Gottfried Mayerhofer

 

Predica n. 29

 

 

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Della pecorella smarrita

 

Terza dopo Pentecoste

( Xa del Tempo Ordinario)

 

[Luca 15, 3-32]: «Ma egli disse loro questa parabola: “Quale uomo è tra voi che ha cento pecore e quando ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca della perduta, finché egli la ritrova? E quando l’ha ritrovata, allora la mette con gioia sulle sue spalle. E quando torna a casa, chiama i suoi amici e vicini e dice loro: ‘Rallegratevi con me; perché ho trovato la mia pecorella che era perduta’. io vi dico, così ci sarà anche gioia in Cielo per un peccatore che fa penitenza che per novantanove giusti che non ne hanno bisogno.

Oppure quale donna che ha dieci dracme e ne perde una, non accende una luce e volta la casa e cerca con diligenza finché non la ritrova? E quando l’ha trovata, chiama le sue amiche e le vicine e dice: ‘Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la mia dracma che avevo perduto’. Così, anch’Io vi dico: ‘Ci sarà gioia davanti agli angeli di Dio per un peccatore che fa penitenza’.”

Ed egli disse: “Un uomo aveva due figli. Ed il più giovane di loro disse al padre: ‘Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta’. E il padre divise tra loro le sostanze. Dopo non molto tempo dopo, il figlio più giovane raccolse tutto e partì per un paese lontano; e là sperperò le sue sostanze. Quando ebbe consumato tutto il suo, una grande carestia attraversò l’intero grande paese e, poiché cominciò a stentar la vita, andò e si mise al servizio di un abitante del paese che lo mandò nel suo campo a pascolare i porci. Ed egli desiderava riempire il suo stomaco con il mangime dei porci; e nessuno gliene dava. Allora rientrò in sé e disse: ‘Quanti salariati ha mio padre, essi hanno pane in abbondanza, ed io muoio di fame! Voglio incamminarmi e andare da mio padre e dirgli: padre, io ho peccato contro il Cielo e dinanzi a te e d’ora in poi non sono più degno di esser chiamato figlio tuo. Fammi per uno dei tuoi salariati!’. Ed egli s’incamminò e venne da suo padre. Ma quando era ancora lontano, suo padre lo vide e, commosso, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio però gli disse: ‘Padre, ho peccato contro il Cielo e dinanzi a te e d’ora in poi non sono più degno di essere chiamato figlio tuo’. Il padre però disse ai servitori: ‘Presto, portate qui la veste migliore e vestitelo, mettetegli un anello al dito e calzari ai piedi, portate il vitello più grasso e macellatelo, lasciateci mangiare ed essere lieti, questo mio figlio, infatti, era morto ed è di nuovo tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato’. E cominciarono ad esser lieti. Il figlio maggiore si trovava nei campi. E quando fu vicino alla casa, udì la musica e le danze. Ed egli chiamò uno dei servitori e domandò che cosa fosse tutto ciò. Ma il servitore gli dissero: Ė tornato tuo fratello e tuo padre ha fatto macellare il vitello più grasso, perché egli lo ha riavuto sano e salvo’. Allora egli andò in collera e non volle entrare. Il padre allora andò fuori e lo pregò. Ma egli rispose e disse al padre: ‘Da tanti anni io ti servo e non ho ancor mai trasgredito un tuo comando; e tu non mi hai dato mai un montone, così che potessi gioire con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio, il quale ha dissipato i suoi averi con le meretrici, è tornato, per lui hai macellato il vitello più grasso’. Ma il padre gli rispose: ‘Figlio mio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma tu dovevi gioire ed essere di buon animo, questo tuo fratello, infatti, era morto ed è tornato in vita; egli era perduto ed è stato ritrovato’.”»

(Il 30 marzo 1872)

1.         Quest’intero capitolo del Mio evangelista Luca, tratta del perduto e della gioia del ritrovato.

2.         Agli scribi e ai farisei presenti fu spiegato in tre parabole perché Io non cercassi i sani, bensì i malati; non i buoni e i giusti, bensì i peccatori.

3.         Per comprendere anche queste parabole nel senso vero, dobbiamo – come nella maggior parte dei testi – spiegare più da vicino le parole più importanti nelle stesse; sebbene, infatti, voi abbiate un linguaggio e vi serviate delle sue parole per esprimere i vostri pensieri, vi devo lo stesso dire apertamente che non comprendete il profondo significato di tutte le parole adoperate. E così Io devo presentarMi presso di voi, tanto come Maestro e interprete del Mio Vangelo, quanto come Maestro di linguaggio.

4.         Qui in queste tre parabole – della pecorella perduta, della dracma perduta e del figlio perduto – va spiegato:

5.         Primo: che significa ‘perduto’?

6.         Secondo: perché si brama tanto di ritrovare il perduto?

7.         E terzo: perché si ha una tale gioia straordinaria nel ritrovato, una gioia che spesso è ampiamente più grande di quella per cose forse più preziose e più importanti, di cui ancora si è in possesso?

8.         Vedete, queste tre domande devono essere esaminate, prima di poter procedere alla spiegazione spirituale e all'applicazione spirituale su di voi, sull’intero genere umano, anzi sull’intera Creazione visibile; quando, infatti, si chiede qualcosa, si deve prima conoscere esattamente e chiaramente il significato della domanda e il suo valore, poiché così facendo la risposta è già data per metà.

9.         Allora vogliamo ora cominciare sistematicamente con la prima domanda, che dice:

10.    Che cosa significa la parola ‘perduto?’.

11.    Vedete, questa parola determina il pensiero che coglie chiunque veda sottratto alla propria sfera d'azione qualcosa che gli appartiene, di valore, sia essa una persona o una cosa, e di cui non può più farne un uso, oppure averne un beneficio! Perduto, è ogni cosa che ha seguito un'altra direzione che quella ad essa assegnata.

12.    Se ora questa spiegazione può interferire così profondamente nella vita animica dell'uomo, da ciò sorge la seconda domanda su menzionata, che dice:

13.    Perché l'uomo brama tanto il perduto?

14.    E la risposta suona così: perché la quiete animica dell'uomo è stata turbata dalla perdita, ed egli quindi aspira a ristabilirne l'equilibrio. Perciò il perduto, per il possessore ha propriamente un valore spirituale, spesso ampiamente più grande del valore materiale dello stesso.

15.    L'uomo quindi aspira a riavere il perduto e ad attirarlo nella sua sfera d'azione. Egli si rallegrerà col ritrovamento, poiché il mancante, giunto di nuovo al suo precedente posto e al suo luogo, potrà riportarlo di nuovo a quella destinazione che egli considerava la migliore.

16.    Da questa brama sorge lo zelo del cercare, oppure l'impiego di tutti i mezzi possibili per ritornare di nuovo in possesso del perduto, un’attività che spesso è condotta con fatiche e sforzi, perciò poi la terza domanda si risolverà da sé; essa dice:

17.    Perché si gioisce del ritrovato, più che del già posseduto? Questo è facile da spiegare. Perché il ritrovare, e rispettivamente il cercare, costa fatica, e questa fatica è compensata dal successo del ritrovato!

18.    Una gioia però – qualunque essa sia – diviene vera gioia solo quando si può condividere con gli altri, così queste parabole, anche per tale ragione, sono giustamente degne di nota: perché non dimenticano questo godimento animico, anzi lo menzionano. Altrettanto, in queste tre parabole, che Io scelsi dalle differenti situazioni della vita, è espresso anche il dolore per qualcosa di perduto, corrispondente a ogni immagine.

19.    In primo luogo c’è la similitudine con un pastore che cerca la pecorella smarrita. Questa parabola riguarda l’obiezione che mi si volgeva contro, e in altre parole, che Io ricercassi la compagnia di gente che, agli occhi degli scribi e dei farisei, era piena di peccati.

20.    Che cos'è un pastore?

21.    Vedete, un pastore è un uomo al quale è affidato un certo numero di animali che egli deve guidare sui buoni pascoli e, in caso di necessità, proteggere da tutti i pericoli. Il pastore è, proprio a causa di quest’incarico, responsabile verso il suo padrone affinché nessuno degli animali a lui affidati subisca danno e, sempre abbia a sufficienza foraggio, per procurarsi il quale egli deve saper scegliere i luoghi adatti.

22.    Se Io mangiai con i peccatori, e in questo modo dimostrai che preferivo appunto i malati ai sani, i quali non hanno bisogno di alcun medico spirituale, proprio questa parabola della pecorella smarrita fu la più adatta per spiegare ai Miei discepoli il Mio comportamento; poiché una perduta, smarrita pecora, è – espresso in metafora – altrettanto come un uomo traviato, non guidato spiritualmente, o malato.

23.    Come una pecora smarrita è esposta al pericolo di cader preda di animali rapaci o di precipitare in un burrone, pericoli questi che essa spesso non è in grado di valutare, altrettanto un uomo traviato, malato spiritualmente che – sedotto dal mondo – non sa della sua destinazione spirituale, corre il pericolo di mancare completamente la sua vera e propria destinazione, quale membro di un futuro, eterno Regno, per giungere solamente dopo lungo tempo, attraverso grandi sofferenze e amare esperienze, là dove Io volevo condurlo invece, tramite la via più breve.

24.    Io dissi: ‘Il pastore è tenuto a condurre le sue pecore su buoni pascoli’, e questo fu anche il Mio dovere, quando assunsi l’incarico di ricondurre gli uomini, dalle vie sbagliate sulle quali essi camminavano non curanti, di nuovo sul vero sentiero della Vita, verso la loro vera destinazione spirituale.

25.    L'esempio del pastore Io lo citai per questa ragione: in primo luogo perché era più facilmente comprensibile agli uomini di quel tempo, e perché rappresentava al meglio la Mia missione quale Figlio dell'Uomo, cercando Io, la Sapienza discesa sulla Terra, di riportare indietro al Padre Mio i figli perduti, come pecore smarrite di un Pastore.

26.    Quanto è grande la gioia di un pastore che, dopo lungo cercare ed errare intorno, ritrova la sua pecorella smarrita, il bene a lui affidato, tanto è grande anche la Mia gioia per un'anima ritrovata.

27.    Per rendere ancor più evidente questo paragone però, Io scelsi la seconda parabola, la quale narra di una donna che perse una dracma, e rovistò tutto per ritrovarla.

28.    Io sapevo bene quale valore gli scribi e i farisei attribuivano al denaro, e così questa ricerca infaticabile della donna – ricavata proprio dalla sfera del loro modo di pensare – fu loro facilmente comprensibile. Si può, infatti, essere preoccupati anche per una piccola moneta, e cercarla tanto a lungo, finché essa non è ritrovata!

29.    Io perseguivo ancora altri scopi, quando per primo esposi loro la parabola della pecorella smarrita, quale essere animico, poi la perdita del bene materiale di presupposto valore, e infine, per ultimo, la perdita della dignità spirituale nel figlio perduto. Con questi esempi, Io volevo dir loro che le perdite animiche sono facili da sostituire, mentre le materiali sono più difficili, e le spirituali difficilissime.

30.    Nel primo caso, infatti, lo smarrito può essere distolto dalle sue errate opinioni attraverso situazioni e circostanze, ma subito dopo può di nuovo trovare, e ripercorrere la retta via. Le perdite materiali invece, esercitano di solito una tale potente oppressione sull'anima da farla vacillare nella fiducia in Me, anzi da farla disperare completamente, ed essa non volendo rinunciare alla solita vita, si fa in quattro per recuperare i piaceri mondani. La donna da Me citata avrebbe potuto accontentarsi delle restanti nove dracme; ma la dracma perduta le stava così a cuore che lei preferì rovistare tutto, pur di ritrovarla.

31.    Che Io, anche con questa parabola, non avessi di mira la vicenda materiale, bensì solamente quella spirituale, è naturale. Perciò dissi anche – come al ritrovamento della dracma perduta, la donna lo comunicò a tutte le vicine e amiche, rallegrandosi – che in Cielo ci sarà altrettanta gioia per un peccatore che fa penitenza, vale a dire, per un'anima salvata dalla caduta.

32.    Per quanto concerne la terza parabola, quella del figlio perduto, Io avevo frattanto attirato i Miei ascoltatori già così lontano nell’area della Mia narrazione spirituale, che potevo dar loro, come grande e ultimo esempio, un’esposizione in cui non si parlava di perdita materiale, bensì di perdita della dignità spirituale di un uomo; dove egli, dimentico del proprio valore, si abbandona al mondo e ai suoi piaceri, strappa tutti i vincoli che lo uniscono alla casa e alla famiglia, e si precipita nel mondo, sciogliendo le briglie a tutte le passioni, finché, stanco e spiritualmente distrutto, solamente nella grande sciagura riconosce la profondità dell'abisso in cui si è volontariamente gettato.

33.    Nel primo esempio c'era un Pastore che salvò dalla rovina un essere inferiore a lui, una pecorella, riportandola nuovamente ai suoi. Nel secondo caso c'era una donna che, ritrovando il suo bene materiale, si reputò felice. E nei due casi, sono usati com’esempio, solo dei fatti materiali. Nella terza parabola però, a tutte queste possibili perdite, si aggiunge ancora l'amore paterno, il quale subisce una perdita ancor maggiore e di più gran valore. Questa parabola, con riferimento a Me, quale Padre di tutte le creature, fu più facilmente applicabile, perché essa, da un lato presentava simbolicamente il pentimento di un'anima perduta, e dall'altro lato, l'inesauribile amore misericordioso di un padre che ama con tutte le sue conseguenze.

34.    L'esempio del figlio perduto, preso dalla vita umana, era il più importante, perché Io mostrai ai Miei ascoltatori, oltre ai vincoli della famiglia, come doveva essere un padre e come lo erano invece pochissimi di loro. Nella gioia del padre per il figlio ritornato, Io volevo mostrar loro quanto ben più grande dovrà essere la gioia del Creatore di tutti gli esseri, quando Egli vedrà gli uomini, che pose liberi nel mondo, ritornare di nuovo spontaneamente a Lui. Che la gioia nel Mio mondo dello spirito per un tale ritorno, sia ancor più grande che nella vita familiare il ritorno di un suo membro da lungo tempo perduto, potei renderlo loro comprensibile e afferrabile in questa parabola, espressa in metafora con la festa che il padre dispose per il ritorno di suo figlio creduto già da lungo tempo morto.

35.    Così queste parabole erano tre immagini prese dalla vita umana, che non solo si ritrovavano in quei tempi, bensì si ripetono sempre e si trovano anche presso di voi.

36.    Per salvare nuovamente pecore e figli perduti, per riportare le une all'ovile e gli altri al volontario ritorno, Io non scanso nessuna fatica. Ammonimenti, angustie d’ogni genere, malattie e casi di morte, devono tener loro continuamente dinanzi agli occhi che esiste ancora un altro mondo oltre a quello visibile. Io non tralascio nulla, e perfino l’intera Creazione è un esempio per questo, nel modo in cui la ricompensa persa deve poco a poco di nuovo ritornare a Me, al suo Creatore e Padre. Già da eoni di tempi avviene questo processo su altri mondi. Su questa vostra Terra esso si sta avvicinando rapidamente ad una conclusione. E con ciò sarà terminato un grande passo, affinché lo spirituale legato possa svilupparsi più facilmente e più rapidamente, per giungere a quella destinazione per la quale Io ho prescelto questo globo terrestre e i suoi abitanti.

37.    Tutto nell'intero universo deve spiritualizzarsi, deve procedere verso l’alto, ma voi uomini, per i quali Io stesso venni sulla Terra, avete dinanzi a voi una missione più grande di quella di milioni di altri spiriti su altri mondi; non senza ragione e scopo, infatti, Io scelsi la vostra Terra e su di essa la Mia stessa mortificazione, come esempio per tutto il Mio Regno dello spirito.

38.    E per questa ragione voi tutti sulla Terra siete maggiormente esposti alle tentazioni, perché il premio della vostra futura esistenza sarà più grande di quello dei molti esseri viventi su altri mondi, i quali compiono lentamente il loro processo di purificazione e trasformazione; mentre voi, provvisti della grande Luce della Mia Parola, e del Mio Esempio, con una forte volontà potrete giungere in breve tempo là, dove altri esseri giungeranno solamente dopo tempi inconcepibili. Qui, su questa piccola Terra, il processo di spiritualizzazione dovrà avvenire più rapidamente. Adesso sono disponibili tutti i mezzi e prese tutte le disposizioni, affinché gli uomini, nella misura in cui spiritualizzano se stessi, la loro anima e, attraverso di essa, il loro corpo, di riflesso spingano ad un più rapido progresso anche quegli spiriti legati nella tenebrosa materia; poiché per le anime grezze è necessaria una rigida, grezza materia, per le più fini, spiritualmente evolute, occorre anche una base più leggera. Quindi, come l'umanità si spiritualizza, così la segue passo per passo anche il mondo che le è destinato come luogo di dimora.

39.    Affrettatevi perciò a contribuire, per quanto potete, a questo processo di spiritualizzazione! Cominciate con voi stessi; poiché quanto più voi potete fare a meno del mondano, tanto più si spiritualizzerà il vostro interiore! Questo alla fine risplenderà attraverso la forma esteriore, e formerà con ciò un riflesso del contenuto interiore.

40.    Questo progredire, quanto più si manifesterà dapprima presso singoli, più tardi presso molti, e recherà la grande soluzione della Mia domanda spirituale, dove Io poi, quale l’unico Pastore, farò accogliere voi tutti, quale Mie pecorelle, sui grassi pascoli della Luce celeste di tutte le cose spirituali che un Padre amorevole vi ha preparato da eoni di tempo.

41.    Provvedete quindi a raggiungere questa meta, per quanto possibile! Ricordatevi della gioia degli spiriti e degli esseri che prendono parte alla vostra sorte! E sebbene sofferenze e lotte di ogni genere dovranno accompagnare questo progresso, la meta finale sarà degna di tutte le fatiche. La propria gioia per aver superato ogni difficoltà, la gioia dei giubilanti con voi nell'aldilà, la ricompensa del Mio eterno Amore paterno e l’eterno permanente accrescimento di beatitudine in beatitudine, di diletto in diletto, vi faranno dimenticare le leggere intemperie di una breve vita di prova.

42.    Seguite perciò il Pastore, e non smarritevi di nuovo su altre vie, dopo che Egli si è dato tanta pena per indicarvi la giusta via che porta all'eterna Vita e alla Sua figliolanza! – Amen!

 

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