(Rivelazione)

 

Libia  Bertelli  Martinengo

(1950 circa)

 

 

 

 

 

GIOVANNI L’ANNUNZIATORE

 


 

giovanni battista.jpg

 

A Maria e Libia,

le mie creature fedeli,

dò, dono, dedico.

Prefazione a cura della Associazione Pitagorica

Commentino a cura degli “Amici della Nuova Luce”

[Vai all'Indice]

 

Il testo originale reso disponibile in pdf da: Associazione Pitagorica

 

© 2011 Libia Bertelli Martinengo

Edizione del 1953 riveduta da Antonino Izzo

 

Nota del revisore:

In calce a questa rivelazione, nell’ultimo capitolo ‘epilogo’, risulterebbe che Pietro, come trasmesso secondo la concezione cattolica, è stato a Roma, nonostante altre fonti storiche rivelate ad altri mistici, spiegano chiaramente che Pietro non andò mai a Roma e morì a Bagdad. Inoltre, sempre nello stesso capitolo al capoverso 25, viene citata la liberta Atte, amante di Nerone, della quale storicamente si concorda che essa fu iniziata al cristianesimo da Paolo e non da Pietro. Peraltro, anche l’episodio del dodicenne Gesù nel tempio al cap. 5 non concorda con altre rivelazioni avute precedentemente da altri mistici. Per queste discordanze è da ritenere che la veggente sia stata probabilmente influenzata spiritualmente, in parte dalla sua cultura religiosa cattolica.

 

Personaggi

 

Gesù di Nazareth

Giovanni l’annunziatore

Afra                             ancella di Salomè

Alasco                        mago, collega di Simon mago

Abigael                       mago, collega di Simon mago, ma si è riscattato

Areta                          figlio ed erede di Gamaliel il re del deserto

Aristobulo                  padre di Erodiade

Atte                             amante di Nerone

Baal-Zebuch             il demonio

Barabba                     il ribelle

Baruch                       uno dei maghi, collega di Simon mago

Cabila                         una strega, collega dei maghi

Cuza                          procuratore di Erode

Daida                         anziana schiava nubiana di Erodiade

Davo                          schiavo della casa di Cuza

Domizio Nero            detto Nerone successore di Tiberio

Elia                             l’incarnazione di Giovanni il Battista

Elisabetta                   madre di Giovanni e cugina di Maria

Erode I il grande       padre di Erode Antipa e di Filippo, detto anche Filopatore

Erode Antipa             il legittimo erede al trono della Giudea

Erodiade                    moglie di Filippo, amante di Erode madre di Salomè

Euristo                        discepolo di Gamaliel

Eutimia                       schiava prediletta di Tullia, moglie di Pilato

Filippo                        fratello di Erode Antipa

Gamaliel                    re del deserto, padre di Zuleima

Giovanna                   moglie d Cuza, guarita da Gesù

Giuda                         pseudo discepolo di Gamaliel, il futuro apostolo

Giuseppe                   padre putativo di Gesù

Giuseppe d’Arimatea    seguace di Gesù

Hanna                        sommo sacerdote, sadduceo indicato spesso come ‘pontefice’

Herbioz                      schiavo trace di Ponzio Pilato

Jezabel                      Erodiade reincarnata, personaggio biblico

Tullia Paolina            moglie di Pilato

Macrone                    prefetto di Tiberio, soffocò lo stesso a Capri

Maria                          madre di Gesù

Paride                        citaredo di Salomè

Pilato                          Ponzio, prefetto di Roma in Palestina, amico di Seneca

Poppea                      amante di Nerone

Ruaghi                       la schiava di Barabba

Satana                       il demonio

Salomè                      figlia di Erodiade e di Filippo

Satan-Nael                il demonio

Seiano                       il prefetto del pretorio (primo ministro) sotto Tiberio

Seneca                      maestro di Nerone, diresse la politica imperiale

Simon mago              il mago che fu la rovina del regno di Erode

Simon Pietro              detto Chefa, apostolo del Signore

Sofronia                     nutrice di Giovanna

Tiberio                        imperatore di Roma

Tigellino                     prefetto del Pretorio sotto Nerone

Tito                             imperatore romano, distrusse Gerusalemme

Trace                         schiavo fedele di Pilato

Tropheo                     il carceriere di Erode

Vergulo                      un còmito di Erode

Zaccaria                    sommo sacerdote e Padre di Giovanni

Zebedeo                    discepolo di Gamaliel

Zimbla                        moglie di Barabba

Zobeida                     l’assira ancella di Erodiade

Zuleima                      moglie legittima di Erode e figlia di Gamaliel

 

[indice]

۞

Capitolo 1

« Io sono la voce di uno che grida nel deserto:

 preparate le vie del Signore»

                        1.                   Era un meriggio assolato, le montagne della Galilea sostavano sotto il Sole come una mandria di corpulente e tristi mucche assonnate. Ai margini della montagna, il deserto pietroso e salino (ch’era stato un fondo di mare) si stendeva sotto il Sole, appunto, come un immobile mare. Qua e là sinistramente luccicava la calce di un mucchio di irriconoscibili ossami. Lontano, a perdita d’occhio, un luccichio azzurro che, a tratti, brillava e spariva: il Giordano semi secco. Calura, Sole, silenzio e solitudine quasi corporea, tanto la sua sensazione prendeva alla gola ed era presente in ogni riposta piega del panorama spietato.

                        2.                   Ma pure, in quella che pareva assoluta sospensione di vita, due esseri vivevano e pensavano, due esseri sopra i quali nulla poteva il deserto, né la calura, né il silenzio oppressivo, essere la solitudine piena. E questi due esseri, almeno apparentemente, si ignoravano tra di loro. L’uno, un vecchio, vestito come un beduino, con una sorta di candido barracano[1] che lo avvolgeva interamente, era seduto sopra un masso, immoto sotto il Sole, con il profilo da sparviero, addolcito solo dallo sguardo di due inverosimili occhi azzurri rivolti verso il Giordano lucente; l’altro, un fanciullo sì e no settenne, nudo come un verme, ad eccezione di uno straccio intorno alle reni, color del bronzo fuso, magro come una cavalletta affamata che, dissimulandosi dietro un cumulo di ossami, cercava di avvicinarsi, non visto, al beduino immoto; ma un largo tratto di sabbia bianca e bruciante lo separava e, se voleva accostarsi, non poteva farlo che palesemente.

                        3.                   Il fanciullo esitò lungamente poi, decidendosi, si alzò in piedi e attraversò lentamente – con una strana dignità – il tratto assolato dirigendosi verso il beduino che non aveva mutato il suo atteggiamento, pur avendo subito notato il minuscolo abitante del deserto.

                        4.                   A tre passi di distanza il fanciullo si fermò e, portate le mani al petto, fece un rispettoso salaam; rialzandosi, fissò sul beduino lo sguardo ardito di due occhioni neri morati, pieni di una fiamma segreta e inespressa, dicendo: «Padre, che cosa aspetti nel deserto?».

                        5.                   Il beduino voltò il capo appena appena e, balenando nell’occhio dolce e severo un accenno di sorriso, rispose: «E tu, lucertola?».

                        6.                   «Non so, Padre, amo il deserto e le sue voci, e spesso ho il cuore gonfio di pena, ma pure ad alta voce il deserto mi chiama... mi chiama... e corro a lui dalla mia casa; non ho paura della iena. Così ti ho visto più lune, ti ho amato come il destro, ho voluto sentir la tua voce per sapere se anche a te parla nella notte il grande Spirito solitario».

                        7.                   Il beduino ascoltò con attenzione lo sconclusionato discorso del bimbo e, quando tacque, non rispose subito, compiacendosi di fissare in quei begli occhioni morati, il suo azzurro sguardo di aquila. Poi, lentamente, disse: «Sì, lucertola, anche a me si manifesta il grande Spirito solitario, ed io pure amo il deserto. Forse il deserto da molte lune mi ha parlato di te, perchè sapevo che ti avrei incontrato, ma non mi aveva detto che eri una lucertola così piccola! Sei dunque tanto infelice tra gli umani che, cosi infante, cerchi la compagnia delle iene e degli scheletri? Non hai una madre che stia in pena per te, una sorella che ti canti a sera le dolci leggende degli elohim?».

                        8.                   «Non sono infelice tra gli uomini, ma mi annoiano, essi non sanno tacere né parlare, e ridono se parlo loro del grande Spirito solitario! Ho madre e padre. Mio padre serve nel Tempio: è il sacerdote Zaccaria».

                        9.                   Il beduino accennò con il ciglio un sì: «Lo conosco! Degno e venerabile uomo la cui fama è giunta lontano... Ma allora, se tuo padre è il sacerdote Zaccaria, tu sei Giovanni, piccola lucertola?».

                     10.                   «Sì, sono Giovanni».

                     11.                   «Vedi, bimbo, il grande Spirito solitario non ha ingannato me, né te; ci ha chiamati nel deserto perchè ci dovevamo incontrare. Più tardi dovrò dirti qualcosa, Giovanni, ma ora è presto; torna da tuo padre e digli: “Gamaliel, il beduino ti saluta con il saluto della pace, e ti rimanda dal deserto Giovanni del deserto”. Ti ricorderai, bimbo?».

                     12.                   «Sì, padre, rispose serio il fanciullo: ma ti vedrò ancora?».

                     13.                   Il beduino mise sulla nuda spalla del bimbo una mano stranamente bianca e morbida e, chinando il volto in modo sparviero verso l’arruffio bruno dei riccioli infantili, rispose: «Tra quattordici lune torna al deserto, avrò allora da dirti qualcosa, ma fino a quel momento rimani con tua madre e dalle gioia; rimani con tuo padre e servi con lui nel Tempio all’Elohim Jehova. Servi con fedeltà assoluta rituale, non domandare nulla neppure a te stesso. A suo tempo capirai da te senza bisogno di domandare, sii libero come il deserto, capisci?».

                     14.                   «Sì, padre!».

                     15.                   «Soprattutto sii libero, perchè l’uomo ha in sè il suo padrone, esso si chiama ‘abitudine’».

                     16.                   Il vecchio e il fanciullo tacquero guardandosi negli occhi con uno sguardo grave come un giuramento. Poi, senza una parola, senza un saluto, si voltarono le spalle allontanandosi in opposte direzioni, mentre tra loro il deserto si frammetteva con la sua luce e il suo silenzio, come un fluido eterico.

* * *

                     17.                   Nella silenziosa maestà del Tempio del Signore, il vecchio Zaccaria attendeva alle funzioni del suo stato; assorto in una dolce meditazione tale da metterte una luce umida nel suo sguardo, spento dalla vecchiaia, più che meditare, ricordò quanto otto anni prima gli era capitato in quel medesimo Tempio. Riudì nel ricordo, la voce pacata e staccata dell’annunziatore invisibile e la forma dell’incredibile annunzio e, nella lotta del dubbio, la conferma della controprova data come una punizione. Rivisse i mesi dell’attesa trepidante; rivisse la bella nazarena gravida anch’essa di un parto divino, la quale aveva affrontato il rischio e il peso del lungo viaggio per trovare nella gravidanza misteriosa della cugina la conferma della propria, e risentì l’afflato[2] del soffio divino che, alla nascita prodigiosa dell’Atteso, a lui era uscito dalle labbra dischiuse in un profetico inno.

                     18.                   Da allora erano passati anni, le immagini si erano scolorite, gli avvenimenti erano stati dimenticati, ma vivo era rimasto l’avvenimento di cui il piccolo Giovanni era la prova vivente.

                     19.                   Il piccolo strano Giovanni! L’amore e il tormento della vecchia Elisabetta, la causa della sua perenne ansietà per le solitarie scorribande nel deserto con le allucinate notti piene di visioni, con il fuoco profetico bruciante come una fiamma nei grandi occhi morati del figlio, sbocciato dal grembo sterile, come un fiore prodigioso nella pietraia del deserto.

                     20.                   Il vecchio sacerdote trasalì improvvisamente. Qualcosa lo aveva toccato traendolo dalla sua astrazione e, subito, vide che questo qualcosa era la manina bronzea del figliolo che l’aveva raggiunto nel Tempio camminando silenziosamente sui piedi nudi.

                     21.                   «Tu?» – farfugliò Zaccaria. – «Che ci fai qui? Esci, non devi entrare nel Tempio seminudo! Non sai che qui c’è lo Spirito di Dio?».

                     22.                   «Sì, padre, ma in che cosa può Egli offendersi? Sono pulito, ho fatto il bagno e porto a Lui il corpo che mi ha dato. Non ripeti spesso tu, padre, che nudi usciamo dalla mano di Dio, e nudi torniamo a Lui?».

                     23.                   «Sì, ...sì, ...ma vedi, ...il rispetto al luogo santo, ...ai fedeli!».

                     24.                   «Allora, non a Dio?». – Zaccaria preferì interrompere e, preso per mano il figlio, uscì dal Tempio. – «È durata poco stavolta la tua scorribanda nel deserto», riprese a dire non appena furono nel pronao[3].

                     25.                   Il bimbo levò il suo visetto grave nel rispondere: «Sì, e per ora non vi torno più».

                     26.                   «Dio sia lodato!» – esclamò Zaccaria. – «…e a che si deve questa bella decisione?»

                     27.                   Un lungo silenzio da parte del piccolo, poi, con quel tono assente ch’era in lui una caratteristica, per la quale il discorso somigliava a un soliloquio, Giovanni riprese: «Alla fine l’ho incontrato, sai? E mi ha detto di salutarti con il saluto della pace».

                     28.                   «Chi hai incontrato?».

                     29.                   «Gamaliel!».

                     30.                   «Chi?».

                     31.                   «Gamaliel!».

                     32.                   «E chi è costui?».

                     33.                   «Il vecchio del deserto di cui mi aveva parlato lo Spirito solitario; anche a lui aveva parlato e mi aspettava».

                     34.                   «Mah! Parli di un uomo o di una visione? ».

                     35.                   «Di un uomo!».

                     36.                   «Di un uomo? Bene, e che ti ha detto?».

                     37.                   «Mi ha detto di salutarti con il saluto della pace, perchè sei un vecchio e venerabile uomo, e aggiunse di ritornare al fianco di mia madre per darle gioia, e al tuo fianco per servire nel Tempio all’Elohim Jehova, ...e che tra quattordici lune lo rivedrò nel deserto».

                     38.                   «Uomo o spirito che sia, sia comunque benedetto colui che ti ridà ai tuoi genitori. Così, così, dunque ti ha detto questo Gam... Gamaliel?».

                     39.                   «Sì, padre, e voglio dar gioia a mia madre e servire con te all’Elohim Jehova».

                     40.                   «Oh, Giovanni, che cosa buona oggi mi porti! Dunque, andiamo a casa, e domani entrerai tra gli accoliti di Jehova».

                     41.                   «Dell’Elohim Jehova, padre?».

                     42.                   «Ma no, …piccolo, Jehova è il Signore; il Santo non è proprio un Elohim! Gli elohim Lo servono».

                     43.                   «Ma, che ti prende?» – gridò Zaccaria affrettandosi a sostenere il figlio che, rigido, livido nel volto, con gli occhi sbarrati, cadeva all’indietro. – «Giovanni! Giovanni! Signore dei padri! Che succede, Giovanni?». Ma Giovanni, muto e immobile, rigido, gelido, non dava segno di intendere o di rispondere. D’un tratto un grande sussulto lo scosse, un rantolo rauco uscì dalla bocca contratta, e il corpicino si erse terribile, quasi duplicato in altezza, mentre dalle labbra infantili usciva, con un grido, una voce stentorea...: «Ed ecco che io… ‘sono la voce che grida nel deserto. Preparate le vie del Signore! Fate che le vie storte diventino dritte e le aspre addolcite; siano abbassate le montagne e colmate le valli, perchè sta per venire il giorno del Signore!».

                     44.                   «Onnipotente Iddio», – gridò Zaccaria – «…ecco che lo spirito è sopra di lui!».

                     45.                   «Chi sei, spirito? E in nome di chi parli?».

                     46.                   “Io sono Elia e vivo in questo corpo, e condurrò le genti a penitenza per mezzo di questo corpo e sarò come un’alba, e dopo di me verrà il Sole e io sarò come il lampo, e dopo di me verrà il tuono, perchè i tempi si sono adempiuti e le promesse furono compiute. Tu non dovrai ostacolarmi fino a che il Tempio non sarà distrutto e riedificato”.

                     47.                   «Elia! Elia, abbi pietà del corpicino che squassi, lasciami ancora mio figlio», pregò Zaccaria cercando con le sue deboli vecchie braccia di trattenere l’invasato!

                     48.                   Intanto un gruppo di fedeli e di popolo si era riunito intorno al pietoso spettacolo, e le parole dello spirito risuonavano sbigottendo i presenti.

                     49.                   « ... ecco che il Re di giustizia viene, piegherà il ginocchio innanzi a Lui ogni creata carne».

                     50.                   «Dunque il Messia verrà?» – interruppe la voce corale del popolo. «Verrà a salvare Israele?».

                     51.                   «Egli è già venuto e salverà tutte le genti che onoreranno il Suo nome».

                     52.                   «Dicci dunque chi è? Sei forse tu stesso?».

                     53.                   «No, non sono io. Io vi battezzerò nell’acqua, ma Lui vi battezzerà nel fuoco e Spirito Santo. Vi svelerà il segreto del Tempio. Vi salverà!».

                     54.                   Il delirio dell’invasato era giunto al suo culmine; due uomini robusti non potevano frenarne l’impeto impetuoso.

                     55.                   Eretto nella persona, appena sfiorante la terra con i piedini, con la tempestosa chioma piena di raggi, la bocca arsa dal grande grido, gli occhi che vedevano l’Invisibile, Giovanni era la vivente immagine di Elia sul carro di fuoco. La mano minacciante si stese.

                     56.                   «Guai a te generazione perversa e indolente, se non ti piegherai a penitenza!».

                     57.                   Ma la possessione cessò di colpo. Crollò tra le braccia degli astanti e, solo un po’ pallido, agitato appena da un tremito leggero, riaprì gli occhioni ritornati umani in faccia al padre. Ma non chiese cosa fosse accaduto, ...lo sapeva, ...disse solo: «Portami via, padre, portami via».

                     58.                   «Sì, amor mio, sì» – rispose il vecchio sacerdote sollevando sulle braccia il corpicino esausto, – «sì, a casa, a casa».

                     59.                   E tra la folla che rispettosa si aprì, Zaccaria si allontanò con il suo fardello.

 

[indice]

۞

Capitolo 2

«Rachele piange

 e non vuol essere consolata,

perchè i suoi figli non sono più»

                        1.                   L’indomani Zaccaria non poté iniziare ai servizi del Tempio il suo figliolo, perchè sfinito per l’eccesso medianico. Egli fu affidato alle tenere cure materne. Zaccaria non era inquieto, nè stupito per l’avvenuto, anzi se l’aspettava da tempo.

                        2.                   Discendente per parte di padre da una lunga progenie di profeti, profeta lui stesso, il piccolo Giovanni era come predestinato all’invasamento divino. Già nella prima infanzia si era mostrato strano e schivo, diverso dagli altri bimbi, ma non aveva mai avuto crisi vere e proprie. La prima perciò era stata di una violenza inconsueta, seppure contenuta, e nel vecchio sacerdote di Jehova c’era una titubanza di paura sugli effetti di una seconda crisi che fortunatamente non venne.

* * *

                        3.                   Dopo pochi giorni, Giovanni, completamente ristabilito, entrò tra gli accoliti del Tempio e vide spostato il limite dell’iniziazione virile anticipata – per eccezione a lui fatta – il ‘Mignam’[4] a otto anni non compiuti, anzichè a dodici come richiedeva la Legge.

                        4.                   Entrando nel Tempio, Giovanni sembrò normalizzarsi completamente e tra gli accoliti si distinse in breve per il rispetto al rituale e lo zelo alla Legge. A parte quello, divenne dolce e mite, affabile con la vecchia madre, quasi affettuoso con gli altri fanciulli e sembrò del tutto abbandonato dall’ansia di conoscere, dalla sete di conoscenza; mai fece una domanda sulla ‘Torà[5], mai un perchè sui riti, mai una frase sulle manifeste incongruenze del cerimoniale. Zaccaria non sapeva se rallegrarsi o meno. Alla sua mente consapevole il figlio sfuggiva oggi più che mai, ed egli se lo sentiva estraneo e staccato, non potendo, a par della  moglie, rallegrarsi della sua presenza puramente fisica. Elisabetta, invece, era una madre felice! Inaspettatamente, allorquando si era rassegnata ad essere infeconda, aveva portato con amore e tremore immenso la sua creatura nel seno, quasi nutrendosi essa stessa della vita dolce e terribile che in lei veniva formandosi in un essere umano.

                        5.                   Durante la visita della cugina Maria, aveva vissuto in una specie di estasi. La profezia era fiorita sulle sue labbra come un medianico saluto del nascituro all’Eletta. Ma con il parto, questo celeste ardore s’era spento e, in Elisabetta, la madre carnale, la madre spasmodicamente innamorata del suo nato, aveva avuto il sopravvento. Giovanni era il miracolo di Dio, ma era soprattutto suo figlio, l’essere sbocciato da lei, nato da lei, nutrito da lei e lei, lo amava come la parte più viva dell’essere suo. Lo amava come la leonessa ama il leoncino, tanto che, nell’amore del figlio, s’era spento il sentimento religioso. Per Elisabetta, Dio era il rivale, il nemico, colui che la privava del suo Giovanni, che glielo allontanava spingendolo nel deserto, e più lo vedeva crescere in virtù, più si ribellava e si aggrappava alla fragile persona del bimbo ribelle all’amore, sfuggente alle carezze. Riaverlo ora tutto suo, buono e quieto, senza più accesi quegli occhioni morati alla fiammella della divinazione, per Elisabetta era felicità insperata e completa, e la povera vecchietta osava perfino abbandonarsi al sogno e rallegrarsi di vederlo bello, prestante più d’ogni altro figlio di donna, il portato del suo seno. Ecco – pensava – egli crescendo sarebbe divenuto sacerdote come suo padre e ne avrebbe avuto il posto, avrebbe sposato una bruna figlia d’Israele, avrebbe avuto figli e avrebbe chiuso in pace i suoi occhi.

                        6.                   Un sospiro le gonfiò il seno, un sospiro di piacere, tanto il sogno era vivido. Riscossasi, Elisabetta guardò Giovanni che ora entrava in casa con il padre dopo il servizio al Tempio. … Un gelo improvviso le strinse il cuore, nell’accolito adolescente che, entrando, rivide, …un piccolo segno troppo dolorosamente a lei noto, quel ‘lampo’. Il lampo bruciante negli occhi nerissimi, il lampo annunciatore che le visioni tornavano. – «Giovanni!», gridò dolorosamente...

                        7.                   «Madre!», – rispose il figlio abbracciandola.

                        8.                   Elisabetta lo strinse a sè, rovesciò la bella testa riccioluta per guardare negli occhi la terribile luce, poi scoppiò in singhiozzi! Il figlio le si strinse affettuoso ma silenzioso, e ad Elisabetta erano ben noti i silenzi di Giovanni. A cena, mentre Zaccaria spezzava il pane, Giovanni uscì all’improvviso con una domanda strana: «Quando sorge la Luna nuova, padre?».

                        9.                   «Fra due giorni, piccolo, perché?».

                     10.                   «È la quattordicesima da allora!».

                     11.                   Intorno al tavolo, …fu pesante il silenzio. Lo ruppe Zaccaria: «Già, la quattordicesima; e tu, ...che farai, Giovanni?».

                     12.                   «Andrò là».

                     13.                   «Nel deserto?».

                     14.                   Il figlio chinò il capo assentendo.

                     15.                   «Dunque, non l’hai dimenticato?».

                     16.                   «Perché dovrei dimenticarlo?».

                     17.                   «E credi di rivederlo, …quel Gamaliel?».

                     18.                   «Sì».

                     19.                   «Ma pensa, piccino mio, se è mai possibile... che un maestro così saggio... si ricordi di un bimbo come te!».

                     20.                   «Appunto perché è saggio si ricorda di un bimbo come me. Perchè allora m’avrebbe dato l’appuntamento? Non l’avevo chiesto io...».

                     21.                   «Ma che t’importa di quel vecchio?» – gridò astiosa Elisabetta. – «Non hai qui tuo padre e tua madre? Non è qui la tua casa? Perché correre nei pericoli del deserto per rivedere un vecchio pazzo?».

                     22.                   «Madre, …non è un vecchio pazzo. Mio padre ha testé affermato che è un saggio maestro, ed io cerco il maestro come mi ha detto lo Spirito solitario».

                     23.                   Elisabetta aprì la bocca per rispondere, ma un breve gesto di Zaccaria la fece tacere.

                     24.                   «Giovanni!» – disse il padre con gravità più severa e dolce allo stesso tempo. – «Ascoltami attentamente e non distrarti. Tu lo sai che ti ho sempre preso sul serio e che ho avuto prova avendo visto bene come lo spirito possa impadronirsi di te. Io pure ho sentito il fuoco profetico scorrermi nelle vene (e tua madre discende da una lunga progenie di profeti fino ad Aronne) perciò ti ho potuto seguire fin qui e non contrariarti; ma se si ha il dovere di non ostacolare lo spirito di profezia, si ha anche il dovere di accertarsi quale ne sia l’origine. Nelle tue ore di visione, hai chiesto un segno al Signore?».

                     25.                   «No!» – rispose candido il fanciullo. – «Perché avrei dovuto farlo?».

                     26.                   «Ma tu ignori, bimbo mio, come noi possiamo essere insidiati da uno spirito ingannatore e come esso si travesta e si trasmuti per trarre in inganno e in menzogna gl’incauti che a lui troppo docilmente si abbandonano!» .

                     27.                   «No, padre, non ignoro ciò, ma non ignoro neppure come tra l’ingannatore e l’ingannato si accenni lo stabilirsi di un rapporto di volontà. L’ingannato vuol essere ingannato!

                     28.                   La menzogna vuole averla chi la desidera, chi di essa si lusinga, chi in essa trova il suo pascolo; ma chi non si lusinga, chi non vuol essere lusingato, …non sarà lusingato, e lo Spirito solitario non mi ha mai lusingato, perciò io ho creduto in Lui senza segni, nè avrei stimato degno di noi chiedergli un segno. Allo Spirito solitario si crede o non si crede, si accetta o non si accetta, ma non si patteggia con lui».

                     29.                   «Non si patteggia con lui?!» – gridò Zaccaria. – «Tuttavia lo stesso Signore Iddio strinse patto di pace tra Lui e Israele!».

                     30.                   Giovanni sorrise e tacque.

                     31.                   Zaccaria sospirò... «E che altro ti ha detto lo Spirito solitario?» – riprese rivolgendosi al figlio.

                     32.                   «Mi ha detto che io annunzierò alle genti la grande penitenza e che verrà chi metterà la spada nei legami della carne e del sangue, affinché gli uomini spezzino i vincoli della carne e, …stringano quelli dello spirito, e che non vi saranno più ebrei né gentili, greci o barbari, ma un solo ovile e un solo Pastore ».

                     33.                   «E ti ha detto che ne sarà di te, figlio mio?».

                     34.                   «Sì, che tornerò presto donde son venuto!». Queste ultime parole, però, furono espresse tanto piano, che Elisabetta non le udì, e Zaccaria seppe riceverle nel cuore senza che esso si spezzasse, per pietà della madre in lacrime.

                     35.                   «...nel deserto! Perchè ti manda nel deserto?».

                     36.                   «Perché ivi troverò il maestro che mi inizierà al mistero della conoscenza e mi rivelerà i segreti della vita».

                     37.                   «E questi segreti non può rivelarteli lo Spirito solitario qui in casa tua?».

                     38.                   «No! Mi ha detto che non deve rivelarmeli, ma che io devo saperli».

                     39.                   «Nel deserto?».

                     40.                   «Sì!».

                     41.                   Nel silenzio si sentì risuonare solo il pianto della madre.

                     42.                   «Oh!» – proruppe l’assai infelice. – «Oh, dalle montagne, dalla roccia, dovrebbero nascere i profeti e i salvatori! Non dalle viscere di una donna! Ecco ch’io non ho più figlio; lo so, lo sento. Ti perdo, ti perdo! E io, …ti ho partorito con tanto spasimo! Perchè incingermi di te, perchè? Per perderti?».

                     43.                   «Madre!» – echeggiò severa la voce argentina di Giovanni. – «Rientra in te. Questo linguaggio non conviene alla donna cui prescelse lo spirito di vita. A che ti valse servir nel Tempio per tutta la tua vita, se piegar non sai il capo ai decreti dell’Altissimo?».

                     44.                   «Oh, Giovanni! No, non così, bimbo mio, piccolo mio! Non così!» gridò la dolente tendendo verso il figlio le braccia. «Non così, ...tu sei mio figlio!».

                     45.                   «Per volontà dell’Altissimo, ma non contro la Sua volontà!».

                     46.                   E ciò detto, Giovanni, ridivenuto umano, andò a inginocchiarsî ai piedi della madre e disse: «Benedicimi, madre! Ti ho molto amato. Sei buona, madre mia, e l’Altissimo che mi ti ha dato e mi ti toglie, ti consolerà. Noi dobbiamo separarci, ma sulla Terra tutto è separazione, madre!».

                     47.                   «Giovanni, Giovanni mio!» – e altro dire non poté, soffocata dal pianto.

                     48.                   Giovanni però si era già alzato ed era uscito dalla stanza. I due vecchi erano rimasti soli, l’una con lo strazio infinito, l’altro con la mente greve dell’ora profetica e il cuore spezzato da una doppia tristezza. Un abbraccio di naufraghi avvicinò le teste canute e mescolò l’amarezza delle lacrime!

 

[indice]

۞

Capitolo 3

«Chi è costei

che sale dal deserto,

bella come la Luna,

 appoggiata al suo diletto?»

                        1.                   Quel giorno il disco giallo del Sole, affacciandosi all’orlo del deserto pietroso, poteva credere di aver sbagliato strada, tanta era l’animazione, il movimento che vedeva dominarvi. Carri dietro carri, legionari romani e soldati idumei alla rinfusa con mercanti, portatori d’acqua, schiavi, sacerdoti d’Israele e altra gente; pellegrini e mendicanti, profusione di barracani e sciammà[6], splendore di elmi, scintillio di armi e di gioielli, arruffio di animali da soma e veicoli d’ogni sorta e specie. Un intero popolo pareva trasmigrare con tutte le sue cose. Qualcosa, infatti, trasmigrava con tutto il peso di una lunga serie di delitti, ...una razza di Re. Erode Antipa, dopo anni di lotte e di intrighi, con l’appoggio dei romani, sbalzato dal trono (ove la follia senile del vecchio Erode l’aveva posto a dispetto degli stessi romani) il fratello minore Filippo, rientrava nella sede regale della tetrarchia e si dirigeva, assetato d’imperio, a marce forzate, verso Gerusalemme. Nel deserto, come nell’estuario di un mare, si mescolavano, si confondevano e, ...si ignoravano i partigiani del re vinto con i gregari del vincitore; …s’ignoravano, a meno che odi o vendette personali non cercassero tra le dune calcificate, l’occasione propizia per lo sfogo, preparando per le notti piene di fremiti, lauti pasti per le iene.

                        2.                   In riva al Giordano, il fiume umano che scendeva da Gerusalemme e quello che vi saliva, sostava nel mezzogiorno di fuoco: sotto le tende, rapidamente erette, andò calmandosi grado a grado l’agitazione febbrile, stremata dalla calma opprimente.

                        3.                   In una tenda, la più sontuosa di fregi, sopra un letto di pelli preziose, una donna dal florido seno e dal profilo di cammeo[7], giaceva senza riposare. La veste di bisso discinta svelava la tenera meraviglia rosea di carni amorosamente plasmate per il sogno di voluttà. Alla base del collo, una collana di piccoli rubini della Calcide[8] formava un ornamento sinistro, simile al taglio di una scimitarra. Sulla fronte regale un’ombra, un’ansia tormentosa pesava immobile nella riga dritta delle sopracciglia avvicinate, e le rosse labbra, chiuse sui denti perlacei, sembravano aver perduto l’uso del sorriso.

                        4.                   La bellissima era Erodiate, consorte del vinto Filippo. Donna d’animo regale, non priva di istintiva nobiltà, essa aveva visto la sua giovinezza e la sua anima, violentate dalla ragion di stato e dal capriccio reale. Promessa giovanissima in sposa ad Erode Antipa, l’aveva amato con l’impeto e la tenacia del primo risveglio verginale. Strappata poscia a lui e data in moglie al di lui fratello, aveva subito la sua sorte con amaro silenzio, conscia di tutti gli oneri della corona. Forse avrebbe amato Filippo (dal quale ebbe subito una bimba) se egli fosse stato uomo d’azione e di volontà virile. Ma rivelatosi vizioso, depravato, dedito a tutte le bassezze, superbo e crudele, astuto e miserabile, ella non poté in breve che sentirne una repulsione profonda e riaccendere, in tortura di spasmodica nostalgia, il ricordo di Erode, bello, ardito, perseguitato, infelice. Dal fondo del gineceo[9], senza speranza per sè, senza egoismo, aveva seguito la lotta tra i due fratelli facendo voti per Antipa, pregando il cielo di dare la corona a colui cui era stata strappata unitamente alla sposa. Ora, nella fuga, seguiva l’ignavo consorte portando seco la piccola Salomè – unico pegno del connubio maledetto – dopo aver appreso che Erode avanzava, verso Gerusalemme, trionfante, con a fianco la legittima sposa – Zuleima – la figlia del re dei beduini del deserto, che tanto aveva fatto per accelerare l’ora del trionfo.

                        5.                   Il pensiero di Zuleima straziava il geloso cuore di Erodiade.

                        6.                   La esasperava la presenza della rivale felice al fianco dell’uomo amato, e preferì non vederla. Seguiva ora Filippo verso l’incertezza dell’esilio, non ben gradita compagna, seppure universalmente ammirata.

                        7.                   Erodiade, tormentata dall’insonnia, si levò di botto e batté le mani. Subito una schiava nubiana apparve e le s’inchinò reverente.

                        8.                   «Daida!» – disse Erodiade. – «Avvicinati a me». La nubiana si accostò, era anziana aveva un volto intelligente e dolce.

                        9.                   «Amata regina» – disse, – «soffri?».

                     10.                   «Sì, Daida! Solo tu mi capisci in silenzio, …solo tu sai il male che mi rode qui. Ma un rimedio per questo male non lo conosci?».

                     11.                   «Amata regina! Solo la morte è il rimedio al tuo male, ma ad essa non hai diritto di pensare. Che ne sarebbe di Salomè senza di te?».

                     12.                   «Lo so, Daida. Salomè, ...tu non pensi che a lei. Tu l’ami, …quasi più di me. Ma io soffro, soffro! Daida, dimmi: …è bella? È bella come dicono?».

                     13.                   «Perché ti strazi con le tue mani, o regina? Abbi pietà di te stessa; che vuoi fare contro il karma? Tu sai come il karma, solo il karma ti ha tolto il tuo amore. Ho pregato con te, per la sua vittoria; ho pianto con te, ho amato per amor tuo i nemici del re, …perchè erano gli amici di lui. Oggi non posso reggere a vederti smaniare di gelosia, vederti inferiore a te stessa. Amata! Amata regina! Sai bene che Zuleima salvò il tuo amore allorchè era perseguitato!

                     14.                   Tu stessa me l’hai narrato. Oggi lei trionfa per lui, esulta per lui, forse l’ama e non ne è riamata che per riconoscenza, poiché così vuole il karma, poichè così è fissato lassù».

                     15.                   «Basta, Daida, basta!» – gridò Erodiade. – «Non ne posso più. Io impazzisco se non lo vedo, se... – Che accade?».

                     16.                   Uno strepitio risuonò nel campo, un calpestio di cavalli, un tintinnio di armi, un clamore di guerrieri sopravvenienti. Erodiade balzò in piedi: nella piccola mano scintillò un pugnale, mentre allontanava la nubiana che si era parata a farle scudo con il corpo.

                     17.                   Terribile, mosse un passo verso la soglia della tenda proprio allorchè essa veniva oltrepassata da un guerriero ansante, armato di tutto punto. Il pugnale cadde dalla mano della donna...

                     18.                   «Erode!».

                     19.                   «Erodiade!».

                     20.                   Una risata spaventosa squassò il petto della regina...

                     21.                   «Erode! ... Oh, Daida! Così si vince il karma!». E si gettò tra le braccia dell’amato come in un gorgo di perdizione e di cielo!

                     22.                   Pochi minuti dopo Erode, Erodiade, Daida e la piccola Salomè in braccio a quest’ultima, chiusi in un cerchio lucente di armati, lasciavano il campo del vinto e, con tutta la velocità dei cavalli berberi, si lanciarono attraverso il deserto verso Gerusalemme. Dopo due ore di pazza corsa, rallentarono per lasciar passare una lunga carovana di carri e di mercanzie diretta alla capitale. In coda un beduino, avvolto in un baraccano bianco come la neve, camminava lentamente con a fianco un fanciullo bruno, coperto solo da una corta tunica.

                     23.                   La coppia passò vicinissima al cavallo di Erode che nitrì inquieto e sfiorò la veste di Daida, la quale cullava, contro il suo cuore, Salomè addormentata. La bimba aprì gli occhi fulgenti, mentre il fanciullo bruno levava i suoi a guardarla. Fu un attimo breve, poi Salomè nascose il visino nelle vesti della nubiana e scoppiò in pianto, mentre la coppia strana si allontanava nel deserto in direzione opposta a Gerusalemme!

 

[indice]

۞

Capitolo 4

« Ignoro l’anima  del criminale,

ma vidi quella di un uomo onesto:

 ne ebbi paura »

                        1.                   A Gerusalemme l’eco delle feste andava gradualmente spegnendosi.

                        2.                   Il tetrarca Erode si era comportato da buon politico, e non solo non si era incrudelito contro i fautori del fratello Filippo, ma aveva accettato per buone le loro scusanti, e aveva dimostrato di gradire le manifestazioni di sottomissione e le dichiarazioni di fedeltà. Aveva insediato Hanna, il sadduceo, nel Tempio come sommo sacerdote, nonostante la sua nota connivenza con Filippo, donandolo scaltramente a Ponzio, cui premeva non aver nel Tempio d’Israele degli zeloti e tanto meno dei farisei, per poter governare l’inquieta provincia palestinese con un minimo di perdite umane.

                        3.                   Ponzio, prefetto della Palestina, amico personale di Seneca, si ostinava d’essere uomo di studi, e teneva al titolo di philantropos (amico degli uomini), in realtà era rotto a tutti i vizi dell’epoca, meno che a quelli richiedenti del rischio, e non ci teneva affatto di tornare a Roma sotto forma di ‘effigie funebre’. Conosceva gli ebrei per lunga pratica e ne diffidava, pur non dimostrandolo.

                        4.                   Erode Filofatore, altrimenti detto ‘Erode il grande’, l’aveva tenuto lungamente in eccitazione per le sue inquietudini, per le sue frenetiche smanie d’impero e per il suo astioso ingelosire d’ogni onore riservato ad altri.

                        5.                   Pure Filippo aveva costituito per Ponzio una vera miniera di fastidi e preoccupazioni, abbietto quanto un uomo può esserlo, aggiunse ai suoi vizi esteriori, quello interiore del bigottismo; capace d’ogni delitto, era un docile trastullo nelle mani dei farisei e degli zeloti, perciò Ponzio aveva, con vero entusiasmo, sostenuto segretamente il legittimo principe Erode, e ora si rallegrava di vederlo tetrarca, nel nome di Roma, sopra l’inquieta, reazionaria Giudea.

                        6.                   In una stanza segreta della reggia, Ponzio ed Erode con il pontefice Hanna, erano riuniti a consiglio. Herbioz, l’inseparabile schiavo trace di Ponzio, sordo e muto – vero cane da guardia umano – montava nel corridoio un’indefettibile guardia, e i tre uomini, dai quali dipendeva in gran parte la sicurezza della pace imperiale, vagliavano i consigli dell’ora, prevedendo le inevitabili difficoltà.

                        7.                   «Ascoltami, serenissimo principe» – disse in quel momento Pilato, – «il tuo atto audace che ci ha dato in potere la moglie e la figlia di Filippo, è senz’altro da dire sommamente vantaggioso ai fini del regno. In Salomè noi abbiamo un sacro ostaggio che tronca sul nascere ogni congiura in avvenire. Filippo, per se stesso, non ha fautori. I farisei e gli zeloti, di cui è la creatura, sono saggiamente tenuti a freno dal nostro ottimo Hanna, sommo sacerdote secondo la Legge.

                        8.                   Tu sei il legittimo signore e sei il legittimo tutore di Salomè. Tutto va bene, cioè tutto andrebbe bene, se tu volessi solo riflettere sulla tua posizione riguardo a Erodiade. Che vuoi fame di questa donna?».

                        9.                   «... Sì, sì» – fece levando la mano in un gesto molle per impedire a Erode di rispondere.

                     10.                   «Sì, so cosa vuoi dire, ma prima permettimi, serenissimo signore, di farti riflettere. Lei è la legittima moglie di tuo fratello, il tetrarca usurpatore, quindi non puoi fartene una concubina, per non umiliare te stesso in lei. Sposarla non puoi, perchè legittimamente sei sposato con Zuleima la regina del deserto, l’incontrastata e adorata signora di tutti i berberi e di tutti i beduini. Essa è la tua prima sposa e non puoi rimandarla, a meno che tu non voglia tirarci addosso tutti i discendenti di Ismaele... e poi, non hai una vera ragione per farlo; ove tu lo facessi, i discendenti di Ismaele avrebbero altrettanti partigiani e fautori nel regno d’Israele quanti zeloti e farisei vi sono. Tu l’ami ed essa ti ama; ottima cosa... sì, ottima cosa per un privato cittadino, ma un re ha doveri che non sono di privato cittadino, e l’ultima cosa cui deve fissare il proprio pensiero è proprio l’amore! Inoltre» – continuò con imperturbabile serenità «non dimenticare che Roma ti ha ridato il trono e che le Leggi romane sono severe per ciò che riguarda l’ordine interno. Filippo, presso Tiberio, ha qualche appoggio...».

                     11.                   «Insomma...» – interruppe Erode, – «…che dovrei fare secondo voi?».

                     12.                   «Restituisci Erodiade a Filippo, tenendo Salomè in ostaggio» – rispose Ponzio.

                     13.                   «Rimanda al marito la moglie…» – confermò grave Hanna, – «... e consacra al Tempio Salomè».

                     14.                   Erode balzò in piedi livido in viso: «Ascoltami, prefetto» – gridò, – «e tu pure, sacerdote Hanna! Vi ho ascoltato fino adesso con sufficiente pazienza, sperando che dalla vostra saggezza venisse luce per l’atrocità del mio dubbio, ma ben comprendo che voi siete volpi, e la volpe non potrà mai consigliare il leone. Ma non capite che l’amore di Erodiade, solo l’amore di Erodiade ha fatto di me un combattente e un re? Non capite che solo per lei ho lottato, solo per lei! Solo per strapparla all’iniquo legame ho sperato e resistito fino alla vittoria! Non capite che, senza Erodiade, la corona è un peso insopportabile, e la reggia è una tomba spaventevole? Non è per chiudermi vivo in questa tomba che ho tanto sofferto. La mia spada m’avrebbe, molto tempo prima, aperto una via alla libertà, poiché prima di vivere da randagio, avrei saputo morire da stoico.

                     15.                   Oggi che la mia spada, il mio valore (e non il vostro consiglio volpino), mi hanno aperto la via della potenza e della gloria, voi non sapete consigliarmi altro fuorché essere sul trono ciò che non fui nella miseria? Vile! No! Per Abramo, io non lo sarò! Erodiade è la mia donna. Sarà la mia donna dinanzi al cielo e all’inferno! Lo sarà, che voi lo vogliate o no! Lo sarà per la mia vita di cui è il sorriso, nonostante tutte le leggi, a dispetto di tutti gli zeloti e delle stesse, poiché la nostra suprema Legge è l’amore che, dall’infanzia, ci ha uniti».

                     16.                   Hanna e Ponzio si guardarono in silenzio; compresero di non poter nulla contro la passione scatenata di Erode, e compresero pure come Erode fosse, per il momento, il più forte. Tuttavia la vecchia saggezza dei due prevedeva delle complicazioni future, e Ponzio consacrava mentalmente agli déi infernali la testa di quanti ebrei presenti e futuri vivessero in Giudea.

                     17.                   Hanna ruppe il silenzio che s’era fatto, con una domanda sillabata in un nome: «Zu-lei-ma?».

                     18.                    Erode s’infuriò ancora di più: «Ebbene, Zuleima?! Essa è stata per me una buona amica, un’alleata preziosa quanto ambiziosa, ma sapeva che non ero libero, che amavo Erodiade, che sempre l’avrei amata.

                     19.                   L’ambizione, non l’amore l’ha unita a me; a quest’ambizione io darò tal premio da essere bastevole a un’imperatrice.

                     20.                   Sposa del tetrarca di Giudea, se rinunzierà a tale titolo, la riconoscerò e l’adotterò come figlia, dando a lei in dote centomila talenti d’oro e la rimariterò con il principe che vorrà ella stessa indicarmi. Tutto può attendersi Zuleima dalla generosità di Erode...».

                     21.                   «... e tutto dalla sua pazzia...» – finì Ponzio con un sorriso.

                     22.                   Egli conosceva Zuleima e, più di Zuleima, conosceva il padre, il ‘leone del deserto’, l’infuriato sostenitore degli esseni, il più fedele alleato che poteva facilmente mutarsi nel più irriducibile avversario di Erode e di Roma.

                     23.                   «Bene!» – concluse Hanna. – «Che il Signore sia con te, tetrarca! Ed Egli operi acciò tu non abbia un giorno a rimpiangere i nostri consigli volpini!».

                     24.                   Il cessare della resistenza placò il tetrarca, il quale non volle separarsi dai suoi amici senza che essi portassero un saggio della sua generosità e, pregato Ponzio di richiamare il fedelissimo Herbioz, batté sopra un timpano e allo schiavo accorso diede un ordine.

                     25.                   Dopo pochi istanti il medesimo schiavo recava al tetrarca gli oggetti richiesti, oggetti che egli porse a Ponzio e ad Hanna come un piccolo ricordo del suo buon amore per loro: ad Hanna un cofanetto d’oro pieno di erbe dal prezioso profumo per il Tempio del Signore, al Ponzio un anello di barbarica ricchezza, e mentre per due segrete porticine Ponzio e il sommo sacerdote uscivano dalla reggia non visti, Erode raggiunse Erodiade.

 

[indice]

۞

Capitolo 5

«Ciò che è stato, sarà,
e ciò che è già, è stato»

                        1.                   Gran concorso quell’anno a Gerusalemme per il giubileo. Nelle viuzze strette e nelle piazze che i romani avevano voluto appositamente larghe e comunicanti tra loro a mezzo di vie alberate, allo scopo di prevenire e facilmente reprimere tumulti, inattivo il concorso del popolo in pellegrinaggio, proveniente dai più svariati punti della Giudea, della Galilea, della Pontide, dell’Arabia.

                        2.                   Ogni sorta di abiti e di ornamenti si mescolava a ogni specie di cenci e di miserie.

                        3.                   Il Tempio era come uno scoglio circondato dalla nera marea, onde su onde, il popolo passava e sembrava non dovesse mai cessar di passare. I sacrifici seguivano i sacrifici, e gli accoliti erano stremati dal loro lavoro divenuto pesante. I sacrificatori avevano nausea del sangue delle vittime. I leviti e i sacerdoti erano rauchi per le interminabili preghiere rituali, ritualmente ripetute più volte al giorno.

                        4.                   Con l’aria greve, nei cortili del Tempio stagnava l’odore dolciastro e nauseante del sangue; in quei cortili era passata poco prima una famigliola, un uomo e una donna con un bel ragazzo dodicenne, svelto nella persona, grave e raccolto nello sguardo. Erano entrati nel Tempio e avevano offerto il sacrificio dei poveri: una coppia di colombi e una focaccia di grano e miele. Le mani della madre avevano tremato deponendo la focaccia, e il viso del giovinetto era divenuto pallido quando la rude mano di un levita aveva afferrato, dalla curva dolce della sua tunica, il caldo groviglio delle colombe tremanti...

                        5.                   «...e come può» – aveva detto dolcemente il giovinetto, – «rallegrarsi per la distruzione e la morte, Colui che dovrebbe essere il Dio della vita? Non ha Egli creato le colombe al pari dell’uomo? Non palpita anche in esse una scintilla di quel fuoco che dà ordine al Creato?».

                        6.                   «Che hai tu da lagnarti, moccioso?» – gridò il levita offeso. – «Già siete tutti d’una razza, voi nazareni, e nulla più vi spiace, dell’offerta al Tempio del Signore...».

                        7.                   «Non dell’offerta al Tempio del Signore» – ribatté calmo il fanciullo, – «…bensì del modo e dell’interpretazione, perchè sta scritto che il Signore non si rallegra nei sacrifici di sangue, ma gradisce l’innocente offerta fatta con cuore puro. Del resto, presto sarà unita con un rito cruento, perchè i sacrifici non valgono che come simboli!».

                        8.                   Stava per replicare duramente il levita, quando la madre trascinò via il giovinetto, sussurrando con le labbra sbiancate: «Taci, …taci! Vieni via, Gesù!». Nel cortile continuò amorosamente a rimproverarlo: «Vuoi farmi morire, figliolo? Perché cerchi cose non da te?».

                        9.                   «Non da me, madre? A me spetta occuparmi delle cose del Padre mio, e di cercare quanto compete al Suo Regno». Stava per replicare Maria, la madre di Gesù, quando un folto gruppo di pellegrini invase il cortile e separò la madre dal figlio e dal marito. Non s’inquietò essa, contenta dell’interruzione opportuna... e non vide un levita dall’occhio bieco che, avvicinatosi all’adolescente e postagli una mano sulla spalla gli disse: «Seguimi, il Consiglio dei dottori del Tempio mi ha ordinato di portarti da loro!».

                     10.                   Così dicendo il levita spinse Gesù fuor dalla folla e lo fece passare, dal cortile esterno, in una vasta sala che si apriva su di un cortile interno, dove si riunivano abitualmente a discutere della Legge, farisei e sadducei.

                     11.                   Passato l’ingorgo dei pellegrini, Maria cercò il figlio e il marito; ma non vedendo alcuno, certa di trovare all’uscita i suoi cari, non si preoccupò che di raggiungere la porta esterna, dove, infatti, trovò Giuseppe, suo marito, ma non il figlio.

                     12.                   «Dov’è Gesù» chiese, e già l’ansia era nella sua voce.

                     13.                   «Ma non era con te?» – disse Giuseppe.

                     14.                   «No!» – disse smarrita. – «Io pensavo fosse con te...».

                     15.                   «Calmati, Maria, sarà certo rimasto indietro preso nella folla. Ora lo vedremo, calmati!».

                     16.                   Ma la donna tremava come una foglia ed era livida in viso.

                     17.                   «Oh, Giuseppe, ho paura, …ho paura. Nel Tempio è venuto a parole, …con un levita. Vieni, cerchiamolo, …chiamiamolo. Gesù! Gesù! Gesù!» e il nome fu strozzato dal pianto...

                     18.                   «Ma non fare cosi, Maria, ci guardano tutti...».

                     19.                   Un capannello di persone, infatti, si formò intorno ai due pellegrini...

                     20.                   «Che succede? Che c’è?».

                     21.                   «Ha perduto un bambino. No, un ragazzo!».

                     22.                   «Dove?».

                     23.                   «Nel Tempio».

                     24.                   «Ma no! Si troverà, non piangere, donna...».

                     25.                   «Poveretta!».

                     26.                   «Chi è?».

                     27.                   «Una nazarena, ha perduto suo figlio..».

                     28.                   «Ma no, lo troverà...».

                     29.                   «Han rubato un bambino!».

                     30.                   «Han soffocato un bambino!».

                     31.                   «Buona gente, avete visto un bambino?».

                     32.                   Maria, spaventata dalla gente che il suo stesso grido aveva commosso, calò il velo sul viso a celar le lacrime e, stringendosi affannata a Giuseppe, tacque, mentre avrebbe voluto gridare il nome adorato.

                     33.                   Per tre lunghi insopportabili giorni dovettero cercare dentro e fuori dal Tempio il figlio. Tre giorni di ansie, tre notti di pianto; all’alba del terzo giorno, Giuseppe incontrò sulla soglia del tempio un vecchio sacerdote che gli era stranamente familiare, …pur non ricordandone il nome,. e fu il vecchio sacerdote che gli mosse incontro con un grido festoso.

                     34.                   « Oh! Giuseppe ben David!».

                     35.                   «Che buona ventura, Zaccaria!» – gridò il pover’uomo, riconoscendo il parente della moglie.

                     36.                   I due vecchi si abbracciarono commossi, ma sciolto dall’abbraccio, Giuseppe tornò alla sua preoccupazione.

                     37.                   «Hai per caso visto mio figlio? Un giovinetto dodicenne, biondo, occhi cerulei, pensoso?».

                     38.                   «Sì! Ma è tuo figlio? Come ho fatto a non riconoscere il piccolo Gesù?».

                     39.                   «Dov’è? Dov’è?».

                     40.                   «Ma nella sinagoga, tra i dottori della Legge. Sono tre giorni che questo prodigioso fanciullo spiega le Scritture e interpreta i sacri Testi più oscuri con tanta sapienza, quanta poteva averne lo stesso Salomone, ...e ci tiene sospesi d’ammirazione! Sarà la gloria della sinagoga, quel fanciullo!».

                     41.                   «Oh, guidami a lui, guidami a lui, ...che sua madre mi muore di dolore e di angoscia».

                     42.                   I due vecchi si voltarono per entrare nel Tempio.

                     43.                   «Eccolo là», – esclamò Zaccaria additando in un gruppo di dottori e di farisei che uscivano dalla sala, un fanciullo biondo dall’occhio grave, colmo di pensieri. Giuseppe si slanciò verso il fanciullo:

                     44.                   «Oh, Gesù, finalmente! Vieni, vieni da tua madre».

                     45.                   Il giovinetto lo guardò con i begli occhi un po’ assenti, …quasi stentasse a ricordare, ...a riconoscere. Poi sorrise e seguì il padre. Pochi minuti dopo, Maria, stringendolo al cuore, gli chiedeva piangendo:

                     46.                   «Gesù, perché farci stare in ansia? Perchè sparire così? Ecco che tuo padre ed io ti abbiamo cercato». Gesù con gesto dolcissimo asciugò gli occhi della madre e rispose:

                     47.                   «Perché mi hai cercato? Non ti avevo detto che dovevo badare alle cose del Padre mio che è nei Cieli? Povera madre, non è ancora l’ora di piangere così. Tu mi hai trovato e non ti lascio subito, ma, …devi abituarti, ...rassegnarti, lo sai che non sono venuto a portare la pace, ma la guerra; e chi porta il fuoco, che può desiderare fuorché si accenda? Ecco che io sono venuto per portare il fuoco, e desidero che arda».

                     48.                   Maria tacque affranta, non poteva discutere con il prodigioso figliolo. Lo strinse a sè, paga di riaverlo, in una smemorante dolcezza di tutto l’essere che nel figlio si saziava e si completava. Sapeva, intuiva che qualcosa sarebbe accaduto a strapparglielo, tuttavia aveva fede nella parola del figlio, …che non sarebbe stato ‘subito’.

                     49.                   Mentre i tre pellegrini tornavano a Nazareth, nella sinagoga i dottori e gli scribi, i farisei e i sadducei continuarono, o meglio, incominciarono la discussione, pieni gli orecchi dell’armonia di una voce infantile, l’occhio della mente abbagliato da singoli concetti e nuovi pensieri, colmi da interpretazioni di vecchi testi giammai osati pensare!

                     50.                   «Un angelo ha dunque parlato tra noi», – …disse un vecchio fariseo.

                     51.                   «Ma che angelo!» – tuonò un sadduceo. – «Gli angeli non esistono che come ‘forze della natura’ e non si disturberebbero per parlare agli uomini. Il fenomeno cui abbiamo assistito, null’altro prova che un’intelligenza straordinaria e, quel che conta, vivente. Il piccolo nazareno ha dimostrato di ben conoscere le Sacre Scritture, ma soprattutto ha dimostrato di avere un pensiero suo, un’interpretazione non letterale dei Sacri Testi come fate voi farisei che, a furia di applicare la lettera, uccidete lo spirito della lettera.

                     52.                   Noi sadducei abbiamo ripetuto più volte le stesse cose, ma voi non ci onorate di attenzione. Voi volete il prodigio, il miracolo, l’angelo, il meraviglioso; non importa se non è vero, importa solo non doversi chinare al pensiero umano!».

                     53.                   «Pensiero umano!...» – inorridì un fariseo. – «Ciò che ci è stato esposto testé da un fanciullo, è pensiero umano?

                     54.                   Un fanciullo dodicenne ne saprebbe più di noi tutti! E potrebbe insegnare a noi come ha fatto? Ma ciò è inammissibile, è mostruoso; per qual potenza l’avrebbe egli fatto?».

                     55.                   «Semplicemente perché quel fanciullo è un uomo e non un... fantoccio», – ribatté il sadduceo.

* * *

                     56.                   Sadducei e farisei erano irriducibili avversari in materia religiosa. Toccati dalla grande corrente ellenista, sedotti dalla quadrata bellezza del pensiero orientale, non indifferenti alle serene massime buddiste che filtravano nei grandi movimenti umani dei mercanti e dei soldati, i sadducei erano la corrente modernista della sinagoga. Al contrario i farisei, irrigiditi in una dogmatica letterale, incapace escatologicamente[10] di rispondere ai veri bisogni spirituali, chiudevano, nei versetti della Torà e nella interpretazione tradizionale della stessa, ogni anelito culturale, scontrandosi di continuo contro le correnti definite ‘profanatrici’ che, avide di manifestazioni, urtavano per ogni dove l’antemurale[11] del Tempio di Gerusalemme.

                     57.                   Il battibecco di Gesù con il levita era stato udito da un dottore sadduceo intinto di buddismo, il quale, ritrovando sulle labbra infantili lo stesso concetto su cui affaticava il pensiero, aveva introdotto Gesù in mezzo ai dottori come un sostegno della bontà della sua idea. La discussione che ne era sorta, era stata afferrata dall’adolescente Gesù e svolta in maniera da affascinare i dotti avvezzi alle sottili disquisizioni, appunto per il soffio nuovo e vivente che emanava dal fanciullo prodigioso. Da lui era sbocciata la convinzione d’amore, e la Torà si era animata nelle parole colme di saggezza e di logicità di un bimbo, ignaro di regole filosofiche, puntate alla mèta di una verità nascosta, raggiungibile mediante semplicità.

                     58.                   Perciò il sadduceo aveva ragione nella sua affermazione mirante a stabilire un meraviglioso fatto umano, anzichè un non necessario intervento divino. Ma i farisei, se in Gesù potevano accettare l’angelo, non potevano ammettere un raziocinio umano, più logico, più accettabile, più comprensibile del castello di difficoltà costruite sulla Torà e dal fanciullo, agevolmente rovesciate con poche proposizioni, stringenti e logiche, che avevano suscitato l’entusiasmo dei sadducei.Nella sinagoga ognuno parlava per conto suo esponendo le più strane teorie dottrinali. In un angolo della medesima, silente e pensieroso, un uomo avvolto in paludamenti[12] sacerdotali, ascoltava la babelica confusione dicendo fra sè:

                     59.                   «Molto bene. Finché discutono del sesso degli angeli, non avranno il tempo per occuparsi di Erodiade, e gli zeloti non potranno crearmi complicazioni con il prefetto Ponzio».

                     60.                   L’uomo che così parlava, era il pontefice Hanna!

 

[indice]

۞

Capitolo 6

«Potresti essere la più grande

sarai la più infelice»

                        1.                   All’interno della reggia, in un cortile impreziosito di mosaici dove zampillava una freschissima fontanella irrorando con una minutissima pioggia di goccioline brillanti, fiori e piante acquatiche che la circondavano, Erodiade con la fedelissima Daida e la piccola Salomè aveva proprio allora lasciato cadere sui cuscini del suo giaciglio l’arpa davidica, al suono della quale aveva, fino a quel momento, cercato distrazione. Daida taceva, assorta in visioni lontane, e Salomè s’era addormentata sul grembo fedele.

                        2.                   Erodiade era, più che mai, bella e affascinante, tanto in essa riluceva un’ansia di vita compressa, una smania bruciante e tormentosa che visibilmente torturava l’anima della donna. Infatti, l’innamorata e superba Erodiade era, ormai da tre anni, un’indefinibile ospite della reggia di Erode, il quale, malgrado le escandescenze amorose e le tonanti parole di cui aveva fatto pompa innanzi a Ponzio e al pontefice Hanna, non aveva osato prendere una decisione definitiva, e aveva temporeggiato tra Zuleima e Erodiade, facendo apparire quest’ultima agli occhi di Zuleima come un ostaggio, necessario quanto infelice, e supplicando Erodiade di sopportare per poco tempo la situazione, in vista dei torbidi politici che si erano creati inaspettatamente. Infatti, contro la generale aspettazione, Filippo aveva trovato numerosi e influenti sostenitori della sua causa nei farisei che odiavano Hanna e Ponzio, e vedevano in Erode la marionetta al potere, dietro la quale governava Roma e il pensiero sadduceo.

                        3.                   L’avventura di Erodiade aveva dato fuoco all’esca delle dicerie e tumulti violenti, suscitati dagli zeloti, scoppiati nei villaggi; inoltre, di Filippo si diceva avesse dei buoni appoggi presso Seiano, l’onnipotente primo ministro di Tiberio, notoriamente nemico di Seneca, il quale Seneca era, altrettanto, noto sostenitore e amico di Ponzio.

                        4.                   In una simile situazione, inimicarsi Zuleima poteva significare perdere di colpo gli abitanti del deserto, gli unici alleati validi per Erode, e poichè Erode era sicuro del possesso di Erodiade, non aveva creduto necessario accelerare i tempi, nonostante il compresso furore della donna regale che si vedeva ridotta al rango di ospite, forzata e sgradita, priva di quegli omaggi e quegli onori di cui, dalla nascita, era abituata.

                        5.                   Zuleima avrebbe potuto forse esserle amica, ma punta dall’amaro sarcasmo che era nei modi e nel silenzio stesso di Erodiade, se n’era disinteressata, e fingeva di ignorarne la presenza nella reggia, sospettando e non volendo, per sua dignità, conoscere i rapporti esistenti tra il marito e la cognata del medesimo.

                        6.                   Stando così le cose e albergando l’impazienza da quasi tre anni nell’animo di Erodiade, l’avvilimento di sè, l’orgoglio offeso e l’irragionevole impetuoso amore per Erode, finirono con lo scavare solchi incolmabili nella bellissima, stimolando e accentuando istinti di fredda crudeltà e di rabbioso furore.

                        7.                   Quel giorno, come sempre, aveva cercato di calmarsi con la musica: disperata di riuscirvi, aveva lasciato cadere l’arpa, fissando con occhio di rancore un invisibile punto innanzi a sè.

                        8.                   La voce di Daida ruppe il silenzio; la nubiana era, più che la nutrice di Salomè, la confidente e amica di Erodiade e, a differenza delle infelici nella sua condizione, era considerata erudita. Essa era al corrente dei segreti e misteri iniziatici dei Cabìri[13]. Adoratrice del fuoco cabirico aveva introdotto Erodiade ai misteri del culto, instillandole nel cuore un profondo disprezzo per Jehova e per i suoi ministri, ma soffriva, constatando come l’allieva, più che al mistero della conoscenza, tendeva al raggiungimento dei poteri magici, atti a dare a lei la sospirata corona di potenza e d’amore sopra ogni rivale. Così, quel giorno, la voce di Daida si levò improvvisa e triste, e, volgendosi a Erodiade, disse:

                        9.                   «Fino a quando, o regina, porterai al collo e ai polsi i segni della tua schiavitù?».

                     10.                   Erodiade scattò: «Fino a quando tu mi rivelerai il segreto di morte che solo potrà rendermi libera! ... Ti avevo ben pregato di farmi venire quel caldeo in fama di mago, Simone, mi pare si chiamasse, e tu me ne hai sempre distolta. Ti avevo pregato di offrire segretamente un sacrificio ad Astarte[14] affinché Erode si decida a proclamarmi finalmente sua moglie, e tu hai riso di Astarte come hai riso di Jehova; spronatrice di déi, mi metti nel cuore il terrore di Dio parlandomi del fuoco eterno ogni qual volta ti chiedo un farmaco, di cui hai il segreto, per Zuleima o per me stessa; poi mi parli di “segni di schiavitù” e ti lagni di vedermi soffrire. Pensi forse che l’amore e l’orgoglio siano due serpi innocui e domestici da incantare con filosofici flauti?

                     11.                   Io soffro l’insoffribile, in fin dei conti sono una donna e non nacqui al par di te dalle rocce della Nubia. Mai – e nessuno più di te sa – nella mia vita ebbi del bene. Fin dall’infanzia non fui che una pedina nel gioco altrui. Nata all’amore, dall’amore non ebbi che spasimi e angosce. Hai sempre detto d’amarmi, e mi rimproveri come un delitto lo stesso sfogo del pianto...».

                     12.                   «Regina amatissima», – disse la nubiana interrompendola, – «non lo sfogo del pianto, non la sofferenza ti rimprovero, ma il tener non a cuore i miei insegnamenti che potrebbero liberartene. Prevedo per te molto dolore e vorrei evitartelo, ma non posso farlo senza il tuo aiuto.

                     13.                   Questo amore tra te ed Erode è un errore che graverà sulla tua anima per secoli e millenni, peserà sul tuo karma con una serie di sventure e non sul tuo karma soltanto. Potresti essere la più grande delle donne, sarai la più infelice delle regine!».

 

[indice]

۞

Capitolo 7

« Gli oceani hanno abissi…
 il cuore umano è egli stesso un oceano»

                        1.                   «Io amo Erode» – replicò cocciuta la regina, – «l’ho amato dall’infanzia, e se un karma esisteva, altro karma non poteva esistere fuor dell'armonia dei nostri cuori. Mio padre e suo padre si rallegrarono del nostro amore; qual colpa potevamo avere noi, se fummo separati dall’altrui pazzia, dall’altrui egoismo? E poi, Daida, tu stessa hai approvato il mio amore».

                        2.                   «Il tuo amore, sì», – rispose la nubiana, – «ma non la tua libidine! L’amore esonera il karma, la libidine invece lo concreta. Oggi tu non sei quell’Erodiade, maggiore di te stessa, che io sognavo d’iniziare al mistero del grande Cabìrio, per offrirla, nella purità dell’anima sua, alla rivelazione del fuoco; oggi sei una meschina donna che, per la libidinosa passione, ha accettato di vivere, mal sopportata, nella reggia dell’amante, e vorresti, nell’ombra, tramare insidie di morte, per giungere tortuosamente a quel trono che il karma te l’aveva offerto nella nobiltà di un sacrificio sublime. Sposa trascurata di Filippo, e ciononostante sua fedele seguace sulla via dell’esilio. Eri grande Erodiade, oggi sei l’ombra di te stessa e, …te lo ripeto: bada al karma, perchè il  Cabìrio il tuo karma me lo rivela ogni giorno nel fuoco sacro!

                        3.                   Tragica regina, consacrerai al demone del tuo male anche il capo innocente che mi dorme sul grembo?».

                        4.                   «Uccello del malaugurio!» – gridò Erodiade. – «Che ti ho fatto per averti così nemica? Va! Allontanati da me, …che mi sei un aspide velenoso. Troverò riposo al mio tormento da sola, …e sarò felice nonostante il tuo karma e il tuo  Cabìrio!».

                        5.                   «Regina, …triste dono fece il Creatore agli uomini rendendoli arbitri del loro destino!».

                        6.                   Salomè si era destata, …e piangeva.

                        7.                   «Vattene, Daida!», – ordinò Erodiade, – «Porta via la piccina!Mi annoia!».

                        8.                   «Oh!». – La fedele nubiana si strinse al cuore Salomè e si alzò per allontanarsi. Sulla soglia si voltò un attimo, …sembrò aver qualcosa da dire, ma, a un gesto d’Erodiade, strinse le labbra avvizzite e, abbassando il capo grigio, uscì.

                        9.                   Erodiade, rimasta sola, provò un senso di gelo; Daida, la schiava nubiana, era stata non solo la sua nutrice e quella di Salomè, ma era la sua maestra, consapevole di molti segreti d’alta magia. Sacerdotessa di una misteriosa divinità sotterranea, ‘il fuoco terrestre’, aveva sopra Erodiade un ascendente che solo la passione violenta e contrastata poteva diminuire, ma non cancellare. Ora, Erodiade era pentita d’averla maltrattata, anche perché in fondo, ben sapeva essere Daida l’unica creatura al mondo che davvero l’amasse. Stava per tender la mano al timpano d’oro per richiamarla, allorquando, da un angolo del gineceo dov’era accosciata, sorse una schiava assira. Erodiade ebbe un leggero brivido.

                     10.                   Senza sapere perchè, da tempo provava verso l’assira uno strano senso d’attrazione e di timore, alimentato, a sua insaputa, dal bizzarro atteggiamento di Daida che essa stessa sembrava temere e sovranamente sprezzare la svelta assira dai seni procaci e dalle pose lascive, la quale ostentava sopra la fronte il tatuaggio azzurro delle sacerdotesse d’Astarte. Vedendola ora apparire così, come uno spirito maligno, subito dopo la sua disputa con Daida, Erodiade sentì in un fremito il misterioso presentimento che il suo destino stava per cambiare.

                     11.                   «Che vuoi, Zobeida?», – chiese.

                     12.                   «Serenissima principessa», – rispose, – «la tua schiava nulla può volere fuorché ciò che ti è gradito. Tu, serenissima signora, sei bella come la Luna al suo sorgere, e sei triste come la Luna al suo tramontare; perché non dici alla tua schiava cosa t’affligge?». Erodiade tacque diffidando, ma la sacerdotessa d’Astarte insistette:

                     13.                   «Ti ho sentito chiedere alla negra un rimedio magico al tuo male; perchè, o bellissima tra le belle, non confidi a questa tua servente il tuo bisogno?».

                     14.                   «Ebbene sì» – scattò Erodiade, – «se tu sei una spia di Zuleima, tanto meglio. Io amo il re, capisci? Lo amo, l’ho amato da sempre e, pari al mio amore, c’è solo l’odio per Zuleima. Ora va e diglielo alla preferita, diglielo!».

                     15.                   «No, amabilissima tra le figlie d’Astarte» – rispose l’assira, – «…io non sono quella che tu pensi, e se tu odi Zuleima, io la odio più di te e da più tempo di te».

                     16.                   «Tu odi Zuleima?».

                     17.                   «Sì»

                     18.                   «Oh, Zobeida! Ma allora, tu...» – e Erodiade si morse le labbra per trattenere la parola imprudente. Ma l’assira raccolse la parola non detta e tranquillamente continuò:

                     19.                   «Allora io posso, o regina, darti nelle mani i mezzi per vendicarti di Zuleima e mostrarti a tutti degna e unica sposa del tetrarca Erode».

                     20.                   «Tu puoi?».

                     21.                   «Sì, e posso costringere Erode ad uscire dalla sua titubanza, se tu, magnifica regina, vorrai servirti della poca abilità della tua serva».

                     22.                   «Tu sei sacerdotessa d’Astarte?».

                     23.                   «Sì, nobilissima, e in questa mia qualità dovrai scorgere la ragione principale della mia sventura e del mio odio per Zuleima".

                     24.                   «Non riesco a connettere queste cose tra loro».

                     25.                   «Ascolta, regina, tu conosci Zuleima?».

                     26.                   «Poco».

                     27.                   «Ebbene, essa non solo è la figlia del Leone del deserto, è anche un’iniziata essenica».

                     28.                   «Iniziata essenica? Ebbene?».

                     29.                   «Ebbene, per questa sua iniziazione essa è divenuta mortalmente nemica della religione d’Astarte e di tutti i sacerdoti consacrati al suo culto, perciò venne con i suoi beduini a distruggere il santuario d’Astarte che i sommi romani avevano permesso fosse eretto sui luoghi alti, innanzi al Mar di Tiberiade, e ridusse in schiavitù tutti quei sacerdoti e quelle sacerdotesse che non morirono o non rinnegarono. Ecco perché io son finita qui e sono stata destinata al tuo servizio come atto di supremo disprezzo dell’essena, che ti giudica donna depravata e immorale perchè a lei non è ignoto l’amor tuo per Erode». Erodiade fremette di sdegno, ma tacque, mentre la lusingatrice continuò:

                     30.                   «Io ti ho subito compresa, o regina, e ti ho amata. Somiglianza di sventura, crea somiglianza d’interessi».

                     31.                   «Che ho io da fare con te?", – sussurrò Erodiade.

                     32.                   «Non volevi tu un patto magico per disfarti di Zuleima? Ebbene, io posso procurartelo».

                     33.                   «Tu?» – rise sprezzante la regina, – «e che puoi tu per me dal momento che sei stata per te stessa impotente?».

                     34.                   «Io sono stata impotente perché Zuleima mi conosce e diffida, ma di te non diffida, o almeno non diffida ancora abbastanza, e ama Erode. Attraverso di te, Erode può divenire il tramite del legame magico che, distruggendo Zuleima, potrà in futuro debellare i maledetti esseni. Per me stessa non posso nulla perchè il Baal che custodisce Zuleima è più forte del mio, ma il tuo Baal non si è ancora manifestato. Pure io so che il tuo Baal porta distruzione e morte! Lasciami l’incarico di vendicarti, o regina, lasciami svegliare il tuo Baal».

                     35.                   Erodiade tacque; l’ansare del suo seno testimoniava la violenza dei sentimenti che si dibattevano in lei. La tentazione era forte, troppo forte. L’ambiziosa donna non ignorava che, soppressa Zuleima, Erode non avrebbe esitato a proclamarla regina pubblicamente. L’odio che portava a Zuleima era l’odio freddo e deciso della donna, della sovrana offesa; ma se essa era pronta a qualunque cosa pur di sopprimere la rivale, ripugnava alla sua anima l’aver come complice necessaria la pieghevole assira. Un istinto, profondo come la vita, l’ammoniva, un superstizioso terrore la teneva.Le parole di Daida, seppur l’avevano fatta soffrire, non l’avevano offesa; sentiva in Daida una protezione materna e una comprensione più che umana. Per Daida essa era la regina. Mai Daida avrebbe accettato di vedere in lei la lussuriosa eccitazione della femmina, mentre fissando l’obliquo occhio della sacerdotessa d’Astarte, Erodiade leggeva, nel segreto pensiero della schiava, la lubrica immagine di se stessa e si sentiva macchiata nel suo amore e nei suoi sensi come da una lebbra. Già stava per licenziare la schiava, quando di colpo il suo viso s’indurì:

                     36.                   «Ebbene sia» – gridò l’infelice, – «si deve pur venire a una conclusione! Va, Zobeida, se avrò bisogno di te, ti chiamerò». Sommessa, la schiava s’inchinò:

                     37.                   «Che Astarte ti sia sempre propizia, o regina...».

                     38.                   «Va! Non amo le divinità straniere!».

                     39.                   «Astarte, o regina, non ti è straniera... l’hai sempre con te... nel sangue», e prima che Erodiade potesse riprendersi, scivolò via come una serpe, lasciando nella regina un’agitazione estrema.

 

[indice]

۞

Capitolo 8

« Vi sono più cose che l’uomo non pensi

 fra il cielo e la Terra»

                        1.                   Parecchi giorni erano passati dagli ultimi avvenimenti, e nell’anima di Erodiade la lotta angosciosa delle passioni si era acquetata per stanchezza, ma era un fuoco covante sotto la cenere che ogni minimo soffio avrebbe riacceso. Quel soffio non dovette farsi attender molto e fu proprio Erode a provocarlo.

                        2.                   Erodiade possedeva una collana di perle nere il cui valore era reputato favoloso, ed essa lo aveva donato a Erode come pegno d’amore quando l’amore tra i due non era oggetto di discussione. Molte cose erano accadute da allora e più volte la preziosa collana, impegnata, aveva permesso a Erode di pagare il soldo arretrato alle truppe raccogliticce che sostenevano le sue ragioni contro Filippo. Un’ultima volta il gioiello fu impegnato per sostenere le spese dell’entrata trionfale nella reggia, e ora Erode aveva mandato a chiamare il pubblicano detentore del gioiello per riscattarlo. Destino volle che Zuleima fosse presente al riscatto e che si invaghisse del meraviglioso monile. Non osando Erode narrarne l’origine, non poté rifiutarlo alla sposa che glielo richiedeva, sperando solo nell’appartatissimo vivere di Erodiade per celarle la verità.

                        3.                   Invece a Erodiate insieme alla piccola Salomè si presentò la combinazione di intervenire a una festa data alla corte in onore dei romani, e Erodiade vide splendere al collo della rivale il filo d’ebano delle perle lucenti. Tacque essa, ma nella sua anima illividita di furore, si stabilì ben ferma la determinazione delittuosa e, rientrando nei suoi appagamenti, chiamò Zobeida, la quale non si fece attendere.

                        4.                   «Sacerdotessa di Astarte» – disse la regina, – «ti sei vantata di potermi aprire un mezzo per liberarmi della rivale che odio».

                        5.                   «Sì, regina».

                        6.                   «Ebbene, dammi questo mezzo, ma che non fallisca, se ti è cara la vita». L’assira sorrise:

                        7.                    «Regina, un patto magico non è un farmaco che si prepara con erbe, ...ma un’azione che impegna forze sconosciute e terribili: con Zuleima non è un veleno che ti occorre, ma la sua completa rovina agli occhi di Erode, per poter regnare. Non è vero?».

                        8.                   «Sì».

                        9.                   «Bene, o regina, se ti senti il coraggio di seguirmi, io ti condurrò da un potente mago, nemico lui pure degli esseni, il quale sarà ben felice di adoperarsi ai danni di Zuleima».

                     10.                   «Chi è questo mago?».

                     11.                   «È un ebreo di Tiro; lo chiamano Simone». – «Oh!» – disse Erodiade, ricordando di aver avuto desiderio di aver a corte un uomo di questo nome e di esserne stata distolta dalla nubiana:

                     12.                   «È Simon mago?».

                     13.                   «Sì, regina».

                     14.                   «Puoi farlo venire qui!».

                     15.                   «No, regina, non è bene che venga qui, bensì andremo noi da lui, se tu lo vorrai».

                     16.                   «Quando?».

                     17.                   «Domani, regina, domani dopo il tramonto della Luna».

                     18.                   E così l’indomani, nottetempo, Erodiade e l’assira uscirono dalla reggia e raggiunsero un antro, nascosto in un bosco poco lontano, dove si erano trovate dinanzi uno stranissimo uomo, vestito della lunga zimarra[15] degli astrologi caldei. La stranezza dell’uomo era tutta nel suo aspetto fisico, aspetto che dava l’impressione di una giovinezza inquietante, celata in una maschera di vecchiaia estrema. Infatti, alle chiome rade e bianchissime, al tremolio della testa dal viso grinzoso, faceva spiccato contrasto il fuoco di due occhi belluini[16], mal celati dalle palpebre prive di ciglia, le rosse turgide labbra di una sensuale bocca crudele e le mani artigliate, fermissime, evocatorie nei gesti brevi e taglienti come quelli di un sacrificatore.

                     19.                   Lo strano essere era seduto sopra un tappeto consunto e aveva innanzi a sé, sopra un treppiede, una sfera di cristallo piena d’acqua; alla sua sinistra un braciere semispento luccicava nell’ombra. All’arrivo di Erodiade e dell’assira non fece alcun movimento, limitandosi a fissarle con occhio ironico e tacendo in maniera impassibile.

                     20.                   L’assira s’inchinò reverente e aprì la bocca per presentargli Erodiade, ma la rinchiuse a un cenno dell’adunco dito del mago, il quale, rivolgendosi alla postulante, disse: «La pace sia con te, moglie di Filippo, …è da tempo che ti attendevo. Davvero non sei stata sollecita». Erodiade tremava, ma l’orgoglio regale reagì in lei e con voce stridula disse:

                     21.                   «Non mi stupisce affatto, o Simon mago, che tu mi attendessi; alla reggia tutti sapevano che desideravo vederti, e costei che mi ha consigliato di venire personalmente, ti avrà a suo tempo avvertito».

                     22.                   «Come vuoi, moglie di Filippo» – ridacchiò il mago,– «non è a te che tenderò gherminelle. Sei saggia e colta, nata e cresciuta alla corte di Filopatore, dove per tempo s’impara a stare in guardia o, ...a morire, ma ciò non ha importanza per noi, non è vero?».

                     23.                   Erodiade stava sempre più a disagio, sebbene non volesse confessarlo neppure a se stessa. Il mago le aveva fatto una profonda impressione ed era convinta di essere stata attesa e riconosciuta in virtù di mezzi magici, ed ecco che, rispondendo a questi segreti pensieri, il mago ripigliò senza smettere il suo odioso sogghigno.

                     24.                   «A che scopo dovrei affaticarmi per provarti come, virtù di magia, mi abbia reso edotto del tuo pensiero e della tua volontà? Tu vorresti, con le mie arti, cambiare il nero lucente monile al collo di una regina, …in un altro monile? Un bel monile rosso di sangue, ...sangue vero, caldo, fumante? Non è così?».

                     25.                   «Sì!» – rispose rauca Erodiade. – «È così!».

                     26.                   «E chiedi a me di dartene i mezzi...».

                     27.                   «Sì».

                     28.                   «E che mi darai in cambio».

                     29.                   «Ciò che vorrai, mago!».

                     30.                   «Ah! Ah! Ah! … Ciò che vorrò?».

                     31.                   «Sì, ciò che vorrai...».

                     32.                   «Anche un bacio della tua bocca? Di questa bella bocca che Erode non mostra di apprezzare abbastanza?».

                     33.                   Erodiade indietreggiò: «Che dici, mago?».

                     34.                   «Oh! Non prendertela così dall’alto, colombella» – ghignò il mago, – «tu credi che sia facile abbattere un’iniziata? Vuoi sbarazzarti di Zuleima con il mio concorso, e credi che la cosa sia semplice come mordere un frutto?».

                     35.                   Il mago d’improvviso si fece serio e si drizzò in piedi assumendo un aspetto maestoso; con un gesto fece fuggire l’assira e, senza che Erodiade potesse impedirlo, o pensare di impedirlo, le prese la mano, indifferente al brivido di terrore che sentì passarvi

                     36.                   «Ascoltami bene, Erodiade, io so cosa ti porta a me; ti ho detto che ti attendevo da tempo, lo ripeto, ma sai quanto tempo?... Secoli! ...». La trascinò dinanzi alla sfera:

                     37.                   «Guarda!», le impose.

                     38.                   La donna guardò: …una visione d’orrore le apparve. Una donna coronata giaceva discinta[17] sopra una strada, grossi cani la sbranavano e leccavano il suo sangue.

                     39.                   «Jezabel»[18] – sussurrò il mago, – «Jezabel, ricordi?».

                     40.                   Erodiade, smarrita, disse di no con il capo.

                     41.                   «Ah, non ricordi? Allora guarda, guarda meglio!».

                     42.                   Nella sfera apparvero, in successione, un trono, un re e un vecchio dall’aspetto fiero e minaccioso, …nonché scene di guerra e di congiure, e una donna, una regina, sempre la stessa, ai piedi di strani altari, mentre divinità paurose se l’additavano.

                     43.                   «Jezabel!» – ripeté il mago. – «Tu, tu fosti Jezabel, e ti saziasti del sangue dei profeti, questa mala razza d’invasati di Dio! Il loro odio oltre le molte vite ti ha perseguitata fin qui; il loro odio si oppone a che tu sia felice, ...ti toglie Erode e spinge Zuleima, la loro eletta, al tuo posto.

                     44.                   Tu sei una piccola donna, Erodiade, tu ignori le grandi battaglie tra i titani e gli déi; tu non sei che un’esca di carne, ma anche la tua piccolezza serve al temibile gioco, e tu puoi essere il sassolino nel piede di creta del gigante».

                     45.                   Erodiade tentò di strapparsi al fascino dell’ora e, per un attimo, ritornò la donna regale.

                     46.                   «Mago!» – gridò. – «Che importano a me queste ombre? Puoi aiutarmi a sopprimere Zuleima? Questo mi preme!».

                     47.                   «Sì, posso aiutarti, anzi tu mi aiuterai, perché preme più a me sopprimere Zuleima, che non a te».

                     48.                   «Ah!».

                     49.                   «Sì» – sussurrò il mago, – «Zuleima l’essena!».

                     50.                   «E perché non l’hai soppressa finora?».

                     51.                   « Perché ti attendevo, regina, perchè solo tu puoi aiutarmi a farlo».

                     52.                   «Io?».

                     53.                   «Sì».

                     54.                   «In qual modo?».

                     55.                   «Te l’ho detto, con un rosso bacio d’amore della tua bella bocca!».

                     56.                   «Mago!».

                     57.                   Il mago, però, era serio, e con spavento, Erodiade lesse nei suoi occhi una determinazione implacabile.

                     58.                   «Ascolta, regina» – riprese con voce stranamente bassa,– «in Zuleima non vi è peccato, capisci? Il suo demone, puro e sereno, vigila e controlla passioni e istinti. Egli ignora la violenza delle passioni e, …non può essere colpito da alcun mezzo magico. A meno che...».

                     59.                   «…a meno che?», incalzò ansante la regina.

                     60.                   «A meno che una forza peccaminosa lo aggredisca con la travolgente furia di centomila passioni scatenate. Questa forza peccaminosa ancora non esiste, deve essere creata e non può essere creata che da te e me uniti. Tu non sei finora abbastanza peccatrice, tu non sei una forza, ma una debolezza, tu non odi con sufficiente vigore...».

                     61.                   «Io, non odio?».

                     62.                   «No, essa non ti ha fatto abbastanza male, perchè tu possa odiarla in ogni istante. Tu non ti sei macerata nello spasimo di un’infernale voluttà, perciò Zuleima ti sfugge e sempre ti sfuggirà».

                     63.                   «Non vedo come, dandomi a te, io possa aumentare la potenza dell’odio!».

                     64.                   «Perché dandoti a me farai veramente e finalmente il male! ... Nulla giustificherà mai ai tuoi occhi quest’amplesso. Io, …ti faccio schifo; voglio e debbo farti schifo, poiché agendo contro la natura in rivolta, ne dominerai appieno le leggi e potrai colpire contro le leggi stesse».

                     65.                   «Mago! Se io mi dò a te, la morte di Zuleima è sicura?».

                     66.                   «Sicura».

                     67.                   «E regnerò con Erode?».

                     68.                   «Regnerai».

                     69.                   «E allora sia! Prendimi e macchiami a tua posta, e poichè Iddio mi ha abbandonata, …l’abbandono anch’io!».

                     70.                   La blasfema parola era appena uscita dalle labbra della regina che si udì come un sotterraneo rombo di tuono, e un urlo d’agonia uscì dalla gola contratta di Erodiade. Simon mago l’aveva afferrata e rovesciata sul tappeto con un grido di belva!

                     71.                   Nello stesso istante in un cubicolo[19] della reggia, Daida, la nubiana, portava le mani al cuore e cadeva fulminata da una crisi cardiaca.

 

[indice]

۞

Capitolo 9

«I cani leccheranno ancora il sangue

di Jezabel».

[Sacra Scrittura]

                        1.                   Le mani di Simon mago furono artigli d’aquila per Erodiade, e i suoi baci li sentì bruciare e stracciare le sue tenere carni con denti di molossi[20]. E lei, la bellissima, ebbe a provare un simile tormento. Conosceva l’ardore dell’uomo, ma ignorava quello del diavolo, e quando l’unione divenne assoluta, lo strazio fu tale che, in un eccesso d’odio, essa si ribellò come una belva, mordendo e graffiando, torcendosi sul pavimento dell’antro come in preda a un attacco titanico. Nel delirio essa vide il mago sdoppiarsi, assumere forme e apparenze strane; ora era un serpe che cercava di soffocarla, ora un cane che l’addentava ai lombi, ora un vampiro dalle ali di velluto che, posandosi sulla sua gola palpitante, ne suggeva il sangue e la vita.

                        2.                   Per quanti secoli durò lo strazio? Forse pochi minuti, ma di che è fatta l’eternità, se non di minuti?

                        3.                   La disgraziata, al massimo della tortura, ai limiti della follia, vide Zuleima per visione interiore, la bella, calma, innocente regina del deserto, e capì che mai l’aveva odiata di fronte all’impeto e alla potenza d’odio che in quell’attimo sentì in sè. Essa ora odiava Zuleima come la tenebra odia la luce, come il male odia il bene; la odiava perfettamente con ogni stilla di sangue, con ogni goccia di sudore, con ogni lembo di bava, e in quest’odio supremo, il meraviglioso e dolente amore che nutriva per Erode si disperse, …e svanì! Ormai Erode era il vizio, era la corona, era la vendetta!

                        4.                   Ansante, senza più respiro, svestita, con i bei capelli che si trascinavano tra le lordure del pavimento fatto di terra, Erodiade si distese tutta in un irrigidimento cadaverico e giacque senza respiro con gli occhi aperti e vitrei, la bocca contratta a un urlo che non aveva potuto emettere.

                        5.                   Simon mago, impassibile, aveva assistito con le braccia conserte all’invasione diabolica dopo averla provocata, rovesciando a terra la regina.

                        6.                   Nell’angolo più riposto dell’antro, la schiava assisa, tremando, aveva visto ogni cosa. I fantasmi del provocato delirio erano passati davanti ai suoi occhi veggenti; essa sapeva ormai tutto della sua padrona, e intuiva che un patto di morte e di dannazione le avrebbe unite.

                        7.                   Il Baal di Erodiade si era svegliato, ma esso era un povero genio del male, debole e incerto; sarebbe servito a ben poco se la forza nemica riunita in Simon mago e in Zobeida non l’avesse avvalorato e condotto.

                        8.                   L’assira e il mago odiavano troppo gli esseni, ed ecco che una provvidenza infernale dava loro in mano, nella persona di Erodiade, un mezzo sicuro per colpire al cuore la setta. Non solo uccidendo Zuleima, ma soprattutto provocando una persecuzione sterminatrice in tutto il paese. Posta Erodiade sulla via del delitto, non si sarebbe certo fermata tanto facilmente.

                        9.                   A un cenno di Simon mago, l’assira uscì dal suo angolo; sapeva cosa doveva fare. Inginocchiatasi accanto al corpo irrigidito di Erodiade, con passi magnetici, rapidi e decisi, sciolse lo spaventoso irrigidimento. Gli occhi si chiusero, le labbra riebbero il soffio della vita e si distesero placate.

                     10.                   Sotto le mani magnetiche della schiava, la regina passò dal sonno ipnotico a quello naturale, profondo come un coma, ma ristoratore. Zobeida la rassettò nelle vesti strappate, raccolse l’opulenza delle chiome in trecce pesanti; tutt’avvolta in un mantello scuro la regina ora dormiva, inconsapevole, estenuata da un male interiore cui il sonno è solo un temporaneo ristoro.

                     11.                   Con alcune stille di un elisir verdastro, l’assira lavò le contusioni e le escoriazioni che Erodiade s’era fatta dibattendosi, e quasi miracolosamente esse sparirono dalla candida epidermide come tracce di fango lavate con l’acqua.

                     12.                   In un soffio la schiava chiese al mago: «Ricorderà?».

                     13.                   «Con il cervello, no, ma dentro di lei tutto sarà cambiato».

                     14.                   «E Daida, la strega nubiana?».

                     15.                   «Oh, di quella hai cessato di temere; è morta!».

                     16.                   «Come?!».

                     17.                   «Sì, lei aveva commesso l’imprudenza di avvolgere nella sua aura eterica la regina; quando ne ho ottenuto la sottomissione, quest’aura si è lacerata e la strega nubiana ha raggiunto il suo Cabìrio».

                     18.                   Qui il mago ebbe un ghigno!

                     19.                   «Era ora, no, mia piccola Astarte?».

                     20.                   «Oh, sì, sì! finché Daida fosse vissuta, io non mi sarei sentita sicura».

                     21.                   «Bene, adesso puoi esserlo, se non hai paura dei fantasmi».

                     22.                   «I fantasmi come Daida non mi spaventano, sono innocui».

                     23.                   «Già, sono più pericolosi quelli della tua specie!».

                     24.                   L’assira rise, un lungo riso silenzioso, notando in queste parole del mago un’approvazione e un complimento.

                     25.                   Dalle labbra scolorite di Erodiade uscì un gemito...

                     26.                   «Si sveglia», – osservò il mago. L’assira si compose a serietà e si affaccendò intorno alle pieghe della tunica della padrona. Lentamente Erodiate tornò alla vita, i suoi occhi imbambolati guardavano senza vedere il luogo. Con immensa fatica si levò sul gomito, premurosamente aiutata dall’assira:

                     27.                   «Dove sono? Che mi è accaduto?».

                     28.                   Il gelido dito del mago toccò la regina sulla fronte.

                     29.                   «Erodiade!».

                     30.                   «Ah! Ora ricordo! Oh, quale orrore!».

                     31.                   Con un brivido, Erodiade si celò il volto tra le mani.

                     32.                   «Vi può essere un orrore, o regina» – sibilò il mago, – «ma non vi è mai orrore quando si compie il proprio volere e si serve alla propria ambizione».

                     33.                   Queste parole sferzarono la regina che ne ebbe a sussultare, mentre l’occhio s’incupiva e il bel volto si faceva duro.

                     34.                   «È vero, mago!» – stridette, – «Sì, io ho la mia ambizione, la mia volontà, la mia vendetta. Sono venuta qui per questo e aspetto che tu tenga fede ai patti».

                     35.                   «Vi ho già tenuto fede» – sogghignò il mago, – «e appena giungerai al palazzo, …ti accorgerai di avere un ceppo di meno alle tue caviglie. Il primo laccio è già reciso...». Senza sapere perchè, Erodiade provò un senso di freddo al cuore; del resto aveva freddo su tutta la persona, un freddo mai conosciuto ed estremamente penoso. Era come se l’avessero privata di un caldo mantello cui era abituata. Reagì alla molesta sensazione e, ritornando regale, disse brevemente:

                     36.                   «E allora?».

                     37.                   «Allora, regina, presto tu avrai il filo di perle nere come pegno della mia devozione, e come primo passo verso la vendetta».

                     38.                   «L’avrò... come?!».

                     39.                   «Lo esigerai da Erode, e lui te lo farà avere».

                     40.                   «Vedremo!».

                     41.                   Un lampo sinistro passò negli occhi della donna...

                     42.                   «... in caso contrario, bada a te, mago! Da oggi Erodiate non sa più cosa sia il perdono».

                     43.                   «Lo credo bene» – ghignò il mago, – «ma non avrò bisogno del tuo perdono».

                     44.                   Appoggiandosi alla spalla dell’assira, Erodiade uscì dall’antro per tornare a palazzo. La notte era molto scura, senza Luna, qualche avara stella risplendeva qua e là di un maligno scintillio. L’assira vedeva al buio come i felini e guidò gli incerti passi della regina.

                     45.                   Rientrarono non viste, e appena fu nei suoi appartamenti, Erodiade licenziò con un gesto di stanchezza Zobeida. Aveva bisogno d’esser sola; gli occhi falsi e penetranti della schiava la irritavano. Provava un vuoto al cervello e una sete ardente, ma non aveva voglia di richiedere nessun servizio all’assira. I complici necessari, …sono sempre i primi ad essere odiati! Così la regina provava un senso acuto di fastidio per la testimonianza della sua miseria.

                     46.                   Cos’era accaduto nell’antro? Zobeida era rimasta presente alla scena immonda? La strana voce del mago, …risuonava ai suoi orecchi: “Un rosso bacio d’amore di questa bella bocca... – Dandoti a me commetterai veramente e finalmente il male... – Nulla giustificherà mai ai tuoi occhi questo atto! ...”.

                     47.                   Cos’era dunque avvenuto nell’antro? Erodiade si sentiva insudiciata in uno strano modo. Era come se un sudiciume sottile e malefico fosse penetrato sotto la sua bianca pelle e rodesse il sottile intrico delle vene, contaminandola sino ai precordi[21].

                     48.                   La sete si era fatta insopportabile, ma con scaltrezza (per lei del tutto nuova) la regina si mise a giacere dopo aver indossato una veste notturna, prima di battere il timpano d’oro al cui suono la fedele Daida era solita accorrere. Ma questa volta nessuno rispose al richiamo. Impazientita di bel nuovo suonò ma nessuno comparve. Dopo reiterati richiami, Erodiade balzata dal letto si diresse verso il cubicolo della nubiana, sollevò una tenda pesante e arretrò con un urlo strozzato. Sul pavimento marmoreo, con le braccia distese come una crocefissa, immobile e già irrigidita dalla morte, la buona Daida la guardava con gli occhi vitrei, resi per sempre ciechi dalla grande pacificatrice.

                     49.                   Di colpo Erodiade capì le sibilline parole del mago...: «…avrai un intralcio di meno Il laccio è già reciso...».

                     50.                   Daida era morta! Il legame che ancora l’univa al bene, …non c’era più! La regina pianse. Erano le ultime lacrime di una sensibilità umana, era l’ultimo fremito di un’anima che sarebbe stata nobile e buona, ma che non aveva potuto o saputo essere eroica.

                     51.                   Con Daida tutto un mondo sognato di bene, di purezza, di evoluzione spirituale, scompariva; con Daida scompariva la fedeltà, l’amore, la bontà, la pazienza; in una parola: …la virtù! E questo, Erodiade lo comprese. È per questo che le sue lacrime furono amare quanto sincere. Era sola, in un mondo popolato di Zobeida e di Simon mago, in un mondo ove più nulla di sincero e di puro l’avrebbe sfiorata; ove solo l’odio, la cupidigia, la libidine e la vergogna regnavano, e dove ogni ora sarebbe stata un’ora di duello, ogni giorno un giorno di guerra, in cui neppure il pensiero della morte avrebbe portato pace.

* * *

                     52.                   Nel deserto, in una strada di beduini, qualcuno intanto vegliava al fioco lume di una piccola lucerna ad olio. Era un vecchio dignitoso, avvolto in un ampio barracano e un fanciullo seminudo, dagli occhioni immensi, arsi da una misteriosa fiamma.

                     53.                   «Perché non dormi, Giovanni?»  – chiese il vecchio.

                     54.                   «Non so, padre! Non posso; qualcosa accade oggi, …tra Cielo e Terra. Qualcosa di male!».

                     55.                   «Vedi qualcuno, Giovanni?».

                     56.                   «No! Vedo solo nero, e in fondo vedo molto rosso, sangue o fuoco, non lo so...».

                     57.                   Poi ad un tratto, un grido: «Padre!».

                     58.                   «Che c’è, Giovanni?».

                     59.                   «C’è Lui, lo vedo, …è qui! Sul carro di fuoco, è tutto rosso, …è tutto fuoco, padre!».

                     60.                   «Sì, Giovanni, ma non temere, non è la prima volta che vedi il profeta!».

                     61.                   «Non l’ho mai visto così, …mi fa paura! Ho paura!».

                     62.                   «Giovanni!».

                     63.                   Il nome era stato sibilato dal vecchio come un’intimazione e, senza più reagire, quasi senza vita, il fanciullo si abbandonò, e fu per cadere all’indietro, ma non cadde. Il corpicino s’irrigidì, si tese, divenne vibrante; si erse in piedi, d’accosciato che era, e sembrò riempire di sè tutta la tenda. Conserte le braccia sul magro petto, folgorante lo sguardo, con scintille elettriche che uscivano dai suoi corti capelli, il volto adolescente si stirò fino a segnare le linee del cranio, e non più un fanciullo, ma un vecchio terribile fu davanti al beduino. Costui, abituato alle supermanifestazioni, s’inchinò in segno di rispetto, ma senza perdere la sua dignità e, con la familiarità di un amico, disse:

                     64.                   «La pace sia con te, profeta: parla, ch’io ti ascolti!».

                     65.                   «Sventura a te, re del deserto!» – gridò l’apparso. – «Sventura a te, Zuleima, fiore del deserto!».

                     66.                   «La tua parola è dura, profeta, ma sia fatto il volere di Dio; spiegami però, se ti è concesso, come verrà questa sventura e perchè deve colpire mia figlia?".

                     67.                   «Jezabel è ritornata nel mondo; essa ha fame e sete del sangue dei profeti, è furiosa come una cagna rapida e porterà nei luoghi santi la confusione, e tra i figli di Dio lo sterminio. I cani leccheranno ancora il sangue di Jezabel, ma prima essa divorerà il cuore di Zuleima».

                     68.                   «È di Erodiade che parli, o profeta?».

                     69.                   «Sì».

                     70.                   «Zuleima non la teme; ho fatto a mia figlia un cuore troppo puro perchè non sia più duro del diamante, inoltre essa è un’iniziata, più mia allieva che mia figlia. Ebbe dalle mie stesse mani le sacre bende del segreto sacerdozio».

                     71.                   «Non esser superbo, o re! Tua figlia alla fine non è che una donna!».

                     72.                   «No, profeta, mia figlia è un’iniziata. Lei morirà se occorre, ma salverà la purezza della sua anima; non si contaminerà con il male».

                     73.                   «Bada a te, re del deserto, molto sangue scorrerà fra le dune...».

                     74.                   «Sia fatto il volere di Dio!».

                     75.                   «Tu sei ancora in tempo, re del deserto, manda i tuoi beduini a richiedere questa stessa notte che ti sia consegnata Erodiade. La vipera è pronta a mordere, schiacciala prima che ti avveleni. Questa notte o mai più tu sarai padrone della sua vita».

                     76.                   «Profeta, io non colpirò che per difendermi, e mai per primo!».

                     77.                   «Allora addio!».

                     78.                   «Addio, profeta, …e in Dio. Un esseno sa patire, ma non sa nuocere!».

                     79.                   La possessione cessò di colpo. Il fanciullo si accosciò come svuotato di ogni vitalità. Il vecchio, comprimendo nel cuore lo strazio della preconizzata sventura, ebbe per il piccolo Giovanni delle cure tenere e affettuose. Solo quando lo vide dormire un sonno ristoratore, usci dalla tenda e, guardando le avare stelle che punteggiavano il cielo, lasciò scorrere le sue lacrime di padre, come una rugiada sulla sabbia.

 

[indice]

۞

Capitolo 10

«Chi libera l’uomo dal male

che è negli uomini?»

                        1.                   Era una di quelle notti palestinesi che fanno gridare di meravigliato stupore il più incallito e scettico dei mercanti. Il cielo di un vellutato azzurro chiaro per il presentir della Luna nascente, era tutto un brivido di stelle; nell’aria vibrante, eppur immobile, passava a tratti un profumo intenso, dolce e amaro al tempo stesso. Affondato nella quiete come un vascello nelle onde, il grande deserto petroso che era stato il fondo di un mare, sembrava esserlo ritornato. Le cime delle dune inargentate dalle stelle simulavano le creste di una teoria di onde immobilizzate, come per il passaggio di un Dio. Gli animali notturni tacevano, e solo a tratti si udiva il bramire dolce di un branco di gazzelle abbeverantesi al Giordano, pure lui immobile specchio offerto alla civetteria delle stelle lontane.

                        2.                   Un’esile candida falce si alzò nel cielo; era la Luna al primo quarto, e la sua luce era così fragile e nuova che il chiarore astrale la vinceva, così ch’essa stessa appariva nel cielo come una stella nuova e sconosciuta, mentre l’immobilità della notte divina era solo apparente. Tra duna e duna, con moti cauti eppur veloci, uomini avvolti in candidi barracani scivolavano verso una mèta comune. Incontrandosi non si parlavano, ma con un gesto convenuto, rapidamente, si portavano la mano destra alla fronte, al cuore e alle due spalle, tracciando sopra la persona un segno che pareva una ‘croce’ o ‘un ipsilon’ e, arrancati per un breve tratto, tornavano a separarsi alla prima duna.

                        3.                   Nel cuore del deserto si ergevano le rovine plurimillenarie di un antichissimo tempio; quasi al limite tra l’Egitto e la Palestina, esso mostrava le sue mura ciclopiche corrose dalla sabbia sottile. Da secoli era così, gli abitanti del deserto lo ricordavano tradizionalmente in quello stato da sempre, e neppure più si sapeva in onore di quale Dio era sorto e quali sacrifici vi erano stati offerti, quali riti officiati.

                        4.                   Un superstizioso terrore ne teneva lontani i poveri, e un timore meno superstizioso, ma più concreto, consigliava i ricchi mercanti che facevano spola nel deserto, di non passar molto vicino a quelle rovine; abitazione inviolabile di fantasmi e di spiriti per gli uni, sicuro rifugio di briganti per gli altri.

                        5.                   Verso quelle rovine era diretto il flusso umano che quella notte scivolava tra duna e duna nel deserto pietroso.

                        6.                   Giunti alle rovine i candidi barracani svanivano silenziosamente per una postierla[22] socchiusa che immetteva ai sotterranei inviolati del Tempio. Nelle stesse viscere pietrose del deserto si affondavano questi sotterranei. Dodici corridoi (larghi abbastanza da lasciar passare comodamente due uomini affiancati) con il soffitto a volta e con il pavimento pulitissimo coperto di asciuttissima sabbia candida, si allungavano come i raggi di un Sole immobile in dodici direzioni diverse, convergendo tutti e dodici in una vastissima sala circolare, sorretta da dodici enormi pilastri. Il soffitto della sala era tanto alto da non veder che un mare di tenebre; il pavimento, invece, era formato da lastre di marmo bianchissimo, se pur corroso dalle migliaia di piedi che l’avevano calpestato nei secoli. Nel centro esatto della sala un grande altare, perfettamente quadrato, simile a un enorme cubo di basalto rossastro, si ergeva attorniato da dodici spedite colonnine di onice dorato; sul capitello di ogni colonnina era una coppa votiva di alabastro, nella quale ardeva una fiamma bluastra in cima, rossastra alla base, simile a una fiamma di gas. Quella fiamma era perenne, …nessuno sapeva chi l’avesse accesa e da quando, nessuno eccetto il re di quello strano regno che, in punto di morte, lo confidava nell’orecchio del re eletto successore!

                        7.                   Tra gli enormi pilastri, blocchi di pietra squadrata con incisi dei segni cabalistici offrivano un comodo sedile a centinaia di fedeli; alla destra dell’altare un piccolo trono di materia translucida e indefinibile, coperto con pelli di leoni, indicava il posto del sacerdote di quel tempio.

                        8.                   Esattamente davanti all’altare, sopra un vello di candido agnello, era posato un tripode di vimini intrecciato: le dodici fiamme perenni versavano una viva luce sull’altare e nel tripode, lasciando in ombra, gradualmente sempre più scura, l’amplissima sala nei cui fondali, fra le ombre, altre ombre si muovevano con movimenti silenziosi e precisi come incorporei fantasmi.

                        9.                   A poco a poco, giungendo da dodici direzioni diverse, una folla dignitosa e silente, aveva riempito tutti gli spazi tra pilastro e pilastro. Seduti immobili, avvolti nelle fitte pieghe del barracano, come spettri nel sudario, alcune centinaia di uomini disposti in tre file concentriche tacevano. Dall’alto dell’invisibile soffitto, una monotona ma insistente musica di arpe e di sistri[23] incominciò a scendere come aereo messaggio di un mondo impensabile. Gradualmente la musica crebbe e accelerò il suo ritmo; altri strumenti vi si aggiunsero; infine una vera sinfonia orchestrale si rovesciò dall’alto sopra gli immobili ascoltatori. Quando la musica raggiunse il suo massimo, di colpo tacque, senza che un tintinno o un fremito rivelassero la presenza degl’invisibili orchestrali, e nel silenzio, che sembrò più fondo, da dodici punti diversi, le note limpide e stridule di dodici buccine[24] d’argento risuonarono con chiari clangori[25].

                     10.                   Come evocati dal suono, davanti all’altare quadrato, erano apparsi un vecchio maestoso e un fanciullo scarno. Nelle mani del vecchio, un alto bastone d’argento terminato dalla croce ansata, indicava un’alta autorità spirituale, nelle mani del fanciullo erano invece alcuni steli di loto dal bocciolo verdastro, chiuso e duro.

                     11.                   Le dodici buccine d’argento, dopo un prolungato squillo, tacquero e, nel silenzio ristabilito, risuonò la voce del sommo sacerdote. Era una voce musicale dai toni profondi e pur armonici che riempì di sè ogni riposto angolo di quel tempio sotterraneo.

                     12.                   «Lodiamo Kristos Pantokrator: l’Unico, il primo e l’ultimo, Colui che apre e chiude la porta, Colui che accenna, e la morte gli obbedisce, sorride e la vita infiora le vie della morte!».

                     13.                   A queste parole un coro appassionato e possente si levò concorde dai barracani bianchi, senza che la loro immobilità fosse scossa: «Lodiamo, Kristos Pantokrator!».

                     14.                   E il vecchio riprese: «Leviamo alla vergine luce, alla luce eterna senza principio e principiante ogni cosa, l’inno della nostra gratitudine!».

                     15.                   Il coro rispose: «Benedetta la luce sempre vergine che partorisce gli universi creati!».

                     16.                   Il silenzio si ristabilì solenne, e nel silenzio il vecchio venerando, seguito dall’accolito giovinetto, si accostò all’altare sopra il quale depose il fascio di fiori di loto che il fanciullo teneva tra le braccia. Nello stesso tempo, dai dodici pilastri della sala si mossero dodici figure velate, aventi in mano un incensiere di metallo dorato che spandeva nubi di fumo odoroso, e ogni figura, come in armonioso ritmo di danza, trovò il suo posto ai piè delle dodici colonnine d’onice dorate.

                     17.                   Il sommo sacerdote, lievemente inclinato sull’altare, mormorò con impercettibile voce alcune formule segrete, dipoi drizzandosi nella maestà della sua persona e ripreso il lungo pastorale che aveva affidato al fanciullo, con la croce ansata toccò tre volte il centro dell’altare quadrato.

                     18.                   Con l’impeto con il quale una sorgente erompe dalla roccia viva, un getto di fuoco eruppe dal centro dell’altare e s’innalzò chiaro e splendente verso la volta, superando le fiammelle delle lampade erette sulle colonne. La base del getto infuocato si allargò per tutta la larghezza dell’altare e investì in pieno il fascio di fiori di loto che vi erano stati posati, i quali, prima d’esser divorati dal nobile elemento, si aprirono in tutta la ricca gamma dei mille petali, come raggianti stelle vegetali.

                     19.                   Dalla prima fila di stalli rimpetto all’altare e dall’altra postrema, dodici e dodici uomini nel vigor dell’età, si alzarono e, deposto il bianco barracano, apparvero con il corpo nudo bronzeo e perfetto, indossante solo una cintura villosa di pelle non conciata d’agnello.

                     20.                   Le due schiere avanzarono fronteggiandosi, portando nelle nude mani, i primi, dodici rotondi pani di pura farina, i secondi, dodici coppe d’oro colme fino all’orlo di rosso vino.

                     21.                   Quando furono fronte a fronte, separati solo dall’altare fiammeggiante, con un gesto simultaneo rovesciarono nel fuoco vivente l’offerta di pane e di vino. Fatta l’offerta, i doriferi[26], indietreggiarono passo a passo, ritornarono ai loro posti e sedettero, ma senza riprendere il barracano che avevano lasciato cadere ai loro piedi.

                     22.                   Dopo aver divorato l’offerta pacifica, il fuoco sacro si spense come si era acceso e, mentre dai dodici incensieri nuove volute[27] di fumo profumato salivano alla volta oscura, il sommo sacerdote sedette sulle pelli leonine del piccolo trono avendo a fianco – in piedi – l’accolito fanciullo.

                     23.                   Qualche fremito d’arpa passò nell’aria come il sospiro di un angelo e, nel grande silenzio, nuovamente la voce del vecchio si udì.

                     24.                   «Fratelli, cui fin dal principio dei tempi venne affidato con il segreto del vero la custodia del tempio, io vi annunzio che molte cose stanno per avvenire, molte cose delle quali lungamente già parlammo, e delle quali prima di noi e di voi parlarono i giusti che ci precedettero e che attendono l’ora di risorgere.

                     25.                   Noi sappiamo che il grande Melchisedec, il primo tra gli uomini che ebbe da Dio stesso gli ordini sacerdotali, ci ha affidato il compito di custodire, nell’ombra, la fiamma sacra del vero, e di difenderlo contro ogni profanazione.

                     26.                   Abbiamo visto, come onde mutevoli del mare, cambiare i destini degli uomini senza guarire il male dell’Uomo, e i mari divenire aridi deserti, le floride città mutarsi in nidi di serpi e in spelonche di ladri. Abbiamo visto il giusto in catene e il malvagio sul trono, e abbiamo capito che così era bene che fosse, e avendo la potenza non l’abbiamo usata, avendo la scienza l’abbiamo nascosta perché altri, malamente usandola, non avessero da fare ancor più male. Figli del vento e del tuono, figli del fuoco e dello spirito, a par di essi rinunziammo ad aver sopra la Terra un luogo da chiamar nostro, ma mobili come le sabbie, scorremmo ovunque, ritrovando ovunque le ceneri delle case che furono nostre. Alla libertà consacrammo l’esser nostro, la libertà trovammo nell’estrema povertà che è divenuta, per ognuno di noi, un religioso precetto; ma noi non siamo che pula che il vento trasporta, e non sappiamo del tutto la stagione del nostro sostare.

                     27.                   Acciocché il concetto del vero Dio non si perdesse tra le plebi dimentiche e miserrime, noi suscitammo in tutti i tempi le segrete scuole dell’iniziazione, e ad Eleusi come a Crotone, ad Argo come a Creta, il nostro alito alimentò la lampada accesa. Nelle nebbie stesse delle cimmerie[28] contrade, noi penetrammo con la musica e il canto, e portammo quel tanto di conoscenza che ogni popolo poté apprendere e ritenere. Abbiamo obbedito sempre e dato ogni cosa ci venisse richiesta; non abbiamo difeso il mantello ma abbiamo ceduto anche la tunica; abbiamo fatto spesso due miglia con chi ci ha chiesto di farne uno, e oggi ci è venuto il premio che ogni ricompensa avanza e supera.

                     28.                   Oggi ci è promessa la rivelazione degli ultimi misteri e la comunicazione di grazia con lo Spirito unico e assoluto. Oggi noi sapremo ove Egli s’incarna, e sapremo il giorno della sua manifestazione. Tutto l’amor nostro e tutta la nostra dedizione a Lui che è grande e terribile, saggio e clemente».

                     29.                   Nella vasta sala passò un mormorio sordo che sembrò il rumore di una mareggiata tranquilla.

                     30.                   Dopo un breve silenzio, il vecchio riprese: «Come fu annunziato, tutto è avvenuto; la nostra consapevole obbedienza ha sempre accettato i segni e, senza opporsi al male, ha operato il bene com’era stato ordinato.

                     31.                   Gli anni son passati da quando nel deserto raccogliemmo tre sperduti: un Padre, una Madre, un Bambino. Ricordate?

                     32.                   Fuggivano la folle presunzione del grande Erode, e noi offrimmo scampo, difesa ai miseri, ma quando accostammo il Bambino sentimmo che non era solo un bambino, però lo Spirito ci vietò di accoglierlo nel Tempio e ci ordinò di avviare verso l’Egitto i profughi stanchi, e così si fece con dolorosa obbedienza.

                     33.                   «Nel deserto lo Spirito ci unì al giovane adolescente che conoscete, a Giovanni e, sempre in obbedienza, l’accogliemmo tra noi dopo che egli, secondo i riti della sua razza e il dovere della sua famiglia, prestò nel Tempio di Jehova il servizio prescritto a tutti i maschi primogeniti dei popoli di Israele. Il nostro Giovanni ci fu più volte di consolazione e di spavento. Sul carro di fuoco della sua anima pura, il grande profeta di nostra stirpe, Elia, venne a portarci la parola che non si ripete più volte. Egli ci ha annunziato per questa notte, del primo quarto della luna di primavera, la sua venuta, e ci ha ordinato di riunire tutti a compiere il rito del ringraziamento e a rinnovare nella preghiera le candide vesti delle anime nostre.

                     34.                   Acciocché la santità del fuoco essenico testimoni per noi, confessiamo le nostre colpe segrete e umiliamo la nostra petulanza nel constatare quanto misera sia ancora la nostra statura di uomini. Io per primo, sacerdote e re, confesso di aver provato collera verso il mio genero Erode Antipa e rancore contro la di lui concubina Erodiade, per l’umiliazione e l’offesa a mia figlia Zuleima. Confesso inoltre di aver peccato di superbia e di orgoglio considerando come mio merito e pregio le virtù della suddetta mia figlia.

                     35.                   Possa il fuoco essenico purificare da queste macchie il mio cuore, e renderlo degno della rivelazione».

                     36.                   E il vecchio tacque incrociando le due mani sopra il ‘tau’ della croce ansata del pastorale d’argento. Con il rumore di molte acque scroscianti, si iniziò nella vasta aula la salmodia lenta della confessione corale. Gli esseni confessavano al fuoco vivente le loro colpe, si accusavano pubblicamente dei loro errori, enunciavano con voci tristi ma ferme, le loro umane miserie, si univano al gregge infinito di tutti gli uomini, testimoniando la loro umana natura, e accettando la sanzione che il loro ego superiore imponeva.

                     37.                   «…ho peccato di dissolutezza, …ho peccato di presunzione, …ho peccato di collera, ...», la litania dell’umana fragilità, dell’umile creta terrena che rende uguali, nella morte e nella colpa, i saggi e i potenti, gli ignoranti e i deboli!

                     38.                   «…ho peccato!».

                     39.                   «Chi libererà l’uomo dal male che è negli uomini?» – Sembrava dicesse il coro dolente. – «Chi, se anche noi, che siamo il sale della terra, ci corrompiamo e cadiamo?».

                     40.                   «Chi redimerà la natura inferma se la nostra plurimillenaria conoscenza non può farlo?».

                     41.                   «…ho peccato!».

                     42.                   Al saggio, non spiace confessare la sua natura uguale a quella di tutti, perchè la saggezza null’altro è se non una più alta conoscenza, realizzata traverso l’esperienza. Le voci a poco a poco si spensero, e nella religiosa adunata sembrò passare il soffio di uno Spirito divino che, comprendendo in Sé tutto, con infinito amore sussurrasse senza voce, nel cuore degli uomini:

                     43.                   «Libererò Io l’uomo dal male che è negli uomini!».

 

[indice]

۞

Capitolo 11

«Più dolce del miele...

 più inebriante del vino»

                        1.                   Lentamente il Sole tramontò in una porpora violacea simile al sangue rappreso di un’ecatombe svenata.

                        2.                   In un triclinio[29] interno della casa del prefetto di Roma, due uomini erano a colloquio: il prefetto Ponzio Pilato e il tetrarca Erode. Dalle vesti prive di ornamenti, e più dall’ampio mantello scuro tramite cui celarsi ai curiosi, ben si vedeva che il tetrarca era lì in strettissimo incognito, e dal viso ombroso, dalle labbra serrate, dallo sguardo sfuggente, si capiva ancor più chiaramente che non si trovava lì per sua volontà, ma per uno di quei ‘cortesi inviti’ dei prefetti romani, …cui non conveniva molto dir di no.

                        3.                   La primitiva apparente amicizia del tetrarca e del prefetto si era molto raffreddata: ognuno diffidando dell’altro, e ognuno avendo bisogno dell’altro, i loro rapporti erano diventati sempre più tesi. Fino ad allora il più forte era stato il prefetto, cui Erode non aveva mai osato apertamente disobbedire, non essendo ben sicuro del trono e del popolo, ma bisognoso dell’appoggio di Roma per regnare sopra una razza inquieta dominata dai farisei, dagli zeloti e dai dottori della legge.

                        4.                   Ma quel giorno le richieste del prefetto erano particolarmente gravose, sebbene fatte in forma di amichevole consiglio. «Bisognerebbe» – disse il prefetto, – «dimostrare a Cesare la gratitudine che il tetrarca prova per questo suo potente protettore, e dimostrargliela in maniera tale da legare il ricordo di Cesare a quello del regno di Erode. Perchè il tetrarca non avrebbe potuto costruire una città con il nome ’Augusto’? Una città di marmi e di giardini, tale da oscurare (e sarebbe stato facile) l’usurpata fama di Gerusalemme?

                        5.                   Una città di stile, di gusto romano, in onore del suo benefattore, l’imperatore Tiberio?!».

                        6.                   Queste parole crepitavano sull’anima del tetrarca come gocce d’acqua sopra una lama infuocata. Egli ben comprendeva tutto il pericolo di un’aperta ripulsa, ma sapeva anche che tacere significava accettare, e accettare voleva dire por mano a un’opera che sarebbe stata senz’altro odiosissima agli inquieti giudei su cui egli signoreggiava, i quali, oltre ai gravami che avrebbero avuto dalla fondazione della desiderata città, avrebbero ritenuto il fatto come un’ingiuria mortale al loro acceso patriottismo e alla loro insofferenza dei dominatori.

                        7.                   La voce calda e falsa del prefetto, spinse ora il tetrarca con il tono leggero della conversazione, alla pericolosa obbedienza: «Si dice che Tiberio ami il giovane figlio di Germanico e che l’abbia chiamato a corte; vuol educarlo al trono... – I soldati lo adorano, lo hanno soprannominato Caligola, perchè nel campo portava sempre le calighe[30] del legionario, invece dei comodi sandali. Il ragazzo ama la vita rude e l’imperatore se ne compiace...

                        8.                   Mi hanno detto che tuo fratello Filippo, …s’impicci assai per acquistar l’amicizia del probabile Cesare.… Certo che allora avrebbe un poderoso appoggio!».

                        9.                   «A corte, prefetto», – scattò Erode, – «…ho capito, ma stando così le cose, mi sembra che dovrei cercare io pure l’amicizia del giovane Caligola. Non ti pare? E fondare una città con il nome di Tiberio non penso sia il modo migliore per avviare i rapporti con il futuro Cesare!».

                     10.                   «Perché parli del futuro Cesare!? Tiberio è sano e vegeto, e prima di divenir Cesare, Caligola potrà avere i capelli bianchi! ... Non capisci ch’io ti consiglio di prevenire possibili accuse d’infedeltà all’imperatore con il gesto in tutto degno di te, di fondare una città in suo nome e onore? Ogni intrigo di Filippo verrà in tal modo a cadere, e tu potrai regnare per sempre in pace e in sicurezza!».

                     11.                   «Parole, prefetto, parole! E con il popolo della Giudea come devo fare? Tu sai quanto mal volentieri esso tolleri il vostro gioco, perciò vedrà questa fondazione come una sfida vostra e come tradimento mio!».

                     12.                   «Non hai da temere il popolo! Per gli scalmanati, i legionari romani bastano a tenerli a freno».

                     13.                   «E per i malcontenti zeloti, i farisei e i dottori della legge?».

                     14.                   «Per loro vi è il pontefice Hanna! Del resto...» – e qui il prefetto ebbe un sottile sorriso, – «... non hai pensato agli zeloti per prenderti Erodiade!».

                     15.                   Erodiade! Questo nome scosse il tetrarca come una sferzata improvvisa. Erodiade! Più dolce del miele, più inebriante del vino, ...ma più pericolosa della morte!

                     16.                   Erode, vide il sorriso di Pilato e si senti come spogliato nella nudità dell’anima! Sì, egli non aveva pensato agli zeloti per prendersi Erodiade, ma neppure ora vi pensava.

                     17.                   Erodiade era tutto per lui: la vita e la morte, il cielo e la dannazione. Per lei aveva voluto e voleva il trono; per lei, che quella notte era scivolata come un’apparizione lunare nella sua camera, vestita di un velo che la faceva stranamente impudica, e gli aveva rivelato il suo aspetto segreto e magnifico, avvolgendolo nella lussuria e nella febbre, strappandogli, tra i baci, …una pericolosa promessa! Già: cos’aveva promesso? Un sorriso astuto increspò il volto del tetrarca!

                     18.                   «Già!…Erodiade! Prefetto, tu dici bene, ma sai che io m’aspetto, appunto a cagion di Erodiade, delle serie noie dal Re del deserto? E che avrò bisogno di tutti i nostri sostenitori. I fanatici esseni non han più per Roma, simpatia degli zeloti e, se possono perdonare un peccato d’amore, …non perdoneranno un peccato contro lo spirito della nazione. Con il tempo, ...non dico, passata la tempesta si potrà benissimo fare secondo il tuo desiderio, ma ora mi sembra che sia un compromettere ogni cosa. Non credi?!». Pilato cessò di sorridere: «Tetrarca! Ricordati che Roma non prega e non contratta. Ordina!».

                     19.                   Erode divenne livido, le vene del collo si gonfiarono, sembrò sul punto di scagliarsi addosso al prefetto e, frenandosi con enorme sforzo, s’inchinò: «Allora, vuol dire che obbedirò a Roma, in altre parole a Cesare!».

                     20.                   «Mi spiace, tetrarca, che tu non abbia voluto avere il merito della spontaneità! Io ti sono amico, e per ora sono il solo a saperlo; dipende unicamente da te che un rapporto non lo faccia palese all’imperatore!».

                     21.                   Erode non replicò... – Una volta di più capiva che nelle mani del prefetto, lui era niente più di un giocattolo, e che il trono paterno doveva essere comunque continuamente pagato a caro prezzo. Re! Re di nome. Di fatto, servo dei padroni della sua patria, degli oppressori del suo popolo. Il sangue giudaico ch’era in lui, anche se mescolato a un infinito sangue impuro, ribollì! Il tetrarca della Giudea si sentì per un attimo re d’Israele, re dei Giudei; ma il misurato sogghigno del romano gli ridiede le sue abituali proporzioni, ed Erode si senti ciò che era: cioè un debole con velleità di forza, un vile con presunzioni d’arroganza...

                     22.                   Tacque e chinò gli occhi sul complicato disegno del mosaico sul pavimento. Vi fu un lungo silenzio...; d’un tratto si udì un fruscio e un lieve tocco alla porta del triclinio; le pesanti tende furono scostate da una mano sottile e nervosa, e sulla soglia apparve una figura di donna. Era Tullia Paolina, la consorte del prefetto. Alta e magra, non bella ma interessante, indossava una tunica di foggia greca, il chitone[31] di lino bianco delle iniziate pitagoriche, senza alcun ornamento, eccetto una cicala d’oro appuntata tra le trecce nerissime. I suoi grandi occhi, dalla pupilla un po’ dilatata di veggente, fissarono senza sorpresa il tetrarca di Giudea.

                     23.                   «Kalimera, Basileus!», disse con voce calda e un po’ roca di contralto[32] in quel greco che era lingua comune ed elegante di tutte le alte società dell’epoca. «Buona giornata, o re!».

                     24.                   «Kalimera, Kyria» – rispose Erode inchinandosi.

                     25.                   «La mia Eutimia ti aveva visto entrare» – continuò la gentile, – «e io non volevo che tu partissi senza venire a salutarti e chieder notizie della mia bella amica Zuleima».

                     26.                   «La tua Eutimia» – interloquì Pilato, – «è una chiacchierona curiosa che potrebbe fare a meno di spiare ogni movimento della casa!». «Eutimia non spia, più di quanto non spii il tuo schiavo trace», – ribatté la romana e, volgendosi al re, con un lieve sorriso insistette:

                     27.                   «Perché non è teco la mia bella amica?».

                     28.                   «Signora» – rispose Erode, – «Zuleima non è alla reggia; essa ha chiesto di tornare per qualche giorno da suo padre, dovendo celebrare alcuni riti della sua religione; l’attendo anch’io assai presto, …e credo si farà premura di venire a trovarti.

                     29.                   Io son venuto dall’eccellentissimo prefetto romano a pregarlo del suo potente appoggio per un mio progetto e poichè tu hai voluto onorare con la tua grazia la mia venuta, ti prego di volermi esser interceditrice».

                     30.                   Pilato guardò inquieto il tetrarca, non sapendo intuire ove andasse a parare. Tullia, accentuando la grazia del sorriso, rispose: «Tetrarca, …ben povera cosa hai scelto per interceditrice. A me non è aperto il cuore di Ponzio, come il tuo lo è a Zuleima! Comunque, parla, e unirò i miei poveri preci alla tua supplica!».

                     31.                   «Kyria» – continuò Erode, – «Genezareth è un miserabile cumulo di casupole di fango, …abitato da contadini e da pescatori; vorrei farne una bella città, una città di gusto e stile romano, e dedicarla al mio benefattore Cesare Augusto Tiberio! Dubito però che la cosa sia a lui gradita, e temo di aver noie dai fanatici del popolino, ma se la cosa sarà gradita a Cesare, e il prefetto mi assicurerà l’aiuto delle valorose legioni romane, questa città sorgerà più bella di Gerusalemme, degna dimora di riposo della tua grazia e di quella del tuo nobile consorte!».

                     32.                   Pilato, esterrefatto dalla sfacciataggine del tetrarca, non poté impedirsi un sussulto, sussulto che venne male interpretato dalla nobile signora che rispose: «Tetrarca! La tua offerta, è grande e degna di Roma e di te, …non ha bisogno di essere esposta come una supplica. Tu sei colui che dona, colui che deve esser ringraziato. Puoi esser certo, tetrarca, che il grande Augusto apprezzerà come merita questa tua iniziativa, ed io stessa gliela comunicherò con il primo corriere imperiale. La cassa imperiale della prefettura metterà a tua disposizione trecentomila sesterzi acciocchè tu possa iniziare i lavori, senza troppo tuo danno, e puoi contare in modo assoluto sulle legioni romane. Non è vero, Ponzio?».

                     33.                   Il prefetto sbalordito da questo flusso di parole e dall’energia con la quale furono pronunziate, si sentì la gola arsa, e tossendo un po’ per schiarirsi la voce, un po’ per guadagnar tempo, rispose: «Vedi, mia cara, non credo sia necessario esser cosi precipitosi...».

                     34.                   «Per la gloria di Roma non si è mai precipitosi», soggiunse Tullia.

                     35.                   «Sono i trecentomila sesterzi che non ci sono », obiettò il prefetto.

                     36.                   «Ci saranno!» – replicò con energia Tullia Paolina. – «Stasera stessa manderai un corriere a Cesare...».

                     37.                   Il prefetto tacque e, rodendosi d’ira silenziosa, finse di non notare lo sguardo trionfale di Erode... Tullia Paolina era troppo legata a Tiberio perchè Pilato osasse contrastarla. Nata e cresciuta alla corte di Tiberio, assai gradita all’imperatore, Tullia Paolina aveva avuto una giovinezza strana e non proprio tranquilla, …molte avventure avevano plasmato il suo pieghevole corpo brunito. Si sussurrava che lo stesso Tiberio l’avesse iniziata ai misteri di Cupido[33]. Sposata con Emilio Rufo, e da questo divorziata, era stata da Tiberio data in moglie a Ponzio (uomo di buona ma oscura famiglia) insieme alla prefettura della Palestina.

                     38.                   Pilato amava e temeva questa sua strana moglie, non bella ma intelligente, assai raffinata e colta, inquieta e sempre in cerca di un’irraggiungibile verità. Tanto Pilato odiava sinceramente ebrei, esseni, ismaeliti ed egizi, tanto Tullia era innamorata dei riti, dei misteri, delle leggi di quella gente e, mentre Pilato non aveva altri rapporti con il popolo giudaico, oltre a quelli del suo dovere, Tullia teneva una vera corte di Sofia[34], circondata com’era tutto il giorno da farisei, da sofisti, da sapienti idumei e assiri, da gerofanti[35] egizi e, in ultimo, da maestri esseni dopo che ebbe conosciuta la bruna Zuleima, legittima moglie di Erode.

                     39.                   Pilato, di fronte alla decisione della moglie, si strinse nelle spalle, mentre Erode silenziosamente trionfava. Non poteva mettere Tullia Paolina al corrente del tiro mancino che aveva cercato di giocare al tetrarca, e doveva riconoscere che Erode l’aveva finemente e abilmente battuto. Il merito che egli, Pilato, voleva farsi di fronte a Cesare, ricadeva in pieno sul re; inoltre – e questo, Pilato lo capiva bene – Erode aveva spezzato il laccio di servilismo che glielo assoggettava, e scegliendo a protettrice Tullia si garantiva fortemente verso Roma.

                     40.                   L’inizio dei lavori con l’oro romano avrebbe fatto apparire il tetrarca, agli occhi dei giudei, non come un traditore, ma come un abile mistificatore dei romani e l’avrebbe assicurato sempre di più al trono e alla libertà. Il silenzio pesò tra i tre personaggi; lo ruppe Tullia con la sua calda voce: «Quando incomincerai i lavori, tetrarca?».

                     41.                   «Appena avrò quanto la tua cortesia mi avrà fatto ottenere».

                     42.                   «Prima che finisca la luna di primavera?».

                     43.                   «Prima che finisca la luna di primavera, se al prefetto piacerà».

                     44.                   «Se Cesare autorizzerà la spesa», ribatté pronto Pilato.

                     45.                   «Cesare l’autorizzerà, ne son sicura!».

                     46.                   Nel triclinio si era fatto buio, e nel buio gli occhi di Pilato lucevano come quelli di un gatto. Tullia ebbe un brivido come di febbre, e batté le mani ritmicamente. La porta si aprì e sulla soglia comparve una giovane schiava greca, vestita anch’essa di un lungo chitone candido.

                     47.                   «Eutimia» – disse la signora, – «fa portare le lampade».

                     48.                   Senza parlare, Eutimia sparì; pochi istanti dopo due schiavi nubiani entrarono portando due grandi lucerne accese, alimentate da un olio profumato. Si era fatta notte.

                     49.                   «Ti fermi a cenare con noi, tetrarca?» – chiese Pilato.

                     50.                   «No, prefetto, attendo il ritorno di Zuleima, e amo che mi trovi alla reggia».

                     51.                   «Ti faccio accompagnare».

                     52.                   «Non occorre, fuor di qui ho quattro guardie del corpo travestite».

                     53.                   «Molto bene! Allora d’accordo, tetrarca, ti farò saper qualcosa per la città».

                     54.                   «D’accordo, eccellentissimo prefetto, spero di non attender molto la grazia di Roma! E’ inteso, dolce signora, porterò a Zuleima il tuo gentile saluto», – concluse Erode inchinandosi profondamente, e uscì dal triclinio.

                     55.                   Rimasti soli i coniugi, Tullia si accostò al marito e, con grazia, pose la sua sottile mano sulla spalla di Ponzio.

                     56.                   «Perché non volevi esaudire il tetrarca, amico mio?».

                     57.                   «Meno male che pensi di domandarmelo» – ringhiò Pilato. – «Ti sembra ben fatto, sperperar così trecentomila sesterzi? E poi, che c’entravi tu?».

                     58.                   «Non lo so, amico mio, lo sai che io agisco sempre d’impulso! Ho pensato a una città bianca, vicino al lago, a una città la cui storia comincia da noi. Le città che han troppa storia mi opprimono, come Roma; …Gerusalemme mi soffoca. Vorrei che non fosse sede di prefettura, amerei che tu ed io abitassimo altrove. Chiederò a Cesare di far della nuova città la nostra sede, a Gerusalemme ho tanta paura!».

                     59.                   «Sciocchina» – rispose Pilato, già placato dal fascino strano di Tullia, – «i tuoi soliti fantasmi! Anch’io, vedi, avrei voluto che fosse fondata una città in onor di Tiberio, ma senza far spendere un obolo alle casse dello Stato».

                     60.                   «È meglio così, Ponzio, credimi, la città sarà nostra».

                     61.                   Pilato scrollò le spalle; non era sensibile a quelle sottigliezze, ma la bellezza austera e fragile, un po’ medianica della moglie, come sempre lo turbava. Egli era un rude soldato, ma posava volentieri da filantropo e da colto. Con la sua mente abituata al calcolo delle possibilità, capì che era meglio far buon viso a cattivo gioco e, sorridendo alla moglie, disse: «Ma sì, alla fine come vuoi tu; forse hai ragione, c’è troppa storia in Gerusalemme, e...» – aggiunse piano, – «…troppo fetore d’ebrei!».

                     62.                   «Amico mio, buono!» – e tutta intenerita Tullia posò il suo capo sulla spalla del prefetto e disse: – «Ho sempre tanta paura per te!».

                     63.                   «Ma per cosa, per tutti gli déi, si può sapere?».

                     64.                   «Non lo so; la notte vedo fantasmi, vedo una croce insanguinata e sento voci che gridano da sottoterra: ...Pilato, Pilato, Pilato!».

                     65.                   Il prefetto, suo malgrado, fece un gesto di scongiuro.

                     66.                   «Tu sei pazza, Tullia! Tutti quei maghi ti faranno impazzire davvero; lascia quegli studi pesanti e, …impara l’amore. La vita è bella!».

                     67.                   «Oh, amico mio, l’amore! Quale cosa mai sarà l’amore quaggiù? Cerco l’amore, Eros Antesteros, ma dove si cela egli?».

                     68.                   «Tullia, non posso essere io, l’amore per te?».

                     69.                   «No, tu sei il mio sposo, ti voglio bene, morirei se ti accadesse qualcosa; ma non sei tu... l’amore! Nessuno, vedi, è stato mai l’amore per me, e forse neppure il piacere!».

                     70.                   «Non ti comprendo, Tullia, ma ti amo, sei bella e, quel che più conta, sei bella solo per me, mi piaci con questa veste di vergine severa, con questa cicala d’oro», e così dicendo, preso tra le mani il bruno capo della moglie, la baciò a lungo sulla bocca, socchiusa a un respiro ansante.

                     71.                   Dolcemente essa si svincolò.

                     72.                   «Anche tu non sai amare che così, povero amico mio!».

                     73.                   «Ma per tutti gli déi, come vuoi essere amata, se non così?», – e ripresala tra le braccia la baciò furiosamente sul volto, sul collo, sui capelli nerissimi, …traendone un’ebbrezza amara. Anche Tullia era più dolce del miele, più inebriante del vino e, …più amara del tossico.

 

[indice]

۞

Capitolo 12

«Aghios Panagathos»

                        1.                   Nel tempio sotterraneo, l’adolescente Giovanni, seduto in una rigida posa sul tripode di vimini, era preso dall’accesso profetico. La sua voce, che al primitivo timbro argentino già mescolava il bronzo dell’adolescenza in fiore, risuonò come una tromba di guerra e di vittoria, permeando ogni più riposto angolo della vastissima sala.

                        2.                   Una spasmodica attenzione tenne in un alto silenzio gli ascoltatori, mentre con l’armonia di una strofa omerica, la parola profetica volò nell’aria immobile.

                        3.                   «... Colui che di ognuno è maggiore, già dal seno dell’Eterno, come freccia dall’arco scagliata, sulla Terra è disceso. Ecco che ciò che è spirito prende la materia, e dal seno vergineo uscendo, chiude le porte dell’inferno e apre l’era nuova! Il desiderato delle genti è qui!

                        4.                   Come pastore amerà il suo gregge e darà la vita per le sue pecorelle; non spegnerà il lucignolo che fumiga, nè romperà la canna flessa. A tutti gli uomini farà bene, e gli uomini faranno a lui male. Come l’agnello che è muto innanzi a chi lo tosa, cosi Egli non aprirà la sua bocca innanzi ai suoi persecutori. Trapasseranno le sue mani e i suoi piedi e conteranno tutte le sue ossa... ma la morte non l’avrà in suo potere che per breve tempo, perchè Egli risorgerà dai morti e, …i santi risorgeranno con Lui. Egli darà agli uomini una buona novella! Egli viene per i malati, non per i sani; per i peccatori, non per i giusti; per gli schiavi, …non per i liberi. Egli monderà Ia lebbra, ...darà la vista ai ciechi, l’udito ai sordi, …il moto ai paralitici. Nessun male è in Lui!».

                        5.                   «Come avverrà tutto ciò, e quando?», – chiese il re.

                        6.                   «Avverrà con gran tumulto a Gerusalemme. Quando per dieci e sette volte la Luna di primavera sarà tornata, sarà immolato 1’agnello di Dio per i peccati di tutti gli uomini!

                        7.                   Ma guai a te, tetrarca, poichè ciò avverrà sotto il tuo regno! Guai a te, Pilato, poichè ti sarà dato a giudicare il Giusto! Guai a te, Erodiade, assetata del sangue dei profeti! La vostra fine sarà terribile, e in eterno vi aggirerete nella ruota del mondo».

                        8.                   «... Colui che verrà» – continuò il re, – «abbisogna del nostro aiuto? Possiamo fare qualcosa per Lui?».

                        9.                   «Nessuno potrà far nulla per Lui, Egli è maggiore di chiunque; il più grande di noi non è degno, inginocchiato, di sciogliere i lacci dei Suoi calzari».

                     10.                   Vi fu un silenzio, la voce meravigliosa tacque. Ansante, semi rovesciato sul tripode, Giovanni fissava nel vuoto con due occhi bruciati dalla visione interiore. Qualche dolce fremito d’arpa risuonò dall’alto per aiutare la manifestazione. Il petto del fanciullo si alzava e si abbassava come un mantice; si vedevano le vene del collo gonfiarsi in modo pauroso. Lo spirito incubante sembrava impegnato in una lotta feroce con una forza nemica.

                     11.                   In coro sommesso gli esseni intonarono un inno nell’armoniosa lingua dell’Ellade:

Aghios Panagathos,

Aghios Athanatos,

Aghios Krator.

Kristos Basileus,

Kristos Cosmocrator,

Kristos Callicrator,

Eleison!

Kristos Theos Eleison,

Kristos Pantokrator,

Eleison!

                     12.                   Il coro si spense lentamente mentre Giovanni si raddrizzò di colpo, bello come un giovane Dio, con le gote imporporate, l’occhio luminoso, la fronte emanante raggi di luce; egli riprese a parlare e nella voce che ora squillava come una fanfara di trionfo, passarono fremiti di estasi indicibili.

                     13.                   «Sì! Il Cristo è qui! Il Cristo atteso, chiamato, creduto, invocato, desiderato dal principio dei tempi; Colui che è tutto buono, tutto santo, tutto puro, Colui che domina e non è dominato; ospita e non è ospitato, ordina ed è obbedito, ecco che per amore si fa obbediente, ecco che viene, ecco: è qui!».

                     14.                   Era universalmente disusa in quei tempi l’attesa del Messia, del liberatore: i riti bacchici[36] e le iniziazioni eleusine[37], l'anelito comune delle anime migliori a ritrovarsi in un’armonia pacifica, la necessità di esser fuori da ogni giogo e da ogni legge ritenuta oppressiva, il bisogno di nuova innocenza, uniti a una vaga nostalgia di un tempo migliore, di un tempo sognato e mitificato nel regno di Astrea[38]. La diffusione in larghi strati delle tradizioni ermetiche, lo studio accurato delle poesie omeriche, la fama che il giovane Virgilio si andava acquistando, e specie il tono profetico di una delle sue più riuscite egloghe[39], ove si parlava di un misterioso fanciullo destinato a riportare nel mondo l’età dell’oro, facevano sì che ogni anima, trasalendo, intuisse l’avvicinarsi di una grande ora.

                     15.                   Il figlio di Dio si sarebbe fatto carne, suonava la comune credenza: ma di quale Dio? Molti attendevano Bacco-Dionisio; altri propendevano per una compiuta rivelazione apollinea[40]; qualcuno vedeva un grande fatto sociale e politico come messiade di popoli; insieme ai saggi, ai visionari, non mancavano autentici ciurmatori e demagoghi, insinuanti gli uni e gli altri, errati principi e scaltri insegnamenti.

                     16.                   Inutile dire che Roma imperiale vedeva tutto ciò assai di malocchio, e non mancavano persecuzioni feroci per far tacere le voci che si levassero troppo alte e a disperdere le sette che si mostrassero troppo audaci. Le sette orientali ed egizie erano particolarmente sgradite a Tiberio che, imparzialmente, faceva imprigionare, flagellare, crocifiggere o vendere come schiavi i seguaci e i propagatori del culto di Iside o di quello della gran madre, fedeli di Bacco-Diodisio e di Ermes Trismegisto, predicatori di aspre morali o divulgatori di segreti piaceri, l’accusa era una per tutti e bastava: «cospirazione contro lo stato». I sacerdoti degli déi indigeti[41], d’altra parte, caldeggiavano l’imperatore per una legittima gelosia di poteri e di prestigio; così i retori e i sofisti ridicolizzavano le barbare filosofie orientali, dopo aver ridicolizzato gli stoici e coperto di fango gli epicurei.

                     17.                   Sopra tutta la Terra c’era ansia e tormento di anime, ma c’era anche ansia e tortura di corpi. I tempi aurei della vergine umanità erano passati da un pezzo. Le guerre a ripetizione, le trasmigrazioni di razze e di popoli, le mutazioni climatiche diffuse per tutta la Terra, avevano accentrato nelle mani di pochi, oro e potenza.

                     18.                   I più conoscevano solo la più atroce miseria, molti morivano letteralmente di fame; l’infanticidio era comune, comune la prostituzione; genitori spinti dalla miseria e dalla disperazione vendevano i propri figli come schiavi, e come schiave intere popolazioni venivano trasferite dall’una all’altra estremità del globo. Alle frontiere dell’impero, razze vergini, ma barbare, premevano, avide di preda e assetate di sangue. Nell’interno dell’impero sedizioni e congiure si moltiplicavano provocando inevitabili reazioni con lunghi strascichi di persecuzioni e di vendette.

                     19.                   In mezzo a tutta questa infelicità, in mezzo a questo infinito dolore, l’ingenua fede primitiva dei popoli era crollata; al suo posto, un’informe superstizione per i poveri e per gli ignoranti; un arido scetticismo per i ricchi e per i dotti era, in una parola, tutto quanto restava dello splendido commercio con le divinità dei tempi omerici.

                     20.                   In questa condizione di spirito, l’umanità intera era pronta ad accogliere il Messia, a credere nella sua parola. La messiade era realmente uno stato cosciensuale dell’umanità; come stato cosciensuale era lo spirito di antimessiade, di diffidente orrore verso ogni anelito spirituale, di sorda paura per ogni aspirazione trascendente.

                     21.                   Gli esseni (le origini della setta risalivano a epoche pre-noetiche) erano pronti per la messiade, sia a farla uscir fuori dal loro seno, sia a fiancheggiarla, se straniera. In posizione di obbediente attesa essi aspettavano gli oracoli degli ispirati e dei profeti, l’ordine di fare o di non fare; con una religiosità intensa, consapevoli della presenza eterna del Cristo, lo adoravano in spirito e verità provvedendo a custodir la fiamma della segreta conoscenza.

                     22.                   In vaste riunioni iniziatiche essi praticavano alcune forme di vero medianismo (se tra di loro si erano conosciuti elementi adatti) per mettersi più direttamente in contatto con l’anima cosmica che essi chiamavano con il vocabolo greco ‘Kristos Pantokrator’, cioè Cristo, signore di tutto ciò che è percettibile all’uomo.

                     23.                   Consapevoli dell’immortalità, essi vedevano la via evolutiva dell’uomo dopo la morte, tenere tre direzioni diverse. La prima, quella degli asceti, dei giusti, dei saggi, era il ritorno e la fusione con l’anima cosmica, cioè la Panaghia[42], l’ipostasi[43] cristica, la distruzione definitiva assoluta di ogni ego separante; l’espansione della ‘coscienza separata’ nella ‘coscienza comune’; essi non conoscevano più la via del ritorno, erano i veri ‘Athanatos’, gli immortali!

                     24.                   I secondi, gli uomini comuni, buoni ma egoisti, gli ignoranti, i mercanti, i soldati, i mimi[44], i citaredi[45], gli aedi[46] e le donne, salivano lentamente verso la Panaghia, ma non potevano raggiungerla, perchè il loro peso, di bel nuovo, li trascinava sopra la Terra in altre forme violente e mortali, a consumar nuove esperienze, a cercar saggezza, per morire e ritentar l’ascesa, rinascere ancora e morire, lottanti perennemente tra il desiderio della Panaghia e la paura dell’annichilimento, erano i ‘duliathi’, cioè gli schiavi dell’esistenza, coloro che necessitavano di un Salvatore.

                     25.                   Infine una terza categoria di essi veniva definita con greca parola ‘cacodemoni’ geni malvagi o anche ‘etero-antropos’ stranieri all’uomo. Su questa terza categoria non amavano molto diffondersi in particolari. Si sapeva che di questa categoria facevano parte i maghi, le lamie[47] e i vampiri; sul loro destino, e più sulla loro origine, gli esseni amavano tacere.

                     26.                   Non vi è religione monoteista o alta filosofia che non debba qualcosa agli esseni, e tutt’oggi essi esistono e vivono, celati alla curiosità, dai loro ferrei voti. Nei loro templi segreti, sperduti tra gli intrichi delle foreste del Mato Grosso, o tra i misteri dell’Africa equatoriale, o lassù sulla terrazza del mondo (Tibet), ignoti come dèi, ma al par di dèi presentiti dai Lama (Lama perduti nel formalismo del rituale che più non possono intendere) la gnosi è loro affidata; essi la conservano per tutte le ore di tenebra, e la rivelano in tutte le ore di luce. Quando l’umanità attuale sarà pronta per una nuova messiade, essi offriranno alla messiade stessa l’oro, l’incenso e la mirra del più puro dolore, del più alto valore, del più sublime amore dell’umanità in ascesa.

                     27.                   Ma ritorniamo a Giovanni; l’inno profetico continuava a uscire dalle sue labbra e la figura del futuro si delineava agli occhi degli esseni. Con amore e dolore essi si apprestavano, dall’ombra, a servire il Re della Luce, sapendo in anticipo che la «Luce» sarebbe venuta nelle tenebre, ma che le tenebre l’avrebbero respinta. I non nati secoli risplendettero nella profezia, e i futuri martiri apparvero nella porpora regale del loro sangue.

                     28.                   Ma già la voce dell’ispirato si abbassava, svanendo in un impercettibile mormorio, come un’onda che si allontana dalla riva. Tacque anche, per un attimo, poi riprese con mutato accento, un accento quasi tenero, quasi triste, un accento d’addio...

                     29.                   «Rimandate Giovanni nel deserto. Che egli viva come gli antichi profeti! Si nutrirà di miele selvatico e di cavallette; vestirà di pelli non conciate; indurirà il suo corpo come una roccia; aguzzerà la sua anima come una spada, sarà la voce che grida nel deserto a preparare le vie del Signore; predicherà la grande penitenza, le turbe accorreranno a lui, e lui solo vedrà faccia a faccia il Salvatore del mondo, lui solo ne udrà la parola non umana, prima di morire come muoiono i profeti, per l’ingiustizia dei potenti e per l’iniquità degli uomini».

                     30.                   La voce tacque definitivamente, e il giovane profeta si afflosciò senza vita. Due accoliti lo presero prontamente tra le braccia e lo portarono via.

                     31.                   Sull’adunata essenica il silenzio fu greve, ognuno pensò tacendo e sembrò che il pensiero si sommasse in peso che faceva piegar le teste come una corona massiccia. Il silenzio fu rotto dal re.

                     32.                   «Gli esseni non appartenenti alla stirpe d’Ismaele, partano; gli ismaeliti, …restino, e con chi parte e con chi resta, sia la pace!».

                     33.                   Ordinatamente avvenne un movimento tra i barracani bianchi; come tenui fantasmi, alcuni, alzatisi, svanirono nelle tenebre dei dodici corridoi; anche le figure velate dall’incensiere dorato si allontanarono. Un’assemblea più ristretta, formata solo da bruni beduini circondava il re: a questi egli diresse la parola.

                     34.                   «Miei fidi! Mia figlia Zuleima, il fiore del deserto, la sorella vostra essenica, mi è tornata dalla sua casa coniugale con l’anima colma di tristezza. Il tetrarca Erode, suo consorte, l’ha gravemente offesa, riprendendole un monile prezioso di cui l’aveva distinta, per darlo ad altra donna, con la quale vive in illecito concubinaggio. Non del monile, nè dell’offesa essa si risente, bensì della fede coniugale infranta, della menzogna sostenuta, dell’inganno avvilente. Essa è venuta a me per consiglio e conforto, ma io, troppo interessato a lei, non posso nè consigliarla, nè confortarla. A voi, signori del deserto, leggeri figli del vento, io chiedo lo stesso consiglio e lo stesso conforto che mi fu richiesto. Che dobbiamo fare? Parlate».

                     35.                   Nella sala si udì un mormorio, e un beduino, alzandosi, rispose per tutti: «Gamaliel! Tu sei saggio e buono, devi deciderti. I figli del deserto sosterranno 1e tue decisioni qualunque esse siano. Zuleima, fiore del deserto, è l’anima del nostro cuore, è la figlia di tutti noi; non v’è alcuno tra noi che non reputi preziosa la sorte di morire – se è necessario – per difendere il suo diritto e vendicare la sua offesa. Ordina, dunque, o re, e noi tutti obbediremo con gioia».

                     36.                   «Grazie, fratelli miei» – rispose il re, – «non mi attendevo meno da voi, ma son lieto dell’amore vostro. Finiti i riti del primo quarto della Luna di primavera, attenderemo dagli eventi il cenno. Zuleima è qui come essena e non come sposa cacciata, ritornata per rifugio dal padre; il mio consiglio è per ora di tacere e attendere. Lasciamo a Erode la prima mossa; egli sa che ha una sposa! Se passati i giorni del rito non la richiederà con onore, gliela riporteremo circondata dalle nostre lance e lo costringeremo a consegnarci la concubina, così che abbia a cessare questo sconcio per Israele, questo sconcio per noi».

                     37.                   «Così faremo, o re!», – risposero in coro i beduini.

                     38.                   La riunione finì; tutti uscirono all’aperto per vie diverse. Sopra il deserto raggelato dalla guazza[48] notturna, sorgeva il lattescente miracolo della nuova aurora. Un altro giorno cominciava per gli affanni e i peccati degli uomini; ma non per tutti, l’alba era il risveglio!

                     39.                   Non si svegliò Erode, ubriaco di lussuria tra le braccia di Erodiade; non si svegliò Pilato che, fino a tarda notte, aveva vegliato a scrivere e a far conti perchè prima dell’alba partisse per Roma un corriere straordinario; non si svegliò da un pauroso sogno che la faceva gemere e torcere sul letto, la sensibile e nervosa Tullia Paolina, nonostante le carezze e i richiami teneri e affettuosi della sua prediletta Eutimia. Per tutte queste persone, il sonno – fratello della morte – negò il miracolo fresco dell’aurora, la grazia del Sole nuovo e di una nuova speranza, anche se destinata a terminar prima del tramonto nella delusione.

* * *

                     40.                   In una modesta ma linda casa di Nazareth, invece, l’aurora era stata preceduta dal più dolce risveglio, e sulla soglia della casa, aperta al Sole, un giovane adolescente dal volto pensoso e dolce, con le braccia spalancate, come per abbracciare il nuovo giorno, pregava a bassa voce con ardente intensità, mentre un anziano con la barba grigia e una donna ancor giovane, vicino al modesto focolare preparavano il pasto del mattino.

                     41.                   Il Sole sorse raggiante, come rinnovato dagli orrori notturni, e il suo primo raggio sembrò correre a baciare l’adolescente in preghiera. In quell’istante la donna, voltandosi verso il figlio, emise un grido! Il Sole che baciava la bella figura, disegnava sul pavimento di graniglia dietro di lei, una nera sagoma di strumento di morte: la sagoma della croce!

 

[indice]

۞

Capitolo 13

(cinque anni dopo)

«L’uomo sarà sempre schiavo di qualcuno,

 finché avrà necessità di qualcosa»

                        1.                   Tullia Paolina, ricambiata da infinita tenerezza, amava la giovane schiava Eutimia dal giorno in cui, spinta da uno dei suoi incoercibili impulsi, l’aveva comperata al mercato degli schiavi (colpita dalla serena calma che distingueva la giovinetta dai piedi bianchi di calce, segno che era venduta per la prima volta dalla massa amorfa degli altri infelici) versandone senza discutere un prezzo esorbitante. Più volte avrebbe voluto renderla libera, ma Eutimia non aveva voluto la libertà.

                        2.                   «Kyria», – aveva detto, – «l’uomo sarà sempre schiavo di qualcuno finché avrà necessità di qualcosa, e dalla necessità tu non puoi affrancarmi, mentre se tu lo potessi, per te stessa lo faresti. Lasciami dunque nella condizione in cui il fato mi ha posto!».

                        3.                   Queste parole avevano aumentato l’affetto di Tullia per la greca, ed erano state l’inizio di una confidenza piena d’amicizia, di tenerezza e di rispetto reciproco. Tullia aveva bisogno di un cuore devoto, ma non servile, e in Eutimia l’aveva pienamente trovato.

                        4.                   La storia di Eutimia era breve. Orfana di entrambi i genitori era stata accolta per mezzo di una lontana parente nel gineceo del tempio di Eleusi, e ivi aveva ricevuto una buona educazione come prodromo del suo futuro ingresso tra le vergini votate ai misteri di Proserpina[49]; ma, durante una gita nell’Egeo, fatta con altre compagne, la liburna[50] che le trasportava fu assalita da pirati fenici che avevano massacrato i pochi uomini dell’equipaggio e trascinato in schiavitù le vergini. Ceduta insieme ad altre a un mercante di carne umana, Eutimia era stata rispettata unicamente per i pregi che la verginità, unita alla grazia, aveva sui mercati. Il buon demone, – concluse Eutimia, – l’aveva fatta notare alla signora, ed essa era felicissima, assai più che nel gineceo di Eleusi, perché in Tullia sentiva un materno amore di cui il suo cuore aveva sempre avuto nostalgia.

                        5.                   Sempre insieme, Tullia ed Eutimia, avevano vicendevolmente perfezionato la propria istruzione; insieme avevano partecipato ai misteri delle cure isidiache; insieme avevano ascoltato il verbo dei pitagorici; insieme avevano pronunziato l’oscuro nome ‘tetragaton’ dell’iniziazione orfica[51] e, mentre la giovinezza d’Eutimia fioriva come la rosa dell’Ilisso[52], la stanca bellezza di Tullia si estenuava nelle veglie e negli accessi medianici, arsa da un inestinguibile fuoco che la distruggeva senza ucciderla. I grandi occhi neri, la cui pupilla era dilatata permanentemente dalla visione interiore, cercavano intorno qualcosa o qualcuno, senza saper bene cosa, senza poter riconoscere chi!

                        6.                   «Ah, Eutimia» – diceva, – «dov’è mai la verità? Io ne intravedo di continuo, frammenti e bagliori, sento che la verità esiste, ma... non so trovarla, o non posso? Perché mi è negato quel poco? Vedi, capisco che è poco, pochissimo ciò che dalla verità mi separa, ma non so cosa sia, non so!

                        7.                   Non so identificare quel quid di troppo, o di troppo poco, …che mi separa dalla visione perfetta. Dove? Dov’è la verità, Eutimia?».

                        8.                   Eutimia non poteva dire alla sua signora ove fosse la verità cercata, ma essa prendeva la ‘lira orfica’ e cantava con voce sommessa nel sonante dialetto dorico le strofe alate dell’inno solare:

O Elios! O Febo! O Apolline!

Tu che ci doni la vita,

tu che risani gli infermi,

tu che vinci le ombre,

che fai fiorire le rose dell’Illisso,

scorrere le acque del Lete[53];

tu che, dal coro delle Camene

attorniato, doni agli uomini l’arte,

odimi, odimi, odimi!

O Febo! O Apollo! O Elios…

                        9.                   «Il Sole non è la verità», – …diceva desolatamente Tullia.

                     10.                   «Ma è la vita!» – rispondeva Eutimia. – «E forse la verità non è la vita?».

                     11.                   «Allora essa è ben brutta; è la maschera che gli umani han posto sul suo dolce viso. Se noi potessimo giungere a strappare la maschera, vedremmo la sua bellezza e ci placheremmo. Sei proprio una figlia dell’Ellade, mia diletta! Una cicala d’oro!».

                     12.                   «Vorrei addormentare con il mio canto il tuo demone inquieto, o signora!».

                     13.                   «Oh, potessi tu farlo!».

* * *

                     14.                   «Kyria» – disse quel giorno Eutimia, – «dicono che nel deserto della Galilea sia comparso un nuovo profeta, pare che sia assai giovane, ma tutti lo indicano mirabilie nell’austerità della sua vita! Egli chiama le genti a grandi penitenze ed esorta a prepararsi perchè deve giungere l’inviato di Dio».

                     15.                   «Vorrei vederlo!» – sospirò Tullia. – «Non si potrebbe invitarlo?».

                     16.                   «Non so, signora, …credo che non accetti inviti. Forse potremmo andar noi da lui, ma dubito assai che l’eccellentissimo prefetto lo permetta!».

                     17.                   Tullia ebbe un gesto di noia...

                     18.                   «Oh, …l’eccellentissimo prefetto non si occupa di queste cose. Per lui siamo tutti pazzi, noi che aspettiamo qualcosa che muti questo mondo e questa vita, qualcuno che dia un senso nuovo al mondo e alla vita. Tu credi, Eutimia, che verrà, questo qualcuno?».

                     19.                   «Sì, mia signora, lo credo fermamente, ma questa credenza mi dà la pace, mentre a te sembra che dia solo tormento».

                     20.                   «Il fatto è, cara Eutimia, che io non credo; io lo spero, …e aspetto. Non so cosa, né perché aspetto!».

                     21.                   «Verrà l’atteso delle genti, signora, se già non è venuto. Egli guarirà anche te, ne son certa».

                     22.                   «Tu sei buona, Eutimia, ma se la tua fresca giovinezza non mi guarisce, dubito che alcuno possa farlo! Mi sento nell’anima tutti i peccati del mondo, talora mi sembra di essere un’ostia maledetta, un sacrifizio d’improperio[54] per tutto il male dell’impero. Mi sembra che gli déi abbiano messo nelle mie vene, …la tabe[55] che rode i regni e le nazioni. Mi sento infetta; spio le mie carni per vedere se non esce fuori dalla pelle la lebbra che ho dentro l’anima! Oh, voglio vedere questo profeta, Eutimia; chissà se egli non avrà per me una parola di speranza. Voglio vederlo!».

                     23.                   «Signora, cercherò di informarmi come questo sia possibile, e sarai accontentata!».

                     24.                   Un rumore di passi nel corridoio fece tacer le donne!

                     25.                   Sulla soglia della stanza privata di Tullia apparve il prefetto. Aveva l’aria scontenta, irritata e titubante delle ore serie. Tullia con un’occhiata licenziò Eutimia che sparì dal gineceo come un’ombra. Sollevata sul gomito, Tullia invitò il marito a sedere sullo stesso letto di riposo, sopra il quale stava sdraiata. Ponzio sedette pesantemente, il volto duro e pensoso del prefetto turbò Tullia.

                     26.                   «Che c’è, amico mio», – essa non poté impedirsi di domandare.

                     27.                   Il prefetto tacque accentuando la ruga sulla fronte; poi, decidendosi, disse a un tratto: «Tullia, ho una triste nuova da darti; son certo che ne avrai molto dolore, ma ti prego di saperlo contenere, se non per amor di tuo marito, almeno per l’onore di Roma!».

                     28.                   «Ponzio, tu mi spaventi; che c’è?», – gridò Tullia balzando in piedi.

                     29.                   Il prefetto prese sua moglie ai polsi, e con dolce fermezza la costrinse a sedere.

                     30.                   «Amica mia, nulla ti è giunto di quanto accade fuori, e io ne sono contento. Per la prima volta, …benedico i tuoi strani studi che ti tengono un po’ fuori dal mondo. Tuttavia, …da un istante all’altro tu potresti sapere. Ecco perchè sono venuto io stesso a dirti che tu oggi hai perduto una grande e tenera amica...»

                     31.                   I grandi occhi dalle pupille dilatate si fissarono negli occhi grigi di Pilato con sgomenta ansietà, e fu con voce simile a un soffio, che essa domandò: «Chi?».

                     32.                   «Sii forte, amica mia, contieniti» – pregò il prefetto. – «Gli schiavi ci ascoltano ovunque e tutto può essere pericoloso. Zuleima non è più da stamane; una mano misteriosa l’ha spenta».

                     33.                   Tullia s’irrigidì, ...si morse così profondamente il labbro inferiore da sprizzar di sangue il bianco chitone di lino. Per un lungo istante essa tacque restando immobile e fissando il marito con pupille immense, senza che il respiro le uscisse dal petto. Pilato, spaventato e preoccupato, la scosse, finché schiudendo le labbra essa non emise con il respiro un rantolo e un nome: «Erodiade?».

                     34.                   «... Pare di no!» – rispose il prefetto. – «D’altronde, non era neppure alla reggia».

                     35.                   «Ma vi era la sua anima dannata: l’assira Zobeida!», – gridò Tullia.

                     36.                   «Che vuoi che ti dica, mia povera cara» – disse Pilato scrollando il capo, – «... era da prevedere che sarebbe finita così. Tutto ciò, …complica terribilmente il mio compito di governatore. Tu sai che Tiberio non vuole complicazioni con gli alleati, e intanto vuole che i delitti siano perseguiti, i colpevoli puniti, …qualunque sia il loro grado e rango, e questo delitto farà scalpore, giungerà al suo orecchio, e io non so che fare. Erode e Gamaliel sono nemici mortali tra loro, e sono entrambi alleati di Roma. Gamaliel vorrà vendicata la morte della figlia; Erode giurerà la sua innocenza. Il re del deserto vorrà la testa di Erodiade, ed Erode non la consegnerà; si ricomincerà così la guerra tra i due, ...la guerra che tanto irrita Tiberio».

                     37.                   Durante questo discorso, Tullia era rimasta immobile, lasciando scorrere lacrime silenziose. Pilato la guardò e, nonostante le gravi preoccupazioni, il dolore della moglie lo commosse profondamente. Il prefetto amava molto quella donna strana e sensibile; soprattutto aveva in lei una fede assoluta. Nonostante il burrascoso passato, Tullia era un’anima vergine e pudica che, accanto al rude marito, si era rifatta a un’onestà e a un’irreprensibilità di costumi, così da essere d’esempio alle poche donne romane del presidio.

                     38.                   Sempre chiusa nelle stanze del gineceo, essa non ne usciva che per recassi ai vari templi, segnalandosi per pietà e raccoglimento. Amica dei saggi e dei dottori della legge, era gradita anche alla popolazione israelita, la quale era solita ricorrere a Tullia per mitigare talune decisioni troppo drastiche del prefetto, suo marito. Così egli, vedendola piangere in silenzio ma con accoramento profondo, avrebbe voluto consolarla senza saper come. Le accarezzò dolcemente la bruna testa senza parlare, temendo che una frase imprudente o maldestra potesse ancora offenderne il dolore.

                     39.                   Tullia comprese ciò e sorrise fra le lacrime: «Manderò le mie gemme al tempio di Eleusi affinché Proserpina, signora delle ombre, sia propizia alla mia amica», disse frenando i singhiozzi.

                     40.                   Macchinalmente, Pilato fece un segno d’assenso. Nonostante il suo dolore, Tullia si accorse della cupa espressione del prefetto, delle sue preoccupazioni, e con coniugale tenerezza lo esortò ad aprirsi e al tempo stesso a spiegarle com’era avvenuta l’atroce cosa! Pilato, con vero sollievo, parlò. Per il governatore della Palestina, la cosa era assai grave: l’inquieta provincia continuamente agitata da rivolte contro i poteri dell’impero romano e dalle lotte intestine, richiedeva al governatore una grande abilità diplomatica, abilità diplomatica unita a una più che mediocre capacità militare. Guai a seguir gli impulsi, a non meditare ogni atto, a non misurare ogni mossa!

                     41.                   In continuo bilico tra le varie potenze segrete dominanti la Palestina, il governatore non poteva contar molto su Roma. Roma non voleva guerre, non voleva repressioni violente in Oriente, impegnata com’era alle frontiere occidentali con i germani e i brutteri[56]; inoltre, alla corte di Tiberio, gl’intrighi, le invidie e le avidità lavoravano. Un movimento sbagliato, una decisione infelice poteva portare la rapida destituzione del prefetto e sovente il suo imprigionamento. La sorda guerriglia che per lunghi cinque anni si era trascinata tra Israele e Ismael a cagione di Erodiade, aveva richiesto a Pilato un continuo, quanto estenuante controllo dei propri nervi, per contenerla in limiti sopportabili e non tali da preoccupare Roma.

                     42.                   Ai colpi di mano degli zeloti contro il presidio romano, Pilato aveva risposto con repressioni crudeli, ma rapide e brevi, tali da creare il terrore, ma da contenerlo nei limiti di una legge dura ma giusta. Tuttavia nelle faccende interne del regno di Giudea, Pilato non poteva entrare che come consigliere, ed era stato appunto grazie ai suoi consigli e alle pressioni del sommo pontefice Hanna che, in ultimo, la guerra intestina che da cinque anni si combatteva nei deserti, si era composta in un’apparente accordo. Mercè quest’accordo, Erodiade (gratificata di una somma enorme cui aveva tacitamente contribuito anche la cassa segreta del presidio romano) aveva acconsentito di sloggiare insieme alla figlia Salomè (che s’era fatta una bella giovinetta) dalla reggia del tetrarca e ritirarsi in volontario esilio in qualche ridente isola dell’Egeo. Per questo, lo stesso Pilato aveva donato una superba liburna, a bordo della quale Erodiade e Salomè erano ostensibilmente[57] partite dalla costruenda Tiberiade, mentre con pompa solenne, qual si conviene a una sposa regale, la bella Zuleima rientrava dopo cinque anni nella casa del suo legittimo consorte.

                     43.                   Erode s’era mostrato contento della soluzione, ed aveva accolto Zuleima con dimostrazioni di affetto e pentimento. Ai Giudei e ai beduini la riconciliazione portava benessere e tranquillità, quindi i due popoli avevano sinceramente festeggiato l’avvenimento, ...pareva che una nuova era si dovesse dischiudere, e Pilato già si congratulava con se stesso per essere riuscito a comporre la tremenda questione, quand’ecco quel delitto premeditato e stupido era intervenuto a rovinare tutto e a rimettere le cose nello stato primitivo, con il peggiorativo che ormai la guerra non si sarebbe composta che con la morte di uno dei due contendenti!

                     44.                   Zuleima era stata uccisa nel sonno, un pugnale acuminato e sottile le aveva spaccato il cuore. Nessuno s’era accorto di nulla, non un grido era echeggiato. La porta della camera ove Zuleima dormiva era chiusa dall’interno e s’era dovuta sfondare. La finestra dava sopra un abisso; solo un uccello avrebbe potuto giungervi.

                     45.                   Erode, che si era mostrato afflittissimo, lasciò intendere a un atto insano della principessa, ma l’esame del cadavere da parte dei medici e dei saggi, aveva concordemente negato il suicidio. D’altra parte mancavano le ragioni logiche, e non era nel carattere di Zuleima, educata a stoici principi, l’uccidersi per una crisi di malinconia.

                     46.                   Tutti avevano naturalmente fatto il nome di Erodiade, …ma essa aveva il più formidabile degli alibi: la testimonianza del prefetto romano che l’aveva accompagnata sulla liburna e che la stessa liburna aveva visto salpare.

                     47.                   Gamaliel, prontamente avvisato, era accorso con una scorta di beduini vestiti a lutto, a prendersi il cadavere della figlia, e aveva subito presentato a Pilato un ricorso, affinché Erode e Erodiade fossero incriminati, l’una per istigazione e l’altro per consumazione di uxoricidio, chiedendo alla giustizia di Roma una pronta sanzione e facendo capire a Pilato che un suo rifiuto a procedere avrebbe significato la guerra con Roma stessa, se Cesare, cui direttamente si sarebbe appellato, non avesse dato soddisfazione. Inoltre, i partigiani di Filippo, ringalluzziti dalla situazione, premevano a loro volta, e avevano offerto al re del deserto un’alleanza per la vendetta comune.

                     48.                   La situazione era quindi assai ingarbugliata e il prefetto non vedeva soluzione alcuna. Tullia Paolina, nonostante il dolore per la tragica fine dell’amica, ben comprese la grave preoccupazione del marito. Ritornavano nella sua anima le reminiscenze dei sogni spaventosi che l’avevano torturata lungamente e, …ancora la torturavano. Si fece forza e ritornò la donna lucida e fredda che, alla corte di Tiberio, aveva saputo difendere la sua vita e il suo avvenire.

                     49.                   «È necessario che tu agisca, Ponzio, …e senza indugi. Fa partire subito un corriere per Cesare, con un dettagliato rapporto, e intanto chiama Erode a discolparsi o a giustificare l’accaduto».

                     50.                   «Zobeida, la sacerdotessa d’Astarte, la schiava assira di Erodiade, non ha seguito la sua padrona sulla liburna, ma è rimasta alla reggia, nessuno più di lei può essere incriminato. Essa aveva le sue personali ragioni di odio ...verso Zuleimain mancanza d’altri elementi può essere offerta la sua testa, beninteso se maggiori colpevoli non si troveranno o non si potranno accusare! L’essenziale è che tu, Ponzio, non possa essere accusato dall’una o dall’altra parte di tiepidezza o di connivenza, e che nessuno possa approfittarne a Roma per nuocerti. Io scriverò a Seiano. Egli è onnipotente presso Tiberio! ...».

                     51.                   «Già, ma Seiano odia Seneca, e la mia amicizia con Seneca è nota»,

                     52.                   «Io avevo qualche grazia nel cuore di Seiano» – continuò Tullia, – «e i nostri rapporti son sempre stati buoni, e Seiano non colpisce per il piacere di colpire. Egli non ha mire al di fuori dalla corte. Son certa che ti favorirà presso Tiberio».

                     53.                   «Gli déi ti ascoltino, Tullia» – sospirò il prefetto. – «Sinceramente mi spiace per la tua amica. Io non ho mai favorito i rapporti del tetrarca con Erodiade. Tu lo sai, vero?».

                     54.                   «Sì, amico mio, lo so! Hai dovuto sempre accettare i fatti, ma adesso pensiamo a premunirci. Il cadavere di Zuleima è stato consegnato al padre?».

                     55.                   «Sì».

                     56.                   «È stato un errore gravissimo da parte di Erode. Egli avrebbe dovuto esigere che la sposa dormisse il sonno eterno nel mausoleo reale. Consegnando il cadavere ha implicitamente confessato la sua connivenza, se non la sua complicità. Ma non importa, io andrò dal re del deserto per onorare le spoglie dell’amica mia e parlerò con Gamaliel: cercherò di rendertelo amico».

                     57.                   «Grazie, Tullia, sei un’impareggiabile sposa. Il giorno in cui varcasti la soglia della mia casa, gli déi mi dimostrarono il favore più grande».

                     58.                   «Fa preparare una scorta, Ponzio, e fa chiamare la mia lettiga. Questa sera stessa andrò nel deserto. A proposito, Ponzio, hai sentito del profeta che è apparso nel deserto?».

                     59.                   «Sì, ...un altro di quei maledetti zeloti, ...e questo sembra più scalmanato di tutti».

                     60.                   «Dicono che annunzi cose straordinarie, che prepari le genti a ricevere l’inviato di Dio».

                     61.                   «Sì, e a procurar grattacapi all’inviato di Roma».

                     62.                   «Suvvia, Ponzio, non essere irriverente. Non credi che gli déi possano manifestarsi in certe circostanze?».

                     63.                   «Ah! Se così è, che lo facciano adesso, perchè non so come avrà fine questa tragica storia».

                     64.                   «Fa offrire un sacrifizio a Ermes, Ponzio, …intanto ch’io son nel deserto e, …prega anche tu. Ah, non sai qual conforto sia la preghiera!».

                     65.                   «Mia cara Tullia, farò tutto quello che vorrai, ma dispensami, ti prego, …dal commercio con gli déi. Ne ho abbastanza di quello degli uomini. Porti teco Eutimia?».

                     66.                   «Sì, anche lei non è sgradita a Gamaliel».

                     67.                   «Vorrei che il mio trace venisse teco, da solo basta per venti uomini».

                     68.                   «Grazie, Ponzio, ma lui non piace ad Eutimia, e io non voglio che ne sia turbata».

                     69.                   «Come vuoi tu, Tullia».

                     70.                   «Vale, Ponzio».

                     71.                   Il prefetto si sentì licenziato e uscì dalla stanza della moglie.

 

[indice]

۞

Capitolo 14

«E’ possibile che la messiade

esca dal deserto?»

                        1.                   Nella tenda regale, adagiata sopra il più bianco dei barracani, coronate le brune trecce di gigli della valle e di rose sanguigne di Gerico, le belle mani incrociate sul petto ferito, senz’altro monile che il sottile cerchio di una fede nuziale pagata con la vita, Zuleima dormiva in pace l’ultimo sonno! Bella era nella morte, come vergine addormentata; le lunghe ciglia ombravano il sommo delle gote, la cui bianchezza faceva pensare al marmo pentelico[58]. Le labbra, che conservavano una lieve ombra rosata, erano socchiuse come a un sorriso quieto. La morte l’aveva colta nel sonno ed era stata fulminea: Zuleima non s’era svegliata per morire! Intorno al letto funebre, vegliavano pensosi, beduini armati ed esseni in bianche vesti.

                        2.                   Gamaliel, maestro degli esseni, re dei beduini e padre di Zuleima, l’aveva composta con le sue mani per l’ultima pace, e ora vegliava, comprimendo nel cuore, sdegno e dolore, cercando disperatamente di esser giusto fino allo spasimo, di capire il delitto e chi l’aveva compiuto, di frenare lo spirito di vendetta che ruggiva come inquieto leone nel suo vecchio cuore, ancor fremente e ancor vivo nonostante la saggezza.

                        3.                   Agevolmente, Tullia ed Eutimia avevano trovato nel deserto l’accampamento regale, e le loro bianche vesti pitagoriche avevano facilmente fatto da salvacondotto. Tutte le sette iniziatiche delle vicine regioni greche e fenicie, assire e persiane, egizie, asiatiche e africane, avevano avuto un misterioso avviso, per cui ognuna aveva mandato una delegazione a salutare il fiore del deserto che non era più tra i vivi. Esseni, pitagorici, isidiaci, stoici, suffi del deserto, platonici e sadducei, persino qualche fariseo delle più audaci scuole, erano sfilati pensosi dinanzi alla salma.

                        4.                   Con tutte le formule, in tutte le lingue, a Zuleima era stata invocata la pace, e la pace, infatti, sembrava aleggiare sotto l’ampia tenda.

                        5.                   Quando Tullia ed Eutimia entrarono, la loro pena fu come placata dall’effluvio di serena gioia emanata dalla salma. Gamaliel conosceva Tullia per averla vista spesso interessata ascoltatrice degli insegnamenti essenici tenuti nelle logge pubbliche; inoltre la conosceva come moglie del prefetto romano, perciò andò incontro alla nuova venuta con familiare accoglienza.

                        6.                   «Anche tu, signora, hai voluto venire a salutarla?».

                        7.                   «Oh, maestro, che orribile cosa è avvenuta!».

                        8.                   «Per noi, non per lei; guardala, lei è in pace».

                        9.                   «Sì, è in pace, oh, bella amica mia...», e non potendosi più frenare, Tullia eruppe in pianto.

                     10.                   Gamaliel lasciò che Tullia piangesse. Con un gesto pacato le additò il letto funebre e si ritirò in disparte. Tullia ed Eutimia si accostarono alla bella morta; la schiava aveva tra le braccia un fascio di bellissimi gigli del Nilo che, con grazia, depose sui piccoli piedi uniti che uscivano dall’orlo della veste candida, mentre Tullia con mano lieve intrecciò ai bruni capelli dell’amica, un giro di preziose perle rosate dell’India. Era la sua collana prediletta, e la donava all’amica morta che non aveva potuto e saputo difendere. Poco tempo poterono fermarsi le due donne nella tenda funeraria, perchè l’andirivieni degli accorsi per l’ultimo saluto, premeva.

                     11.                   Si ritirarono quindi entrambe e la cortesia regale di Gamaliel le fece appartare in un’altra piccola tenda, ove, appena poté, egli stesso si recò a raggiungerle. Tullia desiderava e paventava il colloquio. Nella piccola tenda i tre tacquero a lungo; ruppe il silenzio il vecchio saggio.

                     12.                   «Il tuo piccolo cuore trema, o signora, perchè? Tu amavi colei che non è più, ma nella tua pena io leggo anche spavento. Sai tu qualcosa?».

                     13.                   «Maestro, hai detto bene; spavento c’è nel mio cuore, ma anche rimorso! Rimorso per la mia vita troppo appartata che forse non mi ha permesso di proteggere come dovevo l’amica mia».

                     14.                   «Non l’ha potuta proteggere suo padre; non l’ha voluta proteggere il suo sposo; che potevi far tu, paventa[59] colomba?!».

                     15.                   «Grazie per queste tue parole, maestro, esse mi danno pace. Ma adesso che pensi tu di fare? Chi accusi?».

                     16.                   «Figlia! Il dovere della razza mi impone di vendicare mia figlia; il dovere di giustizia esige che il colpevole, o i colpevoli, siano puniti. Io accuso mio genero Erode di non aver saputo difendere sua moglie. Accuso Erodiade, concubina e cognata di Erode, di aver ordito e di aver fatto eseguire il delitto. Ho denunziato a Roma, nella persona di tuo marito, il prefetto Ponzio Pilato, l’avvenuto, chiedendo che la legge romana sia applicata in mio favore».

                     17.                   «So che Pilato ha mandato un urgente corriere a Cesare» – rispose Tullia, «…ma dubito che Cesare farà cosa alcuna contro Erode. Purtroppo il tetrarca è ben appoggiato!».

                     18.                   «Cesare non può frustrare la legge!».

                     19.                   Tullia frenò per tempo una parola imprudente...

                     20.                   «Chi scoprì il delitto?» chiese.

                     21.                   «La schiava incaricata a svegliarla, ...dopo aver lungamente bussato invano e cercato di aprire la porta, si spaventò e diede l’allarme. Erode stesso, …aiutò a sfondare la porta. Sul letto essa giaceva già fredda! Erode si è mostrato assai dolente, ma subito ha parlato di suicidio».

                     22.                   «Zuleima non era una donna da suicidarsi, ...era un’essena!».

                     23.                   «Lo so».

                     24.                   «Ti sei fatta consegnare Zobeida, la schiava assira di Erodiade?».

                     25.                   «Egli non ha voluto consegnarmela, con il pretesto che apparteneva a persona assente».

                     26.                   «Non potrà negarla a Pilato!».

                     27.                   Il re ebbe un gesto di fastidio

                     28.                   «... E quand’anche? Che è Zobeida? … Una mano! La testa e il cuore che ha guidato quella mano, sono colpevoli!».

                     29.                   «Zobeida non è solo una mano, …maestro. Certa dell’impunità, lei aveva motivi bastanti per odiare Zuleima; non dimenticare che essa è sacerdotessa d’Astarte!?!».

                     30.                   L’esseno stava per rispondere, quando nel campo si sentì un forte brusio e di lì a poco una voce stentorea gridò: «Il re, dov’è il re?».

                     31.                   Il volto dell’esseno s’illuminò di tenera gioia: «Giovanni!» – mormorò. – «Dio mio ti ringrazio...», e ciò dicendo uscì premuroso dalla tenda.

                     32.                   Timidamente, Tullia e la sua compagna uscirono a loro volta. Nel campo vi era un vasto movimento, un accorrere di popolo. Eutimia intravide un uomo di alta statura, seminudo, dal colore bronzeo, che sembrava essere al centro di quell’accorrere.

                     33.                   «Il profeta del deserto, Kyria!», – mormorò a Tullia.

                     34.                   «Quello?».

                     35.                   «Sì» .

                     36.                   Eutimia e Tullia si spinsero avanti, incuranti del decoro e del luogo. Giovanni era irriconoscibile! Gli anni passati in aspre penitenze e contemplazioni del mistero del deserto, avevano sviluppato e temprato la sua bella persona. Muscoli come corde d’acciaio guizzavano nelle braccia e nelle gambe nude, a ogni movimento. Alto più della media, magrissimo, senza esser scheletrico, aveva la pelle dorata come il miele selvatico di cui si nutriva. Una pelle non conciata di montone lo copriva ai fianchi, la bella testa selvaggia, ricca di una chioma così nera da sembrare azzurra, veniva irradiata da due meravigliosi occhi neri; la gola poderosa, sempre palpitante di un ruggito contenuto, mostrava l’intrico delle vene e dei muscoli. I lineamenti del volto erano aspri e duri, se pur mirabilmente cesellati. Era un volto che ignorava il sorriso, cui però non era ignota l’amarezza del pianto.

                     37.                   Di lui si dicevano molte cose, e la voce concorde era che egli fosse un antico profeta, forse Elia risuscitato dai morti.

                     38.                   Aveva una voce potente e chiara come tromba di guerra, e la sua parola risuonava nel deserto come in un tempio, e trasformava, in tempio sacro allo Spirito, ogni zona di terra in cui egli si trovasse.

                     39.                   Giovanni, nonostante l’asprezza della sua parola e i modi recisi del suo contegno, aveva numeroso seguito e molti discepoli dividevano nel deserto la sua vita di quasi incredibile durezza e penitenza. Egli predicava un battesimo in remissione dei peccati, ma esortava gli uomini a prepararsi a ricevere degnamente chi veniva dietro di lui e che ‘era più forte di lui’.

                     40.                   In occasione della tragica morte di Zuleima, lo Spirito l’aveva tratto dal suo isolamento e condotto al campo di Gamaliel, ove aveva incominciato a predicare dirigendo bruscamente la parola allo stesso re.

                     41.                   «Salute a te, re del deserto! Che intendi fare adesso?».

                     42.                   «Ah, Giovanni! Tu sai che Zuleima è stata uccisa? Tu ricordi Zuleima che tanto ti ha amato da fanciullo?».

                     43.                   «Io non ricordo di aver avuto una madre, eppur l’ebbi. Come vuoi che ricordi le infantili blandizie? Zuleima, il fiore del deserto, è andata a profumare il cielo. Rallegriamoci con lei e non contristiamo con le nostre querele la Terra! Non vorrai, o re, continuar la guerra che da oltre cinque anni affligge queste regioni?!».

                     44.                   La parola del profeta era uscita, violenta e sconcertante dalle sue labbra, diretta al re come un’accusa e, senza lasciargli il tempo di rispondere o di riprendersi, continuò: «La parola di Dio ti fu indirizzata a tempo, e quando potevi ancora far bene prendendo una decisione di forza, tu rispondesti che un esseno non colpisce mai per primo!

                     45.                   Ciò che ti fu detto, …avvenne, e tu, o re, se non colpisti per primo, …non però desistesti dal colpire. Molti innocenti da entrambe le parti han perduto la vita, molte madri piangono; il dolore si è seduto al focolare d’Israele, …e a quello d’Ismaele. Vorrai che questo continui?! Risusciterai dai morti tua figlia, se a sua cagione molti altri uomini morranno?! E se anche avrai nelle mani i colpevoli e potrai trarne disperata vendetta, qual vantaggio verrà a colei che non è più?

                     46.                   Lascia dunque, o re, la cura della giusta vendetta a Dio, e tu non macchiare ai suoi occhi la candida veste, per renderti uguale all’assassino! Licenzia le tue truppe, rimanda al deserto i suoi figli, non curarti d’apparir debole, essendo forte, folle, essendo saggio! Non confidar nell’uomo, poiché sta scritto: “…maledetto l’uomo che confida nell’uomo!”. Leva il tuo sguardo al Cielo e attieniti agli ordini suoi. Questa è ancora l’ora del principe di questo mondo, l’ora del trionfo dell’iniquità; vano ti sarebbe di volerti opporre, …vano reagire! I giusti pagheranno per i peccatori, i malvagi saranno sul trono e i santi in catene, ...finché verrà l’ora del Giudizio divino!

                     47.                   Vuoi tu, o re, renderti uguale a costoro? Lascia loro il misero orgoglio di trionfare nel tempo, perchè Dio si riserva il trionfo nell’eternità. Non mescolarti con il violento, non contaminarti con l’impuro; non aver parte alcuna con il male, e se lo puoi, o re, perdona!».

                     48.                   Un costernato silenzio accolse le parole del giovane profeta. Come colpito dalla folgore, Gamaliel era rimasto impietrito: tutto poteva attendersi, meno quello strano intervento. Erano anni che non vedeva più Giovanni, e ora lo trovava singolarmente duro, come trasumanato in un’altra persona, in un’entità nota e terribile in tutta la Giudea: «il profeta Elia», quel profeta che più volte nel piccolo Giovanni aveva parlato e che infine se l’era preso, come il nibbio prende il pulcino, per portarlo nel deserto a vivere e a respirare la natura del fuoco. Ora tornava Giovanni-Elia e portava un messaggio strano e duro, ma della cui giustizia e verità non si poteva dubitare. Ma il profeta riprese a parlare!

                     49.                   «... Verrà il Salvatore, Colui che vi battezzerà nel fuoco e Spirito Santo. Egli risanerà i corpi per redimere le anime, patirà ingiustizia e sarà oppresso a cagione dell’iniquità, ma risorgerà alla morte e con Lui risorgeranno le anime dei santi. Egli viene per annunziare il regno di Dio, per stabilire sopra la Terra un regno di giustizia e di pace.

                     50.                   Prepariamo a Lui le vie; si appianino i colli, si curvino i monti e le vie malagevoli si facciano piane. Fioriscano dai rovi i gigli della valle e fiorisca il deserto come la rosa di Damasco; si faccia Gerusalemme come sposa che lo sposo attende, poichè è già per venire l’Inviato dall’Altissimo!».

                     51.                   Tutto il campo s’era riunito intorno al profeta. Nella tenda funeraria Zuleima dormiva, sola, il suo sonno di pace.

                     52.                   Premuta nella folla, Tullia ascoltò avida la parola terribile e bella, e si smarriva quando la pupilla del profeta si scontrava a caso con la sua.

                     53.                   «Confessate i vostri peccati», – riprese Giovanni, – «deponete nella contrizione del vostro cuore le vostre immondizie, nel Giordano lavatevi nella penitenza delle vostre sozzure, affinché Colui che sta per venire vi trovi mondi. Pentitevi dei vostri peccati perchè io vi annunzio che essi vi saranno rimessi, e tu, Gamaliel, ricordati che oltre la morta Zuleima hai pure un figlio, il principe Areta. È tempo che egli regni e tu insegni! Deponi dunque la corona del re e prendi il vincastro del pastore.

                     54.                   Ai tuoi piedi verrà, per aver sapienza, qualcuno che è già nel pensiero dell’Eterno, destinato a propagare la messiade su tutta la Terra. Egli si batterà con l’agnello, come il pari con il pari, e sarà vinto e da vinto servirà il vincitore come nessuno saprà mai servirlo! Prepara anche tu nel deserto l’ora della Messiade!».

                     55.                   «Uscirà dunque dal deserto la Messiade?», – chiese il re.

                     56.                   «Sempre la Messiade esce dal deserto! La sterile sarà madre di molti figli, il grembo arido verrà fecondato e dalla morte nascerà la vita eterna».

                     57.                   Vi fu un silenzio... Di nuovo, la voce stentorea risuonò: «Principe Areta, ricevi dal padre tuo il peso della corona, e portarlo in modo da esser degno, domani, di aver per corona la luce di Dio! Non impacciarti con l’ingiusto, non mescolarti con il superbo, frena l’impeto del sangue e sii prudente. Vedrai tramontare il sole dell’iniquità e conterai i giorni dell’empio. Ecco che misurerai la rovina e la desolazione del tempio di Gerusalemme; ecco che a te è commesso il pungolo onde sia stimolato lo zelo dei santi. Dalla tua stirpe, o principe, …uscirà un profeta. Israele sarà consegnato ad Ismaele, …per il suo castigo. Ove oggi son le sedi dei re e dei potenti, il libero beduino pascolerà le sue mandrie di cammelli!».

                     58.                   Dalla folla usci un giovane guerriero dall’aspetto dignitoso e modesto: «Profeta di Dio» – disse, – «io sono molto giovane, non adatto al peso della corona; dammi tempo che alla scuola del padre mio impari a far scienza del regnare!».

                     59.                   «Tuo padre è chiamato ad altri compiti, l’Altissimo chiama te alla corona».

                     60.                   Il giovane principe, visibilmente spaventato, si strinse al padre. Gamaliel l’accarezzò con lo sguardo: «Coraggio, figlio mio. Colui che dà e toglie i regni della Terra, ti sosterrà con la Sua grazia» – disse. – «Dandoti la corona non ti commissiono la vendetta della sorella. Tu farai come Iddio t’ispirerà; il padre tuo pregherà per te».

                     61.                   «O Padre, non allontanarti da me!».

                     62.                   «Tuo padre verrà meco nel deserto» – tuonò Giovanni. – «Egli ha cessato di pascolar greggi e condurre tribù; il suo compito oggi è di pascolare pastori e preparare santi!».

                     63.                   «Lascia, o profeta, ch’egli seppellisca almeno la figlia».

                     64.                   «Ai morti la cura di seppellire i morti; chi è vivo lodi il Signore! Popoli del deserto, il principe Areta vi è dato da Dio come re: obbedite a lui! E tu, fanciullo, non scostarti mai dalla divina grazia! A voi, soldati, io dico: non operate con proditorietà, non incrudelite con il vinto, non opprimete con saccheggi e taglie le popolazioni; siate paghi della vostra mercede e servite con fedeltà! E voi, mercanti, siate onesti nelle misure, date ad ognuno il pattuito, non ingannate la buona fede e non adulterate le promesse! E voi, pastori, compartite in pace i pascoli, spartitevi le acque e onorate il Signore Iddio nostro. Ognuno operi in giustizia, ognuno si rinnovi alla grazia per il pentimento dei propri peccati e per la speranza della vita eterna!».

                     65.                   «Profeta », – gridò un sadduceo, – «parlaci dunque della vita eterna!».

                     66.                   «Comincia a nascere, o uomo, e poi saprai da te cos’è la vita eterna», – rispose Giovanni.

                     67.                   Rompendo l’affollamento, Giovanni si accostò a Gamaliel e lo prese per mano. Senza un attimo di esitazione, senza un’ombra di rimpianto, senza voltare indietro l’occhio a rimirare ciò che lasciava, senza un addio, Gamaliel seguì il profeta che, torreggiando l’alta persona come prua di nave, sicuramente si incamminò verso il deserto.

                     68.                   Nella folla fu un silenzio di sbalordito stupore. Ruppe il silenzio un altissimo pianto giovanile. Era il giovane Areta che, proteso sulla sabbia, gridava disperatamente il suo dolore senza accettare conforto! Quel pianto disperato e angosciato di fanciullo sembrò rompere l’incanto, e ridiede alla folla il senso della realtà.

                     69.                   Alcuni anziani trascinarono il principe in una tenda e, mentre già nascevano e s’intrecciavano le discussioni, Tullia ed Eutimia rientrarono nella loro, senza riuscire a rendersi ben conto dell’accaduto, ma provando nell’intimo un’impressione che ben sapevano mai si sarebbe cancellata!

 

[indice]

۞

Capitolo 15

«Spesso la vita non è che un sonno

che nelle sue tenebre

offusca la verità delle cose»

                        1.                   Nel deserto Gamaliel e Giovanni camminarono a lungo senza parlare. Da maestro divenuto allievo, il saggio re seguiva il giovane profeta, come perduto in un sogno.

                        2.                   Uscendo dal campo, lasciando senza un attimo d’esitazione ogni cosa per obbedire al richiamo divino, Gamaliel aveva provato una strana impressione di risveglio, gli sembrava di aver lungamente e affannosamente dormito e di aver cessato l’incubo nella freschezza dell’alba.

                        3.                   Da tutto il suo essere, come da un infinito mare di conoscenza, giungevano a lui brandelli di coscienza, folgorazioni di verità e, mentre il suo agile piede di beduino calpestava la sabbia candida, egli si librava con la mente sopra il deserto e sopra il mondo, in una radiante ascensione dello spirito, in cui tutto l’esser suo, ritrovandosi, si smarriva.

                        4.                   Come spiriti incorporei, l’esseno e il profeta si compenetravano a vicenda e, senza parlare, si rendevano mutualmente conto dei loro pensieri godendo delle stesse visioni. La carne aveva perduto il suo tragico peso, e la vita con le sue contingenze, le sue colpe e le sue tenebre, era lontana, infinitamente lontana, già obliata, già contemplata con incredulo stupore.

                        5.                   La coscienza di esistere si allargava rutilante in Gamaliel, come un’ala d’arcangelo, e lo trasportava di era in era, di vita in vita, avanti e indietro nel tempo, per proiettarlo infine ove il tempo perde ogni significato e, dove l’immobilità dell’Assoluto, l’intramontabilità dell’Eterno, da soli riassumono e tramandano la somma dei significati e dei simboli dell’unica Essenzialità in cui, tutto essendo, più nulla esiste.

                        6.                   Le sfere celesti ruotavano armoniose innanzi alla coscienza meravigliata, e i suoi celesti conduttori, in forme di pura luce, aggiungevano splendore allo splendore, armonia all’armonia, delizia alla delizia. Mentre il passo gagliardo vinceva l’ostilità sorda della sabbia; la mente, superando il creato, il sensibile, l’immaginifico[60], s’immergeva beata nell’increato eterno, nel supersensibile, identificando oltre l’immagine, l’idea, e follemente inabissandosi in una contemplazione d’amore, si ritrovava nella mente di Dio come nel suo stesso elemento, come nell’unico suo mezzo, in un ambiente naturale.

                        7.                   Quanto tempo camminarono i due rapiti? Nel deserto, solo il sorgere e il tramontar del Sole dà segno dello scorrere del tempo, ma il sorgere e il tramontar del Sole sono accidentalità di nessuna importanza per chi, con la mente nei Cieli, trascorre sulla Terra, nella sua soma[61] mortale rinnovata alla trasparenza, la virtù dell’anima.

                        8.                   La fame, la sete, il sonno, la stanchezza, non possono farsi sentire nelle sfere dell’assoluto pensiero spirituale, e la creta umana ha assai più possibilità di sopperir da sola ai suoi bisogni più urgenti e resistere all’usura dello sforzo, più di quanto non si creda. Senza ricorrere al fachirismo per spiegare talune prodigiose resistenze, basta semplicemente il ricordar che Archimede, immerso nei calcoli matematici, non si accorse neppure della presa della città, tanto la vita sensoria era sospesa in lui dall’attività della mente.

                        9.                   A maggior ragione, quindi, l’esseno e il profeta, perduti nelle speculazioni della più ardua contemplazione, poterono camminare giorni e notti di seguito senza partirsene e senza che gli stimoli della materia interrompessero il colloquio spirituale.

                     10.                   Il corpo dell’uomo è foggiato in maniera da essere (a seconda della capacità dell’uomo stesso di dirigersi) o un perfetto schiavo, o un tirannico padrone. Accontentato nelle cose più innocenti, aumenterà di continuo le sue pretese e, costretto alla disciplina della rinunzia, vedrà i suoi bisogni ridotti quasi a zero. La penitenza null’altro è che esercizio di indurimento, e laddove essa venga praticata senza compiacimenti morbosi, diviene uno strumento cosciente di libertà e di potenza.

                     11.                   Giovanni, nel deserto, aveva vissuto in modo adatto a rendere il suo corpo un docilissimo strumento, ma al contempo l’aveva irrobustito fino all’inverosimile. L’adolescente sensibile era divenuto un asceta resistentissimo, e la primitiva squisitezza medianica era stata sostituita da una perfetta tecnica mentale per cui il pensiero giovanneo, innalzandosi come aquila nelle sfere del sovrasensibile, vinceva ogni inganno e ogni seduzione dell’anima senziente e della volontà personale.

                     12.                   L’epidermide del suo corpo era dura e duttile come cuoio conciato, ma poteva passare per un petalo di rosa di fronte all’integumento tenace di volontà e di fermezza di cui era cinta la sua anima. Nessuna indulgenza, nessuna tenerezza, nessuna debolezza era ammessa dalla sua coscienza perennemente vigile! Egli amava fortemente ma rudemente ogni cosa, e reputava la vita terrena con le sue ombre, come un sonno offuscante, la folgorante luce del vero, cui ogni anima è, per sua stessa natura, addimandata.

                     13.                   Per Giovanni la vita terrena null’altro era se non un sonno dell’anima, uno stato di torpidezza e di incapacità a realizzare la coscienza di esistere, uno stato di pesantezza dalla quale era possibile sfuggire se non in tutto, in parte, mediante la più stretta austerità di vita e la fuga volontaria dalle facili tentazioni!

                     14.                   «Un ferro temprato» – egli diceva, – «è pieghevole a ogni forma, riducibile a ogni capriccio. Ma quando, mediante l’opera della tempra, il ferro diviene acciaio e questo acciaio sempre più s’indurisce nelle successive tempre, ecco che più non si piega, e conserva stabilmente la forma e l’impronta voluta. Rendere acciaio il corpo affinché non si cancelli o si muti il disegno originariamente divino dell’anima, è lo scopo della penitenza».

                     15.                   Quindi, per Giovanni, se la penitenza era necessaria ai peccatori per renderli degni della remissione dei peccati, essa era addirittura indispensabile ai giusti, …per evitar loro di cadere nel peccato. Ma allora la penitenza – per Giovanni – cambiava nome e aspetto: l’austerità diveniva esercizio, la disciplina libertà, l’indurimento del fisico, potenza sopra lo stesso.

                     16.                   «Fuggite ogni mollezza!» – era solito dire ai suoi discepoli. – «Ciò che si ammolla si dissolve, e se voi oggi siete deboli in alcuna piccola cosa, non crediate di poter domani esser forti in una grande! Non amate il vostro corpo, ma neppure odiatelo, perchè odiarlo vorrebbe dire dare a lui qualche importanza. Siate indifferenti al vostro corpo poiché esso non è che un accidente del vostro spirito. Domatelo e tenetelo a freno, che altrimenti sarà lui a domarvi e ad imporvi il suo volere».

                     17.                   Naturalmente casto, egli esigeva pari castità in chiunque volesse dividere la sua vita, ma non imponeva la castità come un giogo, bensì dimostrava che il raggiungerla era un premio degno di asperrimi sforzi.

                     18.                   «L’uomo casto» – soleva dire, – «è colui che ha riportato vittoria nel suo corpo contro un leone, contro un lupo e contro un’aspide velenosa. Il leone è la lussuria, il lupo l’avarizia, l’aspide è l’invidia.

                     19.                   Colui che è casto, è tranquillo, liberale e benevolo, e chi è tutto ciò, è veramente signore di un grandissimo regno. Chi non può esser casto» – aggiungeva, – «sia almeno continente e in ogni caso si guardi dallo scandalizzare con la sua condotta e dal dare malvagio esempio con il suo contegno! Colui che non può frenare la libidine è come il lebbroso che – pezzo a pezzo – marcisce e muore senza poter morire. A pari del lebbroso, stia lontano dall’umano consorzio, affinché a cagion sua non siano contaminati degli innocenti; perchè meglio sarebbe per lui non esser mai nato, che dare scandalo a un solo fanciullo del regno di Dio!».

                     20.                   «Maestro» – domandò una volta maliziosamente qualcuno, – «che significa dare scandalo?».

                     21.                   «Significa» – ruggì Giovanni, – «dimostrare con l’esempio che la materia sia preferibile allo spirito, il diavolo a Dio, il male al bene, la tenebra alla luce, l’infermità alla salute, la miseria della follia all’infinita ricchezza della saggezza!».

                     22.                   Con questi principî e sistemi, naturalmente Giovanni era oggetto di grandi controversie. Gli amici e i nemici del profeta non si contavano più; il suo prestigio sul popolo era immenso, e nella coscienza popolare si faceva sempre più strada la convinzione ch’egli fosse l’antico profeta Elia risuscitato dai morti. E di Elia egli aveva l’ardore, la veemenza, la violenza: era un duro combattente di Dio, atto a piegare corone e stendardi dinanzi all’implacabile logica della vita eterna.

                     23.                   Senza cercarli, i discepoli erano andati da lui, ed egli, rapito in extrasensoriali visioni, con l’entusiasmo della sua vergine anima, annunziava Colui che doveva venire dopo di lui, Colui che avrebbe ridato al mondo e alla vita il perduto senso della divinità e dell’eternità. Ebrei e gentili erano stati da lui battezzati nel Giordano e, mentre attendevano Colui che doveva rimettere loro i peccati, inconsciamente preparavano la messiade nell’umanità, diffondendo speranze e desiderio, aspettazione e terrore.

                     24.                   Nel deserto fioriva la civiltà futura: le più belle menti, i cuori più generosi, nell’austerità di una vita penitente, rinnovavano i fasti del pensiero umano e preparavano le ascese dei giorni venienti. Come lo zelante giardiniere nel segreto seminario vigila le pianticelle e, scegliendo mano a mano per il trapianto le più robuste e belle e senza esitazione sacrifica le più deboli e scadenti, così Giovanni, il preparatore della messiade, come accorto giardiniere vigilava le tenere pianticelle, speranza delle messi future.

                     25.                   Quando Gamaliel e Giovanni giunsero alla loro meta, alcuni di questi zelanti discepoli si affrettarono a incontrarli con festante accoglienza. Erano quasi trenta ore che i due camminavano tra le dune, rapiti entrambi nelle loro visioni, erano meccanicamente pervenuti ove dovevano, senza quasi avvedersene. Più tardi, al recupero di sè, l’esseno sostò in sognante attesa, ma fu riscosso dalla rude esclamazione di Giovanni che, appena giunto, aveva prontamente riconosciuto i suoi discepoli. «Che fai tu qui, Iscariota?» – aveva gridato. – «Più volte ti ho detto ch’io nulla ho da fare con te. Vattene!».

                     26.                   «Maestro» – aveva risposto umilmente l’interpellato, – «perché mi scacci? Perchè neghi a me solo, in tanta massa di gentili e di ebrei, il battesimo rinnovatore? Provami come vuoi, piuttosto. Chiedimi la misura piena del mio zelo, del mio amore!».

                     27.                   «Del tuo amore non so che farmene, Iscariota, né dell’amore di chicchessia; e quanto al tuo zelo passionale e incomposto, …ben ne conosco la tempra. Vattene dunque in pace, e non tentare Iddio!».

                     28.                   «Non sei giusto con costui, maestro!» – osò interloquire un altro discepolo. – «In verità, ti accertiamo che Iscariota ha dato a tutti delle splendide prove di sottomissione, di penitenza, di zelo!».

                     29.                   I fulminei occhi di Giovanni si fissarono sdegnati sul malcauto: «Se non mi ritieni giusto» – chiese severamente ironico, – «a che pro chiamarmi maestro? S’io son maestro saprò ciò che devo fare, né chiederò a te come devo comportarmi. Vattene dunque anche tu con costui, poiché tu pure appartieni alla razza di coloro che avendo occhi non vedono; orecchi, non odono: intelletto, non comprendono».

                     30.                   «Per carità, maestro» – gridò sbigottito il discepolo, – «non avertene così a male. Non intesi io già di offenderti, volevo solo intercedere in favore del fratello!».

                     31.                   «E neppur io volli offenderti» – rispose placato Giovanni, – «ma chi dubita del suo maestro nel piccolo, mai potrà seguirlo nel grande; e se tu patisci scandalo per le mie decisioni sincere, meglio ti è tornare a quel mondo ove l’ipocrisia, gesti, voce e sorriso, misurando e contemperando ai casi e alle ore, meno urterà la sensibilità del tuo sentimento».

                     32.                   Durante la disputa, Gamaliel si era lentamente come risvegliato; da una lontananza infinita giunsero alla sua coscienza brani di ricordi, di sensazioni, …di dolori. Aveva vissuto un attimo di eternità e ne era ancora inebriato, ma già il tempo lo riafferrava nelle sue mobili spire di serpe e lo stringeva per soffocarlo. Da ogni parte del suo corpo e della sua anima, onde di stanchezza e di monotonia salivano come flussi di un fiume già varcato e lontano che, cambiando il corso, rifluiva all’indietro.

                     33.                   La presenza fisica di Giovanni divenne lo scoglio contro cui batterono e si rifransero le onde dei ricordi e dei rimpianti, e Gamaliel sentì Giovanni compenetrare in lui, come in una strana ipostasi in cui la natura mortale e l’eterna, confluendo insieme, fossero, oltre il tempo e lo spazio, pure il tempo e lo spazio!

                     34.                   Come risvegliato da un sogno, Gamaliel a un tratto avvertì la sensazione d’avere sopra di sè la volta stellata, e capì di essere disteso sopra la sabbia tiepida del deserto. Inginocchiato al suo fianco, scorse Giovanni che lo guardava con una luce di tenerezza filiale nelle pupille brune. Una ciotola d’acqua premeva contro le labbra dell’esseno che, macchinalmente, la vuotò, e al ristoro che ne ebbe, capi ciò che gli era accaduto. La carne aveva preso il sopravvento sull’anima, il corpo esausto aveva rudemente reclamato i suoi diritti.

                     35.                   Nel cenobio[62], l’esseno fu accolto con festa, e i pochi confort, di cui i giovani cenobiti disponevano, furono affettuosamente offerti al nuovo venuto. Nel cenobio, una vita intensa di preghiera e di studio occupava le anime e le intelligenze dei seguaci di Giovanni, riconosciuto capo e venerato maestro.

                     36.                   A questi discepoli devoti e ardenti, il giovane profeta presentò il vecchio Gamaliel come loro nuovo maestro e guida: «Io devo andare incontro a Colui che sta per venire» – disse, – «né posso portar meco il peso dell’amor vostro e la responsabilità del vostro insegnamento. Tuttavia non vi lascio soli e senza guida, ma vi dò un padre saggio e buono, un padre cui io stesso devo tutto! Egli pascolerà le anime vostre e vi preparerà per le ore che verranno. Siate a lui sommessi e devoti, ascoltate la sua parola e mettetela in pratica».

                     37.                   «Giovanni» – l’interruppe l’esseno smarrito, – «dove andrai tu, dunque, ch’io non possa seguirti?».

                     38.                   «Vado al Giordano dove incontrerò Colui che mi fu promesso, e poi, ...un altro Giordano mi resta da passare, cui tu non puoi aver parte!».

                     39.                   Poi, di colpo, con uno di quei moti improvvisi che distinguevano Giovanni, egli si inginocchiò ai piedi di Gamaliel e, curvando il bruno capo, disse: «Benedicimi, padre e maestro mio, come allora, affinché io porti con me nella notte la luce della tua tenerezza!».

                     40.                   L’esseno Gamaliel, ridivenuto l’iniziato, posò le mani sopra la bella testa: «Che tu sia benedetto nel tuo andare e nel tuo stare, figlio mio! Ricevi sopra di te lo spirito settuplico, e va con lui ovunque ti guiderà».

                     41.                   «Così sia, padre», – rispose Giovanni e, rialzatosi, si guardò lungamente intorno.

                     42.                   Nella maestosa cornice del deserto pietroso, il mucchietto miserando delle capanne del cenobio spariva soffocato dalla maestà della natura che, nel cielo lattescente e nella sabbia rosata dai primi bagliori, sembrava dire, per la prima volta, le parole della Creazione: «Sia fatta luce!». La luce tutto rivestì, ingrandendo e rimpicciolendo ogni cosa; le bianche vesti dell’esseno e le pelli non conciate che rivestivano i seguaci di Giovanni, facevano tra di loro un pittoresco contrasto.

                     43.                   La svelta figura dell’annunziatore si stagliò vigorosa contro il cielo, e verso il cielo alzò gli occhi e le mani in un attimo di preghiera intensa, poi, con un gesto imperioso di addio e al contempo di rifiuto perchè alcuno avesse a seguirlo, s’incamminò da solo verso l’orizzonte dietro il quale s’indovinava il Giordano.

                     44.                   Gamaliel e i discepoli rimasero immobili a guardare la bella figura che sembrava camminare incontro al Sole, come per perdersi nella sua luce! Come pecore che abbiano perduto il pastore, i discepoli di Giovanni si strinsero smarriti intorno a Gamaliel, e l’esseno capì tutta la grandezza del compito che il cielo gli aveva assegnato; capì che non era concesso a lui di vivere o di morire nella legge della natura, ma che la natura doveva superare, per compiere, senza esitazione e il più perfettamente possibile, il mandato del Cielo.

                     45.                   Come ombre e fantasmi, i volti della morta Zuleima e dell’adolescente Areta si affacciarono timidamente al suo cuore, ma il cuore dell’esseno non ne palpitò. Ciò che era carne svaniva di fronte a ciò che era spirito. Una rigogliosa nuova paternità sbocciava in lui per i virgulti della nuova età che gli si stringevano intorno.

                     46.                   Anche Giovanni era già un’ombra lontana, e Gamaliel abbracciò con uno sguardo di indicibile tenerezza i suoi nuovi figlioli, accingendosi a ripartir loro la sapienza essenica di cui era depositario.

 

[indice]

۞

Capitolo 16

«Ecco ch’io manderò

il mio angelo innanzi a te,

acciocché tu sia annunziato»

                        1.                   Con festa solenne, Tiberiade (l’antico borgo di Genezareth sul lago omonimo) veniva quel giorno dedicata a Tiberio e, dalle mani del prefetto Pilato, ricevevano l’attestato di cittadinanza romana tutti quei cittadini che, in quel fausto giorno, nascevano o si univano in matrimonio sotto gli auspici delle aquile imperiali.

                        2.                   Il tetrarca Erode portava visibilmente il lutto per la morta Zuleima e perciò non avrebbe partecipato che alle cerimonie strettamente ufficiali. Da Roma, molti attestati di benemerenza erano giunti al tetrarca, non esclusa una personale breve missiva dello stesso Tiberio.

                        3.                   Anche a Ponzio, sotto la cui illuminata reggenza la Palestina inquieta si romanizzava, Cesare si era compiaciuto di far pervenire un prezioso vaso murrino come segno di compiacenza, insieme a un rarissimo smeraldo, montato a ciondolo, per la ‘non dimenticabile Tullia Paolina’. Di Erodiade nessuno parlava: una vera congiura del silenzio circondava questo nome, scottante per Pilato più del fuoco.

                        4.                   Dopo la brusca abdicazione di Gamaliel, la questione tra la Giudea e i beduini del deserto era venuta facilmente appianandosi per un’improvvisa quanto strana buona volontà intervenuta tra le parti interessate. Il giovane principe Areta aveva dimostrato di acquietarsi alle ragioni di Pilato, nominato d’ambo le parti giudice e arbitro.

                        5.                   Un incontro tra i due cognati aveva concluso la sospirata pace. Areta aveva creduto, o almeno finto di credere, alle dimostrazioni di dolore date dal tetrarca. Sotto la spinta dissimulata della volontà di Roma, si era convenuto un accordo per cui Erode si accollava tutta la spesa della guarnigione, restituendo inoltre alla casa di Areta la dote portata dalla moglie scomparsa. In cambio il principe non avrebbe più dovuto insistere nell’accusa di uxoricidio, sporta dal vecchio re al tribunale di Roma.

                        6.                   Silenziosamente Zobeida era scivolata nel buio. In una tacita convenzione si era accettata l’ipotesi della sua colpevolezza. La fedeltà di Erode al ricordo di Erodiade non giungeva fino al punto di compromettere la sua sicurezza per difendere la schiava favorita dell’amante. Cosi il pieghevole corpo e il rosso sangue dell’assira avevano placato lo sdegno dei più fanatici beduini e permesso lo stipularsi di un accordo tra le parti in contrasto. Con orientale abilità aveva salvato la faccia e, se non la giustizia, almeno la legge era stata rispettata.

                        7.                   Un silenzio, giovevole da ambo le parti, si era stabilito, e di questo silenzio Ponzio era stato l’artefice maggiore. Così quel giorno a Tiberiade, il prefetto raccoglieva i frutti del suo paziente seminare. Unica spina per lui lo strano contegno di Tullia che, con un pretesto, si era chiusa nei suoi appartamenti e non aveva voluto partecipare alla festa, per non doversi incontrare con Erode e non dovergli sorridere.

                        8.                   La greca Eutimia invece, fuor dal suo solito, si era mescolata alla folla in festa e, scivolando come un bianco fantasma tra i gruppi dei convenuti, aveva fatto sentire la sua silenziosa presenza. Il porto di Tiberiade sembrava interessasse particolarmente alla schiava, la quale era stata vista in stretto conciliabolo[63] con molti navarchi[64] e comiti[65] di trireme[66]. Si era poi saputo che essa cercava informazioni sul conto dei passeggeri provenienti dall’Egeo; ma pareva che non avesse trovato ciò che era oggetto delle sue ricerche e, ...forse contenta e forse delusa, aveva alla fine desistito ed era sparita dalla folla, né si sapeva se si era ritirata presso la padrona oppure celata in qualche tempio!

                        9.                   A Pilato, l’indagare ove ella fosse, non era piaciuto molto. Egli ben intuiva ciò che teneva sospesa l’anima di Eutimia e della sua padrona, ...e cioè il paventato ma non impossibile ritorno di Erodiade! Pilato non era tranquillo, ben prevedeva che, se Erode avesse commesso l’imprudenza di richiamar l’amante, la faticosa convenzione stabilita sarebbe stata assai scossa, inoltre ben capiva che Tullia a niun patto avrebbe accettato di riconoscere come moglie legittima del Tetrarca la concubina, e la non accettazione di Tullia avrebbe portato molte complicazioni politiche. Anche Pilato aveva fatto indagare, per conto suo, sulle passeggere delle agili navi liburna attraccate nel porto di Tiberiade, ma la sua indagine l’aveva rassicurato. Almeno per quel giorno, Erodiade non sarebbe apparsa.

                     10.                   Finita la festa della dedicazione, scambiatisi i complimenti d’uso tra i personaggi ufficiali, imbandite al popolo nella reggia di Erode delle tavole pubbliche e iniziati allo stadio i consueti giochi a cura di Pilato, Pilato e Erode, ognuno per conto proprio, lasciarono proseguire la festa e si ritirarono. Il lutto di Erode e l’assenza di Tullia giustificarono agli occhi del popolo l’assenza di entrambi dal proseguir della festa. Ma non tutto era in festa a Tiberiade!

                     11.                   Chi, proseguendo lungo la riva del lago, si fosse allontanato dalla città di qualche centinaio di metri, sarebbe capitato nel caos delle macerie e dei detriti dell’antico borgo di Genezareth, demolito per far posto alla nuova città di Tiberiade. In mezzo a quel caos si aprivano dei veri antri: angiporti in cui l’onesto passante ben si guardava di inoltrare il piede. Tra i dedali bui, apparentemente disabitati, scivolavano, come ombre, malviventi e sacerdotesse di Venere Pandemia d’infimo rango. Da quelle tenebre spesso usciva il lampo sinistro di un pugnale o il livido bagliore di una torcia incendiaria.

                     12.                   Più e più volte Pilato aveva reclamato lo sgombero delle macerie, ma l’orientale pigrizia e il malcelato sfavore delle popolazioni avevano avuto ragione della sua romana volontà di ordine e di pulizia, tanto che le macerie erano rimaste.

                     13.                   In uno di quegli antri tenevano conciliabolo alcuni personaggi, di cui almeno uno è già stato noto ai nostri lettori: Simon mago! Gli altri erano sacerdoti di religioni proscritte in Giudea, seguaci di Astarte e di Moloch, ...maghi e stregoni. Le severe leggi mosaiche trovavano un facile appoggio nella volontà romana di debellare tutte quelle forme di speculazione religiosa e mentale che potevano apparire pericolose per l’impulso stesso, e così la vita di tutti coloro che, alla magia, alla negromanzia e agli infiniti misteri delle orientali divinità vi si dedicavano, non era generalmente molto sicura.

                     14.                   Stretti tra loro in tenebrosa confraternita, maghi e stregoni combattevano di continuo una strenua battaglia sopra ben tre fronti: quello della legge mosaica, della legge romana e della forza occulta, ma vigilante e, a suo modo, tremenda, delle sette e scuole iniziatiche esoteriche sparse nel mondo. La magia bianca era l’acerrima nemica di quella nera, e giungeva spesso a sfidar la sua rivale tra le tenebre e le ombre di morte in cui amava celarsi. Cosi quel giorno di festa, per la dedicazione della nuova città, era stato un ottimo pretesto per molti maghi e stregoni di potersi riunire nell’occulto congresso, e ora, uniti nell’antro di Simon mago, prendevano tra loro consigli sul da farsi.

                     15.                   «Hai mantenuto bene le tue promesse, Simone» – disse uno di questi, volgendosi a Simon mago. – «In verità, …non c’è che dire. Alla corte di re Erode sei davvero una grande potenza, ...e ci proteggi proprio in maniera ineccepibile!».

                     16.                   «Taci, Baruch!» – reagì il mago. – «Ti è facile far dell’ironia, ...come se tu ignorassi le forze che mi si oppongono d’ogni dove, e come se io non fossi, al par di voi, braccato da questi maledetti romani! La moglie del prefetto mi odia, forse più che se fosse un’essena, e quell’Eutimia, anima dannata della malora, riesce sempre a saper ogni cosa nel più impensato dei modi. I suoi occhi sembra abbiano il potere di scoprirmi nei più impensati travestimenti e, quando meno me l’aspetto, me la trovo dinanzi come una vendetta vivente. Essa di continuo aizza la sua padrona, e questa non dà pace al prefetto. Si direbbe che han giurato di vendicar la loro Zuleima e, per gli déi infernali, temo proprio che finiranno per riuscirvi!».

                     17.                   «Ciance, ciance, Simone! Non hai tu, l’arte? Non imperi tu, ai geni del crepuscolo e a quelli delle oscurità profonde? Il signore delle mosche, dei tafani, dei rettili, non ti è legato da un patto? Non puoi comandare tu alle forze dell’incubo? 0ppure ti vantasti impropriamente e la tua scienza non è che ciarlataneria?».

                     18.                   «Nessuno più di te, Baruch, ha cognizione dei miei poteri, ma nessuno più di te sa anche quali limiti invalicabili siano una pura coscienza e un’illimitata fede! Scolpire nel diamante è certamente più facile che scalfire la difesa dei Geni tutelari dei nostri nemici! Se la ben misurata offesa di Erodiade non fosse giunta al cuore di Zuleima; se l’essena non avesse, per un breve attimo, dimenticato i suoi voti, tuttora essa vivrebbe e, per poterla uccidere, …voi ben sapete quali forze ho dovuto scatenare!».

                     19.                   «Sì, ma a che è valsa la sua morte? Più che mai, …gli esseni sono forti. Giudei e romani sono accordati ai nostri danni, dominano pienamente la situazione, e noi, tra le macerie dei nostri templi distrutti, più che mai dobbiamo dissimularci e tacere!».

                     20.                   «Inoltre» – interloquì un terzo, – «la nostra sorella Zobeida è morta! Erodiade è esule, ed Elia, reincarnato in un giovane uomo nazireo[67] di nome Giovanni, sta percorrendo il deserto a grandi marce per predicare in tutti i villaggi la grande penitenza! La sua violenza contro qualunque cosa che si attenga a noi, è indescrivibile. Presto, vi dico, saremo braccati dalle genti come cani rabbiosi!».

                     21.                   «Alasco ha detto bene» – confermò Baruch. – «È tempo che tutti uniti si prenda una decisione e concordemente si agisca, prima che sia troppo tardi. Simone, tu ci hai promesso mari e monti, ma delle tue promesse non abbiamo veduto costrutto alcuno, e il pericolo si fa sempre maggiore. Noi non siamo i gonzi[68] che tu sei solito ingannare. Ti abbiamo fornito a profusione, oro e sangue di vittime, ma per giungere ove tu sei giunto, davvero non occorre molta scienza!».

                     22.                   «Ebbene, secondo voi che cosa dovrei fare che voi tutti non possiate al par di me?» – ghignò Simone. – «Se gli oracoli son bugiardi, se i geni si rifiutano alla parvenza di vita ch’io offro loro, perchè chissà come mai è entrata in loro la convinzione che verrà qualcuno a risuscitarli, se i miei pentagrammi vengono infranti e le forze eludono i miei circoli, se la regina delle ombre rifiuta le vittime offerte, e ogni cabala, ogni imprecazione, …restano inefficaci a me, non credo che a voi accadrà nulla di diverso!».

                     23.                   «È vano star qui a piagnucolare come prefiche[69] ben pagate. Meglio sarebbe, io credo, vedere, uniti, il potere effettivo che ancor ci resta. Se noi, senza inutile collera, vogliamo vagliare i nostri esperimenti, allora dobbiamo riconoscere che qualcosa di imponderabile è venuto al mondo. Il suo potere ci sfugge, perchè ci è ignoto: cerchiamo di riconoscerlo e vediamo o di renderlo soggetto o di venirne a patti. Ma fino a tanto che staremo a recriminare e che voi, anziché aiutarmi, pare che non sappiate far altro che rimproverarmi, non vedo davvero come sarà possibile rialzare le nostre fortune e ritornare ciò che fummo ai tempi di Babilonia o ai tempi di Cambise![70]».

                     24.                   «Voi Alasco, Baruch, Albigael, mi avete procurato oro e sangue di vittime, e oro e sangue di vittime io ho profuso e non solo il vostro, e dove le occulte potenze fallivano mi son valso dell’intelligenza, dell’astuzia, della pieghevolezza, il tutto con il solo scopo di pervenire a durare, di non cadere distrutti con i nostri segreti, di sfuggire, per amor della scienza, alle mani dei nostri comuni nemici e, per Ecate, …ci son riuscito!

                     25.                   Voi mi rimproverate la morte di Zobeida, è vero! Nulla tentai per lei, …ma perchè avrei dovuto farlo? Alla corte di Erode, all’animo di Erodiade io dovetti giungere per poter provvedere a tutti noi; ma, potente sull’anima della regina, solo Zobeida imperava. Era lei che aveva il favore e il potere, …non io, e lei che fece per noi tutti? Alla partenza di Erodiade volle rimanere nella reggia anziché seguire la padrona, e perchè volle ciò? Per agevolare i nostri piani, o non, piuttosto, perchè sperava di soppiantar la regina nel debole e vizioso cuor del tetrarca? Abbandonando Zobeida alla sua sorte, io ho in definitiva servito la nostra causa, causa che per trionfare abbisogna non già di gretti, interessati egoisti, ma di generosi e disinteressati spiriti, capaci di ogni sacrifizio pur di eternare, nel raggiungimento della mèta, l’anelito a noi tutti comune di tornare, mercé la scienza, a quel ciclo che un tempo fu nostro e donde fummo cacciati per l’ingiustizia di un assoluto potere!

                     26.                   Se Lui ha la conoscenza, noi siamo certi, mediante la scienza, di giungere a debellarlo. Certo, ci occorre libertà e potenza, …per portare la nostra scienza alle ultime conclusioni, e libertà e potenza conquisteremo sopra questo verminaio che ha nome ‘Terra’, se non ci fermeremo ogni volta a domandare il nome di ogni verme che calpestiamo sul nostro cammino!».

                     27.                   La voce e la persona di Simon mago si erano gradualmente alzate, e alla fine egli, in piedi in mezzo al circolo dei suoi soci, aveva concluso il suo dire con una veemenza e maestà degne di miglior causa. Un silenzio grave accolse le sue parole. I maghi tacquero assorti e convinti. Per un attimo Simon mago assaporò il suo trionfo, poi, ...dopo aver mescolato un po’ di miele nella coppa di fiele che aveva versato, soggiunse: «...Inoltre, sono convinto che tra non molto le cose cambieranno con noi: ...Erodiade sta per tornare!».

                     28.                   Un mormorio si levò a queste parole.

                     29.                   «Come lo sai?», – chiese Baruch.

                     30.                   «Guardate le carte del cielo che ho schizzato», – rispose il mago tendendo una pergamena.

                     31.                   I maghi la presero e la svolsero, curiosi e avidi. Vi fu ancora del silenzio, e poi Albigael, che non aveva ancora parlato, disse: «È chiaro; le posizioni delle cose del cielo sono quanto mai nette: una donna sarà causa di molti lutti e avverrà per cagion sua un tremendo assassinio».

                     32.                   «Ma che cosa ti fa ritenere che questa donna sia Erodiade?».

                     33.                   «Il suo oroscopo» – rispose Simone tendendo un’altra carta.– «Osservate come il cielo di Erodiade collima con il cielo della Giudea!».

                     34.                   «È vero» – affermò Baruch, – «ma che significa questo segno qua?», e così dicendo mostrò sulla carta una svastica attraversata da una croce ansata.

                     35.                   «La luce offusca il Sole» – tradusse Alasco il segno cabalistico.

                     36.                   Simone scosse il capo: «Cosa voglia dire, …non lo so. Finivo il disegno quando la mia mano, contro ogni volontà, ha tracciato quel segno, ed esso mi è oscuro».

                     37.                   «Il segno è nell’oroscopo di Erodiade» – …osservarono concordi i maghi. – «Questa donna dovrà esserci o di gran danno oppure di gran vantaggio».

                     38.                   «Ci sarà di vantaggio, senz’altro!» – concluse Simone.

* * *

                     39.                   In quel tempo stesso, in una modesta casa di Nazareth, una donna ancor giovane, vestita modestamente a lutto, guardava il figlio, un severo giovane che, assiso presso il focolare, sembrava assorto in meditazione profonda. La di lui mano, sottile e magnetica, accarezzava distrattamente il ruvido pelo di un grosso cane accosciato ai suoi piedi, ma dal suo sguardo ben si capiva quanto egli fosse lontano dal luogo ove si trovava. Timidamente, la madre lo chiamò: «Gesù, non vieni a mangiare?».

                     40.                   Ma dovette replicare più volte il richiamo, …prima che l’assente dimostrasse di averlo udito. Finalmente sorrise alla madre, chiedendo: «Che vuoi, madre mia?».

                     41.                   «Figlio, vieni a mangiare, ti prego; si raffredda tutto!».

                     42.                   «Ah, povera madre mia! Di ciò ti preoccupi? Non sai che l’uomo non vive di solo pane?».

                     43.                   Ma vedendo incupirsi gli occhi materni, il giovane Gesù si levò e carezzò con amore i capelli ancor neri della madre sua.

                     44.                   «Andiamo pure a mangiare, …madre, ma che farai quando io ti lascerò? Quando non sarò più seduto di fronte a te? Non amarmi troppo, madre mia, ti prepari troppo dolore, io ti fui dato in prestito!».

                     45.                   «Lo so, Gesù, ma quando sarà l’ora io ti lascerò andare, e non mi vedrai piangere, …te lo prometto. Ora però fammi contenta, …anche se per te sono una povera cosa, finché ti ho, sei pur mio figlio!».

                     46.                   «Sì, madre, sono tuo figlio e tu non sei una povera cosa. Nessuna madre è una povera cosa, perchè essa è la ricchezza della casa, la benedizione della famiglia, l’angelo del buon consiglio. Non posso dirti quanto ti amo, madre mia, sarà meglio per te ricordar domani le mie durezze, che non le mie dolcezze, forse soffrirai un po’ meno!».

                     47.                   «Ah, Gesù, come potrò trovar duro ciò che è frutto dell’amore? Non temere per le mie sofferenze, anche il dolore mi è soave, …se mi vien da te. Ma dimmi e non celarmi il vero: è così presto che tu mi lascerai? E mi lascerai per sempre?».

                     48.                   «Per sempre no, madre mia! La mia ora non è ancora venuta, ma pure ti lascerò presto. Sento avvicinarsi il mio angelo, e stanno per adempiersi le parole della Scrittura : “Ecco, che io mando il mio angelo dinanzi a te a prepararti la via, uno che grida nel deserto: ‘Preparate le vie del Signore, raddrizzate i suoi sentieri’!”. Madre mia, sto per andare a incontrare il mio angelo; …ecco perchè mi vedevi assente. Stavo appunto ricordando quanto tu mi hai dato in questi trent’anni, quanto amore, quanta devozione, …quanta fedeltà. Basti tu, madre mia, …a compensarmi di tutto, quando dovrò soffrire...». Ma queste ultime parole di Gesù, furono più pensate che espresse.

                     49.                   Con uno sforzo sovrumano la madre s’impose un pallido sorriso.

                     50.                   «È dunque, questa la nostra ultima cena, Gesù mio?».

                     51.                   Il figlio tacque e, guardando il coraggioso sorriso di sua madre, non poté impedire che due lacrime scorressero fino agli angoli già amari della sua bocca. Aprì le braccia in silenzio e la madre vi si gettò come in un gorgo. Le due creature abbracciate sostarono sull'orlo dell'eternità come prima della Creazione.

                     52.                   Dalla strada giunse la voce argentina di un fanciullo che, tornando dalla fontana, cantava le profezie del profeta Isaia: «Ecco che mando il mio angelo innanzi a te».

 

[indice]

۞

Capitolo 17

«Tu sei benedetta fra le donne...»

                        1.                   Maria, la madre di Gesù, era una donna silenziosa per temperamento e per educazione. Dopo l’impeto lirico che l’aveva portata nel Magnificat al cielo più alto della profezia, era entrata nel silenzio come in una clausura spirituale. Sempre silenziosa e sempre vigile, essa conservava nel cuore le sue gioie che erano poche, e i suoi dolori che erano molti. Votata all’obbedienza aveva, senza discutere, seguito il marito a Betlemme come imponeva l’autorità di Cesare.

                        2.                   Senza una lacrima, per lunghi mesi d’angoscia aveva errato per i deserti della Galilea, per salvare il figlioletto cercato a morte dalla furia di un re geloso. Per quasi dodici anni, sulla riva del Nilo raggiunto finalmente, aveva atteso senza chiedere, lavorando al telaio per aiutare lei pure gli sforzi del povero marito. Gesù cresceva, caro, bello, ma silenzioso e schivo, e Maria lo vigilava senza farsene accorgere, rimeditando per la milionesima volta le oscure frasi di Simeone, sacerdote e profeta.

                        3.                   Il silenzio custodiva Maria come un angelo minaccioso, e nessuno poteva intuire se essa fosse lieta o triste. Mite e obbediente sempre, essa non imponeva l’amor suo né al figlio né al marito, ma era il suo amore che scaldava la sua povera casa e, al marito, non a lei, si rivolgeva l’angelo del Signore per ordinare il da farsi. ‘La piena di grazia’ in sommissione perfetta, obbediva senza chiedere e senza lagnarsi, e l’angelo del Signore dopo molti anni li aveva rimandati in Galilea, e in Nazareth avevano ritrovato la casa e la pace dal lungo errare.

                        4.                   Era una famiglia come molte altre, più unita però di molte altre, e il cemento dell’unione era il silenzio della madre. Giuseppe era dotto non solo nelle Sacre Scritture, e quando aveva compiuto la sua opera d’artigiano, nulla trascurava per compiere perfettamente l’educazione del fanciullo Gesù. La sconfinata adorazione verso il misterioso Iddio, celato nel figlio, nulla toglieva alla sua austerità di maestro e padre e, come un bell’albero sotto sapiente cultore, Gesù cresceva in grazia e in sapienza, innanzi a Dio e innanzi agli uomini.

                        5.                   Molte brune nazarene occhieggiavano dalle soglie delle case quando Gesù passava, e molte madri d’Israele cercavano l’amicizia di Maria, sperando di poter chiamare genero quel giovane austero e dignitoso che, nel regale aspetto, ben dimostrava tutta l’intatta purezza della stirpe di Davide. «È Gesù, figlio di Davide!», sospiravano alla fonte le figlie di Solima quando con la cesarie[71] bionda, sciolta sulle spalle, lo vedevano passare silenzioso e raccolto per le viuzze di Nazareth, intento ad una sua interiore visione. Ma Gesù non mostrava accorgersi degli svelti profili e degli agili carpi di gazzella che lo sfioravano, né notava il languore orientale delle nere pupille che si dilatavano al suo passaggio, e allora le belle fanciulle raccolte intorno alla fonte si vendicavano con interminabili pettegolezzi stizzosi in cui Gesù era definito presuntuoso e superbo, e si astrologava sulla sua nascita rimasta sempre un po’ misteriosa, e sui suoi parenti, …ai quali si appioppavano tutti i difetti veri e supposti. Ma se Gesù, ripassando per quei pressi si accostava un po’ di più alla fonte, o se il suo occhio ceruleo, a caso, sfiorando i loro volti mostrava lievemente soffermarsi su di una di esse, un caldo rossore di gioia invadeva il volto della supposta prescelta, mentre le compagne impallidivano di femminea gelosia.

                        6.                   «Mio figlio non si sposerà» – aveva detto una volta Maria uscendo dal suo silenzio. – «Egli è nazireo per voto e si è consacrato al Signore».

                        7.                   Questa dichiarazione di Maria aveva tratto più di un sospiro da qualche bel seno, e aveva posto più di un’ombra su qualche fronte matronale, ma non aveva diminuito affatto l’înteressamento femminile per Gesù.

                        8.                   Nella casa di Nazareth si sentiva ben di rado parlare Maria, sempre chiusa nel suo riserbo, né Gesù, …perduto nel suo misterioso colloquio con lo Spirito. Solo il buon Giuseppe scambiava qualche parola con i vicini per stabilire qualche lavoro da farsi o per commentare qualche passo della Torà. Giuseppe era uno degli anziani, ma ben di rado si rivestiva della sua carica e, nell’esecuzione dei suoi lavori, come nei suoi rapporti con gli abitanti di Nazareth, metteva una precisione così assoluta di tempi e di opportunità, da essere un po’ brusco.

                        9.                   La regalità di Davide sedeva sulla sua fronte, …ma i canti del re poeta non echeggiavano sopra le sue labbra. ‘Il falegname!’ ..., come sprezzantemente lo chiamavano coloro che non erano ammessi alla sua confidenza, nulla aveva perduto del sacerdote e del re, tanto da lasciare un’impressione profonda anche dopo il suo trapasso, per l’augusta[72] serenità che si era impressa sopra tutto il suo essere. Coloro che avevano accostato la salma, …avevano detto strane cose.

                     10.                   Gesù, come figlio unigenito, l’aveva sepolto secondo l’uso, cioè con tutto l’onore possibile alla condizione della famiglia; e Maria, in segno di lutto, aveva reso più spesso il velo in cui avvolgeva la sua persona, rimasta bella nonostante le pene e le fatiche subite.

                     11.                   Nella povera casa di Nazareth si era fatto più che mai il silenzio, anche se Gesù aveva sostituito il padre nel lavoro e nel commentare i passi della Torà, e mentre la pialla e la sega facevano l’opera loro, Maria al telaio moveva sveltamente la spola senza perdere un sol moto del figlio. Erano quelle le ore belle per la ‘benedetta tra le donne’, le ore in cui un po’ di pace scendeva a placare il suo tormento che era cresciuto con il figlio e con il quale aveva misurato tutte le ore della vita. Anche Gesù, qualche istante sospendendo il lavoro, guardava la madre in silenzio, e nell’occhio suo ceruleo passava come un’ombra lieve di pena e, se l’occhio materno s’incontrava con il suo, uno scintillio di lacrime velava per un attimo le pupille cerulee e quelle nere, frapponendo un ostacolo liquido alla compenetrazione delle anime. Poi l’opera ricominciava assidua; la pialla di Gesù e la spola di Maria continuavano per conto loro in silenzioso colloquio tra madre e figlio. Un’attesa paziente e ardente occupava i giorni di Nazareth e, madre e figlio, senza mai dirselo, sentivano l’addio più straziante che, se pur dilazionato nel tempo, …era imminente nell’eternità!

                     12.                   Forse per questo, …Gesù non aveva mai riso!

* * *

                     13.                   Sulla riva sinistra del Giordano, un asceta dall’età indefinibile (tanto la penitenza di vita e la durezza di costume aveva ridotto all’essenziale il volto e il corpo),… parlava con voce roboante[73] alle turbe raccolte.

                     14.                   «La scure è    già pronta, …alle radici dell’albero! Razza di vipere, chi v’insegna a non fuggire l’ira che vi sovrasta? Ecco che io sono inviato dall’Altissimo ad annunziarvi che in mezzo a voi già sta Colui che rinnoverà i tempi e porterà la pienezza dello spirito sopra ogni carne. Pentitevi dei vostri peccati, rinnovatevi alla grazia, nella penitenza e nella contrizione, perchè guai a chi sarà trovato scarso o mancante, guai a chi s’incontrerà con il Signore e per la cecità del suo peccato non saprà riconoscerlo! Guai a chi confiderà nelle sue ricchezze e porrà il suo cuore nella sua potenza!

                     15.                   L’ora del Signore sta per venire sopra la Terra, e io vi dico: guai a voi che, conoscendo il bene, vi appigliate al male e, predicando la legge, siete fraudolenti contro la legge; guai a voi che derubate la vedova e opprimete l’orfano, che mettete al mal profitto le parole della Scrittura e non sapete riconoscere questi tempi! Chi ha due vesti» – continuava il profeta, – «ne dia una a chi non ne ha, e chi ha una borsa la divida con il povero. Purificatevi interiormente e rinnovate il vostro cuore, perchè Colui che è per venire vi rimetterà i peccati e v’introdurrà nel regno di Dio».

                     16.                   Sopra un magro cavallino arabo  era giunto da qualche minuto un cavaliere avvolto in un mantello scuro e con grande attenzione aveva seguito le parole del profeta. Approfittando dell’istante in cui questi tacque per riprender fiato, il cavaliere lo interpellò tra il reverente e l’imperioso: «A me, Giovanni, hai nulla da dire?».

                     17.                   «A te, Erode» – rispose il profeta, riconoscendo sotto le false spoglie il tetrarca e provocando un moto di curiosità nella folla, – «a te io dico: se ti pentirai del male cui hai acconsentito e starai lontano dal fomite[74] della lussuria, governando con giustizia e pace i popoli che il Signore ti ha affidato, anche per te verrà il Redentore, anche i tuoi peccati ti saran rimessi e non ti saranno imputati».

                     18.                   Erode, vedendosi prontamente riconosciuto da un uomo che mai l’aveva visto, strabiliò e, non essendo completamente corrotto nel cuore, sentì la parola del profeta penetrare in lui come la rugiada in una terra riarsa e, ritenendo l’incontro di fausto augurio, gettò ai piedi di Giovanni (che se ne allontanò come da una serpe velenosa) la sua borsa di monete d’oro, dicendo: «Profeta, fa ch’io sia ricordato nelle tue preghiere!».

                     19.                   Giovanni replicò: «Tetrarca! Riprenditi la borsa d’oro, …e non pensare che il Signore si compri con oro e argento. Tu hai peccato seriamente al Suo cospetto, ma puoi ancora pentirtene e averne salute, o re, fa dunque allontanare dalla tua vita la donna che già di troppi scandali è stata cagione!».

                     20.                   «T’inganni, profeta!» – …proruppe sdegnato Erode. – «Erodiade, se è di lei che parli, è da tempo esule, né io l’ebbi più a rivedere. Come devo allontanare chi è già lontano?».

                     21.                   «Re. …tu non puoi ingannare Iddio! In questo stesso momento i tuoi messi sono alla di lei presenza e a lei porgono l’invito che tu le fai, affinché torni unitamente al salvacondotto che le hai mandato».

                     22.                   Nella folla si udì un brusio, mentre Erode, impallidito, vacillò sopra la sella.

                     23.                   «Giovanni!» – gridò. – «Io non so se i miei nemici son cosi potenti, …da saper ciò ch’io non oso confidare a me stesso. Ignoro qual magia ti metta al corrente dei miei più riposti pensieri! Tuttavia, non per spionaggio né per magia tu sei così addentro, penetrato nell’anima mia, ma per volere dell’Altissimo tu sei veramente un profeta di Dio, allora cerca di capir di noi, non solamente il peccato, ma anche la pena che dentro ne rode, …e l’ingiustizia che contro di noi fu consumata, il rimorso che offusca le notti e il desiderio che corrode i giorni! È facile dalla tua purità scagliar l’anatèma a chi nella carne si dibatte e geme! Ma che ne sai tu?

                     24.                   I peccatori, al par dei santi, han le loro vigilie, al par dei santi sudano e tremano e si macerano, al par dei santi sentono il disgusto d’ogni cosa invaderli e alla morte guardano come all’ultima speranza di serenità. Sai tu, o Giovanni, le segrete lacrime che han bagnato il mio guanciale?

                     25.                   Sai tu come la mia anima orgogliosa si sia contorta per il furor di piegarsi e umiliarsi? Sai tu quale amore abbia bruciato l’anima mia, prima delle mie carni? E anche, quale amore e quale vergogna abbia divorato l’anima di lei?».

                     26.                   D’un balzo Giovanni fu vicino al cavallino arabo e ne afferrò il morso; poscia, levando la sua testa ispirata contro il pallido volto del re, volto che si chinò verso di lui, in un soffio ardente sussurrò: «Che ne hai fatto di Zuleima?».

                     27.                   Solo il bianco della neve o della lebbra, …poteva in quel l’istante emulare il bianco del pallore di Erode, ma l’orgoglio gli impedì di svenire.

                     28.                   «Profeta!» – rantolò. – «Per l’anima mia, per l’anima tua, ti giuro ch’io sono innocente del suo sangue! Io non ho ucciso Zuleima, né l’ho fatta uccidere! Verso di lei ho solo una colpa... aver considerato la sua morte come una liberazione, ...ma io non l’ho uccisa!» – gridò istericamente. – «Non l’ho uccisa, ...capisci?!».

                     29.                   «Re» – rispose Giovanni, – «gridi troppo per essere innocente; il giusto popolo ti ascolta, ti giudica!».

                     30.                   Erode balzò da cavallo e, cieco di furore e di vergogna, si avventò alla gola del profeta avido di strangolarlo, ma la gola di Giovanni era d’acciaio e le adunche dita del re scivolarono senza far presa. Con un urto, Giovanni lo fece rotolare sulla sabbia, ove egli giacque anelante. Subito la turba aveva fatto un largo cerchio intorno ai due contendenti; di poi, visto il peggiorar della situazione, i più pusillanimi[75] si erano allontanati, seguiti in breve dai più curiosi.

                     31.                   Intorno a Giovanni e ad Erode non vi erano rimasti che pochi neofiti sbalorditi. Vi fu un lungo silenzio, ...lo ruppe Erode: «Profeta! Vedo che Dio è con te; …vano sarebbe recalcitrare contro di Lui. Dimmi cosa devo fare?!».

                     32.                   «Già te lo dissi, o re: governa con saggezza i tuoi popoli, non scandalizzarli con la tua vita; rendi al marito suo la tua concubina, ricorda che se tu sei vedovo di Zuleima, …essa non è vedova di Filippo; non ti è legittimo né lecito il tenerla, essa ti è cognata, e sta scritto: “Non scoprirai le vergogne del fratello tuo”, ...essa ti è cognata, ...comprendi?».

                     33.                   «Le tue parole son dure, o profeta; – se è a questo prezzo ch’io devo comprar la vita eterna, vi rinuncio».

                     34.                   «Vattene allora, folle e stolto che sei!» – urlò Giovanni.– «Vattene e porta sopra l’anima tua il peso della tua carne».

                     35.                   Un superstizioso terrore scosse Erode. Egli conosceva per fama le terribili potenze dei santoni del deserto, sapeva di grandi miracoli e di tremende vendette operate dalla magia; inoltre, essendo stato nella sua gioventù educato religiosamente, il terrore di Dio gli si era connaturato. Forse, senza la strana scienza di lascivie che Erodiade aveva acquistato (in un misterioso quando improvviso modo), senza una seduzione continuamente rinnovata nella sua mutevolezza perfetta ad irretire, da tempo Erode stesso avrebbe scosso un giogo sempre più difficile da portare e sempre più pesante.

                     36.                   Ma Erodiade gli era divenuta necessaria, e solo per la speranza di poter di poi più compiutamente goderla, aveva ceduto alle necessità politiche, e aveva lasciato che essa in volontario esilio si allontanasse. Ma era stato un arrivederci, non un addio che i due amanti si erano scambiati e, nelle liquide pupille della donna, Erode aveva letto un’irrisione sottile che aggiungeva un fascino ai molti di cui era prigioniero.

                     37.                   Quel giorno della dedicazione della città, preso da una strana smania, era uscito in incognito dalla reggia e, sopra al cavallino arabo, abituato all’uso nel deserto, si era allontanato senza mèta, avido solo di distrarre il suo pensiero fisso: riavere Erodiade e tenersela a dispetto degli esseni, dei romani e dei sacerdoti di Gerusalemme.

                     38.                   La sua malasorte l’aveva fatto imbattere in Giovanni, in quel Giovanni del deserto di cui aveva inteso mirabilie. Ora, allontanandosene, portava nel cuore un terrore aggiunto ai molti, una molestia che più nulla, ben lo sapeva, avrebbe placato. Eppure (ed era certo di non illudersi) aveva scorto, nelle scintillanti pupille del profeta, una luce più di pietà che di collera. Giovanni, infatti, aveva pietà di Erode, egli lo intuiva non del tutto iniquo, ma capace di divenirlo, se una più forte spinta del male l’avesse fatto rotolare del tutto sulla china del vizio.

 

[indice]

۞

Capitolo 18

«Non accendere la fiaccola

per porla sotto il moggio,

ma levala sul candeliere

che illumini i convitati»

                        1.                   Nel cenobio lasciato da Giovanni alla cura di Gamaliel erano avvenuti dei sensibili cambiamenti. L’esseno, iniziando il suo mandato di maestro e di padre, aveva sostanzialmente modificato la primitiva disciplina di torturante penitenza.

                        2.                   Bianche vesti di ruvido ma candido lino avevano sostituito le spoglie ferine[76], e studi sereni di comparate credenze avevano preso il posto delle lunghe preghiere gridate verso il Sole.

                        3.                   «Il corpo» – era solito insegnar Gamaliel, – «è il tempio vivente dello Spirito Santo. Nessun male è nel corpo che non proceda dall’interno dell’anima. È vano quindi flagellar le carni quando non si tenga mortificato l’io interiore. A che pro, dure pratiche d’ascesi, quando la superbia ne rode l’anima? Perciò io vi dico: dominate il vostro corpo e governatelo con saggezza, acciocché esso non diventi il vostro padrone; vigilate con saggia disciplina a frenare gli stimoli e gli appetiti ma, parimenti, curatelo e rispettatelo come il vostro naturale compagno d’evoluzione, come il vaso sigillato che contiene il vino delle grandi esperienze di tutta l’umanità. Voi dovete al vostro corpo molti servigi, e non potete esser ingrati verso lo stesso».

                        4.                   «Come vincere le tentazioni, maestro» – avevano chiesto alcuni, – «se non teniamo il corpo castigato?».

                        5.                   «E chi vi dice» – rispose Gamaliel, – «che la vostra penitenza non sia un inganno del vostro io interiore? Chi vi dice che la stessa penitenza non sia una tentazione? Castigate il vostro corpo con la disciplina dell’ordine e della pulizia, e tenete umile la mente con la conoscenza della vostra ignoranza. Come può piacere a Dio un corpo sporco e un’anima negligente?».

                        6.                   E così, con dolce fermezza, aveva a poco a poco rinnovato ogni cosa. Non a tutti, beninteso, le riforme di Gamaliel erano state gradite; alcuni, troppo rozzi o troppo presuntuosi, si erano staccati per continuare a macerarsi in più riposte solitudini. Per altri, l’allentare della ferrea legge giovannea aveva significato l’insorgere di desideri repressi, ma non distrutti, e aveva rivelato la falsità di una vocazione religiosa suggerita appunto dalla stranezza del vivere fuor dal comune. Per gli uni e per gli altri, Gamaliel aveva avuto parole di profonda comprensiva bontà, ma nulla aveva fatto per far loro mutar idea.

                        7.                   Ai pochi rimasti, come oggetto di meditazione, aveva dato l’indagare il perchè alcuni si erano allontanati e altri avevano ripudiato il primitivo insegnamento, non appena esso non aveva più avuto a sostegno né la singolarità di un vivere strano né la forte suggestività emanata dall’intensa personalità di Giovanni, e il buon maestro volle conoscere i risultati di quelle meditazioni, per guidare le menti su un sentiero sicuro e luminoso, se pur stretto e custodito.

                        8.                   L’uomo – egli insegnava – è composto di spirito eterno e di carne mortale. Nulla di male è nello spirito, nulla di male è nella carne, tuttavia spirito e carne non potrebbero coesistere, perchè l’ardore dello spirito distruggerebbe la carne, oppure la densità opaca della materia finirebbe per offuscare lo spirito. Così i geni, qualunque sia la loro natura, sono puro spirito, senza corpo alcuno, e i bruti sono corpi senza partecipazione di spirito, perciò non vi è contaminazione o peccato né nei geni né nei bruti.

                        9.                   Nell’uomo, tuttavia, spirito e carne coesistono mediante un cemento che tiene mescolate entrambe le nature, e questo si chiama anima. L’anima non è eterna né mortale, essa ha però una durata illimitata simile all’immortalità. Per lei, carne e spirito sono uniti, ma essa ben sa che il compiuto trionfo dello spirito segnerebbe la sua fine, perciò usa ogni mezzo per continuare la sua permanenza nel mondo delle forme e, trasmigrando da corpo a corpo, continua il gioco delle illusioni, trasformando in peccato ogni esperienza. È essa, l’anima cosmica che, mutata in serpente, (simbolo del tempo nello spazio) indusse l’innocente Adamo a mordere il frutto della scienza (che eterna la forma) prima ancora d’aver libato[77] il calice della vita dove s’immilla[78] l’idea.

                     10.                   È l’anima che provoca stranezze e agitazioni, che è sede di passione ed è causa del desiderio e dell’inquietudine; è l’anima che, compiacendosi nella separazione, opera in guisa da dividere l’uomo dall’uomo, e l’uomo medesimo in se stesso; perciò io vi dico: ogni strano modo di vivere, ogni innaturale disciplina, non è che un inganno dell’anima che, nei sensi artatamente[79] stravolti, vede il modo di assicurare la sua presenza. L’anima stessa, del resto, non è unitaria, il che, se così fosse, essa sarebbe eterna come lo spirito, oppure mortale come la carne. Ma essa, anima, è duale e si scinde nei suoi principi in anima senziente che attiene alla carne, e in anima raziocinante che attiene allo spirito. Il dissidio tra anima senziente e quella raziocinante crea la personalità, ed è origine di ogni separazione e di ogni peccato.

                     11.                   Il compito dell’uomo sopra la Terra è quello di ridurre l’anima alla sua semplice strumentalità, per liberare lo spirito e pacificare la carne. Perciò il saggio si adopera, attraverso la ragione, a dominare la carne e a fuggire il piacere, tanto più ove esso più sottilmente ama nascondersi, cioè nelle strane privazioni e macerazioni, nelle penitenze inusate e in tutto il tecnicismo dell’ascesi».

                     12.                   «Le tue parole, o maestro, potrebbero convincerci facilmente, ma come puoi spiegare che Giovanni, al quale tu stesso porti somma reverenza, lungamente ci ha esercitato a queste pratiche?».

                     13.                   «Giovanni» – soggiunse il maestro, – «brucia le tappe nell’ardore inestinguibile dello spirito suo; per lui la penitenza è un mezzo, …e non un fine; volerlo seguire sulla sua via senza 1a sua visione d’ardore, è manifesta follia. D’altra parte egli non cerca e non cura approvazione o dissenso, egli doma il corpo come il beduino doma il sauro[80], senza affetto e senza odio. Voi invece, senza neppudr confessarlo a voi stessi, nelle macerazioni cercate il piacere di essere diversi dagli altri uomini e vi reputate migliori. Del resto (e qui un sottile sorriso di bonaria ironia scintillava nell’occhio di Gamaliel) occorre più disciplina a conservare pulite le candide tuniche degli esseni, di quanta disciplina occorre ad indossare le pelli non conciate, perchè con le pelli voi potete buttarvi qua e là come bestie alla pastura, mentre con il lino iniziatico dovete in ogni tempo e luogo conservare atteggiamenti di uomini. Ricordatevi di Gedeone e dei suoi trecento che, nonostante la sete, bevvero di sfuggita nel cavo della mano poche stille d’acqua passando il fiume, e furono, per questa disciplina, scelti a conquistare la libertà per il loro popolo, mentre diecimila ignavi, che si erano coricati per bere, ebbero lo scorno di essere rifiutati. La penitenza migliore è l’abitudine di una dignitosa disciplina che in ogni tempo e luogo ne vieti di cadere agli impulsi della parte animale».

                     14.                   Altre volte diceva: «Non andate a cercar le tentazioni, …per avervene poi a lagnare; lasciate che esse vengano a cercar voi e ricevetele cortesemente e freddamente, …chiedendo loro minutamente conto della loro nascita e dei loro imparentamenti. Non v’è tentazione che regga a simile interrogatorio!».

                     15.                   «Guardatevi» – continuava, – «dal confondere la semplicità con la sciatteria, e l’innocenza con l’ignoranza, e soprattutto abbiate somma cura di distruggere l’ignoranza.

                     16.                   Non vi è male di cui essa non sia madre, non vi è bene di cui essa non sia carnefice, perchè dall’ignoranza rampolla la presunzione, il fanatismo, la superstizione, ed essa uccide senza pietà la tolleranza reciproca, la comprensione e la fede. L’assiduo studio val più delle mal biascicate preghiere, mentre la paziente analisi, l’indagine profonda della conoscenza, uniscono a Dio assai più della procurata estasi».

                     17.                   «Chi è Dio, maestro?», chiese una volta un allievo dai capelli rossastri e dagli occhi inquieti, che saltuariamente interveniva alle lezioni.

                     18.                   Gamaliel lo fissò a lungo in silenzio. Il suo netto profilo di sparviero sembrò accentuarsi nella meditazione; per un attimo chiuse le labbra come un rapace il rostro, e sembrò non voler rispondere, poi di colpo disse: «Giuda! Hai mai guardato le profondità del cielo in una notte stellata?».

                     19.                   «Sì, maestro!».

                     20.                   «E quali conclusioni ne hai tratto?».

                     21.                   «Nessuna conclusione, maestro, innanzi al cielo non si discute, ...si tace!».

                     22.                   «Ebbene, figlio mio, il cielo stellato con l’infinito rotear dei suoi mondi, rispetto a Dio, è meno del granello di polvere che ti si è attaccato al sandalo; meno, assai meno, della lieve traccia d’umidità che la notte ti ha lasciato sopra i capelli; meno, assai meno, …del più lieve sospiro che ti esca dalle labbra, e da ciò deduci tu stesso che cosa sia Dio!

                     23.                   Egli è! Tutto esiste, ma Egli è! Tutto può cessar di esistere, ma Egli sarà ancora! Tutto avrebbe potuto non esistere, ed Egli sarebbe ugualmente stato!».

                     24.                   «Ma Dio ci ama, maestro? Nella sua infinita grandezza ha sentore della nostra piccolezza estrema?».

                     25.                   «Che può importarti, o Giuda, che Egli ci ami? Non è già molto poterLo amare? Non è già tutto, per la nostra piccolezza, poter giungere a Lui sulle ali dell’amore? Se noi, creata polvere, possiamo amar Lui che è luce increata, abbiamo superato i Cieli e lasciato indietro le più alte forme della Creazione. Amare è tutto, essere amati è meno che nulla! Solo colui che ama è; invece colui che è amato, esiste soltanto».

                     26.                   «Maestro!» – gridò Giuda. – «Ma sei certo che Dio esista veramente? Non è la nostra febbre ad averLo creato? Il nostro bisogno ad averLo supposto? La nostra follia ad adorarLo?».

                     27.                   «Figlio» – rispose Gamaliel, – «...e se anche Dio non fosse, che importanza avrebbe, poiché, secondo te, è l’uomo capace di crearLo?».

                     28.                   «Bisognerebbe allora pensare che l’uomo è veramente Dio, ,,,e che tutta la Creazione non è che una sua emanazione. Ma così pensando, ove collochiamo noi il peccato, il male, l’errore? Non in Dio e non nell’uomo, eppure il peccato, il male, l’errore esistono!», commentò Giuda.

                     29.                   «Chi ti dice che il male esista a se stante, costituente una sua entità, e che non sia piuttosto il rovesciamento del bene, l’antitesi e l’antagonista?», – rispose Gamaliel.

                     30.                   «Ma allora, il male è necessario?».

                     31.                   «No, non è necessario, ma è utile».

                     32.                   Appena pronunziate queste parole, Gamaliel se ne pentì. La verità e le massime non sono fatte per tutte le menti e per i cuori passionali, e Giuda era uno, …fremente di passione, questo ben lo capiva Gamaliel! Volle perciò correggere quella sua espressione troppo decisa: «Giuda, non presumiamo poi troppo di noi stessi; se un cuore puro può vedere Iddio, ricordiamoci che il più lieve velo di passionalità basta ad occultarceLo! Cerchiamo la purezza di cuore e la giustizia dell’intelletto, per il resto non tormentiamoci...».

                     33.                   «Maestro» – rispose Giuda, – «se tu hai la verità, non negarmela, ti prego, ch’io la cerco ovunque con disperazione!».

                     34.                   «Figlio mio, con la disperazione è vano cercar chicchessia, men che meno la verità. Ognuno possiede in sè la verità, ed essa è una per tutti, solo che ognuno la vede diversamente!».

                     35.                   «E tu, come la vedi, maestro?».

                     36.                   «Io la vedo come rinunzia e gioia, ma posso dirti come la vedi tu?».

                     37.                   «Oh, dimmelo!».

                     38.                   «Tu la vedi come ambizione e dolore, come possesso e avidità».

                     39.                   Giuda tacque a lungo, poi disse: «Maestro, tu non mi scacci come Giovanni; per lui ero un cane da prendere a calci, ...non allontanarmi come un lebbroso che non si deve toccare!».

                     40.                   «Giuda» – disse sbalordito l’esseno, – «vuoi permettere al tuo maestro di non capirti?».

                     41.                   «Oh, sì, lo so che non mi capite! Che sapete voi, saggi, maestri, sacerdoti, di ciò che si agita in un cuore umano?

                     42.                   Che conoscete voi del torturante bisogno d’amare e di essere amati, di chi cerca Dio dopo aver provato la fallacità dell’uomo, e non trova Dio; oppure Lo trova impassibile e lontano, così che niuna preghiera Lo commuove, niun sacrificio Lo intenerisce, niun palesato tormento Lo impietosisce? Che m’importa di questo Dio delle profondità stellate, il Quale è assai peggio del nero e tondo nulla?!

                     43.                   Oh, dimmi piuttosto che non esiste alcun Dio e che l’uomo null’altro è che impasto di fango e di vermi, e che tutto è inutile fuorché godere un attimo breve prima di tornar là, donde il caso ne suscitò per sbaglio! Dammi questa verità che è la sola e che io, libero dai sogni, afferri la realtà, che tu chiami ambizione, avidità di possesso e, ...bontà tua, ...dolore, come se tu conoscessi il dolore!».

                     44.                   «Hai ragione, Giuda» – rispose dolcemente Gamaliel «...forse, …io non conosco il dolore! Una figlia assassinata, un figlio giovinetto abbandonato non mi hanno insegnato il dolore! Questo mio vecchio cuore non si schianta e, ...orrore, ...conosce ancora i palpiti di schietta gioia! Vedi, Giuda, te lo confesso: io sono felice! Quel Dio delle profondità stellate che tanto ti irrita, mi colma di beatitudine. Il pensiero di poter io, verme della Terra, amare quell’Ente assolutamente calmo, impassibile, ineffabilmente lontano e, appunto per ciò, inconcepibilmente vicino, mi riposa e mi ristora. Che importanza può avere che Egli mi ami, dato che mi è concesso di amarLo?

                     45.                   Ahimè! Figlio, …povero figlio mio!» – e levatasi di scatto, Gamaliel strinse vivacemente per il braccio Giuda. – «Povero Giuda mio! Ma non capisci che tutta la tua tortura ha unicamente radice nel tumulto delle tue passioni e dei tuoi affetti disordinati, ma scatenati e repressi di continuo? Tu soffri il male di tutti gli uomini, il male di non esser tu, ...l’Uomo! Tu cerchi un Dio a tua immagine e somiglianza, …invece di assurgere tu alla Sua. Eppure, nel caos oscuro della tua mente, lampi e lampi di luce si susseguono. Possibile che non ti mostrino la strada? Possibile che la verità fredda e scintillante, casta e voluttuosa insieme, non ti tenda le sue braccia di luce?».

                     46.                   «È possibile! Sì, maestro, è possibile!» – gridò appassionatamente Giuda. «Io sono un infelice, un disgraziato, un maledetto!».

                     47.                   «Taci, sciagurato!» – gl’impose Gamaliel. – «… Che il fato alto non oda queste tue parole. Tu sei un figlio dell’uomo e, come tale, una speranza di Dio! Nel flusso dell’eterno divenire tu sei una goccia che va e che non si perde. Alza gli occhi al cielo: il Dio delle profondità stellate è la tua mèta, come quella di tutti. Fa’ silenzio in te, e l’Infinito ti parlerà!».

                     48.                   Giuda pianse a singhiozzi forti e strazianti come quelli di una donna.

                     49.                   «O maestro, maestro!», gridò e, rapidamente, svincolando il braccio dalle mani di Gamaliel, si voltò e fuggi nel deserto. La notte l’inghiottì subito, ma per lungo tempo Gamaliel sentì risuonare quel pianto disperato che, pur affievolendosi per la frenetica corsa, nella notte echeggiava lacerante sotto le stelle, come il pianto del primo uomo, solo, nelle nere oscurità delle epoche!

 

[indice]

۞

Capitolo 19

«L’uomo non è schiavo

 che di chi vuol esserlo!»

                        1.                   Nell’antro oscuro di Simon mago, lui e i suoi soci avevano riunito i loro sforzi in un rito evocatorio. Sopra il nudo corpo di una giovane inizianda alla magia che, carponi, offriva la schiena come il piano dell’altare infernale, era stato sgozzato un capretto nero, il cui sangue era stato fatto colare tutto intorno sul pavimento segnato da pentagrammi e cerchi cabalistici. Nove candele di cera nera, accese, gettavano una luce fioca proiettando ombre giganti. I maghi, armati della verga del comando, avevano girato processionalmente intorno all’altare vivente, pronunziando gli oscuri metri evocatori e gettando in un tripode acceso dei grani d’incenso misti ad altre sostanze fumogene e odorosissime. L’aria dell’antro, completamente impregnata, era irrespirabile, ma i maghi vi si movevano a loro agio. Ovunque risuonavano scricchiolii sinistri e strani chioccolii come di risate represse, sibili derisori e gemiti.

                        2.                   Le ombre, sforzate dall’evocazione, premevano, malamente frenate dai cerchi magici, attratte dall’odore del sangue sacrificale, ma le verghe dei maghi, sibilando nell’aria densa, le cacciavano indietro.

                        3.                   L’altare vivente aveva assunto la posa perfetta della sfinge: accosciata, le ginocchia sotto il ventre, gli avambracci (piegati i gomiti ad angolo retto) distesi in avanti a sostenere le braccia e le scapole, la testa alta sul collo eretto e gli occhi, dilatati e senza sguardo, persi nel vuoto; la nera capigliatura, in liste pesanti cadeva, spartita ai lati del terribile volto, come bende sacerdotali.

                        4.                   Sotto il plasmare degli incalzanti riti evocatorî, le dense nubi di fumo odoroso si modellavano via via, lumeggiando sinistramente al pallido chiarore delle candele. Lamie[81] e vampiri, larve e draghi, tutte le orribilità che un incubo suscita, le deformità e i capricci che la teratologia[82] può sognare, in quel breve spazio, accalcate, si sospingevano e si calpestavano furiosamente. Zampe, code, ali, rostri, scaglie e tentacoli si dibattevano in una tregenda[83] spaventevole. Era la sagra dell’orrido, la festa dell’orrore, il congresso della mostruosità, …il convegno dei deliri. Tutto ciò che l’alcool, la febbre, la pazzia, possono combinare e immaginare, era presente, suscitato dall’evocazione, contenuto ed eccitato dal ritmo selvaggio dell’esplicazione magica.

                        5.                   Per nulla intimoriti, i maghi continuavano lo spaventevole rito; per loro l’orripilante corteggio null’altro era se non fumo e fantasia. Profondamente periti nelle occulte conoscenze animiche, i maghi ben sapevano che in realtà ciò che si agitava loro intorno null’altro era se non il dipinto velo dell’illusione.

                        6.                   Tutto ciò che nei millenni l’uomo aveva temuto e immaginato, fantasticato e desiderato, tutte le forme dalle quali era sbocciato, si agitavano in scomposta mescolanza, sotto la forma reminiscente del pensiero, ricercante nel caos la sua prima espressione di potenza, di volontà, di ordine.

                        7.                   Il sabba, che poteva illuder chiunque, non illudeva i maghi, e le forme di sogno o d’incubo non attraevano la loro attenzione. Frammenti di antiche personalità pre-adamitiche cominciavano a mescolarsi alle ombre vacue, e la loro incorporeità era ancor più terribile dell’apparente corporeità dei fantasmi. Ma neppure quelle antiche volontà frantumate, quelle antiche potenze umiliate fermavano il furioso ritmo del canto esorcizzatore e la violenta schermaglia delle verghe magiche. La pozza oscura del sangue della vittima già si coagulava agli orli, e l’odore degli aromi pioveva dalla volta nera, condensato in gocce sporche e pesanti, ma la resistenza dei maghi non veniva meno e il processionale era ormai una ridda furiosa, un girotondo vorticoso.

                        8.                   Immobile, come mutata in pietra, la giovane donna rimaneva nell’innaturale posizione senza palpiti e senza respiro, solo talora un fremere delle palpebre inferiori denunziava che la vita perdurava in quel corpo perduto.

                        9.                   Le voci dei maghi erano stridule per lo sforzo, e i loro frenetici movimenti somigliavano a un attacco epilettico. A poco a poco le ombre e i fantasmi si dileguavano; le strane forme ritornavano ciò che in origine erano: …cioè fumo! In compenso, però, man mano che il ritmo incalzava e la vita si esternava nei maghi, sembrava che qualcosa di gigantesco entrasse nell’antro e lo allargasse smisuratamente.

                     10.                   Un freddo glaciale andava facendosi; soffi gelati sembravano emanare dalle stesse muraglie. Nonostante la frenesia della danza magica, i maghi sentivano il sudore che scorreva loro a rivi dalle fronti, gelarsi per una silenziosa tramontana. La fiamma delle candele vacillò e minacciò di spegnersi, mentre il sangue dell’immolato capretto, anziché rapprendersi sotto l’azione del freddo, sembrò nuovamente liquefarsi e parve muoversi per un moto interno, come l’onda di un microscopico mare; ora scintillava nell’ombra come un carbonchio e somigliava a una spaventosa pupilla aperta e fissa, piena di uno sguardo maligno e canzonatore.

                     11.                   I maghi si scambiarono un’occhiata d’intesa, …l’esorcismo era riuscito. Il signore delle nere spelonche era presente, …il freddo aumentava sempre più, i maghi battevano i denti, ma non desistevano dalla danza convulsa. Il sangue, completamente liquefatto, scintillava e bolliva sul pavimento, facendo una schiuma di bollicine iridescenti, ognuna delle quali sembrava un minuscolo volto bello e beffardo, sinistro o lascivo, ma sempre derisore e sarcastico.

                     12.                   «O signore delle nere spelonche» – cantavano i maghi, – «o maschio e femmina a un tempo, o padre e madre, accetta la vittima svenata e ascendi al sacrificio!».

                     13.                   Il freddo aveva congelato l’umidità del fumo che, in fili sottili di vetro, arabescava le pareti e le vesti dei maghi. Di colpo il sangue sparì dal pavimento, succhiato da un vortice avido. I maghi irrigiditi cessarono la danza e, in atteggiamento reverente, attesero che il dio tenebroso si appalesasse dopo aver consumato il sacrificio offerto. Ma il dio tenebroso si faceva attendere e sembrava beffeggiare i suoi fedeli, paonazzi di freddo e tremanti d’apprensione.

                     14.                   Una risata tenue e tagliente si udì sotto la volta, una risata dal timbro armonioso, ma al contempo stranamente sinistra; ad essa altre risate seguirono tinnule come campanelli e raggelanti, per uno strano senso minaccioso in esse contenute. Ben più dei gemiti, dei rantoli, dei sibili precedenti, quelle risate facevano spavento; esse denotavano sicurezza beffarda, superbia illimitata, scherno senza confine. Chi rideva, affermava con il riso la sua signoria indiscussa e inconcussa, la pienezza del suo potere, quasi il pavoneggiare della sua esistenza.

                     15.                   Benché usi alle più dure esperienza magiche, i maghi non poterono frenare un’intensa ansietà che le risate dell’invisibile presenza accentuavano e sancivano.

                     16.                   Finalmente Simon mago osò parlare: «Signore delle oscurità profonde, degnati d’appalesare ai tuoi servi il tuo aspetto, così che possiamo ricercare da te il vero che ne ossessiona e di continuo ne fugge. Mostrati a noi, signore, se l’offerta ti è stata accetta! Di ben altre offerte vorremmo che fumassero i tuoi altari!».

                     17.                   Una cascata di risate perlacee risuonò in risposta, e si udì rispondere una voce indicibilmente beffarda, se pur stranamente armonica e dolce, parafrasando le ultime parole del mago: «Io pure vorrei che di ben altre vittime fumassero i miei altari!».

                     18.                   «Signore della notte» – continuò il mago un po’ sconcertato, – «non è colpa nostra se...»..

                     19.                   «…in breve, nottole[84] spaventate» – interruppe la voce, – «…affermate pure che la colpa è mia! Sotto quale aspetto volete vedermi?».

                     20.                   «Nel tuo aspetto, o signore di Lemuria[85] e di Atlantide», – invocò Simon mago con entusiasmo.

                     21.                   «Nel mio aspetto? Povera nullità presuntuosa! Chi può vedermi un istante e non morire? Déi, figli della polvere? Ti risparmierò per adesso; mi servi meglio vivo che morto; guardatemi dunque come potete vedermi, senza troppo pericolo per la vostra vita di rettili!».

                     22.                   Le fiamme delle candele vacillarono sotto un soffio impetuoso, e di colpo si spensero. Il tenebroso antro fu ricolmo di un’intensa luce fosforescente, di tonalità verdastra; in quella luce apparve (sopra la donna che fungeva da altare) una meravigliosa figura umana completamente nuda, dalla sessualità incerta. Era maschio e femmina nei caratteri che si potevano intravedere, ma ove il sesso più netto s’appalesa, una guaina di lucenti scaglie, simile alla coda del serpe, avvolgeva le cosce e le gambe fino ai piedi, che non erano piedi, ma figuravano due biforcuti zoccoli di capro. Il volto bellissimo, ironico e triste, era aureolato da una folta capigliatura ricciuta, i cui boccoli bruniti apparivano come serpentelli di metallo prezioso. Alle spalle, con il molle panneggiare di un manto regale, …pendevano due immense ali tinte d’ostro[86] e d’oro. La visione era veramente imponente! La fronte regale e i neri occhi imperiosi denotavano un orgoglio senza fine, una smisurata sete di potere in unione a una collera tanto più spaventevole quanto più fredda; a contrasto la bocca sinuosa, il mento breve, il naso lievemente camuso, ma mirabilmente modellato, esprimevano una lascivia e una concupiscenza inconcepibili per la mente umana.

                     23.                   Tutti i maghi, meno uno, si prostrarono con la fronte a terra innanzi alla visione, ma colui che non si era prostrato, osò fissarla con la sfidante tranquillità di un pari. Era un vecchio che pareva fuso nel bronzo, magro come uno scheletro, ma con occhi chiari, lucidi e duri come l’acciaio temprato.

                     24.                   Un lampo sinistro scintillò nell’occhio del dio oscuro, ma la bocca femminea lascivamente sorrise.

                     25.                   «Ti piaccio abbastanza, Albigael?», chiese con voce dolcissima.

                     26.                   «Non mi piaci, né mi dispiaci Baal-Zebuch» – rispose il mago, – «Serba per i templi d’Astarte codeste apparizioni; le figlie della Terra sono più belle di te!».

                     27.                   L’apparizione si torse come avesse ricevuto una frustata, e la voce si fece stridula nel rispondere.

                     28.                   « Ma bene, Albigael, …che significa questa tua ribellione?».

                     29.                   «Non è ribellione» – disse calmo il mago, – «…poiché tu non sei il mio signore. Tra noi corre un patto, …e sai ben quale!  Baal-Zebuch o Satan-Nael, …come più preferisci. Io mi darò corpo e anima a quella potenza, …che mi dimostrerà di essere più forte d’ogni Dio e d’ogni uomo.I giochi di prestigio, le apparizioni, le ombre, i mondi dei morti, i carceri dei dannati, che m’hai fatto visitare, non mi provano affatto che tu sia quella potenza ch’io intendo adorare. Il mio maestro Melchiorre, prima di morire, mi disse che sopra la Terra si era incarnato il vivente Figlio di Colui che, dopo averti creato, ti ha scacciato dal suo cospetto, con un lieve moto del suo essere, come un moscerino noioso. Tu sai dov’è quest’uomo o questo Dio? Raggiungilo e dà le tue prove. Se tu lo vincerai, io ti servirò, altrimenti servirò ‘Lui’ come il più forte».

                     30.                   «Albigael» – stridulò l’apparso, – «come osi? E voi, miei sacerdoti, come lo permettete?».

                     31.                   Suscitati dal grido del tremendo angelo, i maghi si rialzarono e fecero per avventarsi su Albigael, ma questi, tratto da sotto le vesti un lucido e lungo pugnale, …fece rapidamente il vuoto intorno a sè.

                     32.                   «Sei ben debole, Satan-Nael» – ghignò Albigael, – «Se per farmi tacere hai bisogno di grinfie umane, guarda i tuoi sacerdoti, ...ti amano talmente che temono la più lieve graffiatura di questa buona lama! A noi, dunque, Satan-Nael! A che gioco vuoi che giochiamo? Confessi la tua impotenza o accetti la mia sfida? Io credo, …di essere un servo che valga la pena di conquistare. Tu sai cosa io voglio: ...il potere assoluto! O puoi darmelo e me lo darai, o mi rivolgerò a chi realmente lo possiede; come prezzo pongo me stesso!».

                     33.                   Una stridula risata accolse le parole dello sfidante! Lo spirito del male si era ripreso e, impudentemente, riempiva del suo riso vacuo l’oscurità dell’antro...

                     34.                   «Ma bene, benissimo, Albigael! Così mi piaci, ...senza veli e senza frodi. Tu vuoi il potere assoluto, …già, ma per darlo bisogna averlo! Voi tutti contate su di me ed io su di voi, nella corazza della carne, supponete a noi, pure intelligenze, quel potere assoluto che a voi, non a noi fu confidato. Presumete, con riti e metri d’oscure formule, piegare al vostro giogo la nostra potenza e noi con ombre e giochetti per lo più accontentiamo, poiché le vostre violente passioni, accecandovi, ci permettono abbastanza bene di mutarvi in nostri strumenti. Ma ecco che sorge un uomo, senz’altra passione che quella di un assoluto potere, ambizioso al par di noi, come noi, …freddo e intelligente (intelligente al punto da capire che comunque non potrà mai essere il primo, ma si contenta di servire il più forte) ed esige che noi dimostriamo di essere i più forti! Ma bene!».

                     35.                   Il bellissimo volto del maligno divenne di colpo serio e un’ombra d’estrema mestizia lo copri, rendendolo quasi tenero e commovente. «Se noi fossimo i più forti, come potremmo patteggiar con voi? Come ci piegheremmo alla vostra alleanza? I più forti, dopo di ‘Lui’, siete voi, o uomini! Voi, che solo i vostri vizi piegano al nostro giogo; voi, cui la vostra insipienza vela, con la coltre della personalità, quel lume d’intelletto che, a noi negato, a voi gratuitamente fu concesso.

                     36.                   Posso parlare, so che non sfuggirete, ne avete fatte troppe per riconciliarvi con ‘Lui’. Come me, pure voi siete perduti, a meno che, ...la nostra alleanza non vinca nella lotta suprema e non ristabilisca quella giustizia che a nostro danno fu negletta! Io vi odio, e voi mi odiate, ma abbiamo bisogno gli uni degli altri; siamo legati per la dannazione o per la vittoria. ‘Lui’ ci sfida di continuo, abbiamo finora cercato di patteggiare, ...oggi accetteremo l’ultima guerra! Perfino ‘Suo Figlio, il Principe bianco’ getta nella lizza! Dunque il timore è giunto anche a ‘Lui’ e, se ci teme, confessa di non essere più tanto potente, confessa che la nostra coalizione può dare l’attacco ai Cieli e cacciarlo dal trono. A noi il dominio del libero ‘extra’, a noi il regno della luce, a noi la servitù dell’uomo! Io mantengo la mia parola; se voi mi servirete, se giungeremo uniti alla vittoria, dividerò con voi metà del mio regno; la mia gloria vi coprirà e la mia potenza vi sarà compartita».

                     37.                   A poco a poco i maghi avevano ripreso la presenza di spirito. Se dapprima, sotto la spinta di Satana, avrebbero fatto a pezzi Albigael, adesso, di fronte all’accorato discorso dello spirito del male, guardavano con ammirazione l’audace esorcizzatore che dimostrava di non temere l’oscura potenza, trattandola alla pari.

                     38.                   Alcune dichiarazioni sfuggite a Satana avevano fermato la loro attenzione e fu quindi con il consenso unanime che Albigael, troncando la parola in bocca al tremendo genio, chiese imperiosamente: «Il Principe bianco, hai detto? Dunque l’aspettato delle genti è nato! E non è Dionisio, non è Apollo, non è Prometeo, non è Orfeo! Gli uomini, …innalzano templi ad ombre vane, e la verità è cosi vicina ad essi, da vivere la loro vita!».

                     39.                   Dalla bocca del genio uscì in risposta un orribile urlo: «È nato, sì è nato! È nato per morire, per morire!».

                     40.                   «Per morire? Il Figlio che ha espresso la vita, dovrà dunque gustare la morte?».

                     41.                   «Vuoi tacere, maledetto?» – urlò Satana al mago. – «Vuoi cessare questo interrogatorio? Vuoi dunque finire di abusare della mia pazienza?».

                     42.                   Albigael ghignò: «Satan-Nael, è la prima volta che sento che tu sai il nome della pazienza. Io non posso abusare di ciò che non c’è; quindi, tuo malgrado, continuerò ad interrogarti e tu mi risponderai senza cercar di trarmi in inganno, perchè non ti riuscirebbe. Il Principe bianco ha forma umana certamente, ma perchè la sua futura morte ti agita tanto?».

                     43.                   «Perché con la sua morte conquista il diritto di ricomprare gli uomini alla vita».

                     44.                   «Allora a te converrebbe che Egli non morisse mai?».

                     45.                   «Sì, sì, mi converrebbe, ma Egli morrà! Ah, un’ora sola sopra di Lui mi è concessa, un’ora per ucciderlo e prepararmi con la sua morte la mia fine!».

                     46.                   «Allora, Egli è più forte di te?».

                     47.                   Il genio del male si contorse di rabbia: «Nessuno è più forte di me» – ringhiò, – «malgrado tutti, fino alla fine degli evi[87], io schiaccerò sotto il mio zoccolo la presunzione degli uomini. No, gli uomini non occuperanno il mio posto nel regno dei Cieli! La vittoria del Principe bianco non sarà assoluta, che anzi mi varrò proprio di Lui e della sua parola per aumentare il mio regno! ... Non ci saranno più innocenti dopo di Lui! Io solo sono il più forte!».

                     48.                   «No!» – urlò Albigael. – «Ti sei sconfitto, Cristo regnerà! Fratelli» – gridò rivolgendosi ai maghi, – «noi abbiamo perduto il nostro tempo! Questo miserabile spirito non è da più delle ombre dei morti, …cui ci richiama. Andiamo a cercare l’aspettato, gettiamo ai suoi piedi il nostro errore. Egli ci riscatterà: siamo ancora in tempo».

                     49.                   «Ah, no, ...per l’inferno!» – urlò Satana, e la sua mano si tese adunca e terribile. Un lampo, breve come una folgore muta, uscì dal suo indice puntato contro il petto del mago che, con un urlo d’agonia, si abbatté e si torse brevemente sul pavimento.

                     50.                   Gli occhi d’Albigael si dilatarono nelle orbite in modo pauroso, ma d’un tratto emise un grido di trionfo: «Hai perduto, Satan-Nael! Cristo, …io credo in Te. Salvo! Salvo, sono salvo!».

                     51.                   Un tuono echeggiò sotto la nera volta, e mentre Albigael ricadeva cadavere, Satana sprofondò con urla di iena.

                     52.                   Sul pavimento sporco dell’antro, in mezzo al cerchio dei maghi sbalorditi, …giacevano due cadaveri; Albigael, con sul volto uno strano sorriso di trionfo, …e la giovane strega con la spina dorsale spezzata. Sprofondando negli abissi, Satana s’era voluto portare una preda.

* * *

                     53.                   Nell’antro ai maghi occorse del tempo per riprendessi. Il primo a riaversi dalla lugubre scena fu Simon mago; con il piede mosse il cadavere di Albigael, scuotendo la testa in silenzio.

                     54.                   Il mago Alasco, che era ancor tramortito dallo spavento, disse, battendo i denti: «Lo ha ucciso! Il signore delle oscure potenze lo ha ucciso!!!».

                     55.                   «Era il meno che potesse fare, no?» – sogghignò Simone. – «Lo ha ucciso, ma ho la strana sensazione che non abbia potuto far nulla di più. Credo che Albigael abbia vinto».

                     56.                   «Ah!» – squittì Alasco. – «Taci, che non t’oda il signore, ...che la sua mano non abbia a colpire anche te».

                     57.                   «Colpire che cosa? Mio caro Alasco, mi sembra che tu tenga in modo enorme alla tua carcassa, dato che il nostro amico qui giacente ci ha mostrato che evidentemente solo il corpo muore».

                     58.                   Il piccolo mago tremava: «Taci, non sfidare il potente! Ho paura! Oh, guarda, guarda, anche Cabila è morta, è morta!» – gridò stupito. – «Ha ucciso anche lei!».

                     59.                   Simon mago guardò la strega immota, fissata dalla morte nella sua innaturale posa.

                     60.                   «I pesci stanotte avranno un buon pasto», – commentò tranquillo, – «Cabila non è una gran perdita! Pazze isteriche come lei ne troveremo finché vorremo».

                     61.                   «Ma è morta» – continuava a gemere Alasco; – «è morta!».

                     62.                   «E tu risuscitala, se ne sei capace», si volse a lui stizzito Baruch che pure tremava.

                     63.                   Gli altri maghi presenti tacevano terrorizzati. Solo Simon mago, con uno strano sogghigno sulle labbra, pareva sicuro.

                     64.                   «Davvero» – ghignò alla fine, – «può darsi che abbiamo perduto del gran tempo, ma confesso, non ho l’entusiasmo di Albigael, anche se lo supero in ambizione! Forse il signore delle nere spelonche non merita affatto il sacrifizio delle vite umane. Basta la scienza a darci il potere, e alla scienza consacrerò ogni mio sforzo. Meglio sacrificare migliaia di vite al raggiungimento di un solo segreto della natura, che consumarci sterilmente in riti e in evocazioni. Se sopra all’uomo fosse nulla, se tutto fosse sotto l’uomo, certo varrebbe la pena di sforzare la natura e servire in umiltà!».

                     65.                   «Fratelli miei» – continuò volgendosi ai maghi, – «liberiamoci alla svelta di questi due cadaveri; il lago è vicino e nessuno chiede conto al lago di ciò che restituisce, e poi... separiamoci. Io vi annunzio che mi dedicherò a studi e ad esperienze più serie e, ... per i giochetti evocatorî, non contate più su di me!».

                     66.                   «Come» – stridette Baruch, – «tu abbandoni la magia?».

                     67.                   «No, la trasformerò semplicemente; darò ad essa un nome più conveniente: ‘Scienza!’. Vorrò che gli spiriti, di qualunque grado siano, mi obbediscano e mi ossequino!».

                     68.                   «Anatema! Anatema!» – Alasco si era gettato con la fronte a terra... – «Non ascoltare, signore delle grandi oscurità! Non ascoltarlo, signore! Non colpirci tutti con lui!».

                     69.                   «Perciò è meglio che ve ne andiate» – interruppe pazientemente Simon mago. – «Io cercherò la mia via e voi continuate sulla vostra! Su, animo, gettiamo queste carogne nel lago e separiamoci, perché se Pilato ha sentore di quanto è avvenuto questa notte, molti di noi vedranno il tramonto del Sole sulla croce!».

                     70.                   La positiva chiaroveggenza di Simone si impose, e i maghi chiusero in sacchi di cuoio i due cadaveri e, scivolando come ombre, uscirono per gli angiporti oscuri e si sparpagliarono nella notte. Solo un esiguo gruppo portante i sinistri fardelli raggiunse la riva del lago e in esso con un tonfo piombarono i due cadaveri. Nel gruppetto dei seppellitori vi era Simon mago che, guardando verso le profondità dell’orizzonte, scorse (con la sua vista speciale di nittalopo[88]) una piccola liburna navigante nella notte a lumi spenti, avviata chiaramente alla stessa riva deserta dove si trovavano i maghi.

                     71.                   Un ghigno soddisfatto increspò le labbra del mago...

                     72.                   «Guardate» – sussurrò pianissimo, – «una strega sparisce e una s’accosta! Quella liburna porta Erodiade! Domani a Tiberiade vi saranno grandi novità».

 

[indice]

۞

Capitolo 20

«Ecco:

 Questi è il Figlio diletto,

nel quale mi sono compiaciuto.

Ascoltatelo!»

                        1.                   Molta folla s’accalcava sulla riva del Giordano. La parola fluente e ardente di Giovanni l’annunziatore, com’egli stesso soleva chiamarsi, aveva indotto molta gente al battesimo di penitenza, e tra coloro che accorrevano e premevano, molti erano i neofiti che, in quello stesso giorno, dovevano essere immersi nelle chiare acque per testimoniare al Cielo il pentimento dei peccati e la speranza della remissione degli stessi.

                        2.                   «Io» – diceva Giovanni, – «vi battezzo nell’acqua, ma verrà chi vi battezzerà nel fuoco e Spirito Santo!».

                        3.                   Come sempre, l’aquilino occhio del profeta si configgeva come lama negli occhi dei neofiti, scartando senza pietà chi vedeva titubante o incerto, o anche solamente dubbioso. Egli esigeva il tutto per il tutto, ...era l’austerità e la decisione, la legge giustiziera di Dio, la guerra al peccato senza misericordia!

                        4.                   Quando dall’energica mano del profeta il neofito era costretto a tuffarsi interamente nelle acque gelide, un brivido di freddo si confondeva con uno di soffocata paura.

                        5.                   I modi di Giovanni non erano molto gentili, e la forza delle sue braccia era tale da piegare, come giunchi a testa in giù, assiri e nubiani simili a statue di Ercole, ebrei e greci scattanti come lame di spade.

                        6.                   Dalle acque del Giordano non tutti ne uscivano vivi, e in genere non ne uscivano vivi coloro che avevano creduto di frodare il profeta e di ingannare la divina Giustizia. Coloro che raggiungevano salvi la riva, sostavano a lungo in uno stato strano tra il rapimento e lo svenimento e, rinsaviti, non volevano assolutamente parlare delle loro provate sensazioni, come di cosa sacra che il palesare profanerebbe. Ma un rinnovamento di vita avveniva, e dopo il battesimo tutto mutava in loro come il ristabilirsi di una prisca innocenza.

                        7.                   Molti ammalati, disperati di guarigione, andavano in principio da Giovanni sperandone la salute, ma Giovanni li accoglieva sempre in malo modo, rivelando i loro peccati e rifiutando recisamente di impetrar loro la salute del corpo, vedendo troppo compromessa quella dell’anima. Così gli avevano portato degli ossessi acciocché ne cacciasse i demoni; ma egli aveva cacciato come demoni gli ossessi medesimi e i loro accompagnatori.

                        8.                   Nulla di ciò che umanamente potesse stare a cuore alla gente, interessava o impietosiva l’invasato di Dio. Per lui la vita terrena non era che mera accidentalità; l’occhio fisso nell’eterno destino dell’uomo, quel destino affrettava con l’ansia di uno che, in vista del traguardo, accelera fino al delirio il precipitar della corsa per giungere, anche se il giungere significasse morire.

                        9.                   Eppure, nonostante la chiara volontà di non far miracoli e la durezza della predicazione, le turbe si accalcavano intorno a Giovanni. Esse sapevano, per retto intuito, come quell’uomo rude e violento fosse buono e saggio, come la sua parola fosse giusta, e come lo spirito che lo muoveva fosse veramente lo spirito di Dio, lo spirito dell’Amore, di un Amore più alto e più vero, di un Amore più forte e sicuro di quello fallace del mondo, di quello parziale degli uomini.

                     10.                   La gente povera credeva in Giovanni, perchè il povero è forse colui che abbisogna più di verità che di consolazione, più di giustizia, forse, che non di fede, e in Giovanni trovava verità e giustizia con larghezza, perchè Giovanni non celava il suo pensiero a nessuno e, con somma tranquillità e non diminuita violenza, osava dire ai grandi e ai potenti dell’epoca: «Non ti è lecito!».

                     11.                   Oro e piombo per il profeta erano eguali. Egli era durissima guida, tanto al ricco quanto al povero; ad entrambi indicava una via comune, ma unica ed essenziale: «Confessa i tuoi peccati e pentiti, l’ora del Signore sta per venire!».

* * *

                     12.                   Erodiade, con immenso scandalo della popolazione, era tornata alla reggia dell’amante e, imprudentemente, si faceva ritenere con il rango e gli onori della legittima moglie.

                     13.                   Tutti avevano mormorato, solo Giovanni era insorto... fin sotto le mura della reggia aveva gridato il suo anatema, e i soldati di guardia, terrorizzati, non avevano osato respingerlo né farlo tacere! Livida di furore, Erodiade aveva sentito penetrare la voce terribile intimante il monito di Dio, fin nei recessi del suo appartamento!

                     14.                   «Non ti è lecito, moglie di Filippo, convivere con tuo cognato Erode!».

                     15.                   Lo stesso Erode aveva dovuto scendere fino alla grande porta per pregare l’esacerbato profeta di allontanarsi, non senza averne ricevuto prima i più acerbi rimbrotti.

                     16.                   Queste cose risapute nel popolo, avevano aumentato sempre più la devozione e il fanatismo per Giovanni. Un solo cenno che egli avesse fatto, e le turbe ubriache di collera avrebbero invaso la reggia, …e massacrato gli adulteri. Ma Giovanni non era un demagogo![89] Per lui tutte le anime erano uguali, e se solo un cenno di ravvedimento avesse scorto in Erodiate e un virile pentimento in Erode, egli li avrebbe accolti con l’amore del padre per il figlio lontano che facesse ritorno!

                     17.                   Come un antico profeta d’Israele, come quell’Elia che sembrava costituire un tutto con lui, Giovanni si ergeva sopra le parti in contesa con una giustizia netta e precisa, con una parola perfetta, con un esempio unico.

                     18.                   Perduto nella sua trascendentale visione di un misterioso Messia, egli non si stancava di annunziarlo alle genti, indicandone i caratteri per cui ognuno l’avrebbe riconosciuto.

                     19.                   L’atteso era l’Agnello di Dio, il Re pacifico, Colui che non avrebbe infranto la canna flessa, né spento il lucignolo fumigante; Colui che avrebbe risanato gli infermi, dato la vista ai ciechi e l’udito ai sordi; Colui che avrebbe in ogni tempo rivelato la gloria di Dio con la mansuetudine e l’amore, risuscitando i morti e mondando i lebbrosi.

                     20.                   La febbre dell’attesa era passata da Giovanni nel popolo, senza che il primitivo entusiasmo del profeta ne fosse sminuito. Egli, parlando dell’Atteso, toccava la lirica dell’espressione, e la dolcezza più pura e più tenera vibrava nella sua voce, quando, simile all’amante che esalta i pregi della sua bella, egli si perdeva a enumerare le virtù del Messia atteso, adorato, sognato, e che già viveva in mezzo agli uomini. Era l’innamorato del sogno, che il sogno rendeva più vero della realtà contingente.

                     21.                   Quel giorno, la febbre messianica di Giovanni sembrava aver raggiunto il parossismo![90] Vi era una letizia selvaggia in tutto il suo essere, la sua voce squillava quasi come un canto represso, le sue movenze erano nette e precise come quelle di una danza sacra. Un ardore intenso di carità lo spingeva ad afferrare i neofiti come una madre afferrerebbe i figli da una fornace. La violenza, con la quale li tuffava nel Giordano, era una violenza salvifera. Chi veniva afferrato dalle terribili mani, provava l’impressione che qualcosa si spezzasse in lui, un qualcosa di duro, di nemico, …di estraneo. Era l’antico patto di sangue e di colpa che si infrangeva. Un uomo nuovo usciva dalle onde sotto la mano demiurgica che lo riplasmava ex novo.

                     22.                   Mille erano passati quel giorno nelle mani infaticabili, mille redenti, mille rinnovati e, insaziato, Giovanni lanciava ancora il suo appassionato richiamo: «Venite, il Signore è vicino!».

                     23.                   L’implacabile Sole del mezzogiorno orientale sostava a picco sul deserto e sul Giordano, nell’aria immobile, ferma, come addormentata pur essa nella calura, solo la voce che incitava era fresca!

                     24.                   «Venite, il Signore è vicino!».

                     25.                   Giovanni aveva appena terminato di battezzare il millesimo, quando il suo irsuto volto risplendette per una luce interiore, così da rapire i più vicini e, scattando sopra le agili anche, fattosi largo tra la folla con energiche gomitate, corse, come dietro a una visione fascinatrice, verso un giovane Nazareno ch’era comparso in quel punto tra la folla.

                     26.                   Alto più della media, snello, con lunghi capelli di un biondo nocciola sparsi per le spalle, limpidi occhi cerulei, il nuovo venuto, se pur poveramente ma pulitamente vestito, appariva ripieno di naturale dignità regale; mentre Giovanni durava fatica ad aprirsi un passaggio tra la folla, il nuovo venuto avanzava tranquillo, come nave in placido mare.

                     27.                   La folla si fendeva davanti a lui, come dinanzi ad invisibile prora[91]. Un senso di reverenza profonda e strana prendeva i cuori, eppure nella massa, molti riconobbero il Nazareno e alcuni potevano chiamarlo parente.

                     28.                   «Gesù, Gesù di Giuseppe! Gesù di Davide!» – si sussurravano, …additandoselo. – «Anche Lui qui? Anche Lui cerca Giovanni?».

                     29.                   Gesù e Giovanni erano di fronte; gli occhi di carbonchio di Giovanni si perdevano nelle liquide azzurrità di quelli di Gesù e si addolcivano nello smarrimento soave che tutto pervadeva l’essere di Giovanni! Riconosceva egli il cugino germano?[92] Oppure nella carne e nel sangue vedeva una diversa natura? Chi potrà mai dire cosa passò in quell’attimo eterno nella mente e nell’anima di Giovanni? Chi potrà rivivere l’emozione intensa che piegò il campione della penitenza, come un fanciullo docile ai piedi del maestro?

                     30.                   Innanzi alla folla sbalordita, Giovanni, lo sfidatore dei re, l’agitatore dei popoli, s’inginocchiò ebbro di reverenza ai piedi dello sconosciuto.

                     31.                   «Tu qui, mio Signore!» – gridò. – «E perché mai?».

                     32.                   «Per aver da te il battesimo di penitenza, Giovanni!» Rispose il Nazareno.

                     33.                   «Tu, il battesimo?! Tu, ...cui non son degno di sciogliere i calzari? Dovrò tuffarti come un qualunque peccatore nelle acque purificatrici?».

                     34.                   «Oh, …Giovanni., tutti i peccati del mondo sono in Me, poiché io sono il figliuolo dell’uomo; l’eredità di Adamo è la Mia, né io ne rinnego parte alcuna!».

                     35.                   «Signore, Signore!» – continuava a dire l’inebetito profeta. – «Come vuoi ch’io osi?!».

                     36.                   «Allora io me ne tornerò donde venni, a dire che a Me solo, tra i figli di Adamo, fu rifiutato dall’inviato di Dio il battesimo di penitenza!».

                     37.                   «O Signore! Tu ordina, e io obbedirò con gioia. So bene che Tu devi crescere e io diminuire, e sebbene la cosa sia assurda, io farò secondo il Tuo comando e Ti battezzerò nelle acque, …benché io sappia che in te è il potere di battezzare nel fuoco. Confessa dunque i tuoi peccati e chiedi misericordia, acciocché il battesimo di penitenza possa rimetterteli per la vita eterna».

                     38.                   Così dicendo, Giovanni, ritornato sacerdote e sacrificatore per obbedienza, si drizzò in piedi dominando con la nera testa la bionda fronte reclina del Nazareno.

                     39.                   Con voce dolce e sonora, il Nazareno, al cospetto della folla stranamente silente, disse: «Io riconosco come Miei tutti i peccati che l’uomo abbia fatto, faccia o farà contro Iddio. I peccati di pensiero, di parole, di opere, li confesso di fronte al Cielo e alla Terra e me ne assumo la piena responsabilità. Così essi, in Me, siano rimessi all’uomo per virtù di questo santo battesimo nel quale io credo».

                     40.                   Così dicendo, con un rapido moto, gettando il pallio[93] a terra, si spogliò della tunica e rimase, al cospetto della moltitudine, castamente nudo. Le bianche carni rabbrividirono, lievemente punte dagli occhi avidi che vi si fissarono, e un leggero rossore colorò per un attimo i pomelli delle guance.

                     41.                   Colui che era la purità, soffriva il supplizio del pudore, iniziando la sua opera riparatrice.

                     42.                   Senza guardarlo, reggendo l’anima con la volontà, come certi feriti eroici reggono tra i denti digrignati il soffio che fugge, Giovanni, preso per mano il nuovo penitente, lo guidò al Giordano ed entrò con Lui nelle acque.

                     43.                   Quando Giovanni e il neo battezzato riemersero, uno scoppio violentissimo di tuono echeggiò nell’aria purissima.

                     44.                   Formatasi una grande nube bianca in cielo, la si vide scendere come una cortina lampeggiante ed avvolgere i due riemersi dalle acque, a sottrarli allo sguardo della folla sbalordita.

                     45.                   Il rombo del tuono non cessò. Decine di fulmini globulari si formarono ed esplosero seminando il terrore nella massa che, disordinatamente, prese a fuggire. Nella nube, …il Nazareno e Giovanni si fissarono. Ardore e consumazione l’uno, serena dolcezza l’altro! Ed ecco che in mezzo alla nube si formò come un lucente corridoio, il quale, sopra le loro teste, rivelò l’aperto Cielo. Oltre gli spazi siderali, come attraverso un canale di fuoco e di luce, qualcosa di irrefrenabile saliva dal Nazareno e scendeva dall’Infinito.

                     46.                   Fuori dal mondo, dal tempo e dallo spazio, tutto tornava nuovo, come mai fosse esistito, o come non più esistente. Un uccello di fuoco sembrò scendere a precipizio dai cieli spalancati e sostò immoto sopra la testa del nuovo battezzato.

                     47.                   Le acque del fiume sacro con un moto interno arretrarono, come succhiate da un vortice subacqueo. Dopo un ultimo e più violento scoppio, il tuono tacque e tutt’intorno fu un silenzio stupefatto. In questo silenzio, solenne, terribile e pur dolcissimo, …una voce non umana risuonò. Gli echi la presero e la rimandarono all’infinito, ... e cieli e deserti ne furono ripieni.

                     48.                   «Ecco, questi è il Figlio diletto nel quale mi sono compiaciuto! Ascoltatelo!».

                     49.                   La voce tacque, ma a lungo sembrò che il suono vibrasse nell’etere. La nube svanì. Giovanni e Gesù tornarono a riva, chiusi nel riserbo dei loro pensieri.

                     50.                   Silenzioso, Giovanni aiutò il Nazareno a rivestirsi, poi disse: «Ti vedrò ancora, Signore?».

                     51.                   «Qui no!» rispose il Nazareno, e aprì le braccia al primo e ultimo abbraccio terreno.

                     52.                   Giovanni fu il primo a svincolarsi.

                     53.                   «Va!» – disse brutalmente. – «Va, o Signore, ove lo spirito ti chiama...».

                     54.                   «Così, Giovanni, mi mandi via?», sorrise Gesù.

                     55.                   «Va’! Va’! Non fermarti un istante di più, o le mie braccia diverranno ferro per sottrarti a tutti! Vattene, o Signore; troppo Ti amo!».

                     56.                   «Addio, Giovanni, primo e ultimo amico mio!» e, senza volgersi, Gesù si incamminò solo verso il deserto.

                     57.                   A lungo Giovanni guardò dietro di Lui, poi quando gli occhi, stanchi per il lungo fissare, vollero calare le palpebre, Giovanni si gettò con il volto contro la terra.

 

 

[indice]

RIFLESSIONE

 

Lettore,

 prima di proseguir queste pagine, ferma un istante la tua mente. Forse non la tua curiosità o la tua fantasia saran da queste pagine appagate, ma di certo, ciò che in te veramente e da sempre vive, potrà trasalirne, come l’annunziatore stesso nel grembo materno. Infatti, solo quella parte veramente immortale di te stesso potrà riconoscere la vera origine di queste pagine, che non son figlie della fantasia, ma che neppure la storia degli uomini nutrì nel fecondo utero ove gli eventi maturarono.

Queste pagine furono lette nel libro ove ogni cosa piccola o grande si colloca, furono lette nella Luce dove essa sola sa e conserva il vero di ogni uomo.

A te, adesso, o lettore, è detto di trarre da queste linee quanto di vero si nasconde, riconoscerlo e attuarlo per il tuo bene, ma anche per il tuo male; ciò è tua responsabilità, per sempre!

Non cercarvi lenocinio[94] d’arte, non ce n’è; non cercarvi sfoggio d’erudizione, esso ne è assente; cercavi solo ciò che vi è di vero e di eterno, di incorruttibile e di immutabile, e fallo tuo!

Così, solo così quest’opera avrà la sua giustificazione in quella stessa Luce da cui fu tratta, e con te, lettore, sia quella pace che non ha il nome di inerzia, bensì combattimento, per la vittoria dopo la morte!

 

[indice]

۞

Capitolo 21

«Non di solo pane vive l’uomo,

ma di ogni parola che vien da Dio»

                        1.                   Separandosi da Giovanni, Gesù non si voltò indietro a guardare, perchè il Suo cuore era pieno di tenerezza e pietà, e temeva che la pietà (per la madre che aveva lasciato in piedi sulla soglia della casetta nazarena, con un coraggioso sorriso sul povero volto estenuato dalla pena compressa) lo vincesse.

                        2.                   Gesù era cresciuto per trent’anni come il fusto di una palma protesa verso il cielo, dimentico della radice oscura che lo legava alla terra; ora ripiegava verso la terra, appunto come la palma, la vetta onusta[95] dei dolci grappoli, grappoli maturati dal sole ardente dello spirito, ma nutriti di tutta la linfa più pura della radice sotterranea, della radice di carne viva e sanguinante, dalla quale era sbocciato come il giglio della valle.

                        3.                   La compassione era stata fino a quel momento qualcosa di sconosciuto al biondo Nazareno, così come sconosciuto era a Lui ogni movimento di interna emozione, ma adesso, nel puro elemento di una carne virginea di una mente incontaminata, l’anima, la prima anima del mondo, nasceva dolorante e facendo dolorare, e quest’anima era sovrabbondante d’amore, ripiena d’amore come il calice di un fiore lo è di profumo e di nettare: un amore umano tenero e misericordioso che faceva diventare veramente Figlio dell’uomo, Colui che fino a quell’istante era stato l’Unigenito incontaminabile di Dio.

                        4.                   Come il feto nell’utero materno ripercorre le tappe dell’evoluzione formativa dell’uomo, così l’Anima nel seno di Gesù ripercorreva le lunghe teorie delle epoche più lontane, contando a miliardi di anni luce tutta la manifestazione creante. Era l’immacolato concepimento del mondo, era il rutilante irrompere dell’esperienza, era la conoscenza coscienzuale che si appalesava con le sue mille e mille realtà, con le sue mille e mille prove, con i suoi mille e mille peccati, sanguinante per l’espiazione che non era ancor redenzione, ma già non era più nemesi[96] di aspra, consequenziale equità.

                        5.                   Gesù era finalmente e veramente uomo, e aveva paura della cosa meravigliosa e pericolosa che sentiva nascere in Sè.

                        6.                   Il volto pallido della madre Gli appariva adesso come la prima tentazione, come il frutto inconsumabile, vietato a lui, come già ad Adamo, dalla soggezione al mandato divino! Egli non poteva, non doveva essere il Figlio della donna, doveva separarsene, recidersi dall’amore materno, così come, recidendo il cordone ombelicale, era stato trent’anni prima separato dal seno che l’aveva portato.

                        7.                   Con entrambe le mani compresse il petto, quasi a frenare i battiti disordinati del Suo cuore di Uomo e, sommessamente, disse a Se stesso: «No, no, madre, ...là!». Il cordone ombelicale era reciso: una lacerazione straziante che strappò un sommesso gemito alle labbra che dovevano annunziare la buona novella.

                        8.                   Cristo, nato dall’Immacolata Concezione, nato lacerando e straziando, portava la spada e la fiaccola, per irradiare le anime e recidere i vincoli della carne.

                        9.                   Il deserto si apriva innanzi a lui come una promessa di quiete, di libertà, come la solitudine in cui celare il cuore che si spezzava per il martirio dell’anima. Le lacrime ribelli facevano velo ai suoi occhi divenuti stranamente impotenti a fissare il Sole, …a guardare il cielo, e Gesù entrò nel deserto. Come cani timorosi, vennero iene e sciacalli a fiutarlo, ed Egli sentì pietà di loro; li vide brutti e li sentì infelici. Maestosi leoni si accostarono confidenti e fregarono contro i Suoi fianchi le rudi criniere, mansuetamente mendicando una carezza che venne. Anche le gazzelle, deposta la paura e rese sicure dalla presenza intangibile, vennero a piegare il collo flessuoso sotto le lievi magnetiche mani del nuovo Uomo, e Gesù parlò con loro, con le fiere pacificate che Lo guardavano attente e, dimenticando i ferini istinti, la fame e la sete, si accosciavano ai suoi piedi per ascoltarLo. Che diceva loro? Il deserto serbò il segreto...

                     10.                   Non soltanto le incolpevoli fiere del deserto accostarono Gesù, ma salendo come fumi dal profondo della terra o precipitando come meteore dal profondo del cielo, antichi spiriti vennero a conversare con lui. Cherubini e Serafini reverenti attesero un cenno che non venne, e le anime dei morti, i grandi giusti e i grandi colpevoli, passarono indisturbati tra le legioni angeliche immote per portare al Cristo nascituro l’oro dell’esperienza, l’incenso dell’aspirazione, la mirra del pentimento e un quarto dono che non fu offerto dai Magi a Gesù nel presepe, ma sì al Cristo nel deserto: il ferro arroventato della tentazione, commisto al piombo fuso del peccato inconsumabile. Questo dono, al quarantesimo giorno di solitudine, venne ad offrirlo con un perfido sorriso sopra il bellissimo volto, Satan-Nael. Anch’egli passò tra le schiere angeliche senza che esse facessero opposizione; passò perchè era la sua ora, e le leggi sono soggette alla ‘Legge’!

                     11.                   Cristo alzò gli occhi e guardò Satan-Nael; lo guardò con bontà, con pietà, e anche lo spirito maligno sentì in se stesso qualcosa intiepidirsi, nonostante il gelo mortale che lo teneva chiuso. Gli occhi del Cristo contenevano tutto il dolore del mondo, e Satan-Nael comprese che contenevano anche la sua sofferenza senza nome, anche la sua pena senza limite. Anche di lui aveva pietà Cristo?

                     12.                   Un brivido lieve passò tra le celesti legioni. Un attimo d’amore, …di speranza: Satan-Nael poteva esser salvato? Il tentatore tentato reagì furioso al bene che si mescolava al suo male, contagiandolo. No! Neppure la pietà l’avrebbe vinto, neppure l’amore, piegato! Egli era l’odio!

                     13.                   La speranza, non ancora del tutto nata, morì. Cristo si chinò sopra un leone accosciato, per perdere l’azzurrità delle Sue pupille nelle liquide profondità d’agata[97] di quelle della belva, e lasciò libero il diavolo di fare la sua parte, perchè quella era l’ora di Satana; vano sarebbe stato rifiutarsi di viverla, ed Egli volle viverla interamente.

                     14.                   Satan-Nael, indeciso, guardò il Cristo: ancor lo bruciava la recente sconfitta inflittagli dal mago ribelle Albigael. Sprofondando agli inferi, egli non aveva portato altra preda che l’anima della strega Cabila. Albigael gli era sfuggito, elevandosi con la sua coraggiosa ribellione in una sfera di pensiero inaccessibile per Satana.

                     15.                   Questi era il Cristo, l’invocato, l’atteso, il desiderato dalle genti: Colui che veniva ad infrangere le porte del suo tenebroso regno. Quali possibilità aveva Satan-Nael di sconfiggerLo? Troppo intelligente egli era per non capire che il Cristo volutamente gli si offriva; intuiva il tranello celato nell’apparenza inerme. Tentare il Cristo era esporsi ad una sicura, umiliante sconfitta. I principi delle celeste legioni forse erano stati lì convocati null’altro che per assistere una volta di più all’impotenza del diavolo.

                     16.                   Non era meglio non tentare Cristo? Andarsene con dignitosa indifferenza, invece di esporsi al rischio di dover fuggire urlando sotto la frusta dell’umiliazione.

                     17.                   Il volto del Cristo era celato e Satan-Nael non scorgeva che le esili spalle ricurve e la fragile nuca reclina. Da tutta la persona del Cristo traspariva un abbandono stanco, un languore di sfinimento. Per quaranta giorni e quaranta notti Gesù aveva meditato nel deserto, pregato e pianto, ma ben poco cibo e ben poca acqua l’avevano ristorato; il sonno non si era posato sopra la persona stanca, e ora, da tutta la carne di Gesù esalava la sofferenza rassegnata e mite di un corpo morente.

                     18.                   Satan-Nael capì che quella sofferenza poteva dare un momentaneo abbandono, segnare una debolezza nella difesa del Cristo. Perchè non provare? Alla fine, Gesù era un uomo, anche se asceta e santo! Ma Satan-Nael sapeva com’è difficile reggere ad un istinto semplice, …quando si ha la possibilità di soddisfarlo.

                     19.                   Gesù aveva semplicemente fame, una fame naturalissima, fisiologica; perchè non provare? E Satan-Nael provò.

                     20.                   «Sei tu Gesù di Nazareth, battezzato da Giovanni?», – chiese il tentatore.

                     21.                   «Sì, io sono Gesù!».

                     22.                   «Colui che chiameranno il Cristo?».

                     23.                   Gesù tacque...

                     24.                   Il tentatore insistette: «Come chiami tu, Colui che regna nei Cieli?».

                     25.                   Gesù tacque.

                     26.                   «Neghi dunque di esser figlio Suo?».

                     27.                   «Non nego ciò che è», – cauta e saggia suonò la risposta.

                     28.                   «Allora tu sei il figlio di Dio?».

                     29.                   «Lo sono!».

                     30.                   Gesù non vedeva il volto del tentatore; raccolto in sè attendeva l’attacco che presentiva imminente. Le laconiche[98] risposte non avevano disorientato Satan-Nael, ma l’avevano reso più cauto che mai.

                     31.                   Insinuante e dolce, il maligno domandò: «Tu hai fame, Gesù di Nazareth?».

                     32.                   «Sì, ho fame», – rispose il Nazareno.

                     33.                   Più dolce e più insinuante, quasi amichevole, si fece la voce del maligno: «Perché, se hai fame, non dici a queste pietre di mutarsi in pane? Non sei tu, …il figlio di Dio! Pane! Pane! Pane! Pane!».

                     34.                   Il senso della fame torceva le viscere di Gesù e velava le sue pupille azzurrine. Le belve accosciate ai suoi piedi si agitarono inquiete; una leonessa ruggì, la fame primordiale avanzava ghignante e travolgente nella follia e nella distruzione. Una iena rise stridula, mentre uno sciacallo addentò a vuoto. Gesù trasalì, …come ridestato. Dolci, subdole ai suoi orecchi insistevano le parole: «Pane! Pane! Pane! Dì a queste pietre che diventino pane, se tu sei figlio di Dio!».

                     35.                   Vincendo l’estenuazione del corpo, dominando la tortura della fame, Gesù si erse sopra la persona rispondendo: «È scritto che non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che venga dalla bocca di Dio, perciò – io – non opererò contro la Legge!».

                     36.                   In quella, una gazzella, cui avevano ucciso il piccolo, con le poppe gonfie e doloranti per il latte non succhiato, corse verso Gesù e si arrestò accanto a lui bramente pietosamente. Gesù sorrise alla bestiola mansueta e, dalle poppe turgide, bevve la vita.

                     37.                   La tentazione era ormai lontana, come neppure avesse sfiorato l’anima dell’Eletto. Una dolce pace scese a placare l’essere estenuato che, tra i leoni vigilanti, si addormentò accanto alla provvidenziale nutrice.

                     38.                   Satan-Nael, vinto ma non domo, fu costretto ad allontanarsi dall’atteggiamento degli angeli che diventava minaccioso. Si allontanò rimproverando se stesso della sua imprevidente ingenuità. Infatti, come non pensare che Gesù non avrebbe violato la legge, appunto perchè la sua sicura fede l’avrebbe provvidenzialmente salvato?

                     39.                   Il diavolo si era comportato da sciocco, aveva creduto di poter usare contro l’Unto del Signore le stesse armi facili, di sicura riuscita con ogni uomo comune. Che potere aveva la fame fisica su un essere volutamente consacrante se stesso al più arduo dei compiti?

                     40.                   «Sono stato uno sciocco…» – diceva a se stesso Satan-Nael, – «…ma non lo sarò più la prossima volta. Adesso ti conosco bene, Gesù di Nazareth, e mi saprò regolare; non hai ancora vinto, alla fine, fa che io veda in te l’ombra di un’esitazione, e dovrai riconoscere eguale, se non superiore alla tua, la mia forza!».

* * *

                     41.                   Per il deserto avanzava una triste fila di uomini in catene, avanzava trascinandosi tristemente sotto le nerbate[99] impazienti di alcuni uomini di scorta montati sopra nervosi cavalli arabi. Erano schiavi ribelli, fuggitivi e briganti di strada che la ferrea giustizia romana aveva raggiunto e catturato anche nelle solitudini dei deserti e tra gli anfratti delle montagne. I miserabili erano avviati a Tiberiade per lavorare nei cantieri di costruzioni o per essere legati alle macine del sale.

                     42.                   Tra quei miserabili camminavano (ma queste senza ferri) alcune donne o, meglio, femmine; erano state catturate anche loro insieme ai loro uomini. Anche il loro destino era Tiberiade, dove sarebbero state separate dai loro compagni, e forse inviate, in stato di schiavitù, alle ville patrizie dei presidî romani e, le più giovani, in qualche lupanare d’infimo rango.

                     43.                   Una di queste donne, alta e ben formata, aveva nel volto alcunché di fiero, una traccia di una lontana nobiltà; si teneva vicina a un brigante irsuto, anche lui ancor giovane e fiero che sembrava portar con disprezzo i suoi ferri e, al contrario dei suoi compagni, sfidava con l’occhio cattivo gli aguzzini della scorta, i quali, per prudenza o per caso, gli risparmiavano le nerbate che facevano piovere copiose sulle spalle degli altri sciagurati, non escluse le donne. La compagna del brigante portava, tra le braccia, un fardello, un fanciullo di due o tre anni arso di febbre che, semivivo, rovesciava sopra la spalla materna una bella testolina ricciuta. Gli occhi della madre non si addolcivano fissando il fanciullo, …ma divenivano cupi: come l’occhio di una leonessa sopra il suo cucciolo in pericolo!

                     44.                   Era da molto tempo che la colonna marciava; anche la scorta era stanca; avevano sete; ma l’ora di dare l’«alt» era ancor lontana. Tutti avevano premura di arrivare a destinazione, anche i prigionieri: solo il brigante irsuto e la sua compagna marciavano indifferenti, immersi nei loro pensieri. Ogni po’ si udiva la fievole vocina del bambino febbricitante chiedere acqua, ma nessuno aveva acqua, e la madre, dagli occhi di leonessa, non aveva neppure lacrime.

                     45.                   «Zimbla» – disse a un tratto con voce rauca il suo compagno, – «perché hai voluto portare teco il bambino? Non era meglio se tu l’abbandonavi nella caverna? La vecchia Ruaghi non è stata catturata, sarebbe tornata e n’avrebbe avuto cura».

                     46.                   La donna, per tutta risposta, alzò le spalle tacendo.

                     47.                   «Zimbla! Parlo a te», – ruggì il brigante come se non si trovasse tra i ferri.

                     48.                   Zimbla lo guardò con i suoi occhi fermi: «Barabba! Zimbla non abbandonerà mai ciò che è suo!».

                     49.                   «Anche tu avresti potuto salvarti» – continuò raddolcito il brigante, – «perché non lo hai fatto? Perchè hai voluto farti catturare con me?».

                     50.                   «Perché sono tua moglie, Barabba», – rispose la donna.

                     51.                   «Ehi, voi due: volete tacere?», – gridò un uomo della scorta minacciando con il nerbo la testa di Zimbla.

                     52.                   «Taci tu, cane» – rispose Barabba, – «se non vuoi che, anche così come sono, ti spezzi le reni!».

                     53.                   I soldati di scorta avevano l’ordine di portar vivo a ogni costo a Gerusalemme il terribile brigante che aveva tenuto in scacco per anni le stesse forze romane, perciò cercavano di non spingerlo alla disperazione irritandolo, paghi che egli fosse abbastanza rassegnato alla sua sorte per seguirli.

                     54.                   Pilato teneva in modo smisurato a poter mostrare, dal pretorio, Barabba al popolo ebreo, come un’ennesima dimostrazione della potenza di Roma; perciò gli scherani[100] di scorta cercavano di non esasperar troppo il fiero brigante.

                     55.                   Ecco perchè l’aguzzino, all’invettiva preferì non replicare, ma andar a scaricare sopra i prigionieri meno pericolosi il furore represso.

                     56.                   «Zimbla» – riprese Barabba, – «il fanciullo morrà se ti ostini a portarlo! Nel primo villaggio che attraverseremo, abbandonalo; avrà una probabilità di vivere; qualcuno potrà averne pietà!».

                     57.                   «Barabba» – rispose Zimbla, – «tu hai avuto molte volte pietà nella tua vita?».

                     58.                   «Non molta» – sorrise Barabba, – «ma qualche volta l’ho avuta! Mi ricordo di una pietà che ebbe mio padre, anche lui signore del deserto. Ero fanciullo allora, ma facevo già delle piccole razzie, e m’imbattei nel deserto in una famiglia che si era smarrita, …era molto buffa quella famigliola. C’era un vecchietto che pretendeva di guidare a mano un asinello sopra il quale sedeva una fanciulla terrorizzata che stringeva tra le braccia un fanciulletto più piccolo del nostro. Io ero appena un adolescente allora, ma abbastanza per impadronirmi di tutto il gruppetto che era pieno di spavento, e condurlo prigioniero da mio padre. La preda era magra, l’asinello spelacchiato per la vecchiaia, le vesti dei viandanti erano logore, ma la donna era bella e si poteva vendere come schiava. Anche il fanciullino era bello, ed era il solo a non aver paura di me, anzi, …con le sue manine voleva toccarmi.»

                     59.                   «Mio padre ebbe pietà di quella famigliola, e trattò tutti con discreta cortesia, chiedendo come mai si trovassero nel deserto. Ricordo che il vecchio raccontò non so che storia di persecuzione di un re che voleva uccidere il fanciullo, e mio padre offrì loro ospitalità nella nostra grotta, e li rifornì di vesti meno logore, di viveri e di un altro asino giovane e sano perchè potessero continuare la loro via verso l’Egitto, dove dissero d’essere diretti. Ho dimenticato il volto della donna e del vecchio, ma ricordo ancora il visino di quel bimbo sorridente! Chissà com’è finito? Oggi avrebbe trent’anni, …o giù di lì».

                     60.                   Zimbla ascoltò la storia come assorta, continuando a camminare.

                     61.                   La voce di Barabba divenne persuasiva e quasi quasi dolce: «Dammi ascolto, Zimbla, nel primo villaggio che attraverseremo, abbandona il fanciullo, qualcuno n’avrà pietà; credimi: anche mio padre ebbe pietà di un fanciullo!».

                     62.                   «No!» – rispose furiosamente la donna, – «non abbandonerò mai mio figlio!».

                     63.                   In quell’istante venne rudemente intimato l’alt! Erano giunti a un magro ciuffo di palme, e gli aguzzini, esausti quasi quanto i prigionieri, avevano deciso una sosta per lasciar passare la maggior calura del giorno. Tutti si buttarono sopra la sabbia calda, cercando nel riposo, di dimenticare almeno la sete. Zimbla, che non era legata, si allontanò un poco con il suo bimbo tra le braccia, cercando un po’ di umidità in mancanza d’acqua, per l’arsura della sua creatura. Barabba, incatenato e guardato a vista, s’era pure lui accovacciato. A un tratto si udì un «Chi va là?» sospettoso, degli aguzzini.

                     64.                   Ai margini dell’oasi giunse un ospite nuovo, un pellegrino indossante la candida tunica essenica, con le chiome profuse sopra le spalle secondo l’uso nazireo. Gli uomini riconobbero subito un penitente stretto al voto nazireo ,e con il superstizioso rispetto che tutti avevano per questi tipi di asceti, lo invitarono a prender posto in mezzo a loro, scusandosi di non aver che poco pane secco e la posca[101] acida nelle borracce da offrirgli. Il pellegrino era Gesù, e accettò di riposare in mezzo a loro. La pietà che lo stringeva, lo avvicinò ai miserabili incatenati. Essi tesero a lui le mani e mostrarono le piaghe sperando in un possibile miracolo.

                     65.                   E Gesù, di ognuno volle conoscere il peccato e la pena; guardò ciascuno con il Suo occhio d’amore e tutti si sentirono consolati.

                     66.                   «Siate misericordiosi» – raccomandò agli uomini di scorta, – «se vorrete trovar misericordia!».

                     67.                   «Rabbi» – rispose uno degli aguzzini, – «questi sono pericolosi e malvagi briganti; guai a noi se non ci facessimo temere!».

                     68.                   «Sarebbe forse meglio farsi amare», – rispose Gesù.

                     69.                   In quell’istante, Zimbla tornò scoraggiata; non aveva trovato acqua, e il piccino, ora stordito dalla febbre, giaceva tra le sue braccia senza neppure più lagnarsi.

                     70.                   Verso la donna, Gesù volse lo sguardo e diresse la parola: «Donna, perché sei così triste?».

                     71.                   Zimbla mostrò in silenzio l’esserino malato che aveva tra le braccia, e poi disse: «Muore di sete!».

                     72.                   Le mani lievi di Gesù tolsero il povero peso dalle braccia disperate e, sopra il Suo petto, il fanciullino sembrò respirare meglio: «Scava ai piedi di quella palma, donna, ivi troverai l’acqua».

                     73.                   La parola magica non aveva ancor finito di risuonare, che tutti gli uomini di scorta e le donne senza ceppi si buttarono ai piedi della palma indicata, scavando con le dita, con i pugnali, con i manici stessi dei nerbi, e dalla sabbia del deserto balzò vivido un getto d’acqua sopra il quale tutti si sarebbero selvaggiamente gettati, se la presenza di Gesù non avesse servito da remora agli istinti bestiali. Tutti poterono bere, le prigioniere alleviarono la sete dei loro compagni di sventura, facendo molte volte la spola con recipienti di fortuna e con le loro stesse mani a giumella, per raccogliere e portare il liquido prezioso.

                     74.                   Intanto, nelle acque appena sgorgate, Gesù aveva immerso il fanciulletto morente che, da esse vivificato, riaprì gli occhi e cercò la madre.

                     75.                   Zimbla cadde in ginocchio ai piedi di Gesù e tese le braccia verso la sua creatura che era miracolosamente risanata.

                     76.                   Gesù stava per porgergliela, quando chiese: «Di chi è figlio questo bambino?».

                     77.                   Prima di Zimbla, rispose un aguzzino: «Di Barabba, che morirà in Gerusalemme sopra la croce!».

                     78.                   L’occhio di Gesù divenne cupo, guardò l’aguzzino, guardò Zimbla e, stringendosi al cuore il fanciulletto, rispose con tono fermo e stranamente solenne: «No!».

 

[indice]

۞

Capitolo 22

«Adorerai il Signore Dio tuo

 e servirai Lui soltanto»

                        1.                   I condannati ripresero la marcia verso Tiberiade, lasciandosi alle spalle l’oasi del miracolo. Nulla era cambiato nella loro situazione, ma adesso, camminando, cantavano; il loro passo era più leggero, le catene pesavano meno. Gli aguzzini, come raddolciti da un silenzioso monito, non aggiunsero più miseria a miseria; il pellegrino penitente li aveva fissati a uno a uno negli occhi cupi con i Suoi incomprensibili occhi azzurri, e qualcosa era come diventato pietoso in quelle indurite coscienze.

                        2.                   Zimbla camminava ora di buon passo accanto a Barabba, lasciando il figlioletto, miracolosamente risanato, giocare con le sue pesanti trecce color dell’ebano. L’occhio lionato di Zimbla splendeva di una luce nuova; in lei, …la speranza era rinata: «No!» aveva detto il miracoloso penitente quando l’aguzzino aveva affermato che Barabba sarebbe morto sulla croce, e Zimbla credette a quel «no!». Vi si aggrappò; colui che aveva fatto sgorgare l’acqua nel deserto, poteva ingannarsi? Barabba non sarebbe morto in croce; Zimbla ne era certa: Barabba sarebbe stato liberato!

                        3.                   In quell’istante la voce di Barabba risuonò: «Zimbla, sai cosa ti dico? Quel penitente dell’oasi è il fanciullo ch’io catturai nel deserto trent’anni fa!».

                        4.                   «Come puoi dirlo?», – rispose Zimbla.

                        5.                   «I suoi occhi, Zimbla! Occhi uguali non esistono sopra la Terra! Nel penitente li ho pienamente riconosciuti!».

                        6.                   «Ne sei sicuro, Barabba?».

                        7.                   «Come che sono vivo!».

                        8.                   Allora la voce di Zimbla echeggiò piena di fremiti come quella di una profetessa invasata: «Ma allora, Barabba, tu non morrai sulla croce, tu sarai liberato! Quell’uomo che ci è apparso, è il tuo buon genio, il tuo Dio. Tu non morrai, non morrai, Barabba!».

                        9.                   Queste ultime parole Zimbla le aveva gridate con la voce acuta di un eccesso isterico, ma subito, ritornata calma, si ricompose a fierezza.

                     10.                   In quella, l’aguzzino che aveva risposto a Gesù, si accostò al gruppetto familiare: «Donna» – disse a Zimbla, – «tra poco saremo a un piccolo villaggio che è l’ultima tappa prima di Tiberiade. In quel villaggio vive mia moglie; noi non abbiamo bambini; se vuoi, dacci il tuo, noi lo terremo come nostro e, se come ha detto il profeta che abbiamo incontrato, Barabba non morrà sulla croce, ma sarà liberato, tu e lui potrete venirvelo a prendere. In questo caso ricordatevi che io non sono stato malvagio verso di voi, neanche prima d’incontrare il profeta!».

                     11.                   Zimbla strinse al petto il figlioletto, spaventata, ma con nel cuore una strana voglia di aderire all’invito.

                     12.                   Rispose Barabba per lei: «Daglielo, Zimbla; anch’io credo che non morirò sulla croce e, …che la nostra separazione sarà breve. Daglielo, sapremo almeno dov’è e, …potremo ritrovarlo. Tanto, i romani non lascerebbero vivo il figlio di Barabba!».

                     13.                   Zimbla con un’improvvisa decisione baciò a lungo il figlio e lo porse all’aguzzino. Il bimbo, contento di esser posato sopra il cavallino, batté le manine! Gli occhi di Zimbla si fissarono in quelli dell’uomo con uno sguardo che ne frugò i più riposti recessi della coscienza, ma non disse parola.

                     14.                   Già all’orizzonte apparivano gli alti fusti delle palme da datteri che circondavano il villaggio, ultima tappa prima di Tiberiade.

* * *

                     15.                   Nell’oasi del deserto, Gesù era rimasto solo, solo e pensieroso, di un pensiero che diventava sempre più cupo. Nell’astratto mondo dello spirito puro, difficilmente giunge il grido di tortura delle forme in evoluzione. In teoria si comprende la necessità del dolore, con l’occhio (spirituale) che anti-vede il risultato, si valuta (incosciamente) la sofferenza dell’esperienza (che dovrà essere vissuta); ma in realtà è tremendamente difficile identificare, nella materia in evoluzione, quel divino quid spirituale che addolora (seppur dopo) in letizia.

                     16.                   Lo spettacolo dell’umana miseria, la nuda crudeltà dell’uomo, era apparsa a Gesù in tutta l’evidente brutalità della sua esistenza; era una verità che si appalesava alla Verità: vittime e carnefici, oppressi ch’erano stati oppressori, oppressori già oppressi in loro stessi e curvi sotto un potere maggiore del loro e neppure esso libero, mali identificati nel male: tragica uguaglianza nel peccato! Vittime che erano stati carnefici; carnefici con già sulla fronte il marchio che li consacrava vittime; maledizione sopra l’amore e sopra il dolore; maledizione sopra la colpa e il suo stesso riscatto; ombra nerissima che velava il cielo, offuscava il Sole, raggelava lo spirito...

                     17.                   Seduto sopra un sasso con la testa tra le mani, Gesù scese, rabbrividendo, uno a uno i gradini dell’involuzione: in Sé accolse le mille migliaia dei vivi, le mille migliaia dei morti e la tragedia della necessaria colpa! Tutto era colpa, dolore, rimorso e maledizione: l’abisso chiamava l’abisso, indifferente a tutto ciò che, del Tutto, era l’origine prima: dolore, miseria, peccato, vergogna e, ancora, miseria e dolore!

                     18.                   Le mani di Gesù caddero sopra le ginocchia, e su di esse si curvò la fronte che Giovanni non avrebbe voluto osar battezzare.

                     19.                   Nuda ora di tenebra, in cui l’anima di Cristo, rabbrividendo, si chiese ove fosse riposta la ragione di ogni cosa, in cui il dubbio, il primo dubbio della Creazione, Lo strinse nelle sue spire ghiacciate.«Perché?» – chiese lamentosamente Gesù. – «Perché tanto dolore nel mondo? Perchè tanto male? Come rimediare? Come dare agli uomini, pace, sicurezza, serenità, fiducia? Come renderli buoni di nuovo? Come lavare ciò che è stato sporcato? Come ricostruire ciò che fu infranto? Era buono, Dio, che permetteva tutto questo? Era davvero onnipotente Colui che non vi metteva riparo?».

                     20.                   Sarcastica e stridente, una risata risuonò agli orecchi di Gesù! Satan-Nael non aveva potuto frenare la sua malvagia gioia.

                     21.                   «Sei ancora tu?», disse stancamente Gesù!

                     22.                   «Sì!» – rispose Satan-Nael appalesandosi. – «Sono ancora io, ma perchè dici ‘ancora’? Sono sempre io quando il sogno lascia il passo alla realtà e la fantasia mistica cede alla ragionevole logica; quando i bei veli ricamati cadono dalle spalle dell’illusione, ed essa mostra tutte le sue ulcere di lebbra! Nel tuo bel cielo sereno tutto ciò non esiste, vero? Ma qui, qui sopra la Terra, sì! Questa è la verità della Terra, la verità della forma, la verità di quei piccoli vermi che chiamate uomini, e per i quali avete umiliato le potenze più belle, le spiritualità più alte! Eccoti l’uomo! Gesù, figlio di Dio, eccotelo il tuo bel gioiello! Ah! davvero vi è di che ridere a vederne le opere! Guardalo questo impasto di fango, questo figlio di putredine, al quale dovrebbero essere soggetti i Cieli. Il lupo non mangia il lupo, ma l’uomo mangia l’uomo; il leone strozza la gazzella perchè ha fame, ma non la opprime; l’uomo rende schiavo il suo simile, lo tortura senza bisogno, gode del suo male...».

                     23.                   «Ah, no!» – gridò Satan-Nael, prevenendo una risposta di Gesù. – «No! Io non c’entro, …almeno non c’entro sempre; non occorrono le mie tentazioni. Il male è connaturato nell’uomo, il fango, con il quale lo avete impastato tu e l’altro, conteneva il germe della corruzione e della morte ben prima ch’io me ne occupassi! Dalla corruzione e dalla morte nasce il male; tutto nell’uomo è corruzione e morte!».

                     24.                   «Non tutto!», – rispose dolcemente Gesù.

                     25.                   «Tutto! E se vuoi io te lo proverò».

                     26.                   «Non voglio!».

                     27.                   «Sei vile, principe dei Cieli, hai paura del vero!».

                     28.                   Gesù all’insulto rimase impassibile, e rispose ancora: «Non voglio!».

                     29.                   «Ma voglio io!» – urlò Satan-Nael. – «Lo voglio io, e questa è la mia ora, e tu non puoi, …non devi sottrarti se non vuoi negare obbedienza al Padre tuo. Egli ti ha dato a me nelle mani; come vedi, davvero ti ama assai per essere il suo Unigenito!».

                     30.                   Un fremito impercettibile delle ciglia fu l’unico segno del patimento estremo di Gesù.

                     31.                   «Padre mio!» – mormorò. – «Io credo nel Tuo Amore per me!».

                     32.                   Una forza nuova scese in Gesù; rianimato si drizzò in piedi. Ora fronteggiava Satan-Nael, guardandolo bene negli occhi; imbarazzato, il tentatore distolse per un attimo i suoi.

                     33.                   Con voce sonora, Cristo l’interpellò: «Satan-Nael, fai il tuo dovere, dunque! Anche se il tuo contatto mi ripugna, pure lo amo se è per obbedire al Padre mio!».

                     34.                   «Amo, amo! Non sai dire altro», – ringhiò il nemico, – «va bene, allora vediamo la tempra del tuo amore, vediamo che cosa saprai fare per dimostrare questo tuo amore agli uomini; vieni con me».

                     35.                   «Volontario ti seguo, o Satan-Nael, perchè questa è la tua ora!».

                     36.                   Per un attimo Satan-Nael esitò; la sua pre-scienza lo ammoniva di un oscuro pericolo: non era forse meglio cedere, che rendere clamorosa la sconfitta? Guardò Gesù; Egli era dolce e triste, sembrava inerme in tutto, un pover’uomo come gli altri. Lo ghermì alla spalla e non sentì resistenza.

                     37.                   Cristo gli si abbandonava.

                     38.                   Lo scosse con inutile violenza: «Vieni con me!», – disse.

                     39.                   «Ti seguo, Satan-Nael, lascia pure la mia spalla!».

                     40.                   Ma il ribelle non lo lasciò, godendo di stringere nelle dita adunche, …la carne indifesa del Cristo: «Vieni con me!».

                     41.                   «Stai diventando monotono, Satan-Nael», – notò con fine ironia il Cristo.

                     42.                   Satan-Nael tacque fremendo. In un turbine d’uragano si innalzò vorticoso, e Cristo con lui, su, su verso il cielo, finché tutta la Terra apparve agli occhi di Gesù in visione panoramica. Placida e pur bella essa si stendeva sotto di lui; nazioni e regni, ognuno con la sua grandiosità e la sua magnificenza, ma ognuno con tutto il carico dell’umano dolore.

                     43.                   Gesù vedeva re, potenti, sapienti, artisti e saggi, donne amanti e felici, purissime vergini, bimbi ridenti e vegliardi pensosi; ma vedeva anche schiavi maltrattati, vedove ingannate, orfani derubati, purità contaminate, innocenze concusse, intelligenze violentate, …onestà vituperate, e vedeva che Satan-Nael aveva ragione, non occorreva il pungolo del diavolo a indurre l’uomo al peccato: l’uomo peccava da solo! Conoscendo il bene, abbracciava il male; inebriato di luce si sposava alle tenebre; la bestia vinceva il genio, il Minotauro divorava l’uomo...

                     44.                   «Guarda, guarda, figlio di Dio, guarda l’opera tua e del Padre tuo! …rallegrati, in fede mia! Avete fatto insieme una grande opera...» – ghignava Satan-Nael! – «Eccoti l’uomo in tutta la sua magnificenza, eccoti i regni, eccoti le nazioni, le razze, …eccoti i grandi della Terra: filosofi, scienziati, sacerdoti, artisti, …re e imperatori. Guardali: non fan pena? Ognuno con il suo marcio dentro, ognuno con il verme come un frutto falso... lo vedi? Io non sono dietro di loro, eppure guardali: …ognuno cerca di nuocere all’altro! No, gli uomini si dannano da soli; alla loro perdita, l’ultimo che vi contribuisce son proprio io!».

                     45.                   Gesù, inorridito, taceva. Come una piovra, il male stringeva nei suoi tentacoli tutta quanta la Terra.

                     46.                   Cristo reagì: «Sei tu certo di non centrarvi?» – chiese a Satan-Nael. – «Sei tu in buona fede affermando che l’opera tua non si nasconda dietro queste false apparenze?».

                     47.                   «Come tu vivi e come l’anima mia vive, son certo!», rispose Satan-Nael.

                     48.                   «E allora perché tenti l’uomo a scendere sempre più in basso? Perchè potenzi e animi i suoi malvagi pensieri? Perchè in ogni oscurità ti appiatti, in ogni insidia ti celi? Che vuoi tu dall’uomo, che cotanto mostri di disprezzare? Lascialo dunque, se egli è solo morte e corruzione! Se è solo peccato; se è fango ritornerà fango, perchè tanto ti affatichi?».

                     49.                   «Perché non voglio che 1’uomo occupi il mio posto nel Cielo!», – stridette Satan-Nael...

                     50.                   «Ah, allora tu, dunque, reputi l’uomo capace di occupare, dopo averlo conquistato, il tuo posto nel Cielo? Allora l’uomo non è solo un impasto di fango, è qualcosa di ben più grande, se in fondo tu lo temi!».

                     51.                   «Io non temo gli uomini!».

                     52.                   «Lo so», – rispose Cristo, – «tu temi l’uomo!».

                     53.                   Sotto la ferrea logica del Cristo, Satan-Nael si ingarbugliò, ancora una volta la sua tentazione rischiava d’esser nulla; guardò Gesù che aveva ripreso il Suo aspetto paziente e che contemplava la Terra con infinita compassione.

                     54.                   Tentando il tutto per tutto, Satan-Nael riprese: «Va bene, mi dichiaro vinto! Se io sono il male, ogni uomo mi porta in sè come la vita; io sono qui e ovunque; la mia opera è permanente nella forma che di continuo trasmuta, nella personalità che perenne vuol durare; io vivo come essenza dell’esistenza, senza vane debolezze, senza pietà; simili a me sono le opere mie. Al convito dell’uomo io sono l’ospite non invitato, ma necessario, sono la ragione e la potenza, sono la gloria e la ricchezza, sono la sensualità e la concupiscenza, sono, a modo mio, l’amore! Io sono il principe del mondo, vuoi tu, o principe dei Cieli, venire a patti con me?».

                     55.                   «Quali sarebbero questi patti?», – rispose Gesù.

                     56.                   «Tu hai pietà degli uomini?».

                     57.                   «Io amo l’uomo!»

                     58.                   «Le sofferenze degli uomini, non ti fanno dunque pena?».

                     59.                   «Infinitamente!».

                     60.                   «Non vorresti tu alleviarle, o addirittura distruggerle?».

                     61.                   «A che prezzo?», – chiese Gesù.

                     62.                   Senza rispondere direttamente, Satan-Nael continuò: «Sì, gli uomini soffrono molto, troppo, …e infine sono povere vittime. Se io mi ritirassi da loro, una nuova innocenza verrebbe sopra la Terra; il lupo e l’agnello pascolerebbero insieme, la morte perderebbe il suo aculeo, gli uomini sarebbero un po’ meno arroganti, ma certamente più buoni, e io, …potrei anche ritirarmi dalla Terra. Alla fine, ho altri regni!

                     63.                   Pensa, principe dei Cieli, tu signore della Terra, padrone dispotico degli uomini, immortalmente giovane, eternamente amato; gli uomini, …a tua immagine e somiglianza. Non più sangue, né padroni né servi, pure le vergini, casti i connubi, saggia la vecchiaia, innocua l’infanzia! Che ne dici tu, principe dei Cieli?».

                     64.                   «Qual è il prezzo di tutto ciò?».

                     65.                   «…il prezzo, …il prezzo. Mi hai preso per un usuraio? Io potrei anche regalarti tutto!».

                     66.                   Cristo tacque.

                     67.                   «Non credi ch’io potrei regalarti tutto?».

                     68.                   «Satan-Nael, io potrei credere ogni cosa se tu non fossi bugiardo e padre della menzogna! D’altra parte, tu non faresti una cosa simile senza uno scopo; è il tuo scopo che io voglio conoscere!».

                     69.                   «E se non avessi scopi!».

                     70.                   «Tu menti!».

                     71.                   «Sei diffidente, principe dei Cieli, ed hai torto! Se io, al par di ogni cosa creata, ripeto la mia origine dalla tua stessa sorgente, ciò vuoi dire che noi siamo fratelli!».

                     72.                   «Io son fratello d’ogni creatura innocente!».

                     73.                   «E chi mi ha fatto nocente[102], fuorché l’incomprensione di “Lui”?».

                     74.                   «Perché non la tua presunzione?».

                     75.                   «Io sono stato offeso dalla ‘Sua’ ingiusta preferenza per l’uomo!».

                     76.                   «Io potrei dire altrettanto, se non sapessi che alcuni ‘perché’ solo il Padre li conosce; perciò mi sottometto...».

                     77.                   Il duello si serrava, Cristo acquistava serenità man mano che Satan-Nael la perdeva. Ormai egli era signore della tentazione e giocava con il tentatore; sapeva dove la presunzione folle di Satan-Nael lo avrebbe fatto incappare e attendeva l’ultimo colpo.

                     78.                   Sotto di loro la Terra dormiva, commista di bene e di male, di estati fruttuose e di gelidi inverni. L’angelo dell’evoluzione la guidava lento e sicuro verso mete splendenti, e a queste mete si figgeva estatico l’occhio del Cristo.

                     79.                   Il silenzio di Gesù fu interpretato in modo tale da Satan-Nael, che riprese: «Tu hai detto che ami l’uomo, principe dei Cieli?».

                     80.                   «Sì, lo amo!»

                     81.                   «E per lui saresti disposto a dare molto?».

                     82.                   «A dar tutto!».

                     83.                   «Nessun prezzo sarebbe per te troppo alto?».

                     84.                   «Nessun prezzo! Lecito, …s’intende!».

                     85.                   Il tentatore esitò ancora: «Pensa, la Terra senza di me; l’uomo, …libero da ogni influenza. Tu solo, signore delle forme!».

                     86.                   Cristo s’impazientì: «Dimmi dunque il prezzo!».

                     87.                   «Oh, per poco! Solo se piegherai il ginocchio innanzi a me, riconoscendomi principe e signore di questo mondo, io lascerò a te questo mio regno. Una breve genuflessione, …e gli uomini saranno per sempre liberati dal male!».

                     88.                   Gesù erse la testa mentre lo sguardo diveniva terribile: «Vattene, Satan-Nael, perchè sta scritto nel Mio cuore: “Adorerai il Signore Dio tuo, e servirai a Lui soltanto!”».

 

[indice]

۞

Capitolo 23

«Non tenterai il Signore Dio tuo!»

                        1.                   La risposta di Gesù lasciò Satan-Nael interdetto; comprese che ancora una volta la tentazione  era fallita. Gesù gli sfuggiva in modo strano, inavveduto, senza scosse, senza reazioni impulsive, senza ingiurie, con la calma sovrana di un cacciatore che scherza con il suo cane.

                        2.                   Egli scherzava con la stessa abilità satanica, l’aizzava e la frenava al tempo stesso. Ormai la collera accecava Satan-Nael, e pure intuendo di sbagliare, cercò di avvincere Gesù in un altro laccio...

                        3.                   «Va bene» – riprese, tentando di frenare l’interiore sconvolgimento, – «vedo che sai pienamente salvarti da ogni inganno, e vedo pure che il tuo amore per gli uomini non supera la tua paura di Dio. Tu, come un qualunque impastato di creta, …hai paura della Sua collera. Neppure per conquistare al Suo onore un altro regno, tu vuoi rischiare di spiacerGli?».

                        4.                   «La tua ironia è inutile, Satan-Nael; Io non conquisto regni a prezzo d’abdicazioni. Al par di te sono logico, non posso comprare l’altrui libertà divenendo Io schiavo!».

                        5.                   «Se tu amassi l’uomo, non vorresti vederlo soffrire così, ma lo vorresti liberare dalla sofferenza!».

                        6.                   «La sofferenza in cui è immerso l’uomo non è che la fatica della strada che deve percorrere per giungere alla meta; Io posso e debbo camminare con lui, ma non per lui!».

                        7.                   «E allora, non accusar me del male dal quale non puoi liberarlo!».

                        8.                   «Io, infatti, non ti accuso, ti svelo!».

                        9.                   «Ascolta, Nazareno, io ti offro un patto senza frodi; tu sai ch’io so mantener la mia parola. Vuoi che per un momento parliamo con amicizia?».

                     10.                   «Parla pure, Satan-Nael; non io sono il nemico!».

                     11.                   «Senti, poniamo termine a questa contesa. Io ti prometto di lasciarti tranquillo, di favorire ogni tuo passo nella vita terrena; ti abbandono milioni e milioni di anime, se ciò ti farà piacere, a patto che tu t’impegni a lasciarmi l’impero della ragione e della scienza, cosicché tu non compia le impossibili cose che son profetate. Dividiamoci la Terra: tu sopra, se vuoi, e io sotto; lasciamo agli uomini la libertà di scelta: a me i miei, a te i tuoi. Va bene?».

                     12.                   Gesù rispose dolcemente: «Dimentichi che Io son venuto a unire in un sol corpo le sparse membra, e che il corpo non è intero se un solo atomo vi manchi. Tu vuoi che la separazione duri, Io voglio che termini; le nostre volontà e anche i nostri interessi, come vedi, sono antitetici. Se un solo essere umano si separa da Me, la mia opera sarà inutile; tu puoi vivere nella separazione, Io no!».

                     13.                   «Bada, Nazareno, ch’io combatterò allora molto duramente; non sarò un nemico comodo, mi troverai ovunque, ti fronteggerò nella tua stessa essenza, travolgerò i tuoi eletti, ingannerò i tuoi stessi santi, sarò nell’ombra del santuario, contaminerò anche l’offerta più santa».

                     14.                   «Tu adopererai il tuo potere, Satan-Nael; e Io adopererò il Mio!».

                     15.                   «Raddoppierò torture e miserie, moltiplicherò inganni e tradimenti, farò sì che gli uomini disdegnino il tuo stesso nome, che a causa tua risuonino le più atroci bestemmie, che i più spaventosi delitti contaminino la Terra; farò sì che il male sia bene e il bene sia male, farò sì che tu sia maledetto dalle madri orbate[103] dei figli, ti susciterò contro, regni e nazioni!».

                     16.                   «Non potresti far nulla di diverso, Mio povero Satan-Nael!».

                     17.                   «Infine…» – urlò Satan-Nael schiumando di rabbia, – «…infine, Nazareno, cosa mi prova che tu sia il Cristo? Che tu non sia un uomo fantasma, ...un altro inganno di Lui?! Ch’io non sia qui a sprecare il mio tempo?! Tu, fa’ qualcosa; mostrami la tua potenza, se vuoi che creda nella tua verità; adempi a una qualunque profezia. Vieni qua, qua!» – e con impeto furioso, afferrato Gesù, lo trasportò con pochi colpi d’ala sopra il più alto pinnacolo del tempio di Gerusalemme.

                     18.                   «Ecco» – ghignò, – «se tu sei il Cristo, il figlio di Dio, buttati giù di qui, perchè sta scritto che ha dato ordine ai Suoi angeli di custodirti ed essi ti sosterranno con le loro mani, affinché il tuo piede non urti in qualche pietra!».

                     19.                   Ricomponendosi sul petto la tunica, Gesù sorrise dicendo: «Sta anche scritto: non tenterai il Signore Dio tuo!».

                     20.                   Un ruggito di furore uscì dalle labbra del maligno: «Ah! Maledetto!», – e stava ciecamente avventandosi su Gesù, quando, come aquila a difesa del nido, compatte legioni angeliche accorsero da tutti i punti del Cielo a Sua difesa.

                     21.                   L’ora di Satan-Nael è passata; scornato e impotente egli dovette fuggire, mentre le leggi armoniose, amorosamente sottomesse a Cristo, Lo riportarono invisibilmente nell’oasi del deserto da dove egli doveva incominciare la Sua missione.

* * *

                     22.                   Dopo la partenza di Gesù, Giovanni rimase a lungo assorto in un pensiero che sembrava astrarlo interamente dall’ambiente ove si trovava. Per quel giorno e per i giorni seguenti, il terribile profeta non tuonò, quasi gli avessero strappato 1’anima. Sedeva sulla riva del Giordano come smemorato, e i discepoli che gli si erano stretti intorno, invano lo circondarono della loro muta attesa.

                     23.                   Vennero sadducei e farisei davanti a lui, e posero intricate questioni. Giovanni li ascoltò muto, fissando sopra di essi il suo sguardo serio e triste. Il fuoco della polemica, della predicazione, del rabbuffo[104], sembrava essersi spento in lui come se, con il battesimo, avesse conferito al Nazareno la parte essenziale della sua stessa vita. Ma ecco che un giorno, davanti a lui, un dotto greco cominciò a discutere con dei farisei, ed essi dissero al dotto straniero: «Noi abbiamo Abramo per padre, al quale parlò l’Altissimo, e fece un patto per tutto il popolo suo».

                     24.                   Giovanni fece un gesto d’impazienza, e mentre la discussione si infervorava, nel suo occhio riapparve la scintilla minacciosa del genio profetico.

                     25.                   D’un tratto, sdegnato, tuonò: «Smettetela col dire che avete Abramo per padre, perchè io vi dico che dei figli d’Abramo, Dio può suscitarne anche da queste pietre. Ormai la scure è posta alla radice degli alberi e ogni albero che non darà frutto sarà tagliato e gettato nel fuoco. Fate dunque frutto di penitenza, …e non perdetevi in vane discussioni. La verità è semplice per chi ha puro il cuore!».

                     26.                   L’improvviso attacco profetico di Giovanni lasciò scompaginati i contendenti e attrasse l’attenzione della gente, la quale si strinse intorno al profeta che, ritornato il dinamico annunziatore di Dio, continuò: «Nei vostri cuori c’è solo fraudolenza e menzogna, inganno e mala concupiscenza; per questo voi non conoscete in quali tempi vivete, perchè se voi li conosceste, mutereste l’atteggiamento delle anime vostre. È già sulla Terra chi dovrà giudicarvi, ...viene il padrone della messe. Egli sceglierà il loglio[105] dal grano e porrà l’uno nel granaio e brucerà l'altro con il fuoco. Razza di vipere, che avete voi in comune con Abramo?».

                     27.                   Da qualche tempo nella folla si vedeva un po’ di movimento. Una lettiga portata da quattro giganti indiani e scortata da schiavi armati, si era fermata per un ordine sussurrato dalla persona invisibile adagiata sopra i cuscini di seta della lettiga stessa.

                     28.                   Dietro le cortine della lettiga, avvolta fino agli occhi in veli di bisso, si trovava la principessina Salomè. Essa aveva imperiosamente fatto fermare la lettiga e la scorta; presa pur lei dal fascino della predicazione violenta di Giovanni, finalmente vedeva quell’indemoniato profeta che di tanta collera era causa a Erodiade e ad Erode per tante malinconie; quel profeta di cui tutti parlavano, in bene e in male, dicendone cose straordinarie.

                     29.                   Gli occhi grandi e già bistrati[106] di Salomè guardavano avidi e curiosi e, più che alle parole, essa poneva mente al come queste venivano dette. L’impetuosità giovannea l’affascinava e la turbava. Dalla posizione in cui si trovava al di sopra della folla, poteva vedere la bruna testa dell’annunziatore, e più volte colse il lampo delle pupille medianiche.

                     30.                   «Per il cielo!» – disse a se stessa giungendo le mani. – «Com’è bello!».

                     31.                   Salomè era una piccola viziosa; indipendentemente dall’esempio materno, la fanciullina regale aveva nelle vene il torbido sangue del padre Filippo. Cresciuta in mezzo ai vizi e agli splendori della corte, essa era stata nelle mani di Erodiade un po’ un trastullo e un po’ un ostaggio. Erodiade non amava molto questa sua figliola bella e strana, ma pensava di servirsi più tardi del suo fascino di animale di lusso per continuare a soggiogare Erode, se le sue stanche bellezze avessero perduto potere. infatti, questa era stata la triste abdicazione dell’amore tra i due magnifici amanti.

                     32.                   Erodiade non era più l’eletta, l’unica, l’incomparabile; era il vizio, ...il vizio incarnato in Erode, senza il quale egli non poteva vivere, ma contro il quale egli di continuo si ribellava, e nel vizio e per il vizio Erodiade aveva cresciuto Salomè.

                     33.                   La principessina aveva allora quattordici anni: alta, bella, slanciata, con strane pupille verdi e un’inverosimile chioma ramata. Era l’inutile sospiro e il sogno impossibile di molti regali giovinetti; essa non aveva, infatti, chinato fino ad allora l’orgogliosa pupilla innanzi a nessun occhio maschile. Spudorata come una bestiola, ma astuta come una donna, essa pregiava il suo bel corpo come un inestimabile tesoro, e questo, ben consigliata dalla madre, lo teneva in gran conto. Consapevole dei misteri di Lesbia, ne aveva gustato il profumo senza morderne il frutto di cenere.

                     34.                   Un principe poeta, che inutilmente l’aveva corteggiata, ma non inutilmente conosciuta, l’aveva definita con parola icastica e sprezzante: «…la vergine prostituta, o la prostituta vergine». Inutile dire che fino ad allora niun capriccio della bella era rimasto insoddisfatto. Abituata a comandare e ad essere obbedita, per Salomè era impossibile immaginare che sopra la Terra esistesse cosa alcuna capace di essere d’ostacolo ad un suo volere, o peggio ancora di non prevenirlo prontamente.

                     35.                   La fiera persona di Giovanni l’aveva profondamente colpita! Quel profeta trentenne, irsuto come un brigante, libero come un re, piaceva alla sua morbosità e alla sua curiosità. Essere amata da un simile uomo, …doveva pur essere una strana e affascinante cosa. «Chissà» – pensò, – «nell’abbandono e nella dolcezza, come saranno i neri occhi di Giovanni? Chissà quale sarà il sapore di quella bocca, arsa dal grido profetico nell’abbandono del bacio?».

                     36.                   Salomè ne fremette come se Giovanni già la soverchiasse premendola sopra i cuscini; si vide come una festuca[107] tra quelle mani nervose, in quelle braccia potenti. Guardò i denti di Giovanni: erano bianchi ed aguzzi denti di lupo, d’animale da preda; dovevano mordere un po’, …baciando. Chissà se sapeva baciare...

                     37.                   La lussuria già storceva sotto i veli di bisso la sua essenza serpentina, e Salomè si sentì ardere dalle vampe di un improvviso desiderio: «Quanto sei bello!» – ripeté passandosi la punta della lingua rossa sopra le labbra che si erano sbiancate. – «Mi piaci, ti voglio!».

                     38.                   Con mano fremente tirò la cortina e, incurante della folla, si sporse dalla lettiga. Il capo scorta, che camminava a fianco, ricevette un ordine in seguito al quale gli schiavi si rimisero in cammino in modo da passare con la lettiga stessa vicinissimi a Giovanni, il quale, noncurante delle mosse, continuava a predicare.

                     39.                   Salomè, strappandosi nervosamente i veli che la celavano si sporse e apparve nella sua aspra bellezza agli occhi di Giovanni. Per un attimo le nere pupille del proféta annegarono nei verdi occhi della giovane maliarda[108], e né l’una né l’altro distolsero lo sguardo.

                     40.                   «La principessa Salomè» – sussurrò la folla, – «è venuta per sfidare il profeta?».

                     41.                   Voluttuosamente e sfacciatamente la bella sorrise a Giovanni e, toltasi una rosa di Gerico che aveva in seno, intenzionalmente la lanciò in modo da colpire sul petto l’annunziatore. La rosa rimbalzò sopra quel petto e scivolò a terra.

                     42.                   Giovanni movendo impetuoso un passo verso la lettiga la calpestò, ...ma Salomè si era ritirata e aveva richiuso le cortine.

                     43.                   I nubiani che la trasportavano, urtarono e respinsero Giovanni, e anche i loro bruni e nudi piedi calpestarono nella polvere quella rosa per la quale principi e re si sarebbero battuti in guerre di popoli.

 

[indice]

۞

Capitolo 24

«Perciocché

tu hai sdegnato la parola del Signore

così Egli ha sdegnato te

acciocché tu non sia più re»

                        1.                   Nella casa romana di Pilato, Tullia Paolina era ricaduta nelle sue dolorose crisi nervose. Con inquieto spirito cercava intorno a sè in affanno una verità che, appena intravista, sfuggiva.

                        2.                   Colta anche troppo, non poteva non cogliere il senso d’incrinatura e di provvisorietà che si trovava celata nelle più alte espressioni in cui la filosofia e le religioni del tempo si esplicavano; troppo raffinata per abbandonarsi a un rituale liberatorio, essa non approvava il mistero dionisiaco[109] che in Roma aveva sedotto e continuava a sedurre il fiore delle donne patrizie, ma al contempo imbevuta di scetticismi, mescolati a slanci mistici, essa continuava a stancare gli altari con preghiere e sacrifici, e i sofi[110] di questioni e d’interrogazioni.

                        3.                   La serena Eutimia, invece, paga della sua limpida spiritualità, non complicava il fluire tranquillo del suo pensiero. Dopo l’incontro nel deserto con Gamaliel e Giovanni, essa – che nella casa di Tullia godeva della più ampia libertà, – sempre più volte aveva ascoltato l’impetuosa parola di Giovanni e ne aveva riportato una strana impressione di gioia. Essa, con la sua anima pura, credeva all’Annunziato, Lo attendeva con ferma fede e aveva cercato di comunicar questo stato d’animo alla sua signora; ma a Tullia ripugnava Giovanni!

                        4.                   Se nel suo offeso sentimento per la invendicata morte di Zuleima nel suo cuore essa nutriva un astio profondo per Erode e per la di lui concubina, pur tuttavia non erano le ragioni morali di Giovanni, quelle che potevano tranquillizzare il suo cuore.

                        5.                   Tullia temeva Giovanni, lo temeva con uno strano brivido interiore, come se il suo annunzio dovesse esser per lei ferale, e non poteva comprendere la schietta gioia di Eutimia.

                        6.                   «Perché, mia signora» – essa disse quel giorno, – «tu non vuoi più accostarti al profeta del Giordano? Egli è veramente inviato dal Cielo. Le cose che dice sono vere».

                        7.                   «Lo so, Eutimia; per lui testimonia pienamente questa tua fronte pura, piena di luce, questo tuo sguardo più limpido di un lago; nulla di meno che nobile, santo, generoso può parlare al tuo cuore. Tu puoi ascoltare il profeta del Giordano, …puoi guardarlo, le cose vere che egli dice non riguardano te, e soprattutto tu non hai, come me, riconosciuto in ‘lui’ il genio terribile che tortura le mie notti e riempie d’angoscia i miei giorni. Ma io sì! Io, nella notte sono visitata da ‘lui’ in sogno, e lo vedo sorgere ‘da un gran mare di sangue’, terribile come un giudice implacabile; intorno a ‘lui’, ...tutto è sangue. Lui tende un dito accusatore contro di me, e da quel dito sprizza un getto di sangue che mi colpisce al seno e brucia più del fuoco. Lui grida: “Guai a te, Ponzio Pilato, perchè ti sarà chiesto conto del sangue innocente! Guai a te, prefetto di Roma! Ed io, Eutimia, nel sogno grido, piango, mi trascino ai suoi piedi, ma egli mi respinge e, orribile cosa, per allontanarmi da ‘lui’ mi getta contro qualcosa che subito mi pare un fagotto di stoffa, ma cadendomi sopra mi si rivela invece come la sua stessa testa recisa, e quella testa parla! Capisci, Eutimia?! …parla! Dice ancora: guai a Ponzio Pilato!».

                        8.                   Anelante, rivivendo l’orrore del sogno, Tullia si portò le mani alle tempia che ardevano.

                        9.                   «Adesso capisci Eutimia perchè io non posso ascoltarlo? Perchè ho paura ‘di lui’, perché le sue violente parole, …mi gelano il sangue nelle vene? Oh, …io prevedo che egli farà una triste fine. Oh, …gli dei non vogliano! Forse Pilato, il mio sposo, lo dovrà, …per il suo dovere di prefetto romano. Oh, no, no! Sarebbe orribile! Io amo il mio sposo!».

                     10.                   «Molto bene! Ti sono grato di questa tua dichiarazione, amica mia!».

                     11.                   Il prefetto era fermo sulla soglia del gineceo, ma le due donne non l’avevano avvertito; la sua voce improvvisa strappò un piccolo grido alle labbra delle due interlocutrici.

                     12.                   Familiarmente Pilato accarezzò la bella testolina della greca (che schiva si ritrasse), dicendole: «Vuoi, piccola, lasciarmi con la tua padrona?».

                     13.                   «Si, mio signore». – rispose sommessa Eutimia dopo aver interrogato con l’occhio il desiderio di Tullia, e chiudendosi nel bianco chitone scivolò via, mentre Pilato si assideva sopra un basso sgabello, quasi ai piedi della moglie, la quale, ancora agitata dalla rievocazione del sogno, passò nervosa le dita inanellate tra i capelli neri del romano, che già si argentavano alle tempia.

                     14.                   Pilato era il tipo classico del proconsole romano, non molto alto e dall’apparenza corpulenta; mostrava tuttavia una strana armonia di rapporti fisici: l’impronta di una razza fiera e generosa, ma al contempo paziente. Era innata in lui un’eleganza di modi e una scioltezza di atteggiamenti da far capire all’osservatore che l’aspetto corpulento non era dato dal grasso, bensì dai muscoli poderosi sempre tenuti in esercizio da una dura vita di guerre combattute.

                     15.                   La fronte alta e intelligente, il mento forte, ma non prepotente, testimoniavano un’intelligenza viva e vigile e un animo non ignobile.

                     16.                   Nel matrimonio forzato, Tullia aveva finito per innamorarsene un po’ istericamente, ma sinceramente. Quanto a Pilato, egli aveva per la moglie un tranquillo ma costante affetto coniugale, unito a un rispetto sentito. Ammirava le sue doti di mente e la sua cultura, (ammirazione non priva però di una punta di bonaria sopportazione). Egli non ostacolava la mania di studio della consorte, ma si salvava solo con dimostrazioni di comico terrore dal parteciparvi.

                     17.                   Tuttavia, da un po’ di tempo era inquieto; le cose della Palestina si mettevano male! Insurrezioni scoppiavano qua e là, e Pilato cercava di soffocarle sul nascere valendosi delle forze a sua disposizione, senza chiedere rinforzi a Roma, dove Tiberio non amava molto simili richieste.

                     18.                   Erode, dal canto suo, essendo molto ben voluto e tanto più apprezzato da Cesare per il dono della città di Tiberiade, era a sua volta seria causa di fastidio per il prefetto. Dopo il ritorno di Erodiade, la corte del tetrarca era divenuta sede di scandali a ripetizione, scandali che sdegnavano zeloti e farisei, e di continuo i sacerdoti assediavano Pilato con le loro lagnanze; oltre a ciò, Filippo, fratello di Erode, aveva rialzato la testa, e concitava i popoli di Tiro e Sidone contro la Galilea, e perciò contro Roma.

                     19.                   Inoltre, nel popolo della Giudea sempre più ferveva l’attesa dell’annunziato Messia, e questo rendeva gli ebrei insolenti e irrequieti.

                     20.                   Il prefetto cercava di far del suo meglio nel fronteggiare la situazione, ma doveva confessare a se stesso come essa peggiorasse sempre più.

                     21.                   In quello stato d’animo egli era salito al gineceo della moglie, e aveva colto le ultime parole. Adesso, sotto le dita di Tullia, si distendeva beneficamente nella consapevolezza di un affetto sicuro.

                     22.                   «Parlavi di un sogno, amica mia?», – cominciò.

                     23.                   «Sì, Ponzio, un sogno spaventoso che ormai mi turba da anni».

                     24.                   «Addirittura!».

                     25.                   «Non chiedermi, Pilato, ti prego; io credo ai sogni!».

                     26.                   «Bene! Io non ti dico nulla contro di essi, ma se tu, invece di parlarmi sempre come una sibilla[111], mi onorassi di quella fiducia di cui sei tanto larga con Eutimia, forse potrei aiutarti a fugare il cattivo sogno!».

                     27.                   «Eutimia merita pienamente la mia fiducia, ed io vorrei che tu, al par di lei, mi potessi comprendere!».

                     28.                   «Tullia» – rispose pazientemente Pilato, – «non pensi qualche volta di essere ingiusta?».

                     29.                   «Tu mi deridi sempre!».

                     30.                   «Prego, io non derido te, io derido questa tua mania che non è del tutto innocente (poiché ti danneggia) di passare la vita dietro alle molteplici fisime[112] religiose e filosofiche di questo maledetto Oriente! E pazienza se tu, come Eutimia, ti accontentassi di indossare un bianco abito senza ornamenti come una giovinetta che celebra degli sponsali eterni, ma fossi tranquilla e serena come la tua schiava lo è; invece tu ti ammali per quest’eterna ricerca, per questo tormentoso anelito all’impossibile!».

                     31.                   «Oh, Pilato, tu non sai quale sofferenza sia la fame di Dio!».

                     32.                   «...e non voglio saperlo!» – scattò il romano. – «Io non sono dispregiatore degli déi: ...li venero, li rispetto e li lascio stare. A loro la gloria del Cielo, il grasso dei sacrifici; a me la cura della terra e il godimento di quel poco di bene che in essa è dato trovare».

                     33.                   «Ma la morte, Ponzio, la morte!».

                     34.                   «Si muore una volta sola, mia cara, e sappiamo tutti di essere mortali, ma ciò, al caso, deve consigliarne di trarre profitto della vita e non già di mutarla in un’anticipata morte, come fai tu! Guardati! Sei gialla, hai gli occhi che ti mangiano il viso, le tue mani sembrano di cera, tutta la tua persona è estenuata, non dormi, e quando dormi, sogni incubi spaventosi; mangi quanto non basterebbe a mantenere in vita un passero, ti aggrappi a me come se il diluvio di Deucalione[113] ci circondasse. Dimentichi che viviamo nella gloria e nell’aura di Roma per circondarti di tutti questi falliti della vita che si chiamano preti, sofi, maestri e, ...lasciamelo dire, …pazzi e fanatici! Torna ad essere romana, Tullia!».

                     35.                   « Ponzio! Oh, Ponzio!» – inorridita, Tullia gridò. – «Ma tu non hai anima!».

                     36.                   «Ah, non lo so, e non me ne curo, mia cara; ho seri fastidi, quelli sì, e non posso curarmi di queste filosofiche fandonie. Avrei bisogno di avere una moglie normale, quello sì».

                     37.                   «Tu sei stanco di me, Ponzio?!».

                     38.                   «Niente affatto, tu sei mia moglie, e sana o malata che tu sia, mi sei cara; ma comprenderai che è nel mio diritto, oltre che nel mio dovere, di volere da te uno sforzo ragionevole per non lasciarti divorare viva dalle larve pallide dei morti. Io ne ho abbastanza di tutta la gentaglia fanatica di cui ti circondi!».

                     39.                   «Non è gentaglia fanatica; sono saggi e maestri, uomini nobili e generosi che han votato la loro vita alla conoscenza e al sacrificio».

                     40.                   «Benissimo! Allora questa conoscenza e questo sacrificio li vadano a praticare fuori di casa mia!».

                     41.                   «Casa tua?».

                     42.                   «Oh, Tullia, scherzi? Questa è casa mia; tua, ma mia. Dove io sono Caio, tu sei Caia, ma io sono tuo marito, il capo della famiglia, il ‘pater familias’ secondo il diritto romano, e se io non voglio aver le scale impestate da questa lurida clientela, …tu devi obbedirmi; oltre tutto, questa brava gente non si lava, e per le scale v’è un fetore di caprone che è insopportabile!».

                     43.                   «Oh, Ponzio, tu vuoi togliermi ogni gioia!».

                     44.                   «No! Voglio toglierti ogni occasione di ammalarti, voglio ridarti alla normalità e alla gioia,…voglio far cessare questo sfruttamento della tua buona fede. Qualcuno mi ha perfino riferito che tu, …vuoi farti giudea! Non ti domando se è vero; penso che non avrai abdicato fino a questo punto alla tua dignità di donna romana...».

                     45.                   «No, non ancora, ...almeno».

                     46.                   «Tullia!».

                     47.                   «Oh, Ponzio, io ho bisogno di Dio!».

                     48.                   «Ma non hai gli déi di Roma?».

                     49.                   «Oh, che sono essi? Hanno gli occhi e non vedono, orecchi e non odono; sono statue, vani simulacri!».

                     50.                   «Tullia! Diventi anche bestemmiatrice? Se gli déi di Roma son simulacri, Roma è realtà! Roma è la sola dea che io veneri e nella quale creda, ed essa deve essere la tua dea, poiché, …tu sei mia moglie!».

                     51.                   «…Roma! Ove un Tiberio è adorato come Dio? Dove ogni cosa si vende; …dove nelle guerre civili il sangue è scorso a fiumi? Mia-dea-Roma! È un abominio!».

                     52.                   Pilato balzò in piedi e afferrò Tullia per i polsi, ma la sentì nelle sue forti mani così fragile e senza vita, che una profonda pietà l’invase. Dolcemente l’attrasse sopra il suo petto e con essa si lasciò cadere sopra il letto di riposo.

                     53.                   «Sei proprio malata, povera piccina mia; queste parole qualcuno te le ha poste in bocca, ma il mio amore per te è forte e sincero, ti aiuterò a guarire, fugheremo le ombre, Tullia, poco per volta ti riporterò alla vita. Ho avuto il torto di lasciarti fare, di abbandonarti a te stessa; avevo tanta fiducia nella tua intelligenza da dimenticare che essa è racchiusa in un corpo di donna, e che, come tutte le donne, …tu pure sei suggestionabile e influenzabile. Ti salverò dal male dell’Oriente!».

                     54.                   «Oh, il mio sogno!» – singhiozzò Tullia. – «Il mio sogno!».

                     55.                   «Ma che sogno! Di che vaneggi? Narrami, …dimmi tutto».

                     56.                   «Ho tanta paura, Ponzio!».

                     57.                   «Tullia, io non sono crudele, ma ti giuro che se un altro giudeo o greco, assiro o mago, fariseo o sadduceo che sia, rimette piede in queste stanze, lo faccio passare per le verghe! Ora, …dimmi di questo maledetto sogno!».

                     58.                   «No, no, Ponzio! Non così, tu mi spaventi!».

                     59.                   «Dimmi il sogno!».

                     60.                   Piangendo a calde lacrime, Tullia narrò il terribile sogno. – Pilato ne rise.

                     61.                   «Hai fatto bene a raccontarmi tutto, mia cara. Anch’io ho sentito parlare di questo Giovanni, e quello che ne ho sentito mi piace; almeno, …egli tiene pulito il suo corpo. Ti posso assicurare, però, che se la sua testa cadrà troncata, non avverrà per causa mia. Fino a tanto che egli se la piglia con Erodiade e predica penitenze e battesimi, invece di sedizioni e insurrezioni, puoi esser certa che io lo lascerò stare; caso contrario sarà sulla croce, e non sul ceppo egli finirà i suoi giorni».

                     62.                   «Ponzio!».

                     63.                   «I sogni sono bugiardi, Tullia, e questo te lo prova; quanto ai guai, quelli purtroppo ci sono, …eccome, ...anche se il tuo profeta non me li minaccia».

                     64.                   «Tu hai dei guai?!».

                     65.                   «Continuamente, mia cara! Finalmente abbiamo catturato Barabba, il ladrone sedizioso, ma quando comunicherò a Roma il numero delle perdite che abbiamo avuto, ti saprò dire che Cesare non sarà contento; per di più, in alcuni villaggi è scoppiata la peste in seguito alla carestia provocata dalle cavallette. I tributi scarseggiano sempre di più, le casse dell’erario son vuote, e da Roma mi si fa premura che io mandi giù, preziosi, aromi, animali selvaggi, e che solleciti i sudditi a pagare il dovuto. Due agenti fiscali che si son recati a chiedere l’esazione[114] in un villaggio limitrofo, …sono stati fatti a pezzi dalla popolazione imbestialita e dovrei vendicarli. Ma come fare? Quelle popolazioni, taglieggiate dai briganti, spogliate dalla carestia, non han che fame e miseria; alcuni genitori disperati han venduto schiavi i loro figlioli. Tutto ciò, Cesare non lo sa e non lo vuol sapere, e io non so che fare! Erode potrebbe aiutarmi, …ma non voglio aumentar la sua superbia. Su tutto questo, gli zeloti soffiano e, …il fuoco divampa! Non so proprio che fare. Finora ho cercato di essere umano, ma non so per quanto tempo ancora potrò essere così!».

                     66.                   «Oh! Ponzio, io non sapevo!» – Tullia lo guardò con un’immensa pena nei grandi occhi. – «Ma io posso aiutarti!».

                     67.                   «E come, piccina mia? Mi avvilisce, alla fine, farti sempre intercedere presso Cesare!».

                     68.                   «No, non con Cesare, Ponzio!».

                     69.                   «E come altrimenti?».

                     70.                   «Così, Ponzio!».

                     71.                   Svincolatasi dalle braccia del marito, Tullia corse a uno stipo e lo aprì prendendovi a manciate dei preziosissimi gioielli. Li rovesciò sul ricco tappeto ai piedi del marito in un mucchio brillante.

                     72.                   «Guarda, Ponzio, guarda quanti! Ancora e ancora».

                     73.                   Come giocando, …continuò a frugar nello stipo. Diamanti, brillanti, perle rarissime, zaffiri, smeraldi, rubini si accumularono; …era un tesoro da re.

                     74.                   «Ma sono i tuoi gioielli, Tullia!».

                     75.                   «E che me ne faccio, Ponzio, …io non porto che i due anelli che tu mi hai dato! Dove tu sei Caio, io sono Caia; ciò che è mio, è tuo, come ciò che è tuo, è mio! Prendili, non chieder nulla a Roma!».

                     76.                   «No, Tullia, giammai! Accada ciò che deve accadere; io non toccherò una dracma di questo tesoro!».

                     77.                   «Ma come vuoi fare, Ponzio?».

                     78.                   «Esigerò dai sacerdoti di Gerusalemme ciò che è dovuto dal paese come pattuito tributo a Roma!».

                     79.                   «E se essi rifiutassero?».

                     80.                   «Li costringerò».

                     81.                   «Ponzio, …non esser crudele. Ti supplico, ...non uscir dalla tua prudenza; questi inutili gioielli possono permettere di soddisfare Roma, di esser largivo[115] con le popolazioni, di non irritare i sacerdoti, di non attirarti la maledizione del loro Dio! Ponzio, se mi ami, se ai tuoi occhi questa povera donna vale ancora qualcosa, accontentami!».

                     82.                   Così dicendo, Tullia cadde ai piedi di Pilato abbracciandone le ginocchia. Spaventato, il marito la sollevò.

                     83.                   «Ma Tullia, che hai? Tu vivi nel terrore di Dio, ma è una mania!».

                     84.                   «Oh, Ponzio; tu non sai cosa voglia dire, velare gli occhi al sonno con già nelle vene il presentire del sogno atroce. Tu non sai cosa sia il sentir di continuo, soffi misteriosi e scricchiolii, e fruscii e rumori di ferri infranti, di spade cozzanti! Tu vivi la tua vita umana, la tua vita di uomo buono, normale, nella tua solida e sicura materia sei come un castro ben guardato, ...io no! Io sono una città predata e manomessa; io vivo ai margini della vita!».

                     85.                   «Ah, questi maledetti mistificatori orientali ti han fatto perdere del tutto la ragione!».

                     86.                   «No, Ponzio, no! Nessuno ne ha colpa, ero così anche prima, anche a Roma sono sempre stata così, solo che prima non capivo, non sapevo, …e neppure ora capisco. Io cerco, cerco di sapere! Non accusar nessuno, Ponzio, non farmi morire!».

                     87.                   «Calmati, Tullia; calmati, diletta. Non far cosi, …ti accontenterò. Guarda: accetto i tuoi gioielli, ma in prestito, appena potrò disporre dei tributi, però, resta inteso che te li ridarò, e tu li accetterai dalla mia mano e te n’ornerai, vero? Se tu mi prometti ciò, io li accetto!».

                     88.                   «No, Ponzio, non posso ornarmene mai più; ho fatto un voto! Vedi, per me tutta quella roba che luccica non ha ormai più nessun valore! Che essa possa servire ad evitare che scorra sangue umano, ed io sarò ornata come mai Cleopatra lo fu».

                     89.                   «Va bene, Tullia; farò il tuo volere, ma voglio da te una promessa!».

                     90.                   «Quale?».

                     91.                   «Quella che tu lascerai questi assurdi studi e cercherai di vivere un po’ più da persona normale, da moglie del prefetto Pilato! Me lo prometti, Tullia?! Tullia mi odi? Tullia! Tullia!».

                     92.                   Livida nel volto, Tullia si era arrovesciata all’indietro mentre le nere trecce si scioglievano come un manto luttuoso sopra la veste bianca. Pilato fece a tempo ad afferrarla, prima che si abbattesse sul pavimento rigida come per una crisi catalettica, con i bulbi oculari rovesciati che mostravano solo il bianco dell’occhio. Essa era al contempo, orribile e sublime, dalle labbra sbiancate come per la morte, usciva un flusso di parole strane, …espresse con una voce innaturale.

                     93.                   «... se tu sapessi i tempi in cui vivi, avresti terrore della vita! Non mescolarti con l’impuro, non contaminarti con l’ingiusto! È la fine dei sacrifici, Dio respinge le preghiere dell’iniquità...».

                     94.                   «Oh, déi di Roma!» – supplicò Pilato. – «Salvatela! Eutimia!» – urlò. – «Eutimia!».

                     95.                   La schiava era già nella stanza e prese tra le braccia il corpo esanime della padrona.

                     96.                   «Eutimia, fa’ qualcosa; che cos’ha? Dimmi: accade spesso?».

                     97.                   Senza rispondere al prefetto, Eutimia (iniziata ai misteri orfici[116], aveva subito capito di che si trattava) tracciò alcuni rapidi passi magnetici sopra la fronte e il petto della padrona, ma il flusso di parole si fece ancor più violento.

                     98.                   « Delfico[117] Apollo» – pregò la greca, – «tu che porti l’aurora, tu che conduci il limpido vero, che risani gli infermi e costringi la morte a lasciar intatta la preda, salva costei che ti è consacrata e me con essa! Allontana il male, fuga la tenebra!».

                     99.                   Tra le braccia di Eutimia, Tullia si dibatté come per sottrarsi all’amplesso del Dio, ma la giovane schiava dispiegava una forza insospettata e la contenne. Terribile, Tullia si erse, il volto indurito sembrò quello di un vecchio eroe; dalle sue labbra orlate da una schiuma sanguigna uscì con un urlo, un’invettiva scagliata contro un invisibile avversario...

                  100.                   «…perciocché tu hai sdegnato la parola del Signore, cosi Egli ha sdegnato te, acciocché tu non sia più re! ...».

                  101.                   «Ah, Tullia» – gridò Eutimia, – «Tullia!». E avvicinando la sua bocca a quella di Tullia, soffiò fortemente sopra di essa intimando con autorità: «Svegliati! Svegliati!».

                  102.                   Un’ultima convulsione scosse Tullia, poi si distese, un rantolo le uscì dal petto oppresso.

                  103.                   Eutimia e Pilato la distesero sul letto; il povero prefetto intontito dall’orrendo spettacolo cui aveva assistito, si asciugò meccanicamente la fronte mormorando: «Déi di Roma, Tullia è una Pizia[118]! Ma chissà che vorrà dire quest’oscuro oracolo».

                  104.                   «Signore» – interloquì Eutimia, – «forse sarebbe bene che tu lasciassi il gineceo; la nobile signora, quando ha queste crisi, abbisogna di molto riposo».

                  105.                   «Sì, Eutimia» – rispose Pilato – «ho bisogno anch’io di riposo, ma non appena la signora non avrà bisogno di te, raggiungimi nel tablino[119]; devo parlarti! ».

 

[indice]

۞

Capitolo 25

«Perciocché

l’amore è forte come la morte

la gelosia è dura come l’inferno

le sue braci sono braci di fuoco

e fiamma grandissima»

                        1.                   Nella camera della vergine, Salomè si era nascosta a tutti; come un tesoro rubato, essa portava in sè la pienezza di un’ebbrezza terribile. La piccola lesbica conosceva per la prima volta il calore di un’intensa bramosia. L’amore del maschio urgeva in tutte le sue vene con uno spasimo voluttuoso; essa sognava e voleva Giovanni! Il bel profeta le era apparso come un gigante in mezzo a pigmei. Gettata sui cuscini, stringendo tra le mani gelate le tempia ardenti, essa riviveva l’incontro fuggevole, mormorando con voce arrochita dal desiderio le parole del Cantico dei Cantici. Ma Salomè non era creatura da appagarsi ai desideri; essa già pensava al come incontrarsi con l’annunziatore, al come svelargli l’ardente fiamma di cui era accesa. Farlo chiamare a corte, ben sapeva che sarebbe stato impossibile; troppo vivo era l’odio di sua madre Erodiade per poter introdurre sotto lo stesso tetto l’irriducibile nemico; inoltre, avrebbe lo stesso Giovanni accettato l’invito? Probabilmente il fiero profeta avrebbe trattato male anche il messaggero di un simile gesto. Sì, doveva trovare un’altra via; ma quale? Accostarlo di fronte alla folla dei seguaci e degli ascoltatori? Ciò non era facile, e probabilmente neppure consigliabile; Giovanni avrebbe potuto anche insultarla e, nella migliore delle ipotesi, non l’avrebbe ascoltata. Invitare Giovanni ad un appuntamento clandestino col pretesto di aver bisogno di consigli e facendo balenare in lui la possibilità di una conversione della stessa Salomè?

                        2.                   Sì, quella era la strada: comparire innanzi a Giovanni come una lacrimevole penitente; confessare a ‘lui’ sotto pretesto di invocare soccorso, la fiamma che la bruciava; mostrare di aver orrore di un simile sentimento oltraggioso del pari per lei, vergine regale, che per lui, …annunziatore di Dio. E intanto, a poco a poco, con innocente negligenza, rivelare a ‘lui’ i tesori occulti del suo bel corpo giovanile! Come avrebbe il profeta resistito all’inganno? Essa ricordava il passo impetuoso che Giovanni aveva mosso verso la sua lettiga dopo che l’aveva, in certo qual modo, sfidato. Nei neri occhi essa aveva colto una scintilla bruciante; Giovanni l’aveva notata e, forse, …lui pure la sognava! Salomè con uno scatto agile si alzò e andò verso una parete della camera, ricoperta da un ricco drappo che pendeva dal soffitto; lo allontanò con una mossa rapida scoprendo una pulitissima lastra d’acciaio che teneva in luogo di specchio. In essa Salomè poteva vedersi interamente e, davanti a tale specchio, con pigre movenze cominciò a spogliarsi.

                        3.                   Libera dai veli, la persona acerba e pur già formata, apparve spirante seduzione. Essa aveva la specialissima pelle delle rosse ramate; i seni piccoli e sodi come frutti agresti, potevano servir da modello per perfettissime coppe; il piccolo ventre terso e rotondo come uno scudo, non aveva traccia alcuna di grasso; i fianchi efebici[120] sembravano prolungare la pubertà. Sciolse i capelli che caddero come un mantello di fuoco dorato fino ai popliti[121] asciutti e scattanti. Tutta avvolta nel vivente mantello, essa misurò con occhio esperto il suo potere, valutando con femminea sagacia tutti i pregi occulti e palesi.

                        4.                   «Sono bella!», si disse; con estrema semplicità constatava la sua bellezza, come avrebbe costatato un monile o un drappo prezioso. Essa sapeva come la sua bellezza costituisse a corte un tesoro da mercanteggiare. Ancor bambina si era vista offrire all’avida curiosità, come un ostaggio o come una caparra. Ora voleva disporre per sè del suo tesoro.

                        5.                   «Perché Giovanni non potrebbe amarmi, posto che io lo voglia?!», disse quasi ad alta voce; e alzando ad anfora le braccia rotonde, afferrò la ricchezza della capigliatura e la torse sopra la testa in un nodo straripante di serpentelli di rame. Poi, lentamente, …si rivestì. In lei, sempre più, il progetto per l’incontro con il profeta prendeva corpo; ma come far giungere il messaggio?

                        6.                   Rapida, passò in rivista i servi e le serve a sua disposizione; essa si sapeva sorvegliata e sapeva che non doveva fidarsi troppo di alcuno. Meditabonda aggrottò le sopracciglia, …che subito distese con un sorriso: aveva trovato! Con mano nervosa batté un colpo nel timpano di ‘Afra' di cui si serviva per chiamare l’ancella personale; essa non si fece attendere. Era una schiava, nera come l’ebano, e devota alla sua padroncina come un cane, ma tremendamente chiacchierona; era su di lei che Salomè contava per chiamare Giovanni.

                        7.                   «Afra» – le disse, – «sono triste, ho voglia di sentir musica, chiamami il citaredo Paride».

                        8.                   La negra rise in silenzio. «Subito, subito padroncina, corro subito a chiamarlo; verrà immediatamente; certo, …certo ti rallegrerà. Corro subito a chiamarlo!».

                        9.                   «Sì, sì, ma intanto sei sempre lì. Muoviti, Afra», – ordinò infastidita la principessa.

                     10.                   La negra si affrettò ad ubbidire, e di lì a poco tornò con l’oggetto della sua ilarità. Il citaredo Paride doveva, infatti, il suo nome a un’ironia scherzevole; era un idumeo di nazionalità, d’età indefinibile, dalla persona curiosamente e deformemente contraffatta; era nano, gobbo e zoppo, il che lo faceva camminare saltellando in modo curioso. L’unica cosa bella del disgraziato erano le mani sottili e nervose, di fattura squisita che sembravano essere state attaccate a quei polsi per una burla spietata. Il poveretto portava appeso al collo il suo strumento, una lira di dorica fattura che egli sapeva suonare con passione e maestria da artista.

                     11.                   Salomè se n’era incapricciata come d’animale bizzarro e n’aveva fatto il suo vero confidente. Essa sapeva di poter contare sulla devozione assoluta dell’infelice. Il citaredo l’amava; l’amava di un amore assurdo e senza speranza, di un amore devoto e struggente come quello di un fedele per il suo Dio. Era il rospo innamorato della stella, pago e felice di poterla guardare. Quando suonava, Salomè chiudeva gli occhi e sognava ascoltandolo. Per lei il citaredo aveva reso magica la sua lira e creato delle musiche stupende. Quand’essa sorridendo lo licenziava con un «…vai, povero Paride!», il meschino vedeva chiudersi il cielo!

                     12.                   Su di lui Salomè aveva riposto la sua scelta. Licenziata la negra con un cenno imperioso, Salomè accennò al citaredo di accoccolarsi vicino.

                     13.                   «Che debbo suonarti, o divina?», – chiese.

                     14.                   «Quello che vuoi tu, Paride» – rispose la bella. – «Oppure no! Ecco, vorrei della musica sacra! Della musica ebrea...».

                     15.                   «Della musica ebrea?».

                     16.                   «Sì, dei salmi, che so io, degli inni...».

                     17.                   «Divina» – disse il nano sgomento, – «io non so; dammi tempo, ti creerò la più soave musica, ma perdonami, io adesso non so come accontentarti. Mi è così nuovo questo tuo desiderio!».

                     18.                   «Ebbene, lascia stare, non suonare, Paride; chiacchieriamo piuttosto, vuoi?».

                     19.                   Lo sbalordito musico, guardò Salomè con negli occhi un turbamento.

                     20.                   «Co-come vu-vuoi» – disse balbettando – «...ma di-di co-cosa vuoi che parliamo?».

                     21.                   «Mi vuoi bene, Paride?», – chiese Salomè.

                     22.                   «Se i...io ti voglio bene? Oh!».

                     23.                   «Ma sì, Paride, ti chiedo se mi vuoi bene; cioè se tu sei pronto a far per me qualcosa di grande, qualcosa cui io tengo moltissimo e che solo tu puoi farlo».

                     24.                   «O divina...» – al colmo di uno sbalordito terrore, il citaredo ritrovò la parola, – «…che posso fare io, verme, per te che sei così celeste?».

                     25.                   «Stolto, buon Paride, molto puoi fare tu».

                     26.                   «Ordinami dunque, la mia vita ha valore solo perchè illuminata dai tuoi occhi; dovessi perderla tra le torture, la perderei benedicendoti!».

                     27.                   «Grazie, Paride, non mi aspettavo meno da te. Ora ascolta, vienimi vicino...».

                     28.                   Il citaredo si accostò fino a respirare l’acre profumo di cui era imbevuta la chioma della principessa; parlando pianissimo e scegliendo le parole, disse: «Paride, tu devi lasciare inosservato la reggia, e cercare di Giovanni l’annunziatore, lo conosci?».

                     29.                   «Quello che battezza nel Giordano?».

                     30.                   «Sì, quello! Lo cercherai e gli dirai: “La principessa Salomè ha bisogno di parlarti in segreto; vieni dunque una sera senza Luna sotto il muro ovest del giardino dei cigni. Essa ti attenderà, non mancare!”. Tu devi, caro Paride, far bene la cosa e serbare il segreto. Io ho bisogno di parlare con l’annunziatore, perchè voglio, per mezzo di lui, mandare un messaggio a mio padre Filippo. Io sono qui una prigioniera, un ostaggio; solo l’annunziatore potrà aiutarmi; capisci, Paride? Quest’annunziatore è potente tra il popolo, io voglio ottenere da lui che sostenga la legittima aspirazione del padre mio a tornare sopra il trono. Se tu riuscirai a convincerlo, a farlo venire, io te ne sarò grata per sempre. Tu stesso sceglierai il premio per quest’azione!».

                     31.                   «Principessa celeste, divina tra le figlie di Eva; al povero Paride è già inarrivabile premio il poterti servire. Sta certa che l’annunziatore verrà, ma tu come potrai parlare a lui con il rischio che le sentinelle di Erode abbiano a scoprirvi? Vuoi tu, principessa, ascoltare un consiglio di questo tuo cane?».

                     32.                   «Volentieri, Paride».

                     33.                   «Ascolta: vicino al Giordano vi son delle piccole vigne con tuguri[122] di abitazione; io potrei comprarne una, in essa a tuo bell’agio potrai celarti e ivi, incontrarti con questo profeta».

                     34.                   «Hai ragione, Paride; io a ciò non avrei pensato. Va, compra tutto ciò che vuoi, resta inteso che ciò che tu compri sarà tuo; ti darò oro quanto vorrai, ma fa presto!».

                     35.                   «Non darmi oro, o Salomè dei cieli, io ne ho».

                     36.                   «Tu ne hai?».

                     37.                   «Si; non ho mai speso nulla dei tuoi generosi doni; serba l’oro, potrà servirti per il profeta».

                     38.                   «Credi, Paride?».

                     39.                   «Principessa, tutto ha un prezzo! Anche i profeti n’avranno uno!».

                     40.                   Salomè rise di un riso stridulo...

                     41.                   «Sì, forse hai ragione, Paride, e in questo caso meglio così! Ora va e fa tutto bene; ti dispenso dai tuoi servigi, …prima di aver combinato. Inutile raccomandarti che nessuno dovrà saperne nulla!».

                     42.                   «Principessa, mi taglierei la lingua con i denti e la inghiottirei, prima che essa potesse tradirti!».

                     43.                   La manina di Salomè si posò carezzevole sul testone del nano, …che ne tremò.

                     44.                   «Grazie, Paride!».

                     45.                   «Principessa!» – irruppe il citaredo. – «Oh, principessa».

                     46.                   Il nano uscì inebriato dalla stanza di Salomè e costei, rimasta sola, …si abbandonò alle fantasticherie. «Perché no?» –si disse infine, – «Perché il pretesto trovato con Paride non avrebbe potuto valere anche per Giovanni?». Non aveva egli sempre vituperata[123] la vita di Erodiate, sua madre? Non aveva, il terribile predicatore, sempre fieramente avversato l’adulterio in cui Erode ed Erodiade vivevano? Perchè non avrebbe egli sorretto il destino di Filippo, avvalendosi del suo potere sopra le folle, per rivendicare il trono e impalmare la figlia del re?

                     47.                   Salomè era ambiziosa; essa non era molto soddisfatta del suo rango a corte: nipote di re, non è come esserne figlia; figlia unica ed erede. Con Filippo, tetrarca di Galilea, essa sarebbe stata la principessina più splendida dell’Oriente, mentre così viveva in una semiluce equivoca, obnubilata[124] com’era dalla personalità di Erodiade. Essa ricordava l’oscura vita vissuta nel tempo del forzato esilio della madre.

                     48.                   Giovanni, non solo era desiderabile come uomo, lo era come capo parte, come conquistatore. Essa lo vedeva, con l’immaginazione, serrato in una lucida lorica[125], con il grande elmo piumato sopra la testa, invincibile, a capo di un esercito di eroi galvanizzati. Con un simile uomo si poteva tentare di scuotere anche il giogo di Roma, e Salomè si vedeva come la ‘rosa del bottino’ come la corona di gloria del vincitore.

                     49.                   Nel povero nano, che per lei sarebbe morto mille volte, essa, come in uno specchio appannato, …vedeva tralucere l’immensità del suo potere di femmina; bella, di stirpe regale, si presumeva erede al trono di Galilea. Come non sarebbe stata amata? Niun dubbio che Giovanni l’avrebbe amata, che Giovanni, per lei, per lei sola, …sarebbe divenuto il poderoso rinnovatore dei destini dell’intera Giudea.

                     50.                   Come una gatta si stirò tutta e sbadigliò, mostrando fino in fondo la gola rosea, poi si rannicchiò tra i cuscini per dormire. Voleva dormire, continuare nel sogno, con più vive immagini, il gioco della fantasia, ma un lieve scalpiccio la riscosse, annoiata, ...rialzò la testa.

                     51.                   «Che c’è, Afra?», chiese seccamente.

                     52.                   «Principessa, la nobilissima regina ti manda a chiamare».

                     53.                   «Dille che sono stanca e che ho voglia di dormire!».

                     54.                   «La nobilissima regina ha mandato a dire che è necessario che tu ti rechi da lei. Oggi è venuto a corte un grandissimo dotto che legge negli astri e sa il punto di tutte le vite. La regina s’è fatta fare l’oroscopo, ma perchè esso si compia è necessario che tu sia presente. Il gran dotto dice che avrete molte cose in comune, e solo vedendoti saprà dire ogni cosa con grande esattezza; perciò è necessario, …principessina. Anche a te dirà l’avvenire. Chissà quante belle cose vedrà nel destino di una così bella fanciulla?!».

                     55.                   «Basta, Afra, mi annoi! Vattene! Se avrò voglia, andrò!».

                     56.                   Spaventata, …la negra scivolò via. A suo bell’agio, sapendo di far dispetto all’impazienza di Erodiade – ma pur lei curiosa di vedere l’indovino – Salomè compì una minuziosa toeletta. Essa non amava l’aiuto delle ancelle nella cura della sua persona, e perciò, solo quando fu pronta, chiamò Afra perchè disponesse le damigelle del seguito: tutte fanciulle di dodici-tredici anni, di gran bellezza ed eleganza, ma in mezzo alle quali Salomè brillava, come la Luna in mezzo alle stelle.

                     57.                   Così, seguita dal brillante corteggio, si recò dalla madre, e apparve agli occhi ironici di Simon mago, poiché ‘il grande dotto’ era lui!

                     58.                   Sopra un gran tavolo di marmo erano accumulate cartapecore e papiri, in parte arrotolati. Sopra di questi era curvo il mago.

                     59.                   Nella grande sala circolare, ove Erodiade aveva convenuto il mago, l’ingresso delle giovinette fu come un’invasione di passerotti pettegoli. Erodiade, seduta sopra un tronetto coperto di porpora, si stizzì.

                     60.                   «Salomè!» – gridò. – «Ho chiamato te, non questo passeraio».

                     61.                   Per il passato, Salomè, nonostante tutto, aveva soggezione della madre, ma a quel punto la soggezione svanì. Conscia della sua bellezza e della sua ricchezza d’ambizione, Salomè guardò Erodiade con l’occhio consapevole di una donna che studia la rivale; notò malignamente alcune rughe impercettibili agli angoli degli occhi, il trucco pesante con il quale Erodiade teneva testa agli attacchi degli anni e, con perfida dolcezza, rispose: «Stai invecchiando, mamma! Una volta il passeraio piaceva anche a te...; temi forse delle rivalità?».

                     62.                   Erodiade era abituata alle risposte acidule di Salomè, ma questa la indignò. Sarebbe scattata, con grave danno per la sua dignità, se Simon mago non avesse interloquito, alzando la grinzosa testa, per guardare con i suoi strani occhi le giovani compagne della principessa e dicendo con voce cavernosa: «Se non ve ne andate subito, chiamerò dei grossi ragni che vi cammineranno su per le gambe!».

                     63.                   Un grido di raccapriccio rispose alla minaccia del mago e, senza neppur consultare la principessa, le damigelle fuggirono dalla sala. Salomè rimase sola, con un sorriso di disprezzo sulle rosee labbra; mentre il mago, senza curarla di uno sguardo, tornò ai suoi papiri mormorando strane formule.

                     64.                   Vi fu un lungo silenzio; lo ruppe Salomè: «Devo rimanere ancora a lungo a far la statua?», – disse.

                     65.                   «Farai la statua finché mi piacerà», rispose seccamente Erodiade.

                     66.                   Salomè stava per replicare, ...allorquando Simon mago cominciò a parlare: «Sì, i punti delle stelle sono esatti, …vi saranno delle grandi cose in Palestina, è solo la tua posizione che continua a sfuggirmi!».

                     67.                   Cosi dicendo, si rivolse direttamente a Erodiade: «Non riesco a capir bene come tu possa avere sulla stessa casa (astrologica) segni così contraddittori».

                     68.                   «Sarò finalmente regina?», – chiese Erodiade.

                     69.                   «Di fatto, lo sei...».

                     70.                   «Non mi basta!».

                     71.                   «Lo saresti» – interruppe aspra Salomè, – «se tu fossi rimasta con mio padre Filippo, e se l’avessi aiutato contro l’usurpatore».

                     72.                   Erodiade balzò in piedi...

                     73.                   «Vipera!» – gridò alla figlia. – «Vipera malefica e ingrata!».

                     74.                   «Vipera? Può darsi! Ingrata? Quello no! A chi dovrei essere grata? A Erode, di avermi strappata al padre e al trono? Di aver fatto di te la sua concubina?».

                     75.                   «Ma sentila, sentila la vipera...». Soffocando di indignazione, Erodiade si sarebbe avventata sopra la figlia, se una sarcastica risata di Simon mago non l’avesse frenata.

                     76.                   «Regina, …principessa. Non vi sembra che stiamo sprecando del tempo? L’ora propizia passa in vane diatribe; nessuna di voi può far sì che non sia ciò che è!».

                     77.                   «Taci, mago insolente!» – stridette Salomè. – «Ricordati che io sono la figlia legittima di Filippo, tetrarca della Galilea!».

                     78.                   «...e la nipote prediletta di Erode, altrettanto tetrarca della stessa Galilea», finì ironico il mago. Poi, facendosi serio, prese una gran boccia di vetro piena d’acqua e la pose per terra in mezzo alle due donne.

                     79.                   «Avvicinatevi», – impose, – «e ponete entrambe la mano sinistra sopra questa boccia di cristallo».

                     80.                   Ammutolite, e loro malgrado soggiogate, le due donne obbedirono. Nella boccia avvenne un ribollire violento come di un composto chimico nel quale sia mescolato un precipitato. Nell’acqua, che s’intorbidava, apparvero punti brillanti, agitati, che si cercavano e si sfuggivano. Stranamente solenne, il mago mormorò oscuri metri.

                     81.                   «Regina» – disse egli a un tratto, – «vi è molto sangue sulla tua via!».

                     82.                   Erodiade ebbe un brivido e chiese: «E io, passo?».

                     83.                   «Sì, tu passi, ma vai verso l’ombra!».

                     84.                   «Da sola?».

                     85.                   «No!».

                     86.                   «E che importa l’ombra, quando altri la divide? Ma guarda ancora, mago, guarda e dimmi...».

                     87.                   «A me, mago» – interruppe Salomè, – «non hai niente da dire?».

                     88.                   «Sì, ai tuoi piedi c’è pure un gran lago di sangue; sei tutta coperta di sangue!».

                     89.                   «Il sangue è la porpora che si addice ai re!» – sentenziò Salomè. – «…e null’altro?».

                     90.                   Cauto, il mago la scrutò, poi, disse lento: «Tu ami, ma il tuo amore farà scorrere sangue».

                     91.                   Salomè fremette di una repressa voluttà: «Meglio che l’amore faccia scorrere sangue, che non nardo![126]».

                     92.                   «Chissà» – rispose il mago, – «potrebbe anche essere il tuo!».

                     93.                   «E che importa?».

                     94.                   «Un uomo morrà per te!».

                     95.                   «Erode?».

                     96.                   «Oh, no!» – urlò Erodiade. – «... Erode no! Erode no!».

                     97.                   «No» – rispose il mago, – «…almeno per ora, comunque voi due avete lo stesso segno in comune, farete scorrere sangue, ...per amore» – terminò lento. – «Oggi nemiche, …domani sarete unite per un’opera comune. Più forte dell’amore, …è sempre la morte! Principessina! Tu puoi andartene, abbiamo visto ciò che volevamo».

                     98.                   «Ah, no!», – protestò Salomè. – «Son qui e ci resto! Tu devi rivelarmi la mia sorte!».

                     99.                   «La tua sorte, …principessa? Solo il folle desidera soffrire in anticipo! Comunque, sappi che sei sulla strada del potere, ma io non posso dirti se lo conquisterai».

                  100.                   «Posso dirlo io» – rispose orgogliosamente Salomè, – «poiché in me c’è ora la forza!».

                  101.                   «Ma Salomè!» – gridò attonita Erodiade. – «Che sogni? Che vuoi?».

                  102.                   «Voglio l’amore e la gloria alla quale tu hai rinunziato! Voglio riprendere il mio posto in mezzo alle figlie dei re!».

                  103.                   «Ma qui che cosa ti manca?».

                  104.                   «Tutto! E più di tutto, l’onore! – Che sono io alla corte di Erode? La figlia della sua favorita!».

                  105.                   «Salomè! Non ti conosco più!».

                  106.                   «Ma quando mai mi hai conosciuta? Quando mai hai cercato di capire il mio cuore? Mi hai strappato dalle braccia del padre mio per gettarmi, come un giocattolo senza prezzo, ai piedi di colui cui tutto hai posposto! Qual diritto hai tu su di me?».

                  107.                   «Non parlare così a tua madre!», urlò Erodiade!

                  108.                   «Madre? Non seppi mai di averne una! ... Comunque, ti lascio al tuo mago e ai tuoi intrighi per conservarti l’amore del mio carissimo zio Erode! Grazie al cielo, a me non occorre intrigo o magia, la mia strada è chiara ed ha un nome: Filippo! Il padre mio!».

                  109.                   Così dicendo, la principessa, voltando sdegnosa le spalle, uscì dalla sala lasciando Erodiade perplessa e terrorizzata.

                  110.                   «Simon mago» – essa gridò, – «che ne dici di tutto ciò?».

                  111.                   «Regina, tua figlia è innamorata, ed è gelosa! Come sarebbe altrimenti?».

                  112.                   «Gelosa di chi? Di Erode forse? Dimmi, mago».

                  113.                   «Che debbo dirti, o regina? Io non affermo che essa sia innamorata di Erode, forse non è che innamorata dell’amore, perciocché l’amore è forte come la morte, la gelosia è dura come l’inferno e le sue braci sono di fuoco e fiamma grandissima. Essa sogna il trono; è gelosa di tutto ciò che tu hai avuto!».

                  114.                   «Gelosa di ciò che ho avuto io? Dimmi tu che cosa ho avuto io! Tu, che da quel giorno tremendo sei stato il mal genio della mia vita, …pascendomi di menzogne e di illusioni!».

                  115.                   «La morte di Zuleima non è stata un’illusione!».

                  116.                   «E che mi è valso? Son io forse la moglie di Erode? Oh, in molte, in troppe cose Salomè ha ragione!».

 

[indice]

۞

Capitolo 26

«Io avevo sopra di me

il voto di sacrifici da render grazie!

Oggi ho pagato i miei voti

perciò ti sono uscita incontro per cercarti

e ti ho trovato»

                        1.                   Nel tablino, Pilato passeggiava inquieto su e giù. Sopra il gran tavolo da lavoro, la catasta dei rotoli contenenti le varie leggi romane che, dallo stesso Pilato erano state nervosamente consultate, testimoniavano un lavoro febbrile e veloce.

                        2.                   Egli passeggiava impaziente, attendendo irritato la schiava greca di Tullia che tardava a venire. Riavutosi dall’intontimento in cui l’imprevista crisi di Tullia l’aveva gettato, il prefetto era fermamente deciso a porre termine a tutte le stranezze di cui Tullia era al contempo attrice e spettatrice.

                        3.                   La legge imperiale romana lo sosteneva, ed egli intendeva applicarla.

                        4.                   Più volte aveva mandato a chiedere notizie della consorte, e sempre gli era stato riportato com’essa si dibatteva in una forte febbre nervosa, assistita fedelmente da Eutimia, e quasi tre giorni erano passati da quello della drammatica scena. Una voce dalla soglia del tablino lo arrestò nel suo inquieto su e giù.

                        5.                   «Eccomi, mio signore», aveva detto Eutimia affacciandosi all’uscio...

                        6.                   «Ah» – disse Pilato fermandosi di colpo, – «sei tu, Eutimia? Entra, entra pure!».

                        7.                   La schiava avanzò lieve nella stanza da lavoro del prefetto e si arrestò con un breve inchino innanzi a lui. I grigi occhi di Pilato la scrutarono a lungo, senza che la greca dimostrasse imbarazzo o soggezione, pur senza dipartirsi da una serena modestia.

                        8.                   «Eutimia» – cominciò Pilato, – «sono molti anni che tu sei nella mia famiglia?».

                        9.                   «Quindici, eccellentissimo signore».

                     10.                   «Eri una fanciulla quando fosti comprata?».

                     11.                   «Sì, mio signore».

                     12.                   «Sei nata da genitori liberi?».

                     13.                   «Sì, mio signore».

                     14.                   «Eri già iniziata a qualche culto segreto?».

                     15.                   «No, mio signore; ero tra le vergini del tempio di Proserpina, ma non ancora consacrata al servizio della dea».

                     16.                   «Perché cadesti in schiavitù?».

                     17.                   «Fui rapita con altre compagne da pirati fenici che mi vendettero».

                     18.                   «Non fosti d’altri che di mia moglie?».

                     19.                   «Sì, signore, la nobile Paolina è stata ed è la mia prima e unica padrona».

                     20.                   «Iniziasti tu la tua padrona a questi culti orientali?».

                     21.                   «No, signore, fu anzi lei che, nella sua bontà, si prese cura della mia educazione!».

                     22.                   «Mi hanno riferito che tu hai rifiutato la libertà, libertà che la mia consorte ti aveva offerto; perchè lo hai fatto?».

                     23.                   «A che mi sarebbe valsa la libertà, orfana e straniera qual sono? Amando la mia padrona ho preferito restare al suo fianco!».

                     24.                   «Sei isidiaca?[127]».

                     25.                   «No, signore, sono pitagorica[128]».

                     26.                   «E la tua padrona che cosa è?».

                     27.                   «Non sono autorizzata a rispondere per lei; l’eccellenza tua può direttamente chiederlo alla padrona».

                     28.                   Un lampo minaccioso apparve nell’occhio del prefetto.

                     29.                   «Eutimia» – disse – «lo sai che io sono tuo padrone?».

                     30.                   «No, nobile signore, …non mi comprasti tu. Io appartengo alla nobile Paolina, fino a che lei non mi ceda a te».

                     31.                   «Io sono il prefetto di Roma!».

                     32.                   «Gli schiavi appartengono al loro padrone, o signore!».

                     33.                   Pilato cercò di frenare la stizza, ben comprendendo come Eutimia possedesse, sotto l’aspetto dolcissimo e timido di vergine, un’anima decisa e, …una volontà adamantina. Così, raddolcendo la voce, riprese: «Eutimia, tu non devi essermi nemica; se io ti domando alcune cose è perchè devo saperle nell’interesse della tua padrona. Tu ami la nobile Paolina, come puoi vederla soffrire ciò che soffre, e agonizzare lentamente senza far nulla per salvarla?».

                     34.                   «O signore, io più volte mi sono votata alla Nemesi, perché prenda me e risparmi lei!», – rispose fervidamente Eutimia.

                     35.                   «È un nobile sentimento questo, mia cara fanciulla» – continuò Pilato, – «ma non basta! La Nemesi si vede che non sa cosa farsene di belle fanciulle come te, e non posso darle torto, ma fatto sta ed è» – riprese con nuovo sdegno – «…che mia moglie sta per uscir dal senno a cagione di tutte le bubbole che le han messo in testa. Tu mi sembri savia e normale, e dovresti aiutare me, il marito, a risanarla e a liberarla!».

                     36.                   «Come, mio signore?».

                     37.                   «Confidandomi tutto di lei, tutto quello che io ignoro, e divenendo presso la tua padrona una suggeritrice di verità serene; in una parola, valerti dell’influenza che hai sopra quell’anima debole, per riportarla alla normalità!».

                     38.                   «La nobile Paolina non è pazza, anche se il divino Apollo talora la visita; essa non chiederebbe che di dividere con te la sua vita, dedita allo studio e all’ascesi[129], se tu non vi ripugnassi come fai. Io non ho sulla nobile Paolina alcuna influenza, essendo io la sua schiava e la sua alunna, ma se anche l’avessi, non vorrei certo valermene per tradire lo spirito suo e far traboccare l’angoscia della sua anima!».

                     39.                   Così dicendo Eutimia aveva rialzato la testolina e guardava fisso il prefetto con i begli occhi lionati, accesi da uno sdegno sacro.

                     40.                   «Ma, Eutimia» – tuonò Pilato, – «sei anche tu completamente pazza?».

                     41.                   «Così sono chiamati nel mondo coloro che lo disprezzano; resta poi a vedersi quali sono veramente i pazzi».

                     42.                   «Schiava insolente! Non pensi tu che io potrei duramente castigar questa tua insolenza?!».

                     43.                   «Sul mio corpo hai ogni potere, o signore, ma non sopra l’anima mia!».

                     44.                   «Eccone un’altra con la storia dell’anima! Ma è una mania! Ma, insomma, cos’è quest’anima?!».

                     45.                   «L’anima, o signore, è il principio immortale, l’impulso vitale che è causa della vita di ognuno di noi; quel divino intelletto che ci fa alunni della sapienza e ci unisce, attraverso l’amore, con la Verità!».

                     46.                   «La verità?! Ah, fanciulla mia, ti dirò io che cos’è la verità: la verità è che tu, ...la nobile Paolina e quanti siete settari fanatici, occulti seguaci di riti assurdi, isidiaci, essenici e pitagorici, siete tutti quanti nemici di Roma, nemici dell’ordine costituito, della pace e del decoro delle famiglie, nemici della ragione e della logica; qui» – e così dicendo afferrò un papiro arrotolato, – «qui c’è il decreto del Divo Cesare Augusto Tiberio, nel quale vi è commesso di perseguire, con ogni potere della legge, tutte queste oscure conventicole che tramano nell’ombra la rovina dello Stato. Finora io, il prefetto di Roma, …non l’ho fatto; mi ripugnava colpire esseri che io reputo privi di ragione, ...ma perfino la mia casa essi dovevano venire a contagiare! Ma non sai, sciocca fanciulla, che io...».

                     47.                   Pilato, …non finì la frase! Spettrale, reggendosi a stento in piedi, sulla soglia del tablino era apparsa Tullia.

                     48.                   «Ponzio» – disse ella con voce debole ma sonora, – «che c’è?». E prima che il prefetto potesse rispondere, rivolgendosi ad Eutimia intimò: «Torna al gineceo, bimba!».

                     49.                   Eutimia, inchinandosi reverente, obbedì subito.

                     50.                   «Ponzio» – riprese Tullia appena la schiava fu uscita, – «ti sembra degno del prefetto di Roma quanto hai cercato di fare? Non sai che le leggi di Roma non permettono che uno schiavo sia esaminato contro il suo padrone, non ancora accusato o comparso in giudizio? Ho udito tutto! Eri talmente invelenito, …che non mi hai sentito giungere. Non è così, Ponzio, che io possa credere che in te vi sia la più piccola parte d’amore per me!».

                     51.                   «Tullia» – replicò Pilato, – «parliamoci per un istante da persone normali. Io qui, più che prefetto di Roma sono il ‘pater familias’ e, come tale, per patria potestà, ho il diritto, oltre che il dovere, di inquisire nella casa, acciocché nulla di contaminante vi possa penetrare...».

                     52.                   «E nulla di contaminante vi è penetrato!» – rispose Tullia. – «Qual rimprovero hai tu da farmi? In che cosa la mia condotta offende te e la società romana?».

                     53.                   «In molte cose, Tullia, e prima di tutto il tuo appartenere a culti e a sette che il divo Cesare ha proscritto! Ma cerca di capire: …se ciò si sapesse a Roma, ...la mia posizione, io, tuo sposo e tuo giudice, io che devo far rispettare le leggi, complice necessario, forzato dall’affetto che ho per te, di coloro che le infrangono. Nella mia casa, che è il tempio di Roma stessa, sono appiattati i suoi nemici, ed io, tutto sapendo, taccio e non pongo riparo! Contro Roma, contro Cesare! Qui, nel tempio del diritto romano, le sacre leggi non rispettate, …schernite e derise! Ma è la destituzione, è il disonore, è la testa medesima che se ne va, Tullia! Ho taciuto, ho pazientato, ma, …adesso basta! Se in te c’è ancora un briciolo di ragione logica, se del tutto la tua mente non ha tracollato, fa’ lo sforzo di capirmi una buona volta, per tutti gli déi infernali!».

                     54.                   Sbuffando di collera, Pilato si lasciò cadere sulla sedia. Non aveva mai trasceso in simile modo con la moglie.

                     55.                   Tullia, con la reazione pronta dei temperamenti nervosi, non si lasciò smontare. Pilato aveva rivelato la parte meno nobile del suo carattere, aveva rivelato la sua meschina, se pur umana preoccupazione della carriera e della sicurezza. Egli non era un esasperato, se pur aveva un illogico amore e devozione alle leggi della patria, il che lo faceva nemico dei cultori d’opposte spirituali tendenze; non era neppure un irragionevole timore della salute della moglie che lo portava all’esasperazione e alla persecuzione, no, era solo timore di spiacere a Cesare, di perdere il favore della corte e, con esso, il posto e forse la vita.

                     56.                   Tullia si sentì bruciare l’offesa nell’anima; il suo orgoglio di donna romana, la nobiltà della sua gente, ribollirono in lei animando uno sdegno di cui in altri tempi si sarebbe altamente stupita.

                     57.                   Fu così che con voce fremente di collera essa rispose al marito: «Ponzio, non m’aspettavo questo da te! Tutto di te potevo capire e perdonare, anche amare il tuo scherno, la tua indifferenza, la tua stessa persecuzione contro i miei ideali, purché tutto ciò fosse l’espressione della tua anima ch’io stimavo retta e giusta. Mai nel mio spirito ti ho fatto l’offesa che tu stesso ti sei fatto, di supporti meschino e vile, di immaginarti supinamente venduto a un Cesare che è il prototipo d’ogni vergogna, il rappresentante d’ogni vizio, il sommo sacerdote d’ogni nefandezza. La tua paura di Roma si traduce in paura della corte e della vendetta di un tiranno. I decreti di cui ti fai forte, sai almeno contro quali uomini e quali idee furono stilati? Sai tu almeno la realtà del pensiero che muoveva il legislatore?».

                     58.                   «Cospirazione ai danni dello Stato!».

                     59.                   «Comoda faccenda con la quale si può spegnere ogni luce dell’intelletto, spegnere ogni riflesso del divino nell’uomo, per aver solo una massa bestiale senz’anima, senza coscienza né volontà, da inculcare agevolmente e mantenere schiava. Cospirazione contro lo Stato? Infatti, uno Stato che nel tiranno s’incarna, non può che temere questa rivolta delle oneste coscienze e delle umane cospirazioni. Cospira contro lo Stato chiunque non riconosca in Cesare un Dio e non sia supino ai suoi capricci; chiunque più della vita, degli onori, …pregi la libertà di un’integrità spirituale. Ebbene sì, noi tutti che non abbiamo dimenticato la nostra natura di uomini, congiuriamo contro questo Stato che si chiama Tiberio, congiuriamo contro questi asservimenti dei più alti valori spirituali alle bestiali esigenze della depravazione! Noi che osiamo sognare un mondo dove Tiberio non sia Dio, e dove la parola ‘legge’ non sia sinonimo di persecuzione; un mondo dove una vergine non debba prostituirsi per salvare la testa del cadente genitore e dove una prefettura non sia il prezzo di una compiacenza maritale...».

                     60.                   «Tullia» – scattò il prefetto, – «questo è troppo! …non hai diritto di buttarmelo in faccia. Io ti ho sposata con affezione e rispetto; non credo che abbia importanza il passato di fronte al presente e, …all’avvenire. La prefettura la ritengo prezzo di tre guerre vittoriosamente condotte e di oltre trent’anni di vita consacrata alla patria! Tu non hai il diritto d’insultarmi nelle sole cose per me veramente sacre; la mia dedizione a Roma, il mio affetto per te!».

                     61.                   Queste parole Pilato aveva finito di pronunziarle con voce roca d’emozione, e Tullia, che se ne sentì turbata, arrossi lievemente.

                     62.                   «Debbo crederlo, Ponzio? – chiese più mitemente. – «Se è così ti prego di perdonarmi, ma ti prego anche di comprendermi. Io non voglio neppur per un istante vederti inferiore alla figura che di te mi sono composta nell’anima».

                     63.                   «Sì» – mormorò Pilato, – «così se ti sei composta la figura d’Ercole, io dovrei compiere le dodici fatiche! Senti, Tullia» – continuò approfittando della tregua, – «non è proprio possibile che noi ci parliamo una volta tanto come due persone normali, due persone di questo mondo? Io tengo alla mia carriera, e non mi vergogno affatto di asserirlo, appunto perchè non reputo affatto che essa mi venga da te, ma sia il logico corollario di un lungo servizio fedele; perciò non intendo ch’essa mi venga stroncata da una folle esaltazione! Io, …tengo alla vita e, fammene una colpa, …se vuoi. Ogni persona sana e normale tiene alla vita, d’altra parte, questa vita a cui tengo, …ogni dì la espongo al servizio di Roma. Morire per Roma non mi peserebbe, ma morire sotto la scure del carnefice come un traditore, o un ribelle, non me la sento. Tu questi decreti disprezzali e maledicili finché vuoi, essi sono l’espressione delle leggi romane ch’io son tenuto a far obbedire e rispettare come soldato e come magistrato! Non le ho fatte io queste leggi, ma ti giuro, per Ercole, che non vi trovo affatto tutta l’infamia di cui le incolpi! In Roma non vi è solo un Cesare, vi è un senato, e le leggi che il senato emana sono lo spirito della ‘gens romana’, sono l’essenza della Lex. A questa legge deve – reverente – piegarsi ogni mente che non abbia del tutto rinnegato i sacri Lari[130], e non sia contaminata da frenesia. Lo spirito che spinge i legislatori a formulare decreti, decreti che stoltamente tu definisci persecutori, è uno spirito di tutela, di difesa, di protezione anche delle vite e delle coscienze dei cittadini.

                     64.                   Queste sette d’iniziati, come le chiami tu, di pazzi, come le definisco io, turbano l’ordine pubblico, disuniscono le famiglie, confondono le gerarchie, causano agitazioni e rivolte nelle plebi irrequiete, pervertono le anime dei giovani e, facendo perdere reverenza alle tradizioni più sane, son causa del costante trasgredir di quelle leggi che la volontà morale erse a difesa della città. Questi iniziati possono anche essere in buona fede (e non lo dubito di te), ma in buona fede non lo sono certamente né i loro seguaci, né men che meno i loro propagatori! Sopra l’esaltazione mistica di questi illusi si costruisce la roccaforte della ribellione, e si prepara nell’ombra la possibilità di un pervertimento generale. Sempre c’è stata e sempre ci sarà gente che pesca nel torbido; questa gente è dietro le brillanti apparenze d’ogni scuola filosofica, d’ogni trascendentale religione!».

                     65.                   «Ponzio! Ponzio, mai, mai noi potremo capirci!».

                     66.                   «E pazienza, Tullia; ritienimi senz’altro un inviso agli oscuri déi; io non posso mettere la mia testa nella tua! Invano ho cercato di farti capire la ragione; io non sono uomo crudele, la violenza mi ripugna, e la vista delle barbarie mi nausea, …ed è perciò che questi decreti sono rimasti lettera morta. Non sarà più così d’ora innanzi, e pur non avvalendomi mai di tutto il potere che da essi mi viene, provvederò tuttavia a rendere più respirabile l’aria della Palestina».

                     67.                   «E cosa farai? Che vuoi fare?».

                     68.                   «Per ora niente; solo sfrattare le strade da tutti questi cenciosi declamatori della buona novella, e provvedere che, almeno nella mia casa, gli déi di Roma siano rispettati. Tu ed Eutimia mi farete il piacere di sacrificare a Giunone e ai Mani[131] di Roma pubblicamente, così che cessino almeno le dicerie sopra la tua conversione al giudaismo».

                     69.                   « Giammai, Ponzio, giammai!».

                     70.                   «Cosa?».

                     71.                   «Giammai! Piuttosto la morte!».

                     72.                   «Ma tu vuoi lo scandalo a ogni costo! Ah, se questo è il frutto della vostra iniziazione, se la vostra fede porta a questa ribellione , a questo disordine morale, a questa anarchia, davvero che voi, proprio voi, giustificate Tiberio e rendete santi i suoi decreti!».

                     73.                   «Io non posso sacrificare a déi, cui non credo».

                     74.                   «E io non posso lasciar bestemmiare déi in cui credo».

                     75.                   «Ponzio, non hai che da applicare i tuoi decreti!».

                     76.                   «No, Tullia! Io non sono per i gesti melodrammatici; se tu vuoi lo scandalo, io non lo voglio! Tu ed Eutimia starete chiuse nel gineceo finché la frenesia non vi sarà passata. Alla vostra porta, il mio trace veglierà che non possiate comunicar con alcuno; spargerò la voce di una malattia contagiosa, e intanto provvederò a sistemare questa filosofica peste che in verità infetta l’aria. Il tempo e la calma porteranno consiglio, e domani, rinsavita, mi ringrazierai di aver avuto senno anche per te».

                     77.                   «Prigioniera, dunque?».

                     78.                   «Di tuo marito; il che è meglio che non esserlo del prefetto».

                     79.                   «Ponzio!».

                     80.                   «Tullia, ricordati che questa tua prigionia durerà finché lo vorrai tu. Vieni con me a sacrificare ai Mani di Roma e sarai libera!».

                     81.                   «Roma? Io la odio!».

                     82.                   «Non pretendere allora ch’io ami la tua iniziazione!».

                     83.                   Così dicendo il prefetto batté le mani, e al gigante trace immediatamente comparso, ordinò: «Accompagna la domina nei suoi appartamenti, e non lasciarne l’antistanza finché io non ti abbia dato istruzioni; per intanto nessuno la dovrà accostare, eccetto la sua schiava; ella è molto ammalata».

                     84.                   Silenziosa e sdegnata, Tullia uscì dal tablino.

* * *

                     85.                   Negli splendidi giardini della reggia, Salomè passeggiava impaziente cercando, con il moto, di frenare la sua irritazione. Molti giorni erano trascorsi dall’incontro con Simon mago, e la giovane principessa non aveva ancora avuto nuove dal nano Paride. Per la prima volta nella sua vita Salomè attendeva qualcosa. La vampa concepita verso Giovanni sempre più si accendeva; con un’ansietà sconosciuta contava le ore; le giornate non passavano mai. Dopo il bisticcio con la madre, i rapporti tra Salomè ed Erodiade erano rimasti piuttosto tesi, ma se per Salomè l’episodio era stato di poca importanza, moltissima ne aveva assunta agli occhi della madre.

                     86.                   Chi mai aveva messo in mente alla fanciulla idee mai manifestate per il passato? Donde era nato all’improvviso in Salomè un così ardente affetto filiale per il padre? Erodiade aveva indagato tra i cortigiani, ma non aveva approdato a nulla. La principessa non aveva accostato nessuno straniero, né in alcuna cosa s’era mutata d’abitudini, ma era solo avvenuta la scomparsa improvvisa del nano Paride. Eccetto che nelle basse cucine, …nessuno l’aveva rimarcato; quella era generalmente la fine di tutti i giocattoli viventi della capricciosa principessa, ma nessuno era solito indagare.

                     87.                   Un fruscio, quasi impercettibile in un cespuglio, arrestò di colpo l’inquieto passeggiare della principessa. Essa aveva sentito uscir da quel cespuglio una strana modulazione musicale che poteva esser prodotta da un insetto, ma anche dalla bocca di un uomo. Cauta e rapida, si accostò mostrando di cercar dei fiori. Non si era ingannata: appiattato nel cespuglio c’era il fedele nano.

                     88.                   «Finalmente, Paride» –mormorò, – «dimmi!».

                     89.                   «Principessa! Alla luna nuova trovati in riva al Giordano, vedrai una piccola vigna con una capanna interamente coperta di convolvoli[132] azzurri come le tue vene; ivi ti incontrerai con il profeta Giovanni».

                     90.                   «Gli hai parlato?».

                     91.                   «Sì, principessa, lui stesso ha detto che verrà».

                     92.                   «Davvero? Lui stesso? Sa d’incontrarsi con me?».

                     93.                   «Non gliel’ho detto. Mi son limitato a dirgli che una nobile fanciulla, ingiustamente oppressa, ha bisogno del suo illuminato consiglio, ma che solo occultamente, per sfuggire ai suoi nemici, può accostarlo...».

                     94.                   «Ed egli ha detto di sì?».

                     95.                   «Ha detto di trovarti in riva al Giordano la prima notte della Luna nuova».

                     96.                   «Quand’è la Luna nuova, Paride?».

                     97.                   «Fra tre giorni, principessa».

                     98.                   «Ancora tre giorni!» – mormorò Salomè. – «Come farò ad uscire dalla reggia?».

                     99.                   «Ci ho pensato, principessa; ho rubato la chiave di una piccola postierla nel muro di cinta del giardino. Scendi velata ed io ti farò agevolmente uscire, e ugualmente ti aiuterò a rientrare...».

                  100.                   «C’è tuttavia quella maledetta negra che dorme nella mia anticamera, che è una tremenda chiacchierona».

                  101.                   «Ho pensato anche a quella, principessa! In quest’ampolla» – e il nano la porse, – «vi è un elisir che la farà dormire come morta, per circa dodici ore».

                  102.                   « Ma come farglielo prendere?».

                  103.                   «Non ha sapore né colore. Tu puoi mescolar l’elisir con qualunque bevanda».

                  104.                   «Afra è ghiotta di Falerno[133], gliene farò trovare un’anfora colma».

                  105.                   «Benissimo, cosi essa attribuirà alla sbornia la sua prolungata dormita».

                  106.                   «Paride, abbi per ora il mio grazie. Se domani il padre mio tornerà sul trono, vedrai che non avrai servito un’ingrata!».

                  107.                   «Principessa, io sono pago di poterti servire!».

                  108.                   «Solo il tuo corpo, o Paride, è deforme; la tua anima possono invidiartela i re!».

                  109.                   «Oh! Divina!».

                  110.                   Raccolto il mazzolin di fiori ch’era andato formando intorno al cespuglio, celata in seno la piccola ampolla, Salomè si allontanò senza fretta, era raggiante! Il sogno diveniva realtà...

                  111.                   Fra tre giorni avrebbe incontrato Giovanni. Che poteva nascer dall’incontro? Essa era sicura di sè, del suo potere di seduzione, sicura in parte anche del suo diritto.

                  112.                   Il pensiero del padre Filippo, tutto s’incastrava; essa, …si vedeva come un’eroina dell’amor filiale. Sì, era per il padre che andava ad offrire a una specie di brigante da strada, la sua intatta femminilità...

                  113.                   Ma sopra queste divagazioni della mente, più schietta, la natura erotica della passione pose sopra le labbra di Salomè le parole dei riti astartici: «... Perciocché io ero come una donna che ha fatto voti di sacrifizio da render grazie; oggi ho pagato i miei voti, perciò ti sono uscita incontro per cercarti e ti ho trovato. Vieni, amico mio bello, prendiamo diletto negli amorosi piaceri».

                  114.                   «Fra tre giorni!», – disse a se stessa Salomè, trionfante.

 

[indice]

۞

Capitolo 27

«Perciocché

la gelosia è un furore dell'uomo

 ed egli non si risparmierà

nel giorno della vendetta»

                        1.                   Nel gineceo, Tullia ed Eutimia contavano con pazienza i giorni della loro prigionia. Per una di quelle contraddizioni, proprie dei temperamenti nervosi, Tullia si era inaspettatamente rimessa in salute. La scossa violenta ricevuta dalla discussione con il marito, aveva galvanizzato in lei risorse inaspettate.

                        2.                   L’incubo che per anni l’aveva torturata nell’inconscio, era venuto alla luce della coscienza; aveva acquistato un nome e un volto: il nome e il volto del marito. Per la prima volta, forse dopo molti anni, Tullia conosceva il sonno, il sonno ristoratore senza sogni, senza visioni, e questo sonno la rinnovava. Il suo tormento individuato in un contrasto palese, non era più il lavoro sotterraneo di una psiche malata.

                        3.                   Eutimia, dal canto suo, come sempre era serena. Lo spirito ellenico della giovane greca la portava naturalmente fuori da ogni drammatizzazione violenta. Essa per natura non era fanatica, e in cuor suo era contenta della decisione del prefetto. Infatti, la greca, non approvava le tendenze giudaizzanti della padrona, e l’improvvisa prigionia non le era del tutto sgradita, in quanto separava Tullia dalle influenze dei rabbini ebrei, poco simpatici ad Eutimia.

                        4.                   Nelle ariose stanze del gineceo, padrona e schiava passavano le quiete giornate lavorando e studiando, talvolta Eutimia prendeva la lira dorica, e con lei, maestrevolmente accompagnandosi, cantava gl’ispirati inni dell’Ellade o declamava gradevolmente ampi squarci di Omero, rallegrandosi tutta nel vedere come Tullia vi s’interessasse e lasciasse negletti i rotoli della legge giudaica che dapprima l’avevano tanto attratta.

                        5.                   Pilato non era mai salito da loro, pur mandando due volte al giorno attraverso il trace  alcune affettuose parole sopra la tavoletta cerata, e richiedendo notizie con lo stesso mezzo.

                        6.                   La clausura di Tullia non aveva provocato pettegolezzi, nella casa erano tutti avvezzi ai lunghi periodi d’infermità, ed essendo ben nota a tutti la devozione di Eutimia per Tullia, non si stupivano che pur essa si fosse votata alla reclusione.

                        7.                   Molte chiacchiere aveva invece suscitato lo strano cambiamento d’umore del prefetto nei riguardi delle sette religiose-filosofiche che pullulavano in Palestina, e che fino ad allora erano rimaste indisturbate. Il pretesto non si fece attendere. Un delitto, causato da pratiche di magia nera, aveva commosso l’opinione pubblica, provocando un tumulto con il finale linciaggio degli stregoni indiziati. Le truppe romane  erano dovute intervenire per ristabilire l’ordine, poiché sopra il fuoco dell’indignazione popolare aveva soffiato la farisaica sobillazione degli zeloti, sempre pronti ad accusar Roma d’ogni male e ad attribuire allo straniero occupante la causa d’ogni sventura.

                        8.                   Pilato, che per il passato si era sempre regolato con bonaria prudenza, quella volta lasciò libero corso alla sua indignazione e, condannati senza remissione alla croce gli autori del tumulto, prese senz’altro severe misure contro gli adepti delle varie sette esoteriche, pullulanti nella Giudea. Isidiaci ed esseni, insieme ai seguaci della dea Cibele[134], conobbero la durezza dei decreti Cesarei e provarono la pesantezza della mano prefettizia; neanche gli zeloti giudaici furono risparmiati, perchè sopra di loro, del pari, Pilato sfogò l’accumulato veleno.

                        9.                   Contro gli zeloti, anzi, deciso a farla finita una volta per sempre, Pilato ordinò e condusse lui stesso una spedizione punitiva, cogliendo l’occasione di un’adunata semiclandestina in cui molte migliaia di zeloti si erano riuniti in una piccola città della Giudea. Durante i vietati sacrifici rituali, le truppe romane irruppero, rovesciando i sacerdoti sopra gli altari e mescolando il sangue dei fedeli a quello delle vittime. La zuffa fu violenta e cruentissima; alla fine migliaia di morti testimoniarono la pericolosità di provocare Roma. Nell'occasione Erode si dimostrò buon alleato, lieto lui pure di sbarazzarsi in tal modo di molti nemici fastidiosi.

                     10.                   Per molti mesi, forse per molti anni, la prefettura romana e il tetrarcato della Galilea non sarebbero più stati turbati da tumulti e da agitazioni, ma al gladio[135] romano e alla freccia galilea un’illustre vittima era stata sottratta: ‘Giovanni!’. Il profeta del Giordano, infatti, non si era mescolato agli zeloti, e in tal modo era scampato al massacro.

                     11.                   Nel nuovo atteggiamento di Pilato, fino a che punto giocava il risentimento per la caparbietà di Tullia? Certamente egli era molto irritato, ma la sua irritazione sarebbe stata più agevolmente contenuta, se una mal combinata compagna non avesse trovato nel fanatismo degli zeloti il suo fulcro migliore.

                     12.                   Liberatosi dagli zeloti, Pilato tese la mano sopra gli esseni, ma qui si trovò di colpo bloccato nel suo agire dall’inafferrabilità della setta. Gli esseni erano ovunque ma in nessun luogo, inoltre la setta doveva avere appoggi segreti anche alla corte di Tiberio, poiché rapidamente giunse da Roma un ordine secco di lasciar stare e di non impicciarsi in questioni religiose!

                     13.                   Giovanni intanto continuava la sua predicazione indisturbato. Stranamente, egli non irritava Pilato; il minaccioso profeta non faceva politica, non era un antiromano e neppure un fanatico anti-idolatra. La sua parola limpida e tagliente affondava nelle carni impure delle plebi come uno strumento chirurgico. Egli colpiva alla radice il malcostume senza pietà, senza debolezza verso alcuno, diceva le semplici parole della morale umana, che è una in tutti i tempi e presso tutte le umane civiltà.

                     14.                   «Non ruberai! Non commetterai adulterio!».

                     15.                   La predicazione di Giovanni non aveva sottigliezze, complicazioni filosofiche o teologiche, perciò piaceva a Pilato; la quadrata mente latina si trovava bene con l’energico asceta galileo, inoltre – e di questo, Pilato gli era inconsciamente grato – non fanatizzava le masse con visioni trascendentali, ma le costringeva a una pratica decisa di quella ‘virtus’ antica, tanto apprezzata da ogni uomo d’ordine.

                     16.                   L’azione persecutoria di Pilato era però servita a liberare Gerusalemme e Tiberiade dall’affollarsi dei troppi neofiti delle religioni orientali. I sacerdoti del tempio di Gerusalemme si erano avvantaggiati di una maggiore austerità, inoltre la severità romana, avendo fatto abbattere alcuni templi di Astarte e di Beliaz[136], che urtavano la delicata coscienza ebrea, irritando al contempo la gelosia Cesarea, i rapporti tra Gerusalemme e Roma erano sensibilmente migliorati, al punto che un’immagine di Cesare era perfino tollerata entro le mura di Gerusalemme.

                     17.                   Passata la furia della prima indignazione, Pilato era tornato alla sua normale bonarietà pur talvolta non potendosi difendere interamente da un brivido nel ricordo dei sogni profetici della moglie. Il sangue, che tanto l’aveva ossessionata, era scorso davvero, il male era uscito dal sogno per diventare realtà, la mania era stata prescienza. Pilato doveva costatarlo con un senso oscuro d’inconscia paura, non però per questo egli era receduto sopra le sue decisioni, e se pur col tempo la prigionia delle due donne si fosse molto addolcita, sopra una sola cosa Pilato era rimasto irremovibile.

                     18.                   I contatti di Tullia e di Eutimia con gli esponenti delle varie sette e scuole, non erano più stati ripresi. Lo schiavo trace vegliava da lontano che nessuno strano o non ben noto visitatore accostasse le due donne, e la sorveglianza era così stretta e severa che neppure una volta Tullia poté essere accostata.

                     19.                   Non un’eco della tragedia era giunta ai suoi orecchi, solo Eutimia aveva saputo qualcosa, ma aveva taciuto. La strage degli zeloti non aveva turbato molto la greca, d’altra parte amava troppo la sua padrona per causarle scientemente la più piccola pena.

* * *

                     20.                   Se una pace relativa era finalmente scesa sopra la casa di Pilato, una sorda tempesta ruggiva sotto il tetto di Erode. Erodiade aveva ripreso in pieno le sue pratiche magiche, e non aveva nascosto il suo furore per la seconda scampata morte di Giovanni. Migliaia di zeloti, notoriamente suoi nemici, giacevano nel sangue; ma Giovanni, il nemico per eccellenza, viveva e predicava. Erodiade accusava Pilato, non senza fondamento, di aver maliziosamente risparmiato il profeta. Un furore a stento represso agitava il cuore di Erodiade, e di questo furore un po’ tutti nella reggia ne erano vittime, non esclusa Salomè, la quale però non perdeva occasione di ribattere ogni parola della madre con un moto pungente o con un’allusione offensiva.

                     21.                   Solo Simon mago dominava la regina, e la dominava per il fascino delle sue magie e per la comunanza dei desideri, ma neppure lui era esente dai rimproveri sdegnati della donna che non vedeva tradursi in realtà il sogno di tutta la vita: essere regina, sposa del tetrarca con tutti gli onori del trono, come legittima signora.

                     22.                   Erode, debole in tutto, tuttavia come per una magica e strana imposizione, in una sola cosa era deciso: ...non sposare Erodiade! Eppure il suo attaccamento era divenuto morboso e ogni giorno affrontava lo scandalo del paese facendosi vedere a fianco di una donna parente con la quale viveva in aperto concubinaggio. Le deprecazioni di Giovanni, i larvati consigli di Pilato, l’aperta disapprovazione del Sinedrio, non gli avevano fatto allontanare Erodiade. Solo sopra un punto avevano colpito giusto: nel non fargliela sposare!

                     23.                   Vedovo di Zuleima, aveva una strana ritrosia a compiere il passo che avrebbe sancito l’incesto... non poteva sposare la moglie del fratello tuttora vivente! Quest’impotenza a vincere una suggestione, metteva Erodiade in uno stato di perenne furore.

                     24.                   «Voglio esser regina!» – aveva urlato quel giorno a Simon mago. – «Voglio esserlo ad ogni costo! Hai fatto morire Zuleima, devi far morire Filippo!».

                     25.                   «E se Filippo morrà, sarai poi sicura di divenire la moglie di Erode?», – aveva chiesto il mago, avvolgendo in un’occhiata valutatrice le forme ancor belle, ma già pesanti per il grasso dell’età di Erodiade. Questa domanda l’aveva lasciata senza respiro!

                     26.                   Perfido, il mago continuò: «Erode ti ama ancora, ti ama molto, è vero, ma se non ti ha sposato non ti sposerà. Osserva dove egli guarda durante le feste a corte e vedrai che non tu hai tutti i suoi sguardi...».

                     27.                   «Chi guarda?».

                     28.                   «Oh, qualcuna che ti somiglia, che gli ricorda quale eri tu qualche lustro fa: tua figlia Salomè!».

                     29.                   «Mia figlia?».

                     30.                   «Sì, egli pensa che alla fine potrebbe domani impalmarla legittimamente e mettere così fine alla guerra con suo fratello».

                     31.                   «Questo non sarà mai!».

                     32.                   «Sì, i mezzi non ti mancano!», rise il mago.

                     33.                   «A cosa hai pensato?».

                     34.                   «Oh, …quasi a niente! Al veleno che ti ho consegnato l’altro giorno, ...veleno sicuro, ...rapido».

                     35.                   «Non te l’ho chiesto per Salomè!».

                     36.                   «Ah!».

                     37.                   «Il tetrarca la guarda? Ebbene, che me ne importa? Se la vuole, l’avrà; …ma sarà la mia ultima speranza e l’estrema mia condizione. Se la vorrà, mi dovrà prima sposare!».

                     38.                   «Ho capito, caso mai, …il veleno servirà dopo. Ma allora, stando così le cose, perchè vuoi ch’io faccia morir Filippo?».

                     39.                   «Perché voglio che Erode non abbia più scuse e giustificazioni; Voglio che sia lui a dirmi perchè non mi ha voluta e non mi vuol sposare!».

                     40.                   Simon mago si strinse nelle spalle: «Non vedo che necessità tu abbia d’essere sposata; non sei, di fatto, non solo la moglie, ma addirittura la volontà di Erode?».

                     41.                   «Ah; così la vedi tu? Non io, però! Io, che al tetrarca ho sacrificato ogni cosa! Che puoi sapere tu, o mago, del cuore di una regina? Io ero onesta, ero pronta a tutte le rinunzie, a tutte le umiliazioni; non a questa però! Io ho amato d’amore Erode; mi sono data a te, ai tuoi diavoli, calpestando ogni mio decoro, solo per essere la moglie del tetrarca, e ora proprio tu, osi chiedermi qual necessità io abbia d’esser sposata! Ne ho necessità per giustificarmi, …e per non aver ribrezzo di me stessa! Mah! che ne puoi capire, tu, o mago?».

                     42.                   «Posso capire, o regina» – rispose Simon mago, …inchinandosi, – «che la gelosia è un furore dell’uomo, e tu sei gelosa».

                     43.                   «Gelosa io?».

                     44.                   «Sì, gelosa! Gelosa di te stessa, del tuo decoro. Questa gelosia ti possiede come un furore innanzi al quale ogni altro cede, furore che è odio contro tutto, contro tutti, non escluso Erode! Non vorrei esser io l’oggetto della vendetta di questa gelosia, perchè son certo che, nell’ora della vendetta, questo violento furore dell’anima tua non risparmierà nessuno! Comprendo la tua sofferenza, o regina e, …ti prego di credermi, vorrei liberartene, ma la mia magia è come imprigionata da una strana forza a me ignota, …una forza che non posso subordinarmi a niun prezzo. La mia magia, che pure è grande, arretra dinanzi a questo mistero!».

                     45.                   «Ti ho pur sempre dato quanto mi hai chiesto, o mago».

                     46.                   «Sì, ma non basta l’offerta d’oro e di sangue! Sembra che non basti mai!».

                     47.                   «Bada, mago, alla fine io so quale vittima sarà grata agli déi infernali che tu servi!».

                     48.                   «Che mai pensasti, Regina? A Salomè?».

                     49.                   Erodiade rabbrividì, ma guardando gelida Simon mago, rispose: «T’inganni, mago: …tu stesso!».

                     50.                   Gli occhi di Simon mago dardeggiarono Erodiade con uno sguardo cattivo, ma la regina sostenne il suo, ricambiandolo con tutto il furore che le ruggiva nell’anima. Erodiade non credeva più ciecamente nel mago; gli anni passati l’avevano resa astuta e sagace d’astuzia. Mai essa era stata accesa d’entusiasmo per la magia e per i maghi, solo la disperata speranza di divenir regina, moglie d’Erode, aveva portato la donna ad essere succube di Simon mago.

                     51.                   Le sue speranze erano state confermate dalla restituzione delle file di perle nere e dalla misteriosa morte di Zuleima, ma non si erano compiute nella sola cosa desiderata da Erodiade! Essa non era stata sposata, …non era stata proclamata regina. Gelosia e ambizione la rodevano, e sopra le braci di questa gelosia, di questa ambizione, soffiava il vento tempestoso di un’umiliazione che cresceva man mano che i giorni passavano e la bellezza si appassiva. Aveva chiamato e imposto Simon mago a corte, per avvalersi delle sue conoscenze profonde in materia di filtri, di veleni, di segreti di bellezza e di longevità, ma Simon mago non era più per lei l’affascinante signore delle tenebre, e i riti magici non avevano dato conforto e luce alla disperata illusa!

                     52.                   Essa ormai ben capiva che solo il vizio, portato all’esasperazione dello spasimo, la legava a Erode, e che questo potere non poteva durare. Si sentiva divenir vecchia, …appesantire. Solo l’acerba bellezza di Salomè le restava come un’arma segreta; ma Salomè si ribellava. La figlia non nascondeva la sua antipatia per la madre, il suo odio per lo zio, e Simon mago nulla poteva sulla fiera principessina.

                     53.                   Questa palese impotenza del mago dava il tracollo alla malferma fede della donna esasperata...

                     54.                   Un gesto imperioso d’Erodiade stava già per licenziare il mago, quando nella stanza irruppe terrorizzata una negra con nelle mani un’anfora di vino. Era Afra, l’ancella di Salomè.

                     55.                   La schiava si prostrò ai piedi di Erodiade strillando con quanto fiato aveva in gola: «Salvami, salvami, regina! Afra buona, Afra devota, mai fatto cosa non gradita, Afra avere amato principessina Salomè, e principessina Salomè volerla uccidere! Salvami, salvami, regina!».

                     56.                   Simon mago era tornato indietro, dando un energico urtone negli opimi fianchi della schiava, le impose: «Basta, Afra, alzati e spiegati».

                     57.                   Tremando in tutte le membra, Afra obbedì. Erodiade era rimasta immota e silenziosa. Piangendo e tremando, Afra raccontò come essa aveva in quel mattino avuto l’ordine da Salomè di portare nella camera della stessa un’anfora di vecchio Falerno, stupita di quella novità (poiché Salomè non beveva) era rimasta celata tra le tende della porta e aveva visto Salomè versare nell’anfora il contenuto di un’ampolla che si era tratta dal seno; dopo aver versato il liquido misterioso, Salomè aveva riposto l’anfora. Afra se n’era molto stupita e anche spaventata, ma il suo spavento era divenuto sgomento quando, nel pomeriggio, rientrando nella sua stanzetta, aveva visto in bella mostra l’anfora fatale; il terrore l’aveva presa ed era corsa ai piedi della regina.

                     58.                   Erodiade fece un cenno a Simon mago, il quale, versate in una patena[137] alcune gocce del vino incriminato, lo fiutò lungamente, e con la punta della lingua l’assaggiò.

                     59.                   Guardando intenzionalmente la regina, egli disse: «Questo vino non è affatto avvelenato! La principessina Salomè, conoscendo la ghiottoneria e la curiosità della sua schiava, avrà voluto farle uno scherzo!».

                     60.                   «Afra» – disse severamente Erodiade, – «dovrei farti punire per questa tua inqualificabile condotta, ma penso che lo spavento ti avrà già punita abbastanza! ... Ritorna ai tuoi lavori e non parlare a nessuno di questo incidente, meno di tutti alla principessina che, se sapesse ciò che hai osato, ti ucciderebbe davvero di sua mano. Vattene!».

                     61.                   Rassicurata, Afra gettò un’occhiata di cupidigia all’anfora.

                     62.                   «Allora, buon mago, esser sicura vino non avvelenato?».

                     63.                   «Niente avvelenato, Afra» – sorrise Simon mago. – «Prendi, per farti passare lo spavento», e così dicendo riempi una coppa di Falerno e la porse alla schiava, la quale, riluttante, la prese, ma non potendo resistere alla ghiottoneria, incominciò a berla a piccoli sorsi.

                     64.                   «Oh, sì, sì, buono vino, vino niente avvelenato», disse.

                     65.                   «Ne vuoi ancora?», chiese Simone. E prima che Afra rispondesse, riempì di nuovo la coppa che stavolta la negra vuotò di colpo.

                     66.                   «Adesso vattene, Afra», impose Simone.

                     67.                   Afra, rassicurata e rallegrata, uscì dopo essersi prostrata in una riverenza. Simon mago ed Erodiade erano di nuovo soli. Simone a passi di lupo si accostò alla porta e si assicurò che nessuno si fosse fermato nel corridoio, poi tornò indietro ove Erodiade incominciava ad impazientirsi.

                     68.                   «Ebbene?!», chiese essa brevemente.

                     69.                   «Il vino» – disse il mago, – «contiene un potente narcotico; tra due ore Afra dormirà come un ghiro!».

                     70.                   «E perché tutto ciò?».

                     71.                   «La principessina Salomè, si vede ha bisogno di uscir stanotte dalla reggia senza che la sua schiava se ne accorga!».

                     72.                   «Uscir dalla reggia! E perché?».

                     73.                   «Regina! Molti possono essere i perchè, non ultimo quello dell’amore!».

                     74.                   «Amore? Salomè innamorata? …e di chi?».

                     75.                   «Non certo di suo zio Erode, regina!».

                     76.                   «Tu sai qualcosa, mago?».

                     77.                   «No, regina, per ora non so nulla, ma credo che sapremo qualcosa assai presto!».

                     78.                   «Simone!» – Erodiade trattenne a stento la sua ansia. – «Simone, …non pensi a una congiura? Che Filippo...», – e tacque, …ansando.

                     79.                   «Può darsi, regina; la principessina l’ha nominato troppe volte in questo tempo, …tuttavia non penso a Filippo».

                     80.                   «E allora?».

                     81.                   «Allora, …ricomponiti e dissimula. Quando Afra dormirà, qualcun altro sarà sveglio e vedrà tutto. È bene che la principessina possa esser tranquilla ed esser certa di poter attuare il suo progetto. Solo così potremo sapere a fondo ogni cosa e, nel caso, …provvedere».

                     82.                   «Che intendi dire, mago?».

                     83.                   «Ciò che tu stessa, regina, intendi», rispose Simon mago.

 

[indice]

۞

Capitolo 28

«Il Sole è uno

ma molti sono i corsi d’acqua

che lo riflettono»

                        1.                   Nel deserto, la persecuzione di Pilato contro le sette esoteriche[138] si era spenta senza echi. Gamaliel e la sua florida scuola non ne avevano avuto alcun disturbo.

                        2.                   Gli anni tuttavia cominciavano a operare sulla forte fibra del re esseno, senza che egli ne fosse in modo alcuno indebolito nella sua azione di meditata discenza[139]. Era forse divenuto più dolce e più comunicativo verso i suoi discepoli; si era ammorbidito in una paternità spirituale. Più che a una severa precettistica[140], egli amava condurre, attraverso la persuasione ragionevole, i suoi discepoli a quelle pratiche di virtù che possono veramente fare dell’uomo un signore del destino, un dominatore degli eventi. Le sue lunghe dissertazioni avevano sempre più l’aspetto di conversazioni paterne, e i nuovi esseni non si vedevano più respingere gli attestati del loro amore, non si vedevano costretti a un’innaturale severità.

                        3.                   Quel giorno, nel deserto, la placida accolta degli studiosi esseni era turbata da novità portate dalla città da un esseno che vi si era recato; cosi, quando Gamaliel apparve, i suoi discepoli lo circondarono con viva premura e lo misero al corrente della novità.

                        4.                   «Maestro» – disse uno, – «il nostro Giovanni fa più che mai parlare di sè con la sua predicazione; ora si dice che egli abbia battezzato un nazareno verso il quale ha avuto atti ed espressioni di gran sommissione. Che pensi tu, possa essere stato?».

                        5.                   «Maestro» – interloquì un altro, – «si dice che questo nazareno dopo un lungo ritiro nel deserto sia uscito a predicar lui pure!».

                        6.                   «Maestro» – s’avanzò un terzo, – «si dice che questo nazareno operi grandi prodigi; che abbia cambiato, in un banchetto nuziale, l’acqua in vino! Che risani gli infermi! Dicono che ha fatto sgorgare nel deserto una sorgente d’acqua pura, ...pare che annunzi una verità nuova».

                        7.                   «Maestro! ...». Oramai, …gli esseni parlavano tutti, allorquando un autorevole gesto di Gamaliel impose il silenzio.

                        8.                   L’attesa per la sua parola fu vivissima, ma contrariamente a ciò che gli studiosi s’aspettavano, Gamaliel esordì con una domanda: «E voi che ne pensate di questo nazareno?».

                        9.                   «Maestro» – rispose timidamente l’ultimo che aveva parlato, – «noi chiediamo a te cosa dobbiamo pensarne».

                     10.                   Un risolino ironico apparve negli occhi del maestro: «Vale a dire che io dovrei essere tutte le vostre teste! Ma allora, cosa portate sulle spalle, delle zucche?».

                     11.                   Vergognosi, i discepoli chinarono la testa e tacquero, ma dal silenzio fu ancora Gamaliel che li trasse.

                     12.                   «Vi ho chiesto» – egli rispose, – «che cosa ne pensate voi? Voi tutti conoscete Giovanni, sapete il suo ardore di spirito e la sua rigida disciplina che non perdona né a re né a sacerdoti. Qual motivo pensate abbia avuto egli per comportarsi verso questo nazareno, così stranamente come voi dite?».

                     13.                   «Supponiamo» – risposero i discepoli, – «che Giovanni abbia visto sopra questo nazareno un segno particolare».

                     14.                   «Qual potrebbe essere per Giovanni un segno particolare».

                     15.                   «Non sapremmo, maestro, forse una speciale colorazione dell’aura eterica, forse una musicalità ineffabile, o un’immagine divina!».

                     16.                   «E voi pensate che Giovanni avrebbe dovuto sottomettersi a una colorazione, a una nota musicale, a un’immagine?».

                     17.                   «A meno che...», – interloquì un discepolo senza osare di finir la frase.

                     18.                   «A meno che...!», – incalzò Gamaliel.

                     19.                   «A meno che, Giovanni non abbia riconosciuto in quel nazareno il grande inviato che tutti i popoli attendono. Krestos o Dionisio!» – finì ansante il discepolo.

                     20.                   Nella cerchia degli esseni vi fu di colpo un silenzio greve.

                     21.                   Un brivido gelido corse per tutte le schiene, e Gamaliel stesso ne provò la molestia sottile. Le parole del discepolo avevano evocato millenni di storia e di speranza umana.

                     22.                   L’atteso, l’invocato, il desiderato era invisibilmente presente.

                     23.                   Fu Gamaliel a rompere l’incanto sottile.

                     24.                   «E perché mai» – chiese con ironia, – «proprio un nazareno potrebbe esser l’atteso? Quando mai qualcosa di buono è uscito da un nazareno».

                     25.                   «Maestro, spiegaci tu allora! Noi conosciamo Giovanni e abbiamo fede in lui. Perchè egli avrebbe fatto così, senza una grande ragione?».

                     26.                   «E voi pensate che questa grande ragione possa essere il riconoscimento del Messia?».

                     27.                   «Noi pensiamo questo, maestro» – dissero con rispetto i discepoli. – «A meno che, tu ci dimostri con la tua sapienza che cos’altro avrebbe potuto essere!».

                     28.                   La sommissione seria e dolce degli allievi intenerì Gamaliel, il quale mutando il tono ironico in altro più paterno e quasi affettuoso continuò: «Ognuno di voi è dotato di mente intellettiva, in tal guisa che può ogni singola anima concepire in se stessa il vero. Vero è che uno come il Sole è uno, ma si moltiplica per i corsi d’acqua che lo riflettono. Anche questi corsi d’acqua sono (nella loro sostanza che è l’acqua) una sola cosa, ma si differenziano per il luogo in cui scorrono e per il fondo del letto che l’acqua stessa contiene. Così vi sono fondi sabbiosi o rocciosi o altresì fangosi; a seconda del fondo, l’acqua è più o meno limpida, più o meno atta a rimettere perfettamente in quel luogo ciò che sovrasta la sua superficie, cioè il cielo, e il Sole, e le stelle che in esso son contenute.

                     29.                   Inoltre, non tutti i corsi d’acqua scorrono allo stesso modo, perchè alcuni placidamente si stendono per pianure ubertose, altri invece, dirompendo a furia giù dai monti, saltellano e spumeggiano, e in cascate, riversandosi, sembra che vogliano ogni cosa a rapina condurre; altri ancora, in sereni laghi raccogliendosi, si purgano d’ogni estranea materia e, in tranquilla pace, …sembrano lembi di cielo azzurro caduti sopra la Terra. E ancora vi son corsi d’acqua ricchi di vivaci pesciolini, solcati da cigni, e altri sono asilo di vivide serpi e di noiose rane, nascondiglio di sanguisughe e di rospi immondi.

                     30.                   Così è la mente intellettiva dell’uomo: una, nella sua sostanza, ma molteplice nei suoi aspetti e nei suoi modi di essere. Ecco che, a seconda del suo aspetto, rilette in sè il sole che ha sopra, ma anche i riflessi dei riflessi.

                     31.                   Solo colui che sa internamente pacificarsi può realizzare, come il lago alpino, la riflessione perfetta. Perciò io chiedo a ognuno di voi di identificare in sè che cosa intende quando pronunzia nomi come: Messia! Dionisio! Krestos! In tal modo voi, conoscendo Giovanni e avendo fede in lui, riflettete già il riflesso del riflesso, ma tale riflesso si complica secondo il fondo delle vostre anime. Voi vi volete render conto che una grande ragione possa aver spinto Giovanni a gesti e atti inusitati in lui, ma qual può essere questa grande ragione?

                     32.                   Senza di colpo pensare all’Atteso, non potrebbe Giovanni aver riconosciuto nel pellegrino nazareno un vero uomo, scevro da debolezze e di colpe, tale da costituire un’eccezione grandissima in mezzo al gregge che intorno a Giovanni si stringe? In tutto il mondo è viva l’attesa di un grande rivolgimento; i tempi, infatti, sono maturi. Ma perchè questo rivolgimento dovrebbe incarnarsi in un uomo?».

                     33.                   «Maestro» – intervenne un discepolo dall’aspetto più trasandato degli altri, – «le Sacre Scritture, le promesse che Dio fece ad Abramo, le profezie tutte rivelano che Dio manderà un Salvatore al suo popolo».

                     34.                   Gamaliel tuonò ironico: «Ah! E quale sarebbe questo popolo?».

                     35.                   «Il popolo d’Israele, i discendenti d’Abramo!».

                     36.                   «Ne sei sicuro, Giuda?».

                     37.                   «Ne son certo!».

                     38.                   «Scusa l’ignoranza del tuo maestro, …ma cosa dovrebbe fare codesto Messia o Salvatore?».

                     39.                   «Riscattare il popolo d’Israele dal giogo che l’opprime; costituirlo sopra tutte le nazioni della Terra; abbattere tutti i nemici di Dio e proclamar la gloria del nome Suo santo!».

                     40.                   «Giuda! Codesto tuo messia somiglia in strana maniera al Cesare romano! Tu stai sognando lo stesso sogno dei romani, solo invertendone i termini. Essi vogliono le stesse cose che vuoi tu, solo non si accontentano di volerle, ...le conquistano!».

                     41.                   «Anche il Salvatore conquisterà. La sua forza sarà terribile ai nemici d’Israele!».

                     42.                   «E quali sarebbero questi nemici d’Israele?».

                     43.                   «I romani, gl’idumei, gli assisi, i caldei, i greci e tutti gli incirconcisi».

                     44.                   «Tutto il mondo abitato da uomini, insomma? Tutti gli uomini non circoncisi sono sotto quest’aspetto, nemici d’Israele; e il Messia dovrebbe, secondo le tue teorie, sterminarli tutti? Dio, creatore di tutti i popoli, padre di tutte le nazioni, susciterebbe un distruttore per salvare e glorificare una nazione che le sue stesse Sacre Scritture definiscono infedele, instabile, crudele, perversa, menzognera e traditrice?».

                     45.                   «Maestro!».

                     46.                   «Calmati, Giuda! Qui ogni zelo patriottico è fuori luogo. Ognuno di noi ebbe una patria, com’ebbe una casa e una famiglia; ognuno per sè potrebbe voler ugualmente ciò che vuoi tu, ma oggi ci è patria la dottrina, casa il deserto, famiglia la confraternita essena. La tua agitata inquietudine, se può esser capita, non può essere approvata».

                     47.                   «Maestro» – intervenne un esseno di nazionalità greca, – «non pensi tu che ‘l’atteso’ sia Dionisio? Colui che libera l’uomo esaltandolo fuori di sè, che placa le belve e le rende mansuete, che dona agli umani, con il lavoro fecondo, la ricchezza e il bene, vanamente cercato con lunghe guerre. Dionisio farà fiorire il deserto, rallegrerà i monti e ricolmerà d’opimi[141] frutti i colli, unirà a banchetto eucaristico gli opposti avversari, pacificherà le anime liberando per sempre la Terra dal male».

                     48.                   «Potrebbe essere, Euristo!» – rispose Gamaliel. – «Ma chi è per te Dionisio?».

                     49.                   «Oh, non certo il figlio di Semele e di Giove, ma un concetto filosofico che può essere sparso per tutta la Terra, accettato da tutti gli umani».

                     50.                   «Perché?» – soggiunse Gamaliel. – «Tu credi tutti gli umani capaci di filosofia?».

                     51.                   «Li credo capaci di ragionare» – disse pensoso Euristo, – «e perciò ho l’idea che, alla fine, la ragione, trionfando sugli istinti, libererà l’uomo dal male».

                     52.                   «Tu credi al male, Euristo?».

                     53.                   «Si, maestro, credo al male, però non credo alla sua continuità. Il male è oggi uno stato di transizione, direi di trapasso, dal dominio della materia a quella dello spirito».

                     54.                   «E secondo te, Euristo, Dionisio potrebbe essere un uomo?».

                     55.                   «Penso di sì, maestro; niuna rivelazione è mai giunta agli umani fuor che per tramite d’uomo. Solo un uomo può convincere gli uomini a mutar la loro natura; niun Dio, eccetto che in forma umana, può parlare con la certezza d’essere inteso».

                     56.                   «E allora, per te, Euristo, il pellegrino nazareno potrebbe essere Dionisio?».

                     57.                   «Non lo so, maestro! Penso che Dionisio, …non sceglierebbe la via della penitenza per trasmettere agli uomini il messaggio della gioia. D’altra parte, se è vero ciò che di lui si dice, ...e cioè che abbia mutato l’acqua in vino, potrebbe esserne un segno. La sua partecipazione a nuziali celebrazioni, un altro segno! Non è comunque un carattere proprio di Dionisio il suo atto verso Giovanni, e non credo che Giovanni avrebbe accolto Dionisio!».

                     58.                   «Perché non lo credi?».

                     59.                   «Perché Giovanni non può capire Dionisio».

                     60.                   «E perché non può capirlo?».

                     61.                   «Perché in Giovanni vi è talmente poco di natura umana, che l’umanissimo verbo di Dionisio non avrebbe potuto che provocarne lo sdegno».

                     62.                   «Secondo te, Euristo, Dionisio è amico della virtù?»

                     63.                   «Secondo me, Dionisio è la stessa virtù dell’uomo, quando, libera da ogni contrasto, rigorosamente domina la vita ed esprime la gioia. Il concetto di Dionisio è diametralmente opposto a quello di un Dio che, …il peccato irrita e la penitenza placa. E Giovanni predica la penitenza...».

                     64.                   «Maestro» – interruppe un esseno sadduceo, – «vorrei dire pure io il mio pensiero».

                     65.                   «Parla, Zebedeo!».

                     66.                   «In alcune cose io son d’accordo con il fratello Euristo. Ciò che egli chiama Dionisio può essere anche ciò che noi chiamiamo Messiade. Noi sadducei non crediamo affatto a un salvatore individuabile in un uomo, pur ritenendo che alla fine solo l’Uomo libera gli uomini dal giogo della materia bruta, ma piuttosto riteniamo la Messiade come un’era di giustizia e di pace sopra tutta la Terra, perciò comune a tutti gli uomini. In quest’era non si farà differenza tra circonciso e incirconciso, tra ebreo e gentile!».

                     67.                   «Rinnegato!», ruggì Giuda.

                     68.                   «Giuda!» – intimò il re esseno. – «Se non puoi controllarti, vattene! ... Continua pure, Zebedeo!».

                     69.                   Zebedeo, senza raccogliere l’interruzione, continuò: «L’avvento della Messiade sarà però possibile solo quando tutti gli umani avranno raggiunto un grado relativo di conoscenza vera, e potranno perciò adire a un concetto di pacifica convivenza. Prima d’allora sopra la Terra verranno molti inviati da Dio che, d’epoca in epoca, con la parola e con l’esempio, insegneranno di volta in volta agli uomini la buona via e tutta la verità che essi potranno eccepire. Sotto questo aspetto il pellegrino battezzato da Giovanni potrebbe essere un inviato o l’inviato stesso, sempre che porti agli uomini una parola nuova che tutte le antiche parole confermino, e ne siano confermate.

                     70.                   Quest’uomo potrebbe aver colpito Giovanni per una rivelazione dell’anima o per una cosciente intuizione – Giovanni ha pochissima umanità, d’accordo, – appunto perciò ogni suo gesto non può essere figlio di un impulso repentino, la sua condotta verso quel pellegrino mi lascia in effetti pensoso, ma, …tutte le nostre parole son vento. Tu, maestro, che sai, rendici edotti e conducici per la buona via!».

                     71.                   Le parole di Zebedeo rispecchiavano, nella loro umiltà, il desiderio vivissimo di tutti i discepoli di udir la parola del maestro.

                     72.                   Gamaliel lo capì e non pensò più a sottrarvisi, ma con la sua consueta autorità iniziò a parlare: «Noi tutti sappiamo che Iddio, Principio imprincipiato e indifferenziato d’ogni cosa, si esteriorizza attraverso l’esplicare del suo volere in due modi: con l’enunciazione e con l’attuazione; mezzo unico di quest’esplicazione, il Verbo! Il Verbo che è Figlio della sua volontà e della sua potenza, manifestatore della sua essenza, ordinatore indefettibile d’ogni sua espressione, comunicatore diretto tra il manifestare e il creare. Il Verbo è ciò che gli esseni chiamano Krestos, e che Pitagora identificava nell’uomo alla ventesima potenza.

                     73.                   È fama comune a tutte le fedi religiose che questo Verbo si faccia carne (in realtà Egli si è già fatto carne con il primo uomo che ebbe la ragione) e in questa sua presenza fisica attuerà il ritorno all’unico principio d’ogni cosa creata. Da tempo immemorabile fu fede comune, nell’umanità, sperare in un redentore, in un salvatore, in un essere che, per sua virtù, liberasse gli umani dal peccato e dalla morte che del peccato è conseguenza.

                     74.                   Più gli uomini, moltiplicandosi, popolavano la Terra, più si diffondeva questa speranza, e più questa speranza si rivestiva degli aspetti desiderati dagli uni e dagli altri. Ove un soffio di libertà e di sicurezza tranquillizzava gli animi, ivi il Promesso assumeva aspetti pacifici: era Orfeo, era Anfione[142], era Dionisio. Ma là dove la tirannide, imperando, avviliva nella schiavitù della forma le anime degli uomini, ivi il redentore mutava aspetto. Era Prometeo il grande ribelle, era Lucifero ed era il Messia, e ancora, secondo le caste sociali e la cultura, questo Messia era un’idea oppure un uomo, un grande generale, un conquistare, un eroe, un semidio, un forte! Ognuno diede al salvatore promesso il volto sognato; ognuno gli attribuì, nel tempo e nello spazio, quelle opere che, essendo la risultanza di uno sforzo comune, pure apparvero idealizzate in un unico umano aspetto, e fu Ercole, il mite gigante, amico degli déi e degli uomini; fu Hermes lo scaltro dio, beffante e aiutante di volta in volta gli déi contro gli umani e gli umani contro gli déi. Fu Apollo, il genio solare, l’arcangelo Musagete[143] che assunse forma e difetti umani e servì in umiltà e pianse e riascese al cielo. Ogni ciclo umano vide una parte del vero. Agli uomini mancò l’intuito di unire tutte queste parti per ottenere un’unica Verità, per averne una sintesi d’analisi.

                     75.                   La Verità è una, come il Sole che è nei cieli, ma molteplici son gli specchi che lo riflettono; di ciò le varie teogonie[144] non ne tengono conto, ed ecco che quanto dovrebbe unire gli umani, li disunisce; e ciò che dovrebbe liberali li incatena.

                     76.                   Gli ebrei attendono un Messia, ma tutto il mondo l’attende da secoli. Tuttavia ognuno attende il suo Messia; perciò quando egli verrà, nessuno lo conoscerà. Egli verrà nella sua casa, ma i suoi lo respingeranno. Egli è luce, e la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non vorranno riceverla.

                     77.                   Per un uomo noi abbiamo la testimonianza di Giovanni, e ciò deve farci pensare. Ma chi ci accerta che Giovanni stesso non abbia in tal modo posto volutamente nell’imbarazzo la nostra scelta? Noi che conosciamo Giovanni e che abbiamo in lui obbedito allo spirito che lo conduceva, sappiamo che “…lo spirito è come il vento, donde venga e dove vada niun lo sa, ma tutti lo sentono soffiare. Tuttavia, chi può dire al vento soffia qui e non là?”. Ecco che noi tutti abbiamo creduto in Giovanni, né egli ci ha punto ingannati. Ma ora, osservando il suo contegno con questo pellegrino nazareno, noi tutti possiamo e dobbiamo seriamente chiedere che cosa Giovanni abbia inteso di fare e cosa egli intenda.

                     78.                   La nostra conoscenza ci fa consapevoli che grandi cose stanno per avvenire; sappiamo che è incarnato sopra la Terra Colui che potrà dire agli uomini una parola nuova. È costui, …l’indicato da Giovanni? Nondimeno, …niuna Scrittura parla di un profeta nazareno. Noi, che intatta conserviamo la dottrina dell’Uomo, abbiamo il dovere di mantenerla indenne da ogni contaminazione di fanatismo e di superstizione. Come possiamo quindi noi, sopra scorta di sì labili acquisizioni, decidere se il nazareno è oppure no l’invocato? Piuttosto, si vada da Giovanni, e a lui si chieda qual pensiero l’ha guidato, e qual pensiero lo guida tuttora verso codesto nuovo battezzato».

                     79.                   «Maestro,» – Zebedeo ruppe il raccolto silenzio, – «ho sentito, nel tempio di Gerusalemme, che i sacerdoti pensano di mandare a Giovanni una delegazione di farisei e di leviti per interrogarlo su se stesso, ma soprattutto sull’autorità mercé la quale battezza».

                     80.                   «Questo lo farà il tempio di Gerusalemme?».

                     81.                   «Sì, maestro!».

                     82.                   «Ebbene, di questa delegazione, anche gli esseni faranno parte, e tu sarai uno di quelli».

                     83.                   «Io son sadduceo, maestro!».

                     84.                   «E che vuol dire? Tu per me sei un allievo esseno, e come tale devi obbedirmi».

                     85.                   «Obbedirò, maestro!».

 

[indice]

۞

Capitolo 29

«Nessuno

ha mai veduto Iddio

Il Figlio unigenito

che sta nel seno del Padre

è stato Lui a rivelarcelo»

                        1.                   In Betania, al di là del Giordano, sostava Giovanni. La moltitudine lo premeva d’ogni lato come sempre, e molti che si erano proclamati suoi discepoli e seguaci, lo serravano da presso, un po’ per difenderlo dalla folla, ma più per separarlo.

                        2.                   Essi portavano a lui continue questioni, questioni che Giovanni risolveva con poche incisive parole, ma quando l’orgasmo profetico l’invadeva, la sua voce s’alzava talmente che tutta la folla poteva udir la sua parola.

                        3.                   Quel giorno ferveva una grande discussione su una parabola che era riferita in merito a un nuovo profeta sorto in mezzo al popolo. Uno strano profeta, diverso da Giovanni: un profeta che annunziava il regno di Dio, ove ognuno aveva un ugual premio qualunque fosse stata l’ora in cui si fosse convertito e il modo in cui avesse servito. Questa disinvolta affermazione aveva scandalizzato molti tra i discepoli i quali volevano da Giovanni o una spiegazione o una riprovazione.

                        4.                   «Come può essere, o maestro» – diceva uno, – «che Dio conceda a ciascuno la stessa mercede e, per merito, non distingua i giusti di tutta una vita, da coloro che si giustificarono alla fine?».

                        5.                   Giovanni rispose: «Il dare a ciascuno la stessa mercede non vuol dire che nel premio non vi siano gradazioni, bensì l’oggetto del premio sarà lo stesso per tutti. Quest’oggetto è la visione di Dio; ora, non vi sono molti déi, vi è un solo Dio, quindi un solo premio. Il modo poi che ognuno avrà di godere di questa visione, starà a distinguere i singoli meriti, o meglio ancora le singole capacità di acquisizione.

                        6.                   Come tutti i continenti godono della luce e del calore dell’unico Sole, (ognuno però nella sua diversa proporzione) così Iddio rinnova, mediante la grazia, le menti alla capacità di comprenderLo e le anime di amarLo. La grazia santificante che opera mercé lo Spirito, è la moneta con la quale viene pagato lo sforzo di ogni singolo senza che importi il quando ha incominciato a sforzarsi; di questa grazia Egli dà a ognuno quanto basta a ciascuno per giungere alla Sua visione, e così rivela la Sua giustizia. Un regno di Dio ove fossero molti premi...».

                        7.                   A questo punto, però, Giovanni fu interrotto da un movimento ondulatorio della folla, folla che veniva traversata da uno strano corteo avviato chiaramente verso di lui. Sacerdoti della fazione dei farisei e leviti, riconoscibili dalle vesti raccolte intorno al corpo, avanzavano in ordinata processione verso Giovanni, non senza una certa solennità. Tra loro si distingueva anche qualche sadduceo e qualche dottore della legge.

                        8.                   A questa vista, pur mormorando, la moltitudine arretrava lasciando un largo corridoio. Una certa preoccupazione si diffuse tra gli ascoltatori, come in tutte le accolte clandestine o semiclandestine dello spirito; l’intervento della religione ufficiale non poteva non destare preoccupazioni, risvegliare timori, agitare sopite speranze. Nel mormorio generale della folla si udì levarsi scandita la voce del fariseo che sembrava il capo di quella delegazione.

                        9.                   «Dicci dunque sinceramente, o Giovanni, figlio di Zaccaria: sei tu il Cristo? Sei tu Colui di cui parlano le Scritture, Colui che noi attendiamo?».

                     10.                   Giovanni ebbe nell’occhio un minaccioso bagliore: «Come osate? Voi tutti ben lo sapete: io non sono il Cristo, né mai sostenni ciò!».

                     11.                   Nella folla il mormorio divenne più profondo e …più minaccioso. Non tutti avevano udito la domanda del sacerdote fariseo, ma tutti avevano udito la risposta collerica di Giovanni, e ognuno l’aveva interpretata a modo suo. Il popolo non amava i farisei, né era molto devoto ai sacerdoti, ma la delegazione incalzò Giovanni eroicamente, incurante del mormorio popolare.

                     12.                   «E dunque, chi sei tu? Sei forse Elia?».

                     13.                   «E che intendete voi per Elia? Se voi intendeste Elia sapreste i tempi in cui vivete, ma non perciò io sono Elia», replicò Giovanni.

                     14.                   Questa risposta aumentò il bisbiglio e irritò la delegazione.

                     15.                   Autorevole, un fariseo richiese: «Allora dicci, in nome di Dio, te ne scongiuro: sei tu il Profeta?».

                     16.                   «Di qual profeta parlate voi, che né a Mosè, né ai profeti credete? Io non sono profeta, perchè i profeti annunciavano ciò che era per avvenire, mentre io vi dichiaro ciò che è già avvenuto».

                     17.                   «E allora, chi sei tu? Diccelo, così che noi possiamo riferire a coloro che ci hanno mandati. Che dici dunque tu di te stesso?!».

                     18.                   «Di me medesimo io dico che son la voce di colui che grida nel deserto: “Raddrizzate le vie del Signore”, e queste son le parole del profeta Isaia».

                     19.                   Nella folla crebbe minaccioso il mormorio; vagamente s’intuiva che nella domanda della classe eletta si celava un’insidia sottile per colui che il popolo amava. L’anonimato dava audacia al sacerdozio, ma irritava le masse, non fosse che per un supposto abuso di autorità e di potenza che si esprimeva con quella specie di processo pubblico. L’unico ad essere indifferente era Giovanni; le sue ammissioni avevano incoraggiato i suoi avversari. Egli non era il Cristo, non era Elia, non indicava sè come il profeta per antonomasia...

                     20.                   «Come mai» – incalzò subdola la farisaica domanda, – «osi dunque tu battezzare, non essendo il Cristo, non essendo Elia, né il profeta?».

                     21.                   Giovanni li guardò uno a uno e, dinanzi alla nera, magnetica pupilla, tutti si smarrirono. Fu nel silenzio generale che suonò, acerba come buccina[145] guerresca, la sua risposta: «Io battezzo in acqua, né mai ho preteso di rimettere i peccati, ma bensì annunzio Uno che ha questa potestà! Occorre che Egli cresca e che io diminuisca, ma io vi annunzio l’ora della gloria Sua in mezzo al Suo popolo».

                     22.                   «Dicci dunque chi è costui! Indicaci i segni dai quali possiamo riconoscerlo!» – Appassionata la domanda era partita da un sadduceo mescolato alla delegazione. – «Noi abbiamo bisogno di riconoscere Colui che tu annunzi. Diccene dunque i segni, …acciocché noi non erriamo!».

                     23.                   «I segni? Questa generazione perversa chiede un segno! E qual segno avrà essa fuor di quello di Giona? In verità io vi dico che in mezzo a voi c’è Uno che non conoscete e innanzi al quale io non son che polvere e fango trito e disseccato. Egli verrà dopo di me, ma nondimeno fu prima di me! Egli è l’agnello di Dio, è Colui del quale sempre ho detto: “Io vi battezzo in acqua, …ma Egli vi battezzerà in fuoco e Spirito Santo”. Io sono appunto venuto a battezzare in acqua perchè Egli fosse manifesto in Israele.

                     24.                   Io non Lo conoscevo, ma chi mi mandò disse: “Colui sopra il quale vedrai fermarsi lo spirito, quegli è che battezzerà in Spirito Santo!”. Ora io ho veduto lo spirito in forma di colomba scendere dal cielo e fermarsi sopra di lui...».

                     25.                   «Lui, chi?», – incalzò il sadduceo.

                     26.                   «Colui che io ho riconosciuto!».

                     27.                   «Ma chi hai riconosciuto? Chi è? Qual è il suo nome, il nome del padre suo?».

                     28.                   «Io non so di suo padre, se non che Egli è figlio di Dio! Poiché ho veduto lo spirito posarsi sopra di Lui!».

                     29.                   «Sì» – replicò il sadduceo, – «ma noi ti preghiamo di indicarci Colui che tu hai riconosciuto, ti preghiamo di dircene il nome!».

                     30.                   «Egli non ha nome, Egli è tutti i nomi!».

                     31.                   «Quest’uomo è pazzo» – asserì il fariseo che era a capo della delegazione templare, – «comunque resta stabilito che egli non indica sè come il Cristo».

                     32.                   «Quest’uomo non è pazzo» – replicò il sadduceo, – «lui sa bene ciò che ci dice, e non indica sè come Cristo, appunto perchè conosce il Cristo».

                     33.                   «Se quest’uomo conoscesse il Cristo, sarebbe sua premura indicarcelo», – insistette il fariseo.

                     34.                   «Sì» – replicò il sadduceo, – «se lui non conoscesse i farisei, se non sapesse la falsità che si annida nei vostri cuori...».

                     35.                   «Viva il sadduceo!», – gridò uno nella folla.

                     36.                   Quel grido scatenò l’uragano! Dalla folla partirono immediatamente sibili, fischi, grida di riprovazione: «Viva il sadduceo», – gridò qualcuno.

                     37.                   «Viva Giovanni!», –ripigliò la folla a gran voce. «Viva Giovanni e abbasso i farisei! Viva Cristo! Abbasso il tempio di Gerusalemme! A morte i farisei, ipocriti falsificatori della parola di Dio! Vipere velenose! Abbasso i traditori del popolo! Abbasso Roma! A morte i romani!».

                     38.                   La voce di Giovanni si levò più alta del mugghio della folla.

                     39.                   «Basta!» –urlò; – «volete che Pilato vi faccia ciò che fece ai diecimila, il cui sangue mescolò a quello dei loro sacrifici?! Io non sollevo sedizioni contro il legittimo potere, io esorto voi tutti, razza di vipere, a pentirvi dagli errori dei vostri cuori, a offrire al Signore un sacrifizio accettato di pentimento e di penitenza. Voi cercate i segni di Colui che è, …per venire a giudicarvi? Guardate ai vostri stessi segni, e badate che l’agnello di Dio non abbia a riprovarvi!».

                     40.                   Le durissime parole del profeta zittirono la folla e aumentarono l’indignazione dei farisei, i quali tornarono alla carica insistendo nelle domande prefissate.

                     41.                   «Dicci dunque finalmente il carattere del Messia, acciocché possiamo riconoscerlo!».

                     42.                   Giovanni non rispose. Da tempo il suo occhio veggente era fisso in un punto oltre la folla, sopra le rive del Giordano, dove, solo, raccolto nei suoi pensieri, un Nazareno passeggiava.

                     43.                   Di colpo con sacro entusiasmo proruppe: «Voi cercate il Messia? Eccovelo dunque l’agnello di Dio!», e con un ampio gesto additò l’orizzonte, il fiume, le rive, alla folla che d’ogni parte premeva. Due soli videro bene dove il gesto si fermava: un sadduceo che faceva parte della delegazione d’inchiesta, e un pescatore di nome Andrea (che vuol dire uomo coraggioso). I due, in un moto simultaneo, si slanciarono verso il punto indicato; il sadduceo, nelle bianche vesti dell’esseno, e il pescatore, nei suoi cenci pittoreschi, si arrestarono dinanzi al biondo Nazareno che passeggiava solo.

                     44.                   Uscendo dai suoi pensieri, Gesù chiese: «Chi cercate?».

                     45.                   Simultaneamente risposero i due privilegiati: «Rabbi, dove abiti?».

                     46.                   La brusca e strana domanda non turbò per nulla il Nazareno, che rispose loro: «Seguitemi, dunque, e vedrete».

                     47.                   I due eletti Lo seguirono con nel cuore una commozione profonda, e il Nazareno camminò verso il deserto che si stendeva vicino a Betania, al contempo minaccioso e accogliente.

                     48.                   «Ecco» – disse loro il Nazareno, – «gli uccelli dell’aria hanno un nido e le volpi della terra una tana, ma il Figlio dell’uomo non ha un sasso, fuorché questi del deserto, sopra cui posare!».

                     49.                   «Rabbi» – rispose fervido il sadduceo, – «pur io ho detto al deserto: tu sei la mia casa!».

                     50.                   «Ed io» – continuò il pescatore, – «…sul fiume ho ogni mia possessione. Se Tu non ci mandi via, Maestro, noi possiamo rimanere con Te!».

                     51.                   «E rimanete dunque, perchè chiunque lascia ogni cosa per seguirMi, avrà il centuplo in questo mondo e la vita eterna nell’altro!».

                     52.                   La pace solenne del vespero fu sopra il deserto. Alto il silenzio si posò sopra i tre uomini, ma niuno lo avvertì, ognuno ascoltava dentro di sé la musica di tutte le musiche, l’armonia che solo con se stessa si esprime.

* * *

                     53.                   Giovanni era rimasto solo, ma, assorto nelle sue visioni interiori, egli ben poco s’accorse di ciò che gli accadeva intorno. Occorse quindi una certa pertinacia a un nano deforme, rannicchiatosi ai suoi piedi, …per attrarne l’attenzione. Alla fine, i neri occhi fissarono il misero essere insistente...

                     54.                   «Che vuoi tu?», – chiese Giovanni poco gentilmente al nano.

                     55.                   «Maestro» – rispose quest’ultimo, – «Maestro! Voglio solo ricordarti che stasera è la notte del novilunio in cui mi hai promesso d’onorar la mia piccola vigna nel giardino...».

                     56.                   «Ah! Sei ancora tu? ... verrò!».

                     57.                   «Posso esser certo, Maestro?».

                     58.                   I terribili occhi di Giovanni trafissero il nano.

                     59.                   «…ti ho detto che verrò!», – ruggì.

                     60.                   Paride pensò bene di non irritare oltre lo strano profeta, e sgattaiolò via.

                     61.                   Giovanni, rimasto solo, fissò gli occhi nel cielo terso, nelle prime stelle che già palpitavano negli ultimi raggi del Sole. Stranamente rossi erano quei raggi! Rossi come sangue appena sparso, sangue di vene aperte, di vene generose.

                     62.                   Era rosso quel tramonto come un supplizio. Il Sole in quel rosso era pallido, era come la testa di un decapitato, immersa nel suo sangue, nel sangue che era sgorgato dalle arterie aperte del collo, sangue caldo che già s’illividiva, s’involava di ametista[146] ai margini, nella notte e nella morte!

                     63.                   Dalle labbra semiaperte di Giovanni uscì un sospiro. Di pena? Di speranza? Di amore? Un sospiro breve, tragicamente breve. Egli ignorava ogni debolezza, …ogni indulgenza massima verso se stesso, ma in quell’ora Giovanni ebbe un presentimento di paura! ... Ebbe  paura per la prima volta, una paura strana, irragionevole, …un istinto primordiale destatasi in lui, era angoscia, la prima vera angoscia dell’essere che così poca umanità aveva in se stesso, fuor dalla sua forma.

                     64.                   Giovanni, come tutti gli esseni sani e primitivi, aveva orrore di ogni deformità. La vista del nano l’aveva irritato e sgomentato, come lo irritava e sgomentava ogni aspetto disarmonico della Creazione. Paride aveva dovuto fare prodigi di pazienza e di astuzia per farsi ascoltare da Giovanni, …per strappargli la dura promessa: «Verrò!». Ora tornava a ricordarglielo, e volentieri il profeta vi avrebbe rinunciato.

                     65.                   La misteriosa nobile fanciulla che doveva parlargli in segreto, lo inquietava; entro di lui qualcosa insorgeva, come un istinto primordiale egli si accorse di aver paura e, …non sapeva di che. Giovanni era casto di natura, a trentadue anni era vergine. Il problema del sesso mai l’aveva turbato. Egli ignorava le tentazioni torbide e subdole, come ignorava l’aperto richiamo della carne precoce; per lui il corpo era un mero strumento con molteplici doveri e pochissimi diritti. Abituato a non sentir mai stimolo alcuno, Giovanni era cresciuto nel suo corpo come una fiamma nella lampada. Di qui la sua durezza verso qualunque deviazione o morbosità; la sua reale incapacità di porsi all’unisono con il peccato. Egli imponeva la penitenza come un medico avrebbe, in un lazzaretto, imposto un’energica disinfezione. Il peccato era una peste, una lebbra, un’infezione! Per Giovanni l’infetto era pericoloso alla salute pubblica, doveva essere posto in quarantena, allontanato dalla società, almeno fino a tanto che non fosse risanato, e il risanamento era il pentimento, la penitenza.

                     66.                   Uno strano istinto lo turbò al pensiero del misterioso appuntamento! Paride non piaceva a Giovanni, oltre che per la deformità fisica, per qualcosa di sfuggente, di subdolo che era in ogni gesto, quasi nel respiro stesso del nano. Chi poteva essere la padrona di un simile mostro? ... «Vedi l’ambasciatore, …vedi il re!» era proverbio popolare, e questo proverbio insisteva nella mente (fino allora tranquilla) del battezzatore. Quell’ambasciatore deforme non deponeva in favore della misteriosa mandante!

                     67.                   La notte era scesa sulla Terra come un nero manto di tenebre, e in mezzo a quelle tenebre, qualcuno scivolava con tutta la sveltezza consentita appunto dall’oscurità, ...qualcuno avvolto in un nero mantello che era uscito da un’occulta porticina della cinta della reggia di Erode, questo qualcuno era Salomè!

                     68.                   La principessina, nella notte, ripeteva la folle avventura che tanti anni prima aveva conosciuto sua madre. Essa correva verso il Giordano con ansiosa premura, ma i suoi piedini, poco usi a camminare, male la servivano, …e la facevano dolorare. Ogni poco inciampava, e il rombo del sangue degli orecchi, il battito disordinato del cuore la stordivano e la spaventavano, le sembrava impossibile che quel rombo di cascata non fosse percepito da tutta la città, non risvegliasse tutti i dormienti. Un attimo s’arrestò senza fiato e portò alla tempia le mani gelate, cercando di frenare quel rombo. Per un attimo pensò di tornare indietro, ma si riprese; il breve istante di riposo l’aveva quietata e le aveva reso la padronanza di sè. Riprese la penosa marcia e non si accorse che, nella notte, ombre nere la seguivano, caute ma ostinate, ombre d’uomini avvolti in neri mantelli

 

[indice]

۞

Capitolo 30

«Perché

questa è l’ora delle tenebre

l’ora in cui il male è il nostro padrone»

                        1.                   Quando nella notte buia il Giordano fece sentir la sua voce, a Salomè sembrò aver percorso le regioni degli inferi, e in quell’orrore, il nano che d’improvviso le si accostò scoprendo un’ampolla piena di lucciole vive, le apparve come un abitante misterioso delle nere spelonche.

                        2.                   Centinaia di re e di capi tumultuavano nel sangue di Salomè e la rendevano più regale tra le principesse orientali. Fu quel sangue che la resse all’urto e le impedì di gridare come qualunque altra fanciulla avrebbe fatto! Fu quel sangue orgoglioso che riconobbe il nano, prima ancora della mente turbata e sconvolta, e fu quindi con accento indifferente che essa disse: «Paride, sono qui!».

                        3.                   «Vieni, divina» – rispose il nano, – «il profeta ti attende già!».

                        4.                   «Dov’è?».

                        5.                   «Di qua, principessa», – e il nano si avviò facendo luce con la sua lampada vivente.

                        6.                   Rapida, Salomè, seguì la deforme guida. Questa volta la via non fu lunga, nella notte la nera sagoma di una capanna sorse di colpo innanzi all’ansia di Salomè. Paride bussò in modo convenzionale, e dall’interno si udì la voce robusta, se pur contenuta di Giovanni, dire impazientemente: «Entrate!».

                        7.                   Paride entrò per primo, la principessa s’arrestò un attimo sulla soglia per dare agio al cuore di calmarsi. Nella capanna oscura la lampada di lucciole non gettava che una luce fioca. A quella luce Salomè non vide che un’ombra più scura, nelle già scure ombre, ma quell’ombra parlava con un tono d’abituale comando e di decisa irritazione.

                        8.                   «Insomma, malefico nano, vuoi deciderti ad accendere qualche altra cosa che non le lucciole? Sono stanco di tutto questo mistero, di tutta quest’oscurità!».

                        9.                   «Profeta del Giordano» – armoniosa la voce di Salomè risuonò dalla soglia, – «perdona al povero Paride e degnati di accoglier benevolmente questa tua fedele».

                     10.                   «Chi sei tu che parli nella notte? La tua voce sussulta nel mio cuore; è come se ti avessi sempre udita, è come se avessi paura di te!».

                     11.                   «Come puoi tu, profeta, aver paura di una povera fanciulla perseguitata e infelice che deve ricorrere a questo mezzo per poterti parlare?», rispose la principessa.

                     12.                   «Ebbene, io sono qui, parla dunque, ma prima fa’ che questo tuo schiavo accenda qualcosa, una torcia, una lampada; io odio l’oscurità al chiuso».

                     13.                   «Non puoi accendere qualcosa, Paride?», – chiese la principessa.

                     14.                   «No, divina!» – sussurrò il nano, – «non ho pensato a questo».

                     15.                   «Bestia!», – sibilò Salomè, …le tenebre davano noia anche a lei. Nella chiusa ampolla le lucciole morenti non mandavano più che qualche raro sprazzo, al lampo del quale le tenebre s’infittivano ancora d’orrore.

                     16.                   «Perdona, profeta» – riprese dolcemente la principessa, – «non è possibile accontentarti ed accontentarmi. Grandi sono i pericoli che io corro, perciò il mio fedele, temendo che la luce denunzi la mia presenza, non ha voluto munirsi né di torce, né d’altro. Ma, se tu vuoi, lascia che io mi accosti; dammi la tua mano; a me allora sembrerà di vedere!».

                     17.                   Nella capanna si udì un risoluto calpestio. Guidato dalla voce della donna e dall’inquadratura del cielo, meno oscuro contro la porta aperta, Giovanni si era risolutamente accostato, la sua mano callosa passò rapida sopra la personcina serpigna di Salomè, e ad essa sembrò che quella mano fosse un occhio che tutta la conoscesse e la scrutasse.

                     18.                   La voce di Giovanni risuonò impaziente nella notte: «Sei scattante come una gazzella e tenera come il fiore del pruno; stilli d’olî preziosi, anche se la stoffa del tuo abito è ruvida. Chi sei tu dunque? Qual è la persecuzione di cui dici d’essere oggetto? Perchè mi hai chiamato qui? Qual nuovo tranello è questo?».

                     19.                   «Giovanni» – la voce musicale di Salomè si levò come una melodia di dolore, – «io non simulerò con te, né d’altra parte ne sarei capace. Ai tuoi piedi», – e cosî dicendo essa s’inginocchio, – «è l’infelice figliola di Filippo: la principessa Salomè!».

                     20.                   «Salomè?!» – Giovanni arretrò con un grido, – «Oh, mio presago[147] spirito!».

                     21.                   «Giovanni, perché quest’orrore? L’odio che tu hai per Erodiade non deve travolgermi, io sono innocente d’ogni sua infamia».

                     22.                   Giovanni s’era ripreso, era passato in lui l’attimo d’umanità che l’aveva reso come un fanciullo pauroso del buio.

                     23.                   Ora, nel buio si era fatta luce. Giovanni tornava il battezzatore, il predicatore durissimo. Così rimbeccò: «Fanciulla, qualunque sia lo spirito che ti ha suggerito di pensare che quest’ora accadesse, non dimenticare che Erodiade è tua madre, e non a te spetta il giudizio!».

                     24.                   «Giovanni» – replicò la fanciulla, – «perché mi tratti così? Per venire da te non ho guardato a rischi, né a fatiche. Se il tuo Dio è giusto, Egli non deve mettermi contro il tuo cuore!».

                     25.                   In così dire la sottile manina di Salomè, tentando nelle tenebre, aveva trovato il petto di Giovanni, e le sue dita nervose ora s’intrigavano nel vello[148] ricciuto che copriva quasi intieramente il petto del profeta. Quel contatto caldo, animalesco, rianimò in lei il desiderio; dalle dita sentiva come un fluido elettrico risalire lungo il braccio a ricercar la spina dorsale; più dolce, più suasiva, più umile divenne la sua voce.

                     26.                   «Se il tuo Dio è giusto, tu pure lo devi essere, Giovanni! Io sono molto infelice, io odio mio zio Erode e disprezzo mia madre. La mia vita a corte è una turpitudine; io mi sento ogni dì bramata e guardata, mille insidie mi circondano, mille obbrobri mi sono minacciati. Orfana di un padre vivente, strappata al rango che, per nascita, è mio, vedo ogni giorno mia madre rendersi esperta in lascive, la sento palesemente invocar la morte del padre mio e, forse meno palesemente, la mia! Ogni dì, maghi dall’occhio perfido offrono vittime ad altari abominevoli, invocano divinità nefande perchè mio zio divenga marito di mia madre, perchè mio padre, il mio povero padre, esiliato e defraudato d’ogni cosa, lo sia anche della vita. Di me, …dispongono come di una cosa; né il menomo[149] riguardo essi hanno per ciò che potrebbe essere la mia volontà. Qual sarà il mio avvenire in simili mani, che ne sarà di me?

                     27.                   O Giovanni, annunziatore di Dio. Tu puoi dirmi una parola, tu puoi darmi un po’ di pace, un po’ di forza, un po’ di fede, di cui son priva, poiché io non posso credere in un Dio che sulla Terra tolleri Erode!».

                     28.                   In così dire, Salomè, con la carezzosità di una gatta, si strinse contro Giovanni; ormai, approfittando dell’oscurità, aveva fatto delle sue braccia una collana al collo dell’annunziatore, e parlava con la bocca contro il petto dello stesso. Sotto le sue labbra sentiva battere il cuore tranquillo che non aumentava i suoi palpiti sotto l’eccitante pressione.

                     29.                   Salomè piangeva vere lacrime, in preda ad una strana commozione, violenta e dolcissima.

                     30.                   Giovanni, con tutta l’innocenza della sua vergine natura, cinse anche lui con le sue braccia poderose il corpicino fremente. Così, sola e povera nella notte, Salomè smosse in lui un’ignota tenerezza. Per la prima volta il profeta sentiva in sè qualcosa di dolce, di molle; lieve carezzò la testina che gli sfiorava il petto, ma non era imbarazzato. Per lui Salomè era una piccola bestiola del deserto, senza difesa, senza protezione. Giovanni pensava a una cerbiatta cui i cacciatori avevano ucciso la madre e che egli, bambino, aveva visto morir di fame, una cerbiattina dai grandi occhi dolenti. Come se fosse la cerbiatta, il battezzatore strinse a sè la principessa.

                     31.                   La sua voce fu dolce mentre diceva: «Calmati, bambina, …calmati. Hai fatto certo una grave imprudenza a vo1er quest’incontro, ma se vuoi la verità, la troverai».

                     32.                   «Io voglio l’amore!», – singhiozzò Salomè.

                     33.                   «La verità è amore, bambina!», – il profeta rispose.

                     34.                   «La verità è amore, dici?».

                     35.                   «Sì, creatura, la verità è tutto l’amore, poiché la verità è Dio!».

                     36.                   «Giovanni!» – la voce di Salomè divenne rauca. Premuta con tutto il viso contro il petto dell’asceta, essa mormorò: – «Io amo te!».

                     37.                   «Io non sono che una voce del deserto, creatura! Tu puoi amare, tu devi amare quell’Amore che è Verità!».

                     38.                   I dentini di Salomè s’infissero nel petto bronzeo, mentre s’irrigidiva come per uno spasimo titanico. Le innocentissime carezze di Giovanni la sconvolgevano; era ormai tutta vampa e desiderio, come un piccolo vampiro succhiò golosa il sangue della lieve ferita che aveva prodotto e andava ripetendo: «Ti amo, Giovanni, ti amo!».

                     39.                   «Principessa!». – La voce di Giovanni tornò dura, qualcosa nel suo intimo lo metteva di nuovo in guardia. Temendo di capire e non volendo capire, Giovanni cercò di sciogliere l’insidiosa catena delle nude braccia di Salomè, ma essa gli si avvinghiò selvaggiamente.

                     40.                   Indifferente alla presenza del nano, al suo decoro, paurosa solo di non riuscire nel suo intento, ubriaca della maschia personalità di Giovanni, essa disse con stridula voce: «Ma prendimi, prendimi finalmente; non capisci che io son pazza di te, di te, Giovanni, di te che sei l’amor mio, il mio sogno, …di te che io voglio come mio sposo? Son venuta nella notte a portarti intatta la mia verginità e la mia corona. Son venuta a dirti che in Galilea, …c’è un trono per te. Un bacio, ed io t’immolerò Erode e ti farò re! Io sono l’unica erede del regno. Mio padre Filippo ha ancora partigiani. Mettiti alla loro testa e...».

                     41.                   «Principessa!!». – Giovanni, con la sua forza erculea, si liberò dal vivente vilucchio[150]. Salomè tentò ancora di cingerlo. Giovanni riuscì ad afferrarla ai polsi e la contenne, tutta fremiti e scatti.

                     42.                   Finalmente Giovanni aveva capito, e un profondo disgusto lo serrava alla bocca dello stomaco. Salomè ora gli faceva schifo come un serpe viscido, ma Salomè non aveva alcuna idea della sensazione che poteva suscitare nello spirito di Giovanni. Conscia di se stessa e del suo valore, essa ebbe l’impressione di aver offerto a Giovanni una somma di tesori tali, da sbalordirlo. Essa quindi poteva attribuire la reazione del profeta a molte cose, non ultima all’incredulità di fronte a una simile offerta. Perciò, non sentendo nella stretta di Giovanni nulla di troppo tenero, insistette.

                     43.                   «Giovanni, mio Giovanni, credimi, vengo a te senza frode. Il tuo Dio me ne faccia testimonianza. Ti amo, amo tutto di te, il corpo e l’anima: amo la tua fede e la tua forza, alla fine amo per la prima volta! Perchè non pensi che sia il tuo Dio a ispirarmi, a guidarmi? Perchè rifiuti il dono di tutta me stessa?».

                     44.                   Queste ultime parole di Salomè frenarono sulle labbra di Giovanni il torrente d’ingiurie che stava per prorompere. Nella sua mano di ferro serrava i fragili polsi di Salomè; la sentiva in quei polsi passare con tutta l’anima, con tutto il fremito, con tutta la sincerità e, suo malgrado, non poteva impedire a se stesso di sentirsi pervaso da un’onda di commozione.

                     45.                   Quella fanciulla, fuggita da casa, pronunziante parole di cui evidentemente ignorava il valore, intenerì Giovanni, e la sua voce che si era indurita, divenne di nuovo dolce dicendo: «Principessa! Tu in questo momento sei posseduta, tu non sai cosa dici, e domani daresti la vita perchè queste tue parole niuno le avesse ascoltate! Torna in te, ti prego, e non essere da meno del tuo rango; io pregherò per te, per la tua anima e per il tuo conforto, e sarai consolata, te ne accerto!».

                     46.                   «Sarò consolata? E da chi se non da te? Oh, lo so, ti faccio orrore, vero? Sono la figlia di Erodiade, eppure ti giuro: non conosco uomo! Tu sei il primo e, …sarai l’ultimo. Oh, Giovanni, come devo pregarlo il tuo Dio?».

                     47.                   Le dita di Giovanni rallentarono un attimo la stretta, Salomè ne approfittò per svincolarsi e gettar di nuovo le braccia al collo dell’asceta.

                     48.                   «Oh!» – proruppe. – «Sii tu mio padre e mia madre. Sii tu la mia casa! Io ti ho scelto per sposo, come puoi tu respingermi?».

                     49.                   «Dio mio» – pregò l’asceta, – «illuminami tu! …che debbo fare?».

                     50.                   Ma poi riprendendosi staccò di nuovo da sè la disperata amante, ma questa volta le sue mani furono quasi carezzevoli.

                     51.                   «Povera piccina» – disse, – «ti prego, calmati, rientra in te, ciò che tu sogni è assurdo, è impossibile! Pensa a chi son io, a chi sei tu. Tu, …principessa reale, io, ...un figlio del deserto».

                     52.                   «Ma tu puoi diventare un re, solo che tu lo voglia, Giovanni!».

                     53.                   «A quale prezzo, bambina? Erode è (perdonami lo strazio che porto al tuo cuore di figlia) re, legittimo re della Galilea per diritto di primogenitura; l’usurpatore è tuo padre Filippo, non lui. Il peccato, il mortale peccato di tuo zio non è il trono, è l’infelice Erodiade! Come potrei io sostenere un diritto inesistente? Posso comprenderti, compiangerti. Compiacerti no! Mai! Povero agnellino sperduto!».

                     54.                   In così dire con paterna tenerezza Giovanni strinse al cuore la disperata, carezzandone i morbidi capelli: «Povero agnello», – ripeté.

                     55.                   «…Giovanni mio!».

                     56.                   In quella, una luce violenta e improvvisa di torce a vento illuminò di colpo i due esseri abbracciati. Un folto gruppo di guardie di Erode, guidato da Simon mago, circondò la capanna e illuminò la scena con le fiaccole tenute alte nel pugno.

                     57.                   «Ah, cagna!» – urlò Giovanni svincolandosi. – «A questo mi hai voluto condurre?».

                     58.                   Nel cerchio di luce, sanguigna, Salomè era rimasta esterrefatta e vide avanzare Simon mago con un sogghigno perfido che le si inchinò davanti con ostentata riverenza.

                     59.                   «Principessa» – disse, – «la tua lettiga è fuori che aspetta; seguimi, …di buon grado! E quanto a voi, guardie, per ordine del re, impadronitevi di quest’uomo e gettatelo in un carcere!».

                     60.                   Nella gola contratta di Salomè uscì finalmente un urlo: «Miserabile, miserabile infame! Nano maledetto!».

                     61.                   Ma Simon mago non volle por tempo in mezzo e, afferrata Salomè, la portò fuori, dove una lettiga interamente chiusa attendeva. Salomè non vide in un canto[151], presso un cespuglio, un mucchietto informe. Era il corpo del povero Paride, al quale il pugnale di Simon mago aveva spaccato il cuore fedele.

                     62.                   Nella capanna le guardie non ebbero da lottare per impadronirsi di Giovanni. Egli non aveva fatto un gesto in sua difesa: un’immensa tristezza era caduta sopra di Lui, la sua forza si era come spezzata, un oscuro senso di consapevolezza si era fatto strada nella luce della sua coscienza.

                     63.                   Come il vitello trascinato al sacrificio, egli lasciò che le guardie di Erode lo incatenassero, mormorando a se stesso: «Fate pure, perchè questa è l’ora delle tenebre, l’ora in cui il male è il nostro padrone!».

                     64.                   Circondato dalle guardie come un malfattore, Giovanni uscì nella notte. A Oriente, un brincello[152] di perla prometteva che il Sole sarebbe sorto ancora. Il Giordano scorreva, e un singhiozzo sommesso era nello sciacquettio della corrente: il Giordano piangeva il suo profeta. Sinistramente nella notte un gallo cantò. Le fiaccole erano state spente ad eccezione di una, alla cui luce sanguigna il gruppo s’incamminò verso le carceri.

                     65.                   Come una torre circondata d’assedio, la persona di Giovanni dominava tutti i suoi accompagnatori.

 

[indice]

۞

Capitolo 31

«Non cercare il passato

esso non è che avvenire

e forse domani è già ieri

domani è già vecchio

oggi solo significa qualcosa»

                        1.                   Nel carcere, Giovanni fu accolto con molto imbarazzo.

                        2.                   Il custode non voleva saperne di ricevere un ospite così ingombrante senza uno specifico ordine da parte di Erode.

                        3.                   Noto era nel popolo il rispetto che Erode stesso nutriva per il profeta, e il vederlo ora in catene non persuadeva affatto il vecchio guardiano, il quale alle insistenze di Simon mago rispose meccanicamente: «Perché il re non mi ha fatto sapere di aver deciso ciò?».

                        4.                   Comunque, dopo molto combattere, Simon mago ottenne che Giovanni venisse preso in consegna, e l’imbarazzatissimo carceriere pregò il profeta di volersi adattare in una modestissima camera fornita di un giaciglio e di una rozza tavola, tavola che egli si affrettò a guarnire d’idromele[153] e pane, mentre sopra il giaciglio gettò malconce pelli d’agnello.

                        5.                   Giovanni, estremamente cupo, si acconciò alla sua nuova dimora, mentre Simon mago e le guardie si allontanavano nell’alba, le une per adire ai loro quartieri con una novità da narrare ai commilitoni, e l’altro per portare a Erodiade la nuova della sua notturna prodezza.

                        6.                   Nella lettiga, interamente chiusa, Salomè aveva trovato due tenaci mani di donna che, a forza, le avevano applicato sulla bocca ansante una spugna imbevuta di strani aromi, perciò era caduta sui cuscini della lettiga come un essere inebetito e inerte. In quello stato essa era stata riportata a palazzo e adagiata sopra il suo letto di vergine. Così era finito il sogno di una notte di novilunio! Forse l’anima di Paride, aggirantesi nel buio, baciò le labbra fredde di Salomè prima di seguire il suo demone. Paride, solo Paride, il deforme nano, aveva veramente amato Salomè, la principessa inaccessibile!

                        7.                   Erodiade aveva ascoltato il rapporto di Simon mago premendosi il pugno sulla bocca per il timore di lasciar prorompere l’urlo della sua anima martoriata. Simon mago non aveva risparmiato particolari, ed Erodiade si riconobbe in pieno nella scatenata passionalità della figlia. Essa capiva come l’amore poteva nascere nel cuore di Salomè e come quest’amore sarebbe stato assoluto fino al delirio e fino al delitto. Anche lei, Erodiade, aveva amato, amava così e, ora, soffriva a sentir la perfida descrizione in cui, con voluta compiacenza, il mago insisteva.

                        8.                   Per lei, ora Salomè era la figlia, ma anche la sorella di spasimo e d’agonia e, pur maledicendo Giovanni, Erodiade capiva benissimo come Salomè potesse amarlo, e per la prima volta, forse, fu più madre che amante! La creatura nata da lei fu intera la sua verità: essa conosceva per prova come si era dannata nella casa di Aristobulo[154], e aveva ancora nelle carni e nel sangue l’ardore e il tormento dell’amor suo, perciò con la prima tenerezza del suo essere in via di disfacimento, pensò a Salomè che aveva voluto la sua notte d’amore e, in cambio, aveva trovato l’atroce derisione del fato. Fu perciò con freddezza che licenziò Simon mago, avvisandolo che forse il tetrarca Erode non sarebbe stato molto grato di averlo prevenuto in cosa di tanta importanza. L’arbitrio, infatti, di aver arrestato Giovanni poteva ricadere duramente sopra coloro che se l’erano preso.

                        9.                   Simon mago fu perciò assai malcontento, perché, ove si riprometteva gran premio, si trovava di aver riportato poco meno che condanna (oltre che aperto biasimo).

* * *

                     10.                   Nel carcere, liberato dalle catene, Giovanni si era gettato sul giaciglio con una gran tristezza nel cuore. Abituato al gran respiro del deserto, uso a non aver altro tetto che l’ampio cielo stellato, quella stanza chiusa lo soffocava, quel giaciglio maleodorante (a lui uso a premere con il fianco la sabbia ancor tiepida e pulita) lo contaminava, in più gli tornava dal suo cuore e dalla sua carne un oscuro senso di colpa e di vergogna. Alla sua innocente virilità verginea, nulla aveva detto il serpigno corpo che si era avviticchiato al suo petto, proprio assolutamente nulla. Ma la luce improvvisa delle fiaccole, il ghigno lubrico del mago, il sottinteso perfido intuito negli occhi delle guardie di Erode che l’avevano aberrato, provocavano ora in lui uno strano e tormentoso sentimento, fino ad allora ignoto. La sua carne ricordava molte cose e troppo tenacemente rifluiva in lui, dalle dita al cervello, una vibrazione sconosciuta. Si toccò il petto un po’ a sinistra sopra il capezzolo, …dove sentiva un lieve dolore. Le sue dita ritrovarono la scalfittura dei dentini di Salomè e la schiacciarono duramente, come volesse schiacciare il dolore. Confusamente egli capiva che una cosa nuova era avvenuta; capiva che in lui una resistenza era spezzata; il peccato, il peccato che aveva sempre affrontato e colto negli altri, era riuscito a raggiungerlo; peggio, a insinuarsi in lui. Dunque, aveva anch’egli peccato? Quel molle fluir di ricordi sensorî che lo intorpidiva, era il peccato? Era così che la carne e il sangue ubriacavano gli uomini e li travolgevano?

                     11.                   Il volto lussurioso e doloroso di Erodiade passò davanti ai suoi occhi con un aspetto serio e grave, un aspetto di rimproverante compiacenza.

                     12.                   «Ora capisci?», –sembrò dire il fantasma.

                     13.                   Giovanni si portò le mani alle tempie, ma le sue sensibili narici avvertirono il profumo della chioma di Salomè di cui si erano impregnate le dita. Contro se stesso Giovanni ebbe uno scatto di ripugnanza; a quel punto era dunque infetto?

                     14.                   Si gettò giù dal giaciglio e, in piedi, cercò di respirare, ma nella camera ristretta mancava l’aria.  Volle muoversi, ma al buio urtò e rovesciò la tavola con quanto vi stava sopra.

                     15.                   Il rumore sembrò un tuono ai turbati orecchi di Giovanni – abituato solo al deserto – e sempre più in lui la smania cresceva, il rombo del sangue al cervello gli evocò di colpo l’immagine dell’acqua... oh! l’acqua! L’acqua del suo bel Giordano, l’acqua che lava, purifica, ristora e rinnova; l’acqua che guarisce la carne e cancella dall’anima le colpe! Potersi tuffare ora nella corrente e lasciarsi trasportare dal fiume fino al mare, fino all’eternità! Quest’ultimo pensiero fece trasalire Giovanni. Dunque, a quello era giunto?

                     16.                   «Mio Dio!» – gridò, e volle alzare in alto le braccia, ma la celletta ove era rinchiuso aveva la volta bassa, e le mani urtarono dolorosamente contro il soffitto. Anche il gesto della preghiera gli era negato!

                     17.                   E colui che era stato come la palma del deserto, si ripiegò sopra se stesso come un cespuglio di ginepro.

* * *

                     18.                   Mentre Giovanni si dibatteva nella sua tremenda solitudine interiore, Salomè si svegliò intontita dal narcotico, ma con la vivezza del ricordo ancora bruciante nell’anima.

                     19.                   La prima persona che vide fu sua madre, ma si stupì di vederla come mai l’aveva vista!

                     20.                   Erodiade aveva il volto disfatto, incavato e duro per una notte d’insonnia e d’agitazione. Gli occhi non bistrati erano senza splendore, le carni non massaggiate erano flosce, le labbra senza carminio erano pallide, …e appassite. Era, in quel momento, solo una povera donna, una povera madre consapevole e triste, tanto che, spontanea, sulle labbra livide di Salomè salì per la prima volta soave la parola: «Mamma!».

                     21.                   «Figlia mia» – rispose Erodiade, – «che cosa hai fatto, che cosa hai fatto mai?».

                     22.                   La coscienza tornò di colpo a Salomè. Senza discutere, senza giustificarsi, con la durezza di un’inderogabile decisione essa rispose: «Lo amo, mamma, l’amo più d’ogni cosa al mondo e lo voglio!».

                     23.                   «Lo ami?» – mormorò. – «Ma sai chi ami?».

                     24.                   «Sì, Giovanni!».

                     25.                   «L’unico nemico che io abbia!», – gemette la donna...

                     26.                   «Non per sua colpa», – ribatté duramente Salomè...

                     27.                   Le due donne, tornate nemiche, si guardarono fronteggiandosi. Esperta di passione, Erodiade capì subito che vano sarebbe stato affrontare in Salomè la prima violenza; essa amava veramente, ed Erodiade sapeva cosa significasse in un simile sangue: l’amore! Quindi, si addolcì chiedendo: «Figlia mia! Ti rendi conto che significhi tutto ciò? Che dirà tuo zio Erode?».

                     28.                   «E che importa a me di Erode?», – rimbeccò pronta Salomè.

                     29.                   «Che a te non importi» – continuò paziente Erodiade, – «può darsi, ma non dimenticare che tu sei sotto la sua autorità, che lui è il tuo re, se anche non vuoi riconoscerlo come parente, nonostante tutto lui può e deve vegliare sopra il tuo decoro».

                     30.                   «È meglio, assai meglio che lui vegli sopra il suo», – replicò sarcastica Salomè.

                     31.                   Erodiade non volle accogliere il rilievo e continuò: «Qual fine vuoi tu che abbia questo tuo pazzo amore, bambina? Tu sei una principessa di regio sangue, e lui è un selvaggio predicatore del deserto; come puoi pensare che tra di voi possa stabilirsi il menomo punto di contatto per una qualunque alleanza? No, vedi, io non ti parlo per me, piccina, voglio, per amor tuo, dimenticare ogni cosa, le ingiurie mortali di cui mi hai fatto oggetto, la persecuzione crudele per cui sono odiata nel regno come una nuova Jezabel[155], la dura imprecazione per cui io son qui concubina e non moglie, come dovrei esserlo, di tuo zio!».

                     32.                   «Mio padre è ancora vivo!», – interloquì Salomè...

                     33.                   Erodiade ebbe un gesto di fastidio, ma tenace riprese la sua perorazione:

                     34.                   «Non ti parlo di me, ti ho detto, parlo di te, …e di questa tua pazzia che non potrà avere buon fine. Perchè, non illuderti, tu potrai amare Giovanni, ma lui mai ti amerà. La sua fanatica natura lo indurirà verso le tue grazie, tu sarai per lui il peccato, l’incarnazione del male. Egli ti odierà per ogni tuo vezzo e per ogni tua lusinga, e se anche in un attimo di delirio potesse cedere alla tua brama, si rialzerebbe dal tuo letto con l’orrore di colui che per sbaglio vi è giaciuto con una lebbrosa. L’amore scioglie i ghiacciai, mansuefa le fiere, bambina, ma è impotente contro chi è schiavo di Dio! Nella sua fanatica visione egli calpesterebbe i gigli, …arderebbe le colombe, per lui tutta la Terra non è che male. Arido come il deserto da cui proviene, tutto ignora e vuole ignorar della vita!».

                     35.                   «È bello!» – rispose cocciutamente Salomè. – «È bello e lo amo!».

                     36.                   «Ma lui non ti amerà mai!».

                     37.                   «E che m’importa? Purché sia mio...».

                     38.                   «Ma sciocca, non capisci che, mai, mai sarà tuo?».

                     39.                   «Come puoi dire ciò?» – impetuosa insorse Salomè. – «So io la dolcezza delle sue mani sulle mie spalle, l’arrendevole cedevolezza del suo petto contro la mia bocca, so io come quella voce può divenire dolce e dir cose che niun poeta mi ha mai detto. Le sue dita passavano nei miei capelli come una cauta prua di nave tra le acque tumultuanti di un fiume. Egli è forte quanto è bello, se infuria ti squassa come la tempesta, ma la sua furia è breve e ti compensa con la sua tenerezza come una notte d’aprile che ristora la Terra. Oh, tu non sai, non sai! Egli odora di miele selvaggio, …di sabbia e di Sole. Non è un uomo, è un elemento della natura, è come abbracciare il deserto e il Giordano insieme, e il suo alito è come il vento australe. Oh, le sue mani forti sopra le mie spalle, le sue dita intorno ai miei polsi! Io l’ho cinto con le mie braccia, madre, e sentivo contro la mia pelle l’urto possente delle vene del suo collo, mille torrenti caldi scorrevano in quel collo, i tendini vi erano come tronchi di tamarisco[156], e i muscoli guizzavano come serpi. Tutta la vita era in quel collo d’uomo e di Dio, in quel collo simile a una colonna di marmo pario[157] che regge quella testa come un capitello».

                     40.                   «Ma tu sei pazza, figlia mia!».

                     41.                   «No, non sono pazza. Se quelle maledette guardie non ci avessero interrotto!».

                     42.                   «Saresti stata allontanata a schiaffi da Giovanni!» – terminò Erodiade. – «Non illuderti. Tu puoi sorprendere quel fanatico pazzo, ma fa’ che si riprenda dalla sorpresa, e il furore di una leonessa, cui abbiano ucciso i piccoli, sarà dolcezza al paragone!».

                     43.                   «Ah, tu pensi questo?».

                     44.                   «Io conosco troppe verità della vita» – sospirò Erodiade, – «aspetta di vivere e le conoscerai tu pure!».

                     45.                   Salomè si drizzò a sedere sul letto; era pallida, gli occhi enormi, verdi come giada, mangiavano il viso smagrito, per le spalle ruscellava la calda cascata della sua meravigliosa chioma: era sapiente e matura, eppure innocente!

                     46.                   Con un gesto, che ormai le era divenuto abituale, essa portò le mani alle tempia e, fissando la madre, disse con voce bassissima e così dolce da essere velenosa: «Giovanni mi amerà, oppure...».

                     47.                   «Oppure?», – incalzò Erodiade...

                     48.                   «... morirà, ed io con lui...», – concluse Salomè.

                     49.                   Sulle due donne pesò funereo il silenzio.

                     50.                   Erodiade volle romperlo: «Comunque vedremo, bambina; la via della vita è lunga e tu l’hai appena cominciata. Sia ogni giorno vissuto intiero, che ieri è già domani e non conta, solo oggi conta, oggi che sei giovane e bella e al tuo fianco hai tua madre! Tua madre che, se anche misconosci, pur ti ama e farà di tutto per vederti felice».

 

[indice]

۞

Capitolo 32

«Sei tu Colui che aspettiamo

o dobbiamo attenderne un altro?»

                        1.                   L’arresto di Giovanni aveva provocato un violento fermento in Galilea. Il profeta era amato dal popolo e soprattutto era profondamente venerato per la sua energica campagna moralizzatrice senza compromessi e senza debolezze. Perciò i particolari del suo arresto, se dapprima causarono stupore, in breve vennero energicamente negati e non creduti.

                        2.                   Il saper poi che la congiura ai danni di Giovanni aveva avuto come protagonista Simone, il mago universalmente odiato, al quale a torto o a ragione venivano attribuiti tutti i delitti un po’ misteriosi e tutte le scomparse di vergini e di fanciulli, fu quello che fece prorompere l’indignazione popolare.

                        3.                   Alcune delle guardie che avevano operato l’arresto, furono circondate da torme furibonde e percosse; altre che avevano propagato voci che erano state ritenute calunniose diramazioni, poterono a gran stento scampare al pericolo di una lapidazione. I tumulti, crescendo, provocarono l’intervento dei romani, ma neppure i soldati di Roma furono molto ben accolti. Una ventata di rivolta passava sopra la Palestina: Giovanni era solo un pretesto, in realtà il malumore del popolo affondava le sue radici in troppe angherie passate traendo origine da troppe miserie.

                        4.                   Ora il popolino era scatenato, né a frenare il furore poteva bastare la poca forza galilea e romana che, nell’attesa d’ordini precisi, cercava di contenere una furia che chiaramente dimostrava di non intendere di volersi placare prima di aver fatto scorrere il sangue.

                        5.                   Inutilmente qualche dottore della legge più saggio dei suoi pari o più mal disposto verso Giovanni, cercò di invitare la plebe a calmarsi e a sottomettersi alle autorità costituite. Le parole di ragionevolezza caddero nel vuoto. Inutilmente nei tumulti si levava la voce di chi avrebbe voluto reprimerli, vuoi in nome della logica, vuoi in quello della ragione, e quando un tumulto è scatenato e la bestia dalle cento teste vuole la sua vittima, niun tribuno ha il potere di sottrargliela, e il popolo di Galilea voleva una vittima.

                        6.                   In breve, una fiumana di gente esasperata prese la via della reggia, travolgendo ogni cosa sul suo passaggio, ma davanti alla porta d’ingresso la fiumana s’infranse sopra le picche delle guardie che si erano riprese e premunite. A dar man forte accorse un manipolo di legionari romani a cavallo che, muniti di scudisci e adoperando il piatto delle spade, sbaragliò la massa convenuta, lasciando il terreno seminato di esseri malconci e semivivi.

                        7.                   Urla e imprecazioni salirono alle stelle. La folla, maledicendo Erodiade e Simon mago, momentaneamente sbandata, ritornò all’attacco. Ora anche nelle mani dei popolani splenderono ferri e volteggiarono minacciosamente frombole[158] e bastoni. Con il cieco potere della demolizione, muri di cinta e selciati di strade furono divelti, abbattuti e mutati in pericolose munizioni per gli insorti. Una pioggia di pietre si abbatté fischiando sopra le guardie e sui legionari, costringendoli ad indietreggiare e a cercare un riparo dietro gli angoli di case e colonne. Inoltre, dagli spalti della reggia di Erode, arcieri numidi[159] si levarono con i loro grandi archi e cominciarono a saettare. In breve i corpi degli insorti si accumularono in triste miscuglio sanguinante, e mentre il terrore sgominava le non organizzate masse, le guardie scelte del re e i legionari romani, che si erano ripresi, irruppero in carica spingendo la folla a rovinosa fuga.

                        8.                   Intanto, nella reggia lo sbalordito Erode, ignaro degli avvenimenti notturni, ascoltava sbigottito il racconto che Erodiade gli veniva facendo. Nell’apprendere dell’arresto di Giovanni, Erode s’infuriò. Mai egli avrebbe impartito un ordine simile. Colui che se n’era arrogato il diritto, doveva immediatamente esser punito e Giovanni rimesso in libertà.

                        9.                   Erodiade lasciò passar la sfuriata, e ben volentieri essa avrebbe sacrificato a quel furore popolare la testa di Simon mago, se un superstizioso terrore non l’avesse sconsigliata. In quanto poi a rimettere subito in libertà Giovanni, essa fece notare al tetrarca che sarebbe stato pericoloso... sarebbe stato come un abdicare alla propria sovranità, un insuperbire quelle masse furenti ed incerte che tanto mal volentieri si assoggettavano al dominio di Erode. Giovanni (disse insinuante Erodiade) era un elemento di fermento; porlo in libertà dopo averlo fatto arrestare, sarebbe stato un atto di debolezza, mai il popolo avrebbe creduto all’innocenza di Erode, …e il primo a non credervi sarebbe stato Giovanni stesso. Meglio era trattenerlo in carcere per un po’, così che sbollisse la furia popolare, e poi si sarebbe visto il da farsi. Abilmente Erodiate non mostrò la sua soddisfazione repressa. Giovanni in carcere era per lei la fine di una tormentosa censura, e in cuor suo si riprometteva che quella prigionia non sarebbe stata tanto breve.

                     10.                   Ma Erode aveva per Giovanni troppa stima e quasi religiosa venerazione, perciò essa dovette destreggiarsi con sagacia affinché Erode stesso non facesse un colpo di testa. Intanto i clamori esterni si erano mutati in urla di terrore e di morte. Sopra quelle urla dominava il grido di guerra latino, dei romani alla riscossa, e il tragico «uegh! uegh!» degli arcieri numidi che continuavano a saettar dagli spalti.

                     11.                   L’indomani giunse alla reggia di Ponzio Pilato. Il prefetto era invecchiato e indurito. I tumulti della Galilea avevano lasciato una traccia penosa nella sua anima e sopra la sua persona. Gli ultimi incidenti, collegati all’arresto di Giovanni, l’avevano particolarmente inasprito. Egli sapeva che a Roma intrigavano ai suoi danni, qualunque cosa avrebbe offerto un facile pretesto alla sua destinazione; ogni agitazione popolare in cui i romani fossero stati uccisi o feriti, sarebbe stata posta contro Pilato come prova dell’incapacità a governare.

                     12.                   Fu quindi senza preamboli che, introdotto alla presenza d’Erode, lo investì con dure parole: «Tetrarca, non sai più che cosa fare per irritare il popolo della Galilea? Ecco che una serie di disordini sono scoppiati in tutto il territorio a cagion di questo Giovanni. Non potevi lasciarlo tranquillo, così come io ho sempre fatto? Intanto tre soldati romani son morti e altri son feriti a cagion di queste zuffe. Come mai non hai pensato di consultarti con me, prima di prendere simili decisioni?».

                     13.                   Invelenito dal tono del prefetto, il tetrarca reagì: «Prefetto di Roma! Ti prego di ricordarti che se io, con il benigno compiacimento di Cesare Tiberio, porto la corona del regno di Galilea, ciò è perchè vi regni e governi secondo la mia volontà. La giurisdizione di Roma non ha presa sopra le questioni interne del paese, né io son tenuto, fuorché per amicizia, a riferirti alcunché riguardante l'ordine interno. Se io ho fatto arrestare Giovanni il battezzatore, ciò è stato perchè l’ho ritenuto necessario al pubblico bene, e le frenetiche manifestazioni dei suoi partigiani testimoniano pienamente del come io tolsi, appena in tempo, una cagione di pubblico sovvertimento! Dell’aiuto avuto da te per mezzo delle truppe romane ti sono davvero grato, ma qualcosa anche Cesare pur deve all’alleato fedele: della mia fedeltà Tiberiade è il pegno!».

                     14.                   «Tetrarca! Ti faccio notare» – ribatté Pilato, – «che io ho da Cesare ordini precisi, per cui ogni agitazione, per cagion di religioni, deve essere da me inquisita ed io devo personalmente occuparmi che gli indiziati, se confessi, siano giustiziati, altrimenti siano in catene deferiti a Roma al supremo tribunale di Cesare. Ora, se lasciai sempre tranquillo il battezzatore, lo feci appunto perchè mi era ben noto quanto potere egli avesse sopra il popolo. Per evitare gli incidenti come gli odierni, lasciai che egli predicasse il battesimo. Tu con la tua brusca decisione hai provocato tutta questa specie d’insurrezione, …a causa della quale dei romani sono morti. Io pure, prevenendola, …stimai buona politica non applicare i decreti di Roma. Oggi, però, Cesare può, se vuole, chiamarti direttamente in causa, o re, e tu che risponderai?».

                     15.                   «Prefetto, risponderò che in casa mia e nel mio popolo io sono l’insindacabile signore!».

                     16.                   «Tu almeno credi di poter rispondere cosi, ma bada, Tiberio è di mutevole umore e non è dolce quando ai suoi orecchi giunge la notizia che un soldato romano è morto perchè un alleato ha preferito tenere in non cale[160] il prefetto di Roma!».

                     17.                   «Mi sembra, prefetto» – sorrise Erode, – «che tu non sia molto tranquillo! Perchè dobbiamo urtarci noi due? Fra qualche giorno i miei mercenari metteranno il giudizio che manca in queste dure cervici dei Galilei. Quanto poi ai romani morti, …io imporrò alla città una multa di mille denari che offrirò a Cesare! Tutto si paga, prefetto, anche un soldato romano! Del resto, non preoccupartene, io non farò nulla di male a Giovanni che possa provocare ancora il popolo. Lo terrò un po’ in carcere e, quando il popolo vedrà che nessun angelo scenderà dal Cielo per liberarlo, che nessun prodigio della natura verrà a testimoniare l’ira di Dio per il suo arresto, l’entusiasmo per il battezzatore diminuirà fortemente, e riponendolo in libertà egli non sarà più che uno dei tanti fanatici pazzi cui nessuno più porrà mente».

                     18.                   Pilato taceva pensoso, non poteva negare che una discreta conoscenza di governo guidava Erode, e che in fondo era prudenza far buon viso a cattivo gioco. Innegabilmente Erode dimostrava un tranquillo coraggio ed era possibile che egli avesse ragione. Chi era alla fine Giovanni? Aveva egli un seguito, oppure l’infuriar della rivolta aveva fatto di lui un pretesto, mentre in realtà essa da tempo ribolliva negli strati bassi della popolazione? Il silenzio di Pilato si prolungava.

                     19.                   Lo ruppe Erode: «Sei pensoso prefetto!», – notò...

                     20.                   «Sono stanco» – replicò Pilato. – «Questo è un maledetto paese dove non si può stare in pace una settimana di seguito!».

                     21.                   «Lo so, prefetto, ma che farci? Un po’ di colpa l’avete anche voi romani, ...con la vostra smania di governare sopra la base del diritto delle genti! La Palestina non è l’Italia, non è la Grecia! Noi non abbiamo un’unità nazionale, siamo popoli diversi e nemici, la sola legge che conosciamo è quella del più forte, per questo, e solo per questo siamo sottommessi a Roma, finché i più forti non saremo noi. Le vostre opere, le vostre imprese non possono trovare in noi alcuna risonanza; alle vostre città di marmo preferiamo le nostre agglomerazioni di bicocche, ai vostri codici, alle vostre legislazioni, il nostro arbitrio.

                     22.                   Non far quel viso sbigottito, prefetto! Non sto facendoti una dichiarazione di guerra! So che senza Roma io non sarei tetrarca, o cesserei subito di esserlo là dove Roma mi togliesse il suo appoggio! Ma questo non vuol dire che i nostri metodi non siano più decisi e corretti dei vostri. Se io fossi assoluto signore della Galilea la pacificherei interamente con la forza del mio braccio. Dovendo invece divider con voi la potestà, io non posso che agire entro certi limiti. La plebe che prende tutto ciò per debolezza, ne approfitta e, mentre maledice i romani, dai romani si fa difendere, alle leggi romane ricorre, dagli déi romani accetta facilmente, per rigettarli non appena supponga che i deboli siate voi. Ma perchè stai in piedi, prefetto? Non dicevi d’esser stanco?».

                     23.                   Pilato avvertì l’ironia, ma era troppo depresso per rilevarla, e così si lasciò pesantemente cadere sopra un sedile guarnito di pelli di leopardo.

                     24.                   Con tono leggero Erode volle riprendere la conversazione: «... E la nobile Tullia Paolina, gode al presente di buona salute?».

                     25.                   «Non molta», – ringhiò il prefetto.

                     26.                   «Infatti, non si è più vista alle scuole e nei templi; si dice anzi che tu la tenga prigioniera per impedirle di farsi giudea».

                     27.                   Pilato in risposta si strinse nelle spalle...

                     28.                   «Certo» – riprese Erode, – «queste nostre donne han tutte delle strane idee!».

                     29.                   «Son donne, tetrarca, ...e non è per parlar di loro che io son qui».

                     30.                   Pilato riprese la sua sicurezza e proseguì: «I torbidi, in Palestina, …non sono solo originati da Giovanni. Chi è questo Messia di cui tanto insistentemente si parla?».

                     31.                   «Una delle tante fantasie degli ebrei», – rispose il tetrarca.

                     32.                   «Non è solo una fantasia, o re! Molti han sentito Giovanni annunziarlo pubblicamente ».

                     33.                   «Giovanni annunzia generalmente sempre molte cose; egli è un santo visionario».

                     34.                   «Sai dirmi se Giovanni ha del seguito?».

                     35.                   «Non credo; so che ha dei discepoli fanatici al par di lui. So anche che era molto caro a mio suocero Gamaliel; ma anche mio suocero, tu lo sai, è un innocuo sapiente che vive tra visioni e sogni. La sua rinunzia al trono lo ha dimostrato».

                     36.                   «Tetrarca, Roma ti offre oggi un modo di dimostrarle la tua lealtà...».

                     37.                   «Parla, prefetto!».

                     38.                   «Tu non vuoi liberare Giovanni?!».

                     39.                   «Per ora no!».

                     40.                   «Ebbene, io non te lo chiedo, ma ti chiedo solo di permettere ai suoi discepoli di visitarlo nel carcere».

                     41.                   «E perché mai?».

                     42.                   «Perché attraverso questi discepoli, seguendoli nei loro andirivieni, noi potremo vedere che cosa di vero vi sia nelle vaghe voci che circolano. Il popolo ebreo aspetta un messia, Giovanni l’ha annunziato; se questo Messia c’è, egli sarà cercato da questi discepoli. Giovanni stesso, penso, l’invierà a lui, e allora noi potremo avere nelle mani il capo di questa complessa matassa».

                     43.                   «Bene,     prefetto, se è ciò che vuoi, volentieri io te lo concedo, tuttavia credo che sbagli. Se in Palestina vi è una congiura per rovesciar con Roma anche me, questa congiura è del tutto estranea a Giovanni!».

                     44.                   «Come puoi essere così sicuro?».

                     45.                   «Non sono un romano, prefetto, e conosco l’anima del mio popolo. Giovanni e i suoi discepoli sono troppo occupati con il regno dei cieli per aver cupidigia di un qualunque regno della Terra».

                     46.                   «Può darsi, tetrarca, ma ciò nonostante ti sarò grato se vorrai accontentarmi».

                     47.                   «Lo farò, prefetto. Resti a cena?».

                     48.                   «No, tetrarca, la mia presenza è necessaria al pretorio. Si vivono ore che possono diventare importanti da un momento all’altro».

                     49.                   «…comprendo!».

                     50.                   Il prefetto uscì.

* * *

                     51.                   Giovanni rimase in carcere. In pochi giorni, secondo le parole di Erode, l’insurrezione fu domata nel sangue e in breve il popolo dimenticò, ma secondo le parole di Giovanni «…mentre egli diminuiva, qualcuno cresceva», qualcuno forte e sereno, forte di una forza diversa, più umana e più divina a un tempo. Qualcuno che parlava un linguaggio nuovo, un linguaggio mai udito e sempre sperato.

                     52.                   Un Nazareno biondo era il nuovo idolo delle masse. Un Nazareno che guariva i malati, mondava i lebbrosi e non malediva i peccatori. Perfino alcuni discepoli di Giovanni seguivano affascinati il nuovo Rabbi!

                     53.                   Egli si manifestava nel Sole come un sole umanizzato, irradiando da sè una continua potenza. Era la salute e l’amore, era il miracolo continuo, ma era anche la contraddizione in termini. Il suo insegnamento, dolce alle anime evolute, suonava strano a tutti coloro che, applicando la lettera, negavano lo spirito.

                     54.                   Era Lui l’annunziato?

                     55.                   L’esiguo gruppo di discepoli che era rimasto a Giovanni e che, in carcere, cercava di soccorrerlo, non osava parlarne, ma Giovanni capiva anche il silenzio! Ormai egli capiva molte cose, e molte altre non le capiva più. Il carcere l’aveva invecchiato e, …affievolito. Egli udiva le chiacchiere sommesse dei discepoli senza intervenirvi e, senza – com’era solito fare – dividere con loro la visione interiore. Nella sua anima era avvenuto uno spaventoso ripiegamento. Solo con se stesso, nelle notti senza sonno, aveva riepilogato minuto per minuto tutta la sua vita, cercando in sè il filo misterioso che l’univa allo spirito e che si era così stranamente spezzato.

                     56.                   Salomè era nell’aria che egli respirava e gliela rendeva infetta. La sensazione del corpicino avvinghiante si ripeteva nei ricordi dei tessuti viventi. Egli la sentiva strisciare nell’ombra e, spesso, inconsciamente, le sue braccia si piegavano nel gesto dell’abbraccio, ma tornavano contro il petto, …che trasaliva. Allora, come ridestato da un sogno, Giovanni sentiva che la disperazione lo invadeva. L’amore e l’odio tumultuavano in lui; egli chiedeva nella notte spirituale la Luce che era sfuggita e che mai forse era stata. Talora, duramente, si rivolgeva a Dio.

                     57.                   «Perché, perché» – gridava, – «mi hai lasciato solo nella notte? Che ti ho fatto? In che mancai ai Tuoi comandamenti?».

                     58.                   Il volto tragico di Elisabetta appariva all’infelice con i bianchi capelli scarmigliati e la bocca aperta in un grido di martirio. Egli cercava di cacciar l’immagine materna...

                     59.                   «Questo, dunque, tu vuoi dire? Che non dovevo abbandonare mia madre? Ma allora perchè mi hai chiamato con la voce del Dio terribile che già parlò a Mosè?».

                     60.                   Il ricordo del Nazareno gettava lampi nella notte, ma quei lampi più nulla illuminavano, forse anche in quello si era ingannato, non era l’Atteso, ed egli era stato lo zimbello di fatue forme, di vane apparenze? Quel giorno Giovanni decise di mandare un messaggio a Gesù.

                     61.                   «Andate» – disse ai suoi discepoli, – «cercate il Nazareno che io vi ho indicato e diteGli: “Giovanni ti manda a dire se sei tu Colui che noi aspettiamo, oppure se dobbiamo attenderne un altro!”».

                     62.                   «In nome di Dio, rendici chiaro ciò».

                     63.                   «Andate e ritornate a dirmi cosa Egli vi ha detto».

                     64.                   «Andremo, Maestro», – risposero i discepoli.

                     65.                   «È solo questo che io desidero prima di morire!».

                     66.                   «Perché parli di morire, maestro?».

                     67.                   «L’anima mia è morta» – disse Giovanni. – «Non starà molto il corpo a seguirla».

                     68.                   «Non devi pensar questo, maestro, sarai presto libero dal carcere, così ci è stato detto».

                     69.                   «Andate, dunque» – intimò, – «e fate presto, la libertà me la porterete voi».

 

[indice]

۞

Capitolo 33

«... il Cielo

 ...ha cura dei buoni

e i malvagi aborrisce!»

                        1.                   Quante notti passarono sopra Giovanni? Egli non le numerò! Tutto gli era dolore e fastidio. Vanamente intorno a lui i pochi fedeli si stringevano, egli non conosceva in loro gli amici, ma piuttosto i cani smarriti senza padrone. Invano lo stesso vecchio carceriere si affannava intorno a lui con le sue affettuose maniere per invitarlo a trarre dalla bevanda e dal cibo un po’ di conforto.

                        2.                   Giovanni, immobile, stretto in se stesso per ore e ore, per giorni e notti, toccava il fondo delle sue spaventose meditazioni; egli scendeva in abissi profondi ove non c’era vita, ove, solo lampeggiando, a tratti si rivelava l’idea, ma nulla quel lampo illuminava, tutto era vuoto, ma forse qualcosa più del vuoto! La tenebra non era che un modo di dire, ma la tenebra vera era quella che la sua anima intieramente colmava. Nulla v’era di più nero nell’intimo abisso, mentre Giovanni si sentiva vivo nel sangue della non vita, poiché non era vita l’abisso in cui scendeva con la meditazione colui che aveva vissuto nel Sole.

                        3.                   Freddo, solitudine, oscurità! Mai il «fiat lux» ebbe l’accento che nell’anima di Giovanni si levava...

                        4.                   «Luce, luce!» – invocava. – «Luce! Per me, per l’anima mia!» ... – Ma la luce non si accendeva. «Dove sei Tu che mi parlavi nel deserto?». – Ma nessuno rispondeva. «Dove sei Tu che io ho amato? Ecco, tenebra, gelo e bruttura son divenute la mia casa. Dove sei dunque Tu che io ho amato? No!» – urlava Giovanni, – «non Ti ho tradito, non l’ho amata, non l’ho voluta quella donna perfida e crudele, Tu lo sai! Le mie braccia l’hanno accolta come una piccola bestiola del deserto! Nulla essa ha detto all’anima mia, nulla! Tu sei geloso di lei, non è giusto, io ho amato Te solo! Io non ho avuto pietà di nessuno, neppure di me, Tu lo sai, io non conosco pietà, ma sii Tu giusto! Dimmi in che cosa Ti ho offeso, io non so, …non so. Sii giusto e fa ch’io lo sia. Rivelami la mia colpa, Ti supplico, fa che io la odî, ma dimmi qual essa è?»

                        5.                   All’alba, affranto, dopo una notte di lacrime, Giovanni cadde in un sonno pesante, sonno che non lo ristorò, ma l’abbruttì solamente.

                        6.                   Il vecchio carceriere invano tentò di lenire quella crudele agonia dell’anima. Il prigioniero non accettava che poco pane e qualche frutto, non voleva che qualche ciotola d’acqua. Invano il povero vecchio offriva quanto aveva di meglio: un vino vecchio conservato in un’anfora polverosa, o il sidro[161] fresco e spumeggiante preparato dalla giovane nuora. Ora l’incomodo ospite respinse rudemente ogni cosa, come sdegnosamente aveva rifiutato la condizionata libertà di qualche ora in cortile, che il vecchio a suo rischio aveva offerto. Tutto respinse! Solo nella notte la sua voce possente e straziante si levava in un soliloquio doloroso, dove Iddio taceva. Ma una notte, …la voce di Giovanni non fece fremere le tetre mura del carcere. Il grande usignolo taceva, il suo cantico di strazio non ritrovava le vie del Cielo, …del misterioso Cielo verso il quale egli andava. Strano era il silenzio, e il carceriere se ne stupì e volle guardare, …ma nulla vide nella povera cella. Ascoltò! Calmo, come quello di un fanciullo, giunse a lui il respiro del profeta addormentato. Il buon vecchio se ne rallegrò. Se il profeta dormiva, …voleva dire che la pace era scesa finalmente in lui. Così il buon vecchio se ne andò a dormire tranquillo, ringraziando in cuor suo la divina bontà che aveva placato il torturato figlio del Giordano!

                        7.                   Ma il vecchio carceriere non vide cosa quella notte accadeva nella cella oscura.

                        8.                   Fuori del consueto, Giovanni si era addormentato in pace quella sera. La lunga lotta con se stesso e contro se stesso si era conclusa nel suo disperato messaggio a Gesù. Ormai estenuato, svuotato d’ogni energia, era piombato in quel sonno assoluto, che non a caso vien definito fratello della morte, poiché, come la morte, ha il potere di separare le parti sottili dell’uomo da quelle dure, e ancora queste parti sottili libera dalle reciproche interferenze, così che solo il Principio mentale, totalmente scevro da cosa alcuna che abbia attinenza al mondo terreno, può innalzarsi fino ad identificarsi nel Principio primo.

                        9.                   La più grande avventura dell’anima umana è sempre nel sonno che si svolge, quando non è nella morte; e se è nella morte, nulla muta alle sue modalità. Nel sonno, come nella morte, i principi mnemonici della parte materiale dell’uomo si dissolvono. L’uomo non perde il ricordo di se stesso nella sua essenza; e perciò della sua individualità, ma piuttosto perde quello dei suoi collegamenti animici o cellulari; i corpi sottili che ne compongono l’identità svaniscono alla sua mente, pur permanendo e continuando ognuno ad esprimersi e a condurre, secondo precisi ordinamenti, quella parte vitale che è affidata a una peculiare attività. Così il sangue continua a circolare, il liquido rachidiano[162] a nutrire i gangli[163] nervosi, i medesimi a provvedere a tutte quelle reazioni richieste dal metabolismo della vita.

                     10.                   Lo stomaco secerne i suoi succhi e l’intestino provvede alla ridistribuzione delle sostanze, perfino la glottide continua il suo movimento di deglutizione della saliva. Una sincronia perfetta regola il corpo, senza che l’anima, o meglio ancora la mente, abbia da intervenire. I molti cervelli organici che l’uomo ha in sè, provvedono perfettamente da soli, perciò l’uomo, libero nella sua essenzialità (dal dover provvedere alla sua vita), può liberamente fruire delle sue possibilità ultraterrene, perchè l’uomo non è il suo corpo e neppure l’anima sua, l’uomo è essenza, verità di essenza, e questa verità di essenza si liberava in Giovanni durante il suo sonno profondo, simile alla morte.

                     11.                   Il vecchio carceriere, chiuso nella sua solida corazza dei suoi molteplici corpi, non poteva vedere quanto accadeva (visibile solo ad occhi usi alla conoscenza super-umana). Ma un veggente che si fosse trovato presente, avrebbe visto una luce bluastra sempre più intensa sprigionarsi dalla nuca e dalla fronte oltre che dalla gola del profeta giacente.

                     12.                   Questa luce, che dapprima emanava come un semplice alone da tutta la testa, adesso irradiava, in tre raggi decisi, dal duplice sistema pineale e dalla tiroide: tre raggi netti e delineati, di tre colori distinti, bianco quello della tiroide, verde e azzurro quelli uscenti dalla fronte e dalla nuca riunentisi a corona sopra la testa fisica di Giovanni. I tre raggi, mentre emanavano, sembrava si solidificassero, assumendo sempre più una forma unitaria, una fiamma a tre lingue, aventi come base una luce di un bianco incandescente; questa fiamma pulsava, roteando velocissima sopra se stessa, e così veloce era la sua roteazione che poteva apparire immobile, ma in realtà essa aveva un moto spiraliforme ascensionale, così che in pochi attimi fu al soffitto. Ma l’incannicciato coperto di malta non era un ostacolo al contatto dell’incandescenza vivente, e agevolmente la fiamma tricolore superò il fatuo ostacolo, al di sopra della quale vi era un’altissima torre, la quale serviva come una canna fumaria per il fumo. La folgore mentale la superò di un solo balzo, e fu sotto il cielo stellato. Verso di questo s’innalzò la fiamma, …come in un suo elemento. Su, dove il cielo è un prato e agnelli vi pascolano. Su, dove l’impetuoso spirito di Giovanni non poteva essere circoscritto dal limite di un ostacolo materiale. Che cosa sono le stelle per lo spirito, le quali tutte sono soltanto un punto?

                     13.                   Giovanni saliva verso la superficie dell’universo, saliva lasciando dietro di sé miriadi di mondi, saliva facendo a sé, Luce della sua stessa Luce. Un senso di fluttuazione lo teneva, egli si sentiva come un vascello sopra un gran mare, ...oltre le stelle, oltre! Oltre i soli! L’universo non era infinito, …un limite segnava pur l’illimitato. Oltre il limite, ombre, geni, demoni, angeli tentarono invano di arrestarlo! Oltre, deità apparvero e sparvero innanzi al baleno della trifauce fiamma! Su, più su, una pellicola più sottile di un velo di cipolla separava ormai Giovanni dal nulla. Le stelle erano lontane, più delle stelle lontane le possibilità angeliche o umane: una pellicola al di là della quale era il Tutto. La fiamma tiroidea aveva ormai divorato la fiamma duplice della pineale e solo più una fiamma di un bianco abbagliante costituiva l’entità giovannea... su, oltre l’irriconoscibile?

                     14.                   No! Non era dato a nessuna umana natura d’andare oltre. Le stelle erano lontane, il vento appariva ma non era! Tenebra o luce? Dov’è assenza di luce o assenza di tenebra, …i due valori si equivalgono. Non tenebra, non luce. Al limite, Giovanni ebbe pace!

                     15.                   Egli tornava in sé, senza saper di tornare, ritrovava in sé un noto ritmo, una nota armonia, egli era sé prima di essere, prima di non essere, a lui sembrò che un grande utero ancor l’accogliesse, si sentiva embrione, feto e ferma volontà, tutto era chiaro in lui, appunto perchè tutto era oscuro. Si adagiò in una quiete che non era pace, in un azione che non era contrasto: ‘era’ e quasi non sapeva di essere, eppure sentiva di ‘essere’! Una pace vasta, assoluta, completa lo permeava, era l’assenza del ritmo, dopo l’ossessione dello stesso, era il silenzio pieno di musicalità, era la pienezza assoluta, ove la stessa coscienza separata svanisce per attuare quella di tutti, in cui tutto ritrova se stesso.

                     16.                   Nel volo, possente sempre più l’anima di Giovanni somigliava al carro di fuoco che rapì Elia, e sempre più in alto puntava lo spirito infervorato. Ecco, ora era nella pace del Tutto, era come prima di esistere, di avere una forma, un nome, una coscienza, un’anima; milioni di vibrazioni si originavano in lui mentre lo originavano, una serenità limpida e piena lo compenetrava e lo permeava.

                     17.                   A questo punto il veggente che lo avesse seguito, non avrebbe visto più niente. Come una goccia di rugiada nell’infinito mare, la fiamma luminosa, che era Giovanni, svanì. Né spenta né accesa, in un oceano immisurabile di quieta sovrana Luce, una Luce che né aumentava né diminuiva per fiamme che vi si aggiungessero o se ne sottraessero: una Luce plenaria assoluta, in Se stessa inseparabile e immutabile, e in quella Luce, Giovanni ritrovò, inaspettatamente, se stesso.

                     18.                   Intiera (solo spoglia della possibilità di soffrire) tornava a lui la sua coscienza. Egli, nell’unione massima, si scindeva e s’individuava, egli era sì una goccia dell’oceano di fuoco, ma una goccia che vedeva intorno a sè miriadi di gocce sorelle e n’era visto, simili tra loro e pur non identiche, ogni goccia era in se stessa un universo ed era la ragione di miriadi di universi. Ed ecco che quell’oceano sembrò respirare, e ogni goccia raddoppiò di splendore, un fremito impercettibile e profondo animò tutta la divina sostanza, e Giovanni intuì fulmineamente come quel fremito fosse il pensiero di Dio che a lui meravigliosamente si comunicava.

                     19.                   Intuì che la separazione sarebbe ricominciata, ma non ne soffriva, non poteva soffrire di nulla, era la felicità piena e tranquilla, e di una sola cosa incapace: di aumentare o di diminuire. Consumato in ardore, egli non era che una nota della musica eterna.

                     20.                   «Parla, Signore, il tuo servo ti ascolta» pregò fervidamente quella che era stata la coscienza di Giovanni, e dal più profondo dell’essere suo rampollò la parola divina come scaturisse dalla roccia viva.

                     21.                   «Io ti ho contenuto in Me, come la mente il pensiero, come la volontà l’azione, ti ho espresso e ordinato, e per te ho espresso Me stesso nel vortice vuoto che si chiama mondo. Tu nella tua essenza sei una parte del Mio volere, tu sei la legge che Io manifesto di volta in volta agli uomini, ti ho nella Mia mano come Mia Volontà e Verità. Sei un modo di essere di Me stesso, una molla del complesso meccanismo del Creato, come ogni cosa, anche te, voluto creato e disposto, ti ho staccato da Me come il seme che cade dall’albero quando è la stagione della maturazione perfetta. Ti ho scagliato da Me come il fromboliere affinché tu dessi segno di Me e Mi rammemorassi ai figli della Terra, ai nati dall’acqua e dal fuoco. Tu Mi contieni perchè Io ti contengo, ed è questa l’essenza del vero: Io sono in te e in ognuno, e ognuno è in Me perchè Io sono tutto; ma tutto è Me. Io solo sono la Verità. Né bene, né male è nella Verità, perchè la Verità sola è immobile e immutabile. Ciò che non muta è vero, ciò che muta non è falso ma non è reale, è solo l’apparenza del vero, e cosi il male e il bene non sono reali, ma apparenti, relativi e mutevoli. Ciò che oggi è bene, sarà male domani, poiché la misura non è la felicità, ma il piacere.

                     22.                   Solo ciò che è retto non diverrà mai storto, e ciò che è giusto non sarà mai ingiusto, perchè il vero è rettitudine e giustizia: la Verità lo sancisce immutabilmente da sempre. Non giudicar nulla di ciò che muta, ma proclama l’essenza di ciò che è essenziale e semplice. Dal retto volere scaturisce il retto agire, il retto agire dà il retto risultato, e il retto risultato genera felicità. La felicità è eterna, e soprattutto, è vera. Io sono la Verità e la Felicità, Io sono l’Eternità!».

                     23.                   Ma nella profondità che Giovanni stesso era divenuto, più dolce un’altra voce si levò, vibrando di sconosciute pulsazioni. Giovanni sentì in sè stabilire un novello principio.

                     24.                   «Io sono l’Amore, e l’Amore è bene, è bene sempre, anche se erra, anche se sperimenta tra lacrime e pene, sbagli e delusioni, poiché l’Amore è l’essenza stessa della verità e della giustizia. Senza amare, tutto è come non fosse, per l’amore ogni cosa vive la pienezza di esser se stessa. L’amore unisce e separa secondo verità e secondo giustizia. Per l’amore, l'anima, randagia nel mondo delle forme, identifica nel dolore la sua via e attua nell’illusione la sua verità. Solo l’amore permette allo spirito di non smarrire se stesso e di operare rettamente, perchè solo l’amore fa conoscere il giusto dall’ingiusto e ciò che è retto da ciò che non lo è, l’amore opera con fiducia, non calpesta la canna già fessa, non spegne il lucignolo che fumiga, non abbandona l’agnella che si è sviata. L’amore è dolce, è paziente, è umile. Io sono l’Amore» – riprese più possente la voce. – «L’amore che è uno in tutti, e che tutti, ricercando, troveranno solamente nell’Uno. Io sono l’Amore, cioè la comprensione, la pietà, la bontà, la compassione e, se occorre, il peccato! Il peccato? Si, perchè quando il peccato è opera d’amore, ecco che già in se stesso ha il riscatto e la redenzione. Si pecca per amore, si pecca nell’amore, ma nell’amore ci si redime e ci si rinnova. L’amore è il rogo fatto di fuoco puro, non vi è nulla oltre l’amore, nulla prima di esso: l’amore, che è principio, è pure fine; è illusione, è verità, è delusione. L’amore è l’impulso d’ogni cosa.

                     25.                   L’amore è verità» – tuonò intorno a Giovanni l’infinito, – «l’amore è giustizia, l’amore è felicità, l’amore è dolore, l’amore è vita, è morte, è principio, è fine, l’amore è!».

                     26.                   L’infinito oceano di luce tuonò testimoniando per l’amore.

                     27.                   L’altro infinito, che era l’anima di Giovanni, supplicò: «Signore, insegnami ad amare!».

                     28.                   «Tu ami» – echeggiò il Cielo, – «perché ami colui che opera in giustizia!».

                     29.                   «Tu ami» – replicò l’abisso del Cielo, – «perché ami colui che testimonia per la verità!».

                     30.                   «Tu ami» – rauca la voce dell’inferno risuonò con l’asprezza calda di un corno da caccia, – «perché ami colui che sa morire per non abdicare alla sua libertà».

                     31.                   «Tu ami» – qualcosa di intimo affermò senza voce, – «…perché tu hai paura!».

                     32.                   Paura! Mille milioni di strumenti ad arco raccolsero e sostennero la nota! Paura! ...paura! L’amore è paura, è dubbio, è tormento, è voluttà, è piacere...

                     33.                   «No!» – la negazione giunse da ogni angolo del Cielo. – «L’amore non è piacere, è martirio!».

                     34.                   «Martirio!» – gli echi ripeterono. – «Martirio! Martirio!».

                     35.                   «Signore» – melodioso il grido dello spirito riprese, – «fa dunque che io ami, ami e testimoni con il sangue l’amor mio! Ami e sia come mai fossi stato, e sia come il vero che non è detto e che è! Ami, e tutto in me si acquieti. Ami, ma ami Te, solo Te che non hai limiti, né ostacoli, né impedimenti; Te, che sei a tutti Uno, e Uno in tutti!».

                     36.                   «Davvero, Giovanni, tu vuoi amare Me?».

                     37.                   Donde veniva quella voce? La Luce ebbe un volto, una forma, maschio e femmina insieme. Davanti alla coscienza di Giovanni, un’apparizione sorse, maschio e femmina uniti, fusi, …attuati indissolubili. La bellezza che è una a tutti, l’androgino eterno!

                     38.                   «Io sono il Cristo, il Figlio dell’eterno Padre» – disse l’apparizione. – «Io sono l’immacolato concepimento, il Verbo! Amami dunque, Giovanni, e nell’amore sii uomo!».

                     39.                   «T’amo!» – Giovanni rispose. – «T’amo, Tu sei il Cielo senza mescolanza d’inferno, il vero senza ombra di menzogna, la vita senza contaminazione di morte. Ti amo!».

                     40.                   L’apparizione tese le braccia di luce.

                     41.                   Melodiosa, la Sua voce scandì: «Io sono la risurrezione e la vita, chi Mi ama non morirà in eterno!».

                     42.                   E Giovanni fu luce nel gorgo di Luce!

 

[indice]

۞

Capitolo 34

«Nella vita di tutti gli uomini

vi è sempre un’ora che giunge

non sai se più desiderata

 o maledetta!»

                        1.                   La divina bellezza aveva preso in sè come in un gorgo[164] la coscienza di Giovanni. Perduto in essa, oramai il profeta non chiedeva, né voleva più nulla. Ogni cosa era obliata, della vita, della morte e della forma; ogni cosa, ma non la sua coscienza che, vigilante, registrava l’ora di inesprimibile estasi.

                        2.                   «Signore» – chiese Giovanni come figlio al padre, – «fa che io conosca la Tua dottrina e ne muoia!».

                        3.                   «Chi conosce la Mia dottrina non morirà in eterno» – replicò l’Essenza, – «poiché la Mia dottrina è la rivelazione dell’Amore eterno!».

                        4.                   «Sopra la Terra, l’amore è un’altra cosa!».

                        5.                   «Lo so, sopra la Terra l’amore è, prima d’ogni cosa, ricerca, perciò fonte d’insopprimibili dolori!».

                        6.                   «Dimmi chi devo e come debbo amare?».

                        7.                   «Amare. L’amore è l’istinto più alto dell’anima, tutti e tutto meritano amore. L’amore è puro quando, obliandosi di se stesso, si trova in quest’altro se stesso che è il prossimo suo».

                        8.                   «Debbo quindi amare tutti?».

                        9.                   «Sì».

                     10.                   «Anche i Tuoi nemici?».

                     11.                   «Io non so di aver nemici, o Giovanni».

                     12.                   «Anche coloro che sovvertono la legge?».

                     13.                   «Sovvertire la legge non è che incontrare una più dolorosa giustizia!».

                     14.                   «Anche coloro che negano la verità?».

                     15.                   «Coloro che negano la verità debbono aver molto sofferto per non saperla più conoscere in loro stessi!».

                     16.                   «Ma allora, l’amore è pietà?».

                     17.                   «Si!».

                     18.                   «La giustizia è comprensione?».

                     19.                   «Sì!».

                     20.                   «Anche del peccato?».

                     21.                   «Che cos’è il peccato, Giovanni?».

                     22.                   «Ma non è il peccato, operare contro di Te?».

                     23.                   «Nulla può operare contro di Me che Io non voglia che sia così; il peccato opera contro gli uomini che ritardano in tal modo l’ora del Mio amplesso. Tu Mi hai riconosciuto, Giovanni, tu hai testimoniato di Me. Testimonierai ancora, perchè per questo tu sei nato da donna, ma nessuno saprà mai cosa passa tra te e Me. Ecco che tu Mi hai battezzato in acqua, e oggi Io ti battezzo in fuoco, e ti compio! Tu Mi hai dato ciò che Mi mancava, prendi dunque da Me ciò che ti occorre!».

                     24.                   «Mi occorre qualcosa?».

                     25.                   «Sì, imparare ad aver pietà!».

                     26.                   «Insegnamelo dunque, o Signore, ed io l’imparerò!».

                     27.                   «La vita te l’insegnerà, Giovanni».

                     28.                   «La vita? Quale vita, fuor della Tua, è vita?».

                     29.                   «Quella degli uomini, Giovanni!».

                     30.                   Con spavento Giovanni si sentì oramai ricostruire, non era più una vibrazione di luce, era già una forma e pensava da se stessa. Già il Suo interlocutore si esteriorizzava, si formava, aveva un volto, un volto dolce di donna bella, un volto fermo di giovane eroe. Era il Nazareno che egli aveva battezzato! Il Cielo era la cella oscura, ma illuminata dall’ineffabile presenza.

                     31.                   «Ti ho mandato un messaggio, Signore!».

                     32.                   «Lo so! E son venuto a darti la risposta: tu stesso devi dirti chi sono Io!».

                     33.                   «Tu sei il Cristo! Il Figlio del Dio vivente».

                     34.                   «Sì, Giovanni, Io sono il Cristo, e tu sei il Mio annunziatore, il Mio profeta, colui che mai ha peccato davanti a Me e mai peccherà, colui che è nato da donna mortale e da spirito immortale, e che è il maggiore fra quanti siano nati da donna, poiché non dalla carne o dal sangue, ma dal volere di Dio fosti generato!».

                     35.                   «Vorrei avere dei peccati ora, per offrirteli, o Signore! Ma sono così povero, così ignorante!».

                     36.                   «Sei il Mio diletto, il Mio fratello maggiore e minore, il testimone!».

                     37.                   Ma il respiro del dormiente divenne già meno profondo, e la bella parvenza impallidì e svanì.

                     38.                   «Non andartene, Signore», – pregò l’anima di Giovanni.

                     39.                   «Io non vado mai via, Mi nascondo solo, ma chi Mi cerca, Mi troverà sempre».

                     40.                   «Ti ritroverò ancora?».

                     41.                   «Non Mi ritroverai perchè non Mi hai mai perduto, ti ho nella Mia mano come un sorso d’acqua per la Mia sete, e sono in te come un germe di fuoco per il tuo dolore!».

                     42.                   «Non andartene, no! Non andare!», – Giovanni gridò, ma il suo grido rimbombò in se stesso come un tuono e lo svegliò. La superba avventura era finita!

* * *

                     43.                   Giovanni si risvegliò con la netta sensazione di un rombo di tuono, ma nulla ricordava della meravigliosa avventura vissuta dalla sua mente nel sonno. Però si sentiva stranamente bene, fresco e ben disposto in ogni membro della sua persona, libero e lieto in ogni pensiero della sua mente. Nella cella era ancora buio, ma per Giovanni era come sorgesse l’alba. Una limpida sicurezza era tornata in lui, e con tale sicurezza, la forza. Come Sansone al ricrescere della recisa chioma, così il profeta sentiva rinascere in sè la certezza del vero, la convinzione del compito, l’entusiasmo della missione.

                     44.                   Egli tornava al Giordano: tutto era Giordano! Dal petto possente, libero come il trillo dell’allodola, si levò l’inno di lode, facendo tremare e vibrare l’angusta dimora. Da quando era stato imprigionato, per la prima volta Giovanni cantò, si sentiva ripieno di bontà, di forza e di gioia, e questa gioia traboccava in un cantico di benedizione!

Benedetto il Signore!

Benedetto l’Iddio che abita l’Altissimo,

le cui operazioni sono luce,

la cui manifestazione è amore.

A Lui dia ogni creatura lode,

Lui benedica ed esalti ogni vita,

Lui glorifichi ogni potenza

nei cieli, negli abissi, e sopra la Terra!

Venga il Tuo regno...

e ti glorifichi l’arida,

per Te sia feconda la sterile,

perchè Tu sei il mio Signore e il mio Dio,

né io avrò altro Dio fuori di Te.

                     45.                   La voce del profeta salì limpida nell’aria stagnante; riempì di sè il carcere e sembrò portasse un lieto annunzio. Il vecchio carceriere, bruscamente risvegliato, credette di udire la voce di un angelico spirito e già stava per prostrarsi quando riconobbe il timbro giovanneo. Allora s’inginocchiò lo stesso e ringraziò Iddio di aver consolato il suo santo profeta.

* * *

                     46.                   Quel mattino Erode si svegliò con l’idea fissa di parlare con Giovanni. Vanamente Erodiade tentò di distoglierlo, temendo che il fascino di Giovanni sopra Erode convincesse quest’ultimo a riporlo in libertà. Erodiade temeva la liberazione di Giovanni come cosa per lei estremamente dannosa. Infatti, dopo l’incarcerazione di Giovanni, la posizione di Erodiade accanto ad Erode non era più stata oggetto di attacchi da parte degli zeloti. Il popolo galileo aveva trovato un altro idolo in un giovane Nazareno che, fortunatamente per Erodiade, non s’interessava di questioni morali. Così pian piano intorno alla coppia illegale si fece il silenzio.

                     47.                   Salomè era un’altra fonte di preoccupazioni serie: più che mai innamorata e fremente, essa non nascondeva la sua impaziente premura di rivedere il profeta, e solo tenendo Giovanni entro un ben chiuso carcere, Erodiade poteva star tranquilla sul conto di Salomè, sopra la quale né le minacce, né le blandizie[165] avevano alcun effetto. Costei, ostinatamente cocciuta nella sua idea, aveva proclamato di voler essere unita al profeta del Giordano o, di morire.

                     48.                   Erode aveva preso con leggerezza quello che riteneva un capriccio giovanile della nipote, ma Erodiade temeva seriamente che non un capriccio, ma vera passione fosse quella che tormentava Salomè.

                     49.                   Alle osservazioni e rimostranze di Erodiade, il tetrarca aveva risposto: «Alla fine, io non posso impedire a tua figlia di innamorarsi!».

                     50.                   «No, ma tu puoi liberarla da quest’amore che ci è funesto!».

                     51.                   «Funesto? Non mi pare! Comunque, come devo fare a liberarla?».

                     52.                   «Vi è un mezzo e tu l’hai nelle mani, tetrarca: …fa uccidere Giovanni!».

                     53.                   «Donna! – (il debole re questa volta s’indignò sul serio). – Qual parola ti sei lasciata uscir dalla bocca? Uccidere Giovanni? L’uomo più santo del mio regno, colui che è tutta giustizia e rettitudine, e che non ha mai fatto male a nessuno? Ma sei pazza! Io so chi è Giovanni e cosa debbo a lui, quando dopo l’assassinio di Zuleima, la principessa essena, tutti i beduini del deserto vennero contro di me come una nuvola di cavallette! Fu Giovanni, il profeta di Dio, che salvò dalla distruzione me stesso e il regno di Galilea! Mai egli ha avuto una parola contro di me, mai mi ha chiamato usurpatore, né si è schierato con Filippo, mai ha incitato il popolo contro i romani; ha sempre insegnato il giusto, e se non può approvare il nostro amore, neppure la legge lo approva! Il suo zelo, …non è peggior lega di quello dei sacerdoti del tempio di Gerusalemme. Se la verità offende, …non è sopprimendo la verità che si fa che sia ciò che non è. Egli grida contro lo scandalo, e io non posso dargli torto!».

                     54.                   «Erode, così dunque mi tratti?».

                     55.                   «Ma che debbo dirti? Ti ho amata ch’ero bambino, ti amo tuttora forse più della vita; per amor tuo ho voluto ricuperare il trono dei miei avi e non ho guardato a torture, a sacrifici e a miserie! Ti ho dato ogni prova dell’amor mio, ho preso la mia coscienza e l’ho posta sotto i tuoi piedi per fartene un cuscino, …ma non posso porti sotto i piedi anche la mia ragione! Nella vita di ogni uomo, mi pare che un solo delitto possa bastare!».

                     56.                   «Delitto? Di qual delitto parli? Di avermi strappata alla vergognosa schiavitù coniugale con Filippo? Io ero tua dall’infanzia per volere dei nostri padri e, …ti ho amato senza misura e senza limite. Fui venduta a Filippo, …come una giovenca. Ho avuto un solo torto: quello di soggiacergli, di non ucciderlo e, …di non uccidermi; ma ero una bambina allora, ero come la mia piccola Salomè, più giovane ancora, e lui era un uomo robusto e duro. Mi prese come una preda e mi batté, mi domò, sordo alle mie grida, indifferente ai miei pianti, …e quella notte si ripeté! La mia unione con lui fu solo un martirio. Quella, quella sì, fu l’unione maledetta, fu quello lo scandalo! Di che mi si fa colpa, dunque? Di aver accettato il volo quando fu aperta la gabbia?».

                     57.                   Così dicendo, Erodiade pianse, …senza più curarsi del bistro che rendeva più profondi i suoi grandi occhi. Era ridicola e commovente, ed Erode sentì pietà per quella donna infinitamente amata! La carezzò e volle calmarla.

                     58.                   «No, Erodiade, non tu hai commesso alcun delitto, ma per questo non incitarmi oggi a commetterne uno che non troverebbe perdono. Purtroppo l’amor nostro è costato la vita a una nobile creatura: …il sangue di Zuleima io me lo sento sovente sopra il cuore! Quella sera essa voleva venir con me, compiere nel coniugale amplesso la nostra riconciliazione, ed io, affettando stanchezza, la pregai di rinunziare quella notte. La sua modestia di essena non la fece insistere, …e lei andò volontaria nella camera ove l’attendeva la morte. Io non volevo tradire il tuo ricordo, ed essa morì! Non meritava di morire così! Lei fu molto buona e comprensiva; mi fu più che moglie, incomparabile sorella, e sotto il mio tetto l’attendeva la morte, e io non fui là a difenderla!».

                     59.                   «…l’avresti difesa?».

                     60.                   «Sì, io dovevo molto a Zuleima!».

                     61.                   «Anche contro di me?».

                     62.                   «Lo sai, Erodiade, …ch’io non l’ho difesa contro di te. Non parliamo più del passato, vuoi? Ripeto, per una vita basta un delitto solo, …non aggiungiamoci il sangue del profeta. Piuttosto, se Salomè lo ama, perchè non lo sposa?».

                     63.                   «Ma Erode!!!».

                     64.                   «Che ho detto di tanto strano? Giovanni è bello, giovane, di nobile stirpe, …di alti sentimenti. Nato libero, è libero in ogni suo atto. Ciò che a lui manca io ce l’ho, posso darglielo, innalzarlo tra i principi, farlo mio compagno al trono, il primo tra i miei ministri, …il consorte della principessa reale. Farò di più: riconoscerò Salomè per mia figlia, farò di lei la mia erede!».

                     65.                   «Perché non sposi me piuttosto», – sibilò velenosa la donna.

                     66.                   «Sposarti? Lo farò appena sarai vedova, ma tieniti bene in mente ch’io non ucciderò mio fratello per te!».

                     67.                   «Hai potuto però prendergli il trono!».

                     68.                   «Il trono era mio! Io, non lui, …uscii primo dall’alvo materno! Ma ragiona, Erodiade, nostra figlia, sposando Giovanni, rimane contenta, Giovanni diventa nostro, il suo fascino, il suo potere vengono in pro del regno, egli da nemico diviene figlio, che puoi desiderar di più? Sposando Salomè, …ti assolve dinanzi al popolo. Riconoscendoti suocera, ti riconsacra; egli pregherà il suo terribile Dio per noi».

                     69.                   «No, Erode, no! Io non vedo nulla di buono in questa tua idea. Giovanni ci sarà più che mai nemico, egli crederà e farà credere che noi l’abbiamo a bella posta tratto in un tranello, e la sua feroce anima non avrà abbastanza anatemi da scagliarci contro. No, Erode, dai retta a me: uccidilo, …risparmierai molti dolori e molte vergogne. Uccidilo e avrai la pace nel regno. Hai visto cos’è successo per il suo arresto? Quanti sono morti per lui! È bene per il popolo che muoia un solo uomo! Erode, domani tu rimpiangerai di non avermi ascoltata!».

                     70.                   «Erodiade! Ma tu hai sete di sangue! Perchè non fai decapitare il tuo mago Simone piuttosto? Da quando egli è a corte, non sei più tu! È un malvagio ed io l’aborrisco. È lui che ci ha messo in quest’impiccio, è Lui la causa di tutto il tumulto! E se lui non fosse difeso dalla tua persona, non esiterei un istante a consegnarlo a Pilato come autore della rivolta: la croce, …sarebbe la conclusione della sua brillante carriera. Vita per vita, Erodiade. Dammi Simon mago, e io, ...rinunzierò alla mia idea su Giovanni!».

                     71.                   «No, mai!».

                     72.                   «Bene, come vedi, Erodiade, andiamo proprio d’accordo come marito e moglie!».

                     73.                   «Risparmia le tue ironie!».

                     74.                   «E tu le tue perfidie!».

                     75.                   «Erode! Salomè non sposerà mai Giovanni, hai capito?».

                     76.                   «Questo lo chiederò a Salomè, se non ti spiace».

                     77.                   «Oh, …maledetta sia l’ora!».

                     78.                   «Quale ora?».

                     79.                   «L’ora... – L’ora in cui...».

                     80.                   «Erodiade! Sempre per l’uomo giunge un’ora che egli non sa se è più desiderata oppur maledetta! Qualunque essa sia, l’anima forte sa accoglierla con un sorriso! Io non ti affliggo con il racconto delle mie ore, …risparmiami quello delle tue. Comunque, questa è l’ora della chiarezza, sia dunque la benvenuta!».

                     81.                   «Erode!».

                     82.                   «Lasciami, donna, sarà bene per tutti!».

 

[indice]

۞

Capitolo 35

 

«Io non disprezzo i tuoi doni, o re

ma per accettarli

dovrei disprezzare quelli di Dio

e tu non potresti più aver fiducia

in uno che fosse infedele al suo Dio!»

                        1.                   Erodiade, colma di sdegno, si allontanò piangendo senza aver la forza di celare alle sue ancelle il suo volto disfatto.

                        2.                   Erode, contento di aver dimostrato la sua forza, ma forse più ancora di aver dimostrato a se stesso un’intima onestà, ordinò che alla sua presenza si traducesse Giovanni. Oltre un mese era passato dal suo incarceramento e mai era stato tradotto innanzi ad alcuna autorità, così che l’ordine di Erode fu logico, oltre che atteso.

                        3.                   Il carceriere, ricevendolo, si rallegrò tutto; egli amava grandemente Giovanni e fu lieto di portargli l’annunzio.

                        4.                   «Maestro» – disse entrando nella cella, – «una buona nuova! Il tetrarca ha chiesto di vederti, ben presto tu sarai libero, perchè solo per errore tu potesti essere chiuso qua dentro».

                        5.                   «E tu lo credi, vecchio Tropheo?» – chiese sorridendo Giovanni. – «Nulla accade mai per errore, mio buon vecchio, tutto nel Creato ha la sua grande ragione».

                        6.                   «Sia pure come tu dici, maestro, ma il tuo posto non è tra queste nere tenebre di carcere, ed io sarò felice quando ti vedrò libero!».

                        7.                   «Io sono libero, mio buon Tropheo, poiché oggi sento che in me è tornato Iddio. Questo carcere non mi grava: qui o nel deserto, che importa? Iddio è ovunque! Del resto, qui sei tu, il tuo buon figlio e l’innocente tua nuora, qual compagnia migliore potrei desiderare? Qui …ho i miei discepoli fedeli. Se uscirò di qui, lo farò con rimpianto e ti sarò grato dell’ospitalità».

                        8.                   «Grazie, maestro» – replicò confuso il vecchio carceriere, – «ma adesso affrettati, i messi di Erode ti attendono».

                        9.                   «Hai così premura di sbarazzarti di me, Tropheo?».

                     10.                   «No, maestro, ma sarò felice di venirti ad ascoltare in riva al Giordano».

                     11.                   Giovanni seguì i messi di Erode e fu tradotto alla presenza del re. Erode sedeva sopra un trono coperto di pelli preziose. Sotto i suoi piedi, tigri e pantere, ridotte a mute spoglie, offrivano un tiepido tappeto. La veste era semplice, indossava una clamide scarlatta a imitazione dei romani, al di sopra di una tunica di seta pesante screziata di vari colori. Il suo aspetto, nonostante l’età e la crapula[166], era ancora prestante, e l’incipiente pinguedine era ben sopportata dallo scheletro possente e aitante; nell’insieme un misto di fierezza e magnanimità, una regalità naturale, unita a una cortese urbanità, atta a mettere a proprio agio l’interlocutore.

                     12.                   Per la prima volta Giovanni vedeva il tetrarca sopra il trono in atto di re e di giudice e, suo malgrado, non poteva difendersi da un lieve senso di timidezza e ammirazione.

                     13.                   Erode, infatti, ispirava ammirazione per il suo contegno dignitoso e affabile. Davanti a Erode, Giovanni piegò lievemente la testa rimanendo eretto sopra la bella persona.

                     14.                   A lui il tetrarca indirizzò prima la parola: «Profeta, la tua presenza in questa reggia, Dio lo voglia, sia di fausto auspicio. Con tutta l’amicizia ch’io ho per te, e che tu disprezzi, formulo questo voto!».

                     15.                   «Grazie, tetrarca! Ma in questa reggia io non venni ospite volontario e gradito, ma prigioniero e accusato, e tu mi sei giudice, non amico».

                     16.                   «Sei mordace, profeta! E s’io volessi esserti amico?».

                     17.                   «Sarai sempre mio amico quando sarai amico della legge di Dio!».

                     18.                   «Suvvia, profeta, mi son state dette di te strane cose, e non vedo come questo tuo fiero contegno ad esse si accordi».

                     19.                   «Se ciò che di me ti fu detto, fu il vero, io non ho da vergognarmene; se falso, non ho da temerne».

                     20.                   «Io non so se ciò che mi fu detto, fu vero o falso; è da te ch’io attendo di sapere».

                     21.                   «E che vuoi sapere da me?».

                     22.                   «Che cosa è accaduto fra te e la principessa Salomè nostra nipote?».

                     23.                   «Perché non lo richiedi direttamente a lei?».

                     24.                   «L’ho richiesto, infatti, e ne ho avuto la risposta. Ora da te attendo di saper che stima debbo fare di questa risposta».

                     25.                   «Chiama dunque la principessa; solo dinanzi ad essa io potrò dire una ad una le parole che furono dette».

                     26.                   «La chiamerò a suo tempo, profeta, ora ti prego seriamente di por mente alle mie parole. Dimmi, prima di tutto, se mi riconosci come tuo re».

                     27.                   «Sì, tu sei re della Galilea per diritto di primogenitura».

                     28.                   «Grazie, Giovanni, ti farò dare tanti sicli d’oro per quante son le parole che hai or ora pronunziate».

                     29.                   «Tieniti il tuo oro; la verità non si compra e non si vende!».

                     30.                   «Non esser così duro, io non ti ho offeso».

                     31.                   «Sì, o re, tu mi offendi se pensi di compensare quanto è stabile convinzione della mia anima. Tu sei il mio re perchè io son nato in Galilea, questo né tu né io l’abbiamo stabilito né voluto, ma sì quel Dio che per primo, dall’alvo[167] materno ti trasse; dunque, al Suo giudizio la mia piena sommissione. Se primogenito fosse stato tuo fratello Filippo, egli, non tu, sarebbe il mio re!».

                     32.                   «Tu ami Filippo?».

                     33.                   «No, non amo chi si ribella per malvagia ambizione al suo legittimo signore, …disobbedendo a Dio!».

                     34.                   «Ma allora, figlio mio, se tu non ami Filippo, mi riconosci re legittimo e riconosci che Filippo ha peccato d’ingiustizia pretendendo al trono dei nostri avi. Perchè non hai un po’ di pietà per quella povera donna che ha l’unica colpa di amarmi?».

                     35.                   «È di Erodiade che tu parli?».

                     36.                   «Sì!».

                     37.                   «Io ho di lei una pietà infinita, tanto maggiore quanto più vedo dove questa indegna passione la sprofonda. Essa non può esserti moglie, né amante, perchè essa, e tu con lei, peccate di continuo incesto. Essa ti è cognata, è la moglie del fratello tuo che vive tuttora, la madre della figlia del fratello tuo, essa ti è cognata e sta scritto: “Non scoprire le vergogne della moglie del fratello tuo, esse sono le vergogne del fratello tuo”. E sta scritto ancora: “Non giacere carnalmente con la moglie del prossimo tuo, non contaminarti con essa". E sta scritto: “Tu non commetterai adulterio...”. Queste parole sono scritte nel libro santo, perchè così parlò Iddio a Mosè e ai profeti, e la sua legge è santa sopra d’ogni cosa».

                     38.                   «Ma, Giovanni! Il medesimo libro santo è una serie completa di contraddizioni, perchè sta anche scritto, …che il cognato deve sposar la cognata per suscitar seme al fratello suo!»

                     39.                   «Tetrarca! Tuo fratello vive, e tu non devi tenerti la moglie che è sua!».

                     40.                   «Ma essa m’ama!».

                     41.                   «Anche il diavolo ti ama, o re, e con questo vorresti tu il suo amplesso? Anche la tigre ama la carne vivente di cui saziarsi. Perchè non ti dai in suo pasto?».

                     42.                   Il tetrarca cercò di ridere: «Via, Giovanni, siamo qui soli e nessuno ci ode, qui non scandalizzi alcuno se riconosci di esagerare alquanto».

                     43.                   «Iddio ci ode, tetrarca, e la Sua legge che è incisa nei nostri cuori ci ascolta del pari».

                     44.                   «Ma che dovrebbe fare, secondo te, questa povera donna? Tornare dal marito che imbestialito l’ucciderebbe?».

                     45.                   «Quand’anche ciò fosse, la sua morte sarebbe vita e riscatto, la sua anima salvata avrebbe sopra se stessa la benedizione di Dio, e i suoi peccati le verrebbero rimessi: essa, rinnovata e purificata, salirebbe verso le stelle con il merito dell’ultimo salutare esempio, mentre, non facendo ciò precipiterà alfine negli abissi, e tu con essa. Ma quand’anche il debole sesso e il donnesco animo a tal forza di sacrifizio non la portassero, la penitenza le offrirebbe sempre un salutare asilo, ed essa potrebbe, a guisa[168] di vedova saggia, attendere alla glorificazione di Dio!».

                     46.                   Erode rise schiettamente: «Ma tu farnetichi, …profeta! Ah! ah! Erodiade penitente? …vedrai prima il Giordano risalire la sorgente! Nessuno è più convinta di lei d’essere nel giusto, mio caro Giovanni; in fondo, …tu e lei vi somigliate: entrambi cocciuti, testardamente presi dalla vostra idea fissa. Tu, tutto cielo, e lei, poveretta, tutta terra, materia e passione. Ognuno di voi, dal suo angolo visuale, …non vede che un ristrettissimo settore del Creato. Quanti anni hai, Giovanni?».

                     47.                   «Trentadue, re!».

                     48.                   «Trentadue anni, ...la mia età quando la rapii! Ero già vecchio di dolori e di conoscenza, ...non credevo già più a quei fantasmi splendenti che sembrano tuttora cullarti: ho pietà di te e ti invidio!».

                     49.                   «Anch’io ho pietà di te, tetrarca, ma non t’invidio».

                     50.                   «Giovanni! Mi sembra che tu stia dimenticando che parli al tuo giudice!».

                     51.                   «Non posso ritener per giudice chi mi fa confidenze da libertino».

                     52.                   «Oh, per la barba di Mosè, …anche insolente ti fai?!

                     53.                   Ma, via...» – continuò ripigliandosi, – «…voglio donar molto alla tua selvaggia natura, poiché molta è la stima ch’io nutro per la tua saggezza. Vorrò quindi sottoporti alcuni quesiti. Vedrò dalle tue risposte se davvero lo spirito di Elia ti guida, così come dicono...».

                     54.                   «Lo spirito di Elia mai fu consigliere di re!».

                     55.                   «Va bene, si disturberà a esserlo adesso» – replicò Erode, – «e prima di tutto proprio da te voglio sapere come devo comportarmi verso mio fratello Filippo. Vinto ma non domo, egli continua a insidiarmi e a tramare nell’ombra; mai passa giorno che i suoi partigiani non facciano scorrerie nei villaggi limitrofi, procurandomi molte noie anche con i romani. Quasi ogni giorno scorre sangue, …e i raccolti vengono incendiati. A me spiace agire rigorosamente contro di lui, che pur mi è fratello, ma altrettanto mi spiace non proteggere i miei sudditi. Qualcuno mi si è offerto di tentare clandestinamente d’ucciderlo, così che un solo colpo mi assicurerebbe la pace: dimmi tu, che debbo fare?».

                     56.                   «Non avvalerti dell’insidia, non rispondere con il tradimento, o re, ma cerca, se puoi, che autorevoli saggi parlino al cuore di lui secondo giustizia e verità; intanto, alla forza opponi la forza, perchè i tuoi sudditi han diritto di esser protetti, ma fa’ che la clemenza ti sia scorta nel giudizio. Pensa però quanto questa tua opera sarebbe facilitata se a lui tu rendessi la figliola e rinviassi la moglie ».

                     57.                   «Meno l’ultimissima parte, il tuo consiglio mi piace».

                     58.                   «Lo so, o re, sempre i consigli son chiesti per non esser eseguiti».

                     59.                   «Allora, ascoltami ancora: tu sai ch’io sono alleato dei romani, alla fine io debbo a loro l’aver riavuto il trono degli avi, ma nel tempio di Gerusalemme tra i farisei e gli zeloti quest’alleanza è vista molto male. Che debbo fare io? Spezzarla, dopo che, volontario la contrassi? Continuarla a dispetto del popolo insofferente?».

                     60.                   «Colui che rispetta se stesso, rispetta la sua parola e la mantiene a costo della vita. Senza una giusta causa non puoi spezzar l’alleanza che volontario contraesti».

                     61.                   «E non è giusta causa l’irritazione del popolo?».

                     62.                   «Non è giusta causa l’irritazione di un popolo che non seppe, a suo tempo, difendere la sua libertà o conservarsela essendone degno. Il popolo che vuole e non vuole, che acclama e impreca a seconda del vento di passione che lo investe, non può costringere un uomo a non mantenere la sua parola».

                     63.                   «Sei duro con il popolo d’Israele, Giovanni! Ma dimmi, è lecito pagare il tributo che questi romani esigono?».

                     64.                   «Non è questione di lecito o di illecito, è questione di patti liberamente accettati e stabiliti, se avete contratto un impegno dovete mantenerlo, altrimenti no!».

                     65.                   «Contratto un impegno? Essi, …ci han vinto! Infine, vi è un impegno tra vincitore e vinto; o non piuttosto, imposizione o rivolta?!».

                     66.                   «Quando si può scegliere tra la morte e la disfatta, è giusto che chi ha scelto la disfatta sia soggetto al vincitore!».

                     67.                   «Scelto la disfatta? Il popolo d’Israele non ha scelto la disfatta. Contro forze preponderanti non poteva che cedere, anche se avrebbe voluto morire».

                     68.                   «Cedere, ma non venire a patti! Così fecero i nostri antenati che furono tutti trascinati nella schiavitù di Babilonia, ma una volta accettato un patto, questo deve essere mantenuto».

                     69.                   «E allora, si deve pagare il tributo?».

                     70.                   «Si, poiché s'è accettato di pagarlo».

                     71.                   «Sei una lama, Giovanni! Ma ascoltami ancora: due donne, di cui una ricca e l’altra assai povera, mi son venute a sottoporre a giudizio una questione; quella ricca dice di aver prestato una moneta d’oro alla povera senza più averne avuto restituzione, quell’altra sostiene invece di aver a suo tempo reso la moneta. Non vi son testimoni, che debbo fare?».

                     72.                   «Dona una moneta d’oro alla povera, e ordina che in tua presenza la restituisca alla ricca, e tassa quest’ultima di cento monete d’oro per non aver avuto cuore verso la misera!».

                     73.                   «Vedo che la tua saggezza, o Giovanni, è pari alla tua rusticità. Vuoi tu che noi siamo amici? Sol che tu receda lievemente da questa tua feroce ostinazione contro Erodiade, e tu rimarrai con me a corte, sarai il mio ministro, la mia guida; rifletti, Giovanni, non disprezzare i miei doni!».

                     74.                   «Io non disprezzo i tuoi doni, o re, ma per accettarli dovrei disprezzare quelli di Dio, e tu non potresti più aver fiducia di uno che fosse infedele al suo Dio!».

                     75.                   «Ah! Ma questo è troppo, …tu abusi della mia pazienza! Va, torna al carcere e pensaci bene, poiché anche abusar della clemenza del proprio re è offendere Iddio!».

                     76.                   «No, quando questa clemenza pagherebbe il compromesso della coscienza!».

                     77.                   E tra le guardie, Giovanni uscì.

 

[indice]

۞

Capitolo 36

«Un gran profeta è sorto fra noi

oggi Iddio ha visitato il suo popolo»

                        1.                   Sull’aia di una casa colonica vi era un agitare di persone, eppure non era la stagione in cui si batte il grano e lo si separa dalla pula, né in quella casa si festeggiavano nozze o piangevano defunti, ma molta gente si accalcava nell’aia pulita, e anche fuori nei cortili esterni e dentro la casa si riunivano i più intimi. tutti però affacciati verso l’aia, arrampicati sopra i fienili, sempre in maniera di poter vedere. Nell’aia, seduto sopra un sacco di grano, circondato da una nidiata di bimbi che si arrampicavano per esser presi sulle ginocchia, con la confidenza sfacciata di tanti gattini che si urtavano tra loro per disputarsi una distratta carezza, un uomo giovane e biondo, dall’aspetto sereno, parlava con voce uguale e calma ma stranamente sonora, tanto da essere udito chiaramente da tutti coloro che lo premevano da ogni lato.

                        2.                   «... ecco» – Egli diceva, – «perché vi affannate e vi tribolate? Ogni giorno ha una pena e porta una gioia, basta che per ogni giorno ognuno compia l’opera sua, poiché nulla in più gli è chiesto. Se guardate gli uccelli dell’aria, voi vedete com’essi si amino tra loro e, trillando di gioia, facciano i nidi. A ogni stagione essi, secondo le specie, trasmigrano verso terre più atte ai loro bisogni, non seminano, non mietono, eppure il Padre che è nei Cieli, tutti li nutre e difende e ripara; non cade un passero senza il Suo volere, eppure si vendono dodici passeri per un soldo. Ora, voi siete da molto più dei passeri, e tutti i vostri capelli son contati. Voi non pensate certo che la veste valga più del corpo; allora, come ritenete che il corpo sia più prezioso dell’anima? Io vi dico che l’anima vale assai più del corpo e della veste... perché questi sono accidentali, non così può dirsi dell’anima che è l’origine di tutte le cose sensibili. Così che se voi vi assicurate dell’anima vostra, voi signoreggerete altresì il vostro corpo».

                        3.                   Monotono, nella casa si sentiva il va e vieni di un telaio. Qualcuno, assiduo alla sua fatica, o forse recalcitrante alla parola, rispondeva con colpi di spola all’armonia della voce tranquilla. Va e vieni... va e vieni... vi era dell’ira nel moto cadenzato, vi era una protesta astiosa contro l’insegnamento sereno.

                        4.                   La voce del Maestro superò il ticchettio molesto: «Guardate i gigli dei campi, essi non tessono, non filano, e Salomone, in tutta la sua pompa, non fu mai vestito come il più modesto di essi. Il Padre che è nei Cieli, se ha cura dei fiori, non avrà cura di voi? 0 fanciulli che vi affannate, tutti presi dalla terra, levate dunque gli occhi a guardare il cielo!».

                        5.                   «Maestro» – qualcuno interruppe, – «ma seguendo questi tuoi principî, noi tutti dovremmo smettere di lavorare? E chi farà produrre la terra? Chi alzerà le case? Chi governerà i buoi? Dovremmo vivere come le bestie? E allora a che pro siamo uomini?».

                        6.                   L’occhio ceruleo del Nazareno ricercò tra la folla l’interlocutore e, fissatolo, rispose, indirizzandosi a lui soltanto: «Non io vi dico di non lavorare, poiché il lavoro è per l’uomo la sua più degna espressione; io vi dico di non mutare il lavoro in condanna, in maledizione, in dannazione, poiché il lavoro deve essere gioia e non pena, premio, non castigo! Il lavoro diventa pena e castigo quando muta l’uomo in automa e gl’impedisce di ricordare che il cielo è azzurro, che la terra è verde! Tu, poi...» – e qui diresse la parola all’annichilito interlocutore, – «…tu, poi, quali di questi urgenti lavori hai lasciato in sospeso per venir qua ad udir la Mia parola? Quali case stavi erigendo? Quali terre dissodando, …quali branchi di selvaggi animali domando?...le tue vesti di notabile e le tue unghie curate non lo dicono!».

                        7.                   Una corale risata s’innalzò. La gente intorno rise e, …lanciò frizzi[169].«Ah! ah! ben ti sta, Giosia! È il più ricco fattore della vallata, ha decine di schiavi, dozzine di bifolchi, …amministra i migliori terreni, centinaia d’uomini sudano per lui...».

                        8.                   «Dì: hai paura che i tuoi servi non siano più così solerti? Dì: temi che i mandriani non ti diano più il fiore di latte? Oppure supponi che le spighe abbiano un chicco in meno! Usuraio! Approfittatore! Guardate le sue mani, son bianche come quelle di una donna! ...proprio lui che parla di lavorare! ...aguzzino! ...lui che presta al cento per uno, che fomenta i vizi dei giovani ripromettendosi larga parte nell’eredità! Strozzino! Pubblicano!».

                        9.                   Vista la mala parata, il fattore Giosia preferì allontanarsi inseguito dai fischi. Egli non vide il volto del Maestro oscurarsi, non udì la sua voce ammonitrice levarsi.

                     10.                   «Io vi dico: non giudicate, perchè sarete giudicati! Perdonate, …perchè tutti avrete bisogno di perdono!».

                     11.                   Trinc - tranc; trinc - …tranc. Duro, …il movimento del telaio sembrava commentare la voce del Maestro.

                     12.                   Quel rumore infastidì anche l’adunanza, e qualcuno urlò: «Anna, smetti, smetti!».

                     13.                   Ma il telaio continuò, così entrò della gente nella casa cercando l’infaticabile tessitrice e, trovatala, la fecero uscire.

                     14.                   Era una donna completamente sorda e semicieca, aveva passato la vita al telaio, anche in stato di riposo le sue mani avevano un moto abituale di afferrare e lanciare la spola.

                     15.                   Ora stava lì al Sole, molto stupita di essere interrotta nell’opera assidua. Si guardava intorno strizzando gli occhietti cisposi, arrossati dalla polvere sottile che fa la lana finemente tessuta. Sulla povera donna si posò benigno l’occhio del Maestro.

                     16.                   «Anna!», – disse a bassa voce Gesù.

                     17.                   Alla chiamata si scosse tutta, portando le mani tremule agli orecchi come per allontanare una molestia...

                     18.                   «Anna!», – insistette Gesù.

                     19.                   La povera vecchietta emise un grido e si precipitò ai piedi di Gesù. Aveva sentito per la prima volta, dopo lunghi anni di sordîtà.

                     20.                   «Signore!» – gridò la miracolata, – «Signore!».

                     21.                   Nella folla raccolta sopra l’aia, …ci fu tumulto. Tutti si spingevano, tutti volevano parlare con la sorda che aveva ricuperato l’udito. Tutti, toccare, …o esser toccati dal miracoloso taumaturgo.

                     22.                   Tutti gridarono: «Un grande profeta è sorto tra noi, oggi Iddio ha visitato il suo popolo!».

                     23.                   In quella, due uomini si presentarono alla porta chiedendo di Gesù. A gran stento furono ammessi nell’aia e poterono avvicinarLo. I due uomini erano bianchi di polvere ed esausti, e respingendo energicamente il conforto di una zucca piena d’acqua che qualcuno aveva posto loro, rivolsero senza indugio la parola al Nazareno.

                     24.                   «Maestro» – dissero, – «Giovanni il Battista ci ha mandato a te a chiederti: ‘Sei tu Colui che deve venire, oppure ne dobbiamo aspettare un altro?’. Significaci bene questa cosa, nel nome di Dio, poiché Giovanni è in carcere e ci ha mandato a te perchè lo rapportiamo».

                     25.                   Gesù non rispose. Alzatosi dal sacco di grano, si volse alla folla invocante. Grida deliranti ben presto scoppiarono qua e là. Intorno a Gesù il miracolo sbocciava come un fiore celeste. Alcuni ciechi recuperarono la vista, alcuni ossessi furono liberi di colpo dagli spiriti maligni, perfino dei lebbrosi che si erano insinuati nella calca, si trovarono inaspettatamente sani e mondati. L’eccesso stesso del prodigio creò il terrore; intorno a Gesù fu il vuoto, ma i discepoli di Giovanni non si erano staccati da Lui.

                     26.                   Allora, rivolgendosi verso di questi, Gesù disse: «Andate e rapportate a Giovanni le cose che avete veduto e udito: che i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i sordi odono, i lebbrosi sono nettati, i morti resuscitano, …e la buona novella è annunziata ai poveri. Beato è colui che non si sarà scandalizzato di me!».

                     27.                   Tra Gesù e i discepoli di Giovanni vi fu allora un lungo silenzio...

                     28.                   «Andate dunque» – disse ancora Gesù, – «…e riportate questo a Giovanni».

                     29.                   I discepoli, pur sfiniti dalla fatica, si sentirono d’improvviso ristorati e, come appena alzati da un soffice letto, senza mangiare e senza bere, ripresero il cammino del ritorno. Gesù vide allontanarsi i messi di Giovanni e, mentre la curiosità stringeva nuovamente intorno a Lui le turbe, ecco che Egli prese a dire, parlando di Giovanni.

                     30.                   «Che andaste voi a vedere nel deserto? Una canna dimenata dal vento? Ma pur io vi dico: che andaste voi a vedere? Un uomo vestito di morbidi vestimenti? Ecco, coloro che usano vestimenti magnifici e vivono in delizia stanno nei palazzi dei re. Ma che andaste voi a vedere nel deserto? Un profeta? Certo, io vi dico, …uno più che profeta. Egli è quello del quale sta scritto: “Ecco, io mando il mio messo davanti alla tua faccia, il quale preparerà il tuo cammino innanzi a te”, ed ecco che io vi dico: tra coloro che sono nati per mezzo di donna non vi è profeta alcuno maggiore di Giovanni il Battista, però vi accerto che il minimo del regno di Dio è maggiore di lui».

                     31.                   «Maestro» – chiese un dotto nella folla, – «come dici tu che Giovanni, il maggiore, secondo la tua parola, tra i profeti, sia inferiore al minimo del regno di Dio?».

                     32.                   Gesù rispose: «Perché Giovanni è la Legge, mentre il minimo nel regno di Dio, possedendo l’amore, sarà la giustizia!».

                     33.                   In quella, il popolo e i pubblicani che erano stati battezzati da Giovanni, lo ricordarono e glorificarono Iddio rallegrandosi interiormente, ma alcuni farisei e dottori della legge che non avevano voluto il battesimo di Giovanni, s’infuriarono e sgridarono il popolo dicendo: «…è che Giovanni agiva così per virtù di demoni».

                     34.                   Però non usarono farsi molto sentire, e disapprovarono scotendo il capo.

                     35.                   Ma ecco che Gesù, sentendoli, alzò la voce prendendo a dire: «A chi dunque somiglieranno gli uomini di questa generazione? A chi son essi simili? Sono simili a fanciulli che seggono sulla piazza e gridano gli uni agli altri dicendo: noi abbiamo suonato e voi non avete ballato, vi abbiamo cantato canzoni lamentevoli e non avete pianto. Perciocché Giovanni Battista è venuto non mangiando pane e non bevendo vino, e voi avete detto di lui: “Egli ha il demonio, procede così per opera del demonio!”. Il Figliolo dell’uomo è venuto mangiando pane e bevendo vino, e voi dite: “Ecco un uomo mangiatore e bevitore, amico dei pubblicani e dei peccatori!”. Così voi non sapete quel che volete, né quello che non volete, ma come frasche che il vento raggira, seguite ogni soffio senza saper donde nasca, invece la sapienza sarà glorificata da tutti i suoi figlioli».

                     36.                   Ciò dicendo, un uomo dalle ricche vesti, ma dal volto sfatto dalle angosce, ruppe la folla per accostarsi a Gesù e avvicinatosi disse: «Maestro, io sono Cuza, procuratore di Erode, la mia consorte è da molti anni vittima di uno spirito maligno che ora la getta nell’acqua, ora nel fuoco. Io credo che tu possa guarirla. Deh, ti prego, prenditene pietà e risanala!».

                     37.                   Gesù guardò l’uomo e disse: «Come credi tu queste cose?».

                     38.                   «Le credo, Signore, perchè Iddio vive. Egli si manifesta attraverso ognuno che operi in Suo nome, e io credo che tu operi in Suo nome. La mia sposa si chiama Giovanna, Signore!».

                     39.                   «Ebbene, Cuza, io caccerò lo spirito maligno da Giovanna, però ricorda che questi spiriti si cacciano con il digiuno e la preghiera».

                     40.                   E Cuza, comprendendo che Gesù gli aveva letto nel cuore, si prostrò ancor di più dicendo: «Signore! Tutta la nostra vita sarà rinnovata» – e, rialzatosi, disse agli astanti additando Gesù: – Ascoltatelo, perchè è il Signore! Lui mi ha letto nel cuore!».

                     41.                   Detto ciò, tutto rasserenato tornò a casa sua, dove in effetti ritrovò risanata la sposa ossessa. La grazia, da lunghi anni invocata, era venuta come una pioggia di primavera a ristorare il terreno riarso dal gelo del cupo inverno. Una nuova vita sorrise a Cuza e alla sua sposa, e questa vita fu irradiata dal sorriso del Nazareno; da allora essi seguirono Gesù.

 

[indice]

۞

Capitolo 37

«Con ciò sia che nulla sia nascosto

che non abbia a farsi manifesto

né segreto che con abbia a risapersi

e a divenir palese»

                        1.                   Il ritorno di Giovanni in carcere provocò la disperazione del vecchio Tropheo, carceriere di Erode, il quale non sapendo darsene pace gridava: «Come può essere una cosa simile? Che il più santo del regno debba esser chiuso in carcere, con tanti birbanti che girano liberi. Ma come può essere, o santo profeta, che Erode non ti abbia subito riposto in libertà?».

                        2.                   «Chi lo sa» – rispose sorridendo Giovanni, – «forse si é offeso d’alcune mie affermazioni...».

                        3.                   «Ma per la barba dei patriarchi» – gridò Tropheo, – «perché tu ti cimenti con il ‘potente’, o signore? Non sai che l’ira dei re è come un fuoco distruggitore?».

                        4.                   «Lo so, buon Tropheo, ma anche il carro che trasportò al Cielo Elia era di fuoco!».

                        5.                   «Ah! Che sventura! Che sventura! E non vi è alcun rimedio? Non puoi placare lo sdegno del re?».

                        6.                   «Non intendo placarlo, amico mio».

                        7.                   «Ma perchè, signore, perchè? Erode non è malvagio; tu devi esser stato ben duro con lui, …se egli è arrivato a questo...».

                        8.                   “Infatti, gli ho detto il vero».

                        9.                   «Ma non si dice mai il vero ai re, o signore! Non si deve dire il vero ai potenti!».

                     10.                   «Ah! Non si deve dire il vero?».

                     11.                   «Ma no, signore!».

                     12.                   «Allora comincio a compiangerli. Ben triste cosa è la potenza che ti diniega alla verità».

                     13.                   «Come fare adesso, come fare? Oh, per il Dio d’Abramo, signore, pensa a rimediare!».

                     14.                   «Rimediare a cosa?».

                     15.                   «Ma, all’errore che hai fatto dicendo il vero».

                     16.                   «Se questo è un errore, mio buon Tropheo, sappi che allora prima d’oggi io non ho fatto nulla di bene, ma se finora ho fatto bene e il mio male è l’aver testimoniato il vero, sappi ch’io voglio che tutto il mio bene si prostri ad adorar questo mio male».

                     17.                   «Ma, così sarai carcerato a vita!».

                     18.                   «O Tropheo, chi è padrone della vita, fuor di Colui che l’ha creata?».

                     19.                   «Ma sì, signore, ma sì, ...tu sei un santissimo uomo, ma qui bisogna far qualcosa...».

                     20.                   «Far che?».

                     21.                   «Ma, non so, …far intercedere qualcuno, ...chiedere scusa a Erode».

                     22.                   «Chiedere scusa? E di che? Di essermi mostrato amico, non rifiutandogli quel vero che i suoi cortigiani gli negano?».

                     23.                   «Signore, tu sei un santo, …ma con te non si può parlare. Penserò io al da farsi, ...a cercarti qualche amico. Oh, lasciami fare, penserò ben io al modo di farti liberare..».

                     24.                   «Ma io sono libero, amico mio!».

                     25.                   «Sì, sì, libero di far sciocchezze, …purtroppo. Ti voglio troppo bene, …per lasciar che questa tua splendente giovinezza ammuffisca in un carcere. Penserò io al tuo bene».

                     26.                   Così dicendo il vecchio carceriere lasciò bruscamente Giovanni senza dargli agio di rispondere e, affidato il carcere al figlio, indossata una penula[170] nera più decente, uscì per andare in città. Giunto in città, il buon vecchio si recò difilato nella casa del procuratore di Erode, un certo Cuza, con il quale il vecchio carceriere aveva dei rapporti di rispettosa familiarità. A lui aveva pensato di ricorrere per ottenere il patrocinio in pro di Giovanni.

                     27.                   Di solito la casa di Cuza, pur essendo sontuosa, era sempre chiusa e triste, da molti anni il lutto e il dolore vi regnavano. Giovanna, la bellissima sposa del procuratore era vittima di un genio maligno che, ossessionandola, ne aveva distrutto la bellezza e ne metteva di continuo in pericolo la vita.

                     28.                   Il procuratore Cuza era un brav’uomo, pur peccando di un elegante scetticismo verso ogni forma religiosa. Eppure non aveva esitato, per guarire la sposa, a colmare di doni ingenti, sacerdoti e taumaturghi pur senza ottenere nulla. Adesso, dopo anni d’agonia, si era cupamente rassegnato. La sventura lo aveva però mantenuto nella sua indole buona e non lo aveva per nulla inasprito. Perciò il vecchio Tropheo era certo che non avrebbe negato di ascoltare benignamente la sua supplica.

                     29.                   Grande fu pertanto il suo stupore, accostandosi alla casa, di vederne aperte tutte le porte, e di vedere i cortili interni inghirlandati e il gaio va e vieni di servi e serve preparanti un convito. Qua e là un tinnire di cembali e un fremere di cetre accordate, annunziavano il prepararsi di suonatori molto impegnati a farsi onore. Vi era, insomma, tutta la gaiezza e l’operosità dei preparativi di una grandissima festa. Tutto stupito, il vecchio si avvicinò titubante alla casa in festa, chiedendo a se stesso se sognava o se era desto. Sulla soglia s’imbatté nella vecchia Sofronia, nutrice della sposa.

                     30.                   A costei Tropheo si rivolse timidamente, dicendo: «Che la pace sia con te, eccellente Sofronia. Che accade dunque in questa vostra casa? Come sta la nobilissima Giovanna, vostra padrona?».

                     31.                   «Oh! vecchio Tropheo! Ma come, tu non sai? Tu ignori che cosa è accaduto?».

                     32.                   «Che cosa è accaduto dunque?».

                     33.                   «Ma non lo sai!».

                     34.                   «No! Per la barba di Mosè, io non so nulla, parla, ti prego. Che mai è accaduto?».

                     35.                   «Dunque, tu non sai che la nostra signora è stata miracolosamente risanata?».

                     36.                   «No, davvero! E come? Dunque...».

                     37.                   «Ah, siamo ancora tutti sconvolti dalla gioia e dallo spavento! Ma vien qua sotto al portico, …e ti dirò. Ma come fai a non sapere? Dunque, tu sai che la mia signora, pochi giorni dopo le nozze, fu colpita da uno spirito maligno che...».

                     38.                   «Ma sì, queste cose le so, rispettabile Sofronia, ma io voglio sapere che cosa è accaduto. Se vuoi, dimmelo, perchè avrei bisogno di parlare con 1’eccellentissimo procuratore per una cosa molto importante!».

                     39.                   «Oh! Oggi non pensare di parlare al procuratore, non ti ascolterebbe; oggi è giorno di festa».

                     40.                   «Ma cos’è accaduto dunque?».

                     41.                   «Te l’avrei detto, …se tu mi avessi ascoltato. Dunque, come dicevo, ho dato io il latte a Giovanna, la più bella bambina non si potesse avere, e quando essa andò sposa...».

                     42.                   «Lo so, ...uno spirito maligno se ne impossessò».

                     43.                   «Ma lasciami parlare, vecchio borbottone...».

                     44.                   «O santa pazienza, ma dimmi che cos’è accaduto, se vuoi».

                     45.                   «Sto dicendotelo! Dunque, la madre di Giovanna, mia padrona, mi diceva sempre che...».

                     46.                   In quell’istante uno schiavo uscì di corsa dalla casa chiamando a gran voce: «Sofronia, Sofronia, dove sei, vecchia strega?! La nostra padrona ti chiama da vario tempo...» – poi, …riconoscendo il vecchio: – «Salve Tropheo, sei venuto a divider la nostra gioia?».

                     47.                   «Salute a te, buon Davo, dimmi solo, se è possibile saperlo, che cosa è accaduto».

                     48.                   «La nostra padrona è stata miracolosamente guarita da un grande profeta che è sorto a Cafarnao».

                     49.                   «Ma dici tu il vero? E chi è questo profeta?».

                     50.                   «Non so bene, dicono un Nazareno, o Jehova, o Gesù, …non so bene. Il nostro padrone l’ha incontrato in una casa ove aveva guarito molti infermi e gli ha chiesto della grazia per sua moglie. Pare che il profeta gliel’abbia senz’altro accordata; fatto sta che quasi nella stessa ora noi servi sentiamo nella casa risuonare delle urla terribili, come se cento leoni ruggissero insieme. Tutti corriamo e, come un lampo, vediamo passare davanti a noi la nostra padrona, tutta discinta e scarmigliata[171], che si dirige verso il pozzo del cortile.

                     51.                   Cerchiamo di affrontarla, ma ha la forza di quattro orsi della montagna e ci sbatte, come un cinghiale sbatte i cani che si sono appesi alla sua gola: graffia, addenta le nostre carni come una fiera, (tanto che, come vedi, ne ho ancora le tracce), in breve, ci costringe a lasciarla, e dire ch’eravamo quattro uomini robusti. Libera, attinge di un sol balzo l’orlo del pozzo e già sta per precipitarsi dentro, quando, di colpo, la vediamo immobilizzarsi sopra l’orlo estremo e, ivi, come affrontata da un’insuperabile forza, smaniare e dibattersi, senza avanzare o indietreggiare di un palmo. Solo un urlo continuo le usciva dalla gola, commisto ad un riso più tremendo d’ogni pianto. Bava e sangue dalle sue labbra gocciolavano in gran copia sul petto. Per alcuni attimi durò l’orrenda lotta, ma a noi parvero ore, poi, di colpo, dando un nuovo urlo, urlo che però aveva un accento umano, essa rimbalzò dall’orlo del pozzo sul lastricato del cortile, e ivi si abbatté come un cencio. Accorremmo tutti, credendola morta, quando, d’improvviso, la vediamo rialzarsi e a sedere, con un aspetto che ormai non le conoscevamo più. Ci guarda, ci riconosce, ci chiama, poi dà in un gran pianto! Era liberata!

                     52.                   Poche ore dopo giunse l’eccellentissimo Cuza che, piangendo e ridendo lui pure, si abbracciò alla moglie e, insieme prostrati, resero grazie a Dio, e disposero questa grande festa».

                     53.                   «Davvero, Davo, grandi cose tu mi dici, ma allora l’onorevole Cuza sarà più che mai disposto a udir la mia preghiera!!».

                     54.                   «Qualunque preghiera, buon Tropheo, il mio eccellente padrone è oggi disposto a esaudire».

                     55.                   «Fa dunque ch’io possa vederlo!».

                     56.                   «Questo è il più difficile, in ogni modo entra nella casa e aggirati ovunque, se l’incontrerai, accostalo; ma alla fine che vorresti dal mio padrone?».

                     57.                   «Ottener grazia per un carcerato».

                     58.                   «Va pure e sii certo che l’otterrai, se anche il tuo carcerato avesse commesso il più orrendo dei crimini».

                     59.                   «Egli non ha commesso niun crimine, è un santo!».

                     60.                   «È un santo? E come mai è in carcere? In ogni caso sei fortunato, eccoti Cuza, lo vedo sopraggiungere in questo momento. Che la fortuna davvero ti valga, buon Tropheo».

                     61.                   «Grazie, Davo!», – e mentre il servo precipitoso si allontanava, Tropheo si accostò a un signore dall’affabile aspetto che in quel momento attraversava un cortile interno.

                     62.                   «Nobile signore, permetti al tuo servo una supplica?».

                     63.                   «Oh, Tropheo, tu qui? Mi fa piacere, buon vecchio, la tua presenza a questa festa. Sai che il Signore ci ha visitato con la Sua grazia?».

                     64.                   «Sì, nobile signore, lo so e me ne rallegro vivamente e prendo maggior coraggio ad esporti l’oggetto della mila preghiera».

                     65.                   «Parla liberamente, che per quanto sta in me, tu sei esaudito».

                     66.                   «O signore, tu sai che in carcere, a torto, è stato imprigionato il grande profeta Giovanni il Battista. Ecco che egli giace nella miseria della prigionia, e io ne ho moltissimo dolore poiché grandemente lo venero. Oh, intercedi tu, potente signore, presso il re Erode!».

                     67.                   «Mi stupisce ciò che mi dici, …so che il re aveva molta stima di Giovanni. Com’è che Erode non l’ha chiamato alla sua presenza?».

                     68.                   «L’ha chiamato, nobile signore, l’ha chiamato!».

                     69.                   «E non l’ha posto in libertà?».

                     70.                   «Ahimè no!».

                     71.                   «Ciò ancor più mi stupisce. E come mai Erode, interrogato Giovanni, non l’ha liberato?».

                     72.                   «Ahimè, signore, Giovanni Battista è un santo, ma, …è un po’ selvaggio. Egli ignora gli usi delle corti e non...».

                     73.                   «... E non?»

                     74.                   «…e non ha avuto molta prudenza nelle sue risposte, ha irritato il re...».

                     75.                   «Ah! Capisco, ma Erode è buono, e non può offendersi di un selvaggio».

                     76.                   «Sì, ma Giovanni talora è molto, molto duro... è... è...».

                     77.                   « Insomma, ...ha insolentito Erode?».

                     78.                   «Ahimè, nobile signore, temo proprio di sì».

                     79.                   «E io che potrei fare?».

                     80.                   «Intercedi, nobile signore, intercedi presso il re, tu hai molto potere sopra il cuore di lui».

                     81.                   «Volentieri lo farò, Tropheo, ma prima dovrò parlare con questo Giovanni».

                     82.                   «Oh, nobile signore, ti siano rese grazie, solo ti supplico ancora di un favore...».

                     83.                   «Che altro Tropheo?».

                     84.                   «Ecco, ...non vorrei, ...perchè Giovanni è un santo, ...rude, ...ma molto rude, e io temo...».

                     85.                   «Insomma» – sorrise Cuza, – «hai paura che il tuo Giovanni mi divori, o ch’io divori lui? Sta tranquillo, lo tratterò bene il tuo profeta, e non mi offenderò, qualunque cosa mi dica, va bene?».

                     86.                   «Oh, signore!» – in uno slancio di gratitudine Tropheo afferrò la mano di Cuza e la baciò, – «grazie, signore!».

                     87.                   «Di nulla Tropheo, fermati alla festa».

                     88.                   «Non posso, signore, volo da Giovanni!».

                     89.                   «Ad ammansirlo? Lascialo allo stato naturale, Tropheo, troppo bene io ho ricevuto da un profeta, per non venerarli tutti! Conosci tu Gesù di Nazareth?».

                     90.                   «No, signore, ma Giovanni lo conosce!».

                     91.                   «Lo conosce? Precedimi, fra breve sarò da lui!».

* * *

                     92.                   Nella reggia, Erode aveva avuto un movimentato incontro con Erodiade, rendendola pazza di furore per averle riferito il colloquio avuto con Giovanni, soprattutto quando concluse dicendo: «L’ho rimandato in carcere, per non darmi vinto, ma davvero non ho mai visto un essere umano più nobile e più lineare. Tutti i re della Terra possono considerar come onore il servirlo da schiavi».

                     93.                   A questo punto Erodiade, come fosse posseduta da una furia, scoppiò in invettive furiose e si scagliò contro il re coprendolo di contumelie[172] e di rimproveri, ai quali Erode, contro il suo solito, aveva baldamente tenuto testa. La scenataccia terminò con una violenta crisi di nervi di Erodiade che, sfinita e lacrimante, fu ricondotta nei suoi appartamenti dalle schiave e da esse posta a letto. Dopo un breve riposo fece chiamare Simon mago e con lui si trattenne a lungo in conciliabolo.

                     94.                   Erode, indignato dal contegno dell’amante, aveva fatto chiamare alla sua presenza la principessina Salomè, ed essa comparve con il suo solito contegno, indolente e insolente, che tanto faceva inasprire Erodiade. Ma le prime parole di Erode glielo fecero mutare di colpo.

                     95.                   «Dunque, Salomè, tu mi detesti, ed io lo so. A dire il vero non me ne importa proprio niente, tanto più da quando, in questa stessa sala, ho udito Giovanni Battista chiamarmi re e, ...re legittimo».

                     96.                   «E mi hai fatta chiamare per dirmi questo?», – rispose Salomè.

                     97.                   «Per dirti anche qualche altra cosa, viperetta! Tu ami Giovanni, vero?».

                     98.                   «Mi piace più d’ogni altra cosa che mi sia finora piaciuta».

                     99.                   «E cosa vorresti che Giovanni fosse per te?».

                  100.                   « Non è una domanda da rivolgere a una fanciulla».

                  101.                   «Ah! Perché tu sei una fanciulla? Svergognata! Tu che nottetempo, come una cagna in fregola, esci a cercarti il maschio...».

                  102.                   «Non sono venuta a cercar te. Del resto, sulla mia condotta, giudice è solo mio padre!».

                  103.                   «Oh, svergognata! Tuo giudice sono io, perchè se anche non mi vuoi come parente, devi accettarmi come re».

                  104.                   «Ed è perché sei re, che tieni in concubinaggio mia madre?».

                  105.                   «Lascia stare tua madre, …sfacciata! Perchè tu saresti quella che sei, anche se t’avesse partorita la stessa purità! Tua madre non è venuta da me di notte come una ladra, ma, con il coraggio della disperazione, nella luce del Sole mi ha scelto senza insidia e senza frode, perchè ero io, davanti alla sua coscienza, il suo vero sposo!».

                  106.                   «Davvero? Nuovissima morale. Peccato che nessuna religione la sancisca».

                  107.                   «Neppure la tua condotta, nessuna religione sancisce».

                  108.                   «Quella della natura sì. Ch’io cerchi il mio completamento è legge di natura. Io non ho tolto nulla a nessuno cercando di dar qualcosa a me stessa...».

                  109.                   «Ma benissimo! E questo qualcosa sarebbe Giovanni?».

                  110.                   «Sì».

                  111.                   «Allora tu vuoi Giovanni?».

                  112.                   «Lo voglio!».

                  113.                   «E, se io, tuo re, te lo dessi?».

                  114.                   «Vivo?».

                  115.                   «Non so se vuoi sposare un morto».

                  116.                   «Sposare, ...hai detto?!».

                  117.                   «Sì, sposare...».

                  118.                   «Re Erode, quali tranelli mi si tendono?».

                  119.                   «Non sono una donna, né un mago, io non m’intendo di tranelli».

                  120.                   «Qual è il prezzo di queste nozze?».

                  121.                   «Che Giovanni ti voglia e ti ami».

                  122.                   «Giovanni mi vuole e mi ama».

                  123.                   «Come fai ad essere sicura!!».

                  124.                   «Perché, secondo te, io non merito amore?».

                  125.                   «Oh! ... sì, ...secondo che specie d’amore!».

                  126.                   «Mi hai chiamata per insultarmi?».

                  127.                   «Insultarti? No! È una fatica che lascio volentieri ad altri, a Giovanni, per esempio!».

                  128.                   «Giovanni non può insultarmi, egli sa ch’io l’amo».

                  129.                   «Sei andata a dirglielo in persona, sfido io! In ogni caso, Giovanni mi piace, fa’ solo che, con le tue arti, egli ti corrisponda e smetta questa accanita campagna contro tua madre e quindi contro di me, ed io sarò lieto di salutarlo come nipote o come genero, se preferisci, perchè io, al caso, posso anche adottarti e farti, di fatto, principessa reale, perché, mettitelo bene in mente, e Giovanni stesso me l’ha confermato, che il vero e unico re di Galilea sono io, Erode, figlio primogenito di Erode il grande, e quindi, per diritto divino, ‘sovrano’. Tu, figlia di mio fratello cadetto[173], non puoi sperare nella corona che per mia clemenza. Disponiti quindi, per la prima volta in vita tua, a fare il bene di qualcuno, facendo il tuo. Se Giovanni ti ama e ti vuole per sposa, recedendo dalla sua dura condotta, io lo farò mio genero ed erede, e tu sarai regina con lui!».

                  130.                   La principessa era rimasta perplessa e interdetta; poi, d’improvviso, con un tono di voce insolito in lei, disse: «Erode, hai tu detto il vero?».

                  131.                   «Sì, certo!».

                  132.                   «Oh! Come mai mi giunge da te tanto bene? Sono confusa, zio!».

                  133.                   «Mi hai chiamato zio per la prima volta, te ne sei accorta?»

                  134.                   «Perdonami, zio, io non ti conoscevo, ti ho odiato e tu lo sai, sono sempre stata gelosa, mi sono sempre sentita offesa, ti credevo un usurpatore, …e non sapevo che hai viscere di padre, ma Giovanni me l’aveva detto che tu eri il re legittimo! Ma ora tutto è passato, ora sento di volerti bene», e con una mossa repentina Salomè abbracciò lo zio e d’impeto lo baciò. «Oh, zio! Tu mi rendi felice!».

                  135.                   «Bene! Con un regno si può comprare anche il bacio di Salomè!».

                  136.                   «No, no, zio, …non essere sarcastico[174], tu non mi conosci, tu non sai quanto io possa essere sincera».

                  137.                   «Credo alla tua sincerità nell’odio, Salomè, spero di conoscere la tua sincerità nell’amore».

* * *

                  138.                   Erodiade e Simon mago, intanto, in segreto confabulavano come dare la morte a Giovanni.

                  139.                   «Quest’uomo deve morire, deve morire!» – insisteva Erodiade. – «Possibile, mago, che tu non possa far nulla!?».

                  140.                   «Personalmente, contro Giovanni io non posso nulla, regina, perchè, se potessi, da molto tempo te ne avrei liberata e me ne sarei liberato. Io lo odio quanto puoi odiarlo tu, ma egli non ha un Baal a custodia, lui stesso è un terribile Baal; nulla può la magia contro di lui, eppure rallegrati, …regina, le stelle cui nulla è ignoto, …mi stanno rivelando e rendendo palesi molte cose occulte. Giovanni morirà per opera nostra, per opera tua. Nulla può il genio contro il genio, ma tutto può l’uomo contro il genio. Abbi pazienza ancora pochi mesi, regina, e vedrai soddisfatte le tue brame!».

                  141.                   «Tu pensi, o Simon mago, a un veleno da far avere a Giovanni in carcere?».

                  142.                   «No, regina, il veleno farebbe esplodere il recipiente non appena le mani di quest’uomo lo toccassero. Nessun veleno può su di lui, solo l’acciaio ben temprato scioglierà il nodo della sua vita».

                  143.                   «L’acciaio?».

                  144.                   «Sì, …l’ascia del carnefice! Sta scritto nelle stelle!».

                  145.                   «Ma allora, tanto si muterà il cuore di Erode?».

                  146.                   «Non abbiamo bisogno che si muti il suo cuore, basta che si travolga la sua mente».

                  147.                   «Che intendi dire?».

                  148.                   «Regina, una donna innamorata e delusa, …può mutare il corso delle stelle. Non vuoi che muti il pensiero di un re?».

                  149.                   «Allora Erode mi darà la testa di Giovanni?».

                  150.                   «A te no!».

                  151.                   «E a chi?».

                  152.                   «Lo saprai quando sarà tempo, regina, intanto sta tranquilla, niun segreto rimane tale a chi sa costringere il Cielo a renderlo palese. Tutto è scritto nella luce, il passato, il presente, …l’avvenire! E io so leggere!».

 

[indice]

۞

Capitolo 38

«Sì, io conosco l’amore,

ma esso è tale

che se mi bacia mi fa casto

 se mi accoglie mi conserva vergine»

                        1.                   Tropheo, tornato al carcere, non osò entrare nella cella di Giovanni, poiché gli fu detto che era con i suoi discepoli, ma non appena questi uscirono, il buon uomo si precipitò, ansioso di preparare Giovanni alla preannunziata visita di Cuza, però lo trovò in preghiera, assorto in una profonda meditazione.

                        2.                   Tossicchiando e stropicciando i piedi, cercò di attirare l’attenzione dell’orante; ma Giovanni, senza lasciarsi distrarre dalla sua contemplazione, fece un solo gesto, al fine di allontanare il povero vecchio. Tropheo, non era ammesso nell’intimità dell’anima giovannea, se lo fosse stato avrebbe visto un immenso rogo di luminoso sfavillante amore divorargli tutta l’intima essenza. Più di un re sul trono, Giovanni si sentì potente e libero in Dio, e nella sua contemplazione trascese i Cieli creati, e ricordò un tempo, prima d’ogni tempo, in cui lui stesso non era, pur essendo un tempo vuoto d’ogni cosa, e colmo, solamente tutto di Dio.

                        3.                   Atomo vibrante e implodente, egli era, beato di esser contenuto; poi giunse un altro tempo, in cui si trovò in un vortice di cose, in un esplodere multiforme d’energie, in un vorticoso folgorio di manifestazioni del divino pensiero, ed egli stesso, pensiero operante, vide soggette a sé schiere e schiere di creature meravigliosamente belle, potenti e felici, e vide queste creature stesse operare secondo un ritmo prestabilito nel quale ognuno figurava un movimento di danza. Poi vide se stesso, essenza adorante, prosternata innanzi al prodigio dei prodigi, all’uomo generato e non fatto, sbocciato da Dio come una fiamma da una fiamma, separato e unito al tempo stesso, principio e fine d'ogni cosa. Oh, l’empito[175] d’amore, per cui si sentiva beato di adorare, …insaziato di ardere. Poi tutto si oscurò, un gran dolore stese ali nere sopra l’oceano di luce, come stelle cadenti egli vide degli angeli precipitar dal Cielo e apprese un nome nuovo e terribile ‘male’! Quel male, …che ogni cosa contaminava, e l’uomo, il prodigio vivente, se ne lasciava contaminare: la Luce non era più luce, la Legge non era più legge!

                        4.                   Urto di giganti, Cieli contro cieli, e potenze contro potenze; ogni principio investì il suo opposto, il dualismo s’impose nell’universo. Oh, pianto non umano e non divino di una Legge infranta, il dolore di un serafino creato per essere felice, devozione d’obbedienza, adorazione più profonda verso l’Unico ardore inconsumato e inconsumabile. Oh, un sorriso senza volto, un bagliore interiore, un fluir della mente in cui adagiarsi, come un pesce nel mare, come un anelito a riessere nell’unità! Obbedienza senza confine! Si ama chi non merita amore, si serve chi non merita servizio, …è Lui che lo vuole!

                        5.                   Lui chi? – Lui, da Cui tutto principia!

                        6.                   Tentazione inutile, contrasto vivente, l’illusione vinta precipita; sorge ancora l’aurora dal caos!

                        7.                   «Bella tu sei, come la più bella delle forme umane. Ma che ho da fare con te?».

                        8.                   «Io sono l’anima d’Elia il profeta, tu devi rivestirti di me. Obbedisci, serafino, Dio lo vuole! Tu sostituisci il mio principio vivente che si è riunito all’Uno, tu ed io torneremo sulla Terra!».

                        9.                   «No! Lasciami, che io non sono uomo!».

                     10.                   «Lo diverrai per me! Obbedisci!».

                     11.                   «Signore del Cielo e degli abissi! Sia dunque fatto il Tuo volere. Ecco che io scendo. Chi mi attenderà?

                     12.                   «Ti attendo Io, Io il Figlio dell’uomo, ...l’Amore! Va, dunque, o Legge, a coronar la Giustizia! Abbassati o Cielo, affinché la Terra salga! Prostratevi o angeli! O uomo, …il vostro Signore incede! A te, in premio della tua dedizione, la coscienza d’amare; a te serafino, riconoscere il Figlio dell’uomo e additarLo agli umani. E adesso, che vuoi ancora?».

                     13.                   «Morire, se ciò non è colpa, perché io più non reggo a questa soma opprimente! Morire per adorarTi meglio. Ma sia fatta la Tua volontà!».

                     14.                   Come un pezzetto d’oro puro in un’acqua limpidissima, il principio spirituale di Giovanni affondò nella mente di Dio, immerso in un’adorante contemplazione che annullava l’anima. Egli trascese ogni limite per rifondersi anelantemente nella divina Essenza che lo aveva emanato. Di là, placidamente, contemplando le opere e le epoche con lo stesso pensiero divino tutto prevedendo, ogni cosa perseguiva il bene supremo, poco causandone i mezzi: torrenti incandescenti d’amore rifluirono nel cuore di Dio da ogni parte dell’universo, e come scaturigine d’acqua vivente, l’amore eruppe nel cuore di Dio verso ogni cosa creata, in un ricambio di perfezione. Creatore e creature si amarono, e Giovanni si sentì così permeato e imbevuto d’amore, da averne uno stordimento soave, tanto da esser doloroso. Eppure bramava unicamente che quella comunione non avesse a cessare mai, pur ricominciando sempre ogni sua possibilità di essere, essendo interamente assorbita e arsa dalla contemplazione estasiata. In quello stato, sospeso dalla vita dei sensi, Giovanni non viveva sopra la Terra che la pura vita vegetativa, così non s’accorse che era entrato Cuza. Tropheo era entrato dietro di lui, ma con suo grave disappunto vide Giovanni non solo non far minimamente cenno di accorgersi dell’entrare del gran personaggio, ma rimanere cosi, perfettamente immobile, come se la cella, e quanto lo riguardava, non esistessero addirittura.

                     15.                   Cuza, visto l’estasiato, con un severo gesto impose a Tropheo di tacere, cosa che l’indignato carceriere fece, allontanandosi in punta dei piedi e brontolando in cuor suo: «Questi santi sono incomprensibili! E sta bene, ma anche questi signori lo sono del pari!».

                     16.                   Rimasti soli nella cella, Cuza e Giovanni, in reverente attesa il primo, immobile nell’estasi il secondo, rimasero lungo tempo in silenzio. Nella fioca luce che penetrava nel carcere, Cuza poteva vedere l’estenuato volto di Giovanni – simile a un bronzo impallidito dalla patina del tempo – scavato e teso durissimo dalla penitenza e dalla tensione spirituale – ridotto all’essenza pura. Una meravigliosa nobiltà era incisa in ogni linea di quel volto; il profeta appariva come la prima immagine umana, l’augusta dignità che emanava da quel corpo poderoso e armonioso trasformava in sala del trono di un potentissimo re, quel carcere angusto e mefitico[176].

                     17.                   Da tutto l’essere di Giovanni emanava una purità così assoluta e piena, da essere addirittura l’innocenza di una terribile legge; nulla vi era di forzato nel contegno del profeta. Eretto in piedi con tutto il corpo, simile a una snella colonna dorica, le braccia raccolte sopra il petto come uno scudo inviolabile, la testa alta e leggermente riversa sopra il collo possente, egli issava con occhi ardenti e ciechi un punto, visibile unicamente a lui. Le labbra morbide e sinuose, rosee come quelle di una vergine, spiccavano tra il corvino splendore della barba e dei baffi intonsi[177] e, leggermente socchiuse, svelavano il biancore di una chiostra di denti perfetti. Era bello! In quel momento Giovanni era bello di tutta la bellezza dell’uomo, sposata all’intangibile possanza dell’arcangelo.

                     18.                   L’estasi di Giovanni finì di colpo, ed egli, con straordinaria rapidità, prese subito contatto con la vita che lo circondava. Senza alcuno stupore, come l’avesse sempre veduto, salutò Cuza.

                     19.                   «Nobile signore, che vuoi tu da me?».

                     20.                   «Maestro» – rispose il procuratore, – «dopo che ti ho visto pregare, ti chiedo di accettarmi tra i tuoi discepoli».

                     21.                   Giovanni sorrise: «Tra breve io non avrò più discepoli, ti è meglio seguire chi è stato causa che tu venissi a me!».

                     22.                   Nonostante la religiosa reverenza che lo teneva, Cuza non poté impedire al suo spirito critico di tentare una prova, e così disse: «Debbo dunque seguire il vecchio Tropheo? Poiché è lui la causa che io sia venuto a te».

                     23.                   Nell’occhio di Giovanni passò un bagliore minaccioso, ...l’asceta non stava allo scherzo.

                     24.                   «Tu sai bene che non sei venuto qui a causa di Tropheo, ma sì a causa di Gesù di Nazareth che ha liberato tua moglie dallo spirito maligno!».

                     25.                   Cuza ne rimase sbalordito... qualcosa in lui, più vero dell’anima, l’aveva premunito che erano logici sia il contegno, sia la parola di Giovanni. Dopo il prodigio della liberazione, egli viveva in una quieta esaltazione di tutte le sue potenze.

                     26.                   Così come ripigliando un discorso interrotto, egli rispose e, al tempo stesso, chiese a Giovanni: «Maestro, Gesù di Nazareth è il Cristo? Aspetto solo da te una conferma alla mia certezza».

                     27.                   «Sì, Gesù di Nazareth è il Cristo!».

                     28.                   «Oh, Lo seguirò con tutto il mio amore, …sarà l’oggetto di tutta la mia devozione, ma per te, Giovanni, che posso fare io?».

                     29.                   «Nulla, nobile signore, e tra non molto niun uomo della Terra potrà più far nulla per me».

                     30.                   «Che intendi dire, sant’uomo?».

                     31.                   «Nulla, nobile signore!».

                     32.                   «Parlerò io a Erode per ottenere la tua liberazione».

                     33.                   «Fra poco sarò libero senza Erode...».

                     34.                   «Maestro, le tue parole sono oscure. Che pensi? Che sai? Cosa ti fu rivelato testé nella tua visione?».

                     35.                   Giovanni guardò Cuza con amorevolezza: «Tu sei un uomo buono, Cuza!».

                     36.                   «Grazie, Maestro!».

                     37.                   «Ma non basta esser buoni, perchè la natura cosi ne ha fatti!».

                     38.                   «È vero, maestro!».

                     39.                   «L’agnello non è buono, è debole. Non è in lui altro potere che quello di un’estrema docilità».

                     40.                   «Sì, maestro!».

                     41.                   «Nessuno farà merito all’agnello di esser buono».

                     42.                   «Ciò che dici, è giusto...».

                     43.                   «Ma se il lupo, mutando la sua natura, imita la dolcezza dell’agnello?».

                     44.                   «Allora, certo, è una gran cosa!».

                     45.                   «E perché è una gran cosa?».

                     46.                   «Perché il lupo contravviene alla sua natura e la supera».

                     47.                   «Hai risposto bene, Cuza. Sappi dunque che verrà chi muterà i lupi in agnelli! Anzi Egli è già venuto, è Gesù!».

                     48.                   «Tu mi confermi sempre più, senza che io n’abbia bisogno, ...nessuno più di me è persuaso!».

                     49.                   «Non è te che io voglio ora persuadere, o Cuza!».

                     50.                   «Mi sei oscuro, o Maestro».

                     51.                   «Molti si scandalizzeranno a cagion sua!».

                     52.                   «Ma non io, …maestro, troppo bene ho ricevuto...».

                     53.                   «Il bene ricevuto non è garanzia di gratitudine, spesso esso pesa più di un’offesa».

                     54.                   «Il cielo mi guardi da simile iattura».

                     55.                   «Ti riguarderà, Cuza, perchè non sei presuntuoso, ma tu non sarai accanto a Lui nella sua vita pubblica. Tu, con geloso amore, ne custodirai la fiamma nel segreto pensiero, servendolo come un famulo[178], da lontano e in silenzio! ».

                     56.                   «E perché, maestro? Me lo comandi tu?».

                     57.                   «Io non comando, io dico solo cosa dovrà essere».

                     58.                   «E sarà bene che sia così?».

                     59.                   «Si, sarà bene, perchè vi è un tempo per seminare e uno per raccogliere: quando il seme è sottoterra, esso germina nel buio fino a che non sia la stagione di uscir fuori dalla terra, e tu sarai un seme, Cuza!».

                     60.                   «Come vuoi tu, maestro, ma dimmi: io son ricco, non potrei in segreto sovvenir Gesù nelle sue necessità?».

                     61.                   «Sì, puoi farlo, ma di più lo farai dopo!».

                     62.                   «Dopo, quando?».

                     63.                   «Quando tutto sarà consumato, allora la tua ricchezza avrà un buon impiego...».

                     64.                   «O maestro, non ho bisogno d’impiegarla bene, ...te lo ho detto, sono ricco assai, né desidero aumentare i miei beni!».

                     65.                   «Io non ti parlo dei beni della Terra che tutto consumerai nel servizio di Dio, ma ti accerto che tutti i tuoi beni li ritroverai nei Cieli! A chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto anche quello che ha!».

                     66.                   «Ciò che tu mi dici mi colma di stupore e di gioia, io ti ubbidirò punto per punto...».

                     67.                   «E farai bene, Cuza!».

                     68.                   «Maestro, Iddio parla nel tuo cuore: ti prego solo di permettermi di fare qualcosa per te».

                     69.                   «No, non devi immischiarti in questa mia cosa che non ti riguarda; tra me ed Erode, …nessun intermediario. Lascia che ogni coscienza assuma in pieno la propria responsabilità!».

                     70.                   «Oh, maestro, mi è duro doverti obbedire in questo!».

                     71.                   «Non vi è merito nell’obbedienza che piace».

                     72.                   Intanto nel corridoio si senti un rumore di armati e l’acuta voce di Tropheo che gridava: «Attendete! Non si può adesso; …non si deve! Il sant’uomo è in preghiera, non osate disturbarlo!».

                     73.                   «Ehi, carceriere!» – gridò una voce volgare. – «Cosa sei? Il carceriere di Erode o lo schiavo di Giovanni? Levati dai piedi, vecchiaccio della malora, o sentirai quanto pesa il mio pugno. Io delle preghiere del tuo sant’uomo me ne infischio!».

                     74.                   Cuza, aprì la porta della cella e avanzò nel corridoio, scorse un manipolo di mercenari romani che Erode teneva a sua guardia personale, e con tono autorevole impose: «Olà, soldati, come vi permettete? E tu, còmito[179], chi ti autorizza a far tutto questo fracasso?».

                     75.                   La presenza e le vesti di Cuza dettero un po’ di suggestione ai soldati, ma il còmito Vergulo, indignato di essere umiliato davanti ai suoi soldati, insolentemente, rispose: «Chi sei tu, mio bel signore? Un allievo del sant’uomo?».

                     76.                   «Io sono un tale, prepotente Vergulo» – replicò Cuza, – «che può farti caricare il dorso di tante nerbate, quante mai asino ebbe a postarne nella sua vita! Sei ubriaco per non riconoscere il procuratore Cuza?».

                     77.                   Il tono e le parole minacciose, snebbiarono il cervello al bravaccio che, di colpo raddolcito, si scusò: «In questo mezzo buio anche il diavolo diventa cieco. Perdonami, signore, non ti ho riconosciuto».

                     78.                   «Cosa vieni a fare qui?».

                     79.                   «Il tetrarca Erode vuol conferire subito con il prigioniero».

                     80.                   «E va bene, Giovanni Battista ti seguirà, ma abbi verso di lui sommo riguardo, se tieni alla vita, poiché Giovanni mi è carissimo, ed io ho abbastanza potere sopra Erode da farti tagliar via questa tua testaccia da satiro se ti permetti ancora...»

                     81.                   «Sì, signore!», – biascicò Vergulo.

                     82.                   «Attendi qui!». – E Cuza rientrò nella cella per salutare Giovanni.

 

[indice]

۞

Capitolo 39

«Nessun uomo può fare

 o subire più male

di quanto sia contenuto in una vita»

                        1.                   «Maestro» – disse Cuza, – «Erode ti manda a cercare…».

                        2.                   «Lo sapevo, amico, quindi sarà bene che io ti dica addio!».

                        3.                   «Addio?».

                        4.                   «Sì, amico, dopo di me ti sarà rivelato il Cristo vivente ».

                        5.                   «No, Giovanni, che dici? Quali presentimenti ti tormentano?».

                        6.                   Gli occhi di Giovanni splendettero di luce, divennero dolcissimi e quasi lieti mentre rispondeva: «No, nessun presentimento mi tormenta, io sono felice perchè il Signore ha detto al mio Signore: “Siedi alla mia destra, io porrò i tuoi nemici per sgabello ai tuoi piedi”. Io però non posso più accogliere alcun discepolo. Va da Gesù di Nazareth, Egli ti sarà amico e Maestro!».

                        7.                   «Giovanni, …io non ti lascio andare! Piuttosto, vado da Erode...».

                        8.                   «Amico, tu non puoi opporti al destino».

                        9.                   «Giovanni, di che destino parli?».

                     10.                   «Del mio!».

                     11.                   «Ah, no! Se tu temi questo, ti supplico, lasciami andar da Erode, lascia che io...».

                     12.                   «Cuza» – risuonò perentoria la fiera voce del profeta, – «basta! Non tollero intromissioni! Tu bada a servir Cristo. Da oggi io non sono più uomo!».

                     13.                   «Oh, maestro...».

                     14.                   Ma Giovanni, autorevole innanzi a Cuza, già aveva aperto la socchiusa porta della cella, e la sua regale persona riempì l’oscuro corridoio.

                     15.                   «Siete là, guardie di Erode?», – egli tuonò.

                     16.                   Domato dal terrore di Cuza e dal prestigio del profeta, Vergulo si avanzò con rispetto dicendo: «Erode ti vuole alla sua presenza, profeta!».

                     17.                   «Io son qui per seguirti, ma dov’è Tropheo?».

                     18.                   «Signore!». – Tropheo, vincendo il suo naturale timore di vecchio, si era aperto un varco in mezzo agli scherani per avvicinarsi a Giovanni.

                     19.                   «Mio buon vecchio! Per ora lascia che ti dica grazie, tu non puoi venire dove vado io, però ti assicuro che, se mi sarà dato di giungere al regno di Dio, ivi tu avrai il tuo posto, io pregherò per te!».

                     20.                   «Signore!» – un urlo di strazio echeggiò sotto le nere volte. – «Signore, che dici, che temi? Signore, oh! Cuza, nobile tra i grandi di Erode, hai udito tu?».

                     21.                   «...buon Tropheo!».

                     22.                   «Signore, o signore» – e Tropheo si avviticchiò alle ginocchia di Giovanni. – «Oh, signor mio, o santo, dimmi che questo non è!».

                     23.                   «Mio innocente vecchio, questo è...».

                     24.                   «No, oh no, no, ...no!». Con quest’ultima esclamazione la stretta delle vecchie braccia rallentò, la bianca testa si poggiò tutta con innaturale peso sopra i piedi nervosi di Giovanni.

                     25.                   Il profeta si chinò, risollevò quella testa inerte e lieve, baciò gli occhi aperti e fissi: «Tu hai già raggiunto il regno, o buon vecchio» – egli disse, – «annunzia il mio prossimo arrivo».

                     26.                   Cuza con un balzo fu accanto a Giovanni, sostenne tra le braccia il corpo inerte del vecchio carceriere constatandone la morte, e mentre Vergulo, imbarazzatissimo, non sapeva che fare, Cuza ordinò: «Lasciami due uomini e tu conduci Giovanni al re; annunzia al contempo ad Erode ch’io lo raggiungerò presto a corte. Addio, Giovanni, ti obbedirò in ogni cosa!».

                     27.                   «Addio, Cuza, Cristo ti accoglierà tra quei suoi fidi che saranno conosciuti solo negli ultimi giorni dell’umanità!».

                     28.                   E Giovanni s’allontanò tra le guardie come un re tra il suo corteggio.

* * *

                     29.                   Nella sala del trono Erode attendeva con impazienza. Il suo spirito, naturalmente indulgente, faceva sì che egli prevedesse gli ostacoli che potevano nascere tra Giovanni e gli armigeri mandati a prelevarlo, ma in verità l’attesa si faceva un po’ lunga. Che poteva essere accaduto?

                     30.                   Già Erode stava per percuotere il timpano d’oro, quando udì nell’antisala il calpestio di molti uomini, e (in modo inconfondibile) l’urto di un piede nudo sul pavimento di marmo, in mezzo al crepitio dei sandali degli armati. Non tardò quindi ad aprirsi la grande porta e ad avanzarsi l’atletica figura di Giovanni circondato dagli armigeri. Vergulo, ch’era dietro al profeta, cercò di spingerlo da parte per avanzarsi, ma Giovanni, con un moto della spalla, lo respinse, e liberamente s’inoltrò nella sala per arrestarsi innanzi al trono. Chinò innanzi al re la bruna testa e subito, rialzandola, lo guardò con i suoi occhi neri stranamente dolci.

                     31.                   Un cenno di Erode licenziò la scorta e furono soli. Erode innanzi a Giovanni provava sempre un senso d’imbarazzo, ma adesso l’imbarazzo divenne addirittura fastidio, e si chiedeva il perché, dopo aver fatto chiamare quell’ingombrante profeta, si trovasse ora così perplesso in sua presenza. Impazientito contro se stesso, Erode cercò di assumere un contegno staccato e quasi canzonatorio.

                     32.                   «Ebbene, profeta, hai abbastanza meditato nel silenzio del carcere?».

                     33.                   «Sì, o re».

                     34.                   «E che conclusione hai tratto dalle tue meditazioni?».

                     35.                   «Che ai re non è bene dir la verità».

                     36.                   «Giovanni! Ti fai gioco di me?».

                     37.                   «No, o re, perchè continuo a dirti il vero».

                     38.                   «E qual è questo vero?», – proruppe sdegnato Erode.

                     39.                   «Il vero è che tu, o re, sei un pover’uomo».

                     40.                   «Eh?!».

                     41.                   L’esclamazione del re fu piena d’indignazione e di stupore, ma non turbò il sereno interlocutore, il quale continuò: – «Sì, re, tu sei un pover’uomo e pur essendo re per legittimità di divino e umano diritto, non osi affermar te stesso e, schiavo, succube d’opposti interessi, contravvieni a quella giustizia che amministrar dovresti».

                     42.                   «Che intendi dire?».

                     43.                   «Questo: tu non hai un’accusa contro di me e mi tieni prigioniero, né osi sacrificarmi al tuo sdegno e al furor d’Erodiade, per timor del popolo. Mi chiami alla tua presenza per vedere di indurmi in qualche errore, pur sapendo che io, guidato dalla retta coscienza, non vi cadrò. Non sai come stare innanzi a te stesso con il tuo contegno e, simile al cacciatore che ha preso il lupo per gli orecchi, non puoi tenermi e non osi lasciarmi andare».

                     44.                   «Giovanni! La tua mordacità ha forse toccato il centro del bersaglio come una freccia abilmente scagliata. Se così credi, cerchiamo dunque tra noi l’accordo, eliminiamo le cause del dissidio. Io vorrei che tu comprendessi di me qualcosa di più della mia debolezza e del mio male».

                     45.                   «E che vuoi ch’io capisca, o re?».

                     46.                   «Ad esempio, ch’io potrei interessarmi di te, non solo, ma volerti bene!».

                     47.                   «Credo che tu mi voglia bene, o re, infatti, me lo dimostri perseguitandomi; nulla è tanto vicino all’amore quanto l’odio!».

                     48.                   «Giovanni, Giovanni, non pensi dunque che anche la mia pazienza possa aver dei limiti? Tu ti perdi in queste metafisiche disquisizioni e ancora non hai capito ch’io son più semplice di quanto tu pensi?».

                     49.                   «Insomma, re Erode, che vuoi da me?».

                     50.                   «Ah! così ti comporti? Osi anche interrogare il tuo re!».

                     51.                   «Il mio re comprenderà ch’io desideri sapere...».

                     52.                   Tra il re e Giovanni vi fu un silenzio carico d’elettricità; i due contendenti si misurarono dai limiti della massiccia barricata in cui s’erano posti ma, dei due, …il più sereno era Giovanni. Erode lo comprese, e fu appunto comprendendolo che per primo, parlò con l’irruenza di un uomo che vuole la sua liberazione.

                     53.                   «Basta, basta!» – tuonò alzandosi in piedi. – «Io intendo che questa beffa abbia la sua fine. Se è una magia che tu mi hai scagliata, io l’infrango! Giovanni, ricordati: io sono il tuo re!».

                     54.                   «Non ho mai detto e pensato il contrario» replicò calmo il profeta. «Sempre, o re, se tu non mi comandi cosa alcuna contro Iddio».

                     55.                   Erode, in piedi, dominava dal trono l’alta statura di Giovanni, ma i neri occhi di questi lo costrinsero, in breve, a volgere altrove i suoi. A mala pena nascose il suo imbarazzo e, rintuzzando il suo sdegno, mutò di colpo tattica.

                     56.                   «Ascoltami Giovanni» – disse, – «io non intendo contrastarti, voglio solo dirti che una tua parola meno arrogante e un tuo gesto un po’ più cortese possono spianarti la via al trono. Salomè me lo ha confessato, ti ama: io non ho figli, …né Erodiade è più in grado di darmene. Io penso di adottar per figlia Salomè e dartela in moglie, sol che tu acconsenta, se non ad approvar la mia unione con Erodiade, almeno a tacerne, a non più additarla al popolo come un obbrobrio. Lascia che l’infelice trascorra i suoi amari giorni senza aggiunger di continuo l’offesa! Se il nostro è un peccato, noi non intendiamo difenderlo, ma pensiamo che Dio possa esser meno spietato di te. Se tu, Giovanni, parlerai di misericordia, tutti avranno misericordia. Perchè non vuoi esser tu l’araldo della misericordia divina? Perchè non vuoi tu essere il pacificatore di Galilea? Una sola delle parole che mi hai detto, se ripetuta al popolo, dirimerà per sempre ogni contesa tra me e Filippo; il tuo riconoscere la mia regalità placherà tutti gli animi».

                     57.                   «Re, io son pronto a riconoscerti tale innanzi a tutto il popolo, son pronto a difenderti contro chiunque, ma non ad approvare con un colpevole silenzio il tuo adulterio! Tu ed Erodiade siete in colpa, distruggete il peccato nelle anime vostre, riconoscendolo e ripudiandolo, e la vita di Giovanni starà come olocausto innanzi al Signore per la vostra salute eterna! Ma se nel peccato indurirete, se non vi piegherete a penitenza, la maledizione di Dio è sopra di voi.

                     58.                   Re, tu tradisci il tuo popolo scandalizzandolo con la tua condotta. Ogni adultero, trascinato alla lapidazione, si drizza innanzi al trono di Dio e ti accusa. Per l’esempio del suo re, egli dirà: ‘Io non ritenni che il mio peccato fosse grave, ...ma sono morto, e non posso più porvi rimedio, mentre il re vive!’. Non pensi che se tu non fossi re, da anni gli anziani di Sion ti avrebbero trascinato con la tua complice alla Gehenna[180] e ivi a colpi di pietra vi avrebbero spenti entrambi? Pensa, o re, durante questo tuo stesso regno, quanti adulteri sono stati puniti così, e tu vivi, e regni e, …non tremi? Non ti angosci? Ammetti che ciò accada? O re, hai tu viscere d’uomo? A me osi chiedere di approvare, di accettare che mille muoiano, e che tu solo sia salvo! Per amari che siano i giorni di Erodiade, i giorni tuoi, voi tuttavia vivete, respirate, avete il tempo per la penitenza, ma quelli che son morti? E forse, il loro fu l’unico peccato, un attimo di delirio e la morte spaventevole!

                     59.                   Oh, non hai mai pensato a ciò? Hai mai pensato alle agonie che si son consumate e forse a cagion tua? Deh, alla fine, abbi pietà di te stesso, confessa il tuo peccato e questa confessione ti riscatterà, ti rinnoverà innanzi al tuo popolo e, innanzi al romano oppressore, appaleserà la grandezza morale dei Galilei vinti, ma non dominati!

                     60.                   Se i simulacri degli déi di Roma son entro la cinta delle mura sacre, ciò è a cagione del niun conto in cui è tenuta la Legge dell’unico Iddio. Come un novello Gedeone, o re, risolleva la santità degli altari, riporta alla prisca[181] grandezza la parola che dal Sinai fu rivolta al nostro popolo, fa’ che lo splendore della Legge faccia indietreggiare i profani sottomettendoti per primo!».

                     61.                   Così dicendo, Giovanni, animato dall’ardore profetico, appariva maggior di se stesso. Splendenti e pur dolci, i suoi occhi di nero diamante si fissavano in quelli grigi di Erode.

                     62.                   Un infinito amore traspariva dalla voce calda e vibrante, ed Erode non poteva ormai più sottrarsi al fascino emanante da quella virile e fiera figura che sembrava accentrare in se stessa la potenza di Dio e la fragilità dell’uomo. Con uno sforzo, Erode si sottrasse a quel fascino e riuscì ad interrompere il flusso ardente con una parola freddamente lanciata, forse senza convinzione, ma che entrò nel cuore di Giovanni come una fredda lama d’acciaio.

                     63.                   «Buffonate!».

                     64.                   ‘Buffonate’, aveva detto il re, e questa parola ferì stranamente lo spirito di Giovanni, ed egli tacque con tristezza profonda, mentre negli occhi lucenti si spegneva l’ardore che li aveva accesi. Fu come se tra i due un profondo abisso si scavasse di colpo, e senza più alcuna possibilità di superarlo, ciò che fino allora non era accaduto, accadde! Tra Erode e Giovanni si spezzò di colpo il legame fluidico che fino allora li aveva, loro malgrado, tenuti uniti, per cui l’uno sul trono, l’altro nel deserto o nel carcere, erano pur due uguali, due simili nella parte spirituale; di consequenza ogni tanto si esternava una latente ma forte amicizia.

                     65.                   Adesso, questa somiglianza si era infranta. Giovanni vide Erode rimpicciolire, raggricciarsi in se stesso, cancellare i segni inconfondibili della regalità e divenire uno scarto irrecuperabile dell’umanità. Lo vide piccino, meschino, intrigante, vizioso, miserabile, curvo sotto il giogo di Roma, soddisfatto nel brago del vizio che più non aveva neppure la scusante dell’amore e, in cuor suo, Giovanni ne gemette, ne gemette come di un inganno in cui fosse caduto, come di una menzogna alla quale avesse creduto.

                     66.                   Erode dal canto suo provava qualcosa di simile contro Giovanni, lo vedeva senza più fascino, senza più aureola, come un pazzo selvaggio, un fanatico invasato, e in cuor suo si chiedeva come avesse potuto esser cosi pazzo da pensare di unirlo a Salomè, di farlo suo nipote, suo figlio adottivo, suo erede! Ora scontava con amarezza la sua infatuazione.

                     67.                   Una collera sorda e profonda ribollì nel suo interiore.

                     68.                   «Miserabile buffone» – ruggì, – «adesso basta davvero e per sempre! Finalmente vedo chiaro in te, servo del tempio! Capisco ora, …che cosa ordivate tutti quanti nell’ombra. Erodiade è un pretesto ai vostri occhi di fanatici; in realtà è a Roma che vorreste mi ribellassi, è all’inimicizia di Cesare che vorreste condurmi. Ma ciò non sarà mai, mai, mai! Ti ho finora tollerato perchè quella pazza di Salomè era riuscita ad accecarmi con la sua passione; ma ora basta, ripeto, ora non più! Tutto ha un limite, e tu da troppo tempo lo hai trapassato!».

                     69.                   Sotto la violenta sfuriata, Giovanni chinò la testa con pena, senza rispondere; il silenzio esasperò ancor di più l’ira del re.

                     70.                   «Ah, taci dunque? Ov’è la tua iattanza? Cominci a capire, eh! Cominci a tremare? Viva Dio! Sei riuscito finalmente a farmi perdere la pazienza! Adesso, …ne sopporterai le conseguenze».

                     71.                   Sordamente, Giovanni rispose: «Mi darai allora quella corona che da tanto mi prometto? Darai dunque alla mia anima il suo volo verso l’eternità? Se è così, io te ne ringrazio, o re! M’ero illuso di portarti ai piedi dell’Eterno come l’aquila porta un colombo, ma ciò non mi è dato: tornerò dunque, senza di te, là dove partimmo entrambi!».

                     72.                   Una sarcastica risata fu la risposta di Erode!

                     73.                   «Ah! Questo, questo vorresti: il martirio, eh! La gloria, la venerazione di tutti gli altri pazzi simili a te, vero? Ah, no, mio caro! Niente di tutto questo. Erode non è un assassino, e i pazzi pericolosi li isola dalla società, non li uccide! Questo almeno ha imparato dalla saggezza ellenica e dalla sua stessa sofferenza. Io non ti farò uccidere! Tu marcirai in fondo a una segreta fino a che sia guarita la tua pazzia, fino a che chiederai grazia e darai soddisfazione delle tue tante ingiurie. Vivrai, poiché vuoi morire, vivrai a tuo scorno e forse vivrai abbastanza da piangere a lacrime di sangue di esserti fatto beffe della clemenza del tuo re».

                     74.                   «Olà! Guardie, a me!». – E alle guardie, prontamente accorse al suo richiamo, additò Giovanni, ordinando: – «Costui, nella più profonda segreta del castello! E che niuno, per nessuna ragione, …l’accosti. E badate: voi risponderete dei miei ordini sopra la vostra testa!».

                     75.                   Le guardie non si fecero ripetere l’ordine, e tostamente si impadronirono di Giovanni che non oppose resistenza alcuna, anzi, drizzandosi fieramente, apostrofò Erode con queste parole: «Nessun uomo, o re, può alla fine fare o sostenere più male di quanto sia contenuto in una vita umana!».

                     76.                   Un grido disperato echeggiò nella sala: «Giovanni, Giovanni!!».

                     77.                   Salomè, non avvertita, era da qualche minuto presente, e avendo fulmineamente intuito il dramma, fece per lanciarsi verso Giovanni chiamandolo con voce roca e angosciata. Ma Erode sussurrò un rapido ordine a Vergulo, e il gigante, rapido, afferrò per un braccio la principessa e l’allontanò dalla sala, mentre Giovanni, circondato dalle guardie irrispettose, usciva altero, ma profondamente rattristato, sentendo dietro a sè la risata di Erode echeggiare sinistra e orgogliosa, come l’inno di liberazione dal male.

 

[indice]

۞

Capitolo 40

«È solo toccando il fondo

d’ogni miseria

 che l’anima umana attingerà

le Vette più fulgide

 per la liberazione celeste»

                        1.                   Nella segreta ove Giovanni fu gettato, non entrava il raggio di luce. Essa era scavata sotto un pozzo disseccato, e nessuno avrebbe potuto supporre l’ubicazione nel dedalo dei corridoi sotterranei. Ma Giovanni ben presto scoprì che il soffitto dell’orrida cella lasciava passare i suoni, e imparò a distinguere nelle tenebre il va e vieni della vita eterna; imparò anche che poteva comunicare con l’esterno, poiché il pozzo asciutto, sovrastante la cella, funzionava da amplificatore della voce e n’approfittò. Impetuosa come non mai, la voce profetica urlò dalle tenebre sotterranee le parole dalla Luce e, nonostante le guardie di Erodeallontanassero duramente chiunque avesse tentato di accostarsi al pozzo stesso, la voce possente si faceva udire a distanza, e sempre una folla in lacrime si riuniva e, dispersa, tornava a riunirsi avida di serbare nel profondo del cuore la più lieve sillaba che dall’anima di Giovanni fluisse. Lo scandalo del pozzo, rapportato a Erode, gli aveva tratto solo un gesto di noia...

                        2.                   «Lasciate che sbraiti a sua posta» – aveva risposto, – «alla fine si stancherà».

                        3.                   «Fallo tacere» – aveva gridato Erodiade, – «fallo tacere! Egli m’ingiuria di continuo, contro di me scaglia tutti i più obbrobriosi insulti, le più basse insinuazioni, …mi fa zimbello del popolo. Fallo tacere!».

                        4.                   «Oh, basta, donna!» – aveva imposto Erode. – «Io non intendo più oltre rendermi ridicolo. Lui è solo un povero pazzo, e io non mi abbasso a imbavagliare i pazzi che, anzi, lasciandolo libero di gridare come vuole, dimostro al popolo due cose ugualmente vere: che egli è pazzo, e che appunto, in considerazione della sua pazzia, il tetrarca di Galilea non lo teme, né lo prende sul serio».

                        5.                   «Ma egli di continuo m’insulta!».

                        6.                   «Oh, senti: sai bene tu come far cessare gli insulti? Vattene!».

                        7.                   Soffocata dall’orrore e dal furore, Erodiade tacque, fissando il re.

                        8.                   «Hai detto, ‘vattene’?».

                        9.                   «Ma sì, che devo dire? Egli t’insulta perchè sei la mia concubina? Tu te ne vai, cesserà d’insultarti, poiché, …credo di capire che costui ti sta a cuore. Se tu amassi veramente Erode, rideresti con lui delle deliranti frasi di un pazzo farneticante!».

                     10.                   Erodiade, livida in volto, si alzò irrigidita, la sua alta statura e lo stiramento penoso di tutti i muscoli cancellarono quasi la molle pinguedine[182]. Bella e tragica si allontanò senza rispondere, capiva che il suo potere sopra Erode veniva meno, capiva che, in breve, sarebbe stata un’impotente vecchia donna tollerata per pietà. Morire, dunque? Uccidersi subito?

                     11.                   Sparire in bellezza finché era bella?! Un muto singhiozzo la squassò dentro, ma come se quel singhiozzo avesse rimosso un ostacolo al sanguigno furore, essa si inarcò come una belva ruggendo a denti stretti: ‘Morire, sì!Ma prima ti ucciderò! Ti ucciderò, maledettissimo messaggero di Dio!’.

                     12.                   Più nulla ormai avrebbe salvato Giovanni. Il furore di una donna offesa non ha limiti che nella sua esplicazione.

                     13.                   Erodiade avrebbe saputo attendere, e alla prima occasione avrebbe colpito, colpito senza esitazione, senza pietà, senza timore.

* * *

                     14.                   Se Erodiade, però, pensava al come e con quale mezzo uccidere Giovanni, Salomè da parte sua, smaniava disperata per il brusco cambiamento avvenuto nell’animo di Erode, proprio quando era quasi certa di vedere il suo sogno realizzato.

                     15.                   L’amore, tuttavia, rendeva astuta e pieghevole l’impulsiva principessina, essa ben sapeva che nella madre aveva la più pericolosa nemica all’amor suo, quindi il suo primo pensiero fu che Erodiade fosse riuscita a sovvertir l’animo di Erode.

                     16.                   Ben conoscendo sua madre, non poteva ammettere che, dato il trionfo, essa si fosse limitata all’incarceramento dell’odiato profeta. La morte, e solo la morte, sarebbe stata la conclusione della vittoria di Erodiade! Dunque, …qualche altra cosa doveva esser accaduta tra Erode e Giovanni. Ma cosa?

                     17.                   Era quanto Salomè si proponeva di sapere, e poiché i suoi rapporti con lo zio erano molto migliorati, fu verso Erode che essa rivolse tutto il suo studio e con l’abilità della donna bella e innamorata, chiese un colloquio allo zio, assumendo un aspetto di dolorosa innocenza.

                     18.                   Erode ne avrebbe fatto a meno, prevedendo una scena di lacrime e di rampogne, rimase quindi gradevolmente sorpreso allorché vide entrar Salomè seria, ma serena e timidamente sorridente.

                     19.                   «Zio» – essa disse dolcemente, – «posso parlarti?».

                     20.                   «Avvicinati pure, Salomè, ma ti avviso che se vieni a pregarmi per Giovanni, ti sbagli!».

                     21.                   «No, zio, non vengo a pregarti...».

                     22.                   «Ah! Se è così, dimmi pure, e se in qualcosa posso compiacerti, ne sarò ben lieto».

                     23.                   «Io non vengo a pregarti per Giovanni» – specificò Salomè, – «ma pure vengo a parlarti di lui».

                     24.                   «Ah! No! Per tutti gli déi: basta con Giovanni!» – e decisamente Erode fece l’atto di uscir dalla sala.

                     25.                   «No, zio!» e la mano nervosa e ingioiellata di Salomè afferrò Erode per la manica e da questa, rapida scattò al polso del tetrarca, stringendolo gentilmente ma tenacemente.

                     26.                   «No, zio, non allontanarti, ti prego!».

                     27.                   Salomè nell’impetrazione era bellissima e dolcissima, ed Erode sentì un morbido insinuante piacere nel prolungare quell’attimo. Rasserenato e addolcito si arrestò e tornò indietro.

                     28.                   «Va bene» – disse rassegnato, – «parla pure, ma ricordati che non mi lascerò smuovere!».

                     29.                   «Oh, zio, perché ti sei così incattivito? Tu m’avevi pur promesso...».

                     30.                   «Niente ti avevo promesso!».

                     31.                   Nei verdi occhi della maliarda[183] passò un guizzo che rapidissimamente riuscì a dissimulare, e riuscì pure a stillare una lagrima dalle ciglia e a fissare Erode con uno sguardo pieno di mestizia.

                     32.                   Il tetrarca si sentì rimescolare internamente e, placato, attirò a sè e strinse con il braccio l’agile fianco adolescente dicendo con bontà: «Piccola mia, cerca di capire, cerca di rientrare in te stessa. Possibile che tu di sangue reale possa seriamente esserti innamorata di quel selvaggio?!».

                     33.                   «Oh, zio, io lo amo!».

                     34.                   «Tu credi di amarlo, piccola, ma nulla vi è tra voi di comune, nulla che possa rendere possibile un'unione, …un’unione, intendo dire, …durevole».

                     35.                   «Che ne sai tu, zio? No, …non parlare. Sì, io capisco, Giovanni ti ha offeso con la sua irruenza. È così, vero?».

                     36.                   «Salomè, uno schiavo non può offendere un re...».

                     37.                   «Ahimè, zio, Giovanni non è uno schiavo, e tu ben lo sai!».

                     38.                   «Salomè, ti prego!».

                     39.                   «Oh, zio, lascia che io interceda per lui, lascia che ti porti alla tua vera indole: tu sei buono e giusto, non contrariar te stesso. Non violentar la tua natura!».

                     40.                   «Ma che vuoi?».

                     41.                   «Lasciami accostar Giovanni, ti prego; lasciami parlar con lui, …lascia che io ti spieghi. Prometto che te lo condurrò docile a tutti i tuoi voleri, umile anche...!».

                     42.                   «Tu sei una bambina, ...faresti meglio a non illuderti, tanto, …tu non potrai sopra Giovanni la minima delle cose che ti proponi. Oggi Giovanni odia tutta la nostra casa, per Giovanni nella casa di Erode non c’è che maledizione e peccato, e io mi sono stancato d’esser insultato, di sentire insultare i miei!».

                     43.                   «Oh, zio, non me egli ha insultato!».

                     44.                   «Bambina! Ai suoi occhi tu sei la figlia di tua madre; l’odio che egli ha per Erodiade investe anche te, ed io, appunto, vorrei sottrarre almeno te alla sua diffamante blaterazione».

                     45.                   «Oh, zio! zio! Ma io lo amo, capisci? Lo amo tanto, è il primo uomo che io ami...!».

                     46.                   «Ve ne sarà un secondo, mia piccola Salomè, un secondo, di te più degno, più meritevole!».

                     47.                   «Impossibile, zio! Impossibile!».

                     48.                   Parole, bambina, parole che si dicono, che forse si pensano, ma che non rispondono alla realtà».

                     49.                   «Zio, ma perchè, perché...» e Salomè non osò proseguire, strozzata da uno scoppio di pianto.

                     50.                   Erode detestava le lacrime, una donna in pianto lo portava all’esasperazione, e spesso Erodiade l’aveva a sue spese costatato, ma il pianto quasi infantile di Salomè lo commosse. Abbracciò la nipote, se la fece sedere sulle ginocchia, la carezzò cercando di calmarla, e assorbendo nelle sue vene impigrite una strana eccitazione, valutò, da esperto, i tesori di bellezza e di voluttà racchiusi in quel corpo giovanile e, vinto, sussurrò tra i capelli di fiamma, il permesso a visitare Giovanni nei sotterranei.

                     51.                   «A un patto però», – egli impose...

                     52.                   «A qualunque patto, zio!», – rispose Salomè tra le lacrime e il sorriso .

                     53.                   «Se egli non ti si getta ai piedi e non ti accoglie come il più gran dono di Dio, tu lo abbandonerai...».

                     54.                   «Abbandonarlo?».

                     55.                   «Sì, Salomè, questo assolutamente io voglio che egli ti dia vere prove d’amore, di rispondenza piena, e allora per vederti felice io perdonerò, altrimenti no! Se non avrai l’amor suo, …odimi, Salomè: la giovinezza, la bellezza non posso più offrirtela, ma il trono, la potenza, la pace con Filippo, mio fratello, tutto ciò posso offrirtelo, capisci!».

                     56.                   «Non capisco, zio» – disse Salomè piegando carezzevolmente la testa sulla spalla di Erode, – «... non capisco!».

                     57.                   «Va’ là, gattina, capisci anche troppo!». Erode respinse il florido corpicino: «Va’, ti lascio provare, e se non va, come tu speri, se senza più menzogna, senza tradimenti, potrai venire a me, io ti sposerò».

                     58.                   «Oh, zio! E mia madre?»,

                     59.                   «Tua madre si darà pace! Sposandoti, pacifico la Galilea e mi riconcilio con Filippo».

                     60.                   «Oh, zio: vuoi sposarmi?».

                     61.                   «Subito, Salomè, subito! Vuoi neppur tentare di accostar Giovanni?».

                     62.                   «No, zio!» – risoluta Salomè si drizzò. – «No, no, sarebbe indegno di ognuno di noi! Io amo Giovanni d’amore, e tu potresti esser mio padre. Grazie, però, con tutto il cuore, zio; e se non amore, affezione filiale posso dartelo: porterò Giovanni ai tuoi piedi».

                     63.                   «E io sarò lieto di chiamarvi entrambi, figli, ma ora va, tra un’ora avrai il mio sigillo e potrai accedere alla cella sotterranea, parlerai indisturbata, ma ricorda, questa è l’ultima volta che io offro a quel cialtrone una via di salvezza, o l’accetterà con gratitudine, o marcirà fino alla morte nella segreta. Addio, Salomè».

                     64.                   «Addio, zio!».

 

[indice]

۞

Capitolo 41

«Chi conosce il volto dell’Amore

lo conosce al prezzo della vista umana.

Chi ha visto l’Amore una volta sola

cieco diviene a tutti gli amori»

                        1.                   Avvolta in un ampio mantello, celato il volto in un fitto velo, da un’ora almeno Salomè, guidata da Vergulo, si raggirava per i dedali delle prigioni sotterranee. Erode aveva ordinato di condurre per vie tortuose la principessina, cosi che essa non potesse rifar da sola la strada e non sognasse la possibilità di una romantica fuga dell’amato.

                        2.                   Vergulo, che d’istinto odiava Giovanni, metteva inoltre un particolare zelo nel fuorviare la bella Salomè, e spaventarla parlando d’oscuri misteriosi pericoli in agguato ove sarebbe incappato ogni audace che avesse tentato una fuga o avesse ardito un’incursione. Ma Salomè non era una timorosa, e ben presto si accorse che Vergulo la faceva di continuo ritornare sui suoi passi. Allora si fermò di botto, e guardando lo scherano con i suoi verdi occhi di maga, ordinò bruscamente di cessar le chiacchiere e di condurla diretta dal profeta, se non voleva sperimentare a sue spese il potere di una donna della casa di Erode.

                        3.                   Vergulo, benché stretto dagli ordini ricevuti, non poté vincere un superstizioso terrore innanzi al balenar verde degli occhi della principessa; egli ben sapeva dei riti segreti celebrati alla corte da Simon mago, e il terrore degli spiriti maligni teneva pur lui.

                        4.                   La fulva[184] Salomè – satanica figlia di Erodiade – aveva fama di mescolarsi volentieri a quei riti, quindi era meglio non contrariarla del tutto, perciò Vergulo obbedì e, senza altre tergiversazioni, aprì una bassa e robusta porta di quercia, scoprendo un antro nero e maleodorante, ove la torcia brandita gettò una luce sanguigna.

                        5.                   In quell’antro una figura umana, impetuosamente, balzò incontro ai visitatori con un irrefrenabile scatto di belva.

                        6.                   Nella figura, Salomè, inorridita, riconobbe Giovanni. Giovanni scavato dalla prigionia e dall’ardore profetico, ridotto all’essenzialità della figura umana, ma indomito nel suo spirito e signore di se stesso, come se, invece che in un’orrida cella sotterranea, vivesse sopra le rive del placido Giordano.

                        7.                   Giovanni, senza un attimo di esitazione, affrontò l’incognita velata: «Mi era stata annunziata la tua venuta: che vuoi tu da me?», – apostrofò aspro.

                        8.                   Salomè rimase interdetta. Vergulo fissò a un arpione la torcia sanguigna e, secondo gli ordini ricevuti, si allontanò, lasciando la principessa e il profeta soli nella cella.

                        9.                   L’alta statura di Giovanni era umiliata dal basso soffitto, ma anche in quell’estrema miseria la grandezza regale della sua anima folgorava e rendeva augusta l’immonda spelonca. Una strana timidezza prese alla gola Salomè; per la prima volta nella sua vita essa capì che vi sono forze interiori non soggiogabili con i sensi, non dominabili, né con la paura, né con la lusinga.

                     10.                   L’occhio ardente ma puro di Giovanni, la penetrava e la trapassava, e poiché Salomè era usa a veder principi e potenti impallidire a un suo sguardo, sentì con rabbia di essere lei ad impallidire, di esser lei aggiogata al carro di una volontà vincitrice.

                     11.                   Il profeta imprigionato era più libero e possente di un re sul trono, e innanzi a quella regalità spirituale la principessa si sentì una mendica, una povera postulante che veniva a chiedere, non a portar grazia! Con le due mani contratte sul seno cercò di frenare i palpiti disordinati del suo cuore e, umettando con la lingua le labbra divenute secche, si sforzò di parlare.

                     12.                   Le prime sillabe che pronunziò la spaventarono, tanto innaturale risuonò la sua voce, ma indispettitasi del suo turbamento, riuscì a reagire e a vincersi, quindi, contenendo il fremito interiore, disse: «Giovanni, chi ti ha annunziato la mia venuta, ti avrà detto anche cosa vengo a fare qui».

                     13.                   «Chi mi ha annunziato la tua venuta mi ha detto: guardati da colei che è molle, acciocché tu non abbia ad incappare in una dura rete. Avvolgi nella mirra il tuo cuore, affinché non lo corrompa la sua falsa dolcezza!».

                     14.                   «Chi ti ha detto ciò, mentiva, o non si riferiva a me, perchè io non vengo con mollezza o dolcezza, ma armata sono di un amore più forte della morte!».

                     15.                   «Non bestemmiare, figlia di Jezabel, perché lo spirito del Signore non inganna, e ciò che tu chiami amore è solamente, …foia[185] di femmina in calore! Se poi non è insidia e tradimento. Non è forse per cagion tua e di tua madre che io son qui? Non è stato il tuo inganno a gettarmi in queste tenebre? Ecco che son caduto con il corpo nella tua rete, ma l’anima, oggi è vigilante, e i tuoi tranelli si torceranno contro di te».

                     16.                   Queste ultime parole illuminarono Salomè, il furore di Giovanni nasceva dall’equivoco, egli l’accusava del suo imprigionamento, ed essa doveva chiarir l’equivoco a ogni costo.

                     17.                   Frenando perciò l’impulso che l’avrebbe portata a ribattere, Salomè lasciò cadere il velo che le avvolgeva il viso, rimanendo però modestamente coperta con il mantello e, con la calma dell’assoluta sincerità, replicò: «Giovanni! Io ti prego per il tuo Dio di ascoltarmi in pace fino alla fine e, se non sarai convinto della mia sincerità, vorrà dire che tu sei un falso profeta, poiché non sai distinguere gli accenti del vero, da quelli della menzogna».

                     18.                   «In qual nuovo inganno pensi tu di avvolgermi?».

                     19.                   «In nessun inganno, perché mai ti ho ingannato! Ascoltami solo, poiché io a caro prezzo di umiltà mi son comprata questo colloquio con te, e sono ancora umile; tuttavia in me freme lo sdegno per questa tua cocciutaggine, per questo tuo cuore ostinato a non volermi ascoltare».

                     20.                   «Ebbene, parla!».

                     21.                   «Tu mi rimproveri la tua prigionia, ma di essa sono del tutto innocente. Io non sono venuta a te con frode. Io stessa son caduta in un tranello ignobile, tesomi dall’immondo nano in cui credetti di potermi fidare.

                     22.                   Ricordi quel giorno in riva al Giordano, quando dalla mia lettiga ti gettai una rosa e tu movesti verso di me impetuoso come un torrente allo sgelo? Fu da allora che io ti amai. Da allora, giorno e notte sempre ti ebbi nel pensiero, di nascosto interrogavo gli schiavi perchè mi riferissero le tue parole, e spesso, confusa nella folla, ascoltai la tua predicazione, finché volli vederti, parlarti, svelarti tutto l’animo mio. Ma come fare? A corte io stessa sono una specie di prigioniera, un ostaggio di guerra, una merce di scambio, preziosa forse, ma non più di un forziere di gemme. A chi dunque confidare il mio cuore? A mia madre che ti odia? A mio zio che lussuriosamente mi guarda?

                     23.                   Ecco che mi abbassai fino all’infimo dei miei servi, al mio citaredo, …da me colmato d’ogni bene; gli dissi il bisogno che avevo di parlarti ed egli mi si offrì intermediario, mi portò il narcotico per addormentate la mia schiava carceriera, la chiave per uscir di notte, occulta, e intanto (e io non lo sapevo) mi vendeva all’infernale Simon mago preparando l’insidia in cui entrambi cademmo. Oh! Giovanni, capisci ora come sono andate le cose? Mi credi?».

                     24.                   In così dire Salomè alzò la testa per fissare negli occhi l’asceta, e lasciò alle lacrime libertà di scorrere. Bella e commovente, in quel momento essa offriva l’immagine di una bambina smarrita e innocente; l’accento della sua voce che, da sdegnato, era divenuto patetico, adesso moriva tra singhiozzi sommessi, e Giovanni non poté impedirsi un moto di pietà e di tenerezza.

                     25.                   «Ti credo» – rispose, – «ma tu porti il male senza saperlo, vittima e sacrificatrice al tempo stesso!».

                     26.                   Salomè riprese fiato e continuò: «Non ti dico qual fu, dopo, la mia vita a corte, quali gli scherni e le minacce, …le ingiurie e le blandizie tra mia madre e mio zio, e saperti languire in carcere ed esser spiata in ogni passo da Simon mago, tormentata nelle notti senza sonno dai fantasmi orrendi che egli mi suscitava contro. Oh, tu, ...tu hai il tuo Dio, il tuo sogno, la tua visione profetica; ma io, io non avevo e non ho che quest’amore che ingigantiva in me quanto più gli ostacoli si facevano grandi. Io sentivo, intuivo che tu dovevi maledirmi, e ti amavo sempre di più, sempre di più, e ti volevo, ti volevo come il solo bene che la vita mi offrisse, mi rifugiavo nel pensiero di te come nell’unica oasi di purità offerta dall’arido deserto del vizio che mi circuiva, ...finché l’amore mi ha dato il coraggio di parlare, di pregare, di piegarmi, di umiliarmi a mio zio per poter dire di te, per poter intercedere per te. E tu, …mi accogli come una nemica!

                     27.                   Oh, Giovanni! Perchè il tuo Signore, se sa tutto, non ha disposto il tuo cuore in favor mio?».

                     28.                   Così dicendo, Salomè si era avvicinata a Giovanni e la sua fragile manina (dalla quale aveva tolto ogni gemma, ad eccezione di un piccolo opale cui era superstiziosamente attaccata) sfiorò carezzevole la rude mano di Giovanni, al cui bruno colorito il carcere aveva aggiunto la patina del bronzo antico. Alla carezza, un fremito scosse l’annunziatore, il quale si ritrasse con la rude ritrosia degli essenti vergini e timidi innanzi alla donna.

                     29.                   Salomè s’accorse di quella ritrosia, ma non cedette, e ancor più si strinse a Giovanni, incalzante: «Hai paura di me, amor mio? perché? Lascia che tocchi la tua mano, che la baci, questa cara mano incatenata, mano che sola può darmi la libertà!».

                     30.                   Nulla vi era in quel momento di più puro degli occhi della principessa! Come due limpidi laghi essi si fissarono sul volto di Giovanni, umidi di lacrime e d’amore, proprio come gli occhi di una bestiola domestica.

                     31.                   Giovanni ne fu vinto, e non poté negare la carezza che il piccolo ardente volto di Salomè invocava. Carezzò dolce la fulva testina dicendo: «Va’, va’ in pace, perché io ti credo, e pregherò per la tua salvezza. Perdonami se mal ti ho giudicata, ma tu, …potrai comprendere come io non avessi del tutto torto».

                     32.                   «O Giovanni mio, grazie! Ma tu non sai ancora tutto, tu non sai cosa io son venuta a portarti; con tutto il mio amore».

                     33.                   Un pallido sorriso illuminò per un attimo le fosche sembianze del profeta.

                     34.                   «E che vuoi portarmi più della verità? Oggi io posso non rammaricarmi più di nulla! Tu non sei stata perfida, posso perciò anche rallegrarmi a pensare che non tutto è corrotto nella casa di Erode! Posso anche morire, perchè muoio senza il peso di un rancore che neppure a me stesso osavo confessare: la tua verità mi placa, il destino che ha operato nell’ombra, non è stato che un compiersi naturale degli eventi. Piccola principessa, torna pure in pace alla reggia, Iddio che ti ha costruito un cuor puro, ti custodirà da ogni male e forse sarà dato a te di accostar Colui che è venuto a riscattare, come l’agnello di Dio, tutti i peccati del mondo!».

                     35.                   A queste parole, un incantevole sorriso schiuse le rosee labbra di Salomè.

                     36.                   «Oh, Giovanni! Mio terribile uomo del Signore. Ma tu non prevedi neppure lontanamente cosa io son venuta a fare da te!».

                     37.                   «A portarmi la tua parola di verità. A placare la mia anima esulcerata[186]...».

                     38.                   «Sì, Giovanni, sì, ma non solo quello! Oh! Io son venuta a te come l’aurora di un giorno d’estate, sono tutta un dono per te, sono la tua vittoria, la tua fortuna, la corona della gloria tua».

                     39.                   «Principessa!» – Giovanni, insospettito, cercò di liberar la sua mano.

                     40.                   Ma Salomè la teneva stretta con fervore, anzi, accostandosi tutta, vi premette contro il seno, perché il desiderio gonfiava e, …irrigidiva. Rauca e sommessa, sibilò: «Io ti sposo, Giovanni. Ti sposo, e mio zio ci adotterà entrambi per figli e per eredi. Lascerai questo carcere per il trono della Galilea, …per l’amore di Salomè».

                     41.                   «Principessa!» – fu un urlo quello che uscì dalle livide labbra del profeta. – «Ma che dici?».

                     42.                   Cercò di strappar la sua mano, ma le manine di Salomè erano tenaglie, e tennero stretta la preda.

                     43.                   «Giovanni, Giovanni mio!».

                     44.                   «Ma che Giovanni! Che mio! Deliri, forse? Sei tu pazza, o zimbello di un oscura commedia? Lasciami ti dico, o per il Dio Santo che io adoro, mi spingerai a colpirti!»

                     45.                   «Eh! Colpiscimi dunque, scellerato! Il tuo Dio ordina di rispondere all’amore con l’odio?».

                     46.                   La calma sdegnosa di Salomè frenò Giovanni, il quale, liberata la mano, rispose: «No, il mio Dio non ordina di rispondere all’amore con l’odio, ma ordina di guardarci dalle tentazioni del maligno e dall’inganno della sapiente seduzione!».

                     47.                   «Ma che vuoi ch’io seduca, mio burbero santo?! Non vedi ch’io son quasi una bambina, e che anelo solo ad uscir dal marciume di una situazione ambigua, dove non è mia colpa se, vergine di corpo, sono nell’anima contaminata! A te, caso mai, spetterebbe di levar la mia tabe[187] e di presentarmi purificata al tuo Signore!».

                     48.                   «Hai ragione principessa» – rispose Giovanni mortificato, – «l’impeto della mia natura può sviarmi dal retto operare, ma come vuoi tu ch’io ascolti dalle tue labbra parole d’amore e ti creda? Se ti penso sincera, debbo credere a una tua infatuazione di pazzia, non a un sentimento ch’io non sono in grado di ispirare in alcuno; e se ciò fosse, tu stessa non potresti che riderne se consideri chi sei tu e, …chi son io. Lasciami dunque alle mie tenebre!».

                     49.                   «Ascoltami una volta seriamente, ti prego, Giovanni! Io ho concepito per te un vero amore, tu stesso non sai quanto sei bello. Io ti amo! A Erode ho svelato l’amor mio, ed egli, con saggezza politica, ha visto e previsto sviluppi ai quali non avrei forse pensato. Erode ne ha abbastanza delle lotte che deve sostenere per mia madre e per reggere la Galilea, abbastanza di intrighi, di raggiri, di pericoli. Vecchio ormai vorrebbe godersi i suoi ultimi anni in tranquillità, ma non può farlo. Mio padre Filippo vigila nell’ombra e trama di continuo, anelando alla vendetta, ed io tra i due sono un pegno e un ostaggio. Forse, se non avessi confessato il mio amore per te, Erode mi avrebbe sposata secondo la legge, per por fine al dissidio fraterno, pacificare la Galilea e liberarsi da tutte le noie che a lui causa il possesso di mia madre. La mia confessione gli ha offerto un’altra, e forse migliore via di uscita. Sposandomi a te e adottandoti, egli viene lo stesso a pacificare la Galilea. Tu, figlio di sacerdoti, re-sacerdote tu stesso, hai, e forse neppur lo sai, un ampio seguito di popolo. Il nostro imeneo[188] sarà celebrato da tutta la Galilea, dalla Giudea, dalla stessa Idumea[189], come il più fausto degli eventi. Erode rimarrà sul trono acclamato e onorato, mia madre entrerà finalmente nell’ombra. Tu, sacerdote, lo ungerai e consacrerai; tu, profeta, unito a me, alla figlia di Erodiade, porrai fine allo scandalo. Sarà la pace per tutti! qQuesta pace sta nelle nostre mani, e vuoi negarti?».

                     50.                   Salomè aveva parlato con tono dignitoso e modesto, guardando seriamente in faccia Giovanni, e si accorse che le sue parole avevano, se non scosso una convinzione, almeno incrinato una resistenza.

                     51.                   L’asceta non aveva replicato e sembrava meditabondo. Salomè, tuttavia, ormai conscia delle repentine reazioni dell’annunziatore, non volle stravincere e, incrociate modestamente le braccia sul petto, …attese immota una risposta: la risposta tardò alquanto.

                     52.                   Chiuso nella sua anima, Giovanni invocava da Dio un soccorso di luce. Infine, con voce calma e lenta, rispose con una domanda: «Allorquando quest’assurda cosa potesse avvenire, quali sarebbero le condizioni che il re porrebbe?».

                     53.                   «Una sola, e cioè che tu riconosca per lo meno di aver esagerato l’irruenza dei tuoi attacchi verso mia madre!».

                     54.                   «Ah, è dalla parte di lei, dunque, che vieni?».

                     55.                   «No, trovo naturale che tu divenga più tollerante, ma non è per mia madre ch’io peroro...».

                     56.                   «Ah! Ch’io diventi tollerante. E di che? Di quel marciume di cui ti lagni e da cui vuoi uscire? Tollerante dell’adulterio incestuoso? Tollerante dello scandalo perpetuo?».

                     57.                   «E che potrà importare a te una volta che fossi mio marito? Alla fine io non sono mia madre!».

                     58.                   «Ah! Non sei tua madre, ma sei peggio di lei, così pensando. E tu, puoi supporre che io, il profeta del Signore, il consacrato all’Altissimo, voglia onestare quanto ogni legge umana e divina riprova, quanto è contro la stessa natura? Ch’io muti la mia splendida primogenitura con il piatto di lenticchie ammuffite del compromesso servile? Ti hanno mandata bella e tenera, forse ingenua (perchè voglio crederti tale) a tendermi il più basso dei tranelli, facendo di te l’esca per prendermi al laccio...».

                     59.                   «Giovanni, ti prego!».

                     60.                   «Taci! Vieni qua, fatti vedere» – e Giovanni con rapido moto ghermì la spalla di Salomè e strappò il mantello nero. – «Me l’immaginavo!», – disse. Sotto il pesante mantello, Salomè aveva una sottile veste di bisso candido che celava, svelando seducentemente, le forme acerbe e tornite.

                     61.                   Nella brusca scossa, i fulvi capelli si sciolsero e ruscellarono lungo la bella personcina. Pura e procace, smarrita e anelante, Salomè sembrò far risplendere della sua bellezza il misero antro[190].

                     62.                   «Me l’immaginavo!» – ripeté Giovanni. – «Eccoti qui, seduzione! Eccoti qui, Lilith[191]».

                     63.                   «Mi fai male, Giovanni!», – gemette la principessa, richiamandolo alla coscienza di sé; infatti, le dita del profeta continuavano ad artigliarne la spalla, ma la stretta selvaggia non s’addolcì.

                     64.                   «Ah, ti faccio male, immagine della concupiscenza?! E tu, che mi hai fatto finora? ».

                     65.                   «Ma, Giovanni, ...lasciami! Sei impazzito? Lasciami, ti dico!» e svincolando la persona serpigna, giunse con la bocca alla mano del profeta, piantandovi felinamente i dentini in un morso profondo. Il dolore del morso fece allentare la stretta a Giovanni, e Salomè, spaventata, arretrò fino alla parete cui si appoggiò. Un greve silenzio pesò tra i due protagonisti.

                     66.                   Lo ruppe Giovanni con voce sorda e dolorosa: «Ecco! Così le figlie della Terra, che erano belle, trassero al peccato i liberi figli del Cielo! Così caddero i figli di Dio! Oh, qual bassa cosa è la femmina, qual triste potere ha la materia. Se volevi ch’io capissi, o Signore, pienamente l’ho capito! Ecco questa creatura, che è pur opera tua, come un vaso di iniquità, …alberga il serpe che mi insidia il calcagno. Perchè tanta potenza di bellezza deve essere al servizio del male? Perchè hai fatto cosi bella la donna se la sua bellezza dev’essere d’inciampo all’uomo? Ecco che ogni cosa nella natura è da lei contaminata, ecco che inutilmente l’uomo aspira alle altezze del pensiero avendo le caviglie incatenate alla roccia della femminilità! Più terribile di un’armata in campo è la donna, più micidiale di una pestilenza, più impoverente di una carestia! Chi incappa nelle sue reti è perduto!».

                     67.                   «Anche tu sei nato da una donna!», – agra, rimbeccò Salomè da parte sua.

                     68.                   Il profeta tacque, tacque e si chiuse in una fervida preghiera. La voce melodiosa di Salomè lo richiamò. Essa aveva raccolto il mantello e s’avvolse in esso, raccogliendo nel velo anche la massa fiammeggiante della sua capigliatura, avendo sentito nel corridoio il passo di Vergulo e, capito che il tempo concesso al colloquio stava per scadere, tentò l’ultimo sforzo, frenando il furore che internamente la squassava. Per un attimo, quando Giovanni l’aveva afferrata, essa aveva sperato, si era illusa d’aver vinto; ora l’umiliazione della sua impotente bellezza le cuoceva dentro. Tornar vinta ad Erode, confessarsi domata dal fiero profeta, respinta da lui? Lei, la più bella tra le figlie di Sion, la desiderata dai re? Malgrado ciò, lo amava ancora. Tuttavia, senza che se lo confessasse, più urgeva in lei la necessità di piegarlo (per non subire la derisione della sconfitta), che non l’ardore del desiderio. Infatti, con la spalla illividita dalle dita di Giovanni, soffocata dal lezzo del carcere, la principessa capiva di perdere le forze, svanire in lei ogni cosa, e solo l’orgoglio ancora la reggeva, così la sua parola suonò calma, fredda e persuasiva.

                     69.                   «Giovanni! Stiamo per lasciarci, s’io varco quella soglia, tu non sperar mai più di vedermi né di vedere il Sole! Se la varchi con me, se con me vieni ai piedi del trono, tu sei salvo e avrai agio di conoscere quanto sia grande l’amor mio per te! Deciditi dunque: io ho fatto quanto stava in me per meritare il tuo amore: pensaci! Se respingendomi come fai, alla fine non sia il tuo Dio che offendi. Pensaci, …se non è Lui ad avermi ispirato questa che tu chiami infatuazione di pazzia. E pensa se oggi non è la sua mano provvidenziale che tu rifiuti di stringere! Io sono ancora qui, …ma già sento il passo della guardia che mi viene a prendere. Ancora pochi istanti, Giovanni, ti supplico! Fa che nella tua pazzia profetica baleni un barlume di ragione. Sei giovane, sei sano, sei amato! Rifletti: non hai il diritto di condannare te stesso a questo orrore, come fai! Giovanni: mi odi almeno?».

                     70.                   «Ti odo, Salomè» – rispose tristemente il profeta, – «ma ti odo come ti odono queste pareti e queste volte. Ti rispondo come loro, non posso che risponderti così».

                     71.                   «Ma che ti ho fatto alla fine?» – scattò Salomè. – «Tanto, dunque, mi detesti? Ti faccio dunque ribrezzo? Ma dove giunge quindi la tua presunzione?».

                     72.                   «Oh, Salomè, Salomè, non è presunzione la mia, io vedo ciò che tu non vedi. Tu sei lo strumento di un destino che fu stabilito prima che nascessimo, non ti detesto affatto, né mi fai ribrezzo. Sei bella, sei la più bella creatura ch’io abbia mai visto in Terra, ma non posso amarti!».

                     73.                   «Non puoi amarmi? Ebbene, non amarmi, fa solo un atto di sottomissione a Erode; fingi d’esserti arreso, mostra di contentarlo. Purché tu sia libero e che tu possa fuggire, io ti lascio libero: arrenditi solo. Più tardi, quando sarai certo del mio amore, vedrai il da fare. Per ora seguimi, lasciati salvare!».

                     74.                   Queste ultime parole Salomè le aveva sussurrate con voce sommessa e calda, mettendo in esse tutta la forza della sua seduzione.

                     75.                   «Principessa» – rispose Giovanni, – «come puoi tu propormi una simile perfidia verso il re?! Ch’io finga! Ma se era per fingere, non sarei finito qui dentro! Contro ogni ragione Erode mi ha imprigionato, e io dovrei sottomettere a lui la mia dirittura di coscienza, posporre il mio Dio a una misera vita di cortigiano, fuggire dopo l’inganno, come il vero ladro ch’io sarei divenuto? Oh, Salomè! Oh, …regio sangue! E tu, proprio tu puoi propormelo? Dici di amarmi e mi vorresti infame?».

                     76.                   «Io ti voglio salvo, pazzo fanatico che sei!».

                     77.                   «Salvo? Salvo come? In che, salvo, se ai miei, ai tuoi stessi occhi io divengo uno sleale, un bugiardo, un traditore, un fedifrago?[192]».

                     78.                   Vergulo nel corridoio annunciò la sua presenza agitando le chiavi.

                     79.                   Disperata e furiosa, Salomè sibilò: «Pazzo, pazzo, pazzo! Ma non vedi dunque dove sei?».

                     80.                   «Oh, Salomè! Dove sono? Sono in un luogo ove l’onore di Dio è ben custodito. Sono in un luogo ove mi è dato di rispondere all’Amore!».

                     81.                   «All’amore?».

                     82.                   «Sì, Salomè, ma non a quello che tu credi, …che tu intendi. Oh, tu non sai! Ma chi ha visto il volto dell’Amore, cieco diviene a ogni veduta umana. Chi ha visto l’Amore, anche solo una volta, …è perduto per sempre a tutti gli amori, e il volto dell’Amore io l’ho visto!».

                     83.                   «Ma di che farnetichi?».

                     84.                   «Io non farnetico, io ti parlo dell’unico Amore, della suprema grazia, della perfezione infinita: ti parlo di Dio».

                     85.                   «E tu resta con il tuo Dio!» – urlò furibonda Salomè. – «Resta con il tuo Dio, con i topi, con i rettili, e con la maledizione di questo mio folle amore, amore che tu hai deriso e insultato, con la maledizione di questa mia anima, anima che tu danni a tutti i furori, a tutte le disperazioni. Tu sei un profeta? …sei un pazzo malvagio. Ha ben ragione mio zio!».

                     86.                   E così dicendo la principessa si avventò alla porta e la spalancò.

                     87.                   «Vergulo!» – intimò al soldato di fazione nel corridoio, – «Chiudi e andiamo via!».

                     88.                   Vergulo, tolta dall’arpione la torcia fumosa, sogghignando, richiuse la porta della cella e seguì la principessa che già era in fondo al corridoio.

                     89.                   Usciti che furono, Giovanni cadde in ginocchio, cantando un salmo di ringraziamento: la battaglia era stata dura, ma ne era uscito vittorioso! Nessuna lussuriosa immagine abitava gli antri bui della cella.

 

[indice]

۞

Capitolo 42

«Vi sono abissi nel mare

e son pieni di mostri

ma vi son più terribili abissi

nelle anime

e son pieni di diavoli»

                        1.                   Rientrando a palazzo, Salomè corse nei suoi appartamenti come una belva ferita alla tana, e vi si chiuse per sottrarre ad ognuno lo spettacolo del suo rossore. Da Giovanni aveva ricevuto la più sanguinosa offesa che donna possa ricevere, aveva subito la più umiliante delle sconfitte: si era offerta ed era stata rifiutata; aveva portato l’inestimabile dono della vita, della libertà e dell’onore e li aveva visti respingere. Nonostante tutto, però, amava Giovanni! Un torbido fascino la teneva e l’attraeva, la brutalità del profeta le appariva come la pienezza di una mascolinità alla quale anelavano le migliaia di femmine lascive che in lei tumultuavano nel sangue. Come una voragine aperta nel mare che ogni cosa inghiotte avida (forse per un incoercibile bisogno di riempirsi e cancellare in se stessa il vuoto), così con spietata lucididità di cervello, Salomè sentì in se stessa urlare il sesso affamato che, solo in Giovanni, si sarebbe saziato.

                        2.                   Per Salomè non vi erano misteri sessuali. Senza illusione, freddamente, essa poteva misurare tutto l’abisso della sua sventura. Capiva che mai più avrebbe potuto amare. Intuiva che l’unione fisica con qualunque altro uomo che non fosse Giovanni, non sarebbe stata a lei possibile senza provarne ribrezzo. Come se una tremenda magia l’avesse avvolta, essa si dibatteva senza potersi liberare, scopriva con terrore che in Giovanni tutto era bello, tutto le era caro, che se anche l’avesse battuta, gli avrebbe baciato le mani. Dalla spalla indolenzita fluivano in lei, nei suoi più intimi recessi, strane, dolorose e pur dolci sensazioni e, mentre il cervello ragionava, tutto l’istinto, irragionevolmente, si tendeva verso l’unico grande amore.

                        3.                   «Così, dunque,» – si chiese stringendosi le tempia martellanti, – «mia madre ama mio zio? Così, senza remissione, senza salvezza? Schiava fin nelle ultime fibre della carne e del sangue? Questo sarà il mio destino?».

                        4.                   A queste considerazioni l’orgoglio ferito a sangue urlò più forte del sesso: «Ah, no! No, mai! Lottare con ogni forza, vincere, strapparsi dalla carne quella febbre nefasta a costo di disfrenarsi come una baccante[193], di tuffarsi nei vortici d’ogni vizio, …di moltiplicare le esperienze fino alla nausea».

                        5.                   «Sì!» – sembrò risponderle qualcosa dal profondo della sua anima, – «Sì, ma così non sarà per l’amore che tieni racchiuso in te, perché anche vecchia, corrotta, nauseata, ritornerai giovane e fremerai come una vergine al solo pensiero di Giovanni! Puoi aver tutti gli uomini: lui no! E lui lo porterai in te fino alla morte e oltre, lo porterai più vero del sangue, più dolente del cuore, più vivo della vita! Tu non ti libererai mai, mai più da Giovanni. Lui è la tua controparte, è l’altra metà di te stessa; tu sei più sua che se egli cento volte ti avesse posseduta. Tu sei più sua del suo stesso respiro. Siete i gemelli delle solitudini stellate, siete l’unico uomo e l’unica donna del Creato, siete della stessa sostanza, avete la stessa natura».

                        6.                   «No!» – gemette Salomè torcendosi sul suo morbido giaciglio – «…no!».

                        7.                   «Sì, anche tu come lui, potresti macerarti in penitenze, e lui, come te, potrebbe ardere d’incontenibile ardore. Tu sei il suo male, egli è il tuo bene, tu sei la sua tenebra, egli è la tua luce; tu sei la sua carne, egli è il tuo spirito. Sei perduta, perduta, perduta! Sarai la sua schiava in eterno! Sei più perduta che tua madre, che almeno la morte libererà dall’amore. Tu no, neppure con la morte! Oh, non pensare al suicidio, …ti aggireresti intorno a lui come la falena intorno alla lampada! Ma per tutti gli déi, non ne posso più!».

                        8.                   Salomè scattò in piedi come una furia. Percosse il timpano d’oro e, alla schiava terrorizzata dall’impaziente richiamo, perentoriamente ordinò: – «Presto! Il mio bagno! E sia pieno di profumo! Portami gli oli più deliziosi, preparami le vesti più ricche, i gioielli più fulgidi, e alle più belle delle mie vergini compagne dì che si ornino per una gran festa. Stasera voglio ridere, voglio danzare, voglio della musica, che tutto intorno a me risplenda! Questa sera sono io che invito: ordina che si appronti una ricca cena; fai chiedere al tetrarca d’intervenire. La sua età, oramai concede ben a lui il diritto di visitar nel gineceo le vergini! ... Hai capito, dunque? Va, corri, …non fartelo ripetere. Perchè sei ancora lì?».

                        9.                   La schiava, sgomenta, fuggì come una timida lepre innanzi al veltro, e in breve (concitate dalla sua agitazione) schiave, favorite, vergini regali e ancelle d’onore, tutte furono in agitazione, nessuna discusse gli ordini di Salomè, e ognuna si precipitò per eseguirli. E mentre la bella, nelle acque profumate del bagno, cercava ristoro, mentre si acconciava e si ornava, intorno a lei si facevano i preparativi per l’inaspettata quanto precipitosa festa.

                     10.                   Erode accolse l’invito con una certa diffidenza. Per il tetrarca erano giorni tristi, dovuti in parte a una discussione alquanto violenta avuta con Erodiade, nel corso della quale aveva spietatamente parlato delle sue decisioni, mercé le quali Erodiade doveva rassegnarsi a vedere Salomè quale sposa dell’odiato Giovanni, oppure sposa del vecchio amante.

                     11.                   «Sono stanco» – aveva detto il tetrarca, – «di lotte e, …d’intrighi! Tu ed io possiamo ormai considerarci vecchi, dobbiamo cercare di porre ordine dove finora fu disordine.

                     12.                   Nell’uno o nell’altro modo la nostra situazione sarà finalmente chiara. Tu lo sai, io non posso sposarti! Se Salomè sposa Giovanni, son pronto ad abdicare in favore di entrambi, e allora tu ed io potremo andarcene in Grecia o addirittura a Roma, e vivremo come due tranquilli coniugi finalmente in pace. Se invece dovrò sposar tua figlia, non sarò così ingenuo da non capire che potrò esser tutto per lei, ma non un marito; con queste nozze tuttavia porrò fine al dissidio con mio fratello e potrò governare la Galilea senza più lotte intestine, e anche in seguito potrò abdicare in favore di Filippo, facendolo reggente della nuova regina, e allontanarmi con te, se vorrai».

                     13.                   «Con me?».

                     14.                   «Ma sì, non crederai sul serio che io ami d’amore Salomè. Se così fosse, non contemplerei certo l’ipotesi di unirla a Giovanni!».

                     15.                   «Ma allora tu mi ami?» – disse Erodiade.

                     16.                   Erode ebbe un gesto di fastidio...

                     17.                   «Come sei drammatica! Non occorre amare una donna per esser legato a lei. Sono tanti anni ormai che viviamo insieme! Ti ho visto la prima ruga e tu hai visto il mio primo capello bianco. Ci siamo abituati l’uno all’altra e, senza dramma, …possiamo accettarci a stare ancor bene insieme. Via, Erodiade! Abbiamo il coraggio di guardare la realtà; né tu, né io, …siamo quelli che eravamo allora. I nostri corpi erano come aste di zagaglie[194], erano come archi flessibili. Oggi, ...uh, oggi il grasso ci fa pesante le idee, oltre che i movimenti! Cerchiamo, nella fredda ragione, di trovare ancora qualche sorgente di gioia e di piacere. Oh, che noia, ancora lacrime! Ma è una malattia! Bada Erodiade, tu devi curarti, devi aver qualcosa negli occhi!».

                     18.                   Ma Erodiade non era in grado di afferrare l’ironia... Soffocata dall’indignazione e dal dolore, era uscita dalla camera dell’amante affranta e, rientrata nel suo appartamento, aveva subito fatto chiamare Simon mago. Per la prima volta Simone vide la regina disfatta di corpo e di anima e, se nelle sue viscere avesse potuto albergare un senso di pietà, quel senso doveva somigliare allo strano fastidio che ne sentì. Fu perciò con più calore di quanto la cortigianeria richiedesse che egli interpellò la sventurata.

                     19.                   «Dunque, che c’è, regina?».

                     20.                   Solo delle lacrime disperate risposero alla domanda, e Simone, comprendendo a quali limiti essa fosse giunta, invece di insistere, chiamò le ancelle e, consegnato loro una piccola ampolla d’elisir, dette alcuni ordini e si ritirò in un salottino ad attendere. Non attese molto perchè Erodiade ben presto lo fece rientrare nella sua camera.

                     21.                   La regina riapparve avvolta in un’ampia veste di damasco cupo e alquanto ristorata dalle cure cui era stata oggetto.

                     22.                   Tuttavia, dai grandi occhi segnati, traspariva tutta la profonda pena .

                     23.                   «Simon mago» – essa mormorò, – «puoi tu ancora far qualcosa per me?».

                     24.                   «Perdona, regina» – rispose, – «tu hai il torto di continuare a sentirti come una piccola donna! Alla fine, renditi maggiore di te stessa!».

                     25.                   «Non posso, Simone, io amo Erode oggi come fosse il primo giorno; e tu, non hai una magia che indissolubilmente lo leghi a me?».

                     26.                   «Io ho molte magie, ma per usarle non si deve essere uomini: la via del male, per dar la potenza, deve esser percorsa intera!».

                     27.                   «Forse che io non l’ho percorsa?».

                     28.                   «Oh, regina, no! Non si percorre la gran terribile via essendo amante, essendo madre. L’odio non ammette compartecipazione d’amore! Invano ho cercato di esserti maestro, tu arretri innanzi al giuramento della nera notte, tu indietreggi davanti al grande arcangelo!».

                     29.                   «Oh! Simone, ma non capisci che alla magia io chiedo solo la felicità?».

                     30.                   «Regina! La magia può dare la potenza, la vendetta, non la felicità, a meno che la felicità non consista nell’attuar la vendetta, nel realizzare la potenza; ma tutti i filtri, tutti i legami d’amore si possono usare sull’amante, non sull’amato, e tu sei l’amante, o sventurata regina! Te l’avevo detto: strappa l’amore dal tuo cuore, come una spina dal tuo piede, e signoreggerà Erode. L’hai tu fatto?».

                     31.                   «Non posso», –rispose umile Erodiade...

                     32.                   «E allora, regina, non chiedere l’impossibile; accontentati di quello che la grande scienza ti offre».

                     33.                   «Tu sai, Simone, cosa accadrà?».

                     34.                   «Lo so, le stelle han parlato, …ma so anche che cosa accadrà!».

                     35.                   «Dimmi! Dimmi!».

                     36.                   «La principessa Salomè non sposerà il tetrarca!».

                     37.                   «Peggio, allora, sposerà il mio nemico?!».

                     38.                   «No, regina, il miserabile pazzo ha lavorato per noi!».

                     39.                   «Come?».

                     40.                   «Sì, ha respinto tutte le offerte di Salomè. Egli non la vuole!».

                     41.                   «Non la vuole?! La mia bella figliola?».

                     42.                   «Calmati, regina! Oh, e se tu mettessi nel male l’ardore che metti nel bene? Tu ami tua figlia?!».

                     43.                   «Simone! Ma non è in natura che la madre ami il suo nato?».

                     44.                   «La magia è contro natura, regina! Comunque, i fatti son questi: il profeta ha respinto in malo modo la principessa...».

                     45.                   «Anche in malo modo?».

                     46.                   «Insomma, regina, puoi cercar di essere meno emotiva?».

                     47.                   «Non rimproverarmi, Simone, ti prego, io soffro!».

                     48.                   «Tu soffri come tutti gli uomini, o regina, perciò sei debole; se tu soffrissi come il diavolo, così da uccidere ogni sensibilità, tu saresti forte e invincibile. Ad ogni modo, ascoltami: la principessa Salomè ama in maniera delirante il suo santo, ma in lei l’amore non è subìto anche se è sofferto, essa combatte contro quest’amore che vorrebbe indebolirla, il suo orgoglio brucia come il fuoco e conserva come il ghiaccio. Se essa si votasse alla magia, trarrebbe dalla magia stessa i più grandi poteri...».

                     49.                   «E allora?».

                     50.                   «Allora, sarà mediante Salomè che noi colpiremo Giovanni!».

                     51.                   «Che dici, mago?».

                     52.                   «La verità, regina!».

                     53.                   «Tu credi di far di Salomè una tua allieva? Ma se ti detesta!».

                     54.                   «Che m’importa di farne un’allieva? Mi basta di farne uno strumento...».

                     55.                   «Uno strumento, Salomè?!».

                     56.                   «Regina! Vuoi o non vuoi la morte di Giovanni?».

                     57.                   «La voglio con tutta l’anima!».

                     58.                   «Allora sappilo, regina: è decretato dalle stelle. Salomè sarà la spada che ucciderà il nostro nemico...».

                     59.                   «Ma dimmi: come farai a condurre a questo, Salomè?».

                     60.                   «Mi occorrerà abilità e pazienza, ma sarà lei che mi si metterà nelle mani. Tu, o regina, puoi aiutarmi in una sola cosa. Se lei ti cerca, fa che ti trovi, siile amica, il resto riguarda me solo. Tu che hai conosciuto l’umiliazione e l’avvilimento, puoi esser comprensiva verso tua figlia del pari sconfitta, lei non si rassegna al par di te, ed io saprò trarne partito da questa sua non rassegnazione».

                     61.                   Nel gineceo di Salomè ferveva la festa; liete musiche, canti e risate argentine sembravano testimoniare una spensierata letizia. Il tetrarca, invitato, non si era fatto attendere molto, e fu accolto dalle caròle[195] delle giovani schiave coronate di rose, e dai gai canti delle nobili convitate.

                     62.                   L’ampia sala del verginale convito traboccava di fiori, di luci, di suoni. Le fanciulle, belle come boccioli di rose, si abbandonavano alla gaiezza dell’età e all’ebbrezza dei cibi e delle bevande, ma come l’unica rosa di un cesto di fiori appariva Salomè. Essa indossava una lunga e stretta veste che modellava tutta l’acerba persona di una pesante seta persiana di un intonatissimo color blu imitante esattamente la tinta di certi cieli estivi, quando la Luna non è ancora sorta ma già manda il presentimento della sua luce. Fili d’oro e d’argento, mescolati alla trama, creavano un incantevole effetto. Le sue braccia, nude fino all’ascella, si celavano sotto una finissima sciarpa di mussola[196] di un delicato color ocraceo, sciarpa amplissima posata a guisa di velo sopra la selvaggia bellezza della chioma di fuoco, e scendente dalle spalle, giù quasi fino ai piedini nudi nei sandali d’oro, come un manto di luce lunare. Agli orecchi piccini, rosee come conchiglie, due inestimabili smeraldi emulavano la luce degli occhioni resi un po’ incantati dall’abile bistro, una collana di piccoli smeraldi, accuratamente scelti, cingeva il collo flessuoso, le belle braccia sembravano affaticate dal peso dei preziosi smanigli, solo le mani erano virginalmente nude, ad eccezione dell’opale lattescente che Salomè non fasciava neppure la notte.

                     63.                   Vedendo entrar lo zio, reverente si alzò per riceverlo e gli fece prender posto al suo fianco. Il vecchio Erode, con un’occhiata aveva valutato ogni cosa e, non lasciandosi abbagliare dall’ostentata gaiezza che lo circondava, scrutò pensieroso i verdi occhi della nipote, cogliendovi in fondo un bagliore inequivocabile. Ebbe pietà e pena per la giovane anima coraggiosa.

                     64.                   In quel momento fu zio e padre! Per lui era solo una piccola bimba smarrita che tentava di auto ingannarsi giocando a ingannare. Avrebbe avuto il desiderio di gridarglielo, ma non lo fece; sorridendo baciò galante le piccole mani nervose della nipote e disse: «Ti ringrazio dell’invito, o gentile, ti ho portato, se lo accetti, il mio dono».

                     65.                   Salomè, festante, batté le mani...

                     66.                   «Un dono! Un dono! Vedere, vedere subito!».

                     67.                   Erode sussurrò un ordine all’eunuco nero che l’aveva seguito, e questi uscì, per subito rientrare, portando un cuscino di preziosa porpora sopra il quale era accomodato qualcosa di bianco e, inchinandosi, posò il cuscino davanti a Salomè. Sopra di esso, due meravigliosi cagnolini non più grossi di una mano d’uomo, manifestavano il loro malumore per essere stati svegliati, sbadigliando e mostrando le loro piccole gole rosee. Quei due batuffoli di soffice bambagia erano una coppia di cagnolini tibetani rarissimi che valevano una provincia.

                     68.                   Erode li aveva fatti giungere dal Katai espressamente per Salomè, e questa per un animo divenne bimba davvero e rise felice, curvandosi senza osar toccare il bel dono vivente. Poi, pian piano, fattasi più audace, prese dolcemente la coppia nella coppa tiepida delle sue mani unite, tutta intenerita dell’estrema fragilità delle due bestiole che, con vocina petulante, abbaiavano a tutto spiano.

                     69.                   «Grazie zio» – disse lei, – «il tuo pensiero mi commuove!».

                     70.                   «Sono ben lieto che il mio dono ti sia gradito...».

                     71.                   Salomè ripose sopra il cuscino i due graziosi cagnolini e li consegnò alla più cara delle sue giovani confidenti, affinché n’avesse cura.

                     72.                   La festa era al suo diapason, ma, man mano che aumentava in gaiezza, l’occhio della principessa s’incupiva; e, quando la notte riversò per le ampie finestre i suoi tesori di profumi e di sogni, Salomè come una molla si alzò e abbandonò la sala del festino, …senza congedarsi dalle invitate. La raggiunse nell’angolo più oscuro dell’ampio giardino pensile che fungeva da terrazzo, il tetrarca, il quale l’aveva discretamente sorvegliata tutta la sera.

                     73.                   Paterno, Erode l’accarezzò, dicendo: «Piccina mia, perchè fuggi chi t’ama per inseguir chi non t’ama? Non hai ottenuto nulla, vero? Ma io lo sapevo da un pezzo! Giovanni non è uomo che si commuova ai vezzi muliebri[197], né tuoi né di altre, figliola mia! Ti ho lasciata provare perchè tu ti smagassi[198], ora puoi guardare alla vita con serenità e sicurezza. Non ti parlo per me, bambina; ti ho vista crescere sotto i miei occhi come una palma che io avessi seminato, e ti voglio assai più bene di quanto ti ami. Non parliamo per ora di una nostra eventuale unione, voglio solo che tu senta in me protezione e difesa, anche contro te stessa. Per ora la ferita brucia, ma si rimarginerà presto, vedrai; confido che il tuo orgoglio ti sarà d’aiuto».

                     74.                   Le parole affettuose mitigarono l’affanno della fanciulla, e a poco a poco calmarono il suo pianto, ma, avendo infine bisogno di sfogo, raccontò allo zio con poche frasi spezzate ciò che era accaduto nei sotterranei. Una volta di più Erode fu costretto ad ammirare in cuor suo la fiera rettitudine di Giovanni, e anche a rimpiangere l’impossibilità di piegare il durissimo profeta a miti affetti umani.

                     75.                   ‘Sarebbe stato il figlio di cui abbisognavo’ – si disse interiormente, – ‘peccato che sia del tutto pazzo di Dio’.

                     76.                   Tenendosi le sue riflessioni, con paterna bontà esortò Salomè ad andarsi a coricare.

                     77.                   «Ti manderò tua madre», – le disse.

                     78.                   «No! No!», – supplicò Salomè.

                     79.                   «Perché bimba?! Chi può capirti oggi più di lei? Chi può aiutarti a guarire?».

                     80.                   «Ma lei lo odia».

                     81.                   «E tu lo ami ancora! Ottimo quindi per parlarne insieme, vedrai presto come amore e odio siano fratelli nati ad un parto e avvinti tra di loro per il fianco...».

                     82.                   Salomè non rispose, e i due interlocutori si allontanarono in direzioni opposte.

 

[indice]

۞

Capitolo 43

«Non sempre l’uomo

vuole veramente una cosa

ma in lui vi è uno spirito straniero

che gliela fa volere!»

                        1.                   Mai nel corso dei suoi placidi quindici anni Salomè era andata così d’accordo con sua madre! Le due donne avevano reciprocamente scoperto la loro affinità ed avevano realizzato un’amicizia perfetta.

                        2.                   Erodiade, resa sagace dalla sua esperienza, non vietava a Salomè lo sfogo di parlare lungamente del suo inutile amore; non solo, ma seguendo gli abili consigli di Simon mago, essa riusciva lentamente a convincere Salomè di esser stata vittima di una magia di Giovanni. Quest’idea compiaceva il morboso orgoglio della principessa e, in certo qual modo, la consolava della sua sconfitta di donna. Aveva sì ancora ore penose di cupa tristezza, in cui l’immagine severa del profeta le sorgeva dinanzi in atto di rimprovero, ma a quelle ore essa ne opponeva altre; altre ardenti di furore, d’odio che germogliava in lei impetuoso, fomentato dai subdoli consigli e dallo sdegno sempre bruciante nella sua anima.

                        3.                   Erodiade era lieta della conquista della figlia e, un po’ soddisfatta nel suo amor materno, le sembrava di ringiovanire, di riabbellirsi e perfino di amare Erode con maggior purezza. Infatti, nei loro intimi colloqui, parlando di Salomè, avevano tali accenti da considerarla figlia di entrambi, e in quel pensiero concorde si erano trovati come due veri coniugi, e la povera regina poteva anche illudersi di un riconquistato potere.

                        4.                   L’amore di Erode per Salomè era paterno, e in quella fittizia paternità, sembrava riavvicinarsi vieppiù a Erodiade che ritrovava nelle cure e nelle preoccupazioni materne una seconda giovinezza, una giovinezza più calda, più morbida, fatta di toni raddolciti eppur ardenti. Era l’autunno dell’amore caldo, ricco ancora dei ricordi delle risplendenti primavere, …e delle roventi estati trascorse!

                        5.                   In questi ricordi e in queste rinnovate illusioni, Erodiade avrebbe potuto anch’essa trovate la sua pace e dimenticarsi di Giovanni, se un giorno Erode, incautamente, non le si fosse confidato dicendo: «In verità, debbo riconoscere che, tra tutti i miei sudditi, non uno supera in lealtà quello sventurato Giovanni! Sta quasi per volger l’anno che egli è in carcere; alla prima occasione di pubblica clemenza, lo libererò!».

                        6.                   Queste parole caddero sopra il cuor di Erodiade come stille di veleno, e subito con Simon mago decise che ciò mai sarebbe accaduto; era necessario che l’ingombrante profeta morisse, e morisse prima dell’auspicata occasione di clemenza.

                        7.                   Per Simon mago la morte di Giovanni era indispensabile, egli si guardava bene di rivelare a Erodiade i retroscena della magia; egli non narrava i cupi combattimenti dell’ombra, né svelava punto la terribilità di Giovanni stesso che, dalla prigionia, traeva nuove e misteriose potenze. Per Simon mago, più che per Erodiade, la liberazione fisica di Giovanni segnava una tremenda sconfina[199]. Egli sapeva le ore di battaglia e quelle d’insidia e, mentre per Giovanni il combattere a viso aperto era potenza, per Simone era impossibilità di esplicar potenza; quindi alla subdola insidia doveva confidar se stesso, ben consapevole che la lotta era per la supremazia estrema.

                        8.                   Alla spaventata Erodiade egli mostrò quindi un volto impassibile e ironico, portandone così all’estreme conseguenze l’esasperata anima e facendosene il più dolce degli zimbelli. Restava da conquistar Salomè, e qui il mago si faceva poche illusioni, …pur sapendo che solo attraverso Salomè egli avrebbe raggiunto i suoi fini. Ma Salomè non era Erodiade. L’orgoglio, l’incredulità, costituivano intorno alla principessa due baluardi insuperabili, insuperabili per chiunque, ma non per Simon mago.

* * *

                        9.                   Nelle tenebre della cella sotterranea, Giovanni viveva permeato di luce; le sue ore trascorrevano nell’ebbrezza di una contemplazione continua. Con la sicurezza del pesce nel mare, egli si turbava nelle epoche più riposte, su e giù per i millenni, egli contemplava la Divinità operante attraverso l’umanità. Colmo d’adorazione, reso capace d’amore, viveva l’avventura veramente superba della manifestazione plenaria. D’ora in ora l’anima sua si arricchiva, d’ora in ora la pienezza dell’essere lo pervadeva. Egli era, e nel fluir perenne del perpetuo moto, assaporava la celeste pienezza dell’immobilità. Tutto era come mai fosse stato, e tutto era come se dovesse essere per la prima volta. Fuori dal tempo e dallo spazio l’anima s’immergeva nei gaudi celestiali, senza limite e senza principio. L’Amore unanime e pur multiforme possedeva il profeta, ma la sua alata profezia taceva. Egli alle fine s’immergeva nel bene annunziato altrui, e sopra il battezzatore d’acqua, scendeva il rovente battesimo di fuoco. L’anima, che egli aveva mandato fuori di sè, come la colomba noetica[200], ecco che tornava a lui con nel becco il ramo d’ulivo: il timore, divenuto amore, sollevava sopra ali di luce il profeta del fuoco.

                     10.                   Sapeva ancora Giovanni dov’egli era? Forse non più.

                     11.                   Il corpo, portato ai limiti estremi della purificazione, non era più a lui d’impaccio di quanto il candeliere non lo sia alla candela. La stessa energia radiante dello spirito beato, bastava a mantener la vita, e l’avaro pane e la scarsa acqua, non consumati, …si accumulavano. Cibo e bevanda a topi e a rettili, perché egli più non abbisognava di cibo mortale.

                     12.                   Una felicità piena e dolce era in lui, e in questa felicità il visino dolente e ardente di Salomè spesso gli appariva bruciato dalla passione tormentosa e immetteva, nell’ardente anima giovannea, la dolcezza e la mollezza di una soave pietà. Egli tutto sapeva dell’incomparabile amante e provava una dolcissima delizia a pregare per lei. Se il fuoco potesse compiacersi della legna secca che divorerà, solo questo compiacimento l’anima di Giovanni avrebbe potuto provare per Salomè. Egli anelava a consumare in se la gemella spirituale e l’ardore del suo amore, trascendendo le epoche, attuando già nel cuore divino la consumazione perfetta. In un cantico dei cantici senza parole, l’ardore inconsumabile nutriva se stesso della sua medesima consumazione; l’abisso del cuore del Figlio eterno custodiva già in sè la molecola di radio che era Giovanni.

                     13.                   In un colloquio continuo il profeta comunicava con il Cristo, ed era messo a parte dei più gelosi segreti...

                     14.                   «Ecco» – diceva a lui il Cristo, – «il buon pastore lascia al sicuro sopra il monte novantanove pecorelle, ma va per greppi e dirupi a cercar l’unica che si è smarrita. Nell’armonico coro del Creato, unica voce discorde è la Terra. Solo sopra la Terra non è fatta la volontà del Padre com’è fatta nei Cieli. Per questo, per ricuperar l’unica pecorella smarrita, il Padre ha mandato l’Unigenito Suo a ricercarla... il coro non è completo, se una sola voce vi manca!».

                     15.                   «E non poteva» – chiedeva Giovanni, – «l’Onnipotente distruggere questa Terra ribelle e crearne al suo posto una migliore?».

                     16.                   Il Figlio divino sorrideva.

                     17.                   «Nulla si distrugge di ciò che fu creato, niun padre uccide i figli suoi ancorché a lui siano rivoltosi, ma piuttosto cerca di acquistarli all’amor suo, dandone egli per il primo la prova maggiore. Cara è la Terra al sommo Artefice che tanta parte di sè vi ha profuso; è per questo che l’Unigenito viene come Pastore a ricercar la Sua pecorella».

                     18.                   «Ma, Signore!» – protestava Giovanni.– «Non è troppa bontà verso tali esseri che la san meritare così poco?».

                     19.                   Un sorriso celeste irradiava allora il Cristo che guardava a lungo il fedelissimo, finché egli, smarrito di felicità, dimentico d’ogni cosa, s’issava nell’eterno Amore, senza cercar di comprenderLo, pago solo di esservi compreso.

* * *

                     20.                   Salomè non stava bene: una febbre notturna la indeboliva, aveva sogni e visioni che l’estenuavano al punto da comprometterne la perfetta bellezza.

                     21.                   Sollecita della salute della figlia, per più ragioni, Erodiade vedeva con sgomento il lento deperire. Anche Salomè finì per inquietarsene e così si lasciò convincere dalla madre ad accettare i buoni uffici di Simon mago. Era quello che il malnato desiderava e, mentre con elisir e profumi soccorreva il corpo, agevolmente cominciò ad infettarne lo spirito, ottenendo dapprima stentate e aride ammissioni, di poi la confessione piena della mal concepita passione per Giovanni.

                     22.                   Contrariamente a ciò che Salomè si attendeva, il mago, non solo si mostrò pieno di comprensione, ma difese strenuamente il mal concetto amore nell’anima di Salomè contro Erodiade. Simone, con abili frasi, dimostrò l’ineluttabilità di quell’amore e confermò Salomè nella sua passione, promettendo il suo aiuto, aiuto che la principessa, dapprima esitante, alla fine accolse con entusiasmo come colei che, disperata di non conseguire alcun bene dalla sua frenesia, viene a un tratto resa sicura che, non solo la sua non è frenesia, ma che la bruciante passione è voluta dal cielo per attuare un grandissimo bene. In tal modo Salomè divenne una seguace della magia e un’attenta, intelligente allieva di Simon mago.

                     23.                   In una notte di Luna egli le aveva fatto vedere, nella sfera di cristallo, una lunga fantasmagoria in cui la principessa aveva creduto di riconoscersi e di riconoscere Giovanni. Una lunga serie di vite appariva snodarsi, in cui la principessa e Giovanni erano i protagonisti: l’uno e l’altra, volta a volta amante e amato, l’uno e l’altra che s’inseguivano, si raggiungevano e si separavano di continuo, Salomè s’era vista fin nell’ultimo colloquio nel sotterraneo, e aveva imposto al mago di farle vedere oltre, ma una cortina di luce aveva avvolto la sfera, e Salomè aveva dovuto accontentarsi della spiegazione di Simone e dell’illusione fatta balenare come speranza.

                     24.                   Per vedere oltre la cortina di luce, – aveva detto il mago, – era necessario che la principessa, avendo maggior fiducia, si fosse da lui lasciata addormentare. Attraverso il sonno dell’anima, essa avrebbe potuto, non solo vedere oltre, ma addirittura comunicare con l’amato. Ma per giungere a ciò, – ripeteva il mago, – era addirittura indispensabile un abbandono completo ,e …una fiducia cieca, fiducia e abbandono che Salomè, malgrado tutto, non si sentiva di dare. Invece l’astuto Simone non disperava di realizzare i suoi fini e, tanto abilmente seppe fare e insinuare che alla fine, stanca ed esaurita, Salomè acconsentì all’esperimento ipnotico.

 

[indice]

۞

Capitolo 44

«Guai a chi cerca le tenebre

per conseguir la luce

si possono ricercare per sventarle

non per essere asserviti»

                        1.                   Salomè si rivelò presto un soggetto eccezionale, ma estremamente difficile anche nel più completo abbandono. L’orgoglio vigile dell’anima regale impediva ogni tentativo di predominio da parte del mago; docile fin dove essa voleva giungere, reagiva selvaggiamente non appena il mago tentava di farle varcare un certo limite. Inutilmente Simon mago cercò di mutare in odio cosciente l’amore per Giovanni, invano provò ad immettere una convinzione diversa, la convinzione della necessità di far morire Giovanni.

                        2.                   La prima volta che ci provò, la principessa, profondamente addormentata, era scattata come una pantera, abbrancando per la gola il mago che solo con estrema fatica aveva potuto impedire di essere strangolato.

                        3.                   L’impeto del sentimento realmente provato dall’anima, dominava ancor più forte dell’istinto e dell’orgoglio! Per fortuna di Simon mago, Salomè risvegliata non serbava alcun ricordo, e allora il mago ne approfittò per avviare la psiche della fanciulla nei misteri d’oltre tomba, per scoprire arcane conoscenze, per venire in contatto con spiriti ribelli.

                        4.                   In tal modo egli s’accorse che in questi viaggi astrali, l’anima di Salomè si smarriva, diminuiva d’energia e di chiarezza, era meno vigile sopra se stessa e, a poco a poco, si dissociava nei suoi elementi costitutivi, così che una parte assai esigua combatteva ancora debolmente, mentre le altre parti aderivano con docilità alle suggestioni del mago.

                        5.                   Talora Erodiade era ammessa alle ‘sedute’, ma più sovente il mago la licenziava, essendo disturbato nelle sue pratiche dall’eccessiva emotività della donna. Nell’uso di tutte quelle magie, Salomè però si sfiniva e si sfibrava, aumentando la diafana[201] bellezza che diveniva quasi ossessionante. Al risveglio essa rimaneva immobile per ore, come assorta in una visione, volta a volta orrenda o affascinante, per il resto passava da stati di tremenda abulia[202] a periodi di sovreccitazione quasi frenetica.

                        6.                   Erodiade non poteva non sentirsi inquieta di fronte allo sfacelo psichico in cui, ben s’accorgeva, stava cadendo Salomè, ma la sua inquietudine era domata dalla feroce volontà del mago e dalla speranza di giungere ai suoi fini.

                        7.                   Tuttavia nella povera fanciulla solo una cosa viveva ancora, dandole qualche istante di sensibilità umana: ‘l’amore a Giovanni’, un amore di cui essa appariva incosciente, ma che talora la faceva piangere lungamente. In quel pianto essa sembrava liberarsi dall’incantesimo che la teneva, finché giunse il giorno in cui Simon mago annunziò a Erodiade: «La spada è affilata ed è tagliente, non vi è che da attendere l’ora di usarla».

                        8.                   «Che mai dici?», – chiese un po’ sgomenta Erodiade...

                        9.                   «Voglio dire che ormai io sono padrone interamente dell’anima e della volontà della principessa Salomè, e ora attendiamo solo l’occasione, occasione che non tarderà molto, per ottenere la morte del nostro nemico».

* * *

                     10.                   Da quindici giorni la Galilea era in ansiosa attesa delle grandi feste che i banditori avevano annunziato per celebrare il giorno della nascita di Erode. Giorno che si sarebbe celebrato con inusitata solennità, coincidendo con il ventennale del regno. Il popolo si aspettava cose grandiose: distribuzioni abbondanti di grano e di olio, di vesti e di danaro a tutti i bisognosi, liberazione di molti prigionieri, reintegrazione di molti banditi, lo stesso prefetto romano Ponzio Pilato avrebbe onorato il convito con la sua presenza, e graziosamente avrebbe donato, all’intercessione di Erode, alcuni fra i condannati di stato che erano nel potere di Roma.

                     11.                   S’insisteva molto a far sommessamente il nome di Barabba e, meno sommessamente, anzi con aperta invocazione, quello di Giovanni. Il popolo, eccitato dai discepoli di Giovanni, pregava e sperava. Il procuratore Cuza si era fatto esponente della parte del profeta e, dopo aver perorato il tetrarca, traendone larvate promesse, senza por tempo in mezzo aveva chiesto e ottenuto da Pilato la promessa che egli stesso avrebbe intercesso per la libertà di Giovanni a costo anche di liberare il temutissimo Barabba, considerato, da gran parte dei Galilei, poco meno di un eroe nazionale.

                     12.                   Quest’universale aspettazione, questa certezza per la grazia di Giovanni, mantenevano naturalmente Erodiade in uno stato di fermento. La donna capiva che Giovanni, liberato, avrebbe con maggior intensità ripreso la sua spietata campagna contro di lei e, perchè no, stavolta con più possibilità di riuscita, stante l’amore di Salomè e il molle animo di Erode.

                     13.                   Simon mago, poi, ben inteso senza confessarlo, aveva ancor più ragione di temere. La sua scienza faceva che egli conoscesse con certezza esser Giovanni misteriosamente al corrente dei suoi intrighi, ed egli non si faceva illusioni dell’uso che, contro di lui, il profeta avrebbe fatto della recuperata libertà. La lotta si stringeva tra le due forze nemiche. Già dal pozzo, che fungeva da amplificatore, la dura voce di Giovanni aveva esortato il popolo a guardarsi dai maghi e dalle loro mene[203], dallo spirito di pitone e dall’insidia del diavolo!

                     14.                   «Non abbiate paura di chi può uccidere il corpo, ma di chi, dopo aver ucciso il corpo, ha potestà altresì sopra l’anima».

                     15.                   Il mago intensificò perciò le sue pratiche sopra Salomè riducendola a una marionetta viva, ma inerte quanto a volontà e a coscienza e, per esserne più sicuro, indusse in una serie di drammatiche ‘sedute’, uno spirito delle tenebre a possederne il corpo, così da usarlo come una cosa sua. Il primo impossessamento quasi uccise la fanciulla, ma l’anima indebolita e disunita non poté opporre una gran difesa. Adesso, nelle lunghe ore notturne, davanti a un altare nero, Salomè, tutta nuda, danzava e danzava una danza selvaggia, lasciva e sfrenata, finché cadeva sopra le pelli di capro in preda a convulsioni che la lasciavano come morta.

                     16.                   Erodiade aveva cercato sì di opporsi, ma duramente il mago le aveva detto senza ambagi di non immischiarsene se non voleva vedere addirittura a corte l’odiato Giovanni.

                     17.                   L’odio nell’animo della regina ebbe più potere dell’amor materno, così la sciagurata abbandonò la sua creatura alle forze delle tenebre.

* * *

                     18.                   Nella cella sotterranea, Giovanni viveva avulso[204] dal tempo e dallo spazio, in una pacata e dolcissima estasi spirituale.

                     19.                   La lucidità del suo spirito faceva sì che egli fosse simultaneamente ovunque, nel carcere vi era solo un po’ di materia ancora abbastanza densa per non poter seguire il volo dello spirito. Una vibrazione sempre più intensa e sempre più dolce pervadeva l’anima di Giovanni, sciogliendo in lui dolcemente, ad uno ad uno, tutti i vincoli, anche quello della sua profezia, anche quello della sua speranza e della sua fede. Una carità piena e ardente gli veniva comunicata dal Cuore divino, nei cui abissi d’amore egli di continuo si sprofondava. Nell’ardore dell’estasi, il divino colloquio traeva a rapimenti ineffabili l’anima innamorata di Giovanni; eppure anche in quei celesti trasporti, talora come un’ombra di luce nella luce piena, il doloroso volto di Salomè si faceva ricordare, e allora Giovanni, con rinnovato empito di carità, presentava all’altare dell’Eterno l’anima traviata, invocando che le volesse applicare anticipati i meriti del Cristo.

                     20.                   «Non permettere, o Signore» – egli supplicava, – «che tanta parte di Te stesso debba perdersi».

                     21.                   «Non temere, o mio fido» – rispondeva il Signore, – «nessun’anima si perde se l’amore piange».

                     22.                   «Io non so piangere, o Signore!».

                     23.                   «Ma piange lei; è sempre il tuo battesimo d’acqua, o mio annunziatore, finché viene l’ora per quello di fuoco!».

                     24.                   «Oh, fa che sia presto, Signore, io non ne posso più di esserti lontano!».

                     25.                   «Tu non sei lontano poiché sei in Me; solo l’illusione della materia fa vedere lungi ciò che è presente...».

                     26.                   Quel giorno lo Spirito aveva di nuovo parlato a Giovanni: «Qual prova, qual prova, o amante, Mi vuoi dare dell’amor tuo?».

                     27.                   «Quella che vuoi, o Signore; ordina solo, e il Tuo servo Ti obbedirà».

                     28.                   «E se volessi che la tua obbedienza si esplicasse nella scelta, qual modo terresti per provarMi l’amor tuo?».

                     29.                   «Signore, io non so come provare a Te cosa alcuna. Tu sei tutto e sei in tutto, sei quindi in me; scegli dunque Tu come vuoi che meglio io Ti serva!».

                     30.                   «Così, dunque, ti abbandoni interamente a Me?».

                     31.                   «Così, Signore!».

                     32.                   «E tu accetti incondizionatamente ogni Mia scelta?».

                     33.                   «Certo, Signore, io potrei errare, non Tu; io potrei essere ingannato, ma Tu no».

                     34.                   «Se Io ti dicessi che per te ho scelto la morte?».

                     35.                   «O mio Signore! Forse che la mia attuale è vita? 0 forse che vi è morte ove Tu sei?».

                     36.                   «Tu, dunque, non tremi dinnanzi all’incognita?».

                     37.                   «Signore! Essa è pure opera della Tua volontà, legge della Tua sapienza, dalla Tua mano essa mi viene, chiunque me la porti...».

                     38.                   «Hai detto, chiunque me la porti? E se fosse colei per cui spesso Mi preghi, a portartela?».

                     39.                   «Sarebbe lo stesso un dono del Tuo amore, o Signore!».

                     40.                   «Dunque, tu annienti ogni tuo volere?».

                     41.                   «Se non è male che io faccia così, sì!».

                     42.                   «Rallegrati dunque, o mio diletto, poiché così come Mi hai annunziato alla Terra, M’annunzierai trionfante ai Cieli. Io ti mando ancora innanzi a Me, perchè tu Mi preceda e Mi annunzi. Scendi dunque ai limbi oscuri per annunziare ai giusti che ivi attendono che la salvezza è vicina».

                     43.                   «Se così Tu vuoi, o Signore, …così farò! È per oggi?».

                     44.                   «Non per oggi, ma fra breve».

                     45.                   «Quando e comunque vorrai, che il Tuo nome sia santificato!».

                     46.                   « O mio devoto, Io farò che chiunque invochi il tuo nome, o Giovanni, abbia, sol per questo, l’aiuto che ha richiesto, e come tu sei stato il maggiore fra i nati di donna, io ti farò il maggiore fra i beati spiriti che Mi attorniano!».

                     47.                   «Se ciò è per Tua maggior gloria, così sia, o Signore».

                     48.                   Il celeste colloquio cessò e lo spirito si ritrasse da Giovanni, ma il profeta, immerso nella pace del perfetto annientamento, nulla fece per trattenerlo. la presenza continua fa sì che lo spirito trovi in se stesso un perenne fluir di coscienza ultra umana. Giovanni, presago della sua prossima fine, esaminò sottilmente se in cosa alcuna egli avesse contaminato la sua anima. Il suo lucidissimo spirito faceva a ritroso la via della sua vita, pur breve, fino al seno materno e oltre. Egli si ritrovava come una piccola scintilla pulsante al centro di un grande alone d’incandescente luce, e si sentiva travolgere da una gran forza che lo risucchiava: si ritrovava nel seno materno, palpitante di sacro sgomento e, con l’anima materna, già intrecciava ardenti colloqui, perchè ardente e tenera anima era quella d’Elisabetta, umile e fiera, devota e ribelle, ferma e tenerissima anima meravigliosamente giovane in un corpo recante i segni della vecchiaia.

                     49.                   Oh, l’incredulità piena di speranze e di terrori dei primi giorni! L’estasi del ringraziamento, quando la conferma della maternità la rese certa di essere stato rimosso da lei l’obbrobrio della sterilità! E quella volta che la giovane cugina, palpitante pur essa per una divina sorpresa, era corsa per le montagne galilee greve di un divino peso, lui ancor nel seno materno aveva trasalito per l’incontenibile ebbrezza sorreggendo con le sue mani di fiamma, …l’anima materna sfinita per l’esultanza! Poi la lunga e pur breve serie di giorni e di notti, d’inverni algidi[205], d’estati ardenti in cui lo Spirito, dominandolo di continuo, l’aveva educato misteriosamente a riconoscersi in Lui; fino alla parentesi di grigia ombra della tentazione carnale, vinta pur essa, ma generante lunghe ore di sgomento, d’angoscia, di dubbio in cui egli si era sentito paurosamente umano, figlio di quella terra a lui estranea, di quella razza per lui incomprensibile.

                     50.                   Come un’aquila che, per inseguire un rettile, si sia abbassata fino a un pantano e, subitamente risollevatasi, voli nuovamente ai suoi cieli scuotendo dai geti qualche gocciolina di fango, così l’anima giovannea s’innalzava di nuovo liberamente alla sicurezza virginale, alla pienezza dell’Amor divino, scevra della più piccola macchia, tersa come una freccia d’acciaio polito[206] scagliata da un buon arciere.

                     51.                   Consapevole quindi della sua assoluta aderenza in ogni ora della divina volontà, Giovanni si dispose ad accogliere la presagita morte come al suo Signore fosse piaciuto mandargliela. Avrebbe egli testimoniato, morendo, la gloria di Dio innanzi al popolo? Oppure sarebbe stato soppresso, meglio, assassinato, nelle tenebre di un carcere sotterraneo senza rivedere il cielo? A quest’ultimo pensiero, quanto ancor viveva d’umano in lui non poté esimersi da un brivido di ribrezzo, tosto represso.

                     52.                   La morte nelle tenebre ripugnava troppo alla natura umana, ma l’obbedienza a Dio – più forte d’ogni cosa – vinse subito il lieve smarrimento e, ritornato signore d’ogni sua emozione, Giovanni si dispose a fare che ogni attimo di tempo che a lui restava, fosse di gloria per il suo Dio, di testimonianza appassionata per la legge. Così dal fondo del carcere innalzò verso le stelle la voce poderosa in un cantico di lode, esortante il popolo a glorificare il Signore.

* * *

Popolo di Dio, innalza l’anima tua,
glorifica Colui che è potente,
esalta Colui che è misericordioso;
benedicine le opere, riconoscine la giustizia.
Popolo di Dio, mondati dai tuoi peccati,
purificati con penitenze, lavati con acqua,
rimuovi da te l’oscenità e l’ingiustizia,
perchè è per venire il giorno del Signore!
Ecco che il Cristo avanza; il Re della gloria,
l’agnello di Dio, il Redentore è qui!
Egli separerà la pula dal grano;
Egli testimonierà per i figli degli uomini.
Preparati a ricevere il tuo Re, o Gerusalemme!
Egli verrà a te mansueto e umile,
Egli ti glorificherà sopra tutte le nazioni!

* * *

                     53.                   Cosi la voce annunziante rombava fuori dal pozzo, richiamando, come sempre, una folla di ascoltatori abituali che ormai le guardie di Erode respingevano sempre più fiaccamente, persuase pur esse della prossima liberazione. Noto a tutti era l’animo di Erode verso Giovanni, così che i pronostici erano tutti gai. Fu quindi con stupore che la folla, dopo l’inno, udì la fiera voce addolcirsi in un accorato addio.

* * *

Addio, popolo del Signore,
non scordarti del tuo profeta,
ma glorifica sopra il Giordano
Colui che è Santo, Colui il cui nome è potente.
tieni lungi da te il male,
aborri l'ingiustizia, combatti l’iniquità
vivi nella legge del Signore,
o popolo, che il Signore ha scelto ed eletto!

* * *

                     54.                   Tra Ponzio Pilato e Tullia Paolina si era ormai da tempo ristabilita una buona armonia. La prigionia di Tullia si era con il tempo risolta in nulla. Pilato, rassicurato dalla moglie di non farsi ebrea, aveva preferito non insistere, obbligandola a sacrificare a dèi in cui essa non credeva; del resto anche per Pilato gli déi non erano particolarmente importanti. Salvata l’apparenza legale, evitato il ridicolo di una conversione che sarebbe stata troppo clamorosa, Pilato di buon grado aveva lasciato libera sua moglie di credere in ciò che voleva o di non credere affatto, purché la sua casa fosse in tutto e per tutto una casa romana.

                     55.                   La forzata astinenza dalle pratiche esoteriche aveva giovato molto alla salute di Tullia, tanto che era lievemente ingrassata e riusciva a dormire senza più gl’incubi spaventosi che per anni l’avevano torturata.

                     56.                   Eutimia divideva serenamente la vita della sua dolce padrona, divenendo sempre più bella e grave. Più volte lo stesso Pilato si era sentito chiedere in moglie la bella schiava da notabili e perfino da subalterni romani, ma la dolce fanciulla aveva sempre decisamente respinto ogni proposta di nozze, dicendosi votata a perpetua verginità come sacerdotessa del culto di Proserpina ‘la bianca regina dei morti e della primavera’. Pilato non aveva insistito, contento lui pure d’aver vicino alla moglie una fida incomparabile qual era Eutimia.

                     57.                   Gli agitati giorni di un tempo parevano dimenticati, perciò Pilato quel mattino rimase sgradevolmente impressionato quando vide entrare nel tablino Tullia Paolina con il volto stirato e l’occhio fisso delle antiche crisi...

                     58.                   «Ponzio» – disse ella senza ambagi, – «per la festa di Erode voglio venire con te a palazzo».

                     59.                   «La cosa è quanto mai lusinghiera per me» – rispose galante il prefetto, – «ma non puoi comunicarmi questa tua volontà un po’ meno drammaticamente?».

                     60.                   «Ho tristi presentimenti, Ponzio!».

                     61.                   «Di nuovo? Tullia, vorrei sinceramente dimenticare il passato...».

                     62.                   «Non è colpa mia, Ponzio!».

                     63.                   «Lo credo, mia cara, ma vorrei che tu usassi contro i presentimenti la lucidezza di quel raziocinio che sì spesso mi hai dimostrato!».

                     64.                   «Pilato, non far la tua solita ironia; io non ti darò alcun disturbo, ma desidero esserti vicino!».

                     65.                   Il prefetto prese la mano della moglie tra le sue e, amichevolmente, la strinse sospirando: «Andava tutto cosi bene!» – poi continuò: – « Però a palazzo verrai, spero, senza la tua eterna veste bianca! Ti vedrò almeno una volta con il peplo[207] delle romane?».

                     66.                   «No, Ponzio, già te lo dissi, questa veste è un voto!».

                     67.                   Pilato si strinse nelle spalle e borbottò di malumore: «Fa’ infine come vuoi, la festa è tra dieci giorni».

                     68.                   Tra i coniugi vi fu un silenzio, poi, inopinatamente, Tullia chiese: «Che ne è di Giovanni l’annunziatore?».

                     69.                   «Anche tu?» – proruppe Pilato. – «È stato qui Cuza il procuratore di Erode, …a riempirmi la testa. È ancora in carcere e si aspetta l’occasione della festa di Erode per ottenerne la liberazione».

                     70.                   «Vorrei un favore da te, Ponzio».

                     71.                   «Parla, dunque».

                     72.                   «Fatti consegnare Giovanni...».

                     73.                   «Eh! Che dici mai?».

                     74.                   «Sì, ti prego, tienilo tu in carcere, ma toglilo subito da quello di Erode».

                     75.                   «Hai la febbre, Tullia?».

                     76.                   «Ponzio, ti prego, sono sicura che avverrà qualche gran male!».

                     77.                   «Tullia, ascoltami bene; s’io potessi farti contenta, giuro che lo farei, ma non posso, capisci, non posso per il semplice fatto che Erode è re nei suoi stati, re alleato, a non suddito di Roma, e Giovanni è un suddito sopra il quale il tetrarca ha pieno potere. Se io volessi togliere a lui il suo prigioniero, sconvolgerei ogni regola e ogni patto sociale, e il re, di buon diritto, me lo negherebbe recisamente. Non vorresti mica che scatenassi una guerra tra Roma ed Erode per mutar di carcere un beduino del deserto?».

                     78.                   «È proprio così, Ponzio?».

                     79.                   «È così, mia cara, vorrei che tu lo capissi! Del resto, …nessun pericolo minaccia il tuo profeta!».

                     80.                   «Non so, Ponzio, non so: ho avuto di nuovo una visione!».

                     81.                   «Per Mercurio! Tullia, ti prego, lascia star le visioni, pensa piuttosto alla bella festa! Ed io m’auguro, mia dolce scontrosa, che essa ti riconcili un po’ con questo povero mondo che non è poi così cattivo come tu pensi che sia! Via, via, mia cara, rasserenati e dimmi: porterai teco la tu diletta Eutimia?».

                     82.                   «Eutimia? In quel luogo di perdizione?».

                     83.                   «Come! Se in quel luogo di perdizione io porto mia moglie, non vedo perchè non può venirci l’ancella d’onore».

                     84.                   «No, Ponzio, no! Eutimia è troppo pura, non possiamo portare una vergine dove regna una concubina!».

                     85.                   «Fai come vuoi, Tullia!». E con queste ultime parole i coniugi si separarono.

 

[indice]

۞

Capitolo 45

«E nella notte sotto la reggia

tutti i cani presero a guaire

e le loro grida superarono il frastuono dei convitati

e delle musiche

e fu come se la terra

attendesse una grande sciagura»

                        1.                   Il sospirato giorno giunse. Erode aveva fatto le cose in grande stile: in tutta la Galilea i messi del re erano corsi a fiumane affinché nelle più riposte capanne giungesse un segno tangibile della bontà e della potenza del tetrarca. Nella città di Tiberiade erano stati innalzati archi di verzura[208] e, cosa assai scandalosa, si erano visti sotto gli archi, abbinate, le immagini di cera di Cesare e di Erode.

                        2.                   Anche Roma aveva fatto per il tetrarca cose favolose; il favore di Tiberio si era espresso in quella circostanza nel dono di uno stupendo elefante da guerra, la cui gualdrappa lunga fino a terra, portava sopra la trama d’oro puro un fittissimo e complicato ricamo di perle e pietre preziose.

                        3.                   Quel giorno Erode era di umore eccellente, e con Erodiade fu eccezionalmente gentile e galante, ma quando chiese di Salomè si sentì rispondere che la principessa stava preparando una gran sorpresa e che l’avrebbe veduta dopo la gran cena. La risposta, data sorridendo, lì per lì non accontentò molto il tetrarca, il quale da un po’ di tempo assai di rado vedeva la nipote, e mai sola; non solo, ma n’aveva pure notato il deperimento. I grandi impegni delle cerimonie del giorno gli impedirono d’indagare oltre e si accontentò della risposta.

                        4.                   La giornata estiva si annunziava calda e faticosa, e il tetrarca, pur rallegrandosi delle molte dimostrazioni di devozione e di sudditanza delle soggette popolazioni e della manifestazione dell’amicizia di Roma, non nascondeva affatto che avrebbe preferito rimanere mollemente disteso nel fresco di una sala, piuttosto che affrontare la complicata coreografia del cerimoniale di quel gran giorno.

                        5.                   Erodiade invece appariva felice di poter ufficialmente comparire accanto al tetrarca in atto e vesti di moglie e di regina. Quell’ora essa l’aveva attesa per anni, mentre il tumultuoso regno di Erode, tra guerre intestine, beghe, sconfitte e vittorie, volta a volta, vinto e vincitore, scorreva come un fiume precipitoso. Ora, dopo quasi dodici anni d’agonizzante attesa, finalmente pareva che tutto si mettesse per il meglio, pareva che l’ordine, la sicurezza, la certezza si assidessero insieme a Erode sul trono. Anche Filippo, in completa disgrazia presso Roma, aveva cessato – almeno apparentemente – le sue trame insidiose, e i popoli accettavano volentieri di piegarsi sotto lo scettro legittimo.

                        6.                   Una gioia quasi pura, quasi infantile, era quel giorno nel cuore di Erodiade. L’unica spina era il misterioso sonno in cui all’alba, dopo una notte di convulsioni, era caduta Salomè. Ma Simon mago l’aveva rassicurata, anzi, l’aveva preavvisata che la principessa avrebbe dormito così tutto il giorno per svegliarsi la sera, onde offrire al tetrarca uno spettacolo quale mai si sarebbe atteso; «…inoltre» – aveva aggiunto misteriosamente il mago, – «quello era il giorno in cui i più audaci sogni della regina sarebbero stati coronati».

                        7.                   Anche Erodiade doveva esser vittima di una piacevole e inebriante droga, per sentirsi così smemorata e leggera, così gaia e indifferente a ogni cosa, fuorché alla sua toeletta che fu lunga e minuziosa! Quando essa apparve nella sala del trono, un lieve grido d’ammirazione sfuggì perfino all’abituato e annoiato tetrarca.

                        8.                   Erodiade, in tutto lo splendore dei suoi quarant’anni, appariva come l’incarnazione della bellezza muliebre: alta, slanciata e complessa, avanzava con un incedere maestoso, raffigurante la statua di Giunone. Indossava una lunga tunica di pesante seta persiana color rosa violaceo, interamente ricamata a palme d’oro che sottolineavano ogni sinuosità della bella persona. Un’alta cintura di filigrana d’oro, tempestata di turchesi e di piccole onici nere, stringeva sotto il seno il molle della stola, formando una specie di bustino atto a rilevare l’ancor salda linea del fianco. Il seno, ricolmo e florido, traspariva dai trafori di un complicato ricamo che occupava interamente la parte superiore della tunica stessa; due fibbie, anch’esse in filigrana e turchese, sopra le spalle nude, trattenevano le pieghe della ricca veste.

                        9.                   La meravigliosa chioma corvina era stata oggetto di una difficile pettinatura a mo’ di torre, incorniciandola e incoronandole una fronte di linea imperiale. Un diadema di perle si avvolgeva con grazia intorno, rilevando con il suo dolce brillio il nero perfetto dei capelli. Sopra le spalle, un ricco manto di seta color verde mare dai riflessi cangianti, si raccoglieva dietro in un interminabile strascico che numerose ancelle, pur esse riccamente vestite e ornate, reggevano. Un unico gioiello, stranamente contrastante con il fasto gentile, la regina portava al collo eburneo[209]: il filo d’ebano delle sue perle nere. Né le tornite braccia, né le morbide affusolate mani erano adorne di gioielli. Il bel piede nudo, in un calzare di forma egizia, mostrava le unghie delicatamente rosate, e pur rosate erano quelle delle mani.

                     10.                   Erodiade sorrideva felice d’esser così ammirata, infatti, appariva l’incarnazione autentica di una splendida razza, maestosa compagna di re. Uno stuolo di favorite la circondava, alcune recando flabelli di piume, altre, anfore di profumi, ampolle d’elisir, piccoli scrigni di gioie, cestini di fiori, così che la regina avesse di continuo al suo servizio ogni desiderata delizia.

                     11.                   Erode, compiaciuto e lusingato, stese verso di lei lo scettro con il gesto immortale di Assuero verso Ester, ed Erodiade, inchinatasi, toccò reverente la punta del medesimo e si baciò ostensibilmente le dita, prendendo poi posto a fianco di Erode, pure lui regalmente ornato di tutti i suoi attributi.

                     12.                   Le porte della gran sala furono spalancate, e dignitari, ministri, grandi sudditi e stranieri specificatamente invitati, furono ammessi a presentare alla coppia regale i sensi del loro omaggio e della loro devozione. Il primo che si presentò, con al fianco la bella moglie Giovanna (della cui miracolosa guarigione tutti parlavano) fu il procuratore Cuza. Erode alzò leggermente le ciglia un po’ infastidito, temendo che il procuratore volesse ripetere la sua preghiera per Giovanni; accettarne l’omaggio senza dare a lui agio di parlare gli parve poco gentile, perciò rivolse alla bella Giovanna galanti parole di congratulazioni per la recuperata salute, e s’interessò del suo stato presente. Arrossendo, la donna rispose misuratamente e, stringendosi al marito, si allontanò con lui, mentre il re ebbe un respiro di sollievo.

                     13.                   La cerimonia durò a lungo e fu seguita dall’uscita del re che, in mezzo a un corteo sfarzoso, si recò al tempio per offrir sacrifizio. Né a Erodiade mancarono omaggi, sia pure un po’ imbarazzati, da parte di qualcuno.

                     14.                   La festosa giornata passò così tra cerimonie religiose e gare che oggi sarebbero denominate sportive, a imitazione dei romani. Infatti, Erode aveva fatto costruire un ampio anfiteatro per i ‘giochi’ ma, non ammettendosi per la legge galilea spettacoli di sangue, si svolsero solo gare d’agilità alla corsa, alla lotta, e d’abilità al lancio del giavellotto e del tiro con l’arco. Ricchi premi compensarono i vincitori, e premi meno ricchi consolarono i vinti, testimoniando in tal modo la generosità di Erode verso tutti i suoi sudditi.

                     15.                   Al tramonto del Sole giunse, attesissimo con la sua scorta d’onore, il prefetto Pilato, e vi giunse a cavallo con i segni della sua autorità, preceduto da due littori con i fasci e circondato dai più prestanti centurioni della legione di stanza in Palestina. Una ricca lettiga portata da sei giganteschi nubiani, di nulla vestiti se non di una nèbride[210] di leopardo da farli sembrare sei stupende statue di bronzo, seguiva il corteo.

                     16.                   Pilato rispose alla folla con il suo maestoso saluto romano, poi smontò da cavallo e si accostò alla lettiga sopraggiunta per aiutare a scendere la persona che vi si trovava. Appoggiando lieve una mano esangue sulla spalla del prefetto, una nobile matrona ne discese. Era Tullia Paolina con la candida tunica di lino ricoperta della palla di lana pure bianca ormai in disuso tra le donne romane, ma che n’era stato per lungo tempo l’abbigliamento nazionale; unico carattere distintivo del grado, una sottile striscia di porpora ornava l’orlo della palla. Le nere chiome con qualche filo d’argento erano raccolte in due trecce pesanti, avvolte a cercine intorno alla testa e fissate con sobrî spilloni di legno odoroso e durissimo. Al sommo dell’acconciatura, sopra la fronte, splendeva la cicala d’oro degli iniziati pitagorici. Non un gioiello splendeva sopra tutta la persona, ad eccezione di un sottile cerchio d’oro all’anulare sinistro, la fede nuziale!

                     17.                   Austera e ieratica[211] come una vestale, la sposa del prefetto, pertanto, aveva un tale aspetto di dignitosa fermezza e di dolce maestà, tale che la sua estrema semplicità sembrò raffinato artifizio. Calceoli[212] interamente chiusi all’italiana chiudevano il piede nervoso, modellandolo.

                     18.                   Pilato, con malcelata soddisfazione s’accorse che la moglie di Pilato era ammirata e, in silenzio, riconobbe che alla fine, in mezzo al barbarico sfarzo della corte orientale, la semplicità romana di Tullia era ancora un segno di potenza e di dominio. Appoggiata al braccio del marito, circondata dalle loriche e dai corti mantelli di porpora dei centurioni, preceduta dai littori, Tullia inoltrò lentamente verso la reggia come una ‘vestale massima’ verso l’altare. Non un’ancella la seguiva, e con la sola cicala d’oro sopra la testa essa appariva come l’ape regina in mezzo al nembo dei fuchi.

                     19.                   Con la cortesia d’obbligo tra i pari, il tetrarca della Galilea non attese sul trono il prefetto di Roma, ma scese a incontrarlo sopra la scalinata ricoperta di un prezioso tappeto, ringraziandolo per le testimonianze del favore di Cesare e, galantemente inchinandosi alla severa Tullia, diresse in greco (lingua elegante dell’epoca) un raffinato complimento.

                     20.                   Tullia con dignità e cortesia, rispose, ma quando il re le offri il braccio, essa, traendo pretesto dalla sua passata lunga malattia, ricusò di lasciar quello del marito, e fu con lui, come preceduti entrambi dal re, che entrarono nella gran sala d’onore.

                     21.                   «Mi hai fatto fare una bella figura!» – mugugnò sommesso Pilato. – «Perché hai rifiutato il braccio del re?».

                     22.                   Tullia lanciò al marito un’indefinibile occhiata, rispondendo: «Perché dove tu sei Caio, io sono Caia!».

                     23.                   «Attenzione!» – bisbigliò Pilato. – «Ecco Erodiade. Ti prego, Tullia, controllati!».

                     24.                   La bellissima, infatti, già sorrideva al prefetto romano, ma Erode, conoscendo l’animo di Tullia verso la concubina, si volse lui a Erodiade impedendole di rivolgere la parola ai coniugi romani.

                     25.                   Tullia, abbassando le lunghe ciglia sopra le scure pupille, aveva misurato in uno solo sguardo tutta la potenza e la bellezza dell’amante di Erode, ma penetrandola quasi nella coscienza, scorse ciò che nessuno scorgeva, cioè l’afflosciarsi della sicurezza di trionfare sempre, il malcontento profondo di una posizione falsa, la dissimulata vergogna di un orgoglio regale continuamente rintuzzato.

                     26.                   Tullia non era ipocrita. Prima di vedere il fuscello nell’occhio altrui, era usa a considerare lungamente la sua trave, e quindi non era disprezzo che essa provava per l’amante di Erode, tanto più che essa ricordava la sua stessa posizione presso Tiberio e, …poteva ben capire cosa provasse l’infelice donna. Ma Tullia aveva amato e apprezzato molto la celestiale Zuleima, inoltre essa odiava le magie misteriose delle orge nere, e ben sapeva e temeva di Simon mago, …per poter perdonare a Erodiade la morte di Zuleima e la sua collaborazione con i maghi neri. Perciò Tullia fu grata a Erode di non averla lasciata accostare.

                     27.                   Nella reggia, la festa esplodeva gaiamente. Migliaia di lampade, di torce (fatte con la miglior cera), d’alte candele in candelieri d’oro, illuminavano a giorno, in un tripudio di luce, il centro d’ogni sala. Già gli angoli in ombra erano accaparrati dai più giovani centurioni che apparivano impegnatissimi a descrivere la grandezza e lo splendore di Roma alle più avvenenti e giovani dame della corte.

                     28.                   L’ora della cena si avvicinava e gli schiavi spalancarono le porte dei vasti triclini, dove, imitando i romani, le tavole erano preparate circondate sopra tre lati dai lussuosi letti che le usanze romane avevano introdotto nei paesi conquistati, dopo essersi fatti conquistare dalla più molle civiltà d’oriente.

                     29.                   Nel triclinio reale entrarono Erode, Erodiade, Pilato con la moglie, seguiti dai maggiori dignitari e dai più alti in grado tra i romani presenti. Anche Cuza entrò a braccio della moglie, ed entrando scambiò con il prefetto di Roma uno sguardo d’intesa. Tullia colse quello sguardo.

                     30.                   «Che c’è?» – …chiese inquieta.

                     31.                   Pilato sorrise: « Nulla che possa turbarti, mia cara, anzi, qualcosa che ti farà contenta» – le sussurrò all’orecchio, – «chiederemo al tetrarca, dopo cena, la grazia della liberazione di quel tale Giovanni...».

                     32.                   Tullia ebbe un brivido.

                     33.                   «Perché?», – …chiese premurosamente Pilato.

                     34.                   «Non so, amico mio, le tue parole mi han fatto tremare il cuore!».

                     35.                   «Via, via, …mia bella profetessa di sciagure. Vedrai oggi i tuoi sentimenti neri volar via come uno stormo di corvi all’approssimarsi del falco!».

                     36.                   «Possa l’alto Fato ascoltarti, o Ponzio!».

                     37.                   La cena incominciò fra l’allegro brusio dei convitati, mentre una musica voluttuosa prendeva a suonare in tutte le sale della reggia.

                     38.                   Coricata sul letto triclinare accanto al marito, Tullia inspiegabilmente prese a tremare: «Ascolta, ascolta», – disse a Pilato.

                     39.                   «Che cosa?».

                     40.                   «Fuori, ...nella notte, ...i cani, ...senti i cani?».

                     41.                   «Ma, che cani?».

                     42.                   Oh! Dalle grandi finestre spalancate sulla notte estiva, …entravano degli strani rumori sinistri.

                     43.                   «..i cani!», – ripeté fra sè con voce smorta Tullia!

                     44.                   Nella notte, sotto la reggia, tutti i cani avevano preso a guaire: le loro grida lamentose, …superavano il frastuono dei convitati e delle musiche. Tutti i cuori si strinsero al malo augurio, e fu come se la Terra attendesse una grande sciagura.

 

[indice]

۞

Capitolo 46

«E vi fu... il silenzio!»

                        1.                   L’inaspettato concerto canino irritò palesemente Erode, il quale impartì ordini severi agli schiavi. Di lì a poco i cani furono allontanati e fatti tacere, e più vivida e gaia riprese la musica e il brusio dei convitati.

                        2.                   Tullia invece rimase irrigidita, con gli occhi fissi, agitata da un tremito interiore, né Pilato riuscì più a trame che qualche monosillabo, e quando si riscosse e sembrò in procinto di parlare, il prefetto ne provò sgomento. Fu quando nella sala del convito scivolò, con strano ritardo, un invitato che prese posto poco distante da Erodiade.

                        3.                   Il nuovo venuto indossava la assisa[213] dei sacerdoti assiri; sembrava vecchissimo nel volto incartapecorito, ma aveva strani occhi vividi, e labbra curiosamente rosse, le quali manifestavano un vigore ben diverso dell’età testimoniata.

                        4.                   Tullia lo fissò con occhi sbarrati e divenne ancor più pallida.

                        5.                   «Che c’è?», – domandò Pilato, inquieto.

                        6.                   «Là! ... Quell’uomo, …quel sacerdote assiro!».

                        7.                   «Ebbene?».

                        8.                   «È lui!».

                        9.                   «Lui chi?».

                     10.                   «Simon mago!».

                     11.                   «Oh! Ne sei sicura?».

                     12.                   «Come di vivere!».

                     13.                   «Molto bene! Guarda un po’ dove si era cacciato il gaglioffo! Ma adesso non mi sfuggirà più!».

                     14.                   Il prefetto era inesorabile con ogni genere di stregoni e di maghi, con Simone poi aveva condotto per anni una lotta serrata, finché quest’ultimo era riuscito a sfuggirgli.

                     15.                   Adesso lo ritrovava nella casa di Erode...

                     16.                   «Benissimo!!! ... Taci» – sussurrò alla moglie, – «non farti accorgere! Ora che so dov’è, me lo farò consegnare; egli è un idumeo, quindi non è un suddito di Erode, e gli editti di Roma sopra i maghi sono chiari! Ma lasciamo che finisca la festa senza turbamenti, per poter prima chiedere la libertà di quel Giovanni che sta a cuore a molte persone che mi son care, ...non certo esclusa mia moglie» – finì galantemente.

                     17.                   Un po’ rassicurata, Tullia Paolina sorrise e cercò di stornare lo sguardo, ma, come attratta da una calamita, ogni po’ si sorprese a fissare il pericoloso sacerdote.

                     18.                   Simon mago ben presto sentì lo sguardo di Tullia, e pur lui fissò la donna non senza inquietudine.

                     19.                   «Che è venuta a fare qui?» – si domandava. – «Che abbia sentore di qualcosa? Ahi! Ahi! Anche il prefetto mi guarda! Se mi ha riconosciuto sotto queste vesti, non mi resta che fuggire, ma non senza prima aver condotto al fine l’opera mia», disse duramente a se stesso.

                     20.                   Chiamata con un cenno una schiava caldea che, come a caso, gli si era messa alle spalle, sussurrò qualcosa, e la schiava di là a poco, scivolando inavvertita, andò a sussurrare a sua volta qualcosa all’orecchio di Erodiade, che impallidì! La cena volgeva al termine e già vi era quel movimento che preannunzia il levar delle mense; di quel movimento approfittò Simon mago per sparire dalla sala inavvertito a tutti, ...ma non a Tullia, che dopo aver provato un senso di sollievo, vedendolo scomparire, senti di colpo raddoppiarsi in lei l’angoscia incomparabile.

                     21.                   Sinistra, nella notte, si levò la voce della civetta e di alcuni pipistrelli che, storditi dalla luce, erano entrati nella sala del convito, incominciarono a svolazzare come impazziti, gettando lo scompiglio tra i convitati. Uno sfiorò con l’ala membranosa il volto di Giovanna che, inorridita, levò un urlo terribile, che echeggiò sinistramente aumentando la confusione.

                     22.                   Erode non nascose il suo malumore promettendo ai servi, accusati di negligenza, severe punizioni. Il procuratore Cuza aveva gettato un mantello sulla testa della moglie per soffocarne le grida, e Pilato cercava di far bere qualche sorso di Falerno alla sua semisvenuta Tullia.

                     23.                   Intanto la sarabanda dei pipistrelli non cessava, malgrado la caccia che schiavi, guardie e convitati davano loro, finché qualcuno ordinò: «Spegnete le luci, dunque!».

                     24.                   Subito le torce furono strappate dai sostegni e calpestate, sulle candele e sulle lampade bocche frementi soffiarono, e in breve, una semioscurità invase la sala, mostrando dalle vetrate aperte il cielo estivo solcato da lampi di calore; qualche civetta si sentì ancora qua e là, e anche qualche risatina...

                     25.                   I centurioni romani tranquillizzavano a modo loro le belle galilee che avevano vicino e, approfittando dell’oscurità, bocche avide si trovarono, scambiandosi baci affrettati, ma non per questo spiacevoli.

                     26.                   I cibi, le bevande, i profumi, l’ambiente surriscaldato eccitavano pericolosamente la sensualità, le semi tenebre favorivano il sorgere di un incipiente baccanale.

                     27.                   In quella, la voce bronzea del prefetto si levò con accento di comando: «Caio! Sestio! Tarquinio! Marziale! Dove siete? Basta! Accendete le lampade! Luce, luce! Per Giove! – Ottimo, Massimo! Che sono queste trappole? Tetrarca! Guai a te se hai cercato di trarre in un tranello il prefetto di Roma!».

                     28.                   Pilato era un uomo di coraggio e di fermezza eccezionali.

                     29.                   Liberatosi con un calcio della mensa che aveva davanti, si era levato in piedi sorreggendo con il braccio sinistro Tullia semiviva, con la destra il corto gladio romano, e torreggiava terribile nella confusione, continuando a chiamare i centurioni e a minacciare Erode, il quale, sgomento per tutti quegli incidenti, si affannava a dare ordini contradditori ai quali nessuno più obbediva.

                     30.                   Finalmente i centurioni, staccandosi a malincuore dalle piacevoli occupazioni, si decisero a rispondere e a muoversi.

                     31.                   Qualche torcia fu riaccesa e alla sua luce si vide la sala del festino ridotta in stato pietoso, fra tavole e triclini rovesciati, vasellame infranto, sciarpe, cinture, gioielli calpestati e uomini e donne che riparavano frettolosamente i disordini dell’abbigliamento prodotti non solo dall’occasionale spavento.

                     32.                   Bella, regale, sprezzante, solo Erodiade era rimasta immota sul suo trono.

                     33.                   Fu lei che, sorridendo, rispose al prefetto dicendo: «Che la tua clemenza voglia scusar gli incidenti di cui nessuno tra noi è colpevole. È una notte strana questa, e vi è molta eccitazione; deve essere prossima una tempesta; solo questo spiega perchè alcune mie sciocche dame abbiano perduto la testa per quegli innocui uccelli, domani saranno puniti gli schiavi addetti alla sala, la cui negligenza è stata causa del tumulto. Sappi, o prefetto, che alla corte di Erode non alligna tradimento, e che Cesare nessun alleato ha di lui più fedele. Voglia dunque la tua cortesia, o prefetto, gradir queste mie parole, unite all’umile preghiera che rivolgo alla tua nobile consorte, non meno che a te, di rimanere alla festa, festa che continua in altre già acconce sale, dove la mia diletta figlia Salomè sarà lieta di onorar, con l’amato zio, il prefetto di Roma, danzando una sua meravigliosa danza che ha preparato apposta per questa celebrazione. Le mie schiave e i miei privati appartamenti sono a disposizione della nobile romana, se essa vuol ristorarsi dall’avuto spavento e ravviar la sua persona».

                     34.                   Arrossendo per aver ceduto all’impressione, Pilato, rinfoderato il gladio, rispose brevi parole di larvata scusa per le sue intemperanti esclamazioni, e rivoltosi ai centurioni, sopra i cui volti scorgeva inequivocabili tracce delle occupazioni interrotte, fece loro una tremenda lavata di testa, promettendo il restante l’indomani, al castro.

                     35.                   Tullia s’era ripresa, e anch’essa usò cortesi parole per ringraziare l’ospite e rifiutarne i servigi.

                     36.                   Ristabilito il buon accordo, tutti i convenuti passarono in altre sale dov’erano serviti squisiti rinfreschi e preparati morbidi sedili, disposti ad anfiteatro, per lasciar libero un vasto spazio, delimitato da ghirlande di fiori, ove dovevano svolgersi i giochi e le danze attese. Schiavi con ampi flabelli rinfrescavano di continuo l’aria, e in vasti bacili d’argento, monticelli di bianca neve, conservata nelle profondità dei sotterranei, cercavano di mitigare l’arsura della notte illune[214] che si faceva sempre più scura e più calda.

                     37.                   Nella sala gli invitati si riunirono in capannelli prima di prender posto, approfittando del fatto che Erode ed Erodiade si erano momentaneamente assentati. Così Cuza e Pilato, insieme a un gruppetto di notabili, decisero di chieder la grazia per Giovanni non appena il re fosse tornato, prima che lo spettacolo cominciasse. Ma al ritorno di Erode non poterono subito accostarlo, impicciato com’era dalla gaia folla dei convitati che, rimessisi dallo spavento, celiavano e conversavano animatamente, e quando Cuza, spalleggiato da Pilato, riuscì ad accostarsi al re, questi dette il segnale che s’incominciasse e il procuratore non poté che rassegnatamente prender posto e rimandare l’assunto.

                     38.                   Una musica sommessa cominciò, mentre pian piano venivano spente le luci della sala in modo che solo lo spazio destinato allo spettacolo rimanesse intensamente illuminato. In esso irruppero, come era in uso a quel tempo, quattro o cinque buffoni caprioleggiando e motteggiando, i quali recitarono una sorta di atellana[215] in cui i doppi sensi e le allusioni lascive fecero più volte aggrottar la fronte al prefetto romano e chinar gli occhi a Tullia, ma divertirono moltissimo i centurioni che già avevano dimenticato la sfuriata del loro capo; i cortigiani, del resto, non erano altrimenti delicati, e fu tra gli applausi che i commedianti uscirono, finita la farsa. Vi fu un intervallo in cui giovani schiave assire ed egizie, dai corpi d’ebano ricoperte solo da ghirlande di fiori, fecero circolare tra i presenti coppe di vini preziosi, sorbetti e confetture varie, insieme a piccoli doni personali del re, come amuleti d’oro rappresentanti, con rara fattura, piccole divinità o animali ritenuti di buon augurio. Finita la distribuzione, svoltasi non senza incidenti salaci[216], una musica, dapprima blanda, poi crescente fino ad esasperare, annunziò un secondo numero.

                     39.                   Cuza, dal suo posto, notava intanto con sgomento che Erode vuotava coppe su coppe di vecchio Falerno, e cominciava a scoraggiarsi ben sapendo come il vino rendesse spesso irragionevole il tetrarca, ottundendone le native buone qualità.

                     40.                   Sulla scena erano intanto comparsi dodici efebi[217] di nazionalità greca, dai corpi ricoperti interamente di polvere d’oro, nudi, eccetto un cinto militare, con una corta sciabola in pugno, difesi da un piccolo scudo rotondo. Essi si disposero sei contro sei e danzarono con perfetta perizia una danza pirrica fingendo un’animata battaglia. Le sciabole e gli scudi lampeggianti gettavano sprazzi di luce che facevano apparire i corpi perfetti come statue di déi. Anche la danza pirrica[218] ebbe termine tra applausi scroscianti, ed Erode manifestò il suo compiacimento inviando ai giovani danzatori un cratere d’oro a due anse colmo dello stesso Falerno che egli beveva. Con una rinnovata armonia di danza i giovani efebi ricevettero il dono, bevendone a turno con movimenti quasi religiosi, finché, vuotato interamente il cratere, lo usarono come una palla rimandandoselo l’un l’altro finché uscirono dalla scena. Fu poi la volta di un giocoliere indù il quale fece straordinari giochi di prestigio, di una mima caldea che, con abili mosse di tutto il corpo, mimò la favola fra Amore e Psiche con tanta verità, da far trattenere il respiro agli spettatori.

                     41.                   Intanto negli intervalli le flessuose schiave continuavano a far circolare bevande e dolci. Un erotismo inquieto e avido agitò i convenuti, …dando un senso di insoddisfatta attesa, ma non si sapeva di che! Sopra la fronte di Pilato, una dura ruga si intagliava sempre più profonda; egli non era contento, e la povera Tullia, sfinita, con un eroico sorriso di pena sopra le labbra stinte, frenava coraggiosamente l’ansia che la travagliava.

                     42.                   Anche Cuza era inquieto per la moglie; nessuno intanto si era accorto che Erodiade aveva lasciato la sala. In un salottino semibuio Simon mago l’attendeva.

                     43.                   Senza tergiversare, quasi a bruciapelo, il mago disse: «Guarda che fra poco Salomè verrà a danzare, ma non è in sè, io ho immesso in lei uno spirito che farà tutto ciò che gli è ordinato di fare, ma bisogna dirglielo volta per volta; per ora ha l’ordine di danzare e danzerà come nessuno ha mai danzato. Poi, se tutto avverrà com’io prevedo, lei verrà a te a chiederti cosa deve fare o dire. Ricordati, allora, …di chiedere la morte del nostro nemico».

                     44.                   «Credi che oggi...».

                     45.                   «Ne sono sicuro!».

                     46.                   «Ed Erode?».

                     47.                   «Se sarà come io penso, Erode stesso ci darà la testa di Giovanni. Del resto…» – continuò il mago con irritato ardore, – «…è necessario che oggi l’annunziatore muoia. All’alba io dovrò fuggire!».

                     48.                   «Tu?».

                     49.                   «Sì, quella maledetta romana mi ha certamente riconosciuto, e Pilato sa ch’io son qui; domani neppur tu, o regina, mi potrai proteggere e, s’io finisco nelle mani dei romani, la croce è già pronta per me. Animo dunque, regina, con la vendetta raggiunta anche la fuga è bella! Tu regnerai sul cuore di Erode. Ucciso Giovanni più nulla lo riterrà da farti pubblicamente sua moglie! Regina di nome oltre che di fatto!».

                     50.                   «Simone, ne sei sicuro?».

                     51.                   «È scritto nelle stelle» – rispose il mago, – «ma ora va, prendi il tuo posto, tra un attimo Salomè entrerà. Addio regina!».

                     52.                   «Hai oro per la tua fuga?».

                     53.                   «Ho modo di procurarmene!».

                     54.                   Come un’ombra il mago sgusciò via ed Erodiade tornò al suo posto vicino a Erode, dove un tronetto più basso, posto alla sinistra del re, l’attendeva. Nella sala fervevano le gaie conversazioni commentando l’ultimo numero testé eseguito, e mentre schiavi silenziosi e ben istruiti provvedevano velocemente per mezzo di schermi colorati posti davanti alle fiamme delle lampade, a creare una luce suggestiva e strana per illuminare la scena in quel momento deserta, un’impaziente attesa faceva sussurrare, dapprima sommessamente, e poi gradualmente a voce più alta, finché fu scandito in coro il nome di Salomè! Un’arpa accennò alcune note gravi che i sistri[219] ripresero e trasmisero. D’un tratto echeggiò una musica selvaggia fatta di timpani e di buccine, di corni e di tamburi che s’innalzò delirante al massimo diapason e di colpo cessò, mentre un flauto, sostenuto da un misurato rullio di tamburo, incominciò un sospiroso colloquio musicale. Il solista doveva essere un eccezionale artista anche per l’epoca, poiché in breve, dal flauto uscirono tali note da emulare una voliera d’uccelli e accenti cosi toccanti, da far tacere un usignolo. Così il divino Marzia venne a gara con Apollo, opponendo il respiro misurato del petto umano, all’indifferente pizzicar di vuote corde, e fu vinto dallo sdegno, non dall’arte del dio.

                     55.                   L’attesa era spasmodica, appena osarono gli spettatori trarre il respiro, finché nel centro della scena, come fosse sorta dal pavimento marmoreo, cosparso di fiori, una figura muliebre, interamente avvolta in un manto nero, stellato d’argento, cosparso di lucide stelle fatte con le scagliette residue della lavorazione delle perle, apparve immota come una statua di basalto nero, tutta avvolta nelle pieghe del funereo manto. D’un tratto, come una folata di vento avesse gonfiato il drappo, si vide il nero mantello sollevassi di colpo e, scagliato con impetuosa mossa, simulando due grandi ali, si involò dalla danzatrice per afflosciarsi ai limiti della scena. L’abilità del gesto fu tale che quasi non si scorse il moto; tolto il nero manto apparve un velo di porpora violacea simulante il rossastro dell’aurora, e la danzatrice si animò.

                     56.                   Sistri e rette s’erano uniti al flauto suonando in una sordina che sottolineava e commentava ogni movimento dell’artista. Essa fu l’aurora! Si piegò, si gonfiò come nube gravida di Sole, sembrò combattuta dal vento dell’alba, gelosa di offrire agli umani il fuoco di vita che portava nel seno. Fu il risveglio pigro e voluttuoso della Terra, l’ondeggiar delle acque al primo bacio del Sole, l’incresparsi delle erbe, la fragranza di tutte le rose. Trilli acuti, punteggianti il trionfo del compiuto risveglio, commentarono la gloria del velo purpureo che, scagliato pur esso, volò con grazia a raggiungere il manto notturno, lasciando la rinata Tersicore[220] tutt’avvolta in un altro velo interamente intessuto d’oro, e fu la pienezza del giorno estivo, fu l’aprirsi di tutte le porte al Sole, l’avviarsi al lavoro dei campi e a quello delle officine, fu il garrulo recarsi delle belle alle fonti, l’accender del fuoco, il preparar del pane, l’offerta del sacrificio, la pienezza della vita incompiuta; e il velo dorato, tolto stavolta con estrema lentezza e quasi a malincuore, sembrò svanire, incupendosi raso terra prima di posarsi come un rimpianto sulla rossa nube che l’aveva contenuto. Vi fu un silenzio nella musica. Immota, ora la danzatrice appariva coperta di un velo color acqua del Nilo con trasparenze rosate. Il velo era drappeggiato simulando i mille stretti petali del loto; un mormorio sommesso di cetre simulò lo sciacquio di una corrente tranquilla, e la bella fu il loto che innalza sopra le acque il suo bocciolo, fu il sacro loto dal gambo flessuoso, dal fiore difeso, avido e pauroso a un tempo, d’offrirsi alla luce narrante il mistero delle acque profonde e degli alti cieli, narrante speranze e terrori occulti; e a poco a poco, …quasi cedendo a una forza persuasiva e possente, si videro i petali schiudersi mostrando l’interno rosato e madreperlaceo, piegarsi la corolla all’offerta, dapprima socchiusa come una boccuccia di bimbo, poi come ampia coppa aperta verso il cielo. E già il fiore divino, sazio di vita, abbandonava a uno a uno i petali appassenti, spogliandosi, disfacendosi, cercando la superficie delle acque materne per deporre il seme e morire.

                     57.                   In quell’istante la fiammante chioma di Salomè traboccò come un polline d’oro sulla desolazione dei petali disfatti, mentre tutta la persona rannicchiata dava l’immagine di un’enorme corolla putrefatta. Ora le gravi arpe doriche intonarono una strofa eroica, e Salomè si raddrizzò mostrandosi di una tinta azzurrina simile a quella del cobalto. Dignitosa e austera, con un moto della testa, si velò interamente dietro la fiamma dei suoi capelli, e i moti gravi e solenni annunziarono una mimica sacra. Salomè fu Iside, fu la luce primigenia, fu il sorriso, fu la speranza, fu l’amore, la desolazione, la morte, la vittoria dopo la morte, la perpetuità dell’essere che, infranto in mille parti, si ricongiunge e ancor crea. Il velo azzurro cadde, quando essa, …nuovamente immota e con le braccia alzate, sembrò l’annunciatrice dell’eternità! Velata di un cupo color viola, …alleggerito qua e là da striature grigie, ...fu il tramonto, fu il presentimento della notte, fu la paura. La danza sembrò una fuga e una lotta: essa narrò il dolore e il terrore, l’orrore del disfacimento, narrò le ore dell’angoscia e dell’attesa, dell’abbandono e della vecchiaia. Stridule, le buccine[221] da guerra commentavano ogni gesto e squillarono insieme quand’essa si abbatté nei suoi veli, celando la fiamma della chioma come una luce che si spegne. Il flauto riprese da solo il suo armonico lamento; dai veli scomposti si vide come un fantasma levarsi qualcosa di bianco che, a poco a poco, prendendo forma e moto, rivelò una nuova incarnazione. Un velo bianco come neve l’avvolgeva di nuovo interamente, celandone, e al tempo stesso facendone prevedere le forme che s’indovinavano nude sotto quell’ultimo riparo. Stavolta la danza fu lenta, ieratica e, al contempo, incerta. Sembrava una ricerca ostacolata, una speranza delusa ogni volta e ogni volta riviviscente. Pian piano la musica crebbe in un’orgia di suoni frenetici in cui tutte le voci della Creazione sembrarono irrompere; a uno a uno caddero gli schermi che velavano la luce, sostituiti con specchi che la concentravano e l’aumentavano.

                     58.                   I moti della danzatrice divennero aerei, …alati. Fu un volo turbinoso, roteante, ossessivo; poi di colpo s’immobilizzò in piena luce e, con un gesto augusto, strappò il candido velo apparendo interamente nuda, coperta solo dal fuoco della chioma disciolta, …e fu il silenzio!

 

[indice]

۞

Capitolo 47

«La tempesta e la notte covarono il delitto,

come l’aquila cova gli aquilotti »

                        1.                   L’applauso scrosciò di colpo come un delirio frenetico d’acclamazioni, tanto da soffocare la voce del tuono stesso che era d’improvviso scoppiato. Tutta la sala era in piedi, e perfino l’austera Tullia fu vista battere quelle sue lunghe mani esangui che parevano reggere in perpetuo un simbolo pitagorico.

                        2.                   Pilato stesso si lasciò trasportare nel mitico mondo dell’arte e non lesinava le sue più rumorose approvazioni. Passato lo scroscio degli applausi vi fu un nuovo silenzio nel quale un nuovo elemento sinfonico entrò prepotente: ‘il tuono’. Il tuono che era stato come un lontano rombo minaccioso, ora scoppiava, frenetico di rabbia, ispessendo i suoi scoppi come colpi di scudiscio. Il cielo apri le sue cateratte e un’acqua scrosciante scese a furia, e fu accolta con gioia da tutti, tanto il caldo era divenuto opprimente.

                        3.                   Immobile come una statua, Salomè era rimasta sotto il concentrato raggio delle lampade. Indifferente al temporale, e tumido[222] d’orgoglioso entusiasmo, Erode contemplava dal trono la stupenda visione. Un po’ pallida e mordendosi le labbra a sangue, Erodiade, pur essa, rimaneva fissa a guardare.

                        4.                   Rauca di contraddittori sentimenti, finalmente la voce di Erode risuonò: «Ah, la più amata e cara tra le nipoti, figlia diletta della nostra anima, avvicinati al trono, onde possiamo veramente sapere se tu sei ancora creatura mortale o sei già Dea, perché davvero, solo una divinità avrebbe potuto fare oggi ciò che hai fatto tu». E, volgendosi a Erodiade: «Davvero, …ora comprendo tutto il misterioso assentarsi della nostra cara figlia! Ma cercheremo di far sì che la ricompensa sia degna dell’offerta che ha voluto farci. Avvicinati dunque, principessa Salomè», – ripeté in tono di comando.

                        5.                   E la bellissima statua, animatasi, si scosse. Nuda come la verità e, del pari, casta, essa attraversò la scena, sorpassò, come in volo, le ghirlande di fiori che la limitavano, e incurante d’ogni sguardo, vestita d’orgoglio, traversò la sala per andare a piegare il ginocchio davanti al trono del re.

                        6.                   Un sordo mormorio, soffocato da una serie rabbiosa di scoppi di tuono, l’accompagnò. Se Erode non fosse stato ubriaco di Falerno, certamente avrebbe notato qualcosa di ben strano nelle movenze ieratiche[223] e negli occhi sbarrati, dalle pupille dilatate e divenute nere, della bella nipote!

                        7.                   Invece, nel suo stato d’ebbrezza nulla lo turbò; volse solo uno sguardo malizioso verso Erodiade, poi a gran voce, indirizzandosi a Salomè, disse: «Davvero la tua danza fu cosa divina, e noi, …ne rimanemmo commossi come di una sacra manifestazione. Perciò, o dilettissima figlia nostra, noi vogliamo darti una dimostrazione che sia degna di te e di noi. Chiedici quindi ciò che vuoi, e fosse pure la metà del regno, noi impegneremo la nostra sacra parola e tu l’avrai!».

                        8.                   Immota e silenziosa come statua di candido marmo restò Salomè. Tutti i convitati tacevano, anche il tuono taceva!

                        9.                   Vi fu un’attesa grande, eppur sorridente. L’amore di Salomè per Giovanni era misteriosamente stato sussurrato nei crocchi, e perciò nessuno dubitava che essa avrebbe chiesto la vita, la libertà dell’amato, e che la festa si sarebbe conclusa in una gran gioia, e ognuno pregustava questa gioia nel cuore. Ma il silenzio durava innaturale; lo ruppe Erodiade con voce opaca chiamando brevemente: «Salomè!».

                     10.                   La statua vivente, senza prender licenza dal re, si mosse e andò a piegare il ginocchio innanzi alla donna. Erodiade ebbe un gelo di morte dalla cupa presenza, fissò le immani pupille e per un attimo si smarrì.

                     11.                   Una voce cristallina, ma del tutto estranea in Salomè, chiese in un soffio a sua madre: «Che debbo chiedere?».

                     12.                   Erodiade fu per svenire alla presenza di quell’automa, tuttavia con flebile voce, che neppure riconobbe per sua, disse: «Chiedi la testa di Giovanni il Battista».

                     13.                   Il colloquio tra madre e figlia fu così lieve che nessuno n’ebbe sentore.

                     14.                   Tutti videro Salomè levarsi, avvicinarsi al trono, e l’udirono chiedere al re con quella sua voce inverosimile: «Dammi la testa di Giovanni il Battista!».

                     15.                   Erode ebbe un violento capogiro che gli oscurò la vista, e lo fece dubitare un istante del suo udito. Anch’egli attendeva che la nipote, …chiedesse la grazia per Giovanni. Per quest’attesa si era impegnato. Ora l’incredibile richiesta lo lasciò senza respiro. Credette, sperò ancora di non aver compreso bene, perciò ripeté: «Che cosa hai detto?».

                     16.                   «Dammi la testa di Giovanni il Battista!», – ripeté indifferente quella voce senza colore.

                     17.                   Come avesse atteso quelle parole, la tempesta ruppe ogni freno e scoppiò con incoercibile violenza, mentre Pilato si levava impetuosamente dal suo posto, e Cuza, abbandonata la moglie, fece per precipitarsi e prostrarsi ai piedi del trono.

                     18.                   Erode, con voce spenta e il volto color cenere, diede l’ordine fatale all’eunuco nero che sempre lo seguiva; voltosi poi ai convitati, disse: «Voi mi siete tutti testimoni che io non volli ciò! Ma la mia parola di re mi costringe a violentare la mia natura e la mia volontà. Permettetemi, o signori, …di ritirarmi. Davvero non mi attendevo di finire così tragicamente un giorno cominciato tanto bene!».

                     19.                   «Tetrarca!» – urlò Pilato. – «In nome di Cesare, ti prego di revocare il tuo ordine! Avoco al tribunale di Roma il caso di Giovanni il Battista!».

                     20.                   «Troppo tardi, prefetto» – tristemente rispose il re. – «A quest’ora l’ordine è già eseguito! Così doveva finire! ... Quanto a te, svergognata…» – disse con subita furia volgendosi a Salomè, – «…non comparirmi mai più davanti!!!».

                     21.                   Immota come una statua, nella sua nudità, Salomè non mostrò d’aver sentito e, mentre il re costernato usciva a precipizio dalla sala, da un altra porta entrò un gigante nero recante, sopra un bacile d’argento, la bella testa tronca e sanguinante di Giovanni il Battista!

                     22.                   Cielo e Terra sconvolti, sembrarono mescolar gli elementi, quasi volessero sradicar dalle fondamenta la reggia maledetta!

* * *

                     23.                   Nella notte tempestosa che pareva non dovesse più aver l’alba, uscirono tumultuosamente i convenuti della reggia di Erode, preferendo l’orrore degli elementi, all’orrore della tragica scena di cui erano stati testimoni.

                     24.                   Fulminea la notizia della morte di Giovanni si sparse nel paese. Una folla dolente e sdegnata di discepoli si raccolse presto davanti all’infausta reggia, reclamando il sacro corpo per dargli un’onorata sepoltura.

                     25.                   Erode, chiuso nei suoi appartamenti, non volle ricevere nessuno, ma ordinò che il corpo fosse pur concesso a chi lo chiedeva. Fra i postulanti vi era il procuratore Cuza che, riverentemente, lo ricevette e lo alloggiò nella sua tomba, riservandosi uno stretto spazio ai piedi del cadavere per giacervi, quando fosse tempo, fino al giorno della resurrezione!

                     26.                   Sul come Giovanni fosse morto poco trapelò, essendo stato il carnefice un negro sordo e muto, e dai testimoni (bruti umani, forse più stupidi che malvagi) si seppe solo che il Battista aveva accolto il carnefice come un re accoglie l’ambasciatore di un altro re, e che per ben tre volte l’ascia si era abbassata inutilmente sul collo bronzeo, senza che il profeta, assorto in preghiera, desse segno d’accorgersene. Solo finita tranquillamente la sua preghiera, il santo aveva dato licenza all’arma di fare il suo dovere, e allora la bella testa dolcemente cadde, come un frutto a perfetta maturazione.

                     27.                   Queste cose si sussurravano e vennero rapportate a Gesù, ma Gesù tacque con un misterioso sorriso e rifiutò di commentare la morte gloriosa. Egli racchiudeva in sé l’anima di Giovanni come la valva gelosa dell’ostrica racchiude la perla preziosa, e non amò rivelare il suo tesoro a chi non aveva mente per comprenderlo. Ma la profezia giovannea si attuò: Gesù cresceva come Giovanni aveva previsto. La Sua parola si levava come la voce stessa del Padre che chiamava a raccolta i suoi figlioli. Se Giovanni era stato la voce che gridava nel deserto, Gesù era il banditore della buona novella, era l’autorevole assertore di quella verità annunziata nel bagliore delle molteplici profezie, e finalmente incarnata nel Figlio dell’uomo.

                     28.                   Ma Gesù voleva che gli uomini non dimenticassero Giovanni. Al suo sacrifizio inonorato, Egli riferì valore di testimonianza in un famoso dibattito e, assalito da sottili argomentazioni da scribi e farisei, Gesù colse l’occasione per chiedere con arguta ironia: «Dunque, per voi, il battesimo di Giovanni fu dal Cielo o fu dagli uomini?».

                     29.                   E gli scribi, insieme ai farisei, non seppero che rispondere, poiché se avessero risposto: «Dal Cielo!» avrebbero contraddetto a tutte le loro ragioni, e se avessero risposto: «Dagli uomini!» avrebbero dovuto temere il popolo, il quale più che mai riteneva Giovanni un santo.

                     30.                   In un altra circostanza Gesù proclamò ancora la missione del Battista, asserendo con trasparenti perifrasi esser egli stato quell’Elia che al compiere dei tempi doveva preannunziare la venuta del Figlio dell’uomo; e con ciò confermò l’universale credenza popolare che riteneva appunto, l’annunziatore, essere stato la reincarnazione di Elia, l’indimenticato profeta rapito sul carro di fuoco.

                     31.                   Nella gloria del Tabor, successivamente, il Cristo si degnò di palesarlo nella persona fisica di Gesù, e rivelate a pochi intimi la pienezza della Sua gloria e della Sua essenzialità. Egli trasfigurò l’umana forma fino a renderla della natura della luce, e costrinse la luce a rivelare quanto nel suo seno serbava con amore, cioè la presenza perenne del ‘deitare della razza’ incarnata in Mosè, il terribile e inflessibile condottiero del popolo d’Israele, l’incarnazione vivente e operante della legge dell’uomo in opposizione alle Leggi della Creazione, tendenti alcune a liberar l’uomo dalla materia, e altre miranti a mantenere l’imperio della materia, se fosse possibile anche nel regno dello spirito. Cosicché, insieme a Colui che sul Sinai vide il Signore, ecco colui che il Signore stesso riconosce e pronuncia: ‘Elia-Giovanni’, il congiunto di Gesù, l’annunziatore del Cristo, il battezzatore, colui che, battezzando in acqua, annunziò il battesimo di fuoco ed esortò la gente a penitenza per ricevere degnamente l’Agnello di Dio.

                     32.                   «Signore» – dissero i discepoli, – «rimaniamo qui perché qui si sta bene»[Mc. 9,5].

                     33.                   L’annunziatore, oltre la morte, era tornato a testimoniar la vita!

                     34.                   Qui la storia dell’annunziatore termina per il mondo delle forme, ma continua l’opera sua in quello del pensiero.

                     35.                   Su e giù, nei mondi del misterioso oltretomba, Elia-Giovanni continua la sua missione, continua ad annunziar la salvezza; fuggono davanti a lui le nere torme dei diavoli, si spezzano al semplice invocar del suo nome le più forti magie.

                     36.                   Egli annunzia l’agnello di Dio, Colui che toglie i peccati dal mondo, Colui che porta la pace agli uomini di buona volontà.

 

[indice]

۞

EPILOGO

 

                        1.                   Certamente è necessario un epilogo, è necessario che il lettore sia tratto, attraverso il destino dei personaggi, a fare profonde riflessioni sopra l’armonia che governa ogni cosa, determina ogni cosa e ne è determinata. Perciò vogliamo che i nostri lettori possano avere, come in uno specchio, il successivo svolgere della vita dei personaggi che hanno animato queste pagine della loro presenza.

                        2.                   Che ne è stato di Salomè, di Erodiade, di Simon mago? La storia non ne parla affatto, o ne dice talmente poco che equivale a non parlarne. Cercheremo di rimediare a questa lacuna rifacendo in sintesi la storia di questi esseri, nostri fratelli umani, le cui vicissitudini abbiamo seguito fin qui.

                        3.                   Salomè, sempre con l’innaturale indifferenza, aveva ricevuto la testa sanguinante e l’aveva portata a Erodiade, la quale, nonostante tutto, era indietreggiata davanti all’atroce visione; poi, sempre nel suo atteggiamento ieratico, s’era lasciata ricoprire alla meglio e condurre nei suoi appartamenti dove la madre, tremando, la raggiunse. Coricata sopra il suo verginale giaciglio, giacque senza moto, senza chiuder gli occhi, senza smettere lo strano sorriso stereotipo che aveva fissato sulle labbra. Sorse l’alba ed essa non mutò affatto il suo atteggiamento. Terrorizzata, Erodiade che teneva tra le sue le piccole mani pallide, sentì che, a poco a poco, esse diventavano fredde e poi gelide, finché s’accorse che la figlia era morta, morta con gli occhi spalancati, con lo spaventoso sorriso fissato sul volto cinereo, senza un moto, senza un sospiro.

                        4.                   L’urlo di Erodiade fu l’urlo di mille iene! La sventurata invano scosse, baciò, schiaffeggiò l’inerte statua di carne: nulla ottenne, nulla mutò! Salomè era entrata silenziosa nell’ombra eterna, e più nessuno l’avrebbe fatta uscire.

                        5.                   Quando Erodiade, con un pugnale in mano, entrò come una furia nei locali del mago, non trovò che recipienti e alambicchi fracassati, e papiri con strani geroglifici lacerati in mille pezzi e semi bruciati. Il mago era scomparso, e con lui era scomparsa un’ingente quantità di monete d’oro, tesoro personale di Erodiade.

                        6.                   Pilato era entrato nella torre Antonia, dove c’era il Pretorio romano, con Tullia, ridotta a un cencio, e lui stesso era in un terribile stato di esasperazione. Da quel giorno i rapporti tra Pilato ed Erode si tesero minacciando di continuo la completa rottura.

                        7.                   Il nome di un Nazareno, fino ad allora ignorato, riempiva ormai tutti i discorsi del popolo. Questi, che tutti ricordavano essere stato annunziato da Giovanni, passava guarendo infermi, liberando ossessi, e perfino risuscitando i morti. Annunziava ai poveri e ai peccatori la buona novella; a differenza di Giovanni, Egli era tutta dolcezza, clemenza e comprensione totale di ogni umano errore, ma ciò nonostante, scribi e farisei Lo perseguitavano con spietata intransigenza, vedendo da Lui manomessi e trascurati tutti quei formalismi sopra i quali essi avevano eretto la roccaforte dei diritti ignorando i doveri.

                        8.                   Nel popolo alcuni riconoscevano in Lui il Messia atteso, ma i più propendevano a credere che Egli fosse lo stesso Giovanni risorto dai morti.

                        9.                   Lo stesso Erode espresse questa convinzione dicendo: «Certo, non vi è dubbio alcuno che Egli sia quel Giovanni al quale io ho fatto decapitare, e che è risorto dai morti come giustamente annunziava».

                     10.                   E lui stava con grande ansietà e curiosità di vederlo, ma mai ciò avvenne, perché Gesù stava lontano dalle regge, e preferiva indirizzare i suoi insegnamenti ai semplici e agli umili.

                     11.                   Intanto l’inquieta Palestina moltiplicava i torbidi e da Roma giungevano di continuo le peggiori notizie; la morte di Seiano sembrò per un attimo rinfrancar la parte di Seneca e dei suoi amici, non escluso Pilato stesso, ma il sospettoso Tiberio agì ben presto in modo tsle da suscitare il terrore in ogni fazione, così che nessuno si sentiva pienamente sicuro.

                     12.                   Ponzio Pilato, tormentato in famiglia dalla malattia di Tullia la quale peggiorava di giorno in giorno, considerava sempre più la sua permanenza in Palestina come una maledizione e un castigo. Sempre più diventò intrattabile e talvolta crudele, con quei popoli fanatici ed esaltati, desiderando di tutto cuore un ordine da Roma per trattate il popolo eletto a guisa di interdetto.

                     13.                   Perciò, quando due anni dopo la tragica fine di Giovanni, il popolare tumulto consegnò a lui il Nazareno, Pilato pur essendo certo dell’innocenza della vittima, e ammonito da affannose suppliche di Eutimia, inviata da Tullia quasi morente a ‘non impicciarsi nel sangue del Giusto’, finì per cedere alle sollecitazioni del popolaccio, per non cedere al suo animo furente, animo che avrebbe voluto scatenar le legioni nel cuore stesso di Gerusalemme per soffocare una volta per sempre nell’incendio e nel sangue, quel perenne insorger di torbidi che a lui avvelenavano la vita.

                     14.                   Offrì al popolo la scelta tra Gesù, detto il Cristo, e Barabba, temutissimo brigante; ma dopo aver visto dal popolo la scelta di salvare il sanguinario e condannare a morte l’innocente, se ne lavò le mani, protestando di separar la sua causa dalla causa di quel popolo delirante e malvagio. Forse, se fosse stato sicuro di Tiberio, se a Roma, meno nemici avessero cospirato ai suoi danni, se un’azione decisa non lo avesse irrimediabilmente compromesso agli occhi di Cesare, lui avrebbe anticipato l’opera di Tito distruggendo dalle fondamenta l’infida e sanguinaria città e, sfogandosi nell’ira, avrebbe liberato quel rancore che da decenni aveva accumulato contro gli ebrei.

                     15.                   Barabba, poi, per dimostrare il suo grato animo, non tardò a riprendere il brigantaggio, e finì per divenire uno dei primi capitani d’armi di Filippo-Erode, fratello e antagonista di Erode-Antipa.

                     16.                   Tuttavia, era destino che a Pilato dovesse comunque andar male. A Capri morì in breve Tiberio, soffocato dal prefetto Macrone, e i suoi successori non tardarono a mutar tutta la politica tiberina, cosi che lo stesso Seneca fu costretto a darsi la morte. Con Seneca cadde l’unico difensore di Erode, e cadde Pilato, il quale aveva sostenuto la parte di Erode per riguardo a Seneca stesso. Richiamato in gran sospetto a Roma, venne destituito d’ogni carica e consigliato di rifugiarsi in Campania dove la moglie possedeva ancora delle terre. In questa specie di confino, deluso d’ogni cosa, precocemente invecchiato, roso da dubbi e da sospetti, tormentato anche dalla salute della moglie che mai più si ristabilì, egli si tolse la vita secondo il costume storico, tagliandosi le vene nel bagno, e non tardò molto ad essere seguito nella morte da Tullia Paolina, incapace di sopravvivere all’unico uomo ch’essa aveva amato.

                     17.                   Erode, abbandonato palesemente da Roma che si era fatta sostenitrice del fratello Filippo, dopo pochi anni di agitatissimo regno dovette alla fine abdicare, patteggiando il trono con la vita, ma ebbe grazia di poter a stento sfuggire al furore dei popoli, rifugiandosi con Erodiade in Spagna, dove morì, sformato dall’idropisia e ossessionato dalla continua visione di una testa mozzata.

                     18.                   Erodiade, rimasta vedova e invecchiata, si dette con cupo trasporto alla pratiche magiche, sperando con esse di poter ritornare in potenza, o forse, …di riaver contatto con tanti esseri smarriti nell’ombra, ma ormai, povera e quasi demente, nella sua vecchiaia mercanteggiò le magie per trarne alimento.

                     19.                   Le superstiziose popolazioni iberiche la ritennero quindi per strega, e la temettero più di quanto non pensassero di servirsene. Quando poi scoppiò un’epidemia, la voce popolare accusò Erodiade d’esserne stata la causa e la disgraziata fu arsa viva a furor di popolo.

                     20.                   Il procuratore Cuza, invece, morì in pace, rispettato e onorato anche da Filippo-Erode. Con Giuseppe d’Arimatea fu un fervente seguace segreto di Gesù detto il Cristo, e la sua vedova Giovanna, divenuta ardente cristiana, mise le sue ingenti ricchezze a disposizione degli apostoli per sovvenir le necessità propagandistiche della nuova fede.

                     21.                   La bella e serena Eutimia fu costretta ad accettar la sua liberazione in seguito alle testamentarie volontà di Tullia Paolina, di cui divenne, quale riconosciuta figlia adottiva e ingenua[224], erede d’ogni ricchezza. Fondò dapprima in Campania un santuario a Proserpina, ove raccolse un’eletta schiera di vergini; poi, convertita al cristianesimo con le sue campagne, mutò il santuario di Proserpina in un cenobio cristiano, ma durante le prime persecuzioni anticristiane, fatta oggetto di denunzia, confessò audacemente Cristo e fu decapitata sotto Nerone!

                     22.                   Simon mago dopo la sua fuga dalla reggia di Erode (fuga dovuta non tanto al timore di Pilato, quanto ai prevedibili furori di Erodiade quando si sarebbe trovata dinanzi all’irreparabile rovina della figlia Salomè), trovatosi ricchissimo per i doni ricevuti dalla donna regale e per quanto si era impossessato, approfittando della sua possibilità di adire ai più intimi recessi dell’appartamento della regina, con abile travestimento e indisturbato aveva lasciato la Galilea, riparando nella vicina Idumea, e lì aveva viaggiato per l’Egitto e la Persia, desiderato e onorato in tutte le comunità magiche. Si era ritrovato con Alasco e con Baruch, dai quali aveva avuto le più estese notizie su gli ultimi avvenimenti mondiali.

                     23.                   Intanto Poppea, a Roma, dopo aver reso succube d’ogni suo capriccio Domizio Nero, detto Nerone, imperatore romano, si era votata a ogni genere di magia per conservarsi il potere, circondandosi di maghi.

                     24.                   Baruch era stato invitato esplicitamente dall’Augusto, ma, vigliacco di natura, non si fidava molto e propose a Simon mago di accompagnarlo. Simone accettò, ma poiché la fama dei discepoli e di un certo Gesù, detto il Cristo, si era propagata per ogni dove, egli decise di ritornare in Palestina per avvicinarne qualcuno e avere da loro, a ogni prezzo, il segreto evocatorio per entrare in contatto con lo spirito, Spirito che essi chiamavano Santo, il quale conferiva doni prodigiosi: quello delle lingue, la taumaturgia e l’ubiquità. Fu a Tiro che il mago ebbe indicazioni per trovare un tale Simon Pietro detto Chefa, il quale veniva comunemente indicato come il discepolo massimo e il capo di tutti i cristiani. Quindi a questo Simon Pietro, detto Chefa, il mago rivolse la sua richiesta e fece la sua offerta, che in un primo momento neppure fu capita dall’apostolo, il quale credeva che il mago intendesse convertirsi; già si apprestava ad accoglierlo con amore, quando fu illuminato dallo Spirito Santo, e quindi con impetuosità cacciò il tentatore. [Atti 8,20]

                     25.                   Ma era destino che Simon Pietro e il mago si dovessero incontrare ancora, e questo avvenne anni dopo a Roma[225]. Imperatore Nerone, alla corte di Cesare, preferito di Poppea e da lei estremamente onorato, s’era insediato il mago, assai apprezzato anche da Tigellino[226] per i suoi veleni fulminei e irriconoscibili, e quindi molto appoggiato da Nerone, il quale però, preso dai suoi sogni artistici e, in quel momento piacevolmente circuito dall’amore della liberta Atte[227], cercava di aver poco a che fare con il mago istintivamente temuto.

                     26.                   Presso Atte, invece, Simon Pietro ebbe molte possibilità di diffondere anche nella corte di Cesare il verbo di Cristo. Fu per questo che Simon Pietro e Simon mago vennero di nuovo in contatto e si trovarono contrapposti. Tra i due corsero aspre parole e minacce che sfociarono ben presto in una guerra aperta.

                     27.                   Tigellino ebbe allora una delle sue brillanti idee per allietare Cesare: invitò i due contendenti nell’anfiteatro massimo a dar pubblico saggio dei loro poteri. L’invito fu accettato da entrambi: il mago, dalla buona riuscita, si riprometteva gloria e potenza; Chefa, invece, gradiva l’occasione per poter pubblicamente predicare il Verbo.

                     28.                   E fu in uno splendido giorno estivo, giorno in cui ricorreva l’anniversario della decapitazione di Giovanni detto il Battista, che il mago e l’apostolo si trovarono di fronte nell’arena, alla presenza di Cesare Augusto e di tutta la migliore società romana.

                     29.                   Il mago, sicuro di sè, si presentò splendidamente vestito e ornato. A un suo cenno, quattro giganteschi schiavi numidi recarono una grande arca di pesante legno, tutta lavorata a incrostazioni d’oro e d’avorio, entro la quale, sopra una specie di trono, prese posto.

                     30.                   L’apostolo invece comparve con la sua penula scura da pellegrino, con i piedi scalzi nei sandali, e tra le mani un semplice bastone con il quale sorreggeva la stanca persona.

                     31.                   Con un sorriso di disprezzo il mago invitò Simon Pietro a dar saggio di sè, ma l’apostolo senza scomporsi rispose: «Mostrami prima il tuo potere, poiché esso è tuo e puoi usarlo quando vuoi; io non ho per me potere alcuno, ma mostrerò quello che mi viene dal Signore, quando a Lui piacerà di volerlo manifestare».

                     32.                   Allora Simon mago prese il libro degli scongiuri, tracciò nell’aria alcuni segni cabalistici e, a gran voce, ordinò: «Geni e leggere potenze dell’aria, io, vostro signore, per il vincolo del patto, vi ordino di sollevare me e quest’arca in aria a vista di tutto il popolo, così che tutta Roma mi veda volare sopra le più alte cuspidi dei suoi edifici e sia perciò chiaro il mio potere agli occhi del grande Cesare Augusto!».

                     33.                   Subito s’udirono acute grida di stupore e di sgomento.

                     34.                   Il mago e la sua arca si erano sollevati in aria e, maestosi, navigavano nel cielo, così alti da sembrare appena un’aquila in cerca della preda.

                     35.                   Per tre volte l’arca e il mago fecero il giro dell’anfiteatro, alzandosi e abbassandosi, cosi che tutti potessero costatare la verità. Già la risata del mago echeggiava dall’alto, quando Simon Pietro, scossa la sua immobilità, avanzò nell’arena e, piantandosi innanzi al pulvinare[228] di Cesare, disse con voce forte e chiara: «Adesso avrete la testimonianza della verità che io insegno, e come sia il Cristo, il vero Re della gloria!».

                     36.                   Alzando la fronte e la mano, Pietro si rivolse verso l’arca aerea e disse: – «Geni dell’aria e potenze angeliche che, ogni cosa reggendo, governate in nome di Gesù Cristo, Figlio di Dio, io vi ordino di gettar giù nella polvere questo mago presuntuoso, cosicché egli abbia il castigo meritato dai suoi troppi delitti e,, suo malgrado, testimoni che Cristo solamente regna, vince, impera».

                     37.                   Non s’era ancora spento l’eco di quest’ultime parole che un urlo raccapricciante si udì insieme al rovinio[229] di qualcosa che precipiti dall’alto. L’arca e il mago erano precipitati dal cielo e si erano infranti sopra i gradini marmorei prospicienti l’arena.

                     38.                   Ma quando a un cenno di Cesare, inorridito dallo spettacolo, degli schiavi accorsero per pulire i marmi dai rottami e dai brandelli di carne, una lingua di fuoco uscì dalla terra e consumò intieramente gli immondi resti.

                     39.                   Pietro era rimasto immoto, fissando il Sole che tramontava, e forse, nel globo fulgido, egli vide sorridere la testa mozza di Giovanni l’annunziatore!

                     40.                   Così morì dunque Simon mago. Gli antichi libri dicono di no; dicono che Simon mago vive ancora e scorre ancora la Terra per far perdere anime attraverso la magia.

                     41.                   La sapienza insegna come coloro che mutano l’amore in odio, pecchino contro lo Spirito Santo e perciò siano ugualmente respinti dalla vita e dalla morte; condannati ad esistere ai margini della vita e della morte, acciocché da morti non offendano i vivi, e i vivi non abbiano da nuocere a quei morti, larve e vampiri dannati a corteggiare nell’impotente lor furore, quel Satana in cui credettero e di cui fecero il loro dio; ...quel Satana bugiardo e padre di menzogna che gira di continuo e ruggisce come leone famelico, …per sbranare ogni incauto che a lui si avvicini.

                     42.                   Perciò io vi dico: «Abbiate paura del diavolo, affinché dopo aver ucciso il corpo non abbia ad aver potestà sopra l’anima vostra».

                     43.                   Dalle sue malie e potenze, suggestioni e inganni, l’Onnipotente guardi sempre chiunque leggerà questo libro!

 

* * *  *  * * *

 

 

INDICE

 

Cap. 1

Nel deserto, l’incontro con Gamaliel – Un ricordo riaffiora: Elia nel piccolo Giovanni.

Cap. 2

Quattordici mesi di attesa, il ragazzo torna sui monti.

Cap. 3

Un re a marce forzate con un popolo fugge da un altro re battuto, verso Gerusalemme con la moglie e la figlia di questi, quali prede di guerra.

Cap. 4

Pilato, Erode e Hanna a colloquio – Il tetrarca si tiene Erodiade e compra il silenzio dei potenti amici.

Cap. 5

Gesù dodicenne nel Tempio per tre giorni tra i dottori.

Cap. 6

Erodiade per tre anni nel rapporto con la cognata Zulemia è iniziata da Daida ai misteri dei cabìri, ma non ottiene il potere che vorrebbe, per diventare regina.

Cap. 7

La buona Daida, nutrice di Erodiade, è dispensata dai suoi insegnamenti, ma compare Zobeida, altra schiava asservita alla dea Astarte, che infiamma l’odio dell’amante di Erode contro Zulemia.

Cap. 8

Un occasione si arroventa – Zulemia indossa la collana di Erodiade – Dal mago Simone – Il patto – Daida percepisce l’odio.

Cap. 9

La possessione diabolica – Ritorno a palazzo – Daida è morta – Nel deserto, Giovanni è con Gamaliel – Elia a colloquio.

Cap. 10

Nel tempio degli esseni un antico rito – Gamaliel e Giovanni rinnovano la fede e la sottomissione a Dio.

Cap. 11

Uno strano colloquio: due potenti e una cittadina da rinnovare – Tullia fa da garante.

Cap. 12

Giovanni profetizza nell’antro degli esseni e Gamaliel guida i suoi sulle profezie con la figlia Zuleima presente – Progetto per restituirla a Erode in cambio di Erodiade – Il piccolo Gesù benedice il giorno.

Cap. 13

Passano cinque anni – Tullia e la storia della schiava Eutimia – Nel deserto Giovanni adulto comincia a esortare – È da credere cosa? – Brutte notizie: Zulemia è pugnalata – Sospetti e dubbi di Pilato.

Cap. 14

Il funerale è pronto – Tullia incontra il re Gamaliel – Arriva Giovanni-Elia che vieta la vendetta, elegge Areta a successore, esorta i presenti e porta via Gamaliel.

Cap. 15

Il lungo viaggio nel deserto verso la comunità iniziatica – Gamaliel in un nuovo mondo interiore – L’iscariota è rifiutato da Giovanni che lascia la guida dei suoi al re essenico per il Giordano, ad attendere Gesù.

Cap. 16

Festa solenne nella nuova Tiberidade, ma senza Erode né Tullia – Nelle rovine di Genezareth Simon mago fa il punto dei loro intrighi – Gesù è pronto per la missione salvifica.

Cap. 17

A Nazareth, Gesù desiderato da molte donne, era cresciuto amato da Maria e da Giuseppe, poi trapassato – Nel deserto, Giovanni grida alle folle, mentre Erode vorrebbe preghiere, ma riceve la giusta mercede di verità.

Cap. 18

Nella comunità essenica sotto la cura di Gamaliel, ricchi insegnamenti guidano gli aderenti, compreso Giuda, anima inquieta che non riesce a trovare Iddio.

Cap. 19

Un sabba infernale ­– Satana dichiara la sua impotenza su Dio e sul principe bianco (Gesù) – Abigael non si piega e perde la sua vita insieme alla strega offerta in sacrificio – Erodiade torna dall’esilio.

Cap. 20

Giovanni battezza al Giordano, poi si reca alla reggia di Erode per ammonire gli amanti – Al Giordano in migliaia si battezzano, anche Gesù, e dal cielo l’atto è benedetto per l’eternità.

Riflessione

 

Cap. 21

Dopo quaranta giorni nel deserto, Gesù è tentato da Satan-Nael a causa della fame – L’incontro con Barabba, l’aiuto ai carcerati.

Cap. 22

Barabba e il ricordo di Gesù bambino – Zimbla cede il figlioletto a una guardia – La seconda tentazione a Gesù.

Cap. 23

L’ultima tentazione – Giovanni medita sul battesimo a Gesù, poi riprende a predicare proprio mentre passa Salomè, sfidandolo con la sua giovane bellezza.

Cap. 24

La personalità di Tullia è resa evidente a Pilato – Premonizioni, sogni e un oracolo.

Cap. 25

Un desiderio lubrico è ordito dalla vergine Salomè tramite un citareo nano – Simon mago a corte profetizza sulla pseudo regina e sull’intraprendente terribile figlia.

Cap. 26

Eutimia è alle strette da Ponzio, ma non tradisce la sua padrona – Tullia manifesta la fede in un aldilà e Pilato la confina nella reggia – Salomè in trepidante attesa ottiene buone notizie dal nano Paride.

Cap. 27

La stretta di vite sugli zeloti, mentre gli esseni si salvano –  Erodiade trama ancora con Simon mago – Il piano di Salomè è scopeto.

Cap. 28

Nella comunità essenica guidata da Gamaniel si disquisisce sul battesimo di Giovanni a Gesù – È Egli l’atteso? – Una delegazione si propone.

Cap. 29

Da Giovanni – Solo Andrea e un sadduceo comprendono e riescono a trovare Gesù – Paride rinnova la promessa dell’incontro, ma quale sarà il fine? – Salomè in cammino, ma è seguita.

Cap. 30

L’incontro – La fine di Paride - L’arresto di Giovanni.

Cap. 31

Giovanni in carcere per volere di Simon mago, medita – Salomè dichiara il suo amore.

Cap. 32

Sommosse in Galilea a difesa di Giovanni – Pilato da Erode – Giovanni dal carcere manda i suoi discepoli da Gesù.

Cap. 33

Giovanni è rapito nel più alto dei Cieli, fin dalla Divinità primordiale.

Cap. 34

L’essenzialità di Giovanni ‘il senza peccato’ a colloquio con la Divinità/Padre/Madre/Gesù – Erode vorrebbe riscattare Giovanni mentre Eroidiade lo votrrebbe morto.

Cap. 35

Giovanni a colloquio da Erode.

Cap. 36

Gesù predica e i discepoli di Giovanni vanno a chiedere se è lui il Messia.

Cap. 37

Il carceriere vuol mediare presso il procuratore – Una sorpresa: una donna è guarita – Erode ben dispone Salomè, mentre Erodiade vorrebbe morto Giovanni.

Cap. 38

Nella cella, Cuza a colloquio con Giovanni.

Cap. 39

Giovanni è richiamato da Erode – Il vecchio carceriere ha un infarto – Erode, prima propone, poi, da re, sentenzia.

Cap. 40

La segregazione è più dura, ma dalle segrete la voce di Giovanni è ascoltata – La furia di Erodiade – Salomè ottiene un colloquio con Giovanni.

Cap. 41

Nell’infima cella – Lubriche proposte, spirituali risposte – La battaglia è vinta.

Cap. 42

Salomè ferita nell’orgoglio organizza una festa ­– Erodiade trama ancora con Simon mago.

Cap. 43

Durante un intero anno, madre e figlia si comprendono – Nella buia prigione Giovanni si spiritualizza sempre più – Simon mago trama e ottiene fiducia da Salomè.

Cap. 44

Salomè sempre più vittima di forze occulte – Giovanni accetta il suo sacrificio – Tullia si invita alla festa di Erode.

Cap. 45

La cena regale – Sfoggi e premonizioni.

Cap. 46

Prosegue il convitto regale – Altri segni – L’incredibile ballo di Salomè.

Cap. 47

La richiesta sotto l’effetto di forze demoniache: la testa

 

 

[Home Libia]  -  [home sito]

 

 

 

 

 



[1] Barracano: ampia e lunga veste di lana che indossavano gli Arabi dell’Africa settentrionale.

[2] Afflato: esalazione.

[3] Pronao: la parte anteriore di un edificio sacro.

[4] Mignam: affiliazione al tempio.

[5] Torà: libro della Legge mosaica

[6] Sciammà: nome dato in Etiopia a una tela di cotone, bianca e molto soffice, e all’indumento fatto con quel tessuto indossato indifferentemente sia dagli uomini che dalle donne.

[7] Cammeo: sta a indicare levigatezza, trasparenza di forme o anche raffinatezza, eleganza e concisione di stile.

[8] Calcide: antico nome geografico di parecchie città greche.

[9] Gineceo: presso gli antichi era la parte interna della casa riservata alle sole donne.

[10] Escatologia: ogni dottrina a carattere religioso, filosofico o più raramente scientifico, che si occupa del destino finale dell’uomo e dell’universo.

[11] L’antemurale: muro di prima difesa, nelle fortezze antiche.

[12] Paludamento: veste ampia e sfarzosa.

[13] Cabìri: Mitologia greca ma anche dell’Egitto, della Fenicia e in Asia minore, specialmente nell’isola di Samotracia di divinità arcaiche personificanti le forze telluriche e del fuoco, generalmente considerate protettici delle attività artigiane, detentrici di una potenza venerata da fabbri e fonditori.

[14] Astarte: in mitologia, nome sotto cui penetrò nel mondo greco-romano la divinità semitica Ischtar, identificata peraltro con Afrodite o Cibele.

[15] Zimarra: sopravveste indossata dai sacerdoti.

[16] Belluini: da belva, che è proprio delle belve.

[17] Discinta: di persona le cui vesti sono aperte o scomposte.

[18] Jezabel: personaggio biblico; principessa fenicia del IX sec. , moglie di Achab, re d’Israele; favorì il culto di Baal e perseguitò i profeti, tra cui Elia.

[19] Cubicolo; nell’antica casa romana, stanza per dormire.

[20] Molosso: grosso cane da guardia, di corporatura tozza e vigorosa.

[21] Precordi: secondo la scienza antica, diaframma che avvolgeva il cuore e gli organi della cavità toracica.

[22] Postierla: piccola porta secondaria, segreta, di soccorso, nelle mura di una città, di un castello, di una fortezza.

[23] Sistro: strumento musicale, usato dagli antichi egizi, costituito da una lamina metallica percorsa da verghette mobili anch’esse metalliche che, all’agitarsi dello strumento, emettevano dei suoni.

[24] Buccina: antica tromba militare, formata da un tubo di bronzo ricurvo che passava dietro le spalle del suonatore.

[25] Clangore: suono squillante di trombe.

[26] Doriferi: portatori di lancia.

[27] Volute: avvolgimento a spirale del fumo.

[28] Cimmerie: tenebrose.

[29] Triclinio: la sala da pranzo degli antichi romani.

[30] Calighe: antiche calzature romane con suola chiodata e strisce di cuoio per chiudere il piede.

[31] Chitone: veste leggera degli antichi greci, originaria dell’Oriente, stretta in vita da una cintura in modo da formare molte pieghe e fissata alle spalle con due fibbie.

[32] Contralto: voce infantile o femminile di timbro più grave.

[33] Cupido: divinità romana dell’amore, identificata con l’Eros dei greci.

[34] Sofia: dal greco sophia, ‘sapienza’.

[35] Gerofanti: sacerdoti dei misteri di Eliusi.

[36] Bacchici: di Bacco, in onore del dio Bacco.

[37] Eleusine: di Eleusi, città greca dell’Attica, famosa per i riti misterici che vi si celebravano annualmente in onore di Demetra, dea alla quale era dedicato un tempio in questa città, e detti appunto misteri eleusini.

[38] Astrea: dea della giustizia, ritenuta figlia di Zeus e di Temi, oppure secondo altre tradizioni, figlia di Astreo e di Eos.

[39] Egloga: componimento poetico di argomento agreste o pastorale, per lo più scritto in forma di dialogo.

[40] Apollinea: di tutto ciò che è paragonabile alle caratteristiche del dio Apollo.

[41] Indigeti: indigeni, nativi di quel paese

[42] Panaghia: è un attributo per indicare Maria, la madre terrena di Gesù

[43] Ipostasi: materia, sostanza, essenza propria di una cosa, persona.

[44] Mimi: commedianti.

[45] Citaredi: chi anticamente cantava accompagnandosi con la cetra.

[46] Aedi: poeti che, nell’antica Grecia, cantavano nei banchetti le gesta degli eroi.

[47] Lamie: streghe malefiche.

[48] Guazza: rugiada copiosa.

[49] Proserpina: dea romana, signora delle ombre, corrispondente alla dea greca Persefone, agreste, di auspicio per il raccolto del grano.

[50] Luburna: nave usata prima dagli antichi dalmati e poi dai romani, sottile e veloce, per lo più da guerra.

[51] Orfica: propria dell’orfismo. Movimento religioso greco nato intorno alla figura di Orfeo.

[52] Illisso: piccolo fiume dell’Attica, che scorre lungo al pianura di Atene bagnando a volte la città.

[53] Lete: il fiume dell’oblio nella mitologia greca e romana.

[54] Improperio: rimprovero. Oggi gli improperia sono una serie di responsori facenti parte della passione del Signore del Venerdì santo e corrispondono ai rimproveri di Gesù contro il Suo popolo, responsabile della crocifissione.

[55] Tabe: umore di sostanza che si corrompe.

[56] Brutteri: antica popolazione della Germania occidentale, vinta da Varo nel 12 A. C. e definitivamente da Costantino nel 310.

[57] Ostensibilmente: nel senso di visibilmente, in modo evidente.

[58] Pentelico: un tipo di marmo di color pallido che si estrae in Grecia, sul monte Pentelico.

[59] Paventa: l’essere spaventati.

[60] Immaginifico: ricco di immagini.

[61] Soma: carico che si pone sulla groppa degli animali da carico.

[62] Cenobio: luogo dove vivono in comune più monaci sotto la stessa regola.

[63] Conciliabolo: adunanza segreta di gente sospetta.

[64] Navarco: nell’antica Grecia, il comandante di una flotta.

[65] Comito: sottufficiale al quale spettava la manovra delle vele sulle galee.

[66] Trireme: tipiche possenti navi romane dalla caratteristica di avere tre file per lato di remi.

[67] Nazireo: nell’antico Israele, chi si consacrava a Dio con un nazireato.

[68] Gonzo: facile ad essere infinocchiato, credulone.

[69] Prefica: nome che si dava a ciascuna di quelle donne prezzolate che i romani mandavano innanzi ai funerali perché ostentassero un gran dolore e piangessero con copiose lacrime, cosicché la cerimonia acquistasse un tono di particolare costernazione.

[70] Cambise: nome di due re di Persia della dinastia degli Achemenidi.

[71] Cesaria: capigliatura abbondante e folta.

[72] Augusta/augusto: venerabile, sacro.

[73] Roboante: antica forma in disuso, meglio reboante, rumoroso.

[74] Fomite: tutto ciò che suscita, eccita e alimenta una passione e un vizio.

[75] Pusillanime: che manca di coraggio.

[76] Ferine: primitive, rozze.

[77] Libato: assaggiato.

[78] Immilla: il moltiplicarsi a migliaia.

[79] Artatamente: in maniera forzata, sì da costringere.

[80] Sauro: tipo di cavallo con mantello, criniera e coda di colore rosso tendente al castano.

[81] Lamie: streghe malefiche.

[82] Teratologia: dottrina che studia le mostruosità degli organismi animali e vegetali.

[83] Tregenda: gran numero di diavoli, di spiriti e di streghe.

[84] Nottola: pipistrello.

[85] Lemurie: feste celebrate in Roma, per placare e tener lontani dalla casa i lemuri, considerati perciò giorni nefasti.

[86] Ostro: porpora.

[87] Evi: plurale di ‘evo’, lunghissimo spazio di tempo.

[88] Nittalopo: da nictalopia, è il veder meglio di notte.

[89] Demagogia: governo in cui i governanti si mantengono al potere illudendo il popolo con la promessa di soddisfare i suoi desideri e le sue aspirazioni.

[90] Parossismo: il momento più acuto e più intenso della manifestazione di una malattia, stato d’irritazione.

[91] Prora: la parte anteriore di una nave, con la quale si fendono le onde.

[92] Germano: nato dallo stesso germe.

[93] Pallio: il mantello.

[94] Lenocinio: lusinga, allettamento.

[95] Onusta: carica.

[96] Nemesi: giustizia. Da Nemesi, nome col quale nella mitologia greca si indicava la dea della giustizia.

[97] Agata: è una varietà di minerale compatta e fibrofa di quarzo di diversi colori, con una tipica struttura che si trova entro delle cavità di rocce basaltiche.

[98] Laconiche: concise, di poche parole.

[99] Nerbate: frustate, bastonate.

[100] Scherani: sgherri, sicari, sbirri.

[101] Posca: mistura d’acqua e aceto, usata come dissetante o come medicamento.

[102] Nocente: che nuoce.

[103] Orbate: private dei figli.

[104] Rabbuffo: rimprovero violento, lavata di capo.

[105] Loglio: pianta delle graminacee che cresce tra le messi danneggiandole. Come la zizzania.

[106] Bistrati: tinti con il bistro, una tinta di color nero preparato con la fuliggine.

[107] Festuca: fuscello di legno o di paglia.

[108] Maliarda: persona dal fascino irresistibile.

[109] Dioniso: nella mitologia greca, figlio di Zeus e di Semele, dio del vino. Presso i romani, Bacco.

[110] Sofi: filosofi, sapienti.

[111] Sibilla: nome di leggendarie profetesse.

[112] Fisima: idea fissa, vana, senza fondamento.

[113]  Deucalione e Pirra: nella mitologia greca, gli unici superstiti del diluvio universale che cancellò dalla terra la stirpe degli uomini nati dal sangue dei giganti.

[114] Esazione: riscossione di denaro, dovuto sotto titolo di credito, tributo e simili.

[115] Largivo: generoso.

[116] Orfismo: movimento religioso a carattere misterioso e iniziatico diffuso soprattutto nel VI e V secolo A.c.

[117] Delfico: di Delfo, località della Focide, famosa perché vi si trovava l’oracolo di Apollo e il suo tempio.

[118] Pizia: sacerdotessa di Apollo che gli antichi credevano fosse invasata dal nume e avesse virtù profetiche.

[119] Tablino: ambiente dell’antica casa romana, con funzione di sala da pranzo e di sala da ricevimento; vi si accedeva dall’atrio e dava sul peristilio (tipico portico, chiostro, a colonne intorno a un edificio o a un cortile).

[120] Efebici: dall’aspetto giovanile e dalle forme delicate.

[121] Poplito: la parte posteriore dell’articolazione del ginocchio.

[122] Tuguri: misere abitazioni per gente povera.

[123] Vituperata: oltraggiata, insultata, rimproverata gravemente.

[124] Obnubilare: offuscare, annebbiare.

[125] Lorica: corazza degli antichi greci e romani che in origine era fatta di strisce di cuoio, e poi di metallo.

[126] Nardo: unguento, balsamo ricavato da piante profumate.

[127] Isidiaca: da Iside, divinità egizia

[128] Pitagorica: dottrina filosofica e scientifica elaborata dalla scuola di Pitagora

[129] Ascesi: esercizio delle virtù spirituali contemplative, volto alla soppressione degli istinti e delle passioni, oltre che alla completa rinuncia delle cose mondane, in vista della perfezione religiosa.

[130] Lari: nella mitologia romana, divinità protettrici della casa e del focolare domestico.

[131] Mani: presso i romani, le anime dei defunti e le divinità infernali che le proteggevano.

[132] Convolvolo: pianta erbacea rampicante delle convolvulacee, con fiori a campanelle di vari colori leggermente profumati.

[133] Falerno: vino prodotto nel territorio della Campania, tanto celebrato dai romani.

[134] Cibele: dea della fecondità della Terra, molto onorata in Frigia; il suo culto, di carattere orgiastico, penetrò in Grecia ove fu considerata madre degli dei e degli uomini col nome di Rea. A Roma il culto di Cibele si diffuse intorno al 205 a.C.: le furono consacrate le feste dette megalesie.

[135] Gladio: spada romana larga e corta.

[136] Beliaz: probabilmente è Belial, il dio del male presso gli ebrei.

[137] Patena: piccolo piatto d’oro o d’argento usato per ricoprire il calice.

[138] Esoterico: riservato o in parte segreto, di verità occulte o dal significato nascosto, di dottrine accessibili solo ai cosidetti iniziati.

[139] Discenza: da discere, imparare.

[140] Precettistica: complesso di regole e precetti riguardanti una disciplina.

[141] Opimo: ricco, pingue, opulento.

[142] Anfione: mitologia greca: figlio di Giove, sposo di Niobe.

[143] Musagete: attributo del dio Apollo ritenuto il capo, guida delle muse.

[144] Teogonia: parte della mitologia che tratta della generazione e discendenza degli dei.

[145] Buccina: conchiglia grossa e ovale a larga apertura che gli antichi usavano come tromba.

[146] Ametista: la più pregiata delle pietre di quarzo, è usata come gemma per l’anello vescovile.

[147] Presago: che prevede.

[148] Vello: la chioma, i capelli; in questo caso i peli del petto.

[149] Menomo: piccolissimo, minimo.

[150] Vilucchio: avvolgimento.

[151] Canto: più usato, ‘cantuccio’, in un angolo.

[152] Brincello: pezzettino, brandello.

[153] Idromele: bevanda fermentata, a base di acqua e miele; era molto usata dagli antichi, anche in sostituzione del vino.

[154] Aristobulo: era il padre di Erodiade, nipote di Erode I il grande cui si attribuisce la strage degli innocenti.

[155] Jezabel: personaggio biblico; principessa fenicia del IX secolo, moglie di Achab, re d’Israele; favorì il culto di Baal e perseguitò i profeti, tra cui Elia.

[156] Tamarisco: pianta arbusto della famiglia delle tamaricaceae. Si trova in zone sabbiose e salmastre.

[157] Perio: proveniente dall’isola di Paro, una delle Cicladi nell’Egeo, famosa per i suoi marmi candidi, di cui si avvalevano gli artisti greci.

[158] Frombole: fionde.

[159] Numidi: della Numidia. Antica regione del Nord Africa compresa tra la Mauretania (Marocco) e i territori controllati da Cartagine (Tunisia), quindi corrispondente alla parte nord orientale dell’attuale Algeria.

[160] Non cale: non stare a cuore, non importare, non interessarsi.

[161] Sidro: bevanda alcolica che si ottiene dalla fermentazione del succo delle mele, delle pere e di altra frutta.

[162] Rachidiano: della rachide o colonna vertebrale: midollo rachideo.

[163] Gangli: vasi.

[164] Gorgo: vortice formato dall’acqua corrente in quei punti dove il letto di un fiume s’avvalla e risale.

[165] Blandizie: lusinghe carezzevoli e allettatrici.

[166] Crapula: il mangiare e bere smodatamente.

[167] Alvo: il ventre materno dove si alimenta il feto.

[168] Guisa: modo, maniera, forma.

[169] Frizzi: frecciate, motteggi.

[170] Penula: mantello a campana aperto sul davanti e fermato con fibbie.

[171] Scarmigliata: scomposta, arruffata e spettinata.

[172] Contumelie: gravi e ignobili offese arrecate con parole, più per ferire moralmente che per danneggiare.

[173] Cadetto: nelle antiche famiglie nobili in cui vigeva il diritto di maggiorasco, era il figlio non primogenito escluso dalla successione.

[174] Sarcasmo: aspra e amara ironia rivolta contro qualcuno.

[175] Empito: forza violenta e distruggitrice, impeto.

[176] Metifico: pestilenziale.

[177] Intonso: che non è stato tosato.

[178] Famulo: dal latino famulus, ‘famiglio servitore’.

[179] Còmito: sottufficiale al quale spettava la manovra delle vele sulle galee.

[180] Gehenna: nel linguaggio del Nuovo Testamento, luogo di tormenti, di vergogna e di distruzione.

[181] Prisca: che è del tempo antico.

[182] Pinguedine: grassezza diffusa in ogni parte del corpo.

[183] Maliarda: affascinatrice, incantatrice.

[184] Fulva: di colore biondo rosseggiante.

[185] Foia: l’eccitazione sessuale.

[186] Esulcerata: affetta da ulcere; coperta di piccole piaghe.

[187] Tabe: nome generico di gravi malattie per lo più croniche con distruzione di tessuti infetti.

[188] Imeneo: presso greci e romani, componimento musicale a carattere corale da cantarsi mentre si accompagnava la sposa alla casa dello sposo.

[189] Idumea: nome dato dai greci e dai romani alla storica regione palestinese, oggi  Israele e Giordania, per lo più montuosa sulla sinistra del Wadi Araba, chiamata dagli ebrei Edom. È il territorio biblico dato a Esaù e ai suoi discendenti.

[190] Antro: cavità, grotta, la spelonca in cui Giovanni è prigioniero.

[191] Lilith: personaggio biblico, demone femminile che insidiava i neonati e seduceva gli uomini.

[192] Fedifrago: di chi è venuto meno a una promessa, a un giuramento.

[193] Baccante: sacerdotessa di Bacco che, durante le feste in onore del dio, percorreva furiosa le vie con i tirsi in mano, come invasata dal nume.

[194] Zagaglia: una specie di lancia, talvolta dentata, usata da certi popoli selvaggi come arma da lancio.

[195] Caròla: antico ballo di più persone che si tengono per mano e girano.

[196] Mussola: tessuto leggero di cotone, lana o seta, usato per produrre indumenti femminili.

[197] Muliebre: femminile, riferito alle donne.

[198] Smagasso: perdersi d’animo.

[199] Sconfina: da sconfinare, trasmodare, passare il limite.

[200] Noetica: la colomba di Noè dopo il diluvio.

[201] Diafana: pallida, delicata.

[202] Abulia: inerzia per mancanza di volontà, proprio delle depressioni psichiche.

[203] Mene: raggiri, maneggi occulti.

[204] Avulso: sradicato, divelto; anche isolato, estraneo al proprio contesto.

[205] Algidi: gelidi, ghiacciati.

[206] Polito: liscio, levigato.

[207] Peplo: presso gli antichi greci e romani, sopravveste femminile fatta di tessuto finissimo, bianca e ricamata.

[208] Verzura: l’insieme verdeggiante di alberi ed erbe.

[209] Eburneo: del color dell’avorio, bianco.

[210] Nèbride: pelle di leopardo.

[211] Ieratica: solenne, composta, ispirata.

[212] Calceoli: da calceolus, diminutivo di calceus, scarpa.

[213] Assisa: uniforme, divisa.

[214] Illune: che è senza Luna

[215] Atellana: grossolana commedia o farsa.

[216] Salaci: eccitanti, piccanti.

[217] Efebo: nell’antica Grecia, il giovinetto in età puberale fino ai vent’anni.

[218] Pirrica: danza di guerra degli antichi soldati spartani.

[219] Sistri: strumenti musicali.

[220] Tersicore: musa della poesia corale e della danza.

[221] Buccina: nella Roma antica era uno strumento a fiato simile al corno da caccia usato dai soldati.

[222] Tumido: pieno.

[223] Ieratiche: solenni, composte.

[224] Ingenua: nata cioè da genitori liberi.

[225] A Roma: questa indicazione è per certo sbagliata, poiché in altre rivelazioni viene riferito che Pietro non andò mai a Roma. Perciò il nome qui indicato è da riferirsi ad altra in medio Oriente.

[226] Tigellino: prefetto del pretorio; l’amicizia di Nerone lo rese potentissimo. Ottone gli impose di uccidersi.

[227] Atte: liberta greca di origine asiatica che Nerone, nonostante l’opposizione di Agrippina, preferì alla moglie Ottavia e che, dopo cinque anni, fu soppiantata da Poppea.

[228] Pulvinare: il letto degli imperatori romani in un luogo elevato, ricoperto di drappi, da dove gli imperatori assistevano ai giochi.

[229] Rovinio: il rumoroso precipitare di una cosa o di più cose insieme.