questi Suoi potenti nemici per mezzo di certi spiriti spioni, timorosi e deboli. Se la situazione dovesse farsi pericolosa, la Divinità si ritirerebbe ancora più profondamente e in tutti i modi possibili cercherebbe di premunirsi da un attacco preponderante di tali potenti spiriti.

13. Con quest’idea la predominante presunzione dello spirito si rafforza sempre più, e sempre più grande diventa il sentimento di vendetta contro una presunta astuzia della Divinità. In tal modo Essa diventa evidentemente sempre più impotente, e tale spirito prova formalmente ribrezzo davanti alla Divinità, cominciando a disprezzarLa e a odiarLa amaramente, per guardare tuttavia se stesso come un essere superiore! Se subentra questo stato, allora il terzo inferno è anche già pronto.

14. Come questo si formi, i nostri allievi devono osservarlo di nascosto sulla via della divina Provvidenza protettrice, e poi nel più basso inferno imparano a riconoscere tutto sulla via dell’esperienza, fino alla vera e propria causa del vizio. – Come però alla fine, in questo più basso e più maligno di tutti gli inferni, si comprovi la causa del vero e proprio vizio, questo ve lo mostrerà il seguito.

 

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Cap. 42

Nell’intera Creazione niente dell’esistente è distruggibile

(Parla Giovanni)

1. A questo punto qualcuno potrebbe chiedere: “Come si deve riconoscere e comprendere che una qualche forza vitale subordinata al massimo grado, possa, dalla sfera della sua consapevolezza, rivoltarsi contro quell’infinita, perfettissima Potenza vitale della Quale lei, cioè la potenza vitale inferiore, deve nondimeno di certo sapere in qualche modo qualcosa, senza avvedersi che un minimum di forza vitale mai potrà reggersi contro l’Infinito, né di una vincita, vincita che di certo in eterno mai se ne potrà parlare!”. – Bene, dico io, quest’obiezione suona non male, tuttavia essa proviene ancora da un rilevante grado di mancanza di senno. La si potrebbe chiamare ben in caso eccezionale, approssimativa, ma poiché nel puro Regno degli spiriti non esistono ipotesi, e quindi neanche approssimazioni, bensì soltanto verità, allora l’obiezione non può essere degna di una risposta completa.

2. Una risposta spirituale è una piena verità. Se però un’espressione interrogativa non la contiene in sé, allora non può esserle data neanche una risposta. Il chiedente riceverà di certo ben una risposta, però mai come direttamente adatta alla sua domanda, bensì soltanto come una verità indiretta. Quindi lo sarà anche qui. Quando la risposta sarà data, allora la discutibile obiezione si annullerà da sé.

3. Se dunque una potenza vitale inferiore, oppure, come in questo caso, una potenza vitale altamente subordinata, possa o no rivoltarsi, oppure se essa sia completamente distruttibile da parte di quella infinita, lo dovranno dimostrare subito alcuni piccoli esempi.

4. Se qualcuno ha avuto a che fare anche solo una volta con il trasporto di alcune piccole pietre, costui non ha bisogno di un’ulteriore dimostrazione per sapere quanto sia pesante un’intera montagna rocciosa. Infatti, di cosa consiste una piccola montagna rocciosa? Di sole piccole particelle atomiche che sono saldamente attaccate le une alle altre dalla reciproca forza di attrazione. Se noi scavassimo sotto la montagna fino al punto sopra il quale poggia la vetta più alta, quindi il punto più pesante, allora con questo scavo scopriremmo dappertutto delle pareti di pietra ben conservate ed estremamente solide. Se da queste solide pareti di pietra prendiamo solo una piccolissima particella, la poniamo su una piastra d’acciaio o su di una pietra, poi con un martello battiamo solo un poco su questa particella, allora il martello la polverizzerà.

5. Domanda: “Per qual motivo questa particella non ha potuto reggere alla pressione del martello, mentre in precedenza ha potuto, per migliaia di anni, far resistenza a una pressione incalcolabilmente potente del peso di un’intera montagna?”. – Si dirà: “Sotto la montagna tale particella era una parte concreta dell’intera massa, e poteva così resistere alla pressione generale con l’aiuto delle altre parti. Invece come singola non aveva nessun aiuto accanto e perciò ha dovuto cedere già a una minima pressione”. – Bene, ma questa piccola pressione ha distrutto completamente questa particella? Assolutamente no, bensì l’ha solo suddivisa in particelle ancora molto più piccole.

6. Ma allora, non è possibile applicare nessuna pressione, tale da distruggere completamente queste particelle? – Anche questo non è possibile, né con la pressione né con qualsiasi altro impiego di forza, poiché da un lato si può dividerle solo in parti più piccole, mentre dall’altro possono essere trasformate in un elemento semplice e poi ancor meno distruttibile.

7. Allo stesso modo anche l’intero peso della Terra grava sul suo piccolo, microscopico punto centrale. Ma come può questo punto resistere a tale forza di gravità agente su di esso da tutte le parti? Per il semplice motivo, perché secondo l’eterno Ordine divino in tutta la Creazione infinita non c’è esistente nulla di annientabile, e il piccolissimo può attestarsi continuamente contro il grandissimo, se non in questa forma, allora certamente ancora in un’altra.

8. Ma se ora attribuiamo a queste piccole particelle una perfetta consapevolezza, e di conseguenza esse sapranno di essere indistruttibili in eterno, allora si domanda: “Quale forza può domarle, e quale vincerle?”. – Oppure: “Perde con ciò qualcosa un’intera montagna, se un suo minimum d’appoggio è indistruttibile?”. – Certamente no, poiché se un atomo fosse distruttibile, lo dovrebbero essere anche gli altri, e in questo modo accadrebbe anche con l’intera grande montagna.

9. Ugualmente lo sarebbe con la Terra, e alla fine con Dio stesso non andrebbe meglio, se in tutta la Sua infinità ci fosse esistente un qualcosa di distruttibile.

10. Quindi è questo il fissato, eterno Ordine divino, che il più piccolo possa esistere accanto al più grande! Se però in seguito a questo, la piccolissima potenza vitale nella sua sfera spirituale si riconosce come immortale e quindi indistruttibile, allora non ha più nessuna paura davanti a Quella suprema. Questa consapevolezza eleva poi la potenza vitale inferiore a un sentimento imperioso, nel quale essa dice: “Io, per la suprema Potenza vitale che considera Se stessa come la Divinità, sono tanto necessaria e indispensabile per la Sua esistenza, che Essa non può esistere senza di me. Se noi, parecchie, anzi innumerevoli potenze inferiori, ci uniamo in una sola, allora possiamo agire dal centro e fare della presunta suprema Potenza, la più bassa. Allora Essa ci potrà adorare altrettanto bene come lo pretende ora da noi. Come forse si può rivoltare verso l’esterno il più interiore di un mondo, così potrebbe essere anche il caso con noi forze vitali. Uniamoci noi potenze inferiori, mettiamo in opera verso l’esterno una tempesta e la Divinità starà ai nostri piedi come potenza vitale inferiore”.

11. Vedete, questa è pura filosofia infernale, e nello stesso tempo è la vera e propria causa di ogni vizio, e il suo nome è: avidità di dominio!

12. Con questo concetto noi ora abbiamo imparato a conoscere anche l’intera essenza dell’inferno più basso, e questa essenza corrisponde all’apparenza esteriore di un corpo mondiale. Sulla superficie [della Terra] c’è chiaramente da riconoscere il primo grado dell’inferno nell’avidità dei piaceri alla maniera del polipo; là, infatti, è tutto un divorare, come voi unicamente vedete. Nella crosta più interna della Terra si confermano il digiuno e il dimagrimento; da nessuna parte esiste una vegetazione. Qui tutto sta come in una morte rigida e covante vendetta; al massimo qua e là si mostrano sorgenti di fuoco e altre sorgenti d’acqua molto calda, quali immagini corrispondenti dell’ira già dappertutto trasparente degli spiriti di quest’inferno.

13. Andiamo all’interno della Terra, qui non scopriamo altro che una continua potentissima ressa disordinata. Un fuoco si desta e soffoca l’altro; ogni goccia d’acqua che qui giunge, viene immediatamente trasformata in vapore rovente.

14. Ma quanto più si va avanti qui, tanto maggiore si presenta una reazione sulla superficie della Terra, smorzando sempre con la più grande facilità tutte queste reazioni interne. E così è sapientemente disposto dal Signore che anche tutti questi inferni, nonostante la fortissima avversione, debbano servirLo per l’eterna conservazione delle cose. E quest’obbligo di servire, che è ben noto agli spiriti infernali, è il loro massimo tormento, perché essi vedono che ogni loro azione in generale, nonostante la loro avversione, deve corrispondere all’Ordine divino nei minimi particolari.

15 Nello stesso tempo, però, questo è anche l’infinito Amore e Sapienza del Signore, poiché solo su questa via è possibile porre limiti a questi esseri maligni nel loro avido modo di agire. Poiché essi vedono che il Signore può far volgere sempre a Suo profitto le loro più maligne imprese, allora si stizziscono e non fanno più nulla, – finché non avranno escogitato ancora un nuovo piano per portarlo in esecuzione contro il Signore. Piano che ovviamente il Signore saprà anche utilizzare come i precedenti. – Questa è, considerata teoricamente, l’attività e l’essenza del più basso inferno.

16. Ma come tutto questo si manifesti all’apparenza, vogliamo nel seguito fare alcune considerazioni, e precisamente attraverso tutti e tre gli inferni!

 

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Cap. 43

Immagini del primo e del secondo inferno

(Parla Giovanni)

1. Quale aspetto abbia apparentemente il primo inferno lo avete già visto una volta nel corso delle comunicazioni fattevi sul Sole, come anche i vari ingressi nel primo inferno. Io devo appena aggiungere che solo lo zelo vero e proprio di tali spiriti infernali, spiriti che voi avete scorto nel primo inferno, è piuttosto solo uno zelo per godere, oppure, come siete soliti dire voi, uno zelo per divorare. Tale stato è uguale a quello sulla Terra nel quale gli uomini fanno tutto il possibile, come dite voi di solito, per giungere a una pagnotta.

2. Gli uni intraprendono differenti professioni, gli altri vanno a caccia di impieghi statali e altri ancora di un qualche buon matrimonio, ma tutto ciò non lo fanno per amor del bene, ma solo per se stessi e per via della pagnotta. In questo stato essi si affliggono poco per una qualche magnificenza, ma tutto ciò che interessa loro è di ottenere un certo sostentamento.

3. Secondo la maniera celeste non ci si preoccupa assolutamente di nulla, all’infuori dell’amore e del riconoscimento di Dio, e per tutto il resto provvede il Signore! Invece secondo la maniera infernale ci si preoccupa esattamente del contrario: si vuole avere una sicura rendita! E nel migliore dei casi si pensa: ‘Solo quando sarò coperto per tutte le necessità esteriori, allora voglio vedere se lo spirito è soddisfatto con questo mantenimento’. – Se poi però qualcuno raggiunge un mantenimento esteriore, il che di solito è collegato con una qualche piccola magnificenza, allora il mantenuto passa presto in una superbia corrispondente alla sua magnificenza, magnificenza che si sforza di innalzare sempre più in un certo splendore. Per questo motivo successivamente anche dei giovani impiegati, come anche iniziati artigiani – s’intende ognuno nella sua sfera – cominciano a gonfiarsi sempre di più. Ben presto essi non sanno più come devono sedersi, o stare in piedi, o camminare, guardare, ascoltare o parlare, affinché al primo sguardo ci si accorga di loro e, in un certo qual modo, li si riconosca e si possa leggere dalla loro faccia in quale magnificenza si trovino e quale significativa carica essi rivestano.

4. Se tali esseri sono provveduti in tal modo, allora non dovrebbero più preoccuparsi, poiché hanno già ottenuto il loro determinato reddito e pagnotta, e adesso dovrebbero cominciare a provvedere per lo spirito. Invece – tutto il contrario – adesso con il loro mantenimento è subentrata la necessità di splendere e dominare. Perciò ora si preoccupano di più a salire sempre maggiormente in alto, come gli artigiani, affinché diventino sempre più ricchi. In questa situazione divengono pieni di invidia e odio interiore contro di coloro che intralciano in qualche modo il loro cammino.

5. L’amore per il prossimo presso di loro va tanto lontano che qualche impiegato subalterno non desidera altro fervidamente che la morte dell’impiegato superiore preposto a lui, per prendere, in tale occasione, il suo posto. L’artigiano non desidera più ardentemente nient’altro che la rovina degli affari dei suoi colleghi, affinché possa poi strappare a sé tutti gli affari. Sì, il suo amore per il prossimo va così lontano che ucciderebbe tutti i suoi concorrenti con una sola goccia d’acqua, se ciò in qualche modo fosse possibile. Egli intraprenderà anche tutto l’immaginabile per mandare in rovina, dove e come è possibile, i suoi vicini concorrenti.

6. Se voi considerate attentamente questa condotta mondana solo un po’ più chiaramente, allora avrete colto perfettamente fin nei minimi particolari dinanzi a voi già il primo inferno nello sforzo del divorare, e anche come trapassano nel secondo inferno, nell’odio, nell’ira, nell’invidia e nello sforzo di dominare. Voi qui non avete bisogno di nient’altro che toglier via le esteriori leggi dello Stato, morali e civili, e il primo come il secondo inferno si configureranno dinanzi a voi nel vero senso della parola.

7. Ciò che nel mondo si presenta sotto il mantello delle leggi morali e civili sono ancora in una certa decenza, mentre togliendo queste leggi subentrano immediatamente rapine, guerre, stragi e incendi. Qui avete dunque la perfetta immagine del primo inferno.

8. Se invece volete l’immagine del secondo inferno, allora fate lo stesso. Comincerete subito a scoprire dappertutto una segreta scaltrezza e da nessuna parte scoprirete uomini o spiriti che, standosi di fronte, non siano l’un l’altro nemici mortali. Anche se esteriormente s’incontrano amichevolmente e pieni di gentilezza, come anche pieni di apparente amore reciproco, tuttavia tutto questo amore non è altro che puro odio. Infatti, tutto questo è politica, per disporre l’avversario alla pace, per disarmarlo nel modo più raffinato, per poi poterlo assalire di sorpresa tanto più sicuramente senza resistenza e rovinarlo fino in fondo.

9. Osservate sulla vostra Terra solo i cosiddetti adulatori e leccapiedi. Di solito costoro sono i maggiori nemici mortali di coloro dinanzi ai quali strisciano. Essi li innalzano per lo stesso motivo per cui un avvoltoio innalza una tartaruga, cosicché quando con essa ha raggiunto la giusta altezza la lascia cadere assai vergognosamente, e così guadagna ancora di più con la sua caduta.

10. Vedete, questo è di nuovo, in modo letterale e figurato, il puro amore infernale del secondo grado. Perciò in quest’inferno viene anche già maneggiato ogni tipo di arti ingannevoli, per impigliarsi e rovinarsi reciprocamente nell’assurda opinione di guadagnare in ogni modo possibile sempre di più dalla caduta degli altri.

11. In questo modo anche i nostri allievi imparano a conoscere dapprima in modo teorico e poi in quello pratico gli inferni, come essi appaiono da cima a fondo. E così anche noi abbiamo contemplato nella brevità più approfondita possibile, i primi due inferni come appaiono. – Chi considererà solo un poco questa descrizione meditandola, avrà già dinanzi a sé tutto chiaro come il Sole. Invece per quanto riguarda come appare il terzo inferno, allora vogliamo dedicare una specifica considerazione allo stesso, poiché questo deve essere riconosciuto più di tutti, perché esso è il fondamento di tutti i vizi.

 

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Cap. 44

Ogni uomo, secondo la sua individualità, porta in sé il Cielo come l’inferno

(Parla Giovanni)

1. Lo pensereste voi, ma ancor più lo penserebbe qualcun altro che fosse presente a questa comunicazione: “È davvero lodevole e anche moralmente utile apprendere simili rivelazioni per mezzo delle quali viene rappresentato, in un certo senso metaforicamente, il male fondamentale, ma ora già sulla Terra c’è un numero stragrande di descrizioni dell’inferno. Esse sembrano di avere tutte la medesima origine, ma come sono differenti l’una dall’altra! Presso gli uni l’inferno è una palude di zolfo infuocato e presso altri è un verme rovente che tormenta; ancora presso altri è un fuoco furibondo, o un’eterna tenebra, oppure un’eterna morte. Secondo alcuni i dannati vengono torturati, bolliti e arrostiti, secondo altri essi sarebbero pessimi baroni. Alcuni scorgono nell’inferno pure nient’altro che un freddo terribile, altri ancora il più arroventato zelo dell’ira. Alcuni vi scorgono miserabilissime, storpiate e affamate figure umane, altri pure un aggregato di stranissime e assai orribili figure che possono derivare solo da una qualche fantasia. E così sotto il concetto dell’inferno si ha dinanzi a sé un vero Proteo([23]) tale da non poterlo fissare sotto nessuna forma.

2. Anche se qui fosse data una rappresentazione dell’inferno perfettamente adatta ai puri concetti umani e ben comprensibile per questo tempo([24]), chi garantisce che tale rappresentazione con il tempo non sarà di nuovo soppiantata con un’altra? Poiché niente esiste di così molteplice tra gli uomini sotto ogni specie di forma, quanto proprio questo luogo spaventoso indicato sotto il concetto ‘inferno’”.

3. “Bene”, vi dico io, miei cari amici! La vostra dubbiosa obiezione ha il suo buon fondamento, poiché si basa perfettamente sulla realtà dell’esistente concetto dell’inferno. Ma perciò voglio e devo anch’io mostrarvi qui l’inferno in una tale luce generale, nella quale ogni possibile rappresentazione dello stesso finora qua e là esistente sulla Terra, dovrà trovare la sua perfetta giustificazione.

4. Se si osserva l’inferno solo secondo l’esteriorità superficiale, allora è comprensibile perché esso, come un vero Proteo, si presenti sempre in differenti apparenze. La cosa assume invece un aspetto del tutto diverso se la si considera pienamente dal suo fondamento.

5. Nondimeno, affinché possiate scorgere questo chiaramente, vogliamo illuminare questa faccenda molto insidiosa mediante piccoli esempi, così che debba star lì dinanzi agli occhi di ciascuno sotto l’illuminazione del Sole.

6. Prendiamo uno Stato in cui ci siano molte migliaia di persone. Tutte queste persone – esclusi i cretini, gli scimuniti e i fanciulli – si fanno ogni specie di variopinti concetti sulla segreta politica dello stato. Chi volesse conoscere più a fondo questi concetti, potrà intavolare su questo una discussione con differenti uomini. Gli uni non vedranno che guerre dinanzi a sé, gli altri nient’altro che tradimenti segreti; altri ancora vedranno segrete truffe a danno del popolo e altri, invece, della pura saggezza. Alcuni grideranno ad alta voce contro l’ingiustizia, altri non troveranno neppure sufficienti parole adulatrici per elogiare, oltre i suoi meriti, la forma di governo e l’assennata politica segreta dello stato.

7. Queste sarebbero però ancora delle pure oggettive opinioni della parte più colta del popolo sull’amministrazione statale della politica segreta. Chi invece vuol sentire delle ridicolaggini, si rechi in tutte le tenebrose stanze rurali di alcuni contadini, e là egli potrà convincersi che in tali postriboli di tutto ciò non sentirà che solo un’incolta, rozza fantasia che l’uomo è in grado di produrre. Per esempio che l’imperatore ha l’intenzione di far avvelenare una città, oppure che in un paese voglia inoculare la peste al popolo, oppure che abbia concluso un patto con un monarca straniero per far uccidere con la spada, in una notte, un qualche popolo di un paese e strappare a sé, in tal modo violento, i beni dei sudditi uccisi, senza considerare altre scempiaggini secondo cui il monarca in una certa occasione ha ceduto al diavolo in persona la sua stessa anima, oppure le stesse anime dei suoi sudditi per ottenerne un grande vantaggio terreno! Che in tutto ciò ci si comporti così, non c’è bisogno di ulteriori prove, poiché ognuno può liberamente convincersi di questo tutti i giorni.

8. Che le cose stiano così è fuori di dubbio; io però domando: “Chi, da tutte queste migliaia e migliaia di enunciatori di concetti politici, ha esposto il giusto concetto, il giusto fondamento della segreta amministrazione dello Stato?”. – In fondo, nessuno; ma ciascuno di loro, assumendo un aria misteriosa, considererà il suo concetto per quello giusto. Ma com’è possibile stabilire dei concetti fondati su qualcosa di cui non si ha alcuna idea?

9. Vedete, la causa di questo sta in parte sia nell’apparenza esteriore, come anche nell’individualità di colui che considera l’apparenza. Quanto meno fondamento interiore risvegliato ha l’osservatore, tanto più insensati concetti si forma dell’apparenza. E vedete, proprio così stanno le cose finora con il concetto dell’inferno.

10. Solamente a pochissimi veggenti fu concesso di dare uno sguardo più profondo nel fondamento di questo luogo, mentre a moltissimi fu permesso di scorgere l’una o l’altra apparenza dello stesso. E così la rappresentazione dell’apparenza, per la sua voluminosa massa, ha sempre superato il vero fondamento. Per questo motivo l’inferno si è poi moltiplicato sotto forme così molteplici, e nessuno ha saputo e tuttora sa perfettamente come stanno le cose con questo luogo.

11. Tuttavia domando ancora: “Chi potrebbe presentare, dello Stato, il più giusto concetto fondamentale della segreta costituzione dello stesso? – Sicuramente nessun altro se non lo stesso saggio monarca.

12. Se la faccenda sta incontestabilmente così, allora questa domanda si adatterà anche per la triste condizione insita nell’aldilà [riferito all’inferno], e la risposta non potrà essere altra se non che l’unico a poter esporre su questo luogo il concetto fondamentale più giusto e universalmente valido, è Colui che è un Signore su tutti i Cieli, così come anche su tutti gli inferni!

13. Nondimeno, così come qualcuno che è iniziato nel fondamento dell’amministrazione statale segreta scorgerà con lieve fatica il fondamento di tutti i concetti circolanti tra il popolo, così anche colui che con il concetto dell’inferno conosce dal Signore il vero fondamento di questo luogo, vi scorgerà il fondamento di tutti gli altri sciocchi concetti.

14. Infatti, ciascuno, secondo la propria individualità, porta in sé il Cielo come l’inferno.

15. Se ora egli tramite una certa condizione scorgerà la sua stessa individualità, allora solamente con ciò può scorgervi il suo stesso imperfezionato inferno oppure il suo Cielo altamente imperfetto, e poi su questa via potrà scorgere innumerevoli inferni dall’aspetto più differente.

16. Ma poi, potrà già accettare questo come fondamento? Sicuramente così poco, come se uno misurasse il mare alla riva poco profonda con un bastone da passeggio, dove è profondo al massimo un mezzo piede (15,8 cm), e poi si facesse avanti in tutta serietà volendo affermare con decisione che il mare sia profondo solo un mezzo piede poiché egli stesso lo ha misurato. Altrettanto vale anche qui per quanto riguarda le affermazioni di tutti i veggenti, i quali dicono: “Io ho visto l’inferno così, sia in questa che in quella condizione!”. – Tuttavia, così come qualcuno può considerare poco la riva poco profonda, che certo appartiene anche al mare, come il vero e proprio fondamento principale del mare, altrettanto poco può essere accolta anche una tale apparenza dell’inferno come il suo vero fondamento.

17. Come però si possa trovare e osservare molto a fondo il vero e proprio fondamento, lo mostrerà il seguito.

 

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Cap. 45

Corpo, spirito e principio vitale

(Parla Giovanni)

1. Se dunque si vuole scorgere fino in fondo questo fondamento principale dell’inferno, allora lo si deve scorgere dapprima laddove la rispettiva luce dell’occhio è sensibile all’impressione, e da questo punto di vista poi, anche per mezzo della conversione spirituale, dedurre coerentemente la misura corrispondente riguardo allo spirituale. Ma se si vuole questo, allora si deve anzi tutto accettare e riconoscere come irrevocabilmente stabilito che le condizioni della vita e le manifestazioni della stessa, sono una e le medesime sotto un unico e lo stesso eternamente immutabile Signore. Detto con altre parole:

2. L’uomo continua a vivere nello spirito esattamente così come vive qui sulla Terra con la sua vita del corpo, la quale è solo una vita coabitante o vita di mezzo.

3. A questo punto si dirà: “Questo suona strano, non sembra avere la sua completa giustezza, poiché la vita spirituale deve certamente essere qualcosa di diverso e deve essere immaginata sotto condizioni completamente diverse da quelle della vita naturale”.

4. Io però dico: “Chi parla così, ancora non ha di certo nessuna idea come egli vive naturalmente”.

5. Vi domando: “Con la vita fisica, vive il corpo o lo spirito? Qual è il principio della vita? È il corpo, oppure lo spirito?”. – Io penso che chi sia capace di pensare solo un po’ chiaramente, non cercherà le origini della vita nel corpo, bensì soltanto nello spirito. Infatti, se le origini della vita fossero nel corpo, allora il corpo sarebbe immortale. Invece il corpo è mortale, quindi in sé non può neanche avere le fondamenta della vita, bensì solo lo spirito è immortale. La vita del corpo è perciò solo una vita condizionata attraverso la vita dello spirito, mentre l’intero corpo si comporta passivamente e del tutto negativamente per lo spirito. Perciò la vita del corpo è anche solo una vita coabitante eccitata, proprio così come un utensile qualunque convive, operando passivamente, nella mano di un artigiano, finché l’artigiano lo dirige nella sua mano vivente. Se però egli lo lascia cadere o lo mette da parte, allora anche la vita coabitante dell’utensile e la sua effettiva attività ha fine.

6. Chi sarà tanto folle e stolto da volersi presentare e dire: “L’artigiano deve regolarsi secondo le condizioni dell’utensile!”, – invece di scorgere chiaramente che solo l’artigiano si fabbrica gli utensili adatti secondo le sue necessità come anche secondo la sua condizione! Se dunque il capo tecnico stabilisce i requisiti dell’utensile secondo le sue necessità, allora di certo sarà anche chiaro che le condizioni del corpo convivente dipendono da quelle dello spirito vivente, ma non il contrario.

7. E così lo spirito vive sempre solo dai suoi stessi principi di vita e nelle sue stesse condizioni di vita, condizioni che il corpo è in grado di cambiare tanto poco quanto l’utensile morto può cambiare i requisiti dell’artigiano.

8. Se però qualcuno osserva come egli usi il suo utensile, ed esamina nel progetto ciò che l’artigiano vuol produrre con questo, costui può in modo ragionevole asserire: “Con l’uso dell’utensile, alla fine, dovrà certo venir fuori qualcosa di completamente diverso, e con il prodotto dovranno svilupparsi delle condizioni del tutto differenti da quelle che stavano nelle chiare intenzioni del capo tecnico secondo il presente progetto?”. – Non sarebbe questa un’asserzione insensata? Sicuramente, poiché ciò che si presenterà sarà certamente l’effetto del vivente capo tecnico, non dell’utensile.

9. Di conseguenza anche la condizione di vita dello spirito è costante, con o senza l’uso del corpo quale strumento. E perciò, chi qui vuol osservare a fondo l’inferno, lo osservi sotto la stessa condizione nella vita fisica, come in passato lo ha osservato nello spirituale assoluto. Nel mondo, infatti, l’inferno è per filo e per segno, altrettanto presente, come si conferma nello stato assolutamente spirituale. Né qui né là c’è niente di più e niente di meno. E in quest’immagine lo osserveremo anche nella maniera più chiara e di più grande effetto.

10. Tuttavia, per rendere a ciascuno su questo mondo ancora più chiara e più evidente la vera e propria immagine dell’inferno, vogliamo prima dimostrare ancora la piccolissima differenza tra la condizione di vita dal punto di vista naturale e quella spirituale assoluta dell’umanità, e ciò, per quanto possibile, in maniera tangibile.

11. Immaginatevi un falegname che debba fabbricare una cassapanca. Per tale fabbricazione ha bisogno di parecchi utensili a voi noti. Egli lavora diligentemente e in alcuni giorni la cassapanca è pronta. Alla base della fabbricazione di questa cassapanca c’è stato particolarmente il suo impulso che lo spronava ad essere diligente. Ma perché lo era, e perché ha ubbidito al suo impulso interiore? – Perché voleva finire al più presto la cassapanca a causa dell’utilità. Ma vi domando ulteriormente: “Da dove è derivato dunque quest’impulso? Quale ne è stata la sua causa?”. – Quest’impulso derivava dalla capacità creativa dello spirito. – “Ma in che modo dunque?”. – Perché lo spirito ha in sé la caratteristica di realizzare oggettivamente anche subito, ciò che ha creato nella sua idea.

12. Solo nell’assoluto stato spirituale lo può. Infatti, ciò che lo spirito pensa è anche subito realizzato. Invece nel congiungimento con il suo corpo fisico che l’ostacola, non può farlo con la materia esteriore. Perciò, egli deve spronare il suo corpo, come strumento, alla successiva attività, per realizzar poi in tal modo un po’ alla volta la sua idea. Questa disposizione è stata stabilita dal Signore affinché lo spirito si eserciti in questa vita in ogni occasione possibile, particolarmente nella caratteristica più necessaria di ogni vita. Questa caratteristica, quale madre dell’umiltà, si chiama divina Pazienza. Infatti, chiunque sia capace di pensare in maniera solo un po’ più matura, comprenderà che la pazienza per la vita eterna è tanto più necessaria, perché tale vita non ha nessuna fine. Già per la vita naturale essa è il fondamento di ogni azione buona e grande, e questa vita è solo transitoria.

13. Se il nostro falegname avesse potuto crear subito la sua cassapanca come l’aveva immaginata nella sua idea, gli sarebbe stato sicuramente più gradito. Ma allora, dove rimarrebbe l’esercizio della pazienza, importante al di sopra di tutto, e dove la reciproca sicurezza naturale esteriore, se allo spirito ancora vincolato al suo corpo, in questo mondo materiale, stesse a disposizione senza limiti la sua originaria caratteristica creativa?

14. Dopo la deposizione del suo corpo ogni spirito riceve certamente di nuovo questa caratteristica, solo che per il buono sarà realmente efficace, per il cattivo sarà invece irreale e chimerica, poiché, com’è la sua causa, così è il suo effetto.

15. Ebbene vedete, in quest’esempio presentato è stata dimostrata tangibilmente la differenza tra la vita naturale e quella assoluta spirituale, la cui differenza consiste in ciò: che nella vita naturale lo spirito è in grado di realizzare le sue idee solo lentamente e mai completamente, perché ne è impedito dalla sua grossolana materialità con la quale è avvolto, mentre nello stato assoluto vuole avere la sua idea realizzata immediatamente. La volontà è sempre la stessa, altrettanto l’idea, ma solo l’esecuzione è limitata nella vita naturale. E così questa limitazione è l’unica differenza tra le due vite, altrimenti non ne è presente alcuna. Che questa differenza sia attaccata alla materia, non ha bisogno di essere menzionato. – Poiché ora conosciamo questo in modo tangibile e chiaro come il Sole, allora vogliamo presentare subito le immagini vere e proprie dell’inferno fondamentale.

 

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Cap. 46

Immagini terrene dell’inferno fondamentale

(Parla Giovanni)

1. Prima immagine: immaginatevi un ricco speculatore. Osservate bene quest’uomo eternamente insaziabile. Cos’è il suo amore e cosa il suo volere? Nient’altro che quello di procacciarsi in ogni modo possibile, in un certo qual modo permesso solo dalle leggi civili, i beni di un intero paese e, alla fine, di un intero regno, e se questo gli riesce, anche di parecchi regni, se non addirittura di impossessarsi dell’intera superficie della Terra. Certamente questo piano non gli riuscirà affatto, e difficilmente realizzerà completamente la sua idea. Ciò nonostante essa non svanirà in lui e suonerà segretamente così: ‘Se avessi solo un’efficienza militare di almeno un paio di milioni di guerrieri invincibili, allora raccoglierei in un mucchio tutto l’oro e tutto l’argento, tutte le pietre preziose e tutte le perle del mondo intero!’.

2. Qualcuno ha anche quest’altro desiderio: ‘Se sopra un intero paese venisse una peste, tale che tutti gli uomini, all’infuori di me, rimanessero uccisi, allora io resterei il naturale erede universale dell’intero paese. E se poi venissero degli uomini di qualche altro paese e volessero contestare la mia eredità universale, allora la peste dovrebbe impacchettarli subito ai confini e soffocarli!’.

3. Vedete, questa è un’immagine dell’inferno fondamentale, immagine che voi potete trovare giornalmente tra gli uomini presso tutte le classi, cominciando dal più comune mercantucolo fino al più grande speculatore. Ma che cosa impedisce loro di non poter realizzare queste lodevoli idee? Nient’altro che la fatale materia! Ora però togliamo via questa materia e poi osserviamo lo spirito assoluto con le medesime caratteristiche, e abbiamo dinanzi a noi l’inferno fondamentale nella forma migliore.

4. Seconda immagine: qui dinanzi a noi abbiamo un ufficiale di grado minore. Quale pensiero principale dimora nel suo petto? Forse quello di rendere servizi utili allo Stato? Oh, no, questa è l’ultima cosa. “Esser promosso”, questo è il pensiero principale; se fosse possibile, avanzare ogni ora di un grado superiore, diventare in un anno per lo meno un generale e, come tale, avanzare il più presto possibile ai gradi di rango superiori. Mettiamo il caso che costui abbia raggiunto il grado più elevato, allora il suo piano, o per lo meno il suo pensiero principale, si esprimerà così: ‘Ora fuori con immense schiere armate per riportare la vittoria su tutti i popoli. Una volta sconfitti, e avrò il potere nelle mie mani, allora tutti gli imperatori, re e principi dovranno tremare dinanzi alla mia spada!’.

5. Chi a questo punto non riconosce nel nostro ufficiale l’avidità di dominio, deve essere colpito da una settupla cecità. Qual è qui di nuovo la differenza, tale per cui il nostro ufficiale non può realizzare questo? Come sopra, quelle materiali, naturali, condizioni limitanti: la materia batte sulle dita al nostro eroe, ed egli, bene o male, deve accontentarsi del suo posto di ufficiale di basso grado. In compenso invece non raramente inveisce e cerca di far sentire ai suoi subalterni, nel modo più tangibile possibile, la sua brama di dominio, e la minima mancanza da parte di un subalterno viene punita con spietata tirannia. Togliete a quest’ufficiale gli impedimenti materiali, e voi avrete dinanzi