(1950 circa)

A Maria e Libia,
le mie creature fedeli,
dò, dono, dedico.
Prefazione a cura della
Associazione Pitagorica
Commentino
a cura degli “Amici della Nuova Luce”
Il testo originale reso disponibile in pdf da: Associazione Pitagorica
©
2011 Libia Bertelli Martinengo
Edizione del 1953 riveduta da Antonino Izzo
Nota del revisore:
In
calce a questa rivelazione, nell’ultimo capitolo ‘epilogo’, risulterebbe che
Pietro, come trasmesso secondo la concezione cattolica, è stato a Roma,
nonostante altre fonti storiche rivelate ad altri mistici, spiegano chiaramente
che Pietro non andò mai a Roma e morì a Bagdad. Inoltre, sempre nello stesso
capitolo al capoverso 25, viene citata la liberta Atte, amante di Nerone, della
quale storicamente si concorda che essa fu iniziata al cristianesimo da Paolo e
non da Pietro. Peraltro, anche l’episodio del dodicenne Gesù nel tempio al cap.
5 non concorda con altre rivelazioni avute precedentemente da altri mistici.
Per queste discordanze è da ritenere che la veggente sia stata probabilmente
influenzata spiritualmente, in parte dalla sua cultura religiosa cattolica.
Gesù
di Nazareth
Giovanni
l’annunziatore
Afra ancella di Salomè
Alasco mago, collega di Simon
mago
Abigael mago, collega di Simon
mago, ma si è riscattato
Areta figlio ed erede di
Gamaliel il re del deserto
Aristobulo padre di Erodiade
Atte amante di Nerone
Baal-Zebuch il demonio
Barabba il ribelle
Baruch uno dei maghi, collega di
Simon mago
Cabila una strega, collega dei
maghi
Cuza procuratore di Erode
Daida anziana schiava nubiana
di Erodiade
Davo schiavo della casa di
Cuza
Domizio
Nero detto Nerone successore di
Tiberio
Elia l’incarnazione di
Giovanni il Battista
Elisabetta madre di Giovanni e cugina di
Maria
Erode
I il grande padre di Erode Antipa e
di Filippo, detto anche Filopatore
Erode
Antipa il legittimo erede al
trono della Giudea
Erodiade moglie di Filippo, amante di
Erode madre di Salomè
Euristo discepolo di Gamaliel
Eutimia schiava prediletta di
Tullia, moglie di Pilato
Filippo fratello di Erode Antipa
Gamaliel re del deserto, padre di
Zuleima
Giovanna moglie d Cuza, guarita da
Gesù
Giuda pseudo discepolo di
Gamaliel, il futuro apostolo
Giuseppe padre putativo di Gesù
Giuseppe d’Arimatea seguace
di Gesù
Hanna sommo sacerdote, sadduceo indicato spesso come ‘pontefice’
Herbioz schiavo trace di Ponzio
Pilato
Jezabel Erodiade reincarnata,
personaggio biblico
Tullia
Paolina moglie di Pilato
Macrone prefetto di Tiberio, soffocò
lo stesso a Capri
Maria madre di Gesù
Paride citaredo di Salomè
Pilato Ponzio, prefetto di
Roma in Palestina, amico di Seneca
Poppea amante di Nerone
Ruaghi la schiava di Barabba
Satana il demonio
Salomè figlia di Erodiade e di
Filippo
Satan-Nael il demonio
Seiano il prefetto del pretorio
(primo ministro) sotto Tiberio
Seneca maestro di Nerone, diresse
la politica imperiale
Simon
mago il mago che fu la rovina
del regno di Erode
Simon
Pietro detto Chefa, apostolo
del Signore
Sofronia nutrice di Giovanna
Tiberio imperatore di Roma
Tigellino prefetto del Pretorio sotto
Nerone
Tito imperatore romano,
distrusse Gerusalemme
Trace schiavo fedele di
Pilato
Tropheo il carceriere di Erode
Vergulo un còmito di Erode
Zaccaria sommo sacerdote e Padre di
Giovanni
Zebedeo discepolo di Gamaliel
Zimbla moglie di Barabba
Zobeida l’assira ancella di
Erodiade
Zuleima moglie legittima di Erode
e figlia di Gamaliel
[indice]
۞
« Io sono la voce di uno che grida
nel deserto:
preparate le vie del Signore»
1.
Era un
meriggio assolato, le montagne della Galilea sostavano sotto il Sole come una
mandria di corpulente e tristi mucche assonnate. Ai margini della montagna, il
deserto pietroso e salino (ch’era stato un fondo di mare) si stendeva sotto il Sole,
appunto, come un immobile mare. Qua e là sinistramente luccicava la calce di un
mucchio di irriconoscibili ossami. Lontano, a perdita d’occhio, un luccichio
azzurro che, a tratti, brillava e spariva: il Giordano semi secco. Calura,
Sole, silenzio e solitudine quasi corporea, tanto la sua sensazione prendeva
alla gola ed era presente in ogni riposta piega del panorama spietato.
2.
Ma pure, in
quella che pareva assoluta sospensione di vita, due esseri vivevano e
pensavano, due esseri sopra i quali nulla poteva il deserto, né la calura, né
il silenzio oppressivo, essere la solitudine piena. E questi due esseri, almeno
apparentemente, si ignoravano tra di loro. L’uno, un vecchio, vestito come un
beduino, con una sorta di candido barracano[1]
che lo avvolgeva interamente, era seduto sopra un masso, immoto sotto il Sole,
con il profilo da sparviero, addolcito solo dallo sguardo di due inverosimili
occhi azzurri rivolti verso il Giordano lucente; l’altro, un fanciullo sì e no
settenne, nudo come un verme, ad eccezione di uno straccio intorno alle reni,
color del bronzo fuso, magro come una cavalletta affamata che, dissimulandosi
dietro un cumulo di ossami, cercava di avvicinarsi, non visto, al beduino
immoto; ma un largo tratto di sabbia bianca e bruciante lo separava e, se
voleva accostarsi, non poteva farlo che palesemente.
3.
Il fanciullo
esitò lungamente poi, decidendosi, si alzò in piedi e attraversò lentamente –
con una strana dignità – il tratto assolato dirigendosi verso il beduino che
non aveva mutato il suo atteggiamento, pur avendo subito notato il minuscolo
abitante del deserto.
4.
A tre passi di
distanza il fanciullo si fermò e, portate le mani al petto, fece un rispettoso
salaam; rialzandosi, fissò sul beduino lo sguardo ardito di due occhioni neri
morati, pieni di una fiamma segreta e inespressa, dicendo: «Padre, che cosa
aspetti nel deserto?».
5.
Il beduino voltò
il capo appena appena e, balenando nell’occhio dolce e severo un accenno di
sorriso, rispose: «E tu, lucertola?».
6.
«Non so, Padre,
amo il deserto e le sue voci, e spesso ho il cuore gonfio di pena, ma pure ad
alta voce il deserto mi chiama... mi chiama... e corro a lui dalla mia casa;
non ho paura della iena. Così ti ho visto più lune, ti ho amato come il destro,
ho voluto sentir la tua voce per sapere se anche a te parla nella notte il
grande Spirito solitario».
7.
Il beduino
ascoltò con attenzione lo sconclusionato discorso del bimbo e, quando tacque,
non rispose subito, compiacendosi di fissare in quei begli occhioni morati, il
suo azzurro sguardo di aquila. Poi, lentamente, disse: «Sì, lucertola, anche a
me si manifesta il grande Spirito solitario, ed io pure amo il deserto. Forse
il deserto da molte lune mi ha parlato di te, perchè sapevo che ti avrei
incontrato, ma non mi aveva detto che eri una lucertola così piccola! Sei
dunque tanto infelice tra gli umani che, cosi infante, cerchi la compagnia
delle iene e degli scheletri? Non hai una madre che stia in pena per te, una
sorella che ti canti a sera le dolci leggende degli elohim?».
8.
«Non sono
infelice tra gli uomini, ma mi annoiano, essi non sanno tacere né parlare, e
ridono se parlo loro del grande Spirito solitario! Ho madre e padre. Mio padre
serve nel Tempio: è il sacerdote Zaccaria».
9.
Il beduino
accennò con il ciglio un sì: «Lo conosco! Degno e venerabile uomo la cui fama è
giunta lontano... Ma allora, se tuo padre è il sacerdote Zaccaria, tu sei
Giovanni, piccola lucertola?».
10.
«Sì, sono
Giovanni».
11.
«Vedi, bimbo, il
grande Spirito solitario non ha ingannato me, né te; ci ha chiamati nel deserto
perchè ci dovevamo incontrare. Più tardi dovrò dirti qualcosa, Giovanni, ma ora
è presto; torna da tuo padre e digli: “Gamaliel,
il beduino ti saluta con il saluto della pace, e ti rimanda dal deserto
Giovanni del deserto”. Ti ricorderai, bimbo?».
12.
«Sì, padre,
rispose serio il fanciullo: ma ti vedrò ancora?».
13.
Il beduino mise
sulla nuda spalla del bimbo una mano stranamente bianca e morbida e, chinando
il volto in modo sparviero verso l’arruffio bruno dei riccioli infantili,
rispose: «Tra quattordici lune torna al deserto, avrò allora da dirti qualcosa,
ma fino a quel momento rimani con tua madre e dalle gioia; rimani con tuo padre
e servi con lui nel Tempio all’Elohim Jehova. Servi con fedeltà assoluta rituale,
non domandare nulla neppure a te stesso. A suo tempo capirai da te senza
bisogno di domandare, sii libero come il deserto, capisci?».
14.
«Sì, padre!».
15.
«Soprattutto sii
libero, perchè l’uomo ha in sè il suo padrone, esso si chiama ‘abitudine’».
16.
Il vecchio e il
fanciullo tacquero guardandosi negli occhi con uno sguardo grave come un
giuramento. Poi, senza una parola, senza un saluto, si voltarono le spalle
allontanandosi in opposte direzioni, mentre tra loro il deserto si frammetteva
con la sua luce e il suo silenzio, come un fluido eterico.
* * *
17.
Nella silenziosa
maestà del Tempio del Signore, il vecchio Zaccaria attendeva alle funzioni del
suo stato; assorto in una dolce meditazione tale da metterte una luce umida nel
suo sguardo, spento dalla vecchiaia, più che meditare, ricordò quanto otto anni
prima gli era capitato in quel medesimo Tempio. Riudì nel ricordo, la voce
pacata e staccata dell’annunziatore invisibile e la forma dell’incredibile
annunzio e, nella lotta del dubbio, la conferma della controprova data come una
punizione. Rivisse i mesi dell’attesa trepidante; rivisse la bella nazarena
gravida anch’essa di un parto divino, la quale aveva affrontato il rischio e il
peso del lungo viaggio per trovare nella gravidanza misteriosa della cugina la
conferma della propria, e risentì l’afflato[2]
del soffio divino che, alla nascita prodigiosa dell’Atteso, a lui era uscito
dalle labbra dischiuse in un profetico inno.
18.
Da allora erano
passati anni, le immagini si erano scolorite, gli avvenimenti erano stati
dimenticati, ma vivo era rimasto l’avvenimento di cui il piccolo Giovanni era
la prova vivente.
19.
Il piccolo strano
Giovanni! L’amore e il tormento della vecchia Elisabetta, la causa della sua
perenne ansietà per le solitarie scorribande nel deserto con le allucinate
notti piene di visioni, con il fuoco profetico bruciante come una fiamma nei
grandi occhi morati del figlio, sbocciato dal grembo sterile, come un fiore
prodigioso nella pietraia del deserto.
20.
Il vecchio
sacerdote trasalì improvvisamente. Qualcosa lo aveva toccato traendolo dalla
sua astrazione e, subito, vide che questo qualcosa era la manina bronzea del
figliolo che l’aveva raggiunto nel Tempio camminando silenziosamente sui piedi
nudi.
21.
«Tu?» – farfugliò
Zaccaria. – «Che ci fai qui? Esci, non devi entrare nel Tempio seminudo! Non
sai che qui c’è lo Spirito di Dio?».
22.
«Sì, padre, ma in
che cosa può Egli offendersi? Sono pulito, ho fatto il bagno e porto a Lui il
corpo che mi ha dato. Non ripeti spesso tu, padre, che nudi usciamo dalla mano
di Dio, e nudi torniamo a Lui?».
23.
«Sì, ...sì, ...ma
vedi, ...il rispetto al luogo santo, ...ai fedeli!».
24.
«Allora, non a
Dio?». – Zaccaria preferì interrompere e, preso per mano il figlio, uscì dal
Tempio. – «È durata poco stavolta la tua scorribanda nel deserto», riprese a
dire non appena furono nel pronao[3].
25.
Il bimbo levò il
suo visetto grave nel rispondere: «Sì, e per ora non vi torno più».
26.
«Dio sia lodato!»
– esclamò Zaccaria. – «…e a che si deve questa bella decisione?»
27.
Un lungo silenzio
da parte del piccolo, poi, con quel tono assente ch’era in lui una
caratteristica, per la quale il discorso somigliava a un soliloquio, Giovanni
riprese: «Alla fine l’ho incontrato, sai? E mi ha detto di salutarti con il
saluto della pace».
28.
«Chi hai
incontrato?».
29.
«Gamaliel!».
30.
«Chi?».
31.
«Gamaliel!».
32.
«E chi è
costui?».
33.
«Il vecchio del
deserto di cui mi aveva parlato lo Spirito solitario; anche a lui aveva parlato
e mi aspettava».
34.
«Mah! Parli di un
uomo o di una visione? ».
35.
«Di un uomo!».
36.
«Di un uomo?
Bene, e che ti ha detto?».
37.
«Mi ha detto di
salutarti con il saluto della pace, perchè sei un vecchio e venerabile uomo, e
aggiunse di ritornare al fianco di mia madre per darle gioia, e al tuo fianco
per servire nel Tempio all’Elohim Jehova, ...e che tra quattordici lune lo
rivedrò nel deserto».
38.
«Uomo o spirito
che sia, sia comunque benedetto colui che ti ridà ai tuoi genitori. Così, così,
dunque ti ha detto questo Gam... Gamaliel?».
39.
«Sì, padre, e
voglio dar gioia a mia madre e servire con te all’Elohim Jehova».
40.
«Oh, Giovanni, che
cosa buona oggi mi porti! Dunque, andiamo a casa, e domani entrerai tra gli
accoliti di Jehova».
41.
«Dell’Elohim
Jehova, padre?».
42.
«Ma no, …piccolo,
Jehova è il Signore; il Santo non è proprio un Elohim! Gli elohim Lo servono».
43.
«Ma, che ti
prende?» – gridò Zaccaria affrettandosi a sostenere il figlio che, rigido,
livido nel volto, con gli occhi sbarrati, cadeva all’indietro. – «Giovanni!
Giovanni! Signore dei padri! Che succede, Giovanni?». Ma Giovanni, muto e
immobile, rigido, gelido, non dava segno di intendere o di rispondere. D’un
tratto un grande sussulto lo scosse, un rantolo rauco uscì dalla bocca
contratta, e il corpicino si erse terribile, quasi duplicato in altezza, mentre
dalle labbra infantili usciva, con un grido, una voce stentorea...: «Ed ecco
che io… ‘sono la voce che grida nel deserto. Preparate le vie del Signore! Fate
che le vie storte diventino dritte e le aspre addolcite; siano abbassate le
montagne e colmate le valli, perchè sta per venire il giorno del Signore!».
44.
«Onnipotente
Iddio», – gridò Zaccaria – «…ecco che lo spirito è sopra di lui!».
45.
«Chi sei,
spirito? E in nome di chi parli?».
46.
“Io sono Elia e
vivo in questo corpo, e condurrò le genti a penitenza per mezzo di questo corpo
e sarò come un’alba, e dopo di me verrà il Sole e io sarò come il lampo, e dopo
di me verrà il tuono, perchè i tempi si sono adempiuti e le promesse furono
compiute. Tu non dovrai ostacolarmi fino a che il Tempio non sarà distrutto e
riedificato”.
47.
«Elia! Elia, abbi
pietà del corpicino che squassi, lasciami ancora mio figlio», pregò Zaccaria
cercando con le sue deboli vecchie braccia di trattenere l’invasato!
48.
Intanto un gruppo
di fedeli e di popolo si era riunito intorno al pietoso spettacolo, e le parole
dello spirito risuonavano sbigottendo i presenti.
49.
« ... ecco che il
Re di giustizia viene, piegherà il ginocchio innanzi a Lui ogni creata carne».
50.
«Dunque il Messia
verrà?» – interruppe la voce corale del popolo. «Verrà a salvare Israele?».
51.
«Egli è già
venuto e salverà tutte le genti che onoreranno il Suo nome».
52.
«Dicci dunque chi
è? Sei forse tu stesso?».
53.
«No, non sono io.
Io vi battezzerò nell’acqua, ma Lui vi battezzerà nel fuoco e Spirito Santo. Vi
svelerà il segreto del Tempio. Vi salverà!».
54.
Il delirio
dell’invasato era giunto al suo culmine; due uomini robusti non potevano
frenarne l’impeto impetuoso.
55.
Eretto nella
persona, appena sfiorante la terra con i piedini, con la tempestosa chioma
piena di raggi, la bocca arsa dal grande grido, gli occhi che vedevano
l’Invisibile, Giovanni era la vivente immagine di Elia sul carro di fuoco. La
mano minacciante si stese.
56.
«Guai a te
generazione perversa e indolente, se non ti piegherai a penitenza!».
57.
Ma la possessione
cessò di colpo. Crollò tra le braccia degli astanti e, solo un po’ pallido,
agitato appena da un tremito leggero, riaprì gli occhioni ritornati umani in
faccia al padre. Ma non chiese cosa fosse accaduto, ...lo sapeva, ...disse
solo: «Portami via, padre, portami via».
58.
«Sì, amor mio,
sì» – rispose il vecchio sacerdote sollevando sulle braccia il corpicino
esausto, – «sì, a casa, a casa».
59.
E tra la folla
che rispettosa si aprì, Zaccaria si allontanò con il suo fardello.
[indice]
۞
«Rachele piange
e non vuol essere consolata,
perchè i suoi figli non sono più»
1.
L’indomani
Zaccaria non poté iniziare ai servizi del Tempio il suo figliolo, perchè
sfinito per l’eccesso medianico. Egli fu affidato alle tenere cure materne.
Zaccaria non era inquieto, nè stupito per l’avvenuto, anzi se l’aspettava da
tempo.
2.
Discendente per
parte di padre da una lunga progenie di profeti, profeta lui stesso, il piccolo
Giovanni era come predestinato all’invasamento divino. Già nella prima infanzia
si era mostrato strano e schivo, diverso dagli altri bimbi, ma non aveva mai
avuto crisi vere e proprie. La prima perciò era stata di una violenza
inconsueta, seppure contenuta, e nel vecchio sacerdote di Jehova c’era una
titubanza di paura sugli effetti di una seconda crisi che fortunatamente non
venne.
* * *
3.
Dopo pochi
giorni, Giovanni, completamente ristabilito, entrò tra gli accoliti del Tempio
e vide spostato il limite dell’iniziazione virile anticipata – per eccezione a
lui fatta – il ‘Mignam’[4]
a otto anni non compiuti, anzichè a dodici come richiedeva
4.
Entrando nel
Tempio, Giovanni sembrò normalizzarsi completamente e tra gli accoliti si
distinse in breve per il rispetto al rituale e lo zelo alla Legge. A parte
quello, divenne dolce e mite, affabile con la vecchia madre, quasi affettuoso
con gli altri fanciulli e sembrò del tutto abbandonato dall’ansia di conoscere,
dalla sete di conoscenza; mai fece una domanda sulla ‘Torà[5],
mai un perchè sui riti, mai una frase sulle manifeste incongruenze del
cerimoniale. Zaccaria non sapeva se rallegrarsi o meno. Alla sua mente
consapevole il figlio sfuggiva oggi più che mai, ed egli se lo sentiva estraneo
e staccato, non potendo, a par della
moglie, rallegrarsi della sua presenza puramente fisica. Elisabetta,
invece, era una madre felice! Inaspettatamente, allorquando si era rassegnata
ad essere infeconda, aveva portato con amore e tremore immenso la sua creatura
nel seno, quasi nutrendosi essa stessa della vita dolce e terribile che in lei
veniva formandosi in un essere umano.
5.
Durante la visita
della cugina Maria, aveva vissuto in una specie di estasi. La profezia era
fiorita sulle sue labbra come un medianico saluto del nascituro all’Eletta. Ma
con il parto, questo celeste ardore s’era spento e, in Elisabetta, la madre
carnale, la madre spasmodicamente innamorata del suo nato, aveva avuto il
sopravvento. Giovanni era il miracolo di Dio, ma era soprattutto suo figlio,
l’essere sbocciato da lei, nato da lei, nutrito da lei e lei, lo amava come la
parte più viva dell’essere suo. Lo amava come la leonessa ama il leoncino,
tanto che, nell’amore del figlio, s’era spento il sentimento religioso. Per
Elisabetta, Dio era il rivale, il nemico, colui che la privava del suo
Giovanni, che glielo allontanava spingendolo nel deserto, e più lo vedeva
crescere in virtù, più si ribellava e si aggrappava alla fragile persona del
bimbo ribelle all’amore, sfuggente alle carezze. Riaverlo ora tutto suo, buono
e quieto, senza più accesi quegli occhioni morati alla fiammella della
divinazione, per Elisabetta era felicità insperata e completa, e la povera
vecchietta osava perfino abbandonarsi al sogno e rallegrarsi di vederlo bello,
prestante più d’ogni altro figlio di donna, il portato del suo seno. Ecco –
pensava – egli crescendo sarebbe divenuto sacerdote come suo padre e ne avrebbe
avuto il posto, avrebbe sposato una bruna figlia d’Israele, avrebbe avuto figli
e avrebbe chiuso in pace i suoi occhi.
6.
Un sospiro le
gonfiò il seno, un sospiro di piacere, tanto il sogno era vivido. Riscossasi,
Elisabetta guardò Giovanni che ora entrava in casa con il padre dopo il
servizio al Tempio. … Un gelo improvviso le strinse il cuore, nell’accolito
adolescente che, entrando, rivide, …un piccolo segno troppo dolorosamente a lei
noto, quel ‘lampo’. Il lampo bruciante negli occhi nerissimi, il lampo
annunciatore che le visioni tornavano. – «Giovanni!», gridò dolorosamente...
7.
«Madre!», –
rispose il figlio abbracciandola.
8.
Elisabetta lo
strinse a sè, rovesciò la bella testa riccioluta per guardare negli occhi la
terribile luce, poi scoppiò in singhiozzi! Il figlio le si strinse affettuoso
ma silenzioso, e ad Elisabetta erano ben noti i silenzi di Giovanni. A cena,
mentre Zaccaria spezzava il pane, Giovanni uscì all’improvviso con una domanda
strana: «Quando sorge la Luna nuova, padre?».
9.
«Fra due giorni,
piccolo, perché?».
10.
«È la quattordicesima
da allora!».
11.
Intorno al
tavolo, …fu pesante il silenzio. Lo ruppe Zaccaria: «Già, la quattordicesima; e
tu, ...che farai, Giovanni?».
12.
«Andrò là».
13.
«Nel deserto?».
14.
Il figlio chinò
il capo assentendo.
15.
«Dunque, non
l’hai dimenticato?».
16.
«Perché dovrei
dimenticarlo?».
17.
«E credi di
rivederlo, …quel Gamaliel?».
18.
«Sì».
19.
«Ma pensa,
piccino mio, se è mai possibile... che un maestro così saggio... si ricordi di
un bimbo come te!».
20.
«Appunto perché è
saggio si ricorda di un bimbo come me. Perchè allora m’avrebbe dato
l’appuntamento? Non l’avevo chiesto io...».
21.
«Ma che t’importa
di quel vecchio?» – gridò astiosa Elisabetta. – «Non hai qui tuo padre e tua
madre? Non è qui la tua casa? Perché correre nei pericoli del deserto per
rivedere un vecchio pazzo?».
22.
«Madre, …non è un
vecchio pazzo. Mio padre ha testé affermato che è un saggio maestro, ed io
cerco il maestro come mi ha detto lo Spirito solitario».
23.
Elisabetta aprì
la bocca per rispondere, ma un breve gesto di Zaccaria la fece tacere.
24.
«Giovanni!» –
disse il padre con gravità più severa e dolce allo stesso tempo. – «Ascoltami
attentamente e non distrarti. Tu lo sai che ti ho sempre preso sul serio e che
ho avuto prova avendo visto bene come lo spirito possa impadronirsi di te. Io
pure ho sentito il fuoco profetico scorrermi nelle vene (e tua madre discende
da una lunga progenie di profeti fino ad Aronne) perciò ti ho potuto seguire
fin qui e non contrariarti; ma se si ha il dovere di non ostacolare lo spirito
di profezia, si ha anche il dovere di accertarsi quale ne sia l’origine. Nelle
tue ore di visione, hai chiesto un segno al Signore?».
25.
«No!» – rispose
candido il fanciullo. – «Perché avrei dovuto farlo?».
26.
«Ma tu ignori,
bimbo mio, come noi possiamo essere insidiati da uno spirito ingannatore e come
esso si travesta e si trasmuti per trarre in inganno e in menzogna gl’incauti
che a lui troppo docilmente si abbandonano!» .
27.
«No, padre, non
ignoro ciò, ma non ignoro neppure come tra l’ingannatore e l’ingannato si
accenni lo stabilirsi di un rapporto di volontà. L’ingannato vuol essere
ingannato!
28.
La menzogna vuole
averla chi la desidera, chi di essa si lusinga, chi in essa trova il suo
pascolo; ma chi non si lusinga, chi non vuol essere lusingato, …non sarà
lusingato, e lo Spirito solitario non mi ha mai lusingato, perciò io ho creduto
in Lui senza segni, nè avrei stimato degno di noi chiedergli un segno. Allo
Spirito solitario si crede o non si crede, si accetta o non si accetta, ma non
si patteggia con lui».
29.
«Non si patteggia
con lui?!» – gridò Zaccaria. – «Tuttavia lo stesso Signore Iddio strinse patto
di pace tra Lui e Israele!».
30.
Giovanni sorrise
e tacque.
31.
Zaccaria
sospirò... «E che altro ti ha detto lo Spirito solitario?» – riprese
rivolgendosi al figlio.
32.
«Mi ha detto che
io annunzierò alle genti la grande penitenza e che verrà chi metterà la spada
nei legami della carne e del sangue, affinché gli uomini spezzino i vincoli
della carne e, …stringano quelli dello spirito, e che non vi saranno più ebrei
né gentili, greci o barbari, ma un solo ovile e un solo Pastore ».
33.
«E ti ha detto
che ne sarà di te, figlio mio?».
34.
«Sì, che tornerò
presto donde son venuto!». Queste ultime parole, però, furono espresse tanto
piano, che Elisabetta non le udì, e Zaccaria seppe riceverle nel cuore senza
che esso si spezzasse, per pietà della madre in lacrime.
35.
«...nel deserto!
Perchè ti manda nel deserto?».
36.
«Perché ivi
troverò il maestro che mi inizierà al mistero della conoscenza e mi rivelerà i
segreti della vita».
37.
«E questi segreti
non può rivelarteli lo Spirito solitario qui in casa tua?».
38.
«No! Mi ha detto
che non deve rivelarmeli, ma che io devo saperli».
39.
«Nel deserto?».
40.
«Sì!».
41.
Nel silenzio si
sentì risuonare solo il pianto della madre.
42.
«Oh!» – proruppe
l’assai infelice. – «Oh, dalle montagne, dalla roccia, dovrebbero nascere i
profeti e i salvatori! Non dalle viscere di una donna! Ecco ch’io non ho più
figlio; lo so, lo sento. Ti perdo, ti perdo! E io, …ti ho partorito con tanto
spasimo! Perchè incingermi di te, perchè? Per perderti?».
43.
«Madre!» –
echeggiò severa la voce argentina di Giovanni. – «Rientra in te. Questo
linguaggio non conviene alla donna cui prescelse lo spirito di vita. A che ti
valse servir nel Tempio per tutta la tua vita, se piegar non sai il capo ai
decreti dell’Altissimo?».
44.
«Oh, Giovanni!
No, non così, bimbo mio, piccolo mio! Non così!» gridò la dolente tendendo
verso il figlio le braccia. «Non così, ...tu sei mio figlio!».
45.
«Per volontà
dell’Altissimo, ma non contro
46.
E ciò detto,
Giovanni, ridivenuto umano, andò a inginocchiarsî ai piedi della madre e disse:
«Benedicimi, madre! Ti ho molto amato. Sei buona, madre mia, e l’Altissimo che
mi ti ha dato e mi ti toglie, ti consolerà. Noi dobbiamo separarci, ma sulla
Terra tutto è separazione, madre!».
47.
«Giovanni,
Giovanni mio!» – e altro dire non poté, soffocata dal pianto.
48.
Giovanni però si
era già alzato ed era uscito dalla stanza. I due vecchi erano rimasti soli,
l’una con lo strazio infinito, l’altro con la mente greve dell’ora profetica e
il cuore spezzato da una doppia tristezza. Un abbraccio di naufraghi avvicinò
le teste canute e mescolò l’amarezza delle lacrime!
[indice]
۞
«Chi è costei
che sale dal deserto,
bella come la Luna,
appoggiata al suo diletto?»
1.
Quel giorno il disco giallo del
Sole, affacciandosi all’orlo del deserto pietroso, poteva credere di aver
sbagliato strada, tanta era l’animazione, il movimento che vedeva dominarvi.
Carri dietro carri, legionari romani e soldati idumei alla rinfusa con mercanti,
portatori d’acqua, schiavi, sacerdoti d’Israele e altra gente; pellegrini e
mendicanti, profusione di barracani e sciammà[6],
splendore di elmi, scintillio di armi e di gioielli, arruffio di animali da
soma e veicoli d’ogni sorta e specie. Un intero popolo pareva trasmigrare con
tutte le sue cose. Qualcosa, infatti, trasmigrava con tutto il peso di una
lunga serie di delitti, ...una razza di Re. Erode Antipa, dopo anni di lotte e
di intrighi, con l’appoggio dei romani, sbalzato dal trono (ove la follia
senile del vecchio Erode l’aveva posto a dispetto degli stessi romani) il
fratello minore Filippo, rientrava nella sede regale della tetrarchia e si
dirigeva, assetato d’imperio, a marce forzate, verso Gerusalemme. Nel deserto,
come nell’estuario di un mare, si mescolavano, si confondevano e, ...si
ignoravano i partigiani del re vinto con i gregari del vincitore;
…s’ignoravano, a meno che odi o vendette personali non cercassero tra le dune
calcificate, l’occasione propizia per lo sfogo, preparando per le notti piene
di fremiti, lauti pasti per le iene.
2.
In riva al
Giordano, il fiume umano che scendeva da Gerusalemme e quello che vi saliva,
sostava nel mezzogiorno di fuoco: sotto le tende, rapidamente erette, andò
calmandosi grado a grado l’agitazione febbrile, stremata dalla calma
opprimente.
3.
In una tenda, la
più sontuosa di fregi, sopra un letto di pelli preziose, una donna dal florido
seno e dal profilo di cammeo[7],
giaceva senza riposare. La veste di bisso discinta svelava la tenera meraviglia
rosea di carni amorosamente plasmate per il sogno di voluttà. Alla base del
collo, una collana di piccoli rubini della Calcide[8]
formava un ornamento sinistro, simile al taglio di una scimitarra. Sulla fronte
regale un’ombra, un’ansia tormentosa pesava immobile nella riga dritta delle
sopracciglia avvicinate, e le rosse labbra, chiuse sui denti perlacei,
sembravano aver perduto l’uso del sorriso.
4.
La bellissima era
Erodiate, consorte del vinto Filippo. Donna d’animo regale, non priva di
istintiva nobiltà, essa aveva visto la sua giovinezza e la sua anima,
violentate dalla ragion di stato e dal capriccio reale. Promessa giovanissima
in sposa ad Erode Antipa, l’aveva amato con l’impeto e la tenacia del primo
risveglio verginale. Strappata poscia a lui e data in moglie al di lui
fratello, aveva subito la sua sorte con amaro silenzio, conscia di tutti gli
oneri della corona. Forse avrebbe amato Filippo (dal quale ebbe subito una
bimba) se egli fosse stato uomo d’azione e di volontà virile. Ma rivelatosi
vizioso, depravato, dedito a tutte le bassezze, superbo e crudele, astuto e
miserabile, ella non poté in breve che sentirne una repulsione profonda e
riaccendere, in tortura di spasmodica nostalgia, il ricordo di Erode, bello,
ardito, perseguitato, infelice. Dal fondo del gineceo[9],
senza speranza per sè, senza egoismo, aveva seguito la lotta tra i due fratelli
facendo voti per Antipa, pregando il cielo di dare la corona a colui cui era
stata strappata unitamente alla sposa. Ora, nella fuga, seguiva l’ignavo
consorte portando seco la piccola Salomè – unico pegno del connubio maledetto –
dopo aver appreso che Erode avanzava, verso Gerusalemme, trionfante, con a
fianco la legittima sposa – Zuleima – la figlia del re dei beduini del deserto,
che tanto aveva fatto per accelerare l’ora del trionfo.
5.
Il pensiero di
Zuleima straziava il geloso cuore di Erodiade.
6.
La esasperava la
presenza della rivale felice al fianco dell’uomo amato, e preferì non vederla.
Seguiva ora Filippo verso l’incertezza dell’esilio, non ben gradita compagna,
seppure universalmente ammirata.
7.
Erodiade,
tormentata dall’insonnia, si levò di botto e batté le mani. Subito una schiava
nubiana apparve e le s’inchinò reverente.
8.
«Daida!» – disse
Erodiade. – «Avvicinati a me». La nubiana si accostò, era anziana aveva un
volto intelligente e dolce.
9.
«Amata regina» –
disse, – «soffri?».
10.
«Sì, Daida! Solo
tu mi capisci in silenzio, …solo tu sai il male che mi rode qui. Ma un rimedio
per questo male non lo conosci?».
11.
«Amata regina!
Solo la morte è il rimedio al tuo male, ma ad essa non hai diritto di pensare.
Che ne sarebbe di Salomè senza di te?».
12.
«Lo so, Daida.
Salomè, ...tu non pensi che a lei. Tu l’ami, …quasi più di me. Ma io soffro,
soffro! Daida, dimmi: …è bella? È bella come dicono?».
13.
«Perché ti strazi
con le tue mani, o regina? Abbi pietà di te stessa; che vuoi fare contro il
karma? Tu sai come il karma, solo il karma ti ha tolto il tuo amore. Ho pregato
con te, per la sua vittoria; ho pianto con te, ho amato per amor tuo i nemici
del re, …perchè erano gli amici di lui. Oggi non posso reggere a vederti
smaniare di gelosia, vederti inferiore a te stessa. Amata! Amata regina! Sai
bene che Zuleima salvò il tuo amore allorchè era perseguitato!
14.
Tu stessa me
l’hai narrato. Oggi lei trionfa per lui, esulta per lui, forse l’ama e non ne è
riamata che per riconoscenza, poiché così vuole il karma, poichè così è fissato
lassù».
15.
«Basta, Daida,
basta!» – gridò Erodiade. – «Non ne posso più. Io impazzisco se non lo vedo,
se... – Che accade?».
16.
Uno strepitio
risuonò nel campo, un calpestio di cavalli, un tintinnio di armi, un clamore di
guerrieri sopravvenienti. Erodiade balzò in piedi: nella piccola mano scintillò
un pugnale, mentre allontanava la nubiana che si era parata a farle scudo con
il corpo.
17.
Terribile, mosse
un passo verso la soglia della tenda proprio allorchè essa veniva oltrepassata
da un guerriero ansante, armato di tutto punto. Il pugnale cadde dalla mano
della donna...
18.
«Erode!».
19.
«Erodiade!».
20.
Una risata
spaventosa squassò il petto della regina...
21.
«Erode! ... Oh,
Daida! Così si vince il karma!». E si gettò tra le braccia dell’amato come in
un gorgo di perdizione e di cielo!
22.
Pochi minuti dopo
Erode, Erodiade, Daida e la piccola Salomè in braccio a quest’ultima, chiusi in
un cerchio lucente di armati, lasciavano il campo del vinto e, con tutta la
velocità dei cavalli berberi, si lanciarono attraverso il deserto verso
Gerusalemme. Dopo due ore di pazza corsa, rallentarono per lasciar passare una
lunga carovana di carri e di mercanzie diretta alla capitale. In coda un
beduino, avvolto in un baraccano bianco come la neve, camminava lentamente con
a fianco un fanciullo bruno, coperto solo da una corta tunica.
23.
La coppia passò
vicinissima al cavallo di Erode che nitrì inquieto e sfiorò la veste di Daida,
la quale cullava, contro il suo cuore, Salomè addormentata. La bimba aprì gli
occhi fulgenti, mentre il fanciullo bruno levava i suoi a guardarla. Fu un
attimo breve, poi Salomè nascose il visino nelle vesti della nubiana e scoppiò
in pianto, mentre la coppia strana si allontanava nel deserto in direzione
opposta a Gerusalemme!
[indice]
۞
« Ignoro l’anima del criminale,
ma vidi quella di un uomo onesto:
ne ebbi paura »
1.
A
Gerusalemme l’eco delle feste andava gradualmente spegnendosi.
2.
Il tetrarca Erode
si era comportato da buon politico, e non solo non si era incrudelito contro i
fautori del fratello Filippo, ma aveva accettato per buone le loro scusanti, e
aveva dimostrato di gradire le manifestazioni di sottomissione e le
dichiarazioni di fedeltà. Aveva insediato Hanna, il sadduceo, nel Tempio come
sommo sacerdote, nonostante la sua nota connivenza con Filippo, donandolo
scaltramente a Ponzio, cui premeva non aver nel Tempio d’Israele degli zeloti e
tanto meno dei farisei, per poter governare l’inquieta provincia palestinese
con un minimo di perdite umane.
3.
Ponzio, prefetto
della Palestina, amico personale di Seneca, si ostinava d’essere uomo di studi,
e teneva al titolo di philantropos (amico
degli uomini), in realtà era rotto a tutti i vizi dell’epoca, meno che a quelli
richiedenti del rischio, e non ci teneva affatto di tornare a Roma sotto forma
di ‘effigie funebre’. Conosceva gli ebrei per lunga pratica e ne diffidava, pur
non dimostrandolo.
4.
Erode Filofatore,
altrimenti detto ‘Erode il grande’, l’aveva tenuto lungamente in eccitazione
per le sue inquietudini, per le sue frenetiche smanie d’impero e per il suo
astioso ingelosire d’ogni onore riservato ad altri.
5.
Pure Filippo
aveva costituito per Ponzio una vera miniera di fastidi e preoccupazioni,
abbietto quanto un uomo può esserlo, aggiunse ai suoi vizi esteriori, quello
interiore del bigottismo; capace d’ogni delitto, era un docile trastullo nelle
mani dei farisei e degli zeloti, perciò Ponzio aveva, con vero entusiasmo,
sostenuto segretamente il legittimo principe Erode, e ora si rallegrava di
vederlo tetrarca, nel nome di Roma, sopra l’inquieta, reazionaria Giudea.
6.
In una stanza
segreta della reggia, Ponzio ed Erode con il pontefice Hanna, erano riuniti a
consiglio. Herbioz, l’inseparabile schiavo trace di Ponzio, sordo e muto – vero
cane da guardia umano – montava nel corridoio un’indefettibile guardia, e i tre
uomini, dai quali dipendeva in gran parte la sicurezza della pace imperiale,
vagliavano i consigli dell’ora, prevedendo le inevitabili difficoltà.
7.
«Ascoltami,
serenissimo principe» – disse in quel momento Pilato, – «il tuo atto audace che
ci ha dato in potere la moglie e la figlia di Filippo, è senz’altro da dire
sommamente vantaggioso ai fini del regno. In Salomè noi abbiamo un sacro
ostaggio che tronca sul nascere ogni congiura in avvenire. Filippo, per se
stesso, non ha fautori. I farisei e gli zeloti, di cui è la creatura, sono
saggiamente tenuti a freno dal nostro ottimo Hanna, sommo sacerdote secondo
8.
Tu sei il
legittimo signore e sei il legittimo tutore di Salomè. Tutto va bene, cioè
tutto andrebbe bene, se tu volessi solo riflettere sulla tua posizione riguardo
a Erodiade. Che vuoi fame di questa donna?».
9.
«... Sì, sì» –
fece levando la mano in un gesto molle per impedire a Erode di rispondere.
10.
«Sì, so cosa vuoi
dire, ma prima permettimi, serenissimo signore, di farti riflettere. Lei è la
legittima moglie di tuo fratello, il tetrarca usurpatore, quindi non puoi
fartene una concubina, per non umiliare te stesso in lei. Sposarla non puoi,
perchè legittimamente sei sposato con Zuleima la regina del deserto,
l’incontrastata e adorata signora di tutti i berberi e di tutti i beduini. Essa
è la tua prima sposa e non puoi rimandarla, a meno che tu non voglia tirarci
addosso tutti i discendenti di Ismaele... e poi, non hai una vera ragione per
farlo; ove tu lo facessi, i discendenti di Ismaele avrebbero altrettanti
partigiani e fautori nel regno d’Israele quanti zeloti e farisei vi sono. Tu
l’ami ed essa ti ama; ottima cosa... sì, ottima cosa per un privato cittadino,
ma un re ha doveri che non sono di privato cittadino, e l’ultima cosa cui deve
fissare il proprio pensiero è proprio l’amore! Inoltre» – continuò con
imperturbabile serenità «non dimenticare che Roma ti ha ridato il trono e che le
Leggi romane sono severe per ciò che riguarda l’ordine interno. Filippo, presso
Tiberio, ha qualche appoggio...».
11.
«Insomma...» –
interruppe Erode, – «…che dovrei fare secondo voi?».
12.
«Restituisci
Erodiade a Filippo, tenendo Salomè in ostaggio» – rispose Ponzio.
13.
«Rimanda al
marito la moglie…» – confermò grave Hanna, – «... e consacra al Tempio Salomè».
14.
Erode balzò in
piedi livido in viso: «Ascoltami, prefetto» – gridò, – «e tu pure, sacerdote
Hanna! Vi ho ascoltato fino adesso con sufficiente pazienza, sperando che dalla
vostra saggezza venisse luce per l’atrocità del mio dubbio, ma ben comprendo
che voi siete volpi, e la volpe non potrà mai consigliare il leone. Ma non
capite che l’amore di Erodiade, solo l’amore di Erodiade ha fatto di me un
combattente e un re? Non capite che solo per lei ho lottato, solo per lei! Solo
per strapparla all’iniquo legame ho sperato e resistito fino alla vittoria! Non
capite che, senza Erodiade, la corona è un peso insopportabile, e la reggia è
una tomba spaventevole? Non è per chiudermi vivo in questa tomba che ho tanto
sofferto. La mia spada m’avrebbe, molto tempo prima, aperto una via alla
libertà, poiché prima di vivere da randagio, avrei saputo morire da stoico.
15.
Oggi che la mia spada,
il mio valore (e non il vostro consiglio volpino), mi hanno aperto la via della
potenza e della gloria, voi non sapete consigliarmi altro fuorché essere sul
trono ciò che non fui nella miseria? Vile! No! Per Abramo, io non lo sarò!
Erodiade è la mia donna. Sarà la mia donna dinanzi al cielo e all’inferno! Lo
sarà, che voi lo vogliate o no! Lo sarà per la mia vita di cui è il sorriso,
nonostante tutte le leggi, a dispetto di tutti gli zeloti e delle stesse,
poiché la nostra suprema Legge è l’amore che, dall’infanzia, ci ha uniti».
16.
Hanna e Ponzio si
guardarono in silenzio; compresero di non poter nulla contro la passione
scatenata di Erode, e compresero pure come Erode fosse, per il momento, il più
forte. Tuttavia la vecchia saggezza dei due prevedeva delle complicazioni
future, e Ponzio consacrava mentalmente agli déi infernali la testa di quanti
ebrei presenti e futuri vivessero in Giudea.
17.
Hanna ruppe il
silenzio che s’era fatto, con una domanda sillabata in un nome: «Zu-lei-ma?».
18.
Erode s’infuriò ancora di più: «Ebbene,
Zuleima?! Essa è stata per me una buona amica, un’alleata preziosa quanto
ambiziosa, ma sapeva che non ero libero, che amavo Erodiade, che sempre l’avrei
amata.
19.
L’ambizione, non
l’amore l’ha unita a me; a quest’ambizione io darò tal premio da essere
bastevole a un’imperatrice.
20.
Sposa del
tetrarca di Giudea, se rinunzierà a tale titolo, la riconoscerò e l’adotterò
come figlia, dando a lei in dote centomila talenti d’oro e la rimariterò con il
principe che vorrà ella stessa indicarmi. Tutto può attendersi Zuleima dalla
generosità di Erode...».
21.
«... e tutto
dalla sua pazzia...» – finì Ponzio con un sorriso.
22.
Egli conosceva
Zuleima e, più di Zuleima, conosceva il padre, il ‘leone del deserto’,
l’infuriato sostenitore degli esseni, il più fedele alleato che poteva
facilmente mutarsi nel più irriducibile avversario di Erode e di Roma.
23.
«Bene!» –
concluse Hanna. – «Che il Signore sia con te, tetrarca! Ed Egli operi acciò tu
non abbia un giorno a rimpiangere i nostri consigli volpini!».
24.
Il cessare della
resistenza placò il tetrarca, il quale non volle separarsi dai suoi amici senza
che essi portassero un saggio della sua generosità e, pregato Ponzio di
richiamare il fedelissimo Herbioz, batté sopra un timpano e allo schiavo
accorso diede un ordine.
25.
Dopo pochi
istanti il medesimo schiavo recava al tetrarca gli oggetti richiesti, oggetti
che egli porse a Ponzio e ad Hanna come un piccolo ricordo del suo buon amore
per loro: ad Hanna un cofanetto d’oro pieno di erbe dal prezioso profumo per il
Tempio del Signore, al Ponzio un anello di barbarica ricchezza, e mentre per
due segrete porticine Ponzio e il sommo sacerdote uscivano dalla reggia non
visti, Erode raggiunse Erodiade.
[indice]
۞
«Ciò che è stato, sarà,
e ciò che è già, è stato»
1.
Gran
concorso quell’anno a Gerusalemme per il giubileo. Nelle viuzze strette e nelle
piazze che i romani avevano voluto appositamente larghe e comunicanti tra loro
a mezzo di vie alberate, allo scopo di prevenire e facilmente reprimere
tumulti, inattivo il concorso del popolo in pellegrinaggio, proveniente dai più
svariati punti della Giudea, della Galilea, della Pontide, dell’Arabia.
2.
Ogni sorta di
abiti e di ornamenti si mescolava a ogni specie di cenci e di miserie.
3.
Il Tempio era
come uno scoglio circondato dalla nera marea, onde su onde, il popolo passava e
sembrava non dovesse mai cessar di passare. I sacrifici seguivano i sacrifici,
e gli accoliti erano stremati dal loro lavoro divenuto pesante. I sacrificatori
avevano nausea del sangue delle vittime. I leviti e i sacerdoti erano rauchi
per le interminabili preghiere rituali, ritualmente ripetute più volte al
giorno.
4.
Con l’aria greve,
nei cortili del Tempio stagnava l’odore dolciastro e nauseante del sangue; in
quei cortili era passata poco prima una famigliola, un uomo e una donna con un
bel ragazzo dodicenne, svelto nella persona, grave e raccolto nello sguardo.
Erano entrati nel Tempio e avevano offerto il sacrificio dei poveri: una coppia
di colombi e una focaccia di grano e miele. Le mani della madre avevano tremato
deponendo la focaccia, e il viso del giovinetto era divenuto pallido quando la
rude mano di un levita aveva afferrato, dalla curva dolce della sua tunica, il
caldo groviglio delle colombe tremanti...
5.
«...e come può» –
aveva detto dolcemente il giovinetto, – «rallegrarsi per la distruzione e la
morte, Colui che dovrebbe essere il Dio della vita? Non ha Egli creato le
colombe al pari dell’uomo? Non palpita anche in esse una scintilla di quel
fuoco che dà ordine al Creato?».
6.
«Che hai tu da
lagnarti, moccioso?» – gridò il levita offeso. – «Già siete tutti d’una razza,
voi nazareni, e nulla più vi spiace, dell’offerta al Tempio del Signore...».
7.
«Non dell’offerta
al Tempio del Signore» – ribatté calmo il fanciullo, – «…bensì del modo e
dell’interpretazione, perchè sta scritto che il Signore non si rallegra nei
sacrifici di sangue, ma gradisce l’innocente offerta fatta con cuore puro. Del
resto, presto sarà unita con un rito cruento, perchè i sacrifici non valgono
che come simboli!».
8.
Stava per
replicare duramente il levita, quando la madre trascinò via il giovinetto,
sussurrando con le labbra sbiancate: «Taci, …taci! Vieni via, Gesù!». Nel
cortile continuò amorosamente a rimproverarlo: «Vuoi farmi morire, figliolo?
Perché cerchi cose non da te?».
9.
«Non da me,
madre? A me spetta occuparmi delle cose del Padre mio, e di cercare quanto
compete al Suo Regno». Stava per replicare Maria, la madre di Gesù, quando un
folto gruppo di pellegrini invase il cortile e separò la madre dal figlio e dal
marito. Non s’inquietò essa, contenta dell’interruzione opportuna... e non vide
un levita dall’occhio bieco che, avvicinatosi all’adolescente e postagli una
mano sulla spalla gli disse: «Seguimi, il Consiglio dei dottori del Tempio mi
ha ordinato di portarti da loro!».
10.
Così dicendo il
levita spinse Gesù fuor dalla folla e lo fece passare, dal cortile esterno, in
una vasta sala che si apriva su di un cortile interno, dove si riunivano
abitualmente a discutere della Legge, farisei e sadducei.
11.
Passato l’ingorgo
dei pellegrini, Maria cercò il figlio e il marito; ma non vedendo alcuno, certa
di trovare all’uscita i suoi cari, non si preoccupò che di raggiungere la porta
esterna, dove, infatti, trovò Giuseppe, suo marito, ma non il figlio.
12.
«Dov’è Gesù»
chiese, e già l’ansia era nella sua voce.
13.
«Ma non era con
te?» – disse Giuseppe.
14.
«No!» – disse
smarrita. – «Io pensavo fosse con te...».
15.
«Calmati, Maria,
sarà certo rimasto indietro preso nella folla. Ora lo vedremo, calmati!».
16.
Ma la donna
tremava come una foglia ed era livida in viso.
17.
«Oh, Giuseppe, ho
paura, …ho paura. Nel Tempio è venuto a parole, …con un levita. Vieni,
cerchiamolo, …chiamiamolo. Gesù! Gesù! Gesù!» e il nome fu strozzato dal
pianto...
18.
«Ma non fare
cosi, Maria, ci guardano tutti...».
19.
Un capannello di
persone, infatti, si formò intorno ai due pellegrini...
20.
«Che succede? Che
c’è?».
21.
«Ha perduto un
bambino. No, un ragazzo!».
22.
«Dove?».
23.
«Nel Tempio».
24.
«Ma no! Si
troverà, non piangere, donna...».
25.
«Poveretta!».
26.
«Chi è?».
27.
«Una nazarena, ha
perduto suo figlio..».
28.
«Ma no, lo
troverà...».
29.
«Han rubato un
bambino!».
30.
«Han soffocato un
bambino!».
31.
«Buona gente,
avete visto un bambino?».
32.
Maria, spaventata
dalla gente che il suo stesso grido aveva commosso, calò il velo sul viso a celar
le lacrime e, stringendosi affannata a Giuseppe, tacque, mentre avrebbe voluto
gridare il nome adorato.
33.
Per tre lunghi
insopportabili giorni dovettero cercare dentro e fuori dal Tempio il figlio.
Tre giorni di ansie, tre notti di pianto; all’alba del terzo giorno, Giuseppe
incontrò sulla soglia del tempio un vecchio sacerdote che gli era stranamente
familiare, …pur non ricordandone il nome,. e fu il vecchio sacerdote che gli
mosse incontro con un grido festoso.
34.
« Oh! Giuseppe ben David!».
35.
«Che buona ventura,
Zaccaria!» – gridò il pover’uomo, riconoscendo il parente della moglie.
36.
I due vecchi si
abbracciarono commossi, ma sciolto dall’abbraccio, Giuseppe tornò alla sua
preoccupazione.
37.
«Hai per caso
visto mio figlio? Un giovinetto dodicenne, biondo, occhi cerulei, pensoso?».
38.
«Sì! Ma è tuo
figlio? Come ho fatto a non riconoscere il piccolo Gesù?».
39.
«Dov’è? Dov’è?».
40.
«Ma nella
sinagoga, tra i dottori della Legge. Sono tre giorni che questo prodigioso
fanciullo spiega le Scritture e interpreta i sacri Testi più oscuri con tanta
sapienza, quanta poteva averne lo stesso Salomone, ...e ci tiene sospesi
d’ammirazione! Sarà la gloria della sinagoga, quel fanciullo!».
41.
«Oh, guidami a
lui, guidami a lui, ...che sua madre mi muore di dolore e di angoscia».
42.
I due vecchi si
voltarono per entrare nel Tempio.
43.
«Eccolo là», –
esclamò Zaccaria additando in un gruppo di dottori e di farisei che uscivano
dalla sala, un fanciullo biondo dall’occhio grave, colmo di pensieri. Giuseppe
si slanciò verso il fanciullo:
44.
«Oh, Gesù, finalmente!
Vieni, vieni da tua madre».
45.
Il giovinetto lo
guardò con i begli occhi un po’ assenti, …quasi stentasse a ricordare, ...a
riconoscere. Poi sorrise e seguì il padre. Pochi minuti dopo, Maria,
stringendolo al cuore, gli chiedeva piangendo:
46.
«Gesù, perché
farci stare in ansia? Perchè sparire così? Ecco che tuo padre ed io ti abbiamo
cercato». Gesù con gesto dolcissimo asciugò gli occhi della madre e rispose:
47.
«Perché mi hai
cercato? Non ti avevo detto che dovevo badare alle cose del Padre mio che è nei
Cieli? Povera madre, non è ancora l’ora di piangere così. Tu mi hai trovato e
non ti lascio subito, ma, …devi abituarti, ...rassegnarti, lo sai che non sono
venuto a portare la pace, ma la guerra; e chi porta il fuoco, che può
desiderare fuorché si accenda? Ecco che io sono venuto per portare il fuoco, e
desidero che arda».
48.
Maria tacque
affranta, non poteva discutere con il prodigioso figliolo. Lo strinse a sè,
paga di riaverlo, in una smemorante dolcezza di tutto l’essere che nel figlio
si saziava e si completava. Sapeva, intuiva che qualcosa sarebbe accaduto a
strapparglielo, tuttavia aveva fede nella parola del figlio, …che non sarebbe
stato ‘subito’.
49.
Mentre i tre
pellegrini tornavano a Nazareth, nella sinagoga i dottori e gli scribi, i
farisei e i sadducei continuarono, o meglio, incominciarono la discussione,
pieni gli orecchi dell’armonia di una voce infantile, l’occhio della mente
abbagliato da singoli concetti e nuovi pensieri, colmi da interpretazioni di
vecchi testi giammai osati pensare!
50.
«Un angelo ha
dunque parlato tra noi», – …disse un vecchio fariseo.
51.
«Ma che angelo!»
– tuonò un sadduceo. – «Gli angeli non esistono che come ‘forze della natura’ e
non si disturberebbero per parlare agli uomini. Il fenomeno cui abbiamo
assistito, null’altro prova che un’intelligenza straordinaria e, quel che
conta, vivente. Il piccolo nazareno ha dimostrato di ben conoscere le Sacre
Scritture, ma soprattutto ha dimostrato di avere un pensiero suo,
un’interpretazione non letterale dei Sacri Testi come fate voi farisei che, a
furia di applicare la lettera, uccidete lo spirito della lettera.
52.
Noi sadducei
abbiamo ripetuto più volte le stesse cose, ma voi non ci onorate di attenzione.
Voi volete il prodigio, il miracolo, l’angelo, il meraviglioso; non importa se
non è vero, importa solo non doversi chinare al pensiero umano!».
53.
«Pensiero
umano!...» – inorridì un fariseo. – «Ciò che ci è stato esposto testé da un
fanciullo, è pensiero umano?
54.
Un fanciullo
dodicenne ne saprebbe più di noi tutti! E potrebbe insegnare a noi come ha
fatto? Ma ciò è inammissibile, è mostruoso; per qual potenza l’avrebbe egli
fatto?».
55.
«Semplicemente
perché quel fanciullo è un uomo e non un... fantoccio», – ribatté il sadduceo.
* * *
56.
Sadducei e farisei
erano irriducibili avversari in materia religiosa. Toccati dalla grande
corrente ellenista, sedotti dalla quadrata bellezza del pensiero orientale, non
indifferenti alle serene massime buddiste che filtravano nei grandi movimenti
umani dei mercanti e dei soldati, i sadducei erano la corrente modernista della
sinagoga. Al contrario i farisei, irrigiditi in una dogmatica letterale,
incapace escatologicamente[10]
di rispondere ai veri bisogni spirituali, chiudevano, nei versetti della Torà e
nella interpretazione tradizionale della stessa, ogni anelito culturale,
scontrandosi di continuo contro le correnti definite ‘profanatrici’ che, avide
di manifestazioni, urtavano per ogni dove l’antemurale[11] del Tempio di
Gerusalemme.
57.
Il battibecco di
Gesù con il levita era stato udito da un dottore sadduceo intinto di buddismo,
il quale, ritrovando sulle labbra infantili lo stesso concetto su cui
affaticava il pensiero, aveva introdotto Gesù in mezzo ai dottori come un
sostegno della bontà della sua idea. La discussione che ne era sorta, era stata
afferrata dall’adolescente Gesù e svolta in maniera da affascinare i dotti
avvezzi alle sottili disquisizioni, appunto per il soffio nuovo e vivente che
emanava dal fanciullo prodigioso. Da lui era sbocciata la convinzione d’amore,
e la Torà si era animata nelle parole colme di saggezza e di logicità di un
bimbo, ignaro di regole filosofiche, puntate alla mèta di una verità nascosta,
raggiungibile mediante semplicità.
58.
Perciò il
sadduceo aveva ragione nella sua affermazione mirante a stabilire un
meraviglioso fatto umano, anzichè un non necessario intervento divino. Ma i
farisei, se in Gesù potevano accettare l’angelo, non potevano ammettere un
raziocinio umano, più logico, più accettabile, più comprensibile del castello
di difficoltà costruite sulla Torà e dal fanciullo, agevolmente rovesciate con
poche proposizioni, stringenti e logiche, che avevano suscitato l’entusiasmo
dei sadducei.Nella sinagoga ognuno parlava per conto suo esponendo le più
strane teorie dottrinali. In un angolo della medesima, silente e pensieroso, un
uomo avvolto in paludamenti[12]
sacerdotali, ascoltava la babelica confusione dicendo fra sè:
59.
«Molto bene.
Finché discutono del sesso degli angeli, non avranno il tempo per occuparsi di
Erodiade, e gli zeloti non potranno crearmi complicazioni con il prefetto
Ponzio».
60.
L’uomo che così
parlava, era il pontefice Hanna!
[indice]
۞
«Potresti essere la più grande
sarai la più infelice»
1.
All’interno
della reggia, in un cortile impreziosito di mosaici dove zampillava una
freschissima fontanella irrorando con una minutissima pioggia di goccioline
brillanti, fiori e piante acquatiche che la circondavano, Erodiade con la
fedelissima Daida e la piccola Salomè aveva proprio allora lasciato cadere sui
cuscini del suo giaciglio l’arpa davidica, al suono della quale aveva, fino a
quel momento, cercato distrazione. Daida taceva, assorta in visioni lontane, e
Salomè s’era addormentata sul grembo fedele.
2.
Erodiade era, più
che mai, bella e affascinante, tanto in essa riluceva un’ansia di vita
compressa, una smania bruciante e tormentosa che visibilmente torturava l’anima
della donna. Infatti, l’innamorata e superba Erodiade era, ormai da tre anni,
un’indefinibile ospite della reggia di Erode, il quale, malgrado le
escandescenze amorose e le tonanti parole di cui aveva fatto pompa innanzi a
Ponzio e al pontefice Hanna, non aveva osato prendere una decisione definitiva,
e aveva temporeggiato tra Zuleima e Erodiade, facendo apparire quest’ultima agli
occhi di Zuleima come un ostaggio, necessario quanto infelice, e supplicando
Erodiade di sopportare per poco tempo la situazione, in vista dei torbidi
politici che si erano creati inaspettatamente. Infatti, contro la generale
aspettazione, Filippo aveva trovato numerosi e influenti sostenitori della sua
causa nei farisei che odiavano Hanna e Ponzio, e vedevano in Erode la
marionetta al potere, dietro la quale governava Roma e il pensiero sadduceo.
3.
L’avventura di
Erodiade aveva dato fuoco all’esca delle dicerie e tumulti violenti, suscitati
dagli zeloti, scoppiati nei villaggi; inoltre, di Filippo si diceva avesse dei
buoni appoggi presso Seiano, l’onnipotente primo ministro di Tiberio,
notoriamente nemico di Seneca, il quale Seneca era, altrettanto, noto sostenitore
e amico di Ponzio.
4.
In una simile
situazione, inimicarsi Zuleima poteva significare perdere di colpo gli abitanti
del deserto, gli unici alleati validi per Erode, e poichè Erode era sicuro del
possesso di Erodiade, non aveva creduto necessario accelerare i tempi,
nonostante il compresso furore della donna regale che si vedeva ridotta al
rango di ospite, forzata e sgradita, priva di quegli omaggi e quegli onori di
cui, dalla nascita, era abituata.
5.
Zuleima avrebbe
potuto forse esserle amica, ma punta dall’amaro sarcasmo che era nei modi e nel
silenzio stesso di Erodiade, se n’era disinteressata, e fingeva di ignorarne la
presenza nella reggia, sospettando e non volendo, per sua dignità, conoscere i
rapporti esistenti tra il marito e la cognata del medesimo.
6.
Stando così le
cose e albergando l’impazienza da quasi tre anni nell’animo di Erodiade,
l’avvilimento di sè, l’orgoglio offeso e l’irragionevole impetuoso amore per
Erode, finirono con lo scavare solchi incolmabili nella bellissima, stimolando
e accentuando istinti di fredda crudeltà e di rabbioso furore.
7.
Quel giorno, come
sempre, aveva cercato di calmarsi con la musica: disperata di riuscirvi, aveva
lasciato cadere l’arpa, fissando con occhio di rancore un invisibile punto
innanzi a sè.
8.
La voce di Daida
ruppe il silenzio; la nubiana era, più che la nutrice di Salomè, la confidente
e amica di Erodiade e, a differenza delle infelici nella sua condizione, era
considerata erudita. Essa era al corrente dei segreti e misteri iniziatici dei
Cabìri[13]. Adoratrice del
fuoco cabirico aveva introdotto Erodiade ai misteri del culto, instillandole
nel cuore un profondo disprezzo per Jehova e per i suoi ministri, ma soffriva,
constatando come l’allieva, più che al mistero della conoscenza, tendeva al
raggiungimento dei poteri magici, atti a dare a lei la sospirata corona di
potenza e d’amore sopra ogni rivale. Così, quel giorno, la voce di Daida si
levò improvvisa e triste, e, volgendosi a Erodiade, disse:
9.
«Fino a quando, o
regina, porterai al collo e ai polsi i segni della tua schiavitù?».
10.
Erodiade scattò:
«Fino a quando tu mi rivelerai il segreto di morte che solo potrà rendermi
libera! ... Ti avevo ben pregato di farmi venire quel caldeo in fama di mago,
Simone, mi pare si chiamasse, e tu me ne hai sempre distolta. Ti avevo pregato
di offrire segretamente un sacrificio ad Astarte[14]
affinché Erode si decida a proclamarmi finalmente sua moglie, e tu hai riso di
Astarte come hai riso di Jehova; spronatrice di déi, mi metti nel cuore il
terrore di Dio parlandomi del fuoco eterno ogni qual volta ti chiedo un
farmaco, di cui hai il segreto, per Zuleima o per me stessa; poi mi parli di
“segni di schiavitù” e ti lagni di vedermi soffrire. Pensi forse che l’amore e
l’orgoglio siano due serpi innocui e domestici da incantare con filosofici
flauti?
11.
Io soffro
l’insoffribile, in fin dei conti sono una donna e non nacqui al par di te dalle
rocce della Nubia. Mai – e nessuno più di te sa – nella mia vita ebbi del bene.
Fin dall’infanzia non fui che una pedina nel gioco altrui. Nata all’amore,
dall’amore non ebbi che spasimi e angosce. Hai sempre detto d’amarmi, e mi
rimproveri come un delitto lo stesso sfogo del pianto...».
12.
«Regina
amatissima», – disse la nubiana interrompendola, – «non lo sfogo del pianto,
non la sofferenza ti rimprovero, ma il tener non a cuore i miei insegnamenti
che potrebbero liberartene. Prevedo per te molto dolore e vorrei evitartelo, ma
non posso farlo senza il tuo aiuto.
13.
Questo amore tra
te ed Erode è un errore che graverà sulla tua anima per secoli e millenni,
peserà sul tuo karma con una serie di sventure e non sul tuo karma soltanto.
Potresti essere la più grande delle donne, sarai la più infelice delle
regine!».
[indice]
۞
« Gli oceani hanno abissi…
il cuore umano è egli stesso un oceano»
1.
«Io amo
Erode» – replicò cocciuta la regina, – «l’ho amato dall’infanzia, e se un karma
esisteva, altro karma non poteva esistere fuor dell'armonia dei nostri cuori.
Mio padre e suo padre si rallegrarono del nostro amore; qual colpa potevamo
avere noi, se fummo separati dall’altrui pazzia, dall’altrui egoismo? E poi,
Daida, tu stessa hai approvato il mio amore».
2.
«Il tuo amore,
sì», – rispose la nubiana, – «ma non la tua libidine! L’amore esonera il karma,
la libidine invece lo concreta. Oggi tu non sei quell’Erodiade, maggiore di te
stessa, che io sognavo d’iniziare al mistero del grande Cabìrio, per offrirla,
nella purità dell’anima sua, alla rivelazione del fuoco; oggi sei una meschina
donna che, per la libidinosa passione, ha accettato di vivere, mal sopportata,
nella reggia dell’amante, e vorresti, nell’ombra, tramare insidie di morte, per
giungere tortuosamente a quel trono che il karma te l’aveva offerto nella nobiltà
di un sacrificio sublime. Sposa trascurata di Filippo, e ciononostante sua
fedele seguace sulla via dell’esilio. Eri grande Erodiade, oggi sei l’ombra di
te stessa e, …te lo ripeto: bada al karma, perchè il Cabìrio il tuo karma me lo rivela ogni giorno
nel fuoco sacro!
3.
Tragica regina,
consacrerai al demone del tuo male anche il capo innocente che mi dorme sul
grembo?».
4.
«Uccello del
malaugurio!» – gridò Erodiade. – «Che ti ho fatto per averti così nemica? Va!
Allontanati da me, …che mi sei un aspide velenoso. Troverò riposo al mio
tormento da sola, …e sarò felice nonostante il tuo karma e il tuo Cabìrio!».
5.
«Regina, …triste
dono fece il Creatore agli uomini rendendoli arbitri del loro destino!».
6.
Salomè si era
destata, …e piangeva.
7.
«Vattene, Daida!»,
– ordinò Erodiade, – «Porta via la piccina!Mi annoia!».
8.
«Oh!». – La
fedele nubiana si strinse al cuore Salomè e si alzò per allontanarsi. Sulla
soglia si voltò un attimo, …sembrò aver qualcosa da dire, ma, a un gesto
d’Erodiade, strinse le labbra avvizzite e, abbassando il capo grigio, uscì.
9.
Erodiade, rimasta
sola, provò un senso di gelo; Daida, la schiava nubiana, era stata non solo la
sua nutrice e quella di Salomè, ma era la sua maestra, consapevole di molti
segreti d’alta magia. Sacerdotessa di una misteriosa divinità sotterranea, ‘il
fuoco terrestre’, aveva sopra Erodiade un ascendente che solo la passione
violenta e contrastata poteva diminuire, ma non cancellare. Ora, Erodiade era
pentita d’averla maltrattata, anche perché in fondo, ben sapeva essere Daida
l’unica creatura al mondo che davvero l’amasse. Stava per tender la mano al
timpano d’oro per richiamarla, allorquando, da un angolo del gineceo dov’era
accosciata, sorse una schiava assira. Erodiade ebbe un leggero brivido.
10.
Senza sapere perchè,
da tempo provava verso l’assira uno strano senso d’attrazione e di timore,
alimentato, a sua insaputa, dal bizzarro atteggiamento di Daida che essa stessa
sembrava temere e sovranamente sprezzare la svelta assira dai seni procaci e
dalle pose lascive, la quale ostentava sopra la fronte il tatuaggio azzurro
delle sacerdotesse d’Astarte. Vedendola ora apparire così, come uno spirito
maligno, subito dopo la sua disputa con Daida, Erodiade sentì in un fremito il
misterioso presentimento che il suo destino stava per cambiare.
11.
«Che vuoi,
Zobeida?», – chiese.
12.
«Serenissima
principessa», – rispose, – «la tua schiava nulla può volere fuorché ciò che ti
è gradito. Tu, serenissima signora, sei bella come la Luna al suo sorgere, e
sei triste come la Luna al suo tramontare; perché non dici alla tua schiava
cosa t’affligge?». Erodiade tacque diffidando, ma la sacerdotessa d’Astarte
insistette:
13.
«Ti ho sentito
chiedere alla negra un rimedio magico al tuo male; perchè, o bellissima tra le
belle, non confidi a questa tua servente il tuo bisogno?».
14.
«Ebbene sì» –
scattò Erodiade, – «se tu sei una spia di Zuleima, tanto meglio. Io amo il re,
capisci? Lo amo, l’ho amato da sempre e, pari al mio amore, c’è solo l’odio per
Zuleima. Ora va e diglielo alla preferita, diglielo!».
15.
«No, amabilissima
tra le figlie d’Astarte» – rispose l’assira, – «…io non sono quella che tu
pensi, e se tu odi Zuleima, io la odio più di te e da più tempo di te».
16.
«Tu odi
Zuleima?».
17.
«Sì»
18.
«Oh, Zobeida! Ma
allora, tu...» – e Erodiade si morse le labbra per trattenere la parola
imprudente. Ma l’assira raccolse la parola non detta e tranquillamente
continuò:
19.
«Allora io posso,
o regina, darti nelle mani i mezzi per vendicarti di Zuleima e mostrarti a
tutti degna e unica sposa del tetrarca Erode».
20.
«Tu puoi?».
21.
«Sì, e posso
costringere Erode ad uscire dalla sua titubanza, se tu, magnifica regina,
vorrai servirti della poca abilità della tua serva».
22.
«Tu sei
sacerdotessa d’Astarte?».
23.
«Sì, nobilissima,
e in questa mia qualità dovrai scorgere la ragione principale della mia
sventura e del mio odio per Zuleima".
24.
«Non riesco a
connettere queste cose tra loro».
25.
«Ascolta, regina,
tu conosci Zuleima?».
26.
«Poco».
27.
«Ebbene, essa non
solo è la figlia del Leone del deserto, è anche un’iniziata essenica».
28.
«Iniziata
essenica? Ebbene?».
29.
«Ebbene, per
questa sua iniziazione essa è divenuta mortalmente nemica della religione
d’Astarte e di tutti i sacerdoti consacrati al suo culto, perciò venne con i
suoi beduini a distruggere il santuario d’Astarte che i sommi romani avevano
permesso fosse eretto sui luoghi alti, innanzi al Mar di Tiberiade, e ridusse
in schiavitù tutti quei sacerdoti e quelle sacerdotesse che non morirono o non
rinnegarono. Ecco perché io son finita qui e sono stata destinata al tuo
servizio come atto di supremo disprezzo dell’essena, che ti giudica donna
depravata e immorale perchè a lei non è ignoto l’amor tuo per Erode». Erodiade
fremette di sdegno, ma tacque, mentre la lusingatrice continuò:
30.
«Io ti ho subito
compresa, o regina, e ti ho amata. Somiglianza di sventura, crea somiglianza
d’interessi».
31.
«Che ho io da
fare con te?", – sussurrò Erodiade.
32.
«Non volevi tu un
patto magico per disfarti di Zuleima? Ebbene, io posso procurartelo».
33.
«Tu?» – rise sprezzante
la regina, – «e che puoi tu per me dal momento che sei stata per te stessa
impotente?».
34.
«Io sono stata
impotente perché Zuleima mi conosce e diffida, ma di te non diffida, o almeno
non diffida ancora abbastanza, e ama Erode. Attraverso di te, Erode può
divenire il tramite del legame magico che, distruggendo Zuleima, potrà in
futuro debellare i maledetti esseni. Per me stessa non posso nulla perchè il
Baal che custodisce Zuleima è più forte del mio, ma il tuo Baal non si è ancora
manifestato. Pure io so che il tuo Baal porta distruzione e morte! Lasciami
l’incarico di vendicarti, o regina, lasciami svegliare il tuo Baal».
35.
Erodiade tacque;
l’ansare del suo seno testimoniava la violenza dei sentimenti che si
dibattevano in lei. La tentazione era forte, troppo forte. L’ambiziosa donna
non ignorava che, soppressa Zuleima, Erode non avrebbe esitato a proclamarla
regina pubblicamente. L’odio che portava a Zuleima era l’odio freddo e deciso
della donna, della sovrana offesa; ma se essa era pronta a qualunque cosa pur
di sopprimere la rivale, ripugnava alla sua anima l’aver come complice
necessaria la pieghevole assira. Un istinto, profondo come la vita, l’ammoniva,
un superstizioso terrore la teneva.Le parole di Daida, seppur l’avevano fatta
soffrire, non l’avevano offesa; sentiva in Daida una protezione materna e una
comprensione più che umana. Per Daida essa era la regina. Mai Daida avrebbe
accettato di vedere in lei la lussuriosa eccitazione della femmina, mentre
fissando l’obliquo occhio della sacerdotessa d’Astarte, Erodiade leggeva, nel
segreto pensiero della schiava, la lubrica immagine di se stessa e si sentiva
macchiata nel suo amore e nei suoi sensi come da una lebbra. Già stava per
licenziare la schiava, quando di colpo il suo viso s’indurì:
36.
«Ebbene sia» –
gridò l’infelice, – «si deve pur venire a una conclusione! Va, Zobeida, se avrò
bisogno di te, ti chiamerò». Sommessa, la schiava s’inchinò:
37.
«Che Astarte ti
sia sempre propizia, o regina...».
38.
«Va! Non amo le
divinità straniere!».
39.
«Astarte, o regina,
non ti è straniera... l’hai sempre con te... nel sangue», e prima che Erodiade
potesse riprendersi, scivolò via come una serpe, lasciando nella regina
un’agitazione estrema.
[indice]
۞
« Vi sono più cose che l’uomo non
pensi
fra il cielo e la Terra»
1.
Parecchi
giorni erano passati dagli ultimi avvenimenti, e nell’anima di Erodiade la
lotta angosciosa delle passioni si era acquetata per stanchezza, ma era un
fuoco covante sotto la cenere che ogni minimo soffio avrebbe riacceso. Quel
soffio non dovette farsi attender molto e fu proprio Erode a provocarlo.
2.
Erodiade
possedeva una collana di perle nere il cui valore era reputato favoloso, ed
essa lo aveva donato a Erode come pegno d’amore quando l’amore tra i due non era
oggetto di discussione. Molte cose erano accadute da allora e più volte la
preziosa collana, impegnata, aveva permesso a Erode di pagare il soldo
arretrato alle truppe raccogliticce che sostenevano le sue ragioni contro
Filippo. Un’ultima volta il gioiello fu impegnato per sostenere le spese
dell’entrata trionfale nella reggia, e ora Erode aveva mandato a chiamare il
pubblicano detentore del gioiello per riscattarlo. Destino volle che Zuleima
fosse presente al riscatto e che si invaghisse del meraviglioso monile. Non
osando Erode narrarne l’origine, non poté rifiutarlo alla sposa che glielo
richiedeva, sperando solo nell’appartatissimo vivere di Erodiade per celarle la
verità.
3.
Invece a Erodiate
insieme alla piccola Salomè si presentò la combinazione di intervenire a una
festa data alla corte in onore dei romani, e Erodiade vide splendere al collo
della rivale il filo d’ebano delle perle lucenti. Tacque essa, ma nella sua
anima illividita di furore, si stabilì ben ferma la determinazione delittuosa
e, rientrando nei suoi appagamenti, chiamò Zobeida, la quale non si fece
attendere.
4.
«Sacerdotessa di
Astarte» – disse la regina, – «ti sei vantata di potermi aprire un mezzo per
liberarmi della rivale che odio».
5.
«Sì, regina».
6.
«Ebbene, dammi questo
mezzo, ma che non fallisca, se ti è cara la vita». L’assira sorrise:
7.
«Regina, un patto magico non è un farmaco che
si prepara con erbe, ...ma un’azione che impegna forze sconosciute e terribili:
con Zuleima non è un veleno che ti occorre, ma la sua completa rovina agli
occhi di Erode, per poter regnare. Non è vero?».
8.
«Sì».
9.
«Bene, o regina,
se ti senti il coraggio di seguirmi, io ti condurrò da un potente mago, nemico
lui pure degli esseni, il quale sarà ben felice di adoperarsi ai danni di
Zuleima».
10.
«Chi è questo
mago?».
11.
«È un ebreo di
Tiro; lo chiamano Simone». – «Oh!» – disse Erodiade, ricordando di aver avuto
desiderio di aver a corte un uomo di questo nome e di esserne stata distolta
dalla nubiana:
12.
«È Simon mago?».
13.
«Sì, regina».
14.
«Puoi farlo venire
qui!».
15.
«No, regina, non
è bene che venga qui, bensì andremo noi da lui, se tu lo vorrai».
16.
«Quando?».
17.
«Domani, regina,
domani dopo il tramonto della Luna».
18.
E così
l’indomani, nottetempo, Erodiade e l’assira uscirono dalla reggia e raggiunsero
un antro, nascosto in un bosco poco lontano, dove si erano trovate dinanzi uno
stranissimo uomo, vestito della lunga zimarra[15]
degli astrologi caldei. La stranezza dell’uomo era tutta nel suo aspetto
fisico, aspetto che dava l’impressione di una giovinezza inquietante, celata in
una maschera di vecchiaia estrema. Infatti, alle chiome rade e bianchissime, al
tremolio della testa dal viso grinzoso, faceva spiccato contrasto il fuoco di
due occhi belluini[16],
mal celati dalle palpebre prive di ciglia, le rosse turgide labbra di una
sensuale bocca crudele e le mani artigliate, fermissime, evocatorie nei gesti
brevi e taglienti come quelli di un sacrificatore.
19.
Lo strano essere
era seduto sopra un tappeto consunto e aveva innanzi a sé, sopra un treppiede,
una sfera di cristallo piena d’acqua; alla sua sinistra un braciere semispento
luccicava nell’ombra. All’arrivo di Erodiade e dell’assira non fece alcun
movimento, limitandosi a fissarle con occhio ironico e tacendo in maniera
impassibile.
20.
L’assira
s’inchinò reverente e aprì la bocca per presentargli Erodiade, ma la rinchiuse
a un cenno dell’adunco dito del mago, il quale, rivolgendosi alla postulante,
disse: «La pace sia con te, moglie di Filippo, …è da tempo che ti attendevo.
Davvero non sei stata sollecita». Erodiade tremava, ma l’orgoglio regale reagì
in lei e con voce stridula disse:
21.
«Non mi stupisce
affatto, o Simon mago, che tu mi attendessi; alla reggia tutti sapevano che
desideravo vederti, e costei che mi ha consigliato di venire personalmente, ti
avrà a suo tempo avvertito».
22.
«Come vuoi,
moglie di Filippo» – ridacchiò il mago,– «non è a te che tenderò gherminelle.
Sei saggia e colta, nata e cresciuta alla corte di Filopatore, dove per tempo
s’impara a stare in guardia o, ...a morire, ma ciò non ha importanza per noi, non
è vero?».
23.
Erodiade stava
sempre più a disagio, sebbene non volesse confessarlo neppure a se stessa. Il
mago le aveva fatto una profonda impressione ed era convinta di essere stata
attesa e riconosciuta in virtù di mezzi magici, ed ecco che, rispondendo a
questi segreti pensieri, il mago ripigliò senza smettere il suo odioso
sogghigno.
24.
«A che scopo
dovrei affaticarmi per provarti come, virtù di magia, mi abbia reso edotto del
tuo pensiero e della tua volontà? Tu vorresti, con le mie arti, cambiare il
nero lucente monile al collo di una regina, …in un altro monile? Un bel monile
rosso di sangue, ...sangue vero, caldo, fumante? Non è così?».
25.
«Sì!» – rispose
rauca Erodiade. – «È così!».
26.
«E chiedi a me di
dartene i mezzi...».
27.
«Sì».
28.
«E che mi darai
in cambio».
29.
«Ciò che vorrai,
mago!».
30.
«Ah! Ah! Ah! …
Ciò che vorrò?».
31.
«Sì, ciò che
vorrai...».
32.
«Anche un bacio
della tua bocca? Di questa bella bocca che Erode non mostra di apprezzare
abbastanza?».
33.
Erodiade
indietreggiò: «Che dici, mago?».
34.
«Oh! Non prendertela
così dall’alto, colombella» – ghignò il mago, – «tu credi che sia facile
abbattere un’iniziata? Vuoi sbarazzarti di Zuleima con il mio concorso, e credi
che la cosa sia semplice come mordere un frutto?».
35.
Il mago
d’improvviso si fece serio e si drizzò in piedi assumendo un aspetto maestoso;
con un gesto fece fuggire l’assira e, senza che Erodiade potesse impedirlo, o
pensare di impedirlo, le prese la mano, indifferente al brivido di terrore che
sentì passarvi
36.
«Ascoltami bene,
Erodiade, io so cosa ti porta a me; ti ho detto che ti attendevo da tempo, lo
ripeto, ma sai quanto tempo?... Secoli! ...». La trascinò dinanzi alla sfera:
37.
«Guarda!», le
impose.
38.
La donna guardò:
…una visione d’orrore le apparve. Una donna coronata giaceva discinta[17] sopra una strada,
grossi cani la sbranavano e leccavano il suo sangue.
39.
«Jezabel»[18] – sussurrò il
mago, – «Jezabel, ricordi?».
40.
Erodiade,
smarrita, disse di no con il capo.
41.
«Ah, non ricordi?
Allora guarda, guarda meglio!».
42.
Nella sfera
apparvero, in successione, un trono, un re e un vecchio dall’aspetto fiero e
minaccioso, …nonché scene di guerra e di congiure, e una donna, una regina,
sempre la stessa, ai piedi di strani altari, mentre divinità paurose se
l’additavano.
43.
«Jezabel!» –
ripeté il mago. – «Tu, tu fosti Jezabel, e ti saziasti del sangue dei profeti,
questa mala razza d’invasati di Dio! Il loro odio oltre le molte vite ti ha
perseguitata fin qui; il loro odio si oppone a che tu sia felice, ...ti toglie
Erode e spinge Zuleima, la loro eletta, al tuo posto.
44.
Tu sei una
piccola donna, Erodiade, tu ignori le grandi battaglie tra i titani e gli déi;
tu non sei che un’esca di carne, ma anche la tua piccolezza serve al temibile
gioco, e tu puoi essere il sassolino nel piede di creta del gigante».
45.
Erodiade tentò di
strapparsi al fascino dell’ora e, per un attimo, ritornò la donna regale.
46.
«Mago!» – gridò.
– «Che importano a me queste ombre? Puoi aiutarmi a sopprimere Zuleima? Questo
mi preme!».
47.
«Sì, posso
aiutarti, anzi tu mi aiuterai, perché preme più a me sopprimere Zuleima, che
non a te».
48.
«Ah!».
49.
«Sì» – sussurrò
il mago, – «Zuleima l’essena!».
50.
«E perché non
l’hai soppressa finora?».
51.
« Perché ti
attendevo, regina, perchè solo tu puoi aiutarmi a farlo».
52.
«Io?».
53.
«Sì».
54.
«In qual modo?».
55.
«Te l’ho detto,
con un rosso bacio d’amore della tua bella bocca!».
56.
«Mago!».
57.
Il mago, però,
era serio, e con spavento, Erodiade lesse nei suoi occhi una determinazione
implacabile.
58.
«Ascolta, regina»
– riprese con voce stranamente bassa,– «in Zuleima non vi è peccato, capisci?
Il suo demone, puro e sereno, vigila e controlla passioni e istinti. Egli
ignora la violenza delle passioni e, …non può essere colpito da alcun mezzo
magico. A meno che...».
59.
«…a meno che?»,
incalzò ansante la regina.
60.
«A meno che una forza
peccaminosa lo aggredisca con la travolgente furia di centomila passioni
scatenate. Questa forza peccaminosa ancora non esiste, deve essere creata e non
può essere creata che da te e me uniti. Tu non sei finora abbastanza
peccatrice, tu non sei una forza, ma una debolezza, tu non odi con sufficiente
vigore...».
61.
«Io, non odio?».
62.
«No, essa non ti
ha fatto abbastanza male, perchè tu possa odiarla in ogni istante. Tu non ti
sei macerata nello spasimo di un’infernale voluttà, perciò Zuleima ti sfugge e
sempre ti sfuggirà».
63.
«Non vedo come,
dandomi a te, io possa aumentare la potenza dell’odio!».
64.
«Perché dandoti a
me farai veramente e finalmente il male! ... Nulla giustificherà mai ai
tuoi occhi quest’amplesso. Io, …ti faccio schifo; voglio e debbo farti schifo,
poiché agendo contro la natura in rivolta, ne dominerai appieno le leggi e
potrai colpire contro le leggi stesse».
65.
«Mago! Se io mi
dò a te, la morte di Zuleima è sicura?».
66.
«Sicura».
67.
«E regnerò con
Erode?».
68.
«Regnerai».
69.
«E allora sia!
Prendimi e macchiami a tua posta, e poichè Iddio mi ha abbandonata,
…l’abbandono anch’io!».
70.
La blasfema
parola era appena uscita dalle labbra della regina che si udì come un
sotterraneo rombo di tuono, e un urlo d’agonia uscì dalla gola contratta di
Erodiade. Simon mago l’aveva afferrata e rovesciata sul tappeto con un grido di
belva!
71.
Nello stesso
istante in un cubicolo[19]
della reggia, Daida, la nubiana, portava le mani al cuore e cadeva fulminata da
una crisi cardiaca.
[indice]
۞
«I cani leccheranno ancora il sangue
di Jezabel».
[Sacra Scrittura]
1.
Le mani
di Simon mago furono artigli d’aquila per Erodiade, e i suoi baci li sentì
bruciare e stracciare le sue tenere carni con denti di molossi[20]. E lei, la bellissima,
ebbe a provare un simile tormento. Conosceva l’ardore dell’uomo, ma ignorava
quello del diavolo, e quando l’unione divenne assoluta, lo strazio fu tale che,
in un eccesso d’odio, essa si ribellò come una belva, mordendo e graffiando,
torcendosi sul pavimento dell’antro come in preda a un attacco titanico. Nel
delirio essa vide il mago sdoppiarsi, assumere forme e apparenze strane; ora
era un serpe che cercava di soffocarla, ora un cane che l’addentava ai lombi,
ora un vampiro dalle ali di velluto che, posandosi sulla sua gola palpitante,
ne suggeva il sangue e la vita.
2.
Per quanti secoli
durò lo strazio? Forse pochi minuti, ma di che è fatta l’eternità, se non di
minuti?
3.
La disgraziata,
al massimo della tortura, ai limiti della follia, vide Zuleima per visione
interiore, la bella, calma, innocente regina del deserto, e capì che mai
l’aveva odiata di fronte all’impeto e alla potenza d’odio che in quell’attimo
sentì in sè. Essa ora odiava Zuleima come la tenebra odia la luce, come il male
odia il bene; la odiava perfettamente con ogni stilla di sangue, con ogni
goccia di sudore, con ogni lembo di bava, e in quest’odio supremo, il
meraviglioso e dolente amore che nutriva per Erode si disperse, …e svanì! Ormai
Erode era il vizio, era la corona, era la vendetta!
4.
Ansante, senza
più respiro, svestita, con i bei capelli che si trascinavano tra le lordure del
pavimento fatto di terra, Erodiade si distese tutta in un irrigidimento
cadaverico e giacque senza respiro con gli occhi aperti e vitrei, la bocca
contratta a un urlo che non aveva potuto emettere.
5.
Simon mago,
impassibile, aveva assistito con le braccia conserte all’invasione diabolica
dopo averla provocata, rovesciando a terra la regina.
6.
Nell’angolo più
riposto dell’antro, la schiava assisa, tremando, aveva visto ogni cosa. I
fantasmi del provocato delirio erano passati davanti ai suoi occhi veggenti;
essa sapeva ormai tutto della sua padrona, e intuiva che un patto di morte e di
dannazione le avrebbe unite.
7.
Il Baal di
Erodiade si era svegliato, ma esso era un povero genio del male, debole e
incerto; sarebbe servito a ben poco se la forza nemica riunita in Simon mago e
in Zobeida non l’avesse avvalorato e condotto.
8.
L’assira e il
mago odiavano troppo gli esseni, ed ecco che una provvidenza infernale dava loro
in mano, nella persona di Erodiade, un mezzo sicuro per colpire al cuore la
setta. Non solo uccidendo Zuleima, ma soprattutto provocando una persecuzione
sterminatrice in tutto il paese. Posta Erodiade sulla via del delitto, non si
sarebbe certo fermata tanto facilmente.
9.
A un cenno di
Simon mago, l’assira uscì dal suo angolo; sapeva cosa doveva fare.
Inginocchiatasi accanto al corpo irrigidito di Erodiade, con passi magnetici,
rapidi e decisi, sciolse lo spaventoso irrigidimento. Gli occhi si chiusero, le
labbra riebbero il soffio della vita e si distesero placate.
10.
Sotto le mani
magnetiche della schiava, la regina passò dal sonno ipnotico a quello naturale,
profondo come un coma, ma ristoratore. Zobeida la rassettò nelle vesti
strappate, raccolse l’opulenza delle chiome in trecce pesanti; tutt’avvolta in
un mantello scuro la regina ora dormiva, inconsapevole, estenuata da un male
interiore cui il sonno è solo un temporaneo ristoro.
11.
Con alcune stille
di un elisir verdastro, l’assira lavò le contusioni e le escoriazioni che
Erodiade s’era fatta dibattendosi, e quasi miracolosamente esse sparirono dalla
candida epidermide come tracce di fango lavate con l’acqua.
12.
In un soffio la
schiava chiese al mago: «Ricorderà?».
13.
«Con il cervello,
no, ma dentro di lei tutto sarà cambiato».
14.
«E Daida, la
strega nubiana?».
15.
«Oh, di quella
hai cessato di temere; è morta!».
16.
«Come?!».
17.
«Sì, lei aveva
commesso l’imprudenza di avvolgere nella sua aura eterica la regina; quando ne
ho ottenuto la sottomissione, quest’aura si è lacerata e la strega nubiana ha
raggiunto il suo Cabìrio».
18.
Qui il mago ebbe
un ghigno!
19.
«Era ora, no, mia
piccola Astarte?».
20.
«Oh, sì, sì!
finché Daida fosse vissuta, io non mi sarei sentita sicura».
21.
«Bene, adesso
puoi esserlo, se non hai paura dei fantasmi».
22.
«I fantasmi come
Daida non mi spaventano, sono innocui».
23.
«Già, sono più
pericolosi quelli della tua specie!».
24.
L’assira rise, un
lungo riso silenzioso, notando in queste parole del mago un’approvazione e un
complimento.
25.
Dalle labbra scolorite
di Erodiade uscì un gemito...
26.
«Si sveglia», –
osservò il mago. L’assira si compose a serietà e si affaccendò intorno alle
pieghe della tunica della padrona. Lentamente Erodiate tornò alla vita, i suoi
occhi imbambolati guardavano senza vedere il luogo. Con immensa fatica si levò
sul gomito, premurosamente aiutata dall’assira:
27.
«Dove sono? Che
mi è accaduto?».
28.
Il gelido dito
del mago toccò la regina sulla fronte.
29.
«Erodiade!».
30.
«Ah! Ora ricordo!
Oh, quale orrore!».
31.
Con un brivido,
Erodiade si celò il volto tra le mani.
32.
«Vi può essere un
orrore, o regina» – sibilò il mago, – «ma non vi è mai orrore quando si compie
il proprio volere e si serve alla propria ambizione».
33.
Queste parole
sferzarono la regina che ne ebbe a sussultare, mentre l’occhio s’incupiva e il
bel volto si faceva duro.
34.
«È vero, mago!» –
stridette, – «Sì, io ho la mia ambizione, la mia volontà, la mia vendetta. Sono
venuta qui per questo e aspetto che tu tenga fede ai patti».
35.
«Vi ho già tenuto
fede» – sogghignò il mago, – «e appena giungerai al palazzo, …ti accorgerai di
avere un ceppo di meno alle tue caviglie. Il primo laccio è già reciso...».
Senza sapere perchè, Erodiade provò un senso di freddo al cuore; del resto
aveva freddo su tutta la persona, un freddo mai conosciuto ed estremamente
penoso. Era come se l’avessero privata di un caldo mantello cui era abituata.
Reagì alla molesta sensazione e, ritornando regale, disse brevemente:
36.
«E allora?».
37.
«Allora, regina,
presto tu avrai il filo di perle nere come pegno della mia devozione, e come
primo passo verso la vendetta».
38.
«L’avrò...
come?!».
39.
«Lo esigerai da
Erode, e lui te lo farà avere».
40.
«Vedremo!».
41.
Un lampo sinistro
passò negli occhi della donna...
42.
«... in caso
contrario, bada a te, mago! Da oggi Erodiate non sa più cosa sia il perdono».
43.
«Lo credo bene» –
ghignò il mago, – «ma non avrò bisogno del tuo perdono».
44.
Appoggiandosi
alla spalla dell’assira, Erodiade uscì dall’antro per tornare a palazzo. La
notte era molto scura, senza Luna, qualche avara stella risplendeva qua e là di
un maligno scintillio. L’assira vedeva al buio come i felini e guidò gli
incerti passi della regina.
45.
Rientrarono non
viste, e appena fu nei suoi appartamenti, Erodiade licenziò con un gesto di
stanchezza Zobeida. Aveva bisogno d’esser sola; gli occhi falsi e penetranti
della schiava la irritavano. Provava un vuoto al cervello e una sete ardente,
ma non aveva voglia di richiedere nessun servizio all’assira. I complici
necessari, …sono sempre i primi ad essere odiati! Così la regina provava un
senso acuto di fastidio per la testimonianza della sua miseria.
46.
Cos’era accaduto
nell’antro? Zobeida era rimasta presente alla scena immonda? La strana voce del
mago, …risuonava ai suoi orecchi: “Un
rosso bacio d’amore di questa bella bocca... – Dandoti a me commetterai
veramente e finalmente il male... – Nulla giustificherà mai ai tuoi occhi
questo atto! ...”.
47.
Cos’era dunque
avvenuto nell’antro? Erodiade si sentiva insudiciata in uno strano modo. Era
come se un sudiciume sottile e malefico fosse penetrato sotto la sua bianca
pelle e rodesse il sottile intrico delle vene, contaminandola sino ai precordi[21].
48.
La sete si era
fatta insopportabile, ma con scaltrezza (per lei del tutto nuova) la regina si
mise a giacere dopo aver indossato una veste notturna, prima di battere il
timpano d’oro al cui suono la fedele Daida era solita accorrere. Ma questa
volta nessuno rispose al richiamo. Impazientita di bel nuovo suonò ma nessuno
comparve. Dopo reiterati richiami, Erodiade balzata dal letto si diresse verso
il cubicolo della nubiana, sollevò una tenda pesante e arretrò con un urlo
strozzato. Sul pavimento marmoreo, con le braccia distese come una crocefissa,
immobile e già irrigidita dalla morte, la buona Daida la guardava con gli occhi
vitrei, resi per sempre ciechi dalla grande pacificatrice.
49.
Di colpo Erodiade
capì le sibilline parole del mago...: «…avrai un intralcio di meno Il laccio è
già reciso...».
50.
Daida era morta!
Il legame che ancora l’univa al bene, …non c’era più! La regina pianse. Erano
le ultime lacrime di una sensibilità umana, era l’ultimo fremito di un’anima
che sarebbe stata nobile e buona, ma che non aveva potuto o saputo essere
eroica.
51.
Con Daida tutto
un mondo sognato di bene, di purezza, di evoluzione spirituale, scompariva; con
Daida scompariva la fedeltà, l’amore, la bontà, la pazienza; in una parola: …la
virtù! E questo, Erodiade lo comprese. È per questo che le sue lacrime furono
amare quanto sincere. Era sola, in un mondo popolato di Zobeida e di Simon
mago, in un mondo ove più nulla di sincero e di puro l’avrebbe sfiorata; ove
solo l’odio, la cupidigia, la libidine e la vergogna regnavano, e dove ogni ora
sarebbe stata un’ora di duello, ogni giorno un giorno di guerra, in cui neppure
il pensiero della morte avrebbe portato pace.
* * *
52.
Nel deserto, in una
strada di beduini, qualcuno intanto vegliava al fioco lume di una piccola
lucerna ad olio. Era un vecchio dignitoso, avvolto in un ampio barracano e un
fanciullo seminudo, dagli occhioni immensi, arsi da una misteriosa fiamma.
53.
«Perché non
dormi, Giovanni?» – chiese il vecchio.
54.
«Non so, padre!
Non posso; qualcosa accade oggi, …tra Cielo e Terra. Qualcosa di male!».
55.
«Vedi qualcuno,
Giovanni?».
56.
«No! Vedo solo
nero, e in fondo vedo molto rosso, sangue o fuoco, non lo so...».
57.
Poi ad un tratto,
un grido: «Padre!».
58.
«Che c’è,
Giovanni?».
59.
«C’è Lui, lo
vedo, …è qui! Sul carro di fuoco, è tutto rosso, …è tutto fuoco, padre!».
60.
«Sì, Giovanni, ma
non temere, non è la prima volta che vedi il profeta!».
61.
«Non l’ho mai
visto così, …mi fa paura! Ho paura!».
62.
«Giovanni!».
63.
Il nome era stato
sibilato dal vecchio come un’intimazione e, senza più reagire, quasi senza
vita, il fanciullo si abbandonò, e fu per cadere all’indietro, ma non cadde. Il
corpicino s’irrigidì, si tese, divenne vibrante; si erse in piedi, d’accosciato
che era, e sembrò riempire di sè tutta la tenda. Conserte le braccia sul magro
petto, folgorante lo sguardo, con scintille elettriche che uscivano dai suoi
corti capelli, il volto adolescente si stirò fino a segnare le linee del
cranio, e non più un fanciullo, ma un vecchio terribile fu davanti al beduino.
Costui, abituato alle supermanifestazioni, s’inchinò in segno di rispetto, ma
senza perdere la sua dignità e, con la familiarità di un amico, disse:
64.
«La pace sia con
te, profeta: parla, ch’io ti ascolti!».
65.
«Sventura a te,
re del deserto!» – gridò l’apparso. – «Sventura a te, Zuleima, fiore del
deserto!».
66.
«La tua parola è
dura, profeta, ma sia fatto il volere di Dio; spiegami però, se ti è concesso,
come verrà questa sventura e perchè deve colpire mia figlia?".
67.
«Jezabel è
ritornata nel mondo; essa ha fame e sete del sangue dei profeti, è furiosa come
una cagna rapida e porterà nei luoghi santi la confusione, e tra i figli di Dio
lo sterminio. I cani leccheranno ancora il sangue di Jezabel, ma prima essa
divorerà il cuore di Zuleima».
68.
«È di Erodiade
che parli, o profeta?».
69.
«Sì».
70.
«Zuleima non la
teme; ho fatto a mia figlia un cuore troppo puro perchè non sia più duro del
diamante, inoltre essa è un’iniziata, più mia allieva che mia figlia. Ebbe
dalle mie stesse mani le sacre bende del segreto sacerdozio».
71.
«Non esser
superbo, o re! Tua figlia alla fine non è che una donna!».
72.
«No, profeta, mia
figlia è un’iniziata. Lei morirà se occorre, ma salverà la purezza della sua
anima; non si contaminerà con il male».
73.
«Bada a te, re
del deserto, molto sangue scorrerà fra le dune...».
74.
«Sia fatto il
volere di Dio!».
75.
«Tu sei ancora in
tempo, re del deserto, manda i tuoi beduini a richiedere questa stessa notte che
ti sia consegnata Erodiade. La vipera è pronta a mordere, schiacciala prima che
ti avveleni. Questa notte o mai più tu sarai padrone della sua vita».
76.
«Profeta, io non
colpirò che per difendermi, e mai per primo!».
77.
«Allora addio!».
78.
«Addio, profeta,
…e in Dio. Un esseno sa patire, ma non sa nuocere!».
79.
La possessione
cessò di colpo. Il fanciullo si accosciò come svuotato di ogni vitalità. Il
vecchio, comprimendo nel cuore lo strazio della preconizzata sventura, ebbe per
il piccolo Giovanni delle cure tenere e affettuose. Solo quando lo vide dormire
un sonno ristoratore, usci dalla tenda e, guardando le avare stelle che
punteggiavano il cielo, lasciò scorrere le sue lacrime di padre, come una
rugiada sulla sabbia.
[indice]
۞
«Chi libera l’uomo dal male
che è negli uomini?»
1.
Era una
di quelle notti palestinesi che fanno gridare di meravigliato stupore il più
incallito e scettico dei mercanti. Il cielo di un vellutato azzurro chiaro per
il presentir della Luna nascente, era tutto un brivido di stelle; nell’aria
vibrante, eppur immobile, passava a tratti un profumo intenso, dolce e amaro al
tempo stesso. Affondato nella quiete come un vascello nelle onde, il grande
deserto petroso che era stato il fondo di un mare, sembrava esserlo ritornato.
Le cime delle dune inargentate dalle stelle simulavano le creste di una teoria
di onde immobilizzate, come per il passaggio di un Dio. Gli animali notturni
tacevano, e solo a tratti si udiva il bramire dolce di un branco di gazzelle abbeverantesi
al Giordano, pure lui immobile specchio offerto alla civetteria delle stelle
lontane.
2.
Un’esile candida
falce si alzò nel cielo; era la Luna al primo quarto, e la sua luce era così
fragile e nuova che il chiarore astrale la vinceva, così ch’essa stessa
appariva nel cielo come una stella nuova e sconosciuta, mentre l’immobilità
della notte divina era solo apparente. Tra duna e duna, con moti cauti eppur
veloci, uomini avvolti in candidi barracani scivolavano verso una mèta comune.
Incontrandosi non si parlavano, ma con un gesto convenuto, rapidamente, si
portavano la mano destra alla fronte, al cuore e alle due spalle, tracciando
sopra la persona un segno che pareva una ‘croce’ o ‘un ipsilon’ e, arrancati
per un breve tratto, tornavano a separarsi alla prima duna.
3.
Nel cuore del
deserto si ergevano le rovine plurimillenarie di un antichissimo tempio; quasi
al limite tra l’Egitto e
4.
Un superstizioso
terrore ne teneva lontani i poveri, e un timore meno superstizioso, ma più
concreto, consigliava i ricchi mercanti che facevano spola nel deserto, di non
passar molto vicino a quelle rovine; abitazione inviolabile di fantasmi e di
spiriti per gli uni, sicuro rifugio di briganti per gli altri.
5.
Verso quelle rovine
era diretto il flusso umano che quella notte scivolava tra duna e duna nel
deserto pietroso.
6.
Giunti alle
rovine i candidi barracani svanivano silenziosamente per una postierla[22] socchiusa che
immetteva ai sotterranei inviolati del Tempio. Nelle stesse viscere pietrose
del deserto si affondavano questi sotterranei. Dodici corridoi (larghi
abbastanza da lasciar passare comodamente due uomini affiancati) con il
soffitto a volta e con il pavimento pulitissimo coperto di asciuttissima sabbia
candida, si allungavano come i raggi di un Sole immobile in dodici direzioni
diverse, convergendo tutti e dodici in una vastissima sala circolare, sorretta
da dodici enormi pilastri. Il soffitto della sala era tanto alto da non veder
che un mare di tenebre; il pavimento, invece, era formato da lastre di marmo
bianchissimo, se pur corroso dalle migliaia di piedi che l’avevano calpestato
nei secoli. Nel centro esatto della sala un grande altare, perfettamente
quadrato, simile a un enorme cubo di basalto rossastro, si ergeva attorniato da
dodici spedite colonnine di onice dorato; sul capitello di ogni colonnina era
una coppa votiva di alabastro, nella quale ardeva una fiamma bluastra in cima,
rossastra alla base, simile a una fiamma di gas. Quella fiamma era perenne,
…nessuno sapeva chi l’avesse accesa e da quando, nessuno eccetto il re di
quello strano regno che, in punto di morte, lo confidava nell’orecchio del re
eletto successore!
7.
Tra gli enormi
pilastri, blocchi di pietra squadrata con incisi dei segni cabalistici
offrivano un comodo sedile a centinaia di fedeli; alla destra dell’altare un
piccolo trono di materia translucida e indefinibile, coperto con pelli di
leoni, indicava il posto del sacerdote di quel tempio.
8.
Esattamente davanti
all’altare, sopra un vello di candido agnello, era posato un tripode di vimini
intrecciato: le dodici fiamme perenni versavano una viva luce sull’altare e nel
tripode, lasciando in ombra, gradualmente sempre più scura, l’amplissima sala
nei cui fondali, fra le ombre, altre ombre si muovevano con movimenti
silenziosi e precisi come incorporei fantasmi.
9.
A poco a poco,
giungendo da dodici direzioni diverse, una folla dignitosa e silente, aveva
riempito tutti gli spazi tra pilastro e pilastro. Seduti immobili, avvolti
nelle fitte pieghe del barracano, come spettri nel sudario, alcune centinaia di
uomini disposti in tre file concentriche tacevano. Dall’alto dell’invisibile
soffitto, una monotona ma insistente musica di arpe e di sistri[23] incominciò a scendere
come aereo messaggio di un mondo impensabile. Gradualmente la musica crebbe e
accelerò il suo ritmo; altri strumenti vi si aggiunsero; infine una vera
sinfonia orchestrale si rovesciò dall’alto sopra gli immobili ascoltatori.
Quando la musica raggiunse il suo massimo, di colpo tacque, senza che un
tintinno o un fremito rivelassero la presenza degl’invisibili orchestrali, e
nel silenzio, che sembrò più fondo, da dodici punti diversi, le note limpide e
stridule di dodici buccine[24]
d’argento risuonarono con chiari clangori[25].
10.
Come evocati dal
suono, davanti all’altare quadrato, erano apparsi un vecchio maestoso e un
fanciullo scarno. Nelle mani del vecchio, un alto bastone d’argento terminato
dalla croce ansata, indicava un’alta autorità spirituale, nelle mani del
fanciullo erano invece alcuni steli di loto dal bocciolo verdastro, chiuso e
duro.
11.
Le dodici buccine
d’argento, dopo un prolungato squillo, tacquero e, nel silenzio ristabilito,
risuonò la voce del sommo sacerdote. Era una voce musicale dai toni profondi e
pur armonici che riempì di sè ogni riposto angolo di quel tempio sotterraneo.
12.
«Lodiamo Kristos
Pantokrator: l’Unico, il primo e l’ultimo, Colui che apre e chiude la porta,
Colui che accenna, e la morte gli obbedisce, sorride e la vita infiora le vie
della morte!».
13.
A queste parole
un coro appassionato e possente si levò concorde dai barracani bianchi, senza
che la loro immobilità fosse scossa: «Lodiamo, Kristos Pantokrator!».
14.
E il vecchio
riprese: «Leviamo alla vergine luce, alla luce eterna senza principio e
principiante ogni cosa, l’inno della nostra gratitudine!».
15.
Il coro rispose:
«Benedetta la luce sempre vergine che partorisce gli universi creati!».
16.
Il silenzio si
ristabilì solenne, e nel silenzio il vecchio venerando, seguito dall’accolito
giovinetto, si accostò all’altare sopra il quale depose il fascio di fiori di
loto che il fanciullo teneva tra le braccia. Nello stesso tempo, dai dodici
pilastri della sala si mossero dodici figure velate, aventi in mano un
incensiere di metallo dorato che spandeva nubi di fumo odoroso, e ogni figura,
come in armonioso ritmo di danza, trovò il suo posto ai piè delle dodici
colonnine d’onice dorate.
17.
Il sommo
sacerdote, lievemente inclinato sull’altare, mormorò con impercettibile voce
alcune formule segrete, dipoi drizzandosi nella maestà della sua persona e
ripreso il lungo pastorale che aveva affidato al fanciullo, con la croce ansata
toccò tre volte il centro dell’altare quadrato.
18.
Con l’impeto con
il quale una sorgente erompe dalla roccia viva, un getto di fuoco eruppe dal
centro dell’altare e s’innalzò chiaro e splendente verso la volta, superando le
fiammelle delle lampade erette sulle colonne. La base del getto infuocato si
allargò per tutta la larghezza dell’altare e investì in pieno il fascio di
fiori di loto che vi erano stati posati, i quali, prima d’esser divorati dal
nobile elemento, si aprirono in tutta la ricca gamma dei mille petali, come
raggianti stelle vegetali.
19.
Dalla prima fila
di stalli rimpetto all’altare e dall’altra postrema, dodici e dodici uomini nel
vigor dell’età, si alzarono e, deposto il bianco barracano, apparvero con il
corpo nudo bronzeo e perfetto, indossante solo una cintura villosa di pelle non
conciata d’agnello.
20.
Le due schiere
avanzarono fronteggiandosi, portando nelle nude mani, i primi, dodici rotondi
pani di pura farina, i secondi, dodici coppe d’oro colme fino all’orlo di rosso
vino.
21.
Quando furono
fronte a fronte, separati solo dall’altare fiammeggiante, con un gesto
simultaneo rovesciarono nel fuoco vivente l’offerta di pane e di vino. Fatta
l’offerta, i doriferi[26],
indietreggiarono passo a passo, ritornarono ai loro posti e sedettero, ma senza
riprendere il barracano che avevano lasciato cadere ai loro piedi.
22.
Dopo aver
divorato l’offerta pacifica, il fuoco sacro si spense come si era acceso e,
mentre dai dodici incensieri nuove volute[27]
di fumo profumato salivano alla volta oscura, il sommo sacerdote sedette sulle
pelli leonine del piccolo trono avendo a fianco – in piedi – l’accolito
fanciullo.
23.
Qualche fremito
d’arpa passò nell’aria come il sospiro di un angelo e, nel grande silenzio,
nuovamente la voce del vecchio si udì.
24.
«Fratelli, cui
fin dal principio dei tempi venne affidato con il segreto del vero la custodia
del tempio, io vi annunzio che molte cose stanno per avvenire, molte cose delle
quali lungamente già parlammo, e delle quali prima di noi e di voi parlarono i
giusti che ci precedettero e che attendono l’ora di risorgere.
25.
Noi sappiamo che
il grande Melchisedec, il primo tra gli uomini che ebbe da Dio stesso gli
ordini sacerdotali, ci ha affidato il compito di custodire, nell’ombra, la
fiamma sacra del vero, e di difenderlo contro ogni profanazione.
26.
Abbiamo visto,
come onde mutevoli del mare, cambiare i destini degli uomini senza guarire il
male dell’Uomo, e i mari divenire aridi deserti, le floride città mutarsi in
nidi di serpi e in spelonche di ladri. Abbiamo visto il giusto in catene e il
malvagio sul trono, e abbiamo capito che così era bene che fosse, e avendo la
potenza non l’abbiamo usata, avendo la scienza l’abbiamo nascosta perché altri,
malamente usandola, non avessero da fare ancor più male. Figli del vento e del
tuono, figli del fuoco e dello spirito, a par di essi rinunziammo ad aver sopra
la Terra un luogo da chiamar nostro, ma mobili come le sabbie, scorremmo
ovunque, ritrovando ovunque le ceneri delle case che furono nostre. Alla
libertà consacrammo l’esser nostro, la libertà trovammo nell’estrema povertà
che è divenuta, per ognuno di noi, un religioso precetto; ma noi non siamo che
pula che il vento trasporta, e non sappiamo del tutto la stagione del nostro
sostare.
27.
Acciocché il
concetto del vero Dio non si perdesse tra le plebi dimentiche e miserrime, noi
suscitammo in tutti i tempi le segrete scuole dell’iniziazione, e ad Eleusi
come a Crotone, ad Argo come a Creta, il nostro alito alimentò la lampada
accesa. Nelle nebbie stesse delle cimmerie[28]
contrade, noi penetrammo con la musica e il canto, e portammo quel tanto di
conoscenza che ogni popolo poté apprendere e ritenere. Abbiamo obbedito sempre
e dato ogni cosa ci venisse richiesta; non abbiamo difeso il mantello ma
abbiamo ceduto anche la tunica; abbiamo fatto spesso due miglia con chi ci ha
chiesto di farne uno, e oggi ci è venuto il premio che ogni ricompensa avanza e
supera.
28.
Oggi ci è
promessa la rivelazione degli ultimi misteri e la comunicazione di grazia con
lo Spirito unico e assoluto. Oggi noi sapremo ove Egli s’incarna, e sapremo il
giorno della sua manifestazione. Tutto l’amor nostro e tutta la nostra
dedizione a Lui che è grande e terribile, saggio e clemente».
29.
Nella vasta sala
passò un mormorio sordo che sembrò il rumore di una mareggiata tranquilla.
30.
Dopo un breve
silenzio, il vecchio riprese: «Come fu annunziato, tutto è avvenuto; la nostra
consapevole obbedienza ha sempre accettato i segni e, senza opporsi al male, ha
operato il bene com’era stato ordinato.
31.
Gli anni son
passati da quando nel deserto raccogliemmo tre sperduti: un Padre, una Madre,
un Bambino. Ricordate?
32.
Fuggivano la
folle presunzione del grande Erode, e noi offrimmo scampo, difesa ai miseri, ma
quando accostammo il Bambino sentimmo che non era solo un bambino, però lo
Spirito ci vietò di accoglierlo nel Tempio e ci ordinò di avviare verso
l’Egitto i profughi stanchi, e così si fece con dolorosa obbedienza.
33.
«Nel deserto lo
Spirito ci unì al giovane adolescente che conoscete, a Giovanni e, sempre in
obbedienza, l’accogliemmo tra noi dopo che egli, secondo i riti della sua razza
e il dovere della sua famiglia, prestò nel Tempio di Jehova il servizio
prescritto a tutti i maschi primogeniti dei popoli di Israele. Il nostro
Giovanni ci fu più volte di consolazione e di spavento. Sul carro di fuoco
della sua anima pura, il grande profeta di nostra stirpe, Elia, venne a
portarci la parola che non si ripete più volte. Egli ci ha annunziato per
questa notte, del primo quarto della luna di primavera, la sua venuta, e ci ha
ordinato di riunire tutti a compiere il rito del ringraziamento e a rinnovare
nella preghiera le candide vesti delle anime nostre.
34.
Acciocché la
santità del fuoco essenico testimoni per noi, confessiamo le nostre colpe
segrete e umiliamo la nostra petulanza nel constatare quanto misera sia ancora
la nostra statura di uomini. Io per primo, sacerdote e re, confesso di aver
provato collera verso il mio genero Erode Antipa e rancore contro la di lui
concubina Erodiade, per l’umiliazione e l’offesa a mia figlia Zuleima. Confesso
inoltre di aver peccato di superbia e di orgoglio considerando come mio merito
e pregio le virtù della suddetta mia figlia.
35.
Possa il fuoco essenico
purificare da queste macchie il mio cuore, e renderlo degno della rivelazione».
36.
E il vecchio
tacque incrociando le due mani sopra il ‘tau’ della croce ansata del pastorale
d’argento. Con il rumore di molte acque scroscianti, si iniziò nella vasta aula
la salmodia lenta della confessione corale. Gli esseni confessavano al fuoco
vivente le loro colpe, si accusavano pubblicamente dei loro errori, enunciavano
con voci tristi ma ferme, le loro umane miserie, si univano al gregge infinito
di tutti gli uomini, testimoniando la loro umana natura, e accettando la
sanzione che il loro ego superiore imponeva.
37.
«…ho peccato di
dissolutezza, …ho peccato di presunzione, …ho peccato di collera, ...», la
litania dell’umana fragilità, dell’umile creta terrena che rende uguali, nella
morte e nella colpa, i saggi e i potenti, gli ignoranti e i deboli!
38.
«…ho peccato!».
39.
«Chi libererà
l’uomo dal male che è negli uomini?» – Sembrava dicesse il coro dolente. –
«Chi, se anche noi, che siamo il sale della terra, ci corrompiamo e cadiamo?».
40.
«Chi redimerà la
natura inferma se la nostra plurimillenaria conoscenza non può farlo?».
41.
«…ho peccato!».
42.
Al saggio, non
spiace confessare la sua natura uguale a quella di tutti, perchè la saggezza
null’altro è se non una più alta conoscenza, realizzata traverso l’esperienza.
Le voci a poco a poco si spensero, e nella religiosa adunata sembrò passare il
soffio di uno Spirito divino che,
comprendendo in Sé tutto, con infinito amore sussurrasse senza voce, nel cuore
degli uomini:
43.
«Libererò Io l’uomo
dal male che è negli uomini!».
[indice]
۞
«Più dolce del miele...
più inebriante del vino»
1.
Lentamente
il Sole tramontò in una porpora violacea simile al sangue rappreso di
un’ecatombe svenata.
2.
In un triclinio[29] interno della casa
del prefetto di Roma, due uomini erano a colloquio: il prefetto Ponzio Pilato e
il tetrarca Erode. Dalle vesti prive di ornamenti, e più dall’ampio mantello
scuro tramite cui celarsi ai curiosi, ben si vedeva che il tetrarca era lì in
strettissimo incognito, e dal viso ombroso, dalle labbra serrate, dallo sguardo
sfuggente, si capiva ancor più chiaramente che non si trovava lì per sua
volontà, ma per uno di quei ‘cortesi inviti’ dei prefetti romani, …cui non
conveniva molto dir di no.
3.
La primitiva
apparente amicizia del tetrarca e del prefetto si era molto raffreddata: ognuno
diffidando dell’altro, e ognuno avendo bisogno dell’altro, i loro rapporti
erano diventati sempre più tesi. Fino ad allora il più forte era stato il prefetto,
cui Erode non aveva mai osato apertamente disobbedire, non essendo ben sicuro
del trono e del popolo, ma bisognoso dell’appoggio di Roma per regnare sopra
una razza inquieta dominata dai farisei, dagli zeloti e dai dottori della
legge.
4.
Ma quel giorno le
richieste del prefetto erano particolarmente gravose, sebbene fatte in forma di
amichevole consiglio. «Bisognerebbe» – disse il prefetto, – «dimostrare a
Cesare la gratitudine che il tetrarca prova per questo suo potente protettore,
e dimostrargliela in maniera tale da legare il ricordo di Cesare a quello del
regno di Erode. Perchè il tetrarca non avrebbe potuto costruire una città con
il nome ’Augusto’? Una città di marmi e di giardini, tale da oscurare (e
sarebbe stato facile) l’usurpata fama di Gerusalemme?
5.
Una città di
stile, di gusto romano, in onore del suo benefattore, l’imperatore Tiberio?!».
6.
Queste parole
crepitavano sull’anima del tetrarca come gocce d’acqua sopra una lama
infuocata. Egli ben comprendeva tutto il pericolo di un’aperta ripulsa, ma
sapeva anche che tacere significava accettare, e accettare voleva dire por mano
a un’opera che sarebbe stata senz’altro odiosissima agli inquieti giudei su cui
egli signoreggiava, i quali, oltre ai gravami che avrebbero avuto dalla
fondazione della desiderata città, avrebbero ritenuto il fatto come un’ingiuria
mortale al loro acceso patriottismo e alla loro insofferenza dei dominatori.
7.
La voce calda e
falsa del prefetto, spinse ora il tetrarca con il tono leggero della
conversazione, alla pericolosa obbedienza: «Si dice che Tiberio ami il giovane
figlio di Germanico e che l’abbia chiamato a corte; vuol educarlo al trono... –
I soldati lo adorano, lo hanno soprannominato Caligola, perchè nel campo
portava sempre le calighe[30]
del legionario, invece dei comodi sandali. Il ragazzo ama la vita rude e
l’imperatore se ne compiace...
8.
Mi hanno detto
che tuo fratello Filippo, …s’impicci assai per acquistar l’amicizia del
probabile Cesare.… Certo che allora avrebbe un poderoso appoggio!».
9.
«A corte,
prefetto», – scattò Erode, – «…ho capito, ma stando così le cose, mi sembra che
dovrei cercare io pure l’amicizia del giovane Caligola. Non ti pare? E fondare
una città con il nome di Tiberio non penso sia il modo migliore per avviare i
rapporti con il futuro Cesare!».
10.
«Perché parli del
futuro Cesare!? Tiberio è sano e vegeto, e prima di divenir Cesare, Caligola
potrà avere i capelli bianchi! ... Non capisci ch’io ti consiglio di prevenire
possibili accuse d’infedeltà all’imperatore con il gesto in tutto degno di te,
di fondare una città in suo nome e onore? Ogni intrigo di Filippo verrà in tal
modo a cadere, e tu potrai regnare per sempre in pace e in sicurezza!».
11.
«Parole,
prefetto, parole! E con il popolo della Giudea come devo fare? Tu sai quanto
mal volentieri esso tolleri il vostro gioco, perciò vedrà questa fondazione
come una sfida vostra e come tradimento mio!».
12.
«Non hai da
temere il popolo! Per gli scalmanati, i legionari romani bastano a tenerli a
freno».
13.
«E per i
malcontenti zeloti, i farisei e i dottori della legge?».
14.
«Per loro vi è il
pontefice Hanna! Del resto...» – e qui il prefetto ebbe un sottile sorriso, –
«... non hai pensato agli zeloti per prenderti Erodiade!».
15.
Erodiade! Questo
nome scosse il tetrarca come una sferzata improvvisa. Erodiade! Più dolce del
miele, più inebriante del vino, ...ma più pericolosa della morte!
16.
Erode, vide il
sorriso di Pilato e si senti come spogliato nella nudità dell’anima! Sì, egli
non aveva pensato agli zeloti per prendersi Erodiade, ma neppure ora vi
pensava.
17.
Erodiade era tutto
per lui: la vita e la morte, il cielo e la dannazione. Per lei aveva voluto e
voleva il trono; per lei, che quella notte era scivolata come un’apparizione
lunare nella sua camera, vestita di un velo che la faceva stranamente impudica,
e gli aveva rivelato il suo aspetto segreto e magnifico, avvolgendolo nella
lussuria e nella febbre, strappandogli, tra i baci, …una pericolosa promessa!
Già: cos’aveva promesso? Un sorriso astuto increspò il volto del tetrarca!
18.
«Già!…Erodiade!
Prefetto, tu dici bene, ma sai che io m’aspetto, appunto a cagion di Erodiade,
delle serie noie dal Re del deserto? E che avrò bisogno di tutti i nostri
sostenitori. I fanatici esseni non han più per Roma, simpatia degli zeloti e,
se possono perdonare un peccato d’amore, …non perdoneranno un peccato contro lo
spirito della nazione. Con il tempo, ...non dico, passata la tempesta si potrà
benissimo fare secondo il tuo desiderio, ma ora mi sembra che sia un
compromettere ogni cosa. Non credi?!». Pilato cessò di sorridere: «Tetrarca! Ricordati
che Roma non prega e non contratta. Ordina!».
19.
Erode divenne
livido, le vene del collo si gonfiarono, sembrò sul punto di scagliarsi addosso
al prefetto e, frenandosi con enorme sforzo, s’inchinò: «Allora, vuol dire che
obbedirò a Roma, in altre parole a Cesare!».
20.
«Mi spiace,
tetrarca, che tu non abbia voluto avere il merito della spontaneità! Io ti sono
amico, e per ora sono il solo a saperlo; dipende unicamente da te che un
rapporto non lo faccia palese all’imperatore!».
21.
Erode non
replicò... – Una volta di più capiva che nelle mani del prefetto, lui era
niente più di un giocattolo, e che il trono paterno doveva essere comunque
continuamente pagato a caro prezzo. Re! Re di nome. Di fatto, servo dei padroni
della sua patria, degli oppressori del suo popolo. Il sangue giudaico ch’era in
lui, anche se mescolato a un infinito sangue impuro, ribollì! Il tetrarca della
Giudea si sentì per un attimo re d’Israele, re dei Giudei; ma il misurato
sogghigno del romano gli ridiede le sue abituali proporzioni, ed Erode si senti
ciò che era: cioè un debole con velleità di forza, un vile con presunzioni
d’arroganza...
22.
Tacque e chinò
gli occhi sul complicato disegno del mosaico sul pavimento. Vi fu un lungo
silenzio...; d’un tratto si udì un fruscio e un lieve tocco alla porta del
triclinio; le pesanti tende furono scostate da una mano sottile e nervosa, e
sulla soglia apparve una figura di donna. Era Tullia Paolina, la consorte del
prefetto. Alta e magra, non bella ma interessante, indossava una tunica di
foggia greca, il chitone[31]
di lino bianco delle iniziate pitagoriche, senza alcun ornamento, eccetto una
cicala d’oro appuntata tra le trecce nerissime. I suoi grandi occhi, dalla
pupilla un po’ dilatata di veggente, fissarono senza sorpresa il tetrarca di
Giudea.
23.
«Kalimera,
Basileus!», disse con voce calda e un po’ roca di contralto[32] in quel greco che
era lingua comune ed elegante di tutte le alte società dell’epoca. «Buona
giornata, o re!».
24.
«Kalimera, Kyria»
– rispose Erode inchinandosi.
25.
«La mia Eutimia
ti aveva visto entrare» – continuò la gentile, – «e io non volevo che tu
partissi senza venire a salutarti e chieder notizie della mia bella amica
Zuleima».
26.
«La tua Eutimia»
– interloquì Pilato, – «è una chiacchierona curiosa che potrebbe fare a meno di
spiare ogni movimento della casa!». «Eutimia non spia, più di quanto non spii
il tuo schiavo trace», – ribatté la romana e, volgendosi al re, con un lieve
sorriso insistette:
27.
«Perché non è
teco la mia bella amica?».
28.
«Signora» –
rispose Erode, – «Zuleima non è alla reggia; essa ha chiesto di tornare per
qualche giorno da suo padre, dovendo celebrare alcuni riti della sua religione;
l’attendo anch’io assai presto, …e credo si farà premura di venire a trovarti.
29.
Io son venuto dall’eccellentissimo
prefetto romano a pregarlo del suo potente appoggio per un mio progetto e
poichè tu hai voluto onorare con la tua grazia la mia venuta, ti prego di
volermi esser interceditrice».
30.
Pilato guardò
inquieto il tetrarca, non sapendo intuire ove andasse a parare. Tullia,
accentuando la grazia del sorriso, rispose: «Tetrarca, …ben povera cosa hai
scelto per interceditrice. A me non è aperto il cuore di Ponzio, come il tuo lo
è a Zuleima! Comunque, parla, e unirò i miei poveri preci alla tua supplica!».
31.
«Kyria» –
continuò Erode, – «Genezareth è un miserabile cumulo di casupole di fango,
…abitato da contadini e da pescatori; vorrei farne una bella città, una città
di gusto e stile romano, e dedicarla al mio benefattore Cesare Augusto Tiberio!
Dubito però che la cosa sia a lui gradita, e temo di aver noie dai fanatici del
popolino, ma se la cosa sarà gradita a Cesare, e il prefetto mi assicurerà
l’aiuto delle valorose legioni romane, questa città sorgerà più bella di
Gerusalemme, degna dimora di riposo della tua grazia e di quella del tuo nobile
consorte!».
32.
Pilato,
esterrefatto dalla sfacciataggine del tetrarca, non poté impedirsi un sussulto,
sussulto che venne male interpretato dalla nobile signora che rispose:
«Tetrarca! La tua offerta, è grande e degna di Roma e di te, …non ha bisogno di
essere esposta come una supplica. Tu sei colui che dona, colui che deve esser
ringraziato. Puoi esser certo, tetrarca, che il grande Augusto apprezzerà come
merita questa tua iniziativa, ed io stessa gliela comunicherò con il primo
corriere imperiale. La cassa imperiale della prefettura metterà a tua
disposizione trecentomila sesterzi acciocchè tu possa iniziare i lavori, senza
troppo tuo danno, e puoi contare in modo assoluto sulle legioni romane. Non è
vero, Ponzio?».
33.
Il prefetto
sbalordito da questo flusso di parole e dall’energia con la quale furono
pronunziate, si sentì la gola arsa, e tossendo un po’ per schiarirsi la voce,
un po’ per guadagnar tempo, rispose: «Vedi, mia cara, non credo sia necessario
esser cosi precipitosi...».
34.
«Per la gloria di
Roma non si è mai precipitosi», soggiunse Tullia.
35.
«Sono i
trecentomila sesterzi che non ci sono », obiettò il prefetto.
36.
«Ci saranno!» –
replicò con energia Tullia Paolina. – «Stasera stessa manderai un corriere a
Cesare...».
37.
Il prefetto
tacque e, rodendosi d’ira silenziosa, finse di non notare lo sguardo trionfale
di Erode... Tullia Paolina era troppo legata a Tiberio perchè Pilato osasse
contrastarla. Nata e cresciuta alla corte di Tiberio, assai gradita
all’imperatore, Tullia Paolina aveva avuto una giovinezza strana e non proprio
tranquilla, …molte avventure avevano plasmato il suo pieghevole corpo brunito.
Si sussurrava che lo stesso Tiberio l’avesse iniziata ai misteri di Cupido[33]. Sposata con
Emilio Rufo, e da questo divorziata, era stata da Tiberio data in moglie a
Ponzio (uomo di buona ma oscura famiglia) insieme alla prefettura della
Palestina.
38.
Pilato amava e
temeva questa sua strana moglie, non bella ma intelligente, assai raffinata e
colta, inquieta e sempre in cerca di un’irraggiungibile verità. Tanto Pilato
odiava sinceramente ebrei, esseni, ismaeliti ed egizi, tanto Tullia era
innamorata dei riti, dei misteri, delle leggi di quella gente e, mentre Pilato
non aveva altri rapporti con il popolo giudaico, oltre a quelli del suo dovere,
Tullia teneva una vera corte di Sofia[34],
circondata com’era tutto il giorno da farisei, da sofisti, da sapienti idumei e
assiri, da gerofanti[35]
egizi e, in ultimo, da maestri esseni dopo che ebbe conosciuta la bruna
Zuleima, legittima moglie di Erode.
39.
Pilato, di fronte
alla decisione della moglie, si strinse nelle spalle, mentre Erode
silenziosamente trionfava. Non poteva mettere Tullia Paolina al corrente del
tiro mancino che aveva cercato di giocare al tetrarca, e doveva riconoscere che
Erode l’aveva finemente e abilmente battuto. Il merito che egli, Pilato, voleva
farsi di fronte a Cesare, ricadeva in pieno sul re; inoltre – e questo, Pilato
lo capiva bene – Erode aveva spezzato il laccio di servilismo che glielo
assoggettava, e scegliendo a protettrice Tullia si garantiva fortemente verso
Roma.
40.
L’inizio dei
lavori con l’oro romano avrebbe fatto apparire il tetrarca, agli occhi dei
giudei, non come un traditore, ma come un abile mistificatore dei romani e
l’avrebbe assicurato sempre di più al trono e alla libertà. Il silenzio pesò
tra i tre personaggi; lo ruppe Tullia con la sua calda voce: «Quando
incomincerai i lavori, tetrarca?».
41.
«Appena avrò
quanto la tua cortesia mi avrà fatto ottenere».
42.
«Prima che
finisca la luna di primavera?».
43.
«Prima che
finisca la luna di primavera, se al prefetto piacerà».
44.
«Se Cesare
autorizzerà la spesa», ribatté pronto Pilato.
45.
«Cesare
l’autorizzerà, ne son sicura!».
46.
Nel triclinio si
era fatto buio, e nel buio gli occhi di Pilato lucevano come quelli di un gatto.
Tullia ebbe un brivido come di febbre, e batté le mani ritmicamente. La porta
si aprì e sulla soglia comparve una giovane schiava greca, vestita anch’essa di
un lungo chitone candido.
47.
«Eutimia» – disse
la signora, – «fa portare le lampade».
48.
Senza parlare,
Eutimia sparì; pochi istanti dopo due schiavi nubiani entrarono portando due
grandi lucerne accese, alimentate da un olio profumato. Si era fatta notte.
49.
«Ti fermi a
cenare con noi, tetrarca?» – chiese Pilato.
50.
«No, prefetto,
attendo il ritorno di Zuleima, e amo che mi trovi alla reggia».
51.
«Ti faccio
accompagnare».
52.
«Non occorre,
fuor di qui ho quattro guardie del corpo travestite».
53.
«Molto bene!
Allora d’accordo, tetrarca, ti farò saper qualcosa per la città».
54.
«D’accordo,
eccellentissimo prefetto, spero di non attender molto la grazia di Roma! E’
inteso, dolce signora, porterò a Zuleima il tuo gentile saluto», – concluse
Erode inchinandosi profondamente, e uscì dal triclinio.
55.
Rimasti soli i
coniugi, Tullia si accostò al marito e, con grazia, pose la sua sottile mano
sulla spalla di Ponzio.
56.
«Perché non
volevi esaudire il tetrarca, amico mio?».
57.
«Meno male che
pensi di domandarmelo» – ringhiò Pilato. – «Ti sembra ben fatto, sperperar così
trecentomila sesterzi? E poi, che c’entravi tu?».
58.
«Non lo so, amico
mio, lo sai che io agisco sempre d’impulso! Ho pensato a una città bianca,
vicino al lago, a una città la cui storia comincia da noi. Le città che han
troppa storia mi opprimono, come Roma; …Gerusalemme mi soffoca. Vorrei che non
fosse sede di prefettura, amerei che tu ed io abitassimo altrove. Chiederò a
Cesare di far della nuova città la nostra sede, a Gerusalemme ho tanta paura!».
59.
«Sciocchina» –
rispose Pilato, già placato dal fascino strano di Tullia, – «i tuoi soliti
fantasmi! Anch’io, vedi, avrei voluto che fosse fondata una città in onor di
Tiberio, ma senza far spendere un obolo alle casse dello Stato».
60.
«È meglio così,
Ponzio, credimi, la città sarà nostra».
61.
Pilato scrollò le
spalle; non era sensibile a quelle sottigliezze, ma la bellezza austera e fragile,
un po’ medianica della moglie, come sempre lo turbava. Egli era un rude
soldato, ma posava volentieri da filantropo e da colto. Con la sua mente
abituata al calcolo delle possibilità, capì che era meglio far buon viso a
cattivo gioco e, sorridendo alla moglie, disse: «Ma sì, alla fine come vuoi tu;
forse hai ragione, c’è troppa storia in Gerusalemme, e...» – aggiunse piano, –
«…troppo fetore d’ebrei!».
62.
«Amico mio,
buono!» – e tutta intenerita Tullia posò il suo capo sulla spalla del prefetto
e disse: – «Ho sempre tanta paura per te!».
63.
«Ma per cosa, per
tutti gli déi, si può sapere?».
64.
«Non lo so; la
notte vedo fantasmi, vedo una croce insanguinata e sento voci che gridano da
sottoterra: ...Pilato, Pilato, Pilato!».
65.
Il prefetto, suo
malgrado, fece un gesto di scongiuro.
66.
«Tu sei pazza,
Tullia! Tutti quei maghi ti faranno impazzire davvero; lascia quegli studi
pesanti e, …impara l’amore. La vita è bella!».
67.
«Oh, amico mio,
l’amore! Quale cosa mai sarà l’amore quaggiù? Cerco l’amore, Eros Antesteros,
ma dove si cela egli?».
68.
«Tullia, non
posso essere io, l’amore per te?».
69.
«No, tu sei il
mio sposo, ti voglio bene, morirei se ti accadesse qualcosa; ma non sei tu...
l’amore! Nessuno, vedi, è stato mai l’amore per me, e forse neppure il
piacere!».
70.
«Non ti comprendo,
Tullia, ma ti amo, sei bella e, quel che più conta, sei bella solo per me, mi
piaci con questa veste di vergine severa, con questa cicala d’oro», e così
dicendo, preso tra le mani il bruno capo della moglie, la baciò a lungo sulla
bocca, socchiusa a un respiro ansante.
71.
Dolcemente essa
si svincolò.
72.
«Anche tu non sai
amare che così, povero amico mio!».
73.
«Ma per tutti gli
déi, come vuoi essere amata, se non così?», – e ripresala tra le braccia la
baciò furiosamente sul volto, sul collo, sui capelli nerissimi, …traendone
un’ebbrezza amara. Anche Tullia era più dolce del miele, più inebriante del
vino e, …più amara del tossico.
[indice]
۞
«Aghios Panagathos»
1.
Nel tempio
sotterraneo, l’adolescente Giovanni, seduto in una rigida posa sul tripode di
vimini, era preso dall’accesso profetico. La sua voce, che al primitivo timbro
argentino già mescolava il bronzo dell’adolescenza in fiore, risuonò come una
tromba di guerra e di vittoria, permeando ogni più riposto angolo della
vastissima sala.
2.
Una spasmodica
attenzione tenne in un alto silenzio gli ascoltatori, mentre con l’armonia di
una strofa omerica, la parola profetica volò nell’aria immobile.
3.
«... Colui che di
ognuno è maggiore, già dal seno dell’Eterno, come freccia dall’arco scagliata,
sulla Terra è disceso. Ecco che ciò che è spirito prende la materia, e dal seno
vergineo uscendo, chiude le porte dell’inferno e apre l’era nuova! Il
desiderato delle genti è qui!
4.
Come pastore
amerà il suo gregge e darà la vita per le sue pecorelle; non spegnerà il
lucignolo che fumiga, nè romperà la canna flessa. A tutti gli uomini farà bene,
e gli uomini faranno a lui male. Come l’agnello che è muto innanzi a chi lo
tosa, cosi Egli non aprirà la sua bocca innanzi ai suoi persecutori.
Trapasseranno le sue mani e i suoi piedi e conteranno tutte le sue ossa... ma
la morte non l’avrà in suo potere che per breve tempo, perchè Egli risorgerà
dai morti e, …i santi risorgeranno con Lui. Egli darà agli uomini una buona
novella! Egli viene per i malati, non per i sani; per i peccatori, non per i
giusti; per gli schiavi, …non per i liberi. Egli monderà Ia lebbra, ...darà la
vista ai ciechi, l’udito ai sordi, …il moto ai paralitici. Nessun male è in
Lui!».
5.
«Come avverrà
tutto ciò, e quando?», – chiese il re.
6.
«Avverrà con gran
tumulto a Gerusalemme. Quando per dieci e sette volte la Luna di primavera sarà
tornata, sarà immolato 1’agnello di Dio per i peccati di tutti gli uomini!
7.
Ma guai a te,
tetrarca, poichè ciò avverrà sotto il tuo regno! Guai a te, Pilato, poichè ti
sarà dato a giudicare il Giusto! Guai a te, Erodiade, assetata del sangue dei
profeti! La vostra fine sarà terribile, e in eterno vi aggirerete nella ruota
del mondo».
8.
«... Colui che verrà»
– continuò il re, – «abbisogna del nostro aiuto? Possiamo fare qualcosa per
Lui?».
9.
«Nessuno potrà
far nulla per Lui, Egli è maggiore di chiunque; il più grande di noi non è
degno, inginocchiato, di sciogliere i lacci dei Suoi calzari».
10.
Vi fu un silenzio,
la voce meravigliosa tacque. Ansante, semi rovesciato sul tripode, Giovanni
fissava nel vuoto con due occhi bruciati dalla visione interiore. Qualche dolce
fremito d’arpa risuonò dall’alto per aiutare la manifestazione. Il petto del
fanciullo si alzava e si abbassava come un mantice; si vedevano le vene del
collo gonfiarsi in modo pauroso. Lo spirito incubante sembrava impegnato in una
lotta feroce con una forza nemica.
11.
In coro sommesso
gli esseni intonarono un inno nell’armoniosa lingua dell’Ellade:
Aghios Panagathos,
Aghios Athanatos,
Aghios Krator.
Kristos Basileus,
Kristos Cosmocrator,
Kristos Callicrator,
Eleison!
Kristos Theos Eleison,
Kristos Pantokrator,
Eleison!
12.
Il coro si spense
lentamente mentre Giovanni si raddrizzò di colpo, bello come un giovane Dio,
con le gote imporporate, l’occhio luminoso, la fronte emanante raggi di luce;
egli riprese a parlare e nella voce che ora squillava come una fanfara di
trionfo, passarono fremiti di estasi indicibili.
13.
«Sì! Il Cristo è
qui! Il Cristo atteso, chiamato, creduto, invocato, desiderato dal principio
dei tempi; Colui che è tutto buono, tutto santo, tutto puro, Colui che domina e
non è dominato; ospita e non è ospitato, ordina ed è obbedito, ecco che per
amore si fa obbediente, ecco che viene, ecco: è qui!».
14.
Era
universalmente disusa in quei tempi l’attesa del Messia, del liberatore: i riti
bacchici[36] e le iniziazioni
eleusine[37], l'anelito comune
delle anime migliori a ritrovarsi in un’armonia pacifica, la necessità di esser
fuori da ogni giogo e da ogni legge ritenuta oppressiva, il bisogno di nuova
innocenza, uniti a una vaga nostalgia di un tempo migliore, di un tempo sognato
e mitificato nel regno di Astrea[38].
La diffusione in larghi strati delle tradizioni ermetiche, lo studio accurato
delle poesie omeriche, la fama che il giovane Virgilio si andava acquistando, e
specie il tono profetico di una delle sue più riuscite egloghe[39], ove si parlava di
un misterioso fanciullo destinato a riportare nel mondo l’età dell’oro,
facevano sì che ogni anima, trasalendo, intuisse l’avvicinarsi di una grande
ora.
15.
Il figlio di Dio
si sarebbe fatto carne, suonava la comune credenza: ma di quale Dio? Molti
attendevano Bacco-Dionisio; altri propendevano per una compiuta rivelazione
apollinea[40]; qualcuno vedeva
un grande fatto sociale e politico come messiade di popoli; insieme ai saggi,
ai visionari, non mancavano autentici ciurmatori e demagoghi, insinuanti gli
uni e gli altri, errati principi e scaltri insegnamenti.
16.
Inutile dire che
Roma imperiale vedeva tutto ciò assai di malocchio, e non mancavano
persecuzioni feroci per far tacere le voci che si levassero troppo alte e a
disperdere le sette che si mostrassero troppo audaci. Le sette orientali ed
egizie erano particolarmente sgradite a Tiberio che, imparzialmente, faceva
imprigionare, flagellare, crocifiggere o vendere come schiavi i seguaci e i
propagatori del culto di Iside o di quello della gran madre, fedeli di
Bacco-Diodisio e di Ermes Trismegisto, predicatori di aspre morali o
divulgatori di segreti piaceri, l’accusa era una per tutti e bastava:
«cospirazione contro lo stato». I sacerdoti degli déi indigeti[41], d’altra parte,
caldeggiavano l’imperatore per una legittima gelosia di poteri e di prestigio;
così i retori e i sofisti ridicolizzavano le barbare filosofie orientali, dopo
aver ridicolizzato gli stoici e coperto di fango gli epicurei.
17.
Sopra tutta la
Terra c’era ansia e tormento di anime, ma c’era anche ansia e tortura di corpi.
I tempi aurei della vergine umanità erano passati da un pezzo. Le guerre a
ripetizione, le trasmigrazioni di razze e di popoli, le mutazioni climatiche
diffuse per tutta la Terra, avevano accentrato nelle mani di pochi, oro e
potenza.
18.
I più conoscevano
solo la più atroce miseria, molti morivano letteralmente di fame;
l’infanticidio era comune, comune la prostituzione; genitori spinti dalla
miseria e dalla disperazione vendevano i propri figli come schiavi, e come
schiave intere popolazioni venivano trasferite dall’una all’altra estremità del
globo. Alle frontiere dell’impero, razze vergini, ma barbare, premevano, avide
di preda e assetate di sangue. Nell’interno dell’impero sedizioni e congiure si
moltiplicavano provocando inevitabili reazioni con lunghi strascichi di
persecuzioni e di vendette.
19.
In mezzo a tutta
questa infelicità, in mezzo a questo infinito dolore, l’ingenua fede primitiva
dei popoli era crollata; al suo posto, un’informe superstizione per i poveri e
per gli ignoranti; un arido scetticismo per i ricchi e per i dotti era, in una
parola, tutto quanto restava dello splendido commercio con le divinità dei
tempi omerici.
20.
In questa
condizione di spirito, l’umanità intera era pronta ad accogliere il Messia, a
credere nella sua parola. La messiade era realmente uno stato cosciensuale
dell’umanità; come stato cosciensuale era lo spirito di antimessiade, di
diffidente orrore verso ogni anelito spirituale, di sorda paura per ogni
aspirazione trascendente.
21.
Gli esseni (le
origini della setta risalivano a epoche pre-noetiche) erano pronti per la
messiade, sia a farla uscir fuori dal loro seno, sia a fiancheggiarla, se
straniera. In posizione di obbediente attesa essi aspettavano gli oracoli degli
ispirati e dei profeti, l’ordine di fare o di non fare; con una religiosità
intensa, consapevoli della presenza eterna del Cristo, lo adoravano in spirito
e verità provvedendo a custodir la fiamma della segreta conoscenza.
22.
In vaste riunioni
iniziatiche essi praticavano alcune forme di vero medianismo (se tra di loro si
erano conosciuti elementi adatti) per mettersi più direttamente in contatto con
l’anima cosmica che essi chiamavano con il vocabolo greco ‘Kristos
Pantokrator’, cioè Cristo, signore di tutto ciò che è percettibile all’uomo.
23.
Consapevoli
dell’immortalità, essi vedevano la via evolutiva dell’uomo dopo la morte,
tenere tre direzioni diverse. La prima, quella degli asceti, dei giusti, dei
saggi, era il ritorno e la fusione con l’anima cosmica, cioè la Panaghia[42], l’ipostasi[43] cristica, la
distruzione definitiva assoluta di ogni ego separante; l’espansione della
‘coscienza separata’ nella ‘coscienza comune’; essi non conoscevano più la via
del ritorno, erano i veri ‘Athanatos’, gli immortali!
24.
I secondi, gli
uomini comuni, buoni ma egoisti, gli ignoranti, i mercanti, i soldati, i mimi[44], i citaredi[45], gli aedi[46] e le donne,
salivano lentamente verso
25.
Infine una terza
categoria di essi veniva definita con greca parola ‘cacodemoni’ geni malvagi o
anche ‘etero-antropos’ stranieri all’uomo. Su questa terza categoria non
amavano molto diffondersi in particolari. Si sapeva che di questa categoria
facevano parte i maghi, le lamie[47]
e i vampiri; sul loro destino, e più sulla loro origine, gli esseni amavano
tacere.
26.
Non vi è
religione monoteista o alta filosofia che non debba qualcosa agli esseni, e
tutt’oggi essi esistono e vivono, celati alla curiosità, dai loro ferrei voti.
Nei loro templi segreti, sperduti tra gli intrichi delle foreste del Mato
Grosso, o tra i misteri dell’Africa equatoriale, o lassù sulla terrazza del
mondo (Tibet), ignoti come dèi, ma al par di dèi presentiti dai Lama (Lama
perduti nel formalismo del rituale che più non possono intendere) la gnosi è
loro affidata; essi la conservano per tutte le ore di tenebra, e la rivelano in
tutte le ore di luce. Quando l’umanità attuale sarà pronta per una nuova
messiade, essi offriranno alla messiade stessa l’oro, l’incenso e la mirra del
più puro dolore, del più alto valore, del più sublime amore dell’umanità in
ascesa.
27.
Ma ritorniamo a
Giovanni; l’inno profetico continuava a uscire dalle sue labbra e la figura del
futuro si delineava agli occhi degli esseni. Con amore e dolore essi si
apprestavano, dall’ombra, a servire il Re della Luce, sapendo in anticipo che
la «Luce» sarebbe venuta nelle tenebre, ma che le tenebre l’avrebbero respinta.
I non nati secoli risplendettero nella profezia, e i futuri martiri apparvero
nella porpora regale del loro sangue.
28.
Ma già la voce
dell’ispirato si abbassava, svanendo in un impercettibile mormorio, come
un’onda che si allontana dalla riva. Tacque anche, per un attimo, poi riprese
con mutato accento, un accento quasi tenero, quasi triste, un accento
d’addio...
29.
«Rimandate
Giovanni nel deserto. Che egli viva come gli antichi profeti! Si nutrirà di
miele selvatico e di cavallette; vestirà di pelli non conciate; indurirà il suo
corpo come una roccia; aguzzerà la sua anima come una spada, sarà la voce che
grida nel deserto a preparare le vie del Signore; predicherà la grande
penitenza, le turbe accorreranno a lui, e lui solo vedrà faccia a faccia il
Salvatore del mondo, lui solo ne udrà la parola non umana, prima di morire come
muoiono i profeti, per l’ingiustizia dei potenti e per l’iniquità degli
uomini».
30.
La voce tacque
definitivamente, e il giovane profeta si afflosciò senza vita. Due accoliti lo
presero prontamente tra le braccia e lo portarono via.
31.
Sull’adunata
essenica il silenzio fu greve, ognuno pensò tacendo e sembrò che il pensiero si
sommasse in peso che faceva piegar le teste come una corona massiccia. Il
silenzio fu rotto dal re.
32.
«Gli esseni non
appartenenti alla stirpe d’Ismaele, partano; gli ismaeliti, …restino, e con chi
parte e con chi resta, sia la pace!».
33.
Ordinatamente
avvenne un movimento tra i barracani bianchi; come tenui fantasmi, alcuni,
alzatisi, svanirono nelle tenebre dei dodici corridoi; anche le figure velate
dall’incensiere dorato si allontanarono. Un’assemblea più ristretta, formata
solo da bruni beduini circondava il re: a questi egli diresse la parola.
34.
«Miei fidi! Mia
figlia Zuleima, il fiore del deserto, la sorella vostra essenica, mi è tornata
dalla sua casa coniugale con l’anima colma di tristezza. Il tetrarca Erode, suo
consorte, l’ha gravemente offesa, riprendendole un monile prezioso di cui
l’aveva distinta, per darlo ad altra donna, con la quale vive in illecito
concubinaggio. Non del monile, nè dell’offesa essa si risente, bensì della fede
coniugale infranta, della menzogna sostenuta, dell’inganno avvilente. Essa è
venuta a me per consiglio e conforto, ma io, troppo interessato a lei, non
posso nè consigliarla, nè confortarla. A voi, signori del deserto, leggeri
figli del vento, io chiedo lo stesso consiglio e lo stesso conforto che mi fu
richiesto. Che dobbiamo fare? Parlate».
35.
Nella sala si udì
un mormorio, e un beduino, alzandosi, rispose per tutti: «Gamaliel! Tu sei
saggio e buono, devi deciderti. I figli del deserto sosterranno 1e tue
decisioni qualunque esse siano. Zuleima, fiore del deserto, è l’anima del
nostro cuore, è la figlia di tutti noi; non v’è alcuno tra noi che non reputi
preziosa la sorte di morire – se è necessario – per difendere il suo diritto e
vendicare la sua offesa. Ordina, dunque, o re, e noi tutti obbediremo con
gioia».
36.
«Grazie, fratelli
miei» – rispose il re, – «non mi attendevo meno da voi, ma son lieto dell’amore
vostro. Finiti i riti del primo quarto della Luna di primavera, attenderemo
dagli eventi il cenno. Zuleima è qui come essena e non come sposa cacciata,
ritornata per rifugio dal padre; il mio consiglio è per ora di tacere e
attendere. Lasciamo a Erode la prima mossa; egli sa che ha una sposa! Se
passati i giorni del rito non la richiederà con onore, gliela riporteremo
circondata dalle nostre lance e lo costringeremo a consegnarci la concubina,
così che abbia a cessare questo sconcio per Israele, questo sconcio per noi».
37.
«Così faremo, o
re!», – risposero in coro i beduini.
38.
La riunione finì;
tutti uscirono all’aperto per vie diverse. Sopra il deserto raggelato dalla
guazza[48] notturna, sorgeva
il lattescente miracolo della nuova aurora. Un altro giorno cominciava per gli
affanni e i peccati degli uomini; ma non per tutti, l’alba era il risveglio!
39.
Non si svegliò
Erode, ubriaco di lussuria tra le braccia di Erodiade; non si svegliò Pilato
che, fino a tarda notte, aveva vegliato a scrivere e a far conti perchè prima
dell’alba partisse per Roma un corriere straordinario; non si svegliò da un
pauroso sogno che la faceva gemere e torcere sul letto, la sensibile e nervosa
Tullia Paolina, nonostante le carezze e i richiami teneri e affettuosi della
sua prediletta Eutimia. Per tutte queste persone, il sonno – fratello della
morte – negò il miracolo fresco dell’aurora, la grazia del Sole nuovo e di una
nuova speranza, anche se destinata a terminar prima del tramonto nella
delusione.
* * *
40.
In una modesta ma
linda casa di Nazareth, invece, l’aurora era stata preceduta dal più dolce
risveglio, e sulla soglia della casa, aperta al Sole, un giovane adolescente dal volto pensoso e dolce, con le braccia
spalancate, come per abbracciare il nuovo giorno, pregava a bassa voce con
ardente intensità, mentre un anziano con la barba grigia e una donna ancor
giovane, vicino al modesto focolare preparavano il pasto del mattino.
41.
Il Sole sorse
raggiante, come rinnovato dagli orrori notturni, e il suo primo raggio sembrò
correre a baciare l’adolescente in preghiera. In quell’istante la donna,
voltandosi verso il figlio, emise un grido! Il Sole che baciava la bella
figura, disegnava sul pavimento di graniglia dietro di lei, una nera sagoma di
strumento di morte: la sagoma della croce!
[indice]
۞
(cinque anni dopo)
«L’uomo sarà sempre schiavo di
qualcuno,
finché avrà necessità di
qualcosa»
1.
Tullia
Paolina, ricambiata da infinita tenerezza, amava la giovane schiava Eutimia dal
giorno in cui, spinta da uno dei suoi incoercibili impulsi, l’aveva comperata
al mercato degli schiavi (colpita dalla serena calma che distingueva la
giovinetta dai piedi bianchi di calce, segno che era venduta per la prima volta
dalla massa amorfa degli altri infelici) versandone senza discutere un prezzo
esorbitante. Più volte avrebbe voluto renderla libera, ma Eutimia non aveva
voluto la libertà.
2.
«Kyria», – aveva
detto, – «l’uomo sarà sempre schiavo di qualcuno finché avrà necessità di
qualcosa, e dalla necessità tu non puoi affrancarmi, mentre se tu lo potessi,
per te stessa lo faresti. Lasciami dunque nella condizione in cui il fato mi ha
posto!».
3.
Queste parole
avevano aumentato l’affetto di Tullia per la greca, ed erano state l’inizio di
una confidenza piena d’amicizia, di tenerezza e di rispetto reciproco. Tullia
aveva bisogno di un cuore devoto, ma non servile, e in Eutimia l’aveva
pienamente trovato.
4.
La storia di
Eutimia era breve. Orfana di entrambi i genitori era stata accolta per mezzo di
una lontana parente nel gineceo del tempio di Eleusi, e ivi aveva ricevuto una
buona educazione come prodromo del suo futuro ingresso tra le vergini votate ai
misteri di Proserpina[49];
ma, durante una gita nell’Egeo, fatta con altre compagne, la liburna[50] che le trasportava
fu assalita da pirati fenici che avevano massacrato i pochi uomini
dell’equipaggio e trascinato in schiavitù le vergini. Ceduta insieme ad altre a
un mercante di carne umana, Eutimia era stata rispettata unicamente per i pregi
che la verginità, unita alla grazia, aveva sui mercati. Il buon demone, –
concluse Eutimia, – l’aveva fatta notare alla signora, ed essa era felicissima,
assai più che nel gineceo di Eleusi, perché in Tullia sentiva un materno amore
di cui il suo cuore aveva sempre avuto nostalgia.
5.
Sempre insieme,
Tullia ed Eutimia, avevano vicendevolmente perfezionato la propria istruzione;
insieme avevano partecipato ai misteri delle cure isidiache; insieme avevano
ascoltato il verbo dei pitagorici; insieme avevano pronunziato l’oscuro nome
‘tetragaton’ dell’iniziazione orfica[51]
e, mentre la giovinezza d’Eutimia fioriva come la rosa dell’Ilisso[52], la stanca
bellezza di Tullia si estenuava nelle veglie e negli accessi medianici, arsa da
un inestinguibile fuoco che la distruggeva senza ucciderla. I grandi occhi neri,
la cui pupilla era dilatata permanentemente dalla visione interiore, cercavano
intorno qualcosa o qualcuno, senza saper bene cosa, senza poter riconoscere
chi!
6.
«Ah, Eutimia» –
diceva, – «dov’è mai la verità? Io ne intravedo di continuo, frammenti e bagliori,
sento che la verità esiste, ma... non so trovarla, o non posso? Perché mi è
negato quel poco? Vedi, capisco che è poco, pochissimo ciò che dalla verità mi
separa, ma non so cosa sia, non so!
7.
Non so
identificare quel quid di troppo, o di troppo poco, …che mi separa dalla
visione perfetta. Dove? Dov’è la verità, Eutimia?».
8.
Eutimia non
poteva dire alla sua signora ove fosse la verità cercata, ma essa prendeva la
‘lira orfica’ e cantava con voce sommessa nel sonante dialetto dorico le strofe
alate dell’inno solare:
O Elios! O Febo! O Apolline!
Tu che ci doni la vita,
tu che risani gli infermi,
tu che vinci le ombre,
che fai fiorire le rose
dell’Illisso,
scorrere le acque del Lete[53];
tu che, dal coro delle Camene
attorniato, doni agli uomini l’arte,
odimi, odimi, odimi!
O Febo! O Apollo! O Elios…
9.
«Il Sole non è la
verità», – …diceva desolatamente Tullia.
10.
«Ma è la vita!» –
rispondeva Eutimia. – «E forse la verità non è la vita?».
11.
«Allora essa è
ben brutta; è la maschera che gli umani han posto sul suo dolce viso. Se noi
potessimo giungere a strappare la maschera, vedremmo la sua bellezza e ci
placheremmo. Sei proprio una figlia dell’Ellade, mia diletta! Una cicala
d’oro!».
12.
«Vorrei
addormentare con il mio canto il tuo demone inquieto, o signora!».
13.
«Oh, potessi tu
farlo!».
* * *
14.
«Kyria» – disse
quel giorno Eutimia, – «dicono che nel deserto della Galilea sia comparso un
nuovo profeta, pare che sia assai giovane, ma tutti lo indicano mirabilie
nell’austerità della sua vita! Egli chiama le genti a grandi penitenze ed
esorta a prepararsi perchè deve giungere l’inviato di Dio».
15.
«Vorrei vederlo!»
– sospirò Tullia. – «Non si potrebbe invitarlo?».
16.
«Non so, signora,
…credo che non accetti inviti. Forse potremmo andar noi da lui, ma dubito assai
che l’eccellentissimo prefetto lo permetta!».
17.
Tullia ebbe un
gesto di noia...
18.
«Oh,
…l’eccellentissimo prefetto non si occupa di queste cose. Per lui siamo tutti
pazzi, noi che aspettiamo qualcosa che muti questo mondo e questa vita,
qualcuno che dia un senso nuovo al mondo e alla vita. Tu credi, Eutimia, che
verrà, questo qualcuno?».
19.
«Sì, mia signora,
lo credo fermamente, ma questa credenza mi dà la pace, mentre a te sembra che
dia solo tormento».
20.
«Il fatto è, cara
Eutimia, che io non credo; io lo spero, …e aspetto. Non so cosa, né perché
aspetto!».
21.
«Verrà l’atteso delle genti, signora, se già
non è venuto. Egli guarirà anche te, ne son certa».
22.
«Tu sei buona,
Eutimia, ma se la tua fresca giovinezza non mi guarisce, dubito che alcuno
possa farlo! Mi sento nell’anima tutti i peccati del mondo, talora mi sembra di
essere un’ostia maledetta, un sacrifizio d’improperio[54] per tutto il male
dell’impero. Mi sembra che gli déi abbiano messo nelle mie vene, …la tabe[55] che rode i regni e
le nazioni. Mi sento infetta; spio le mie carni per vedere se non esce fuori
dalla pelle la lebbra che ho dentro l’anima! Oh, voglio vedere questo profeta,
Eutimia; chissà se egli non avrà per me una parola di speranza. Voglio
vederlo!».
23.
«Signora,
cercherò di informarmi come questo sia possibile, e sarai accontentata!».
24.
Un rumore di
passi nel corridoio fece tacer le donne!
25.
Sulla soglia
della stanza privata di Tullia apparve il prefetto. Aveva l’aria scontenta,
irritata e titubante delle ore serie. Tullia con un’occhiata licenziò Eutimia
che sparì dal gineceo come un’ombra. Sollevata sul gomito, Tullia invitò il
marito a sedere sullo stesso letto di riposo, sopra il quale stava sdraiata.
Ponzio sedette pesantemente, il volto duro e pensoso del prefetto turbò Tullia.
26.
«Che c’è, amico
mio», – essa non poté impedirsi di domandare.
27.
Il prefetto
tacque accentuando la ruga sulla fronte; poi, decidendosi, disse a un tratto:
«Tullia, ho una triste nuova da darti; son certo che ne avrai molto dolore, ma
ti prego di saperlo contenere, se non per amor di tuo marito, almeno per
l’onore di Roma!».
28.
«Ponzio, tu mi
spaventi; che c’è?», – gridò Tullia balzando in piedi.
29.
Il prefetto prese
sua moglie ai polsi, e con dolce fermezza la costrinse a sedere.
30.
«Amica mia, nulla
ti è giunto di quanto accade fuori, e io ne sono contento. Per la prima volta,
…benedico i tuoi strani studi che ti tengono un po’ fuori dal mondo. Tuttavia,
…da un istante all’altro tu potresti sapere. Ecco perchè sono venuto io stesso
a dirti che tu oggi hai perduto una grande e tenera amica...»
31.
I grandi occhi
dalle pupille dilatate si fissarono negli occhi grigi di Pilato con sgomenta
ansietà, e fu con voce simile a un soffio, che essa domandò: «Chi?».
32.
«Sii forte, amica
mia, contieniti» – pregò il prefetto. – «Gli schiavi ci ascoltano ovunque e
tutto può essere pericoloso. Zuleima non è più da stamane; una mano misteriosa
l’ha spenta».
33.
Tullia
s’irrigidì, ...si morse così profondamente il labbro inferiore da sprizzar di
sangue il bianco chitone di lino. Per un lungo istante essa tacque restando
immobile e fissando il marito con pupille immense, senza che il respiro le
uscisse dal petto. Pilato, spaventato e preoccupato, la scosse, finché
schiudendo le labbra essa non emise con il respiro un rantolo e un nome:
«Erodiade?».
34.
«... Pare di no!»
– rispose il prefetto. – «D’altronde, non era neppure alla reggia».
35.
«Ma vi era la sua
anima dannata: l’assira Zobeida!», – gridò Tullia.
36.
«Che vuoi che ti
dica, mia povera cara» – disse Pilato scrollando il capo, – «... era da
prevedere che sarebbe finita così. Tutto ciò, …complica terribilmente il mio
compito di governatore. Tu sai che Tiberio non vuole complicazioni con gli
alleati, e intanto vuole che i delitti siano perseguiti, i colpevoli puniti,
…qualunque sia il loro grado e rango, e questo delitto farà scalpore, giungerà
al suo orecchio, e io non so che fare. Erode e Gamaliel sono nemici mortali tra
loro, e sono entrambi alleati di Roma. Gamaliel vorrà vendicata la morte della
figlia; Erode giurerà la sua innocenza. Il re del deserto vorrà la testa di
Erodiade, ed Erode non la consegnerà; si ricomincerà così la guerra tra i due,
...la guerra che tanto irrita Tiberio».
37.
Durante questo
discorso, Tullia era rimasta immobile, lasciando scorrere lacrime silenziose.
Pilato la guardò e, nonostante le gravi preoccupazioni, il dolore della moglie
lo commosse profondamente. Il prefetto amava molto quella donna strana e
sensibile; soprattutto aveva in lei una fede assoluta. Nonostante il burrascoso
passato, Tullia era un’anima vergine e pudica che, accanto al rude marito, si
era rifatta a un’onestà e a un’irreprensibilità di costumi, così da essere
d’esempio alle poche donne romane del presidio.
38.
Sempre chiusa
nelle stanze del gineceo, essa non ne usciva che per recassi ai vari templi,
segnalandosi per pietà e raccoglimento. Amica dei saggi e dei dottori della
legge, era gradita anche alla popolazione israelita, la quale era solita
ricorrere a Tullia per mitigare talune decisioni troppo drastiche del prefetto,
suo marito. Così egli, vedendola piangere in silenzio ma con accoramento
profondo, avrebbe voluto consolarla senza saper come. Le accarezzò dolcemente
la bruna testa senza parlare, temendo che una frase imprudente o maldestra
potesse ancora offenderne il dolore.
39.
Tullia comprese
ciò e sorrise fra le lacrime: «Manderò le mie gemme al tempio di Eleusi
affinché Proserpina, signora delle ombre, sia propizia alla mia amica», disse
frenando i singhiozzi.
40.
Macchinalmente,
Pilato fece un segno d’assenso. Nonostante il suo dolore, Tullia si accorse
della cupa espressione del prefetto, delle sue preoccupazioni, e con coniugale
tenerezza lo esortò ad aprirsi e al tempo stesso a spiegarle com’era avvenuta
l’atroce cosa! Pilato, con vero sollievo, parlò. Per il governatore della
Palestina, la cosa era assai grave: l’inquieta provincia continuamente agitata
da rivolte contro i poteri dell’impero romano e dalle lotte intestine,
richiedeva al governatore una grande abilità diplomatica, abilità diplomatica
unita a una più che mediocre capacità militare. Guai a seguir gli impulsi, a
non meditare ogni atto, a non misurare ogni mossa!
41.
In continuo
bilico tra le varie potenze segrete dominanti
42.
Ai colpi di mano
degli zeloti contro il presidio romano, Pilato aveva risposto con repressioni
crudeli, ma rapide e brevi, tali da creare il terrore, ma da contenerlo nei
limiti di una legge dura ma giusta. Tuttavia nelle faccende interne del regno
di Giudea, Pilato non poteva entrare che come consigliere, ed era stato appunto
grazie ai suoi consigli e alle pressioni del sommo pontefice Hanna che, in
ultimo, la guerra intestina che da cinque anni si combatteva nei deserti, si
era composta in un’apparente accordo. Mercè quest’accordo, Erodiade
(gratificata di una somma enorme cui aveva tacitamente contribuito anche la
cassa segreta del presidio romano) aveva acconsentito di sloggiare insieme alla
figlia Salomè (che s’era fatta una bella giovinetta) dalla reggia del tetrarca
e ritirarsi in volontario esilio in qualche ridente isola dell’Egeo. Per
questo, lo stesso Pilato aveva donato una superba liburna, a bordo della quale
Erodiade e Salomè erano ostensibilmente[57]
partite dalla costruenda Tiberiade, mentre con pompa solenne, qual si conviene
a una sposa regale, la bella Zuleima rientrava dopo cinque anni nella casa del
suo legittimo consorte.
43.
Erode s’era
mostrato contento della soluzione, ed aveva accolto Zuleima con dimostrazioni
di affetto e pentimento. Ai Giudei e ai beduini la riconciliazione portava
benessere e tranquillità, quindi i due popoli avevano sinceramente festeggiato
l’avvenimento, ...pareva che una nuova era si dovesse dischiudere, e Pilato già
si congratulava con se stesso per essere riuscito a comporre la tremenda
questione, quand’ecco quel delitto premeditato e stupido era intervenuto a
rovinare tutto e a rimettere le cose nello stato primitivo, con il peggiorativo
che ormai la guerra non si sarebbe composta che con la morte di uno dei due
contendenti!
44.
Zuleima era stata
uccisa nel sonno, un pugnale acuminato e sottile le aveva spaccato il cuore.
Nessuno s’era accorto di nulla, non un grido era echeggiato. La porta della
camera ove Zuleima dormiva era chiusa dall’interno e s’era dovuta sfondare. La
finestra dava sopra un abisso; solo un uccello avrebbe potuto giungervi.
45.
Erode, che si era
mostrato afflittissimo, lasciò intendere a un atto insano della principessa, ma
l’esame del cadavere da parte dei medici e dei saggi, aveva concordemente
negato il suicidio. D’altra parte mancavano le ragioni logiche, e non era nel
carattere di Zuleima, educata a stoici principi, l’uccidersi per una crisi di
malinconia.
46.
Tutti avevano
naturalmente fatto il nome di Erodiade, …ma essa aveva il più formidabile degli
alibi: la testimonianza del prefetto romano che l’aveva accompagnata sulla
liburna e che la stessa liburna aveva visto salpare.
47.
Gamaliel, prontamente
avvisato, era accorso con una scorta di beduini vestiti a lutto, a prendersi il
cadavere della figlia, e aveva subito presentato a Pilato un ricorso, affinché
Erode e Erodiade fossero incriminati, l’una per istigazione e l’altro per
consumazione di uxoricidio, chiedendo alla giustizia di Roma una pronta
sanzione e facendo capire a Pilato che un suo rifiuto a procedere avrebbe
significato la guerra con Roma stessa, se Cesare, cui direttamente si sarebbe
appellato, non avesse dato soddisfazione. Inoltre, i partigiani di Filippo,
ringalluzziti dalla situazione, premevano a loro volta, e avevano offerto al re
del deserto un’alleanza per la vendetta comune.
48.
La situazione era
quindi assai ingarbugliata e il prefetto non vedeva soluzione alcuna. Tullia
Paolina, nonostante il dolore per la tragica fine dell’amica, ben comprese la
grave preoccupazione del marito. Ritornavano nella sua anima le reminiscenze
dei sogni spaventosi che l’avevano torturata lungamente e, …ancora la
torturavano. Si fece forza e ritornò la donna lucida e fredda che, alla corte
di Tiberio, aveva saputo difendere la sua vita e il suo avvenire.
49.
«È necessario che
tu agisca, Ponzio, …e senza indugi. Fa partire subito un corriere per Cesare,
con un dettagliato rapporto, e intanto chiama Erode a discolparsi o a
giustificare l’accaduto».
50.
«Zobeida, la
sacerdotessa d’Astarte, la schiava assira di Erodiade, non ha seguito la sua
padrona sulla liburna, ma è rimasta alla reggia, nessuno più di lei può essere
incriminato. Essa aveva le sue personali ragioni di odio ...verso Zuleimain
mancanza d’altri elementi può essere offerta la sua testa, beninteso se
maggiori colpevoli non si troveranno o non si potranno accusare! L’essenziale è
che tu, Ponzio, non possa essere accusato dall’una o dall’altra parte di tiepidezza
o di connivenza, e che nessuno possa approfittarne a Roma per nuocerti. Io
scriverò a Seiano. Egli è onnipotente presso Tiberio! ...».
51.
«Già, ma Seiano
odia Seneca, e la mia amicizia con Seneca è nota»,
52.
«Io avevo qualche
grazia nel cuore di Seiano» – continuò Tullia, – «e i nostri rapporti son
sempre stati buoni, e Seiano non colpisce per il piacere di colpire. Egli non
ha mire al di fuori dalla corte. Son certa che ti favorirà presso Tiberio».
53.
«Gli déi ti
ascoltino, Tullia» – sospirò il prefetto. – «Sinceramente mi spiace per la tua
amica. Io non ho mai favorito i rapporti del tetrarca con Erodiade. Tu lo sai,
vero?».
54.
«Sì, amico mio,
lo so! Hai dovuto sempre accettare i fatti, ma adesso pensiamo a premunirci. Il
cadavere di Zuleima è stato consegnato al padre?».
55.
«Sì».
56.
«È stato un
errore gravissimo da parte di Erode. Egli avrebbe dovuto esigere che la sposa
dormisse il sonno eterno nel mausoleo reale. Consegnando il cadavere ha
implicitamente confessato la sua connivenza, se non la sua complicità. Ma non
importa, io andrò dal re del deserto per onorare le spoglie dell’amica mia e
parlerò con Gamaliel: cercherò di rendertelo amico».
57.
«Grazie, Tullia,
sei un’impareggiabile sposa. Il giorno in cui varcasti la soglia della mia
casa, gli déi mi dimostrarono il favore più grande».
58.
«Fa preparare una
scorta, Ponzio, e fa chiamare la mia lettiga. Questa sera stessa andrò nel
deserto. A proposito, Ponzio, hai sentito del profeta che è apparso nel
deserto?».
59.
«Sì, ...un altro
di quei maledetti zeloti, ...e questo sembra più scalmanato di tutti».
60.
«Dicono che
annunzi cose straordinarie, che prepari le genti a ricevere l’inviato di Dio».
61.
«Sì, e a procurar
grattacapi all’inviato di Roma».
62.
«Suvvia, Ponzio,
non essere irriverente. Non credi che gli déi possano manifestarsi in certe
circostanze?».
63.
«Ah! Se così è,
che lo facciano adesso, perchè non so come avrà fine questa tragica storia».
64.
«Fa offrire un
sacrifizio a Ermes, Ponzio, …intanto ch’io son nel deserto e, …prega anche tu.
Ah, non sai qual conforto sia la preghiera!».
65.
«Mia cara Tullia,
farò tutto quello che vorrai, ma dispensami, ti prego, …dal commercio con gli
déi. Ne ho abbastanza di quello degli uomini. Porti teco Eutimia?».
66.
«Sì, anche lei
non è sgradita a Gamaliel».
67.
«Vorrei che il
mio trace venisse teco, da solo basta per venti uomini».
68.
«Grazie, Ponzio,
ma lui non piace ad Eutimia, e io non voglio che ne sia turbata».
69.
«Come vuoi tu,
Tullia».
70.
«Vale, Ponzio».
71.
Il prefetto si
sentì licenziato e uscì dalla stanza della moglie.
[indice]
۞
«E’ possibile che la messiade
esca dal deserto?»
1.
Nella
tenda regale, adagiata sopra il più bianco dei barracani, coronate le brune
trecce di gigli della valle e di rose sanguigne di Gerico, le belle mani
incrociate sul petto ferito, senz’altro monile che il sottile cerchio di una
fede nuziale pagata con la vita, Zuleima dormiva in pace l’ultimo sonno! Bella
era nella morte, come vergine addormentata; le lunghe ciglia ombravano il sommo
delle gote, la cui bianchezza faceva pensare al marmo pentelico[58]. Le labbra, che
conservavano una lieve ombra rosata, erano socchiuse come a un sorriso quieto.
La morte l’aveva colta nel sonno ed era stata fulminea: Zuleima non s’era
svegliata per morire! Intorno al letto funebre, vegliavano pensosi, beduini
armati ed esseni in bianche vesti.
2.
Gamaliel, maestro
degli esseni, re dei beduini e padre di Zuleima, l’aveva composta con le sue
mani per l’ultima pace, e ora vegliava, comprimendo nel cuore, sdegno e dolore,
cercando disperatamente di esser giusto fino allo spasimo, di capire il delitto
e chi l’aveva compiuto, di frenare lo spirito di vendetta che ruggiva come
inquieto leone nel suo vecchio cuore, ancor fremente e ancor vivo nonostante la
saggezza.
3.
Agevolmente,
Tullia ed Eutimia avevano trovato nel deserto l’accampamento regale, e le loro
bianche vesti pitagoriche avevano facilmente fatto da salvacondotto. Tutte le
sette iniziatiche delle vicine regioni greche e fenicie, assire e persiane,
egizie, asiatiche e africane, avevano avuto un misterioso avviso, per cui
ognuna aveva mandato una delegazione a salutare il fiore del deserto che non
era più tra i vivi. Esseni, pitagorici, isidiaci, stoici, suffi del deserto,
platonici e sadducei, persino qualche fariseo delle più audaci scuole, erano
sfilati pensosi dinanzi alla salma.
4.
Con tutte le
formule, in tutte le lingue, a Zuleima era stata invocata la pace, e la pace,
infatti, sembrava aleggiare sotto l’ampia tenda.
5.
Quando Tullia ed
Eutimia entrarono, la loro pena fu come placata dall’effluvio di serena gioia
emanata dalla salma. Gamaliel conosceva Tullia per averla vista spesso
interessata ascoltatrice degli insegnamenti essenici tenuti nelle logge
pubbliche; inoltre la conosceva come moglie del prefetto romano, perciò andò
incontro alla nuova venuta con familiare accoglienza.
6.
«Anche tu,
signora, hai voluto venire a salutarla?».
7.
«Oh, maestro, che
orribile cosa è avvenuta!».
8.
«Per noi, non per
lei; guardala, lei è in pace».
9.
«Sì, è in pace,
oh, bella amica mia...», e non potendosi più frenare, Tullia eruppe in pianto.
10.
Gamaliel lasciò
che Tullia piangesse. Con un gesto pacato le additò il letto funebre e si
ritirò in disparte. Tullia ed Eutimia si accostarono alla bella morta; la
schiava aveva tra le braccia un fascio di bellissimi gigli del Nilo che, con
grazia, depose sui piccoli piedi uniti che uscivano dall’orlo della veste
candida, mentre Tullia con mano lieve intrecciò ai bruni capelli dell’amica, un
giro di preziose perle rosate dell’India. Era la sua collana prediletta, e la
donava all’amica morta che non aveva potuto e saputo difendere. Poco tempo
poterono fermarsi le due donne nella tenda funeraria, perchè l’andirivieni
degli accorsi per l’ultimo saluto, premeva.
11.
Si ritirarono
quindi entrambe e la cortesia regale di Gamaliel le fece appartare in un’altra
piccola tenda, ove, appena poté, egli stesso si recò a raggiungerle. Tullia
desiderava e paventava il colloquio. Nella piccola tenda i tre tacquero a
lungo; ruppe il silenzio il vecchio saggio.
12.
«Il tuo piccolo
cuore trema, o signora, perchè? Tu amavi colei che non è più, ma nella tua pena
io leggo anche spavento. Sai tu qualcosa?».
13.
«Maestro, hai
detto bene; spavento c’è nel mio cuore, ma anche rimorso! Rimorso per la mia
vita troppo appartata che forse non mi ha permesso di proteggere come dovevo
l’amica mia».
14.
«Non l’ha potuta
proteggere suo padre; non l’ha voluta proteggere il suo sposo; che potevi far
tu, paventa[59] colomba?!».
15.
«Grazie per
queste tue parole, maestro, esse mi danno pace. Ma adesso che pensi tu di fare?
Chi accusi?».
16.
«Figlia! Il dovere
della razza mi impone di vendicare mia figlia; il dovere di giustizia esige che
il colpevole, o i colpevoli, siano puniti. Io accuso mio genero Erode di non
aver saputo difendere sua moglie. Accuso Erodiade, concubina e cognata di
Erode, di aver ordito e di aver fatto eseguire il delitto. Ho denunziato a
Roma, nella persona di tuo marito, il prefetto Ponzio Pilato, l’avvenuto,
chiedendo che la legge romana sia applicata in mio favore».
17.
«So che Pilato ha
mandato un urgente corriere a Cesare» – rispose Tullia, «…ma dubito che Cesare
farà cosa alcuna contro Erode. Purtroppo il tetrarca è ben appoggiato!».
18.
«Cesare non può
frustrare la legge!».
19.
Tullia frenò per
tempo una parola imprudente...
20.
«Chi scoprì il
delitto?» chiese.
21.
«La schiava
incaricata a svegliarla, ...dopo aver lungamente bussato invano e cercato di
aprire la porta, si spaventò e diede l’allarme. Erode stesso, …aiutò a sfondare
la porta. Sul letto essa giaceva già fredda! Erode si è mostrato assai dolente,
ma subito ha parlato di suicidio».
22.
«Zuleima non era
una donna da suicidarsi, ...era un’essena!».
23.
«Lo so».
24.
«Ti sei fatta
consegnare Zobeida, la schiava assira di Erodiade?».
25.
«Egli non ha
voluto consegnarmela, con il pretesto che apparteneva a persona assente».
26.
«Non potrà
negarla a Pilato!».
27.
Il re ebbe un
gesto di fastidio
28.
«... E
quand’anche? Che è Zobeida? … Una mano! La testa e il cuore che ha guidato
quella mano, sono colpevoli!».
29.
«Zobeida non è
solo una mano, …maestro. Certa dell’impunità, lei aveva motivi bastanti per
odiare Zuleima; non dimenticare che essa è sacerdotessa d’Astarte!?!».
30.
L’esseno stava
per rispondere, quando nel campo si sentì un forte brusio e di lì a poco una
voce stentorea gridò: «Il re, dov’è il re?».
31.
Il volto
dell’esseno s’illuminò di tenera gioia: «Giovanni!» – mormorò. – «Dio mio ti
ringrazio...», e ciò dicendo uscì premuroso dalla tenda.
32.
Timidamente,
Tullia e la sua compagna uscirono a loro volta. Nel campo vi era un vasto
movimento, un accorrere di popolo. Eutimia intravide un uomo di alta statura,
seminudo, dal colore bronzeo, che sembrava essere al centro di quell’accorrere.
33.
«Il profeta del
deserto, Kyria!», – mormorò a Tullia.
34.
«Quello?».
35.
«Sì» .
36.
Eutimia e Tullia
si spinsero avanti, incuranti del decoro e del luogo. Giovanni era irriconoscibile!
Gli anni passati in aspre penitenze e contemplazioni del mistero del deserto,
avevano sviluppato e temprato la sua bella persona. Muscoli come corde
d’acciaio guizzavano nelle braccia e nelle gambe nude, a ogni movimento. Alto
più della media, magrissimo, senza esser scheletrico, aveva la pelle dorata
come il miele selvatico di cui si nutriva. Una pelle non conciata di montone lo
copriva ai fianchi, la bella testa selvaggia, ricca di una chioma così nera da
sembrare azzurra, veniva irradiata da due meravigliosi occhi neri; la gola
poderosa, sempre palpitante di un ruggito contenuto, mostrava l’intrico delle
vene e dei muscoli. I lineamenti del volto erano aspri e duri, se pur
mirabilmente cesellati. Era un volto che ignorava il sorriso, cui però non era
ignota l’amarezza del pianto.
37.
Di lui si
dicevano molte cose, e la voce concorde era che egli fosse un antico profeta,
forse Elia risuscitato dai morti.
38.
Aveva una voce
potente e chiara come tromba di guerra, e la sua parola risuonava nel deserto
come in un tempio, e trasformava, in tempio sacro allo Spirito, ogni zona di
terra in cui egli si trovasse.
39.
Giovanni,
nonostante l’asprezza della sua parola e i modi recisi del suo contegno, aveva
numeroso seguito e molti discepoli dividevano nel deserto la sua vita di quasi
incredibile durezza e penitenza. Egli predicava un battesimo in remissione dei
peccati, ma esortava gli uomini a prepararsi a ricevere degnamente chi veniva
dietro di lui e che ‘era più forte di lui’.
40.
In occasione
della tragica morte di Zuleima, lo Spirito l’aveva tratto dal suo isolamento e
condotto al campo di Gamaliel, ove aveva incominciato a predicare dirigendo
bruscamente la parola allo stesso re.
41.
«Salute a te, re
del deserto! Che intendi fare adesso?».
42.
«Ah, Giovanni! Tu
sai che Zuleima è stata uccisa? Tu ricordi Zuleima che tanto ti ha amato da
fanciullo?».
43.
«Io non ricordo
di aver avuto una madre, eppur l’ebbi. Come vuoi che ricordi le infantili
blandizie? Zuleima, il fiore del deserto, è andata a profumare il cielo.
Rallegriamoci con lei e non contristiamo con le nostre querele la Terra! Non
vorrai, o re, continuar la guerra che da oltre cinque anni affligge queste
regioni?!».
44.
La parola del profeta era uscita, violenta e sconcertante dalle sue
labbra, diretta al re come un’accusa e, senza lasciargli il tempo di rispondere
o di riprendersi, continuò: «La parola di Dio ti fu indirizzata a tempo, e
quando potevi ancora far bene prendendo una decisione di forza, tu rispondesti
che un esseno non colpisce mai per primo!
45.
Ciò che ti fu detto,
…avvenne, e tu, o re, se non colpisti per primo, …non però desistesti dal
colpire. Molti innocenti da entrambe le parti han perduto la vita, molte madri
piangono; il dolore si è seduto al focolare d’Israele, …e a quello d’Ismaele.
Vorrai che questo continui?! Risusciterai dai morti tua figlia, se a sua
cagione molti altri uomini morranno?! E se anche avrai nelle mani i colpevoli e
potrai trarne disperata vendetta, qual vantaggio verrà a colei che non è più?
46.
Lascia dunque, o
re, la cura della giusta vendetta a Dio, e tu non macchiare ai suoi occhi la
candida veste, per renderti uguale all’assassino! Licenzia le tue truppe,
rimanda al deserto i suoi figli, non curarti d’apparir debole, essendo forte,
folle, essendo saggio! Non confidar nell’uomo, poiché sta scritto: “…maledetto
l’uomo che confida nell’uomo!”. Leva il tuo sguardo al Cielo e attieniti agli
ordini suoi. Questa è ancora l’ora del principe di questo mondo, l’ora del
trionfo dell’iniquità; vano ti sarebbe di volerti opporre, …vano reagire! I giusti
pagheranno per i peccatori, i malvagi saranno sul trono e i santi in catene,
...finché verrà l’ora del Giudizio divino!
47.
Vuoi tu, o re,
renderti uguale a costoro? Lascia loro il misero orgoglio di trionfare nel
tempo, perchè Dio si riserva il trionfo nell’eternità. Non mescolarti con il
violento, non contaminarti con l’impuro; non aver parte alcuna con il male, e
se lo puoi, o re, perdona!».
48.
Un costernato
silenzio accolse le parole del giovane profeta. Come colpito dalla folgore,
Gamaliel era rimasto impietrito: tutto poteva attendersi, meno quello strano
intervento. Erano anni che non vedeva più Giovanni, e ora lo trovava
singolarmente duro, come trasumanato in un’altra persona, in un’entità nota e
terribile in tutta
49.
«... Verrà il
Salvatore, Colui che vi battezzerà nel fuoco e Spirito Santo. Egli risanerà i
corpi per redimere le anime, patirà ingiustizia e sarà oppresso a cagione dell’iniquità,
ma risorgerà alla morte e con Lui risorgeranno le anime dei santi. Egli viene
per annunziare il regno di Dio, per stabilire sopra la Terra un regno di
giustizia e di pace.
50.
Prepariamo a Lui
le vie; si appianino i colli, si curvino i monti e le vie malagevoli si
facciano piane. Fioriscano dai rovi i gigli della valle e fiorisca il deserto
come la rosa di Damasco; si faccia Gerusalemme come sposa che lo sposo attende,
poichè è già per venire l’Inviato dall’Altissimo!».
51.
Tutto il campo
s’era riunito intorno al profeta. Nella tenda funeraria Zuleima dormiva, sola,
il suo sonno di pace.
52.
Premuta nella
folla, Tullia ascoltò avida la parola terribile e bella, e si smarriva quando
la pupilla del profeta si scontrava a caso con la sua.
53.
«Confessate i
vostri peccati», – riprese Giovanni, – «deponete nella contrizione del vostro
cuore le vostre immondizie, nel Giordano lavatevi nella penitenza delle vostre
sozzure, affinché Colui che sta per venire vi trovi mondi. Pentitevi dei vostri
peccati perchè io vi annunzio che essi vi saranno rimessi, e tu, Gamaliel,
ricordati che oltre la morta Zuleima hai pure un figlio, il principe Areta. È
tempo che egli regni e tu insegni! Deponi dunque la corona del re e prendi il
vincastro del pastore.
54.
Ai tuoi piedi
verrà, per aver sapienza, qualcuno che è già nel pensiero dell’Eterno,
destinato a propagare la messiade su tutta la Terra. Egli si batterà con
l’agnello, come il pari con il pari, e sarà vinto e da vinto servirà il
vincitore come nessuno saprà mai servirlo! Prepara anche tu nel deserto l’ora
della Messiade!».
55.
«Uscirà dunque
dal deserto la Messiade?», – chiese il re.
56.
«Sempre la
Messiade esce dal deserto! La sterile sarà madre di molti figli, il grembo
arido verrà fecondato e dalla morte nascerà la vita eterna».
57.
Vi fu un silenzio...
Di nuovo, la voce stentorea risuonò: «Principe Areta, ricevi dal padre tuo il
peso della corona, e portarlo in modo da esser degno, domani, di aver per
corona la luce di Dio! Non impacciarti con l’ingiusto, non mescolarti con il
superbo, frena l’impeto del sangue e sii prudente. Vedrai tramontare il sole
dell’iniquità e conterai i giorni dell’empio. Ecco che misurerai la rovina e la
desolazione del tempio di Gerusalemme; ecco che a te è commesso il pungolo onde
sia stimolato lo zelo dei santi. Dalla tua stirpe, o principe, …uscirà un
profeta. Israele sarà consegnato ad Ismaele, …per il suo castigo. Ove oggi son
le sedi dei re e dei potenti, il libero beduino pascolerà le sue mandrie di
cammelli!».
58.
Dalla folla usci
un giovane guerriero dall’aspetto dignitoso e modesto: «Profeta di Dio» –
disse, – «io sono molto giovane, non adatto al peso della corona; dammi tempo
che alla scuola del padre mio impari a far scienza del regnare!».
59.
«Tuo padre è
chiamato ad altri compiti, l’Altissimo chiama te alla corona».
60.
Il giovane
principe, visibilmente spaventato, si strinse al padre. Gamaliel l’accarezzò
con lo sguardo: «Coraggio, figlio mio. Colui che dà e toglie i regni della
Terra, ti sosterrà con la Sua grazia» – disse. – «Dandoti la corona non ti
commissiono la vendetta della sorella. Tu farai come Iddio t’ispirerà; il padre
tuo pregherà per te».
61.
«O Padre, non
allontanarti da me!».
62.
«Tuo padre verrà
meco nel deserto» – tuonò Giovanni. – «Egli ha cessato di pascolar greggi e
condurre tribù; il suo compito oggi è di pascolare pastori e preparare santi!».
63.
«Lascia, o
profeta, ch’egli seppellisca almeno la figlia».
64.
«Ai morti la cura
di seppellire i morti; chi è vivo lodi il Signore! Popoli del deserto, il principe
Areta vi è dato da Dio come re: obbedite a lui! E tu, fanciullo, non scostarti
mai dalla divina grazia! A voi, soldati, io dico: non operate con proditorietà,
non incrudelite con il vinto, non opprimete con saccheggi e taglie le
popolazioni; siate paghi della vostra mercede e servite con fedeltà! E voi,
mercanti, siate onesti nelle misure, date ad ognuno il pattuito, non ingannate
la buona fede e non adulterate le promesse! E voi, pastori, compartite in pace
i pascoli, spartitevi le acque e onorate il Signore Iddio nostro. Ognuno operi
in giustizia, ognuno si rinnovi alla grazia per il pentimento dei propri
peccati e per la speranza della vita eterna!».
65.
«Profeta », –
gridò un sadduceo, – «parlaci dunque della vita eterna!».
66.
«Comincia a
nascere, o uomo, e poi saprai da te cos’è la vita eterna», – rispose Giovanni.
67.
Rompendo
l’affollamento, Giovanni si accostò a Gamaliel e lo prese per mano. Senza un
attimo di esitazione, senza un’ombra di rimpianto, senza voltare indietro
l’occhio a rimirare ciò che lasciava, senza un addio, Gamaliel seguì il profeta
che, torreggiando l’alta persona come prua di nave, sicuramente si incamminò
verso il deserto.
68.
Nella folla fu un
silenzio di sbalordito stupore. Ruppe il silenzio un altissimo pianto
giovanile. Era il giovane Areta che, proteso sulla sabbia, gridava
disperatamente il suo dolore senza accettare conforto! Quel pianto disperato e
angosciato di fanciullo sembrò rompere l’incanto, e ridiede alla folla il senso
della realtà.
69.
Alcuni anziani
trascinarono il principe in una tenda e, mentre già nascevano e s’intrecciavano
le discussioni, Tullia ed Eutimia rientrarono nella loro, senza riuscire a
rendersi ben conto dell’accaduto, ma provando nell’intimo un’impressione che
ben sapevano mai si sarebbe cancellata!
[indice]
۞
«Spesso la vita non è che un sonno
che nelle sue tenebre
offusca la verità delle cose»
1.
Nel
deserto Gamaliel e Giovanni camminarono a lungo senza parlare. Da maestro
divenuto allievo, il saggio re seguiva il giovane profeta, come perduto in un
sogno.
2.
Uscendo dal
campo, lasciando senza un attimo d’esitazione ogni cosa per obbedire al
richiamo divino, Gamaliel aveva provato una strana impressione di risveglio,
gli sembrava di aver lungamente e affannosamente dormito e di aver cessato
l’incubo nella freschezza dell’alba.
3.
Da tutto il suo
essere, come da un infinito mare di conoscenza, giungevano a lui brandelli di
coscienza, folgorazioni di verità e, mentre il suo agile piede di beduino
calpestava la sabbia candida, egli si librava con la mente sopra il deserto e
sopra il mondo, in una radiante ascensione dello spirito, in cui tutto l’esser
suo, ritrovandosi, si smarriva.
4.
Come spiriti
incorporei, l’esseno e il profeta si compenetravano a vicenda e, senza parlare,
si rendevano mutualmente conto dei loro pensieri godendo delle stesse visioni.
La carne aveva perduto il suo tragico peso, e la vita con le sue contingenze,
le sue colpe e le sue tenebre, era lontana, infinitamente lontana, già obliata,
già contemplata con incredulo stupore.
5.
La coscienza di
esistere si allargava rutilante in Gamaliel, come un’ala d’arcangelo, e lo
trasportava di era in era, di vita in vita, avanti e indietro nel tempo, per
proiettarlo infine ove il tempo perde ogni significato e, dove l’immobilità
dell’Assoluto, l’intramontabilità dell’Eterno, da soli riassumono e tramandano
la somma dei significati e dei simboli dell’unica Essenzialità in cui, tutto
essendo, più nulla esiste.
6.
Le sfere celesti
ruotavano armoniose innanzi alla coscienza meravigliata, e i suoi celesti
conduttori, in forme di pura luce, aggiungevano splendore allo splendore,
armonia all’armonia, delizia alla delizia. Mentre il passo gagliardo vinceva
l’ostilità sorda della sabbia; la mente, superando il creato, il sensibile,
l’immaginifico[60], s’immergeva beata
nell’increato eterno, nel supersensibile, identificando oltre l’immagine,
l’idea, e follemente inabissandosi in una contemplazione d’amore, si ritrovava
nella mente di Dio come nel suo stesso elemento, come nell’unico suo mezzo, in
un ambiente naturale.
7.
Quanto tempo
camminarono i due rapiti? Nel deserto, solo il sorgere e il tramontar del Sole
dà segno dello scorrere del tempo, ma il sorgere e il tramontar del Sole sono accidentalità
di nessuna importanza per chi, con la mente nei Cieli, trascorre sulla Terra,
nella sua soma[61]
mortale rinnovata alla trasparenza, la virtù dell’anima.
8.
La fame, la sete,
il sonno, la stanchezza, non possono farsi sentire nelle sfere dell’assoluto
pensiero spirituale, e la creta umana ha assai più possibilità di sopperir da
sola ai suoi bisogni più urgenti e resistere all’usura dello sforzo, più di
quanto non si creda. Senza ricorrere al fachirismo per spiegare talune
prodigiose resistenze, basta semplicemente il ricordar che Archimede, immerso
nei calcoli matematici, non si accorse neppure della presa della città, tanto
la vita sensoria era sospesa in lui dall’attività della mente.
9.
A maggior
ragione, quindi, l’esseno e il profeta, perduti nelle speculazioni della più
ardua contemplazione, poterono camminare giorni e notti di seguito senza
partirsene e senza che gli stimoli della materia interrompessero il colloquio
spirituale.
10.
Il corpo
dell’uomo è foggiato in maniera da essere (a seconda della capacità dell’uomo
stesso di dirigersi) o un perfetto schiavo, o un tirannico padrone.
Accontentato nelle cose più innocenti, aumenterà di continuo le sue pretese e,
costretto alla disciplina della rinunzia, vedrà i suoi bisogni ridotti quasi a
zero. La penitenza null’altro è che esercizio di indurimento, e laddove essa
venga praticata senza compiacimenti morbosi, diviene uno strumento cosciente di
libertà e di potenza.
11.
Giovanni, nel
deserto, aveva vissuto in modo adatto a rendere il suo corpo un docilissimo strumento,
ma al contempo l’aveva irrobustito fino all’inverosimile. L’adolescente
sensibile era divenuto un asceta resistentissimo, e la primitiva squisitezza
medianica era stata sostituita da una perfetta tecnica mentale per cui il
pensiero giovanneo, innalzandosi come aquila nelle sfere del sovrasensibile,
vinceva ogni inganno e ogni seduzione dell’anima senziente e della volontà
personale.
12.
L’epidermide del
suo corpo era dura e duttile come cuoio conciato, ma poteva passare per un
petalo di rosa di fronte all’integumento tenace di volontà e di fermezza di cui
era cinta la sua anima. Nessuna indulgenza, nessuna tenerezza, nessuna
debolezza era ammessa dalla sua coscienza perennemente vigile! Egli amava
fortemente ma rudemente ogni cosa, e reputava la vita terrena con le sue ombre,
come un sonno offuscante, la folgorante luce del vero, cui ogni anima è, per
sua stessa natura, addimandata.
13.
Per Giovanni la
vita terrena null’altro era se non un sonno dell’anima, uno stato di torpidezza
e di incapacità a realizzare la coscienza di esistere, uno stato di pesantezza
dalla quale era possibile sfuggire se non in tutto, in parte, mediante la più
stretta austerità di vita e la fuga volontaria dalle facili tentazioni!
14.
«Un ferro
temprato» – egli diceva, – «è pieghevole a ogni forma, riducibile a ogni
capriccio. Ma quando, mediante l’opera della tempra, il ferro diviene acciaio e
questo acciaio sempre più s’indurisce nelle successive tempre, ecco che più non
si piega, e conserva stabilmente la forma e l’impronta voluta. Rendere acciaio
il corpo affinché non si cancelli o si muti il disegno originariamente divino
dell’anima, è lo scopo della penitenza».
15.
Quindi, per
Giovanni, se la penitenza era necessaria ai peccatori per renderli degni della
remissione dei peccati, essa era addirittura indispensabile ai giusti, …per
evitar loro di cadere nel peccato. Ma allora la penitenza – per Giovanni –
cambiava nome e aspetto: l’austerità diveniva esercizio, la disciplina libertà,
l’indurimento del fisico, potenza sopra lo stesso.
16.
«Fuggite ogni
mollezza!» – era solito dire ai suoi discepoli. – «Ciò che si ammolla si
dissolve, e se voi oggi siete deboli in alcuna piccola cosa, non crediate di
poter domani esser forti in una grande! Non amate il vostro corpo, ma neppure
odiatelo, perchè odiarlo vorrebbe dire dare a lui qualche importanza. Siate
indifferenti al vostro corpo poiché esso non è che un accidente del vostro
spirito. Domatelo e tenetelo a freno, che altrimenti sarà lui a domarvi e ad
imporvi il suo volere».
17.
Naturalmente
casto, egli esigeva pari castità in chiunque volesse dividere la sua vita, ma
non imponeva la castità come un giogo, bensì dimostrava che il raggiungerla era
un premio degno di asperrimi sforzi.
18.
«L’uomo casto» –
soleva dire, – «è colui che ha riportato vittoria nel suo corpo contro un
leone, contro un lupo e contro un’aspide velenosa. Il leone è la lussuria, il
lupo l’avarizia, l’aspide è l’invidia.
19.
Colui che è
casto, è tranquillo, liberale e benevolo, e chi è tutto ciò, è veramente
signore di un grandissimo regno. Chi non può esser casto» – aggiungeva, – «sia
almeno continente e in ogni caso si guardi dallo scandalizzare con la sua
condotta e dal dare malvagio esempio con il suo contegno! Colui che non può
frenare la libidine è come il lebbroso che – pezzo a pezzo – marcisce e muore
senza poter morire. A pari del lebbroso, stia lontano dall’umano consorzio,
affinché a cagion sua non siano contaminati degli innocenti; perchè meglio
sarebbe per lui non esser mai nato, che dare scandalo a un solo fanciullo del
regno di Dio!».
20.
«Maestro» –
domandò una volta maliziosamente qualcuno, – «che significa dare scandalo?».
21.
«Significa» –
ruggì Giovanni, – «dimostrare con l’esempio che la materia sia preferibile allo
spirito, il diavolo a Dio, il male al bene, la tenebra alla luce, l’infermità
alla salute, la miseria della follia all’infinita ricchezza della saggezza!».
22.
Con questi
principî e sistemi, naturalmente Giovanni era oggetto di grandi controversie.
Gli amici e i nemici del profeta non si contavano più; il suo prestigio sul popolo
era immenso, e nella coscienza popolare si faceva sempre più strada la
convinzione ch’egli fosse l’antico profeta Elia risuscitato dai morti. E di
Elia egli aveva l’ardore, la veemenza, la violenza: era un duro combattente di
Dio, atto a piegare corone e stendardi dinanzi all’implacabile logica della
vita eterna.
23.
Senza cercarli, i
discepoli erano andati da lui, ed egli, rapito in extrasensoriali visioni, con
l’entusiasmo della sua vergine anima, annunziava Colui che doveva venire dopo
di lui, Colui che avrebbe ridato al mondo e alla vita il perduto senso della
divinità e dell’eternità. Ebrei e gentili erano stati da lui battezzati nel
Giordano e, mentre attendevano Colui che doveva rimettere loro i peccati,
inconsciamente preparavano la messiade nell’umanità, diffondendo speranze e
desiderio, aspettazione e terrore.
24.
Nel deserto
fioriva la civiltà futura: le più belle menti, i cuori più generosi,
nell’austerità di una vita penitente, rinnovavano i fasti del pensiero umano e
preparavano le ascese dei giorni venienti. Come lo zelante giardiniere nel
segreto seminario vigila le pianticelle e, scegliendo mano a mano per il
trapianto le più robuste e belle e senza esitazione sacrifica le più deboli e
scadenti, così Giovanni, il preparatore della messiade, come accorto
giardiniere vigilava le tenere pianticelle, speranza delle messi future.
25.
Quando Gamaliel e
Giovanni giunsero alla loro meta, alcuni di questi zelanti discepoli si
affrettarono a incontrarli con festante accoglienza. Erano quasi trenta ore che
i due camminavano tra le dune, rapiti entrambi nelle loro visioni, erano
meccanicamente pervenuti ove dovevano, senza quasi avvedersene. Più tardi, al
recupero di sè, l’esseno sostò in sognante attesa, ma fu riscosso dalla rude
esclamazione di Giovanni che, appena giunto, aveva prontamente riconosciuto i
suoi discepoli. «Che fai tu qui, Iscariota?» – aveva gridato. – «Più volte ti
ho detto ch’io nulla ho da fare con te. Vattene!».
26.
«Maestro» – aveva
risposto umilmente l’interpellato, – «perché mi scacci? Perchè neghi a me solo,
in tanta massa di gentili e di ebrei, il battesimo rinnovatore? Provami come
vuoi, piuttosto. Chiedimi la misura piena del mio zelo, del mio amore!».
27.
«Del tuo amore
non so che farmene, Iscariota, né dell’amore di chicchessia; e quanto al tuo
zelo passionale e incomposto, …ben ne conosco la tempra. Vattene dunque in
pace, e non tentare Iddio!».
28.
«Non sei giusto
con costui, maestro!» – osò interloquire un altro discepolo. – «In verità, ti
accertiamo che Iscariota ha dato a tutti delle splendide prove di
sottomissione, di penitenza, di zelo!».
29.
I fulminei occhi
di Giovanni si fissarono sdegnati sul malcauto: «Se non mi ritieni giusto» –
chiese severamente ironico, – «a che pro chiamarmi maestro? S’io son maestro
saprò ciò che devo fare, né chiederò a te come devo comportarmi. Vattene dunque
anche tu con costui, poiché tu pure appartieni alla razza di coloro che avendo
occhi non vedono; orecchi, non odono: intelletto, non comprendono».
30.
«Per carità,
maestro» – gridò sbigottito il discepolo, – «non avertene così a male. Non
intesi io già di offenderti, volevo solo intercedere in favore del fratello!».
31.
«E neppur io
volli offenderti» – rispose placato Giovanni, – «ma chi dubita del suo maestro
nel piccolo, mai potrà seguirlo nel grande; e se tu patisci scandalo per le mie
decisioni sincere, meglio ti è tornare a quel mondo ove l’ipocrisia, gesti,
voce e sorriso, misurando e contemperando ai casi e alle ore, meno urterà la
sensibilità del tuo sentimento».
32.
Durante la disputa,
Gamaliel si era lentamente come risvegliato; da una lontananza infinita
giunsero alla sua coscienza brani di ricordi, di sensazioni, …di dolori. Aveva
vissuto un attimo di eternità e ne era ancora inebriato, ma già il tempo lo
riafferrava nelle sue mobili spire di serpe e lo stringeva per soffocarlo. Da
ogni parte del suo corpo e della sua anima, onde di stanchezza e di monotonia
salivano come flussi di un fiume già varcato e lontano che, cambiando il corso,
rifluiva all’indietro.
33.
La presenza fisica
di Giovanni divenne lo scoglio contro cui batterono e si rifransero le onde dei
ricordi e dei rimpianti, e Gamaliel sentì Giovanni compenetrare in lui, come in
una strana ipostasi in cui la natura mortale e l’eterna, confluendo insieme,
fossero, oltre il tempo e lo spazio, pure il tempo e lo spazio!
34.
Come risvegliato
da un sogno, Gamaliel a un tratto avvertì la sensazione d’avere sopra di sè la
volta stellata, e capì di essere disteso sopra la sabbia tiepida del deserto.
Inginocchiato al suo fianco, scorse Giovanni che lo guardava con una luce di
tenerezza filiale nelle pupille brune. Una ciotola d’acqua premeva contro le
labbra dell’esseno che, macchinalmente, la vuotò, e al ristoro che ne ebbe,
capi ciò che gli era accaduto. La carne aveva preso il sopravvento sull’anima,
il corpo esausto aveva rudemente reclamato i suoi diritti.
35.
Nel cenobio[62], l’esseno fu
accolto con festa, e i pochi confort, di cui i giovani cenobiti disponevano,
furono affettuosamente offerti al nuovo venuto. Nel cenobio, una vita intensa
di preghiera e di studio occupava le anime e le intelligenze dei seguaci di
Giovanni, riconosciuto capo e venerato maestro.
36.
A questi
discepoli devoti e ardenti, il giovane profeta presentò il vecchio Gamaliel
come loro nuovo maestro e guida: «Io devo andare incontro a Colui che sta per
venire» – disse, – «né posso portar meco il peso dell’amor vostro e la
responsabilità del vostro insegnamento. Tuttavia non vi lascio soli e senza
guida, ma vi dò un padre saggio e buono, un padre cui io stesso devo tutto!
Egli pascolerà le anime vostre e vi preparerà per le ore che verranno. Siate a
lui sommessi e devoti, ascoltate la sua parola e mettetela in pratica».
37.
«Giovanni» –
l’interruppe l’esseno smarrito, – «dove andrai tu, dunque, ch’io non possa
seguirti?».
38.
«Vado al Giordano
dove incontrerò Colui che mi fu promesso, e poi, ...un altro Giordano mi resta
da passare, cui tu non puoi aver parte!».
39.
Poi, di colpo,
con uno di quei moti improvvisi che distinguevano Giovanni, egli si inginocchiò
ai piedi di Gamaliel e, curvando il bruno capo, disse: «Benedicimi, padre e
maestro mio, come allora, affinché io porti con me nella notte la luce della
tua tenerezza!».
40.
L’esseno
Gamaliel, ridivenuto l’iniziato, posò le mani sopra la bella testa: «Che tu sia
benedetto nel tuo andare e nel tuo stare, figlio mio! Ricevi sopra di te lo
spirito settuplico, e va con lui ovunque ti guiderà».
41.
«Così sia,
padre», – rispose Giovanni e, rialzatosi, si guardò lungamente intorno.
42.
Nella maestosa
cornice del deserto pietroso, il mucchietto miserando delle capanne del cenobio
spariva soffocato dalla maestà della natura che, nel cielo lattescente e nella
sabbia rosata dai primi bagliori, sembrava dire, per la prima volta, le parole
della Creazione: «Sia fatta luce!».
La luce tutto rivestì, ingrandendo e rimpicciolendo ogni cosa; le bianche vesti
dell’esseno e le pelli non conciate che rivestivano i seguaci di Giovanni,
facevano tra di loro un pittoresco contrasto.
43.
La svelta figura
dell’annunziatore si stagliò vigorosa contro il cielo, e verso il cielo alzò
gli occhi e le mani in un attimo di preghiera intensa, poi, con un gesto
imperioso di addio e al contempo di rifiuto perchè alcuno avesse a seguirlo,
s’incamminò da solo verso l’orizzonte dietro il quale s’indovinava il Giordano.
44.
Gamaliel e i
discepoli rimasero immobili a guardare la bella figura che sembrava camminare
incontro al Sole, come per perdersi nella sua luce! Come pecore che abbiano
perduto il pastore, i discepoli di Giovanni si strinsero smarriti intorno a
Gamaliel, e l’esseno capì tutta la grandezza del compito che il cielo gli aveva
assegnato; capì che non era concesso a lui di vivere o di morire nella legge
della natura, ma che la natura doveva superare, per compiere, senza esitazione
e il più perfettamente possibile, il mandato del Cielo.
45.
Come ombre e
fantasmi, i volti della morta Zuleima e dell’adolescente Areta si affacciarono
timidamente al suo cuore, ma il cuore dell’esseno non ne palpitò. Ciò che era
carne svaniva di fronte a ciò che era spirito. Una rigogliosa nuova paternità
sbocciava in lui per i virgulti della nuova età che gli si stringevano intorno.
46.
Anche Giovanni
era già un’ombra lontana, e Gamaliel abbracciò con uno sguardo di indicibile
tenerezza i suoi nuovi figlioli, accingendosi a ripartir loro la sapienza
essenica di cui era depositario.
[indice]
۞
«Ecco ch’io manderò
il mio angelo innanzi a te,
acciocché tu sia annunziato»
1.
Con festa
solenne, Tiberiade (l’antico borgo di Genezareth sul lago omonimo) veniva quel giorno
dedicata a Tiberio e, dalle mani del prefetto Pilato, ricevevano l’attestato di
cittadinanza romana tutti quei cittadini che, in quel fausto giorno, nascevano
o si univano in matrimonio sotto gli auspici delle aquile imperiali.
2.
Il tetrarca Erode
portava visibilmente il lutto per la morta Zuleima e perciò non avrebbe
partecipato che alle cerimonie strettamente ufficiali. Da Roma, molti attestati
di benemerenza erano giunti al tetrarca, non esclusa una personale breve
missiva dello stesso Tiberio.
3.
Anche a Ponzio,
sotto la cui illuminata reggenza
4.
Dopo la brusca
abdicazione di Gamaliel, la questione tra
5.
Un incontro tra i
due cognati aveva concluso la sospirata pace. Areta aveva creduto, o almeno
finto di credere, alle dimostrazioni di dolore date dal tetrarca. Sotto la
spinta dissimulata della volontà di Roma, si era convenuto un accordo per cui
Erode si accollava tutta la spesa della guarnigione, restituendo inoltre alla
casa di Areta la dote portata dalla moglie scomparsa. In cambio il principe non
avrebbe più dovuto insistere nell’accusa di uxoricidio, sporta dal vecchio re
al tribunale di Roma.
6.
Silenziosamente
Zobeida era scivolata nel buio. In una tacita convenzione si era accettata
l’ipotesi della sua colpevolezza. La fedeltà di Erode al ricordo di Erodiade
non giungeva fino al punto di compromettere la sua sicurezza per difendere la
schiava favorita dell’amante. Cosi il pieghevole corpo e il rosso sangue
dell’assira avevano placato lo sdegno dei più fanatici beduini e permesso lo
stipularsi di un accordo tra le parti in contrasto. Con orientale abilità aveva
salvato la faccia e, se non la giustizia, almeno la legge era stata rispettata.
7.
Un silenzio,
giovevole da ambo le parti, si era stabilito, e di questo silenzio Ponzio era
stato l’artefice maggiore. Così quel giorno a Tiberiade, il prefetto
raccoglieva i frutti del suo paziente seminare. Unica spina per lui lo strano
contegno di Tullia che, con un pretesto, si era chiusa nei suoi appartamenti e
non aveva voluto partecipare alla festa, per non doversi incontrare con Erode e
non dovergli sorridere.
8.
La greca Eutimia
invece, fuor dal suo solito, si era mescolata alla folla in festa e, scivolando
come un bianco fantasma tra i gruppi dei convenuti, aveva fatto sentire la sua
silenziosa presenza. Il porto di Tiberiade sembrava interessasse
particolarmente alla schiava, la quale era stata vista in stretto conciliabolo[63] con molti navarchi[64] e comiti[65] di trireme[66]. Si era poi saputo
che essa cercava informazioni sul conto dei passeggeri provenienti dall’Egeo;
ma pareva che non avesse trovato ciò che era oggetto delle sue ricerche e,
...forse contenta e forse delusa, aveva alla fine desistito ed era sparita
dalla folla, né si sapeva se si era ritirata presso la padrona oppure celata in
qualche tempio!
9.
A Pilato,
l’indagare ove ella fosse, non era piaciuto molto. Egli ben intuiva ciò che
teneva sospesa l’anima di Eutimia e della sua padrona, ...e cioè il paventato
ma non impossibile ritorno di Erodiade! Pilato non era tranquillo, ben
prevedeva che, se Erode avesse commesso l’imprudenza di richiamar l’amante, la
faticosa convenzione stabilita sarebbe stata assai scossa, inoltre ben capiva
che Tullia a niun patto avrebbe accettato di riconoscere come moglie legittima
del Tetrarca la concubina, e la non accettazione di Tullia avrebbe portato
molte complicazioni politiche. Anche Pilato aveva fatto indagare, per conto
suo, sulle passeggere delle agili navi liburna attraccate nel porto di
Tiberiade, ma la sua indagine l’aveva rassicurato. Almeno per quel giorno,
Erodiade non sarebbe apparsa.
10.
Finita la festa
della dedicazione, scambiatisi i complimenti d’uso tra i personaggi ufficiali,
imbandite al popolo nella reggia di Erode delle tavole pubbliche e iniziati
allo stadio i consueti giochi a cura di Pilato, Pilato e Erode, ognuno per
conto proprio, lasciarono proseguire la festa e si ritirarono. Il lutto di
Erode e l’assenza di Tullia giustificarono agli occhi del popolo l’assenza di
entrambi dal proseguir della festa. Ma non tutto era in festa a Tiberiade!
11.
Chi, proseguendo
lungo la riva del lago, si fosse allontanato dalla città di qualche centinaio
di metri, sarebbe capitato nel caos delle macerie e dei detriti dell’antico
borgo di Genezareth, demolito per far posto alla nuova città di Tiberiade. In
mezzo a quel caos si aprivano dei veri antri: angiporti in cui l’onesto
passante ben si guardava di inoltrare il piede. Tra i dedali bui,
apparentemente disabitati, scivolavano, come ombre, malviventi e sacerdotesse
di Venere Pandemia d’infimo rango. Da quelle tenebre spesso usciva il lampo
sinistro di un pugnale o il livido bagliore di una torcia incendiaria.
12.
Più e più volte
Pilato aveva reclamato lo sgombero delle macerie, ma l’orientale pigrizia e il
malcelato sfavore delle popolazioni avevano avuto ragione della sua romana
volontà di ordine e di pulizia, tanto che le macerie erano rimaste.
13.
In uno di quegli
antri tenevano conciliabolo alcuni personaggi, di cui almeno uno è già stato
noto ai nostri lettori: Simon mago! Gli altri erano sacerdoti di religioni
proscritte in Giudea, seguaci di Astarte e di Moloch, ...maghi e stregoni. Le
severe leggi mosaiche trovavano un facile appoggio nella volontà romana di
debellare tutte quelle forme di speculazione religiosa e mentale che potevano
apparire pericolose per l’impulso stesso, e così la vita di tutti coloro che,
alla magia, alla negromanzia e agli infiniti misteri delle orientali divinità
vi si dedicavano, non era generalmente molto sicura.
14.
Stretti tra loro
in tenebrosa confraternita, maghi e stregoni combattevano di continuo una
strenua battaglia sopra ben tre fronti: quello della legge mosaica, della legge
romana e della forza occulta, ma vigilante e, a suo modo, tremenda, delle sette
e scuole iniziatiche esoteriche sparse nel mondo. La magia bianca era
l’acerrima nemica di quella nera, e giungeva spesso a sfidar la sua rivale tra
le tenebre e le ombre di morte in cui amava celarsi. Cosi quel giorno di festa,
per la dedicazione della nuova città, era stato un ottimo pretesto per molti
maghi e stregoni di potersi riunire nell’occulto congresso, e ora, uniti
nell’antro di Simon mago, prendevano tra loro consigli sul da farsi.
15.
«Hai mantenuto
bene le tue promesse, Simone» – disse uno di questi, volgendosi a Simon mago. –
«In verità, …non c’è che dire. Alla corte di re Erode sei davvero una grande
potenza, ...e ci proteggi proprio in maniera ineccepibile!».
16.
«Taci, Baruch!» –
reagì il mago. – «Ti è facile far dell’ironia, ...come se tu ignorassi le forze
che mi si oppongono d’ogni dove, e come se io non fossi, al par di voi,
braccato da questi maledetti romani! La moglie del prefetto mi odia, forse più
che se fosse un’essena, e quell’Eutimia, anima dannata della malora, riesce
sempre a saper ogni cosa nel più impensato dei modi. I suoi occhi sembra
abbiano il potere di scoprirmi nei più impensati travestimenti e, quando meno
me l’aspetto, me la trovo dinanzi come una vendetta vivente. Essa di continuo
aizza la sua padrona, e questa non dà pace al prefetto. Si direbbe che han
giurato di vendicar la loro Zuleima e, per gli déi infernali, temo proprio che
finiranno per riuscirvi!».
17.
«Ciance, ciance,
Simone! Non hai tu, l’arte? Non imperi tu, ai geni del crepuscolo e a quelli
delle oscurità profonde? Il signore delle mosche, dei tafani, dei rettili, non
ti è legato da un patto? Non puoi comandare tu alle forze dell’incubo? 0ppure
ti vantasti impropriamente e la tua scienza non è che ciarlataneria?».
18.
«Nessuno più di
te, Baruch, ha cognizione dei miei poteri, ma nessuno più di te sa anche quali
limiti invalicabili siano una pura coscienza e un’illimitata fede! Scolpire nel
diamante è certamente più facile che scalfire la difesa dei Geni tutelari dei
nostri nemici! Se la ben misurata offesa di Erodiade non fosse giunta al cuore
di Zuleima; se l’essena non avesse, per un breve attimo, dimenticato i suoi
voti, tuttora essa vivrebbe e, per poterla uccidere, …voi ben sapete quali
forze ho dovuto scatenare!».
19.
«Sì, ma a che è
valsa la sua morte? Più che mai, …gli esseni sono forti. Giudei e romani sono
accordati ai nostri danni, dominano pienamente la situazione, e noi, tra le
macerie dei nostri templi distrutti, più che mai dobbiamo dissimularci e
tacere!».
20.
«Inoltre» –
interloquì un terzo, – «la nostra sorella Zobeida è morta! Erodiade è esule, ed
Elia, reincarnato in un giovane uomo nazireo[67]
di nome Giovanni, sta percorrendo il deserto a grandi marce per predicare in
tutti i villaggi la grande penitenza! La sua violenza contro qualunque cosa che
si attenga a noi, è indescrivibile. Presto, vi dico, saremo braccati dalle
genti come cani rabbiosi!».
21.
«Alasco ha detto
bene» – confermò Baruch. – «È tempo che tutti uniti si prenda una decisione e
concordemente si agisca, prima che sia troppo tardi. Simone, tu ci hai promesso
mari e monti, ma delle tue promesse non abbiamo veduto costrutto alcuno, e il
pericolo si fa sempre maggiore. Noi non siamo i gonzi[68] che tu sei solito
ingannare. Ti abbiamo fornito a profusione, oro e sangue di vittime, ma per
giungere ove tu sei giunto, davvero non occorre molta scienza!».
22.
«Ebbene, secondo
voi che cosa dovrei fare che voi tutti non possiate al par di me?» – ghignò
Simone. – «Se gli oracoli son bugiardi, se i geni si rifiutano alla parvenza di
vita ch’io offro loro, perchè chissà come mai è entrata in loro la convinzione
che verrà qualcuno a risuscitarli, se i miei pentagrammi vengono infranti e le
forze eludono i miei circoli, se la regina delle ombre rifiuta le vittime
offerte, e ogni cabala, ogni imprecazione, …restano inefficaci a me, non credo
che a voi accadrà nulla di diverso!».
23.
«È vano star qui
a piagnucolare come prefiche[69]
ben pagate. Meglio sarebbe, io credo, vedere, uniti, il potere effettivo che
ancor ci resta. Se noi, senza inutile collera, vogliamo vagliare i nostri
esperimenti, allora dobbiamo riconoscere che qualcosa di imponderabile è venuto
al mondo. Il suo potere ci sfugge, perchè ci è ignoto: cerchiamo di
riconoscerlo e vediamo o di renderlo soggetto o di venirne a patti. Ma fino a tanto
che staremo a recriminare e che voi, anziché aiutarmi, pare che non sappiate
far altro che rimproverarmi, non vedo davvero come sarà possibile rialzare le
nostre fortune e ritornare ciò che fummo ai tempi di Babilonia o ai tempi di
Cambise![70]».
24.
«Voi Alasco,
Baruch, Albigael, mi avete procurato oro e sangue di vittime, e oro e sangue di
vittime io ho profuso e non solo il vostro, e dove le occulte potenze fallivano
mi son valso dell’intelligenza, dell’astuzia, della pieghevolezza, il tutto con
il solo scopo di pervenire a durare, di non cadere distrutti con i nostri
segreti, di sfuggire, per amor della scienza, alle mani dei nostri comuni
nemici e, per Ecate, …ci son riuscito!
25.
Voi mi
rimproverate la morte di Zobeida, è vero! Nulla tentai per lei, …ma perchè
avrei dovuto farlo? Alla corte di Erode, all’animo di Erodiade io dovetti
giungere per poter provvedere a tutti noi; ma, potente sull’anima della regina,
solo Zobeida imperava. Era lei che aveva il favore e il potere, …non io, e lei
che fece per noi tutti? Alla partenza di Erodiade volle rimanere nella reggia
anziché seguire la padrona, e perchè volle ciò? Per agevolare i nostri piani, o
non, piuttosto, perchè sperava di soppiantar la regina nel debole e vizioso
cuor del tetrarca? Abbandonando Zobeida alla sua sorte, io ho in definitiva
servito la nostra causa, causa che per trionfare abbisogna non già di gretti,
interessati egoisti, ma di generosi e disinteressati spiriti, capaci di ogni
sacrifizio pur di eternare, nel raggiungimento della mèta, l’anelito a noi
tutti comune di tornare, mercé la scienza, a quel ciclo che un tempo fu nostro
e donde fummo cacciati per l’ingiustizia di un assoluto potere!
26.
Se Lui ha la
conoscenza, noi siamo certi, mediante la scienza, di giungere a debellarlo.
Certo, ci occorre libertà e potenza, …per portare la nostra scienza alle ultime
conclusioni, e libertà e potenza conquisteremo sopra questo verminaio che ha
nome ‘Terra’, se non ci fermeremo ogni volta a domandare il nome di ogni verme
che calpestiamo sul nostro cammino!».
27.
La voce e la
persona di Simon mago si erano gradualmente alzate, e alla fine egli, in piedi
in mezzo al circolo dei suoi soci, aveva concluso il suo dire con una veemenza
e maestà degne di miglior causa. Un silenzio grave accolse le sue parole. I
maghi tacquero assorti e convinti. Per un attimo Simon mago assaporò il suo
trionfo, poi, ...dopo aver mescolato un po’ di miele nella coppa di fiele che
aveva versato, soggiunse: «...Inoltre, sono convinto che tra non molto le cose
cambieranno con noi: ...Erodiade sta per tornare!».
28.
Un mormorio si
levò a queste parole.
29.
«Come lo sai?», –
chiese Baruch.
30.
«Guardate le
carte del cielo che ho schizzato», – rispose il mago tendendo una pergamena.
31.
I maghi la
presero e la svolsero, curiosi e avidi. Vi fu ancora del silenzio, e poi
Albigael, che non aveva ancora parlato, disse: «È chiaro; le posizioni delle
cose del cielo sono quanto mai nette: una donna sarà causa di molti lutti e
avverrà per cagion sua un tremendo assassinio».
32.
«Ma che cosa ti
fa ritenere che questa donna sia Erodiade?».
33.
«Il suo oroscopo»
– rispose Simone tendendo un’altra carta.– «Osservate come il cielo di Erodiade
collima con il cielo della Giudea!».
34.
«È vero» –
affermò Baruch, – «ma che significa questo segno qua?», e così dicendo mostrò
sulla carta una svastica attraversata da una croce ansata.
35.
«La luce offusca
il Sole» – tradusse Alasco il segno cabalistico.
36.
Simone scosse il
capo: «Cosa voglia dire, …non lo so. Finivo il disegno quando la mia mano,
contro ogni volontà, ha tracciato quel segno, ed esso mi è oscuro».
37.
«Il segno è
nell’oroscopo di Erodiade» – …osservarono concordi i maghi. – «Questa donna
dovrà esserci o di gran danno oppure di gran vantaggio».
38.
«Ci sarà di
vantaggio, senz’altro!» – concluse Simone.
* * *
39.
In quel tempo
stesso, in una modesta casa di Nazareth, una donna ancor giovane, vestita
modestamente a lutto, guardava il figlio, un severo giovane che, assiso presso
il focolare, sembrava assorto in meditazione profonda. La di lui mano, sottile
e magnetica, accarezzava distrattamente il ruvido pelo di un grosso cane
accosciato ai suoi piedi, ma dal suo sguardo ben si capiva quanto egli fosse
lontano dal luogo ove si trovava. Timidamente, la madre lo chiamò: «Gesù, non
vieni a mangiare?».
40.
Ma dovette
replicare più volte il richiamo, …prima che l’assente dimostrasse di averlo
udito. Finalmente sorrise alla madre, chiedendo: «Che vuoi, madre mia?».
41.
«Figlio, vieni a
mangiare, ti prego; si raffredda tutto!».
42.
«Ah, povera madre
mia! Di ciò ti preoccupi? Non sai che l’uomo non vive di solo pane?».
43.
Ma vedendo
incupirsi gli occhi materni, il giovane Gesù si levò e carezzò con amore i
capelli ancor neri della madre sua.
44.
«Andiamo pure a
mangiare, …madre, ma che farai quando io ti lascerò? Quando non sarò più seduto
di fronte a te? Non amarmi troppo, madre mia, ti prepari troppo dolore, io ti
fui dato in prestito!».
45.
«Lo so, Gesù, ma
quando sarà l’ora io ti lascerò andare, e non mi vedrai piangere, …te lo
prometto. Ora però fammi contenta, …anche se per te sono una povera cosa,
finché ti ho, sei pur mio figlio!».
46.
«Sì, madre, sono
tuo figlio e tu non sei una povera cosa. Nessuna madre è una povera cosa,
perchè essa è la ricchezza della casa, la benedizione della famiglia, l’angelo
del buon consiglio. Non posso dirti quanto ti amo, madre mia, sarà meglio per
te ricordar domani le mie durezze, che non le mie dolcezze, forse soffrirai un
po’ meno!».
47.
«Ah, Gesù, come
potrò trovar duro ciò che è frutto dell’amore? Non temere per le mie
sofferenze, anche il dolore mi è soave, …se mi vien da te. Ma dimmi e non
celarmi il vero: è così presto che tu mi lascerai? E mi lascerai per sempre?».
48.
«Per sempre no,
madre mia! La mia ora non è ancora venuta, ma pure ti lascerò presto. Sento
avvicinarsi il mio angelo, e stanno per adempiersi le parole della Scrittura : “Ecco, che io mando il mio angelo dinanzi a
te a prepararti la via, uno che grida nel deserto: ‘Preparate le vie del
Signore, raddrizzate i suoi sentieri’!”. Madre mia, sto per andare a
incontrare il mio angelo; …ecco perchè mi vedevi assente. Stavo appunto ricordando
quanto tu mi hai dato in questi trent’anni, quanto amore, quanta devozione,
…quanta fedeltà. Basti tu, madre mia, …a compensarmi di tutto, quando dovrò
soffrire...». Ma queste ultime parole di Gesù, furono più pensate che espresse.
49.
Con uno sforzo
sovrumano la madre s’impose un pallido sorriso.
50.
«È dunque, questa
la nostra ultima cena, Gesù mio?».
51.
Il figlio tacque
e, guardando il coraggioso sorriso di sua madre, non poté impedire che due
lacrime scorressero fino agli angoli già amari della sua bocca. Aprì le braccia
in silenzio e la madre vi si gettò come in un gorgo. Le due creature
abbracciate sostarono sull'orlo dell'eternità come prima della Creazione.
52.
Dalla strada
giunse la voce argentina di un fanciullo che, tornando dalla fontana, cantava
le profezie del profeta Isaia: «Ecco che
mando il mio angelo innanzi a te».
[indice]
۞
«Tu sei benedetta fra le donne...»
1.
Maria, la
madre di Gesù, era una donna silenziosa per temperamento e per educazione. Dopo
l’impeto lirico che l’aveva portata nel Magnificat al cielo più alto della
profezia, era entrata nel silenzio come in una clausura spirituale. Sempre
silenziosa e sempre vigile, essa conservava nel cuore le sue gioie che erano
poche, e i suoi dolori che erano molti. Votata all’obbedienza aveva, senza
discutere, seguito il marito a Betlemme come imponeva l’autorità di Cesare.
2.
Senza una
lacrima, per lunghi mesi d’angoscia aveva errato per i deserti della Galilea,
per salvare il figlioletto cercato a morte dalla furia di un re geloso. Per
quasi dodici anni, sulla riva del Nilo raggiunto finalmente, aveva atteso senza
chiedere, lavorando al telaio per aiutare lei pure gli sforzi del povero
marito. Gesù cresceva, caro, bello, ma silenzioso e schivo, e Maria lo vigilava
senza farsene accorgere, rimeditando per la milionesima volta le oscure frasi
di Simeone, sacerdote e profeta.
3.
Il silenzio
custodiva Maria come un angelo minaccioso, e nessuno poteva intuire se essa
fosse lieta o triste. Mite e obbediente sempre, essa non imponeva l’amor suo né
al figlio né al marito, ma era il suo amore che scaldava la sua povera casa e,
al marito, non a lei, si rivolgeva l’angelo del Signore per ordinare il da
farsi. ‘La piena di grazia’ in sommissione perfetta, obbediva senza chiedere e
senza lagnarsi, e l’angelo del Signore dopo molti anni li aveva rimandati in
Galilea, e in Nazareth avevano ritrovato la casa e la pace dal lungo errare.
4.
Era una famiglia
come molte altre, più unita però di molte altre, e il cemento dell’unione era
il silenzio della madre. Giuseppe era dotto non solo nelle Sacre Scritture, e
quando aveva compiuto la sua opera d’artigiano, nulla trascurava per compiere
perfettamente l’educazione del fanciullo Gesù. La sconfinata adorazione verso
il misterioso Iddio, celato nel figlio, nulla toglieva alla sua austerità di
maestro e padre e, come un bell’albero sotto sapiente cultore, Gesù cresceva in
grazia e in sapienza, innanzi a Dio e innanzi agli uomini.
5.
Molte brune
nazarene occhieggiavano dalle soglie delle case quando Gesù passava, e molte
madri d’Israele cercavano l’amicizia di Maria, sperando di poter chiamare
genero quel giovane austero e dignitoso che, nel regale aspetto, ben dimostrava
tutta l’intatta purezza della stirpe di Davide. «È Gesù, figlio di Davide!», sospiravano
alla fonte le figlie di Solima quando con la cesarie[71] bionda, sciolta
sulle spalle, lo vedevano passare silenzioso e raccolto per le viuzze di
Nazareth, intento ad una sua interiore visione. Ma Gesù non mostrava accorgersi
degli svelti profili e degli agili carpi di gazzella che lo sfioravano, né
notava il languore orientale delle nere pupille che si dilatavano al suo
passaggio, e allora le belle fanciulle raccolte intorno alla fonte si
vendicavano con interminabili pettegolezzi stizzosi in cui Gesù era definito
presuntuoso e superbo, e si astrologava sulla sua nascita rimasta sempre un po’
misteriosa, e sui suoi parenti, …ai quali si appioppavano tutti i difetti veri
e supposti. Ma se Gesù, ripassando per quei pressi si accostava un po’ di più
alla fonte, o se il suo occhio ceruleo, a caso, sfiorando i loro volti mostrava
lievemente soffermarsi su di una di esse, un caldo rossore di gioia invadeva il
volto della supposta prescelta, mentre le compagne impallidivano di femminea
gelosia.
6.
«Mio figlio non
si sposerà» – aveva detto una volta Maria uscendo dal suo silenzio. – «Egli è
nazireo per voto e si è consacrato al Signore».
7.
Questa
dichiarazione di Maria aveva tratto più di un sospiro da qualche bel seno, e
aveva posto più di un’ombra su qualche fronte matronale, ma non aveva diminuito
affatto l’înteressamento femminile per Gesù.
8.
Nella casa di
Nazareth si sentiva ben di rado parlare Maria, sempre chiusa nel suo riserbo,
né Gesù, …perduto nel suo misterioso colloquio con lo Spirito. Solo il buon
Giuseppe scambiava qualche parola con i vicini per stabilire qualche lavoro da
farsi o per commentare qualche passo della Torà. Giuseppe era uno degli
anziani, ma ben di rado si rivestiva della sua carica e, nell’esecuzione dei
suoi lavori, come nei suoi rapporti con gli abitanti di Nazareth, metteva una
precisione così assoluta di tempi e di opportunità, da essere un po’ brusco.
9.
La regalità di
Davide sedeva sulla sua fronte, …ma i canti del re poeta non echeggiavano sopra
le sue labbra. ‘Il falegname!’ ...,
come sprezzantemente lo chiamavano coloro che non erano ammessi alla sua
confidenza, nulla aveva perduto del sacerdote e del re, tanto da lasciare
un’impressione profonda anche dopo il suo trapasso, per l’augusta[72] serenità che si
era impressa sopra tutto il suo essere. Coloro che avevano accostato la salma,
…avevano detto strane cose.
10.
Gesù, come figlio
unigenito, l’aveva sepolto secondo l’uso, cioè con tutto l’onore possibile alla
condizione della famiglia; e Maria, in segno di lutto, aveva reso più spesso il
velo in cui avvolgeva la sua persona, rimasta bella nonostante le pene e le
fatiche subite.
11.
Nella povera casa
di Nazareth si era fatto più che mai il silenzio, anche se Gesù aveva
sostituito il padre nel lavoro e nel commentare i passi della Torà, e mentre la
pialla e la sega facevano l’opera loro, Maria al telaio moveva sveltamente la
spola senza perdere un sol moto del figlio. Erano quelle le ore belle per la ‘benedetta tra le donne’, le ore in cui
un po’ di pace scendeva a placare il suo tormento che era cresciuto con il
figlio e con il quale aveva misurato tutte le ore della vita. Anche Gesù,
qualche istante sospendendo il lavoro, guardava la madre in silenzio, e
nell’occhio suo ceruleo passava come un’ombra lieve di pena e, se l’occhio materno
s’incontrava con il suo, uno scintillio di lacrime velava per un attimo le
pupille cerulee e quelle nere, frapponendo un ostacolo liquido alla
compenetrazione delle anime. Poi l’opera ricominciava assidua; la pialla di
Gesù e la spola di Maria continuavano per conto loro in silenzioso colloquio
tra madre e figlio. Un’attesa paziente e ardente occupava i giorni di Nazareth
e, madre e figlio, senza mai dirselo, sentivano l’addio più straziante che, se
pur dilazionato nel tempo, …era imminente nell’eternità!
12.
Forse per questo,
…Gesù non aveva mai riso!
* * *
13.
Sulla riva
sinistra del Giordano, un asceta dall’età indefinibile (tanto la penitenza di
vita e la durezza di costume aveva ridotto all’essenziale il volto e il
corpo),… parlava con voce roboante[73]
alle turbe raccolte.
14.
«La scure è già pronta, …alle radici dell’albero! Razza
di vipere, chi v’insegna a non fuggire l’ira che vi sovrasta? Ecco che io sono
inviato dall’Altissimo ad annunziarvi che in mezzo a voi già sta Colui che rinnoverà
i tempi e porterà la pienezza dello spirito sopra ogni carne. Pentitevi dei
vostri peccati, rinnovatevi alla grazia, nella penitenza e nella contrizione,
perchè guai a chi sarà trovato scarso o mancante, guai a chi s’incontrerà con
il Signore e per la cecità del suo peccato non saprà riconoscerlo! Guai a chi
confiderà nelle sue ricchezze e porrà il suo cuore nella sua potenza!
15.
L’ora del Signore
sta per venire sopra la Terra, e io vi dico: guai a voi che, conoscendo il
bene, vi appigliate al male e, predicando la legge, siete fraudolenti contro la
legge; guai a voi che derubate la vedova e opprimete l’orfano, che mettete al
mal profitto le parole della Scrittura e non sapete riconoscere questi tempi!
Chi ha due vesti» – continuava il profeta, – «ne dia una a chi non ne ha, e chi
ha una borsa la divida con il povero. Purificatevi interiormente e rinnovate il
vostro cuore, perchè Colui che è per venire vi rimetterà i peccati e
v’introdurrà nel regno di Dio».
16.
Sopra un magro
cavallino arabo era giunto da qualche
minuto un cavaliere avvolto in un mantello scuro e con grande attenzione aveva
seguito le parole del profeta. Approfittando dell’istante in cui questi tacque
per riprender fiato, il cavaliere lo interpellò tra il reverente e l’imperioso:
«A me, Giovanni, hai nulla da dire?».
17.
«A te, Erode» –
rispose il profeta, riconoscendo sotto le false spoglie il tetrarca e
provocando un moto di curiosità nella folla, – «a te io dico: se ti pentirai
del male cui hai acconsentito e starai lontano dal fomite[74] della lussuria,
governando con giustizia e pace i popoli che il Signore ti ha affidato, anche
per te verrà il Redentore, anche i tuoi peccati ti saran rimessi e non ti
saranno imputati».
18.
Erode, vedendosi
prontamente riconosciuto da un uomo che mai l’aveva visto, strabiliò e, non
essendo completamente corrotto nel cuore, sentì la parola del profeta penetrare
in lui come la rugiada in una terra riarsa e, ritenendo l’incontro di fausto
augurio, gettò ai piedi di Giovanni (che se ne allontanò come da una serpe
velenosa) la sua borsa di monete d’oro, dicendo: «Profeta, fa ch’io sia
ricordato nelle tue preghiere!».
19.
Giovanni replicò:
«Tetrarca! Riprenditi la borsa d’oro, …e non pensare che il Signore si compri
con oro e argento. Tu hai peccato seriamente al Suo cospetto, ma puoi ancora
pentirtene e averne salute, o re, fa dunque allontanare dalla tua vita la donna
che già di troppi scandali è stata cagione!».
20.
«T’inganni,
profeta!» – …proruppe sdegnato Erode. – «Erodiade, se è di lei che parli, è da
tempo esule, né io l’ebbi più a rivedere. Come devo allontanare chi è già
lontano?».
21.
«Re. …tu non puoi
ingannare Iddio! In questo stesso momento i tuoi messi sono alla di lei
presenza e a lei porgono l’invito che tu le fai, affinché torni unitamente al
salvacondotto che le hai mandato».
22.
Nella folla si udì
un brusio, mentre Erode, impallidito, vacillò sopra la sella.
23.
«Giovanni!» –
gridò. – «Io non so se i miei nemici son cosi potenti, …da saper ciò ch’io non
oso confidare a me stesso. Ignoro qual magia ti metta al corrente dei miei più
riposti pensieri! Tuttavia, non per spionaggio né per magia tu sei così
addentro, penetrato nell’anima mia, ma per volere dell’Altissimo tu sei
veramente un profeta di Dio, allora cerca di capir di noi, non solamente il
peccato, ma anche la pena che dentro ne rode, …e l’ingiustizia che contro di
noi fu consumata, il rimorso che offusca le notti e il desiderio che corrode i
giorni! È facile dalla tua purità scagliar l’anatèma a chi nella carne si
dibatte e geme! Ma che ne sai tu?
24.
I peccatori, al
par dei santi, han le loro vigilie, al par dei santi sudano e tremano e si
macerano, al par dei santi sentono il disgusto d’ogni cosa invaderli e alla
morte guardano come all’ultima speranza di serenità. Sai tu, o Giovanni, le
segrete lacrime che han bagnato il mio guanciale?
25.
Sai tu come la
mia anima orgogliosa si sia contorta per il furor di piegarsi e umiliarsi? Sai
tu quale amore abbia bruciato l’anima mia, prima delle mie carni? E anche,
quale amore e quale vergogna abbia divorato l’anima di lei?».
26.
D’un balzo
Giovanni fu vicino al cavallino arabo e ne afferrò il morso; poscia, levando la
sua testa ispirata contro il pallido volto del re, volto che si chinò verso di
lui, in un soffio ardente sussurrò: «Che ne hai fatto di Zuleima?».
27.
Solo il bianco
della neve o della lebbra, …poteva in quel l’istante emulare il bianco del
pallore di Erode, ma l’orgoglio gli impedì di svenire.
28.
«Profeta!» –
rantolò. – «Per l’anima mia, per l’anima tua, ti giuro ch’io sono innocente del
suo sangue! Io non ho ucciso Zuleima, né l’ho fatta uccidere! Verso di lei ho
solo una colpa... aver considerato la sua morte come una liberazione, ...ma io
non l’ho uccisa!» – gridò istericamente. – «Non l’ho uccisa, ...capisci?!».
29.
«Re» – rispose
Giovanni, – «gridi troppo per essere innocente; il giusto popolo ti ascolta, ti
giudica!».
30.
Erode balzò da
cavallo e, cieco di furore e di vergogna, si avventò alla gola del profeta
avido di strangolarlo, ma la gola di Giovanni era d’acciaio e le adunche dita
del re scivolarono senza far presa. Con un urto, Giovanni lo fece rotolare sulla
sabbia, ove egli giacque anelante. Subito la turba aveva fatto un largo cerchio
intorno ai due contendenti; di poi, visto il peggiorar della situazione, i più
pusillanimi[75] si erano
allontanati, seguiti in breve dai più curiosi.
31.
Intorno a
Giovanni e ad Erode non vi erano rimasti che pochi neofiti sbalorditi. Vi fu un
lungo silenzio, ...lo ruppe Erode: «Profeta! Vedo che Dio è con te; …vano
sarebbe recalcitrare contro di Lui. Dimmi cosa devo fare?!».
32.
«Già te lo dissi,
o re: governa con saggezza i tuoi popoli, non scandalizzarli con la tua vita;
rendi al marito suo la tua concubina, ricorda che se tu sei vedovo di Zuleima,
…essa non è vedova di Filippo; non ti è legittimo né lecito il tenerla, essa ti
è cognata, e sta scritto: “Non scoprirai
le vergogne del fratello tuo”, ...essa ti è cognata, ...comprendi?».
33.
«Le tue parole
son dure, o profeta; – se è a questo prezzo ch’io devo comprar la vita eterna,
vi rinuncio».
34.
«Vattene allora,
folle e stolto che sei!» – urlò Giovanni.– «Vattene e porta sopra l’anima tua
il peso della tua carne».
35.
Un superstizioso
terrore scosse Erode. Egli conosceva per fama le terribili potenze dei santoni
del deserto, sapeva di grandi miracoli e di tremende vendette operate dalla
magia; inoltre, essendo stato nella sua gioventù educato religiosamente, il
terrore di Dio gli si era connaturato. Forse, senza la strana scienza di
lascivie che Erodiade aveva acquistato (in un misterioso quando improvviso
modo), senza una seduzione continuamente rinnovata nella sua mutevolezza
perfetta ad irretire, da tempo Erode stesso avrebbe scosso un giogo sempre più
difficile da portare e sempre più pesante.
36.
Ma Erodiade gli
era divenuta necessaria, e solo per la speranza di poter di poi più
compiutamente goderla, aveva ceduto alle necessità politiche, e aveva lasciato
che essa in volontario esilio si allontanasse. Ma era stato un arrivederci, non
un addio che i due amanti si erano scambiati e, nelle liquide pupille della
donna, Erode aveva letto un’irrisione sottile che aggiungeva un fascino ai
molti di cui era prigioniero.
37.
Quel giorno della
dedicazione della città, preso da una strana smania, era uscito in incognito
dalla reggia e, sopra al cavallino arabo, abituato all’uso nel deserto, si era
allontanato senza mèta, avido solo di distrarre il suo pensiero fisso: riavere
Erodiade e tenersela a dispetto degli esseni, dei romani e dei sacerdoti di
Gerusalemme.
38.
La sua malasorte
l’aveva fatto imbattere in Giovanni, in quel Giovanni del deserto di cui aveva
inteso mirabilie. Ora, allontanandosene, portava nel cuore un terrore aggiunto
ai molti, una molestia che più nulla, ben lo sapeva, avrebbe placato. Eppure
(ed era certo di non illudersi) aveva scorto, nelle scintillanti pupille del
profeta, una luce più di pietà che di collera. Giovanni, infatti, aveva pietà di
Erode, egli lo intuiva non del tutto iniquo, ma capace di divenirlo, se una più
forte spinta del male l’avesse fatto rotolare del tutto sulla china del vizio.
[indice]
۞
«Non accendere la fiaccola
per porla sotto il moggio,
ma levala sul candeliere
che illumini i convitati»
1.
Nel
cenobio lasciato da Giovanni alla cura di Gamaliel erano avvenuti dei sensibili
cambiamenti. L’esseno, iniziando il suo mandato di maestro e di padre, aveva
sostanzialmente modificato la primitiva disciplina di torturante penitenza.
2.
Bianche vesti di
ruvido ma candido lino avevano sostituito le spoglie ferine[76], e studi sereni di
comparate credenze avevano preso il posto delle lunghe preghiere gridate verso
il Sole.
3.
«Il corpo» – era
solito insegnar Gamaliel, – «è il tempio vivente dello Spirito Santo. Nessun
male è nel corpo che non proceda dall’interno dell’anima. È vano quindi
flagellar le carni quando non si tenga mortificato l’io interiore. A che pro,
dure pratiche d’ascesi, quando la superbia ne rode l’anima? Perciò io vi dico:
dominate il vostro corpo e governatelo con saggezza, acciocché esso non diventi
il vostro padrone; vigilate con saggia disciplina a frenare gli stimoli e gli
appetiti ma, parimenti, curatelo e rispettatelo come il vostro naturale
compagno d’evoluzione, come il vaso sigillato che contiene il vino delle grandi
esperienze di tutta l’umanità. Voi dovete al vostro corpo molti servigi, e non
potete esser ingrati verso lo stesso».
4.
«Come vincere le tentazioni,
maestro» – avevano chiesto alcuni, – «se non teniamo il corpo castigato?».
5.
«E chi vi dice» –
rispose Gamaliel, – «che la vostra penitenza non sia un inganno del vostro io
interiore? Chi vi dice che la stessa penitenza non sia una tentazione? Castigate
il vostro corpo con la disciplina dell’ordine e della pulizia, e tenete umile
la mente con la conoscenza della vostra ignoranza. Come può piacere a Dio un
corpo sporco e un’anima negligente?».
6.
E così, con dolce
fermezza, aveva a poco a poco rinnovato ogni cosa. Non a tutti, beninteso, le
riforme di Gamaliel erano state gradite; alcuni, troppo rozzi o troppo
presuntuosi, si erano staccati per continuare a macerarsi in più riposte
solitudini. Per altri, l’allentare della ferrea legge giovannea aveva significato
l’insorgere di desideri repressi, ma non distrutti, e aveva rivelato la falsità
di una vocazione religiosa suggerita appunto dalla stranezza del vivere fuor
dal comune. Per gli uni e per gli altri, Gamaliel aveva avuto parole di
profonda comprensiva bontà, ma nulla aveva fatto per far loro mutar idea.
7.
Ai pochi rimasti,
come oggetto di meditazione, aveva dato l’indagare il perchè alcuni si erano
allontanati e altri avevano ripudiato il primitivo insegnamento, non appena
esso non aveva più avuto a sostegno né la singolarità di un vivere strano né la
forte suggestività emanata dall’intensa personalità di Giovanni, e il buon
maestro volle conoscere i risultati di quelle meditazioni, per guidare le menti
su un sentiero sicuro e luminoso, se pur stretto e custodito.
8.
L’uomo – egli
insegnava – è composto di spirito eterno e di carne mortale. Nulla di male è
nello spirito, nulla di male è nella carne, tuttavia spirito e carne non
potrebbero coesistere, perchè l’ardore dello spirito distruggerebbe la carne, oppure
la densità opaca della materia finirebbe per offuscare lo spirito. Così i geni,
qualunque sia la loro natura, sono puro spirito, senza corpo alcuno, e i bruti
sono corpi senza partecipazione di spirito, perciò non vi è contaminazione o
peccato né nei geni né nei bruti.
9.
Nell’uomo,
tuttavia, spirito e carne coesistono mediante un cemento che tiene mescolate
entrambe le nature, e questo si chiama anima. L’anima non è eterna né mortale,
essa ha però una durata illimitata simile all’immortalità. Per lei, carne e
spirito sono uniti, ma essa ben sa che il compiuto trionfo dello spirito
segnerebbe la sua fine, perciò usa ogni mezzo per continuare la sua permanenza
nel mondo delle forme e, trasmigrando da corpo a corpo, continua il gioco delle
illusioni, trasformando in peccato ogni esperienza. È essa, l’anima cosmica
che, mutata in serpente, (simbolo del tempo nello spazio) indusse l’innocente
Adamo a mordere il frutto della scienza (che eterna la forma) prima ancora
d’aver libato[77] il calice della
vita dove s’immilla[78]
l’idea.
10.
È l’anima che
provoca stranezze e agitazioni, che è sede di passione ed è causa del desiderio
e dell’inquietudine; è l’anima che, compiacendosi nella separazione, opera in
guisa da dividere l’uomo dall’uomo, e l’uomo medesimo in se stesso; perciò io
vi dico: ogni strano modo di vivere, ogni innaturale disciplina, non è che un
inganno dell’anima che, nei sensi artatamente[79]
stravolti, vede il modo di assicurare la sua presenza. L’anima stessa, del
resto, non è unitaria, il che, se così fosse, essa sarebbe eterna come lo
spirito, oppure mortale come la carne. Ma essa, anima, è duale e si scinde nei
suoi principi in anima senziente che attiene alla carne, e in anima
raziocinante che attiene allo spirito. Il dissidio tra anima senziente e quella
raziocinante crea la personalità, ed è origine di ogni separazione e di ogni
peccato.
11.
Il compito
dell’uomo sopra la Terra è quello di ridurre l’anima alla sua semplice
strumentalità, per liberare lo spirito e pacificare la carne. Perciò il saggio
si adopera, attraverso la ragione, a dominare la carne e a fuggire il piacere,
tanto più ove esso più sottilmente ama nascondersi, cioè nelle strane
privazioni e macerazioni, nelle penitenze inusate e in tutto il tecnicismo
dell’ascesi».
12.
«Le tue parole, o
maestro, potrebbero convincerci facilmente, ma come puoi spiegare che Giovanni,
al quale tu stesso porti somma reverenza, lungamente ci ha esercitato a queste
pratiche?».
13.
«Giovanni» –
soggiunse il maestro, – «brucia le tappe nell’ardore inestinguibile dello
spirito suo; per lui la penitenza è un mezzo, …e non un fine; volerlo seguire
sulla sua via senza 1a sua visione d’ardore, è manifesta follia. D’altra parte
egli non cerca e non cura approvazione o dissenso, egli doma il corpo come il
beduino doma il sauro[80],
senza affetto e senza odio. Voi invece, senza neppudr confessarlo a voi stessi,
nelle macerazioni cercate il piacere di essere diversi dagli altri uomini e vi
reputate migliori. Del resto (e qui un sottile sorriso di bonaria ironia
scintillava nell’occhio di Gamaliel) occorre più disciplina a conservare pulite
le candide tuniche degli esseni, di quanta disciplina occorre ad indossare le
pelli non conciate, perchè con le pelli voi potete buttarvi qua e là come
bestie alla pastura, mentre con il lino iniziatico dovete in ogni tempo e luogo
conservare atteggiamenti di uomini. Ricordatevi di Gedeone e dei suoi trecento
che, nonostante la sete, bevvero di sfuggita nel cavo della mano poche stille
d’acqua passando il fiume, e furono, per questa disciplina, scelti a conquistare
la libertà per il loro popolo, mentre diecimila ignavi, che si erano coricati
per bere, ebbero lo scorno di essere rifiutati. La penitenza migliore è
l’abitudine di una dignitosa disciplina che in ogni tempo e luogo ne vieti di
cadere agli impulsi della parte animale».
14.
Altre volte
diceva: «Non andate a cercar le tentazioni, …per avervene poi a lagnare;
lasciate che esse vengano a cercar voi e ricevetele cortesemente e freddamente,
…chiedendo loro minutamente conto della loro nascita e dei loro imparentamenti.
Non v’è tentazione che regga a simile interrogatorio!».
15.
«Guardatevi» –
continuava, – «dal confondere la semplicità con la sciatteria, e l’innocenza
con l’ignoranza, e soprattutto abbiate somma cura di distruggere l’ignoranza.
16.
Non vi è male di cui
essa non sia madre, non vi è bene di cui essa non sia carnefice, perchè
dall’ignoranza rampolla la presunzione, il fanatismo, la superstizione, ed essa
uccide senza pietà la tolleranza reciproca, la comprensione e la fede.
L’assiduo studio val più delle mal biascicate preghiere, mentre la paziente
analisi, l’indagine profonda della conoscenza, uniscono a Dio assai più della
procurata estasi».
17.
«Chi è Dio,
maestro?», chiese una volta un allievo dai capelli rossastri e dagli occhi
inquieti, che saltuariamente interveniva alle lezioni.
18.
Gamaliel lo fissò
a lungo in silenzio. Il suo netto profilo di sparviero sembrò accentuarsi nella
meditazione; per un attimo chiuse le labbra come un rapace il rostro, e sembrò
non voler rispondere, poi di colpo disse: «Giuda! Hai mai guardato le
profondità del cielo in una notte stellata?».
19.
«Sì, maestro!».
20.
«E quali
conclusioni ne hai tratto?».
21.
«Nessuna
conclusione, maestro, innanzi al cielo non si discute, ...si tace!».
22.
«Ebbene, figlio
mio, il cielo stellato con l’infinito rotear dei suoi mondi, rispetto a Dio, è
meno del granello di polvere che ti si è attaccato al sandalo; meno, assai
meno, della lieve traccia d’umidità che la notte ti ha lasciato sopra i
capelli; meno, assai meno, …del più lieve sospiro che ti esca dalle labbra, e
da ciò deduci tu stesso che cosa sia Dio!
23.
Egli è! Tutto
esiste, ma Egli è! Tutto può cessar di esistere, ma Egli sarà ancora! Tutto
avrebbe potuto non esistere, ed Egli sarebbe ugualmente stato!».
24.
«Ma Dio ci ama,
maestro? Nella sua infinita grandezza ha sentore della nostra piccolezza
estrema?».
25.
«Che può
importarti, o Giuda, che Egli ci ami? Non è già molto poterLo amare? Non è già
tutto, per la nostra piccolezza, poter giungere a Lui sulle ali dell’amore? Se
noi, creata polvere, possiamo amar Lui che è luce increata, abbiamo superato i
Cieli e lasciato indietro le più alte forme della Creazione. Amare è tutto,
essere amati è meno che nulla! Solo colui che ama è; invece colui che è amato,
esiste soltanto».
26.
«Maestro!» –
gridò Giuda. – «Ma sei certo che Dio esista veramente? Non è la nostra febbre
ad averLo creato? Il nostro bisogno ad averLo supposto? La nostra follia ad
adorarLo?».
27.
«Figlio» –
rispose Gamaliel, – «...e se anche Dio non fosse, che importanza avrebbe,
poiché, secondo te, è l’uomo capace di crearLo?».
28.
«Bisognerebbe
allora pensare che l’uomo è veramente Dio, ,,,e che tutta la Creazione non è
che una sua emanazione. Ma così pensando, ove collochiamo noi il peccato, il
male, l’errore? Non in Dio e non nell’uomo, eppure il peccato, il male, l’errore
esistono!», commentò Giuda.
29.
«Chi ti dice che
il male esista a se stante, costituente una sua entità, e che non sia piuttosto
il rovesciamento del bene, l’antitesi e l’antagonista?», – rispose Gamaliel.
30.
«Ma allora, il
male è necessario?».
31.
«No, non è
necessario, ma è utile».
32.
Appena
pronunziate queste parole, Gamaliel se ne pentì. La verità e le massime non
sono fatte per tutte le menti e per i cuori passionali, e Giuda era uno,
…fremente di passione, questo ben lo capiva Gamaliel! Volle perciò correggere
quella sua espressione troppo decisa: «Giuda, non presumiamo poi troppo di noi
stessi; se un cuore puro può vedere Iddio, ricordiamoci che il più lieve velo
di passionalità basta ad occultarceLo! Cerchiamo la purezza di cuore e la
giustizia dell’intelletto, per il resto non tormentiamoci...».
33.
«Maestro» –
rispose Giuda, – «se tu hai la verità, non negarmela, ti prego, ch’io la cerco
ovunque con disperazione!».
34.
«Figlio mio, con
la disperazione è vano cercar chicchessia, men che meno la verità. Ognuno
possiede in sè la verità, ed essa è una per tutti, solo che ognuno la vede
diversamente!».
35.
«E tu, come la
vedi, maestro?».
36.
«Io la vedo come
rinunzia e gioia, ma posso dirti come la vedi tu?».
37.
«Oh, dimmelo!».
38.
«Tu la vedi come
ambizione e dolore, come possesso e avidità».
39.
Giuda tacque a
lungo, poi disse: «Maestro, tu non mi scacci come Giovanni; per lui ero un cane
da prendere a calci, ...non allontanarmi come un lebbroso che non si deve
toccare!».
40.
«Giuda» – disse
sbalordito l’esseno, – «vuoi permettere al tuo maestro di non capirti?».
41.
«Oh, sì, lo so
che non mi capite! Che sapete voi, saggi, maestri, sacerdoti, di ciò che si
agita in un cuore umano?
42.
Che conoscete voi
del torturante bisogno d’amare e di essere amati, di chi cerca Dio dopo aver
provato la fallacità dell’uomo, e non trova Dio; oppure Lo trova impassibile e
lontano, così che niuna preghiera Lo commuove, niun sacrificio Lo intenerisce,
niun palesato tormento Lo impietosisce? Che m’importa di questo Dio delle
profondità stellate, il Quale è assai peggio del nero e tondo nulla?!
43.
Oh, dimmi
piuttosto che non esiste alcun Dio e che l’uomo null’altro è che impasto di
fango e di vermi, e che tutto è inutile fuorché godere un attimo breve prima di
tornar là, donde il caso ne suscitò per sbaglio! Dammi questa verità che è la
sola e che io, libero dai sogni, afferri la realtà, che tu chiami ambizione,
avidità di possesso e, ...bontà tua, ...dolore, come se tu conoscessi il
dolore!».
44.
«Hai ragione,
Giuda» – rispose dolcemente Gamaliel «...forse, …io non conosco il dolore! Una
figlia assassinata, un figlio giovinetto abbandonato non mi hanno insegnato il
dolore! Questo mio vecchio cuore non si schianta e, ...orrore, ...conosce
ancora i palpiti di schietta gioia! Vedi, Giuda, te lo confesso: io sono
felice! Quel Dio delle profondità stellate che tanto ti irrita, mi colma di
beatitudine. Il pensiero di poter io, verme della Terra, amare quell’Ente
assolutamente calmo, impassibile, ineffabilmente lontano e, appunto per ciò,
inconcepibilmente vicino, mi riposa e mi ristora. Che importanza può avere che
Egli mi ami, dato che mi è concesso di amarLo?
45.
Ahimè! Figlio,
…povero figlio mio!» – e levatasi di scatto, Gamaliel strinse vivacemente per
il braccio Giuda. – «Povero Giuda mio! Ma non capisci che tutta la tua tortura
ha unicamente radice nel tumulto delle tue passioni e dei tuoi affetti
disordinati, ma scatenati e repressi di continuo? Tu soffri il male di tutti
gli uomini, il male di non esser tu, ...l’Uomo! Tu cerchi un Dio a tua immagine
e somiglianza, …invece di assurgere tu alla Sua. Eppure, nel caos oscuro della
tua mente, lampi e lampi di luce si susseguono. Possibile che non ti mostrino
la strada? Possibile che la verità fredda e scintillante, casta e voluttuosa
insieme, non ti tenda le sue braccia di luce?».
46.
«È possibile! Sì,
maestro, è possibile!» – gridò appassionatamente Giuda. «Io sono un infelice,
un disgraziato, un maledetto!».
47.
«Taci,
sciagurato!» – gl’impose Gamaliel. – «… Che il fato alto non oda queste tue
parole. Tu sei un figlio dell’uomo e, come tale, una speranza di Dio! Nel
flusso dell’eterno divenire tu sei una goccia che va e che non si perde. Alza
gli occhi al cielo: il Dio delle profondità stellate è la tua mèta, come quella
di tutti. Fa’ silenzio in te, e l’Infinito ti parlerà!».
48.
Giuda pianse a
singhiozzi forti e strazianti come quelli di una donna.
49.
«O maestro,
maestro!», gridò e, rapidamente, svincolando il braccio dalle mani di Gamaliel,
si voltò e fuggi nel deserto. La notte l’inghiottì subito, ma per lungo tempo
Gamaliel sentì risuonare quel pianto disperato che, pur affievolendosi per la
frenetica corsa, nella notte echeggiava lacerante sotto le stelle, come il
pianto del primo uomo, solo, nelle nere oscurità delle epoche!
[indice]
۞
«L’uomo non è schiavo
che di chi vuol esserlo!»
1.
Nell’antro
oscuro di Simon mago, lui e i suoi soci avevano riunito i loro sforzi in un
rito evocatorio. Sopra il nudo corpo di una giovane inizianda alla magia che,
carponi, offriva la schiena come il piano dell’altare infernale, era stato
sgozzato un capretto nero, il cui sangue era stato fatto colare tutto intorno
sul pavimento segnato da pentagrammi e cerchi cabalistici. Nove candele di cera
nera, accese, gettavano una luce fioca proiettando ombre giganti. I maghi,
armati della verga del comando, avevano girato processionalmente intorno
all’altare vivente, pronunziando gli oscuri metri evocatori e gettando in un
tripode acceso dei grani d’incenso misti ad altre sostanze fumogene e
odorosissime. L’aria dell’antro, completamente impregnata, era irrespirabile,
ma i maghi vi si movevano a loro agio. Ovunque risuonavano scricchiolii
sinistri e strani chioccolii come di risate represse, sibili derisori e gemiti.
2.
Le ombre,
sforzate dall’evocazione, premevano, malamente frenate dai cerchi magici,
attratte dall’odore del sangue sacrificale, ma le verghe dei maghi, sibilando
nell’aria densa, le cacciavano indietro.
3.
L’altare vivente
aveva assunto la posa perfetta della sfinge: accosciata, le ginocchia sotto il
ventre, gli avambracci (piegati i gomiti ad angolo retto) distesi in avanti a
sostenere le braccia e le scapole, la testa alta sul collo eretto e gli occhi,
dilatati e senza sguardo, persi nel vuoto; la nera capigliatura, in liste
pesanti cadeva, spartita ai lati del terribile volto, come bende sacerdotali.
4.
Sotto il plasmare
degli incalzanti riti evocatorî, le dense nubi di fumo odoroso si modellavano
via via, lumeggiando sinistramente al pallido chiarore delle candele. Lamie[81] e vampiri, larve e
draghi, tutte le orribilità che un incubo suscita, le deformità e i capricci
che la teratologia[82]
può sognare, in quel breve spazio, accalcate, si sospingevano e si calpestavano
furiosamente. Zampe, code, ali, rostri, scaglie e tentacoli si dibattevano in
una tregenda[83] spaventevole. Era
la sagra dell’orrido, la festa dell’orrore, il congresso della mostruosità, …il
convegno dei deliri. Tutto ciò che l’alcool, la febbre, la pazzia, possono
combinare e immaginare, era presente, suscitato dall’evocazione, contenuto ed
eccitato dal ritmo selvaggio dell’esplicazione magica.
5.
Per nulla
intimoriti, i maghi continuavano lo spaventevole rito; per loro l’orripilante
corteggio null’altro era se non fumo e fantasia. Profondamente periti nelle
occulte conoscenze animiche, i maghi ben sapevano che in realtà ciò che si
agitava loro intorno null’altro era se non il dipinto velo dell’illusione.
6.
Tutto ciò che nei
millenni l’uomo aveva temuto e immaginato, fantasticato e desiderato, tutte le
forme dalle quali era sbocciato, si agitavano in scomposta mescolanza, sotto la
forma reminiscente del pensiero, ricercante nel caos la sua prima espressione
di potenza, di volontà, di ordine.
7.
Il sabba, che
poteva illuder chiunque, non illudeva i maghi, e le forme di sogno o d’incubo
non attraevano la loro attenzione. Frammenti di antiche personalità
pre-adamitiche cominciavano a mescolarsi alle ombre vacue, e la loro
incorporeità era ancor più terribile dell’apparente corporeità dei fantasmi. Ma
neppure quelle antiche volontà frantumate, quelle antiche potenze umiliate
fermavano il furioso ritmo del canto esorcizzatore e la violenta schermaglia
delle verghe magiche. La pozza oscura del sangue della vittima già si coagulava
agli orli, e l’odore degli aromi pioveva dalla volta nera, condensato in gocce
sporche e pesanti, ma la resistenza dei maghi non veniva meno e il
processionale era ormai una ridda furiosa, un girotondo vorticoso.
8.
Immobile, come
mutata in pietra, la giovane donna rimaneva nell’innaturale posizione senza
palpiti e senza respiro, solo talora un fremere delle palpebre inferiori
denunziava che la vita perdurava in quel corpo perduto.
9.
Le voci dei maghi
erano stridule per lo sforzo, e i loro frenetici movimenti somigliavano a un
attacco epilettico. A poco a poco le ombre e i fantasmi si dileguavano; le
strane forme ritornavano ciò che in origine erano: …cioè fumo! In compenso,
però, man mano che il ritmo incalzava e la vita si esternava nei maghi,
sembrava che qualcosa di gigantesco entrasse nell’antro e lo allargasse
smisuratamente.
10.
Un freddo glaciale
andava facendosi; soffi gelati sembravano emanare dalle stesse muraglie.
Nonostante la frenesia della danza magica, i maghi sentivano il sudore che
scorreva loro a rivi dalle fronti, gelarsi per una silenziosa tramontana. La
fiamma delle candele vacillò e minacciò di spegnersi, mentre il sangue
dell’immolato capretto, anziché rapprendersi sotto l’azione del freddo, sembrò
nuovamente liquefarsi e parve muoversi per un moto interno, come l’onda di un
microscopico mare; ora scintillava nell’ombra come un carbonchio e somigliava a
una spaventosa pupilla aperta e fissa, piena di uno sguardo maligno e
canzonatore.
11.
I maghi si
scambiarono un’occhiata d’intesa, …l’esorcismo era riuscito. Il signore delle
nere spelonche era presente, …il freddo aumentava sempre più, i maghi battevano
i denti, ma non desistevano dalla danza convulsa. Il sangue, completamente
liquefatto, scintillava e bolliva sul pavimento, facendo una schiuma di
bollicine iridescenti, ognuna delle quali sembrava un minuscolo volto bello e
beffardo, sinistro o lascivo, ma sempre derisore e sarcastico.
12.
«O signore delle
nere spelonche» – cantavano i maghi, – «o maschio e femmina a un tempo, o padre
e madre, accetta la vittima svenata e ascendi al sacrificio!».
13.
Il freddo aveva
congelato l’umidità del fumo che, in fili sottili di vetro, arabescava le
pareti e le vesti dei maghi. Di colpo il sangue sparì dal pavimento, succhiato
da un vortice avido. I maghi irrigiditi cessarono la danza e, in atteggiamento
reverente, attesero che il dio tenebroso si appalesasse dopo aver consumato il
sacrificio offerto. Ma il dio tenebroso si faceva attendere e sembrava
beffeggiare i suoi fedeli, paonazzi di freddo e tremanti d’apprensione.
14.
Una risata tenue
e tagliente si udì sotto la volta, una risata dal timbro armonioso, ma al
contempo stranamente sinistra; ad essa altre risate seguirono tinnule come
campanelli e raggelanti, per uno strano senso minaccioso in esse contenute. Ben
più dei gemiti, dei rantoli, dei sibili precedenti, quelle risate facevano
spavento; esse denotavano sicurezza beffarda, superbia illimitata, scherno
senza confine. Chi rideva, affermava con il riso la sua signoria indiscussa e
inconcussa, la pienezza del suo potere, quasi il pavoneggiare della sua
esistenza.
15.
Benché usi alle
più dure esperienza magiche, i maghi non poterono frenare un’intensa ansietà
che le risate dell’invisibile presenza accentuavano e sancivano.
16.
Finalmente Simon
mago osò parlare: «Signore delle oscurità profonde, degnati d’appalesare ai
tuoi servi il tuo aspetto, così che possiamo ricercare da te il vero che ne
ossessiona e di continuo ne fugge. Mostrati a noi, signore, se l’offerta ti è
stata accetta! Di ben altre offerte vorremmo che fumassero i tuoi altari!».
17.
Una cascata di risate
perlacee risuonò in risposta, e si udì rispondere una voce indicibilmente
beffarda, se pur stranamente armonica e dolce, parafrasando le ultime parole
del mago: «Io pure vorrei che di ben altre vittime fumassero i miei altari!».
18.
«Signore della
notte» – continuò il mago un po’ sconcertato, – «non è colpa nostra se...»..
19.
«…in breve,
nottole[84] spaventate» –
interruppe la voce, – «…affermate pure che la colpa è mia! Sotto quale aspetto
volete vedermi?».
20.
«Nel tuo aspetto,
o signore di Lemuria[85]
e di Atlantide», – invocò Simon mago con entusiasmo.
21.
«Nel mio aspetto?
Povera nullità presuntuosa! Chi può vedermi un istante e non morire? Déi, figli
della polvere? Ti risparmierò per adesso; mi servi meglio vivo che morto;
guardatemi dunque come potete vedermi, senza troppo pericolo per la vostra vita
di rettili!».
22.
Le fiamme delle
candele vacillarono sotto un soffio impetuoso, e di colpo si spensero. Il
tenebroso antro fu ricolmo di un’intensa luce fosforescente, di tonalità
verdastra; in quella luce apparve (sopra la donna che fungeva da altare) una
meravigliosa figura umana completamente nuda, dalla sessualità incerta. Era
maschio e femmina nei caratteri che si potevano intravedere, ma ove il sesso
più netto s’appalesa, una guaina di lucenti scaglie, simile alla coda del
serpe, avvolgeva le cosce e le gambe fino ai piedi, che non erano piedi, ma
figuravano due biforcuti zoccoli di capro. Il volto bellissimo, ironico e
triste, era aureolato da una folta capigliatura ricciuta, i cui boccoli bruniti
apparivano come serpentelli di metallo prezioso. Alle spalle, con il molle
panneggiare di un manto regale, …pendevano due immense ali tinte d’ostro[86] e d’oro. La
visione era veramente imponente! La fronte regale e i neri occhi imperiosi
denotavano un orgoglio senza fine, una smisurata sete di potere in unione a una
collera tanto più spaventevole quanto più fredda; a contrasto la bocca sinuosa,
il mento breve, il naso lievemente camuso, ma mirabilmente modellato,
esprimevano una lascivia e una concupiscenza inconcepibili per la mente umana.
23.
Tutti i maghi,
meno uno, si prostrarono con la fronte a terra innanzi alla visione, ma colui
che non si era prostrato, osò fissarla con la sfidante tranquillità di un pari.
Era un vecchio che pareva fuso nel bronzo, magro come uno scheletro, ma con
occhi chiari, lucidi e duri come l’acciaio temprato.
24.
Un lampo sinistro
scintillò nell’occhio del dio oscuro, ma la bocca femminea lascivamente
sorrise.
25.
«Ti piaccio
abbastanza, Albigael?», chiese con voce dolcissima.
26.
«Non mi piaci, né
mi dispiaci Baal-Zebuch» – rispose il mago, – «Serba per i templi d’Astarte
codeste apparizioni; le figlie della Terra sono più belle di te!».
27.
L’apparizione si
torse come avesse ricevuto una frustata, e la voce si fece stridula nel
rispondere.
28.
« Ma bene,
Albigael, …che significa questa tua ribellione?».
29.
«Non è
ribellione» – disse calmo il mago, – «…poiché tu non sei il mio signore. Tra
noi corre un patto, …e sai ben quale!
Baal-Zebuch o Satan-Nael, …come più preferisci. Io mi darò corpo e anima
a quella potenza, …che mi dimostrerà di essere più forte d’ogni Dio e d’ogni
uomo.I giochi di prestigio, le apparizioni, le ombre, i mondi dei morti, i
carceri dei dannati, che m’hai fatto visitare, non mi provano affatto che tu
sia quella potenza ch’io intendo adorare. Il mio maestro Melchiorre, prima di
morire, mi disse che sopra la Terra si era incarnato il vivente Figlio di Colui
che, dopo averti creato, ti ha scacciato dal suo cospetto, con un lieve moto
del suo essere, come un moscerino noioso. Tu sai dov’è quest’uomo o questo Dio?
Raggiungilo e dà le tue prove. Se tu lo vincerai, io ti servirò, altrimenti
servirò ‘Lui’ come il più forte».
30.
«Albigael» –
stridulò l’apparso, – «come osi? E voi, miei sacerdoti, come lo permettete?».
31.
Suscitati dal
grido del tremendo angelo, i maghi si rialzarono e fecero per avventarsi su
Albigael, ma questi, tratto da sotto le vesti un lucido e lungo pugnale, …fece
rapidamente il vuoto intorno a sè.
32.
«Sei ben debole,
Satan-Nael» – ghignò Albigael, – «Se per farmi tacere hai bisogno di grinfie
umane, guarda i tuoi sacerdoti, ...ti amano talmente che temono la più lieve
graffiatura di questa buona lama! A noi, dunque, Satan-Nael! A che gioco vuoi
che giochiamo? Confessi la tua impotenza o accetti la mia sfida? Io credo, …di
essere un servo che valga la pena di conquistare. Tu sai cosa io voglio: ...il
potere assoluto! O puoi darmelo e me lo darai, o mi rivolgerò a chi realmente
lo possiede; come prezzo pongo me stesso!».
33.
Una stridula
risata accolse le parole dello sfidante! Lo spirito del male si era ripreso e,
impudentemente, riempiva del suo riso vacuo l’oscurità dell’antro...
34.
«Ma bene,
benissimo, Albigael! Così mi piaci, ...senza veli e senza frodi. Tu vuoi il
potere assoluto, …già, ma per darlo bisogna averlo! Voi tutti contate su di me
ed io su di voi, nella corazza della carne, supponete a noi, pure intelligenze,
quel potere assoluto che a voi, non a noi fu confidato. Presumete, con riti e
metri d’oscure formule, piegare al vostro giogo la nostra potenza e noi con
ombre e giochetti per lo più accontentiamo, poiché le vostre violente passioni,
accecandovi, ci permettono abbastanza bene di mutarvi in nostri strumenti. Ma
ecco che sorge un uomo, senz’altra passione che quella di un assoluto potere,
ambizioso al par di noi, come noi, …freddo e intelligente (intelligente al
punto da capire che comunque non potrà mai essere il primo, ma si contenta di
servire il più forte) ed esige che noi dimostriamo di essere i più forti! Ma
bene!».
35.
Il bellissimo
volto del maligno divenne di colpo serio e un’ombra d’estrema mestizia lo
copri, rendendolo quasi tenero e commovente. «Se noi fossimo i più forti, come
potremmo patteggiar con voi? Come ci piegheremmo alla vostra alleanza? I più
forti, dopo di ‘Lui’, siete voi, o uomini! Voi, che solo i vostri vizi piegano
al nostro giogo; voi, cui la vostra insipienza vela, con la coltre della
personalità, quel lume d’intelletto che, a noi negato, a voi gratuitamente fu
concesso.
36.
Posso parlare, so
che non sfuggirete, ne avete fatte troppe per riconciliarvi con ‘Lui’. Come me,
pure voi siete perduti, a meno che, ...la nostra alleanza non vinca nella lotta
suprema e non ristabilisca quella giustizia che a nostro danno fu negletta! Io
vi odio, e voi mi odiate, ma abbiamo bisogno gli uni degli altri; siamo legati
per la dannazione o per la vittoria. ‘Lui’
ci sfida di continuo, abbiamo finora cercato di patteggiare, ...oggi
accetteremo l’ultima guerra! Perfino ‘Suo
Figlio, il Principe bianco’ getta nella lizza! Dunque il timore è giunto
anche a ‘Lui’ e, se ci teme, confessa di non essere più tanto potente, confessa
che la nostra coalizione può dare l’attacco ai Cieli e cacciarlo dal trono. A
noi il dominio del libero ‘extra’, a noi il regno della luce, a noi la servitù
dell’uomo! Io mantengo la mia parola; se voi mi servirete, se giungeremo uniti
alla vittoria, dividerò con voi metà del mio regno; la mia gloria vi coprirà e
la mia potenza vi sarà compartita».
37.
A poco a poco i
maghi avevano ripreso la presenza di spirito. Se dapprima, sotto la spinta di
Satana, avrebbero fatto a pezzi Albigael, adesso, di fronte all’accorato
discorso dello spirito del male, guardavano con ammirazione l’audace
esorcizzatore che dimostrava di non temere l’oscura potenza, trattandola alla
pari.
38.
Alcune
dichiarazioni sfuggite a Satana avevano fermato la loro attenzione e fu quindi
con il consenso unanime che Albigael, troncando la parola in bocca al tremendo
genio, chiese imperiosamente: «Il Principe bianco, hai detto? Dunque
l’aspettato delle genti è nato! E non è Dionisio, non è Apollo, non è Prometeo,
non è Orfeo! Gli uomini, …innalzano templi ad ombre vane, e la verità è cosi
vicina ad essi, da vivere la loro vita!».
39.
Dalla bocca del
genio uscì in risposta un orribile urlo: «È nato, sì è nato! È nato per morire,
per morire!».
40.
«Per morire? Il
Figlio che ha espresso la vita, dovrà dunque gustare la morte?».
41.
«Vuoi tacere,
maledetto?» – urlò Satana al mago. – «Vuoi cessare questo interrogatorio? Vuoi
dunque finire di abusare della mia pazienza?».
42.
Albigael ghignò:
«Satan-Nael, è la prima volta che sento che tu sai il nome della pazienza. Io
non posso abusare di ciò che non c’è; quindi, tuo malgrado, continuerò ad
interrogarti e tu mi risponderai senza cercar di trarmi in inganno, perchè non
ti riuscirebbe. Il Principe bianco ha forma umana certamente, ma perchè la sua
futura morte ti agita tanto?».
43.
«Perché con la
sua morte conquista il diritto di ricomprare gli uomini alla vita».
44.
«Allora a te
converrebbe che Egli non morisse mai?».
45.
«Sì, sì, mi
converrebbe, ma Egli morrà! Ah, un’ora sola sopra di Lui mi è concessa, un’ora
per ucciderlo e prepararmi con la sua morte la mia fine!».
46.
«Allora, Egli è
più forte di te?».
47.
Il genio del male
si contorse di rabbia: «Nessuno è più forte di me» – ringhiò, – «malgrado
tutti, fino alla fine degli evi[87],
io schiaccerò sotto il mio zoccolo la presunzione degli uomini. No, gli uomini
non occuperanno il mio posto nel regno dei Cieli! La vittoria del Principe
bianco non sarà assoluta, che anzi mi varrò proprio di Lui e della sua parola
per aumentare il mio regno! ... Non ci saranno più innocenti dopo di Lui! Io
solo sono il più forte!».
48.
«No!» – urlò
Albigael. – «Ti sei sconfitto, Cristo regnerà! Fratelli» – gridò rivolgendosi
ai maghi, – «noi abbiamo perduto il nostro tempo! Questo miserabile spirito non
è da più delle ombre dei morti, …cui ci richiama. Andiamo a cercare
l’aspettato, gettiamo ai suoi piedi il nostro errore. Egli ci riscatterà: siamo
ancora in tempo».
49.
«Ah, no, ...per
l’inferno!» – urlò Satana, e la sua mano si tese adunca e terribile. Un lampo,
breve come una folgore muta, uscì dal suo indice puntato contro il petto del
mago che, con un urlo d’agonia, si abbatté e si torse brevemente sul pavimento.
50.
Gli occhi
d’Albigael si dilatarono nelle orbite in modo pauroso, ma d’un tratto emise un
grido di trionfo: «Hai perduto, Satan-Nael! Cristo, …io credo in Te. Salvo!
Salvo, sono salvo!».
51.
Un tuono echeggiò
sotto la nera volta, e mentre Albigael ricadeva cadavere, Satana sprofondò con
urla di iena.
52.
Sul pavimento
sporco dell’antro, in mezzo al cerchio dei maghi sbalorditi, …giacevano due cadaveri;
Albigael, con sul volto uno strano sorriso di trionfo, …e la giovane strega con
la spina dorsale spezzata. Sprofondando negli abissi, Satana s’era voluto
portare una preda.
* * *
53.
Nell’antro ai
maghi occorse del tempo per riprendessi. Il primo a riaversi dalla lugubre
scena fu Simon mago; con il piede mosse il cadavere di Albigael, scuotendo la
testa in silenzio.
54.
Il mago Alasco,
che era ancor tramortito dallo spavento, disse, battendo i denti: «Lo ha
ucciso! Il signore delle oscure potenze lo ha ucciso!!!».
55.
«Era il meno che
potesse fare, no?» – sogghignò Simone. – «Lo ha ucciso, ma ho la strana
sensazione che non abbia potuto far nulla di più. Credo che Albigael abbia
vinto».
56.
«Ah!» – squittì
Alasco. – «Taci, che non t’oda il signore, ...che la sua mano non abbia a
colpire anche te».
57.
«Colpire che
cosa? Mio caro Alasco, mi sembra che tu tenga in modo enorme alla tua carcassa,
dato che il nostro amico qui giacente ci ha mostrato che evidentemente solo il
corpo muore».
58.
Il piccolo mago
tremava: «Taci, non sfidare il potente! Ho paura! Oh, guarda, guarda, anche
Cabila è morta, è morta!» – gridò stupito. – «Ha ucciso anche lei!».
59.
Simon mago guardò
la strega immota, fissata dalla morte nella sua innaturale posa.
60.
«I pesci stanotte
avranno un buon pasto», – commentò tranquillo, – «Cabila non è una gran
perdita! Pazze isteriche come lei ne troveremo finché vorremo».
61.
«Ma è morta» –
continuava a gemere Alasco; – «è morta!».
62.
«E tu
risuscitala, se ne sei capace», si volse a lui stizzito Baruch che pure
tremava.
63.
Gli altri maghi
presenti tacevano terrorizzati. Solo Simon mago, con uno strano sogghigno sulle
labbra, pareva sicuro.
64.
«Davvero» –
ghignò alla fine, – «può darsi che abbiamo perduto del gran tempo, ma confesso,
non ho l’entusiasmo di Albigael, anche se lo supero in ambizione! Forse il
signore delle nere spelonche non merita affatto il sacrifizio delle vite umane.
Basta la scienza a darci il potere, e alla scienza consacrerò ogni mio sforzo.
Meglio sacrificare migliaia di vite al raggiungimento di un solo segreto della
natura, che consumarci sterilmente in riti e in evocazioni. Se sopra all’uomo
fosse nulla, se tutto fosse sotto l’uomo, certo varrebbe la pena di sforzare la
natura e servire in umiltà!».
65.
«Fratelli miei» –
continuò volgendosi ai maghi, – «liberiamoci alla svelta di questi due
cadaveri; il lago è vicino e nessuno chiede conto al lago di ciò che
restituisce, e poi... separiamoci. Io vi annunzio che mi dedicherò a studi e ad
esperienze più serie e, ... per i giochetti evocatorî, non contate più su di me!».
66.
«Come» –
stridette Baruch, – «tu abbandoni la magia?».
67.
«No, la
trasformerò semplicemente; darò ad essa un nome più conveniente: ‘Scienza!’.
Vorrò che gli spiriti, di qualunque grado siano, mi obbediscano e mi
ossequino!».
68.
«Anatema! Anatema!»
– Alasco si era gettato con la fronte a terra... – «Non ascoltare, signore
delle grandi oscurità! Non ascoltarlo, signore! Non colpirci tutti con lui!».
69.
«Perciò è meglio
che ve ne andiate» – interruppe pazientemente Simon mago. – «Io cercherò la mia
via e voi continuate sulla vostra! Su, animo, gettiamo queste carogne nel lago
e separiamoci, perché se Pilato ha sentore di quanto è avvenuto questa notte,
molti di noi vedranno il tramonto del Sole sulla croce!».
70.
La positiva
chiaroveggenza di Simone si impose, e i maghi chiusero in sacchi di cuoio i due
cadaveri e, scivolando come ombre, uscirono per gli angiporti oscuri e si
sparpagliarono nella notte. Solo un esiguo gruppo portante i sinistri fardelli
raggiunse la riva del lago e in esso con un tonfo piombarono i due cadaveri.
Nel gruppetto dei seppellitori vi era Simon mago che, guardando verso le
profondità dell’orizzonte, scorse (con la sua vista speciale di nittalopo[88]) una piccola
liburna navigante nella notte a lumi spenti, avviata chiaramente alla stessa
riva deserta dove si trovavano i maghi.
71.
Un ghigno
soddisfatto increspò le labbra del mago...
72.
«Guardate» –
sussurrò pianissimo, – «una strega sparisce e una s’accosta! Quella liburna
porta Erodiade! Domani a Tiberiade vi saranno grandi novità».
[indice]
۞
«Ecco:
Questi è il Figlio diletto,
nel quale mi sono compiaciuto.
Ascoltatelo!»
1.
Molta
folla s’accalcava sulla riva del Giordano. La parola fluente e ardente di
Giovanni l’annunziatore, com’egli stesso soleva chiamarsi, aveva indotto molta
gente al battesimo di penitenza, e tra coloro che accorrevano e premevano,
molti erano i neofiti che, in quello stesso giorno, dovevano essere immersi
nelle chiare acque per testimoniare al Cielo il pentimento dei peccati e la
speranza della remissione degli stessi.
2.
«Io» – diceva
Giovanni, – «vi battezzo nell’acqua, ma verrà chi vi battezzerà nel fuoco e
Spirito Santo!».
3.
Come sempre,
l’aquilino occhio del profeta si configgeva come lama negli occhi dei neofiti,
scartando senza pietà chi vedeva titubante o incerto, o anche solamente
dubbioso. Egli esigeva il tutto per il tutto, ...era l’austerità e la
decisione, la legge giustiziera di Dio, la guerra al peccato senza
misericordia!
4.
Quando
dall’energica mano del profeta il neofito era costretto a tuffarsi interamente
nelle acque gelide, un brivido di freddo si confondeva con uno di soffocata
paura.
5.
I modi di
Giovanni non erano molto gentili, e la forza delle sue braccia era tale da piegare,
come giunchi a testa in giù, assiri e nubiani simili a statue di Ercole, ebrei
e greci scattanti come lame di spade.
6.
Dalle acque del
Giordano non tutti ne uscivano vivi, e in genere non ne uscivano vivi coloro
che avevano creduto di frodare il profeta e di ingannare la divina Giustizia.
Coloro che raggiungevano salvi la riva, sostavano a lungo in uno stato strano
tra il rapimento e lo svenimento e, rinsaviti, non volevano assolutamente
parlare delle loro provate sensazioni, come di cosa sacra che il palesare
profanerebbe. Ma un rinnovamento di vita avveniva, e dopo il battesimo tutto
mutava in loro come il ristabilirsi di una prisca innocenza.
7.
Molti ammalati,
disperati di guarigione, andavano in principio da Giovanni sperandone la
salute, ma Giovanni li accoglieva sempre in malo modo, rivelando i loro peccati
e rifiutando recisamente di impetrar loro la salute del corpo, vedendo troppo
compromessa quella dell’anima. Così gli avevano portato degli ossessi acciocché
ne cacciasse i demoni; ma egli aveva cacciato come demoni gli ossessi medesimi
e i loro accompagnatori.
8.
Nulla di ciò che
umanamente potesse stare a cuore alla gente, interessava o impietosiva
l’invasato di Dio. Per lui la vita terrena non era che mera accidentalità;
l’occhio fisso nell’eterno destino dell’uomo, quel destino affrettava con
l’ansia di uno che, in vista del traguardo, accelera fino al delirio il
precipitar della corsa per giungere, anche se il giungere significasse morire.
9.
Eppure,
nonostante la chiara volontà di non far miracoli e la durezza della
predicazione, le turbe si accalcavano intorno a Giovanni. Esse sapevano, per
retto intuito, come quell’uomo rude e violento fosse buono e saggio, come la
sua parola fosse giusta, e come lo spirito che lo muoveva fosse veramente lo
spirito di Dio, lo spirito dell’Amore, di un Amore più alto e più vero, di un
Amore più forte e sicuro di quello fallace del mondo, di quello parziale degli
uomini.
10.
La gente povera
credeva in Giovanni, perchè il povero è forse colui che abbisogna più di verità
che di consolazione, più di giustizia, forse, che non di fede, e in Giovanni
trovava verità e giustizia con larghezza, perchè Giovanni non celava il suo
pensiero a nessuno e, con somma tranquillità e non diminuita violenza, osava
dire ai grandi e ai potenti dell’epoca: «Non ti è lecito!».
11.
Oro e piombo per
il profeta erano eguali. Egli era durissima guida, tanto al ricco quanto al
povero; ad entrambi indicava una via comune, ma unica ed essenziale: «Confessa
i tuoi peccati e pentiti, l’ora del Signore sta per venire!».
* * *
12.
Erodiade, con
immenso scandalo della popolazione, era tornata alla reggia dell’amante e,
imprudentemente, si faceva ritenere con il rango e gli onori della legittima
moglie.
13.
Tutti avevano
mormorato, solo Giovanni era insorto... fin sotto le mura della reggia aveva
gridato il suo anatema, e i soldati di guardia, terrorizzati, non avevano osato
respingerlo né farlo tacere! Livida di furore, Erodiade aveva sentito penetrare
la voce terribile intimante il monito di Dio, fin nei recessi del suo
appartamento!
14.
«Non ti è lecito,
moglie di Filippo, convivere con tuo cognato Erode!».
15.
Lo stesso Erode
aveva dovuto scendere fino alla grande porta per pregare l’esacerbato profeta
di allontanarsi, non senza averne ricevuto prima i più acerbi rimbrotti.
16.
Queste cose
risapute nel popolo, avevano aumentato sempre più la devozione e il fanatismo
per Giovanni. Un solo cenno che egli avesse fatto, e le turbe ubriache di
collera avrebbero invaso la reggia, …e massacrato gli adulteri. Ma Giovanni non
era un demagogo![89] Per lui tutte le
anime erano uguali, e se solo un cenno di ravvedimento avesse scorto in
Erodiate e un virile pentimento in Erode, egli li avrebbe accolti con l’amore
del padre per il figlio lontano che facesse ritorno!
17.
Come un antico
profeta d’Israele, come quell’Elia che sembrava costituire un tutto con lui,
Giovanni si ergeva sopra le parti in contesa con una giustizia netta e precisa,
con una parola perfetta, con un esempio unico.
18.
Perduto nella sua
trascendentale visione di un misterioso Messia, egli non si stancava di
annunziarlo alle genti, indicandone i caratteri per cui ognuno l’avrebbe
riconosciuto.
19.
L’atteso era
l’Agnello di Dio, il Re pacifico, Colui che non avrebbe infranto la canna
flessa, né spento il lucignolo fumigante; Colui che avrebbe risanato gli
infermi, dato la vista ai ciechi e l’udito ai sordi; Colui che avrebbe in ogni
tempo rivelato la gloria di Dio con la mansuetudine e l’amore, risuscitando i
morti e mondando i lebbrosi.
20.
La febbre
dell’attesa era passata da Giovanni nel popolo, senza che il primitivo
entusiasmo del profeta ne fosse sminuito. Egli, parlando dell’Atteso, toccava
la lirica dell’espressione, e la dolcezza più pura e più tenera vibrava nella
sua voce, quando, simile all’amante che esalta i pregi della sua bella, egli si
perdeva a enumerare le virtù del Messia atteso, adorato, sognato, e che già
viveva in mezzo agli uomini. Era l’innamorato del sogno, che il sogno rendeva
più vero della realtà contingente.
21.
Quel giorno, la
febbre messianica di Giovanni sembrava aver raggiunto il parossismo![90] Vi era una letizia
selvaggia in tutto il suo essere, la sua voce squillava quasi come un canto
represso, le sue movenze erano nette e precise come quelle di una danza sacra.
Un ardore intenso di carità lo spingeva ad afferrare i neofiti come una madre
afferrerebbe i figli da una fornace. La violenza, con la quale li tuffava nel
Giordano, era una violenza salvifera. Chi veniva afferrato dalle terribili
mani, provava l’impressione che qualcosa si spezzasse in lui, un qualcosa di
duro, di nemico, …di estraneo. Era l’antico patto di sangue e di colpa che si
infrangeva. Un uomo nuovo usciva dalle onde sotto la mano demiurgica che lo
riplasmava ex novo.
22.
Mille erano
passati quel giorno nelle mani infaticabili, mille redenti, mille rinnovati e,
insaziato, Giovanni lanciava ancora il suo appassionato richiamo: «Venite, il
Signore è vicino!».
23.
L’implacabile
Sole del mezzogiorno orientale sostava a picco sul deserto e sul Giordano,
nell’aria immobile, ferma, come addormentata pur essa nella calura, solo la
voce che incitava era fresca!
24.
«Venite, il
Signore è vicino!».
25.
Giovanni aveva
appena terminato di battezzare il millesimo, quando il suo irsuto volto
risplendette per una luce interiore, così da rapire i più vicini e, scattando
sopra le agili anche, fattosi largo tra la folla con energiche gomitate, corse,
come dietro a una visione fascinatrice, verso un giovane Nazareno ch’era
comparso in quel punto tra la folla.
26.
Alto più della
media, snello, con lunghi capelli di un biondo nocciola sparsi per le spalle,
limpidi occhi cerulei, il nuovo venuto, se pur poveramente ma pulitamente
vestito, appariva ripieno di naturale dignità regale; mentre Giovanni durava
fatica ad aprirsi un passaggio tra la folla, il nuovo venuto avanzava
tranquillo, come nave in placido mare.
27.
La folla si
fendeva davanti a lui, come dinanzi ad invisibile prora[91]. Un senso di
reverenza profonda e strana prendeva i cuori, eppure nella massa, molti
riconobbero il Nazareno e alcuni potevano chiamarlo parente.
28.
«Gesù, Gesù di Giuseppe!
Gesù di Davide!» – si sussurravano, …additandoselo. – «Anche Lui qui? Anche Lui
cerca Giovanni?».
29.
Gesù e Giovanni
erano di fronte; gli occhi di carbonchio di Giovanni si perdevano nelle liquide
azzurrità di quelli di Gesù e si addolcivano nello smarrimento soave che tutto
pervadeva l’essere di Giovanni! Riconosceva egli il cugino germano?[92] Oppure nella carne
e nel sangue vedeva una diversa natura? Chi potrà mai dire cosa passò in
quell’attimo eterno nella mente e nell’anima di Giovanni? Chi potrà rivivere
l’emozione intensa che piegò il campione della penitenza, come un fanciullo
docile ai piedi del maestro?
30.
Innanzi alla
folla sbalordita, Giovanni, lo sfidatore dei re, l’agitatore dei popoli,
s’inginocchiò ebbro di reverenza ai piedi dello sconosciuto.
31.
«Tu qui, mio
Signore!» – gridò. – «E perché mai?».
32.
«Per aver da te
il battesimo di penitenza, Giovanni!» Rispose il Nazareno.
33.
«Tu, il
battesimo?! Tu, ...cui non son degno di sciogliere i calzari? Dovrò tuffarti
come un qualunque peccatore nelle acque purificatrici?».
34.
«Oh, …Giovanni.,
tutti i peccati del mondo sono in Me, poiché io sono il figliuolo dell’uomo;
l’eredità di Adamo è la Mia, né io ne rinnego parte alcuna!».
35.
«Signore,
Signore!» – continuava a dire l’inebetito profeta. – «Come vuoi ch’io osi?!».
36.
«Allora io me ne
tornerò donde venni, a dire che a Me solo, tra i figli di Adamo, fu rifiutato
dall’inviato di Dio il battesimo di penitenza!».
37.
«O Signore! Tu
ordina, e io obbedirò con gioia. So bene che Tu devi crescere e io diminuire, e
sebbene la cosa sia assurda, io farò secondo il Tuo comando e Ti battezzerò
nelle acque, …benché io sappia che in te è il potere di battezzare nel fuoco.
Confessa dunque i tuoi peccati e chiedi misericordia, acciocché il battesimo di
penitenza possa rimetterteli per la vita eterna».
38.
Così dicendo,
Giovanni, ritornato sacerdote e sacrificatore per obbedienza, si drizzò in
piedi dominando con la nera testa la bionda fronte reclina del Nazareno.
39.
Con voce dolce e
sonora, il Nazareno, al cospetto della folla stranamente silente, disse: «Io
riconosco come Miei tutti i peccati che l’uomo abbia fatto, faccia o farà
contro Iddio. I peccati di pensiero, di parole, di opere, li confesso di fronte
al Cielo e alla Terra e me ne assumo la piena responsabilità. Così essi, in Me,
siano rimessi all’uomo per virtù di questo santo battesimo nel quale io credo».
40.
Così dicendo, con
un rapido moto, gettando il pallio[93]
a terra, si spogliò della tunica e rimase, al cospetto della moltitudine,
castamente nudo. Le bianche carni rabbrividirono, lievemente punte dagli occhi
avidi che vi si fissarono, e un leggero rossore colorò per un attimo i pomelli
delle guance.
41.
Colui che era la
purità, soffriva il supplizio del pudore, iniziando la sua opera riparatrice.
42.
Senza guardarlo,
reggendo l’anima con la volontà, come certi feriti eroici reggono tra i denti
digrignati il soffio che fugge, Giovanni, preso per mano il nuovo penitente, lo
guidò al Giordano ed entrò con Lui nelle acque.
43.
Quando Giovanni e
il neo battezzato riemersero, uno scoppio violentissimo di tuono echeggiò
nell’aria purissima.
44.
Formatasi una
grande nube bianca in cielo, la si vide scendere come una cortina lampeggiante
ed avvolgere i due riemersi dalle acque, a sottrarli allo sguardo della folla
sbalordita.
45.
Il rombo del
tuono non cessò. Decine di fulmini globulari si formarono ed esplosero
seminando il terrore nella massa che, disordinatamente, prese a fuggire. Nella
nube, …il Nazareno e Giovanni si fissarono. Ardore e consumazione l’uno, serena
dolcezza l’altro! Ed ecco che in mezzo alla nube si formò come un lucente
corridoio, il quale, sopra le loro teste, rivelò l’aperto Cielo. Oltre gli
spazi siderali, come attraverso un canale di fuoco e di luce, qualcosa di
irrefrenabile saliva dal Nazareno e scendeva dall’Infinito.
46.
Fuori dal mondo,
dal tempo e dallo spazio, tutto tornava nuovo, come mai fosse esistito, o come
non più esistente. Un uccello di fuoco sembrò scendere a precipizio dai cieli
spalancati e sostò immoto sopra la testa del nuovo battezzato.
47.
Le acque del
fiume sacro con un moto interno arretrarono, come succhiate da un vortice
subacqueo. Dopo un ultimo e più violento scoppio, il tuono tacque e
tutt’intorno fu un silenzio stupefatto. In questo silenzio, solenne, terribile
e pur dolcissimo, …una voce non umana risuonò. Gli echi la presero e la
rimandarono all’infinito, ... e cieli e deserti ne furono ripieni.
48.
«Ecco, questi è
il Figlio diletto nel quale mi sono compiaciuto! Ascoltatelo!».
49.
La voce tacque,
ma a lungo sembrò che il suono vibrasse nell’etere. La nube svanì. Giovanni e
Gesù tornarono a riva, chiusi nel riserbo dei loro pensieri.
50.
Silenzioso,
Giovanni aiutò il Nazareno a rivestirsi, poi disse: «Ti vedrò ancora,
Signore?».
51.
«Qui no!» rispose
il Nazareno, e aprì le braccia al primo e ultimo abbraccio terreno.
52.
Giovanni fu il
primo a svincolarsi.
53.
«Va!» – disse
brutalmente. – «Va, o Signore, ove lo spirito ti chiama...».
54.
«Così, Giovanni,
mi mandi via?», sorrise Gesù.
55.
«Va’! Va’! Non
fermarti un istante di più, o le mie braccia diverranno ferro per sottrarti a
tutti! Vattene, o Signore; troppo Ti amo!».
56.
«Addio, Giovanni,
primo e ultimo amico mio!» e, senza volgersi, Gesù si incamminò solo verso il
deserto.
57.
A lungo Giovanni
guardò dietro di Lui, poi quando gli occhi, stanchi per il lungo fissare, vollero
calare le palpebre, Giovanni si gettò con il volto contro la terra.
[indice]
Lettore,
prima di proseguir
queste pagine, ferma un istante la tua mente. Forse non la tua curiosità o la
tua fantasia saran da queste pagine appagate, ma di certo, ciò che in te
veramente e da sempre vive, potrà trasalirne, come l’annunziatore stesso nel
grembo materno. Infatti, solo quella parte veramente immortale di te stesso
potrà riconoscere la vera origine di queste pagine, che non son figlie della
fantasia, ma che neppure la storia degli uomini nutrì nel fecondo utero ove gli
eventi maturarono.
Queste pagine furono lette nel
libro ove ogni cosa piccola o grande si colloca, furono lette nella Luce dove essa
sola sa e conserva il vero di ogni uomo.
A te, adesso, o lettore, è detto
di trarre da queste linee quanto di vero si nasconde, riconoscerlo e attuarlo
per il tuo bene, ma anche per il tuo male; ciò è tua responsabilità, per
sempre!
Non cercarvi lenocinio[94]
d’arte, non ce n’è; non cercarvi sfoggio d’erudizione, esso ne è assente;
cercavi solo ciò che vi è di vero e di eterno, di incorruttibile e di
immutabile, e fallo tuo!
Così, solo così quest’opera avrà
la sua giustificazione in quella stessa Luce da cui fu tratta, e con te,
lettore, sia quella pace che non ha il nome di inerzia, bensì combattimento,
per la vittoria dopo la morte!
[indice]
۞
«Non di solo pane vive l’uomo,
ma di ogni parola che vien da Dio»
1.
Separandosi
da Giovanni, Gesù non si voltò indietro a guardare, perchè il Suo cuore era
pieno di tenerezza e pietà, e temeva che la pietà (per la madre che aveva
lasciato in piedi sulla soglia della casetta nazarena, con un coraggioso
sorriso sul povero volto estenuato dalla pena compressa) lo vincesse.
2.
Gesù era
cresciuto per trent’anni come il fusto di una palma protesa verso il cielo,
dimentico della radice oscura che lo legava alla terra; ora ripiegava verso la
terra, appunto come la palma, la vetta onusta[95]
dei dolci grappoli, grappoli maturati dal sole ardente dello spirito, ma
nutriti di tutta la linfa più pura della radice sotterranea, della radice di
carne viva e sanguinante, dalla quale era sbocciato come il giglio della valle.
3.
La compassione
era stata fino a quel momento qualcosa di sconosciuto al biondo Nazareno, così
come sconosciuto era a Lui ogni movimento di interna emozione, ma adesso, nel
puro elemento di una carne virginea di una mente incontaminata, l’anima, la
prima anima del mondo, nasceva dolorante e facendo dolorare, e quest’anima era
sovrabbondante d’amore, ripiena d’amore come il calice di un fiore lo è di
profumo e di nettare: un amore umano tenero e misericordioso che faceva
diventare veramente Figlio dell’uomo, Colui che fino a quell’istante era stato
l’Unigenito incontaminabile di Dio.
4.
Come il feto
nell’utero materno ripercorre le tappe dell’evoluzione formativa dell’uomo,
così l’Anima nel seno di Gesù ripercorreva le lunghe teorie delle epoche più
lontane, contando a miliardi di anni luce tutta la manifestazione creante. Era
l’immacolato concepimento del mondo, era il rutilante irrompere
dell’esperienza, era la conoscenza coscienzuale che si appalesava con le sue
mille e mille realtà, con le sue mille e mille prove, con i suoi mille e mille
peccati, sanguinante per l’espiazione che non era ancor redenzione, ma già non
era più nemesi[96] di aspra,
consequenziale equità.
5.
Gesù era
finalmente e veramente uomo, e aveva paura della cosa meravigliosa e pericolosa
che sentiva nascere in Sè.
6.
Il volto pallido
della madre Gli appariva adesso come la prima tentazione, come il frutto
inconsumabile, vietato a lui, come già ad Adamo, dalla soggezione al mandato
divino! Egli non poteva, non doveva essere il Figlio della donna, doveva
separarsene, recidersi dall’amore materno, così come, recidendo il cordone
ombelicale, era stato trent’anni prima separato dal seno che l’aveva portato.
7.
Con entrambe le
mani compresse il petto, quasi a frenare i battiti disordinati del Suo cuore di
Uomo e, sommessamente, disse a Se stesso: «No, no, madre, ...là!». Il cordone
ombelicale era reciso: una lacerazione straziante che strappò un sommesso
gemito alle labbra che dovevano annunziare la buona novella.
8.
Cristo, nato
dall’Immacolata Concezione, nato lacerando e straziando, portava la spada e la
fiaccola, per irradiare le anime e recidere i vincoli della carne.
9.
Il deserto si
apriva innanzi a lui come una promessa di quiete, di libertà, come la
solitudine in cui celare il cuore che si spezzava per il martirio dell’anima.
Le lacrime ribelli facevano velo ai suoi occhi divenuti stranamente impotenti a
fissare il Sole, …a guardare il cielo, e Gesù entrò nel deserto. Come cani
timorosi, vennero iene e sciacalli a fiutarlo, ed Egli sentì pietà di loro; li
vide brutti e li sentì infelici. Maestosi leoni si accostarono confidenti e
fregarono contro i Suoi fianchi le rudi criniere, mansuetamente mendicando una
carezza che venne. Anche le gazzelle, deposta la paura e rese sicure dalla
presenza intangibile, vennero a piegare il collo flessuoso sotto le lievi
magnetiche mani del nuovo Uomo, e Gesù parlò con loro, con le fiere pacificate
che Lo guardavano attente e, dimenticando i ferini istinti, la fame e la sete,
si accosciavano ai suoi piedi per ascoltarLo. Che diceva loro? Il deserto serbò
il segreto...
10.
Non soltanto le
incolpevoli fiere del deserto accostarono Gesù, ma salendo come fumi dal
profondo della terra o precipitando come meteore dal profondo del cielo,
antichi spiriti vennero a conversare con lui. Cherubini e Serafini reverenti attesero
un cenno che non venne, e le anime dei morti, i grandi giusti e i grandi
colpevoli, passarono indisturbati tra le legioni angeliche immote per portare
al Cristo nascituro l’oro dell’esperienza, l’incenso dell’aspirazione, la mirra
del pentimento e un quarto dono che non fu offerto dai Magi a Gesù nel presepe,
ma sì al Cristo nel deserto: il ferro arroventato della tentazione, commisto al
piombo fuso del peccato inconsumabile. Questo dono, al quarantesimo giorno di
solitudine, venne ad offrirlo con un perfido sorriso sopra il bellissimo volto,
Satan-Nael. Anch’egli passò tra le schiere angeliche senza che esse facessero
opposizione; passò perchè era la sua ora, e le leggi sono soggette alla
‘Legge’!
11.
Cristo alzò gli
occhi e guardò Satan-Nael; lo guardò con bontà, con pietà, e anche lo spirito
maligno sentì in se stesso qualcosa intiepidirsi, nonostante il gelo mortale
che lo teneva chiuso. Gli occhi del Cristo contenevano tutto il dolore del
mondo, e Satan-Nael comprese che contenevano anche la sua sofferenza senza
nome, anche la sua pena senza limite. Anche di lui aveva pietà Cristo?
12.
Un brivido lieve
passò tra le celesti legioni. Un attimo d’amore, …di speranza: Satan-Nael
poteva esser salvato? Il tentatore tentato reagì furioso al bene che si
mescolava al suo male, contagiandolo. No! Neppure la pietà l’avrebbe vinto,
neppure l’amore, piegato! Egli era l’odio!
13.
La speranza, non
ancora del tutto nata, morì. Cristo si chinò sopra un leone accosciato, per
perdere l’azzurrità delle Sue pupille nelle liquide profondità d’agata[97] di quelle della
belva, e lasciò libero il diavolo di fare la sua parte, perchè quella era l’ora
di Satana; vano sarebbe stato rifiutarsi di viverla, ed Egli volle viverla
interamente.
14.
Satan-Nael,
indeciso, guardò il Cristo: ancor lo bruciava la recente sconfitta inflittagli
dal mago ribelle Albigael. Sprofondando agli inferi, egli non aveva portato
altra preda che l’anima della strega Cabila. Albigael gli era sfuggito,
elevandosi con la sua coraggiosa ribellione in una sfera di pensiero inaccessibile
per Satana.
15.
Questi era il
Cristo, l’invocato, l’atteso, il desiderato dalle genti: Colui che veniva ad
infrangere le porte del suo tenebroso regno. Quali possibilità aveva Satan-Nael
di sconfiggerLo? Troppo intelligente egli era per non capire che il Cristo
volutamente gli si offriva; intuiva il tranello celato nell’apparenza inerme.
Tentare il Cristo era esporsi ad una sicura, umiliante sconfitta. I principi
delle celeste legioni forse erano stati lì convocati null’altro che per
assistere una volta di più all’impotenza del diavolo.
16.
Non era meglio
non tentare Cristo? Andarsene con dignitosa indifferenza, invece di esporsi al
rischio di dover fuggire urlando sotto la frusta dell’umiliazione.
17.
Il volto del Cristo
era celato e Satan-Nael non scorgeva che le esili spalle ricurve e la fragile
nuca reclina. Da tutta la persona del Cristo traspariva un abbandono stanco, un
languore di sfinimento. Per quaranta giorni e quaranta notti Gesù aveva
meditato nel deserto, pregato e pianto, ma ben poco cibo e ben poca acqua
l’avevano ristorato; il sonno non si era posato sopra la persona stanca, e ora,
da tutta la carne di Gesù esalava la sofferenza rassegnata e mite di un corpo
morente.
18.
Satan-Nael capì
che quella sofferenza poteva dare un momentaneo abbandono, segnare una
debolezza nella difesa del Cristo. Perchè non provare? Alla fine, Gesù era un
uomo, anche se asceta e santo! Ma Satan-Nael sapeva com’è difficile reggere ad
un istinto semplice, …quando si ha la possibilità di soddisfarlo.
19.
Gesù aveva
semplicemente fame, una fame naturalissima, fisiologica; perchè non provare? E
Satan-Nael provò.
20.
«Sei tu Gesù di
Nazareth, battezzato da Giovanni?», – chiese il tentatore.
21.
«Sì, io sono
Gesù!».
22.
«Colui che
chiameranno il Cristo?».
23.
Gesù tacque...
24.
Il tentatore
insistette: «Come chiami tu, Colui che regna nei Cieli?».
25.
Gesù tacque.
26.
«Neghi dunque di
esser figlio Suo?».
27.
«Non nego ciò che
è», – cauta e saggia suonò la risposta.
28.
«Allora tu sei il
figlio di Dio?».
29.
«Lo sono!».
30.
Gesù non vedeva
il volto del tentatore; raccolto in sè attendeva l’attacco che presentiva
imminente. Le laconiche[98]
risposte non avevano disorientato Satan-Nael, ma l’avevano reso più cauto che
mai.
31.
Insinuante e
dolce, il maligno domandò: «Tu hai fame, Gesù di Nazareth?».
32.
«Sì, ho fame», –
rispose il Nazareno.
33.
Più dolce e più
insinuante, quasi amichevole, si fece la voce del maligno: «Perché, se hai
fame, non dici a queste pietre di mutarsi in pane? Non sei tu, …il figlio di
Dio! Pane! Pane! Pane! Pane!».
34.
Il senso della
fame torceva le viscere di Gesù e velava le sue pupille azzurrine. Le belve
accosciate ai suoi piedi si agitarono inquiete; una leonessa ruggì, la fame
primordiale avanzava ghignante e travolgente nella follia e nella distruzione.
Una iena rise stridula, mentre uno sciacallo addentò a vuoto. Gesù trasalì,
…come ridestato. Dolci, subdole ai suoi orecchi insistevano le parole: «Pane!
Pane! Pane! Dì a queste pietre che diventino pane, se tu sei figlio di Dio!».
35.
Vincendo
l’estenuazione del corpo, dominando la tortura della fame, Gesù si erse sopra
la persona rispondendo: «È scritto che non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni
parola che venga dalla bocca di Dio, perciò – io – non opererò contro la
Legge!».
36.
In quella, una
gazzella, cui avevano ucciso il piccolo, con le poppe gonfie e doloranti per il
latte non succhiato, corse verso Gesù e si arrestò accanto a lui bramente
pietosamente. Gesù sorrise alla bestiola mansueta e, dalle poppe turgide, bevve
la vita.
37.
La tentazione era
ormai lontana, come neppure avesse sfiorato l’anima dell’Eletto. Una dolce pace
scese a placare l’essere estenuato che, tra i leoni vigilanti, si addormentò
accanto alla provvidenziale nutrice.
38.
Satan-Nael, vinto
ma non domo, fu costretto ad allontanarsi dall’atteggiamento degli angeli che
diventava minaccioso. Si allontanò rimproverando se stesso della sua
imprevidente ingenuità. Infatti, come non pensare che Gesù non avrebbe violato
la legge, appunto perchè la sua sicura fede l’avrebbe provvidenzialmente
salvato?
39.
Il diavolo si era
comportato da sciocco, aveva creduto di poter usare contro l’Unto del Signore
le stesse armi facili, di sicura riuscita con ogni uomo comune. Che potere
aveva la fame fisica su un essere volutamente consacrante se stesso al più
arduo dei compiti?
40.
«Sono stato uno sciocco…»
– diceva a se stesso Satan-Nael, – «…ma non lo sarò più la prossima volta.
Adesso ti conosco bene, Gesù di Nazareth, e mi saprò regolare; non hai ancora
vinto, alla fine, fa che io veda in te l’ombra di un’esitazione, e dovrai
riconoscere eguale, se non superiore alla tua, la mia forza!».
* * *
41.
Per il deserto
avanzava una triste fila di uomini in catene, avanzava trascinandosi
tristemente sotto le nerbate[99]
impazienti di alcuni uomini di scorta montati sopra nervosi cavalli arabi.
Erano schiavi ribelli, fuggitivi e briganti di strada che la ferrea giustizia
romana aveva raggiunto e catturato anche nelle solitudini dei deserti e tra gli
anfratti delle montagne. I miserabili erano avviati a Tiberiade per lavorare
nei cantieri di costruzioni o per essere legati alle macine del sale.
42.
Tra quei
miserabili camminavano (ma queste senza ferri) alcune donne o, meglio, femmine;
erano state catturate anche loro insieme ai loro uomini. Anche il loro destino era
Tiberiade, dove sarebbero state separate dai loro compagni, e forse inviate, in
stato di schiavitù, alle ville patrizie dei presidî romani e, le più giovani,
in qualche lupanare d’infimo rango.
43.
Una di queste
donne, alta e ben formata, aveva nel volto alcunché di fiero, una traccia di
una lontana nobiltà; si teneva vicina a un brigante irsuto, anche lui ancor
giovane e fiero che sembrava portar con disprezzo i suoi ferri e, al contrario
dei suoi compagni, sfidava con l’occhio cattivo gli aguzzini della scorta, i
quali, per prudenza o per caso, gli risparmiavano le nerbate che facevano
piovere copiose sulle spalle degli altri sciagurati, non escluse le donne. La
compagna del brigante portava, tra le braccia, un fardello, un fanciullo di due
o tre anni arso di febbre che, semivivo, rovesciava sopra la spalla materna una
bella testolina ricciuta. Gli occhi della madre non si addolcivano fissando il
fanciullo, …ma divenivano cupi: come l’occhio di una leonessa sopra il suo
cucciolo in pericolo!
44.
Era da molto tempo
che la colonna marciava; anche la scorta era stanca; avevano sete; ma l’ora di
dare l’«alt» era ancor lontana. Tutti avevano premura di arrivare a
destinazione, anche i prigionieri: solo il brigante irsuto e la sua compagna
marciavano indifferenti, immersi nei loro pensieri. Ogni po’ si udiva la
fievole vocina del bambino febbricitante chiedere acqua, ma nessuno aveva
acqua, e la madre, dagli occhi di leonessa, non aveva neppure lacrime.
45.
«Zimbla» – disse
a un tratto con voce rauca il suo compagno, – «perché hai voluto portare teco
il bambino? Non era meglio se tu l’abbandonavi nella caverna? La vecchia Ruaghi
non è stata catturata, sarebbe tornata e n’avrebbe avuto cura».
46.
La donna, per
tutta risposta, alzò le spalle tacendo.
47.
«Zimbla! Parlo a
te», – ruggì il brigante come se non si trovasse tra i ferri.
48.
Zimbla lo guardò
con i suoi occhi fermi: «Barabba! Zimbla non abbandonerà mai ciò che è suo!».
49.
«Anche tu avresti
potuto salvarti» – continuò raddolcito il brigante, – «perché non lo hai fatto?
Perchè hai voluto farti catturare con me?».
50.
«Perché sono tua
moglie, Barabba», – rispose la donna.
51.
«Ehi, voi due:
volete tacere?», – gridò un uomo della scorta minacciando con il nerbo la testa
di Zimbla.
52.
«Taci tu, cane» –
rispose Barabba, – «se non vuoi che, anche così come sono, ti spezzi le reni!».
53.
I soldati di
scorta avevano l’ordine di portar vivo a ogni costo a Gerusalemme il terribile
brigante che aveva tenuto in scacco per anni le stesse forze romane, perciò
cercavano di non spingerlo alla disperazione irritandolo, paghi che egli fosse
abbastanza rassegnato alla sua sorte per seguirli.
54.
Pilato teneva in
modo smisurato a poter mostrare, dal pretorio, Barabba al popolo ebreo, come
un’ennesima dimostrazione della potenza di Roma; perciò gli scherani[100] di scorta cercavano
di non esasperar troppo il fiero brigante.
55.
Ecco perchè
l’aguzzino, all’invettiva preferì non replicare, ma andar a scaricare sopra i
prigionieri meno pericolosi il furore represso.
56.
«Zimbla» –
riprese Barabba, – «il fanciullo morrà se ti ostini a portarlo! Nel primo
villaggio che attraverseremo, abbandonalo; avrà una probabilità di vivere;
qualcuno potrà averne pietà!».
57.
«Barabba» –
rispose Zimbla, – «tu hai avuto molte volte pietà nella tua vita?».
58.
«Non molta» –
sorrise Barabba, – «ma qualche volta l’ho avuta! Mi ricordo di una pietà che
ebbe mio padre, anche lui signore del deserto. Ero fanciullo allora, ma facevo
già delle piccole razzie, e m’imbattei nel deserto in una famiglia che si era
smarrita, …era molto buffa quella famigliola. C’era un vecchietto che
pretendeva di guidare a mano un asinello sopra il quale sedeva una fanciulla
terrorizzata che stringeva tra le braccia un fanciulletto più piccolo del
nostro. Io ero appena un adolescente allora, ma abbastanza per impadronirmi di
tutto il gruppetto che era pieno di spavento, e condurlo prigioniero da mio
padre. La preda era magra, l’asinello spelacchiato per la vecchiaia, le vesti
dei viandanti erano logore, ma la donna era bella e si poteva vendere come
schiava. Anche il fanciullino era bello, ed era il solo a non aver paura di me,
anzi, …con le sue manine voleva toccarmi.»
59.
«Mio padre ebbe
pietà di quella famigliola, e trattò tutti con discreta cortesia, chiedendo
come mai si trovassero nel deserto. Ricordo che il vecchio raccontò non so che
storia di persecuzione di un re che voleva uccidere il fanciullo, e mio padre
offrì loro ospitalità nella nostra grotta, e li rifornì di vesti meno logore,
di viveri e di un altro asino giovane e sano perchè potessero continuare la
loro via verso l’Egitto, dove dissero d’essere diretti. Ho dimenticato il volto
della donna e del vecchio, ma ricordo ancora il visino di quel bimbo
sorridente! Chissà com’è finito? Oggi avrebbe trent’anni, …o giù di lì».
60.
Zimbla ascoltò la
storia come assorta, continuando a camminare.
61.
La voce di
Barabba divenne persuasiva e quasi quasi dolce: «Dammi ascolto, Zimbla, nel
primo villaggio che attraverseremo, abbandona il fanciullo, qualcuno n’avrà
pietà; credimi: anche mio padre ebbe pietà di un fanciullo!».
62.
«No!» – rispose
furiosamente la donna, – «non abbandonerò mai mio figlio!».
63.
In quell’istante
venne rudemente intimato l’alt! Erano giunti a un magro ciuffo di palme, e gli
aguzzini, esausti quasi quanto i prigionieri, avevano deciso una sosta per
lasciar passare la maggior calura del giorno. Tutti si buttarono sopra la
sabbia calda, cercando nel riposo, di dimenticare almeno la sete. Zimbla, che
non era legata, si allontanò un poco con il suo bimbo tra le braccia, cercando
un po’ di umidità in mancanza d’acqua, per l’arsura della sua creatura.
Barabba, incatenato e guardato a vista, s’era pure lui accovacciato. A un
tratto si udì un «Chi va là?» sospettoso, degli aguzzini.
64.
Ai margini
dell’oasi giunse un ospite nuovo, un pellegrino indossante la candida tunica
essenica, con le chiome profuse sopra le spalle secondo l’uso nazireo. Gli
uomini riconobbero subito un penitente stretto al voto nazireo ,e con il
superstizioso rispetto che tutti avevano per questi tipi di asceti, lo
invitarono a prender posto in mezzo a loro, scusandosi di non aver che poco
pane secco e la posca[101]
acida nelle borracce da offrirgli. Il pellegrino era Gesù, e accettò di
riposare in mezzo a loro. La pietà che lo stringeva, lo avvicinò ai miserabili
incatenati. Essi tesero a lui le mani e mostrarono le piaghe sperando in un
possibile miracolo.
65.
E Gesù, di ognuno
volle conoscere il peccato e la pena; guardò ciascuno con il Suo occhio d’amore
e tutti si sentirono consolati.
66.
«Siate
misericordiosi» – raccomandò agli uomini di scorta, – «se vorrete trovar
misericordia!».
67.
«Rabbi» – rispose
uno degli aguzzini, – «questi sono pericolosi e malvagi briganti; guai a noi se
non ci facessimo temere!».
68.
«Sarebbe forse
meglio farsi amare», – rispose Gesù.
69.
In quell’istante,
Zimbla tornò scoraggiata; non aveva trovato acqua, e il piccino, ora stordito
dalla febbre, giaceva tra le sue braccia senza neppure più lagnarsi.
70.
Verso la donna,
Gesù volse lo sguardo e diresse la parola: «Donna, perché sei così triste?».
71.
Zimbla mostrò in silenzio
l’esserino malato che aveva tra le braccia, e poi disse: «Muore di sete!».
72.
Le mani lievi di
Gesù tolsero il povero peso dalle braccia disperate e, sopra il Suo petto, il
fanciullino sembrò respirare meglio: «Scava ai piedi di quella palma, donna, ivi
troverai l’acqua».
73.
La parola magica
non aveva ancor finito di risuonare, che tutti gli uomini di scorta e le donne
senza ceppi si buttarono ai piedi della palma indicata, scavando con le dita,
con i pugnali, con i manici stessi dei nerbi, e dalla sabbia del deserto balzò
vivido un getto d’acqua sopra il quale tutti si sarebbero selvaggiamente
gettati, se la presenza di Gesù non avesse servito da remora agli istinti
bestiali. Tutti poterono bere, le prigioniere alleviarono la sete dei loro
compagni di sventura, facendo molte volte la spola con recipienti di fortuna e
con le loro stesse mani a giumella, per raccogliere e portare il liquido
prezioso.
74.
Intanto, nelle
acque appena sgorgate, Gesù aveva immerso il fanciulletto morente che, da esse
vivificato, riaprì gli occhi e cercò la madre.
75.
Zimbla cadde in
ginocchio ai piedi di Gesù e tese le braccia verso la sua creatura che era
miracolosamente risanata.
76.
Gesù stava per
porgergliela, quando chiese: «Di chi è figlio questo bambino?».
77.
Prima di Zimbla,
rispose un aguzzino: «Di Barabba, che morirà in Gerusalemme sopra la croce!».
78.
L’occhio di Gesù
divenne cupo, guardò l’aguzzino, guardò Zimbla e, stringendosi al cuore il
fanciulletto, rispose con tono fermo e stranamente solenne: «No!».
[indice]
۞
«Adorerai il Signore Dio tuo
e servirai Lui soltanto»
1.
I
condannati ripresero la marcia verso Tiberiade, lasciandosi alle spalle l’oasi
del miracolo. Nulla era cambiato nella loro situazione, ma adesso, camminando,
cantavano; il loro passo era più leggero, le catene pesavano meno. Gli
aguzzini, come raddolciti da un silenzioso monito, non aggiunsero più miseria a
miseria; il pellegrino penitente li aveva fissati a uno a uno negli occhi cupi
con i Suoi incomprensibili occhi azzurri, e qualcosa era come diventato pietoso
in quelle indurite coscienze.
2.
Zimbla camminava
ora di buon passo accanto a Barabba, lasciando il figlioletto, miracolosamente
risanato, giocare con le sue pesanti trecce color dell’ebano. L’occhio lionato
di Zimbla splendeva di una luce nuova; in lei, …la speranza era rinata: «No!»
aveva detto il miracoloso penitente quando l’aguzzino aveva affermato che
Barabba sarebbe morto sulla croce, e Zimbla credette a quel «no!». Vi si
aggrappò; colui che aveva fatto sgorgare l’acqua nel deserto, poteva
ingannarsi? Barabba non sarebbe morto in croce; Zimbla ne era certa: Barabba
sarebbe stato liberato!
3.
In quell’istante
la voce di Barabba risuonò: «Zimbla, sai cosa ti dico? Quel penitente dell’oasi
è il fanciullo ch’io catturai nel deserto trent’anni fa!».
4.
«Come puoi
dirlo?», – rispose Zimbla.
5.
«I suoi occhi,
Zimbla! Occhi uguali non esistono sopra la Terra! Nel penitente li ho
pienamente riconosciuti!».
6.
«Ne sei sicuro,
Barabba?».
7.
«Come che sono
vivo!».
8.
Allora la voce di
Zimbla echeggiò piena di fremiti come quella di una profetessa invasata: «Ma
allora, Barabba, tu non morrai sulla croce, tu sarai liberato! Quell’uomo che
ci è apparso, è il tuo buon genio, il tuo Dio. Tu non morrai, non morrai,
Barabba!».
9.
Queste ultime
parole Zimbla le aveva gridate con la voce acuta di un eccesso isterico, ma
subito, ritornata calma, si ricompose a fierezza.
10.
In quella,
l’aguzzino che aveva risposto a Gesù, si accostò al gruppetto familiare:
«Donna» – disse a Zimbla, – «tra poco saremo a un piccolo villaggio che è
l’ultima tappa prima di Tiberiade. In quel villaggio vive mia moglie; noi non
abbiamo bambini; se vuoi, dacci il tuo, noi lo terremo come nostro e, se come
ha detto il profeta che abbiamo incontrato, Barabba non morrà sulla croce, ma
sarà liberato, tu e lui potrete venirvelo a prendere. In questo caso
ricordatevi che io non sono stato malvagio verso di voi, neanche prima
d’incontrare il profeta!».
11.
Zimbla strinse al
petto il figlioletto, spaventata, ma con nel cuore una strana voglia di aderire
all’invito.
12.
Rispose Barabba
per lei: «Daglielo, Zimbla; anch’io credo che non morirò sulla croce e, …che la
nostra separazione sarà breve. Daglielo, sapremo almeno dov’è e, …potremo
ritrovarlo. Tanto, i romani non lascerebbero vivo il figlio di Barabba!».
13.
Zimbla con
un’improvvisa decisione baciò a lungo il figlio e lo porse all’aguzzino. Il
bimbo, contento di esser posato sopra il cavallino, batté le manine! Gli occhi
di Zimbla si fissarono in quelli dell’uomo con uno sguardo che ne frugò i più
riposti recessi della coscienza, ma non disse parola.
14.
Già all’orizzonte
apparivano gli alti fusti delle palme da datteri che circondavano il villaggio,
ultima tappa prima di Tiberiade.
* * *
15.
Nell’oasi del
deserto, Gesù era rimasto solo, solo e pensieroso, di un pensiero che diventava
sempre più cupo. Nell’astratto mondo dello spirito puro, difficilmente giunge
il grido di tortura delle forme in evoluzione. In teoria si comprende la
necessità del dolore, con l’occhio (spirituale) che anti-vede il risultato, si
valuta (incosciamente) la sofferenza dell’esperienza (che dovrà essere
vissuta); ma in realtà è tremendamente difficile identificare, nella materia in
evoluzione, quel divino quid spirituale che addolora (seppur dopo) in letizia.
16.
Lo spettacolo
dell’umana miseria, la nuda crudeltà dell’uomo, era apparsa a Gesù in tutta
l’evidente brutalità della sua esistenza; era una verità che si appalesava alla
Verità: vittime e carnefici, oppressi ch’erano stati oppressori, oppressori già
oppressi in loro stessi e curvi sotto un potere maggiore del loro e neppure
esso libero, mali identificati nel male: tragica uguaglianza nel peccato!
Vittime che erano stati carnefici; carnefici con già sulla fronte il marchio
che li consacrava vittime; maledizione sopra l’amore e sopra il dolore;
maledizione sopra la colpa e il suo stesso riscatto; ombra nerissima che velava
il cielo, offuscava il Sole, raggelava lo spirito...
17.
Seduto sopra un
sasso con la testa tra le mani, Gesù scese, rabbrividendo, uno a uno i gradini
dell’involuzione: in Sé accolse le mille migliaia dei vivi, le mille migliaia
dei morti e la tragedia della necessaria colpa! Tutto era colpa, dolore,
rimorso e maledizione: l’abisso chiamava l’abisso, indifferente a tutto ciò
che, del Tutto, era l’origine prima: dolore, miseria, peccato, vergogna e,
ancora, miseria e dolore!
18.
Le mani di Gesù
caddero sopra le ginocchia, e su di esse si curvò la fronte che Giovanni non
avrebbe voluto osar battezzare.
19.
Nuda ora di
tenebra, in cui l’anima di Cristo, rabbrividendo, si chiese ove fosse riposta
la ragione di ogni cosa, in cui il dubbio, il primo dubbio della Creazione, Lo
strinse nelle sue spire ghiacciate.«Perché?» – chiese lamentosamente Gesù. –
«Perché tanto dolore nel mondo? Perchè tanto male? Come rimediare? Come dare
agli uomini, pace, sicurezza, serenità, fiducia? Come renderli buoni di nuovo?
Come lavare ciò che è stato sporcato? Come ricostruire ciò che fu infranto? Era
buono, Dio, che permetteva tutto questo? Era davvero onnipotente Colui che non
vi metteva riparo?».
20.
Sarcastica e
stridente, una risata risuonò agli orecchi di Gesù! Satan-Nael non aveva potuto
frenare la sua malvagia gioia.
21.
«Sei ancora tu?»,
disse stancamente Gesù!
22.
«Sì!» – rispose
Satan-Nael appalesandosi. – «Sono ancora io, ma perchè dici ‘ancora’? Sono
sempre io quando il sogno lascia il passo alla realtà e la fantasia mistica
cede alla ragionevole logica; quando i bei veli ricamati cadono dalle spalle
dell’illusione, ed essa mostra tutte le sue ulcere di lebbra! Nel tuo bel cielo
sereno tutto ciò non esiste, vero? Ma qui, qui sopra la Terra, sì! Questa è la
verità della Terra, la verità della forma, la verità di quei piccoli vermi che
chiamate uomini, e per i quali avete umiliato le potenze più belle, le
spiritualità più alte! Eccoti l’uomo! Gesù, figlio di Dio, eccotelo il tuo bel
gioiello! Ah! davvero vi è di che ridere a vederne le opere! Guardalo questo
impasto di fango, questo figlio di putredine, al quale dovrebbero essere
soggetti i Cieli. Il lupo non mangia il lupo, ma l’uomo mangia l’uomo; il leone
strozza la gazzella perchè ha fame, ma non la opprime; l’uomo rende schiavo il
suo simile, lo tortura senza bisogno, gode del suo male...».
23.
«Ah, no!» – gridò
Satan-Nael, prevenendo una risposta di Gesù. – «No! Io non c’entro, …almeno non
c’entro sempre; non occorrono le mie tentazioni. Il male è connaturato
nell’uomo, il fango, con il quale lo avete impastato tu e l’altro, conteneva il
germe della corruzione e della morte ben prima ch’io me ne occupassi! Dalla
corruzione e dalla morte nasce il male; tutto nell’uomo è corruzione e morte!».
24.
«Non tutto!», –
rispose dolcemente Gesù.
25.
«Tutto! E se vuoi
io te lo proverò».
26.
«Non voglio!».
27.
«Sei vile,
principe dei Cieli, hai paura del vero!».
28.
Gesù all’insulto
rimase impassibile, e rispose ancora: «Non voglio!».
29.
«Ma voglio io!» –
urlò Satan-Nael. – «Lo voglio io, e questa è la mia ora, e tu non puoi, …non
devi sottrarti se non vuoi negare obbedienza al Padre tuo. Egli ti ha dato a me
nelle mani; come vedi, davvero ti ama assai per essere il suo Unigenito!».
30.
Un fremito
impercettibile delle ciglia fu l’unico segno del patimento estremo di Gesù.
31.
«Padre mio!» –
mormorò. – «Io credo nel Tuo Amore per me!».
32.
Una forza nuova
scese in Gesù; rianimato si drizzò in piedi. Ora fronteggiava Satan-Nael,
guardandolo bene negli occhi; imbarazzato, il tentatore distolse per un attimo
i suoi.
33.
Con voce sonora,
Cristo l’interpellò: «Satan-Nael, fai il tuo dovere, dunque! Anche se il tuo
contatto mi ripugna, pure lo amo se è per obbedire al Padre mio!».
34.
«Amo, amo! Non
sai dire altro», – ringhiò il nemico, – «va bene, allora vediamo la tempra del
tuo amore, vediamo che cosa saprai fare per dimostrare questo tuo amore agli
uomini; vieni con me».
35.
«Volontario ti
seguo, o Satan-Nael, perchè questa è la tua ora!».
36.
Per un attimo
Satan-Nael esitò; la sua pre-scienza lo ammoniva di un oscuro pericolo: non era
forse meglio cedere, che rendere clamorosa la sconfitta? Guardò Gesù; Egli era
dolce e triste, sembrava inerme in tutto, un pover’uomo come gli altri. Lo
ghermì alla spalla e non sentì resistenza.
37.
Cristo gli si
abbandonava.
38.
Lo scosse con
inutile violenza: «Vieni con me!», – disse.
39.
«Ti seguo,
Satan-Nael, lascia pure la mia spalla!».
40.
Ma il ribelle non
lo lasciò, godendo di stringere nelle dita adunche, …la carne indifesa del
Cristo: «Vieni con me!».
41.
«Stai diventando
monotono, Satan-Nael», – notò con fine ironia il Cristo.
42.
Satan-Nael tacque
fremendo. In un turbine d’uragano si innalzò vorticoso, e Cristo con lui, su,
su verso il cielo, finché tutta la Terra apparve agli occhi di Gesù in visione
panoramica. Placida e pur bella essa si stendeva sotto di lui; nazioni e regni,
ognuno con la sua grandiosità e la sua magnificenza, ma ognuno con tutto il
carico dell’umano dolore.
43.
Gesù vedeva re,
potenti, sapienti, artisti e saggi, donne amanti e felici, purissime vergini,
bimbi ridenti e vegliardi pensosi; ma vedeva anche schiavi maltrattati, vedove
ingannate, orfani derubati, purità contaminate, innocenze concusse,
intelligenze violentate, …onestà vituperate, e vedeva che Satan-Nael aveva
ragione, non occorreva il pungolo del diavolo a indurre l’uomo al peccato:
l’uomo peccava da solo! Conoscendo il bene, abbracciava il male; inebriato di
luce si sposava alle tenebre; la bestia vinceva il genio, il Minotauro divorava
l’uomo...
44.
«Guarda, guarda,
figlio di Dio, guarda l’opera tua e del Padre tuo! …rallegrati, in fede mia!
Avete fatto insieme una grande opera...» – ghignava Satan-Nael! – «Eccoti
l’uomo in tutta la sua magnificenza, eccoti i regni, eccoti le nazioni, le
razze, …eccoti i grandi della Terra: filosofi, scienziati, sacerdoti, artisti,
…re e imperatori. Guardali: non fan pena? Ognuno con il suo marcio dentro,
ognuno con il verme come un frutto falso... lo vedi? Io non sono dietro di
loro, eppure guardali: …ognuno cerca di nuocere all’altro! No, gli uomini si
dannano da soli; alla loro perdita, l’ultimo che vi contribuisce son proprio
io!».
45.
Gesù, inorridito,
taceva. Come una piovra, il male stringeva nei suoi tentacoli tutta quanta la
Terra.
46.
Cristo reagì:
«Sei tu certo di non centrarvi?» – chiese a Satan-Nael. – «Sei tu in buona fede
affermando che l’opera tua non si nasconda dietro queste false apparenze?».
47.
«Come tu vivi e
come l’anima mia vive, son certo!», rispose Satan-Nael.
48.
«E allora perché
tenti l’uomo a scendere sempre più in basso? Perchè potenzi e animi i suoi
malvagi pensieri? Perchè in ogni oscurità ti appiatti, in ogni insidia ti celi?
Che vuoi tu dall’uomo, che cotanto mostri di disprezzare? Lascialo dunque, se
egli è solo morte e corruzione! Se è solo peccato; se è fango ritornerà fango,
perchè tanto ti affatichi?».
49.
«Perché non
voglio che 1’uomo occupi il mio posto nel Cielo!», – stridette Satan-Nael...
50.
«Ah, allora tu,
dunque, reputi l’uomo capace di occupare, dopo averlo conquistato, il tuo posto
nel Cielo? Allora l’uomo non è solo un impasto di fango, è qualcosa di ben più
grande, se in fondo tu lo temi!».
51.
«Io non temo gli
uomini!».
52.
«Lo so», –
rispose Cristo, – «tu temi l’uomo!».
53.
Sotto la ferrea
logica del Cristo, Satan-Nael si ingarbugliò, ancora una volta la sua tentazione
rischiava d’esser nulla; guardò Gesù che aveva ripreso il Suo aspetto paziente
e che contemplava la Terra con infinita compassione.
54.
Tentando il tutto
per tutto, Satan-Nael riprese: «Va bene, mi dichiaro vinto! Se io sono il male,
ogni uomo mi porta in sè come la vita; io sono qui e ovunque; la mia opera è
permanente nella forma che di continuo trasmuta, nella personalità che perenne
vuol durare; io vivo come essenza dell’esistenza, senza vane debolezze, senza
pietà; simili a me sono le opere mie. Al convito dell’uomo io sono l’ospite non
invitato, ma necessario, sono la ragione e la potenza, sono la gloria e la
ricchezza, sono la sensualità e la concupiscenza, sono, a modo mio, l’amore! Io
sono il principe del mondo, vuoi tu, o principe dei Cieli, venire a patti con
me?».
55.
«Quali sarebbero
questi patti?», – rispose Gesù.
56.
«Tu hai pietà
degli uomini?».
57.
«Io amo l’uomo!»
58.
«Le sofferenze
degli uomini, non ti fanno dunque pena?».
59.
«Infinitamente!».
60.
«Non vorresti tu
alleviarle, o addirittura distruggerle?».
61.
«A che prezzo?»,
– chiese Gesù.
62.
Senza rispondere
direttamente, Satan-Nael continuò: «Sì, gli uomini soffrono molto, troppo, …e
infine sono povere vittime. Se io mi ritirassi da loro, una nuova innocenza
verrebbe sopra la Terra; il lupo e l’agnello pascolerebbero insieme, la morte
perderebbe il suo aculeo, gli uomini sarebbero un po’ meno arroganti, ma
certamente più buoni, e io, …potrei anche ritirarmi dalla Terra. Alla fine, ho
altri regni!
63.
Pensa, principe
dei Cieli, tu signore della Terra, padrone dispotico degli uomini,
immortalmente giovane, eternamente amato; gli uomini, …a tua immagine e
somiglianza. Non più sangue, né padroni né servi, pure le vergini, casti i
connubi, saggia la vecchiaia, innocua l’infanzia! Che ne dici tu, principe dei
Cieli?».
64.
«Qual è il prezzo
di tutto ciò?».
65.
«…il prezzo, …il
prezzo. Mi hai preso per un usuraio? Io potrei anche regalarti tutto!».
66.
Cristo tacque.
67.
«Non credi ch’io
potrei regalarti tutto?».
68.
«Satan-Nael, io
potrei credere ogni cosa se tu non fossi bugiardo e padre della menzogna!
D’altra parte, tu non faresti una cosa simile senza uno scopo; è il tuo scopo
che io voglio conoscere!».
69.
«E se non avessi
scopi!».
70.
«Tu menti!».
71.
«Sei diffidente,
principe dei Cieli, ed hai torto! Se io, al par di ogni cosa creata, ripeto la
mia origine dalla tua stessa sorgente, ciò vuoi dire che noi siamo fratelli!».
72.
«Io son fratello
d’ogni creatura innocente!».
73.
«E chi mi ha
fatto nocente[102], fuorché
l’incomprensione di “Lui”?».
74.
«Perché non la
tua presunzione?».
75.
«Io sono stato
offeso dalla ‘Sua’ ingiusta preferenza per l’uomo!».
76.
«Io potrei dire
altrettanto, se non sapessi che alcuni ‘perché’ solo il Padre li conosce;
perciò mi sottometto...».
77.
Il duello si
serrava, Cristo acquistava serenità man mano che Satan-Nael la perdeva. Ormai
egli era signore della tentazione e giocava con il tentatore; sapeva dove la
presunzione folle di Satan-Nael lo avrebbe fatto incappare e attendeva l’ultimo
colpo.
78.
Sotto di loro la
Terra dormiva, commista di bene e di male, di estati fruttuose e di gelidi
inverni. L’angelo dell’evoluzione la guidava lento e sicuro verso mete
splendenti, e a queste mete si figgeva estatico l’occhio del Cristo.
79.
Il silenzio di
Gesù fu interpretato in modo tale da Satan-Nael, che riprese: «Tu hai detto che
ami l’uomo, principe dei Cieli?».
80.
«Sì, lo amo!»
81.
«E per lui
saresti disposto a dare molto?».
82.
«A dar tutto!».
83.
«Nessun prezzo
sarebbe per te troppo alto?».
84.
«Nessun prezzo!
Lecito, …s’intende!».
85.
Il tentatore
esitò ancora: «Pensa, la Terra senza di me; l’uomo, …libero da ogni influenza. Tu
solo, signore delle forme!».
86.
Cristo
s’impazientì: «Dimmi dunque il prezzo!».
87.
«Oh, per poco!
Solo se piegherai il ginocchio innanzi a me, riconoscendomi principe e signore
di questo mondo, io lascerò a te questo mio regno. Una breve genuflessione, …e
gli uomini saranno per sempre liberati dal male!».
88.
Gesù erse la
testa mentre lo sguardo diveniva terribile: «Vattene, Satan-Nael, perchè sta
scritto nel Mio cuore: “Adorerai il Signore Dio tuo, e servirai a Lui
soltanto!”».
[indice]
۞
«Non tenterai il Signore Dio tuo!»
1.
La
risposta di Gesù lasciò Satan-Nael interdetto; comprese che ancora una volta la
tentazione era fallita. Gesù gli
sfuggiva in modo strano, inavveduto, senza scosse, senza reazioni impulsive,
senza ingiurie, con la calma sovrana di un cacciatore che scherza con il suo
cane.
2.
Egli scherzava
con la stessa abilità satanica, l’aizzava e la frenava al tempo stesso. Ormai
la collera accecava Satan-Nael, e pure intuendo di sbagliare, cercò di
avvincere Gesù in un altro laccio...
3.
«Va bene» –
riprese, tentando di frenare l’interiore sconvolgimento, – «vedo che sai
pienamente salvarti da ogni inganno, e vedo pure che il tuo amore per gli
uomini non supera la tua paura di Dio. Tu, come un qualunque impastato di creta,
…hai paura della Sua collera. Neppure per conquistare al Suo onore un altro
regno, tu vuoi rischiare di spiacerGli?».
4.
«La tua ironia è
inutile, Satan-Nael; Io non conquisto regni a prezzo d’abdicazioni. Al par di
te sono logico, non posso comprare l’altrui libertà divenendo Io schiavo!».
5.
«Se tu amassi
l’uomo, non vorresti vederlo soffrire così, ma lo vorresti liberare dalla
sofferenza!».
6.
«La sofferenza in
cui è immerso l’uomo non è che la fatica della strada che deve percorrere per giungere
alla meta; Io posso e debbo camminare con lui, ma non per lui!».
7.
«E allora, non
accusar me del male dal quale non puoi liberarlo!».
8.
«Io, infatti, non
ti accuso, ti svelo!».
9.
«Ascolta,
Nazareno, io ti offro un patto senza frodi; tu sai ch’io so mantener la mia
parola. Vuoi che per un momento parliamo con amicizia?».
10.
«Parla pure,
Satan-Nael; non io sono il nemico!».
11.
«Senti, poniamo
termine a questa contesa. Io ti prometto di lasciarti tranquillo, di favorire
ogni tuo passo nella vita terrena; ti abbandono milioni e milioni di anime, se
ciò ti farà piacere, a patto che tu t’impegni a lasciarmi l’impero della
ragione e della scienza, cosicché tu non compia le impossibili cose che son
profetate. Dividiamoci la Terra: tu sopra, se vuoi, e io sotto; lasciamo agli
uomini la libertà di scelta: a me i miei, a te i tuoi. Va bene?».
12.
Gesù rispose
dolcemente: «Dimentichi che Io son venuto a unire in un sol corpo le sparse
membra, e che il corpo non è intero se un solo atomo vi manchi. Tu vuoi che la
separazione duri, Io voglio che termini; le nostre volontà e anche i nostri
interessi, come vedi, sono antitetici. Se un solo essere umano si separa da Me,
la mia opera sarà inutile; tu puoi vivere nella separazione, Io no!».
13.
«Bada, Nazareno,
ch’io combatterò allora molto duramente; non sarò un nemico comodo, mi troverai
ovunque, ti fronteggerò nella tua stessa essenza, travolgerò i tuoi eletti,
ingannerò i tuoi stessi santi, sarò nell’ombra del santuario, contaminerò anche
l’offerta più santa».
14.
«Tu adopererai il
tuo potere, Satan-Nael; e Io adopererò il Mio!».
15.
«Raddoppierò
torture e miserie, moltiplicherò inganni e tradimenti, farò sì che gli uomini
disdegnino il tuo stesso nome, che a causa tua risuonino le più atroci
bestemmie, che i più spaventosi delitti contaminino la Terra; farò sì che il
male sia bene e il bene sia male, farò sì che tu sia maledetto dalle madri
orbate[103] dei figli, ti
susciterò contro, regni e nazioni!».
16.
«Non potresti far
nulla di diverso, Mio povero Satan-Nael!».
17.
«Infine…» – urlò
Satan-Nael schiumando di rabbia, – «…infine, Nazareno, cosa mi prova che tu sia
il Cristo? Che tu non sia un uomo fantasma, ...un altro inganno di Lui?! Ch’io
non sia qui a sprecare il mio tempo?! Tu, fa’ qualcosa; mostrami la tua
potenza, se vuoi che creda nella tua verità; adempi a una qualunque profezia.
Vieni qua, qua!» – e con impeto furioso, afferrato Gesù, lo trasportò con pochi
colpi d’ala sopra il più alto pinnacolo del tempio di Gerusalemme.
18.
«Ecco» – ghignò,
– «se tu sei il Cristo, il figlio di Dio, buttati giù di qui, perchè sta
scritto che ha dato ordine ai Suoi angeli di custodirti ed essi ti sosterranno
con le loro mani, affinché il tuo piede non urti in qualche pietra!».
19.
Ricomponendosi
sul petto la tunica, Gesù sorrise dicendo: «Sta anche scritto: non tenterai il
Signore Dio tuo!».
20.
Un ruggito di
furore uscì dalle labbra del maligno: «Ah! Maledetto!», – e stava ciecamente
avventandosi su Gesù, quando, come aquila a difesa del nido, compatte legioni
angeliche accorsero da tutti i punti del Cielo a Sua difesa.
21.
L’ora di
Satan-Nael è passata; scornato e impotente egli dovette fuggire, mentre le
leggi armoniose, amorosamente sottomesse a Cristo, Lo riportarono
invisibilmente nell’oasi del deserto da dove egli doveva incominciare la Sua
missione.
* * *
22.
Dopo la partenza
di Gesù, Giovanni rimase a lungo assorto in un pensiero che sembrava astrarlo
interamente dall’ambiente ove si trovava. Per quel giorno e per i giorni
seguenti, il terribile profeta non tuonò, quasi gli avessero strappato 1’anima.
Sedeva sulla riva del Giordano come smemorato, e i discepoli che gli si erano
stretti intorno, invano lo circondarono della loro muta attesa.
23.
Vennero sadducei
e farisei davanti a lui, e posero intricate questioni. Giovanni li ascoltò
muto, fissando sopra di essi il suo sguardo serio e triste. Il fuoco della
polemica, della predicazione, del rabbuffo[104],
sembrava essersi spento in lui come se, con il battesimo, avesse conferito al
Nazareno la parte essenziale della sua stessa vita. Ma ecco che un giorno,
davanti a lui, un dotto greco cominciò a discutere con dei farisei, ed essi
dissero al dotto straniero: «Noi abbiamo Abramo per padre, al quale parlò
l’Altissimo, e fece un patto per tutto il popolo suo».
24.
Giovanni fece un
gesto d’impazienza, e mentre la discussione si infervorava, nel suo occhio
riapparve la scintilla minacciosa del genio profetico.
25.
D’un tratto,
sdegnato, tuonò: «Smettetela col dire che avete Abramo per padre, perchè io vi
dico che dei figli d’Abramo, Dio può suscitarne anche da queste pietre. Ormai
la scure è posta alla radice degli alberi e ogni albero che non darà frutto
sarà tagliato e gettato nel fuoco. Fate dunque frutto di penitenza, …e non
perdetevi in vane discussioni. La verità è semplice per chi ha puro il cuore!».
26.
L’improvviso
attacco profetico di Giovanni lasciò scompaginati i contendenti e attrasse
l’attenzione della gente, la quale si strinse intorno al profeta che, ritornato
il dinamico annunziatore di Dio, continuò: «Nei vostri cuori c’è solo
fraudolenza e menzogna, inganno e mala concupiscenza; per questo voi non
conoscete in quali tempi vivete, perchè se voi li conosceste, mutereste
l’atteggiamento delle anime vostre. È già sulla Terra chi dovrà giudicarvi,
...viene il padrone della messe. Egli sceglierà il loglio[105] dal grano e porrà
l’uno nel granaio e brucerà l'altro con il fuoco. Razza di vipere, che avete
voi in comune con Abramo?».
27.
Da qualche tempo
nella folla si vedeva un po’ di movimento. Una lettiga portata da quattro
giganti indiani e scortata da schiavi armati, si era fermata per un ordine
sussurrato dalla persona invisibile adagiata sopra i cuscini di seta della
lettiga stessa.
28.
Dietro le cortine
della lettiga, avvolta fino agli occhi in veli di bisso, si trovava la
principessina Salomè. Essa aveva imperiosamente fatto fermare la lettiga e la
scorta; presa pur lei dal fascino della predicazione violenta di Giovanni,
finalmente vedeva quell’indemoniato profeta che di tanta collera era causa a
Erodiade e ad Erode per tante malinconie; quel profeta di cui tutti parlavano,
in bene e in male, dicendone cose straordinarie.
29.
Gli occhi grandi
e già bistrati[106]
di Salomè guardavano avidi e curiosi e, più che alle parole, essa poneva mente
al come queste venivano dette. L’impetuosità giovannea l’affascinava e la
turbava. Dalla posizione in cui si trovava al di sopra della folla, poteva
vedere la bruna testa dell’annunziatore, e più volte colse il lampo delle
pupille medianiche.
30.
«Per il cielo!» –
disse a se stessa giungendo le mani. – «Com’è bello!».
31.
Salomè era una
piccola viziosa; indipendentemente dall’esempio materno, la fanciullina regale
aveva nelle vene il torbido sangue del padre Filippo. Cresciuta in mezzo ai
vizi e agli splendori della corte, essa era stata nelle mani di Erodiade un po’
un trastullo e un po’ un ostaggio. Erodiade non amava molto questa sua figliola
bella e strana, ma pensava di servirsi più tardi del suo fascino di animale di
lusso per continuare a soggiogare Erode, se le sue stanche bellezze avessero
perduto potere. infatti, questa era stata la triste abdicazione dell’amore tra
i due magnifici amanti.
32.
Erodiade non era
più l’eletta, l’unica, l’incomparabile; era il vizio, ...il vizio incarnato in
Erode, senza il quale egli non poteva vivere, ma contro il quale egli di
continuo si ribellava, e nel vizio e per il vizio Erodiade aveva cresciuto
Salomè.
33.
La principessina
aveva allora quattordici anni: alta, bella, slanciata, con strane pupille verdi
e un’inverosimile chioma ramata. Era l’inutile sospiro e il sogno impossibile
di molti regali giovinetti; essa non aveva, infatti, chinato fino ad allora
l’orgogliosa pupilla innanzi a nessun occhio maschile. Spudorata come una
bestiola, ma astuta come una donna, essa pregiava il suo bel corpo come un
inestimabile tesoro, e questo, ben consigliata dalla madre, lo teneva in gran
conto. Consapevole dei misteri di Lesbia, ne aveva gustato il profumo senza
morderne il frutto di cenere.
34.
Un principe
poeta, che inutilmente l’aveva corteggiata, ma non inutilmente conosciuta,
l’aveva definita con parola icastica e sprezzante: «…la vergine prostituta, o
la prostituta vergine». Inutile dire che fino ad allora niun capriccio della
bella era rimasto insoddisfatto. Abituata a comandare e ad essere obbedita, per
Salomè era impossibile immaginare che sopra la Terra esistesse cosa alcuna
capace di essere d’ostacolo ad un suo volere, o peggio ancora di non prevenirlo
prontamente.
35.
La fiera persona
di Giovanni l’aveva profondamente colpita! Quel profeta trentenne, irsuto come
un brigante, libero come un re, piaceva alla sua morbosità e alla sua
curiosità. Essere amata da un simile uomo, …doveva pur essere una strana e
affascinante cosa. «Chissà» – pensò, – «nell’abbandono e nella dolcezza, come
saranno i neri occhi di Giovanni? Chissà quale sarà il sapore di quella bocca,
arsa dal grido profetico nell’abbandono del bacio?».
36.
Salomè ne
fremette come se Giovanni già la soverchiasse premendola sopra i cuscini; si
vide come una festuca[107]
tra quelle mani nervose, in quelle braccia potenti. Guardò i denti di Giovanni:
erano bianchi ed aguzzi denti di lupo, d’animale da preda; dovevano mordere un
po’, …baciando. Chissà se sapeva baciare...
37.
La lussuria già
storceva sotto i veli di bisso la sua essenza serpentina, e Salomè si sentì
ardere dalle vampe di un improvviso desiderio: «Quanto sei bello!» – ripeté
passandosi la punta della lingua rossa sopra le labbra che si erano sbiancate.
– «Mi piaci, ti voglio!».
38.
Con mano fremente
tirò la cortina e, incurante della folla, si sporse dalla lettiga. Il capo
scorta, che camminava a fianco, ricevette un ordine in seguito al quale gli
schiavi si rimisero in cammino in modo da passare con la lettiga stessa
vicinissimi a Giovanni, il quale, noncurante delle mosse, continuava a
predicare.
39.
Salomè,
strappandosi nervosamente i veli che la celavano si sporse e apparve nella sua
aspra bellezza agli occhi di Giovanni. Per un attimo le nere pupille del
proféta annegarono nei verdi occhi della giovane maliarda[108], e né l’una né
l’altro distolsero lo sguardo.
40.
«La principessa
Salomè» – sussurrò la folla, – «è venuta per sfidare il profeta?».
41.
Voluttuosamente e
sfacciatamente la bella sorrise a Giovanni e, toltasi una rosa di Gerico che
aveva in seno, intenzionalmente la lanciò in modo da colpire sul petto
l’annunziatore. La rosa rimbalzò sopra quel petto e scivolò a terra.
42.
Giovanni movendo
impetuoso un passo verso la lettiga la calpestò, ...ma Salomè si era ritirata e
aveva richiuso le cortine.
43.
I nubiani che la
trasportavano, urtarono e respinsero Giovanni, e anche i loro bruni e nudi
piedi calpestarono nella polvere quella rosa per la quale principi e re si
sarebbero battuti in guerre di popoli.
[indice]
۞
«Perciocché
tu hai sdegnato la parola del Signore
così Egli ha sdegnato te
acciocché tu non sia più re»
1.
Nella casa
romana di Pilato, Tullia Paolina era ricaduta nelle sue dolorose crisi nervose.
Con inquieto spirito cercava intorno a sè in affanno una verità che, appena
intravista, sfuggiva.
2.
Colta anche
troppo, non poteva non cogliere il senso d’incrinatura e di provvisorietà che
si trovava celata nelle più alte espressioni in cui la filosofia e le religioni
del tempo si esplicavano; troppo raffinata per abbandonarsi a un rituale
liberatorio, essa non approvava il mistero dionisiaco[109] che in Roma aveva
sedotto e continuava a sedurre il fiore delle donne patrizie, ma al contempo
imbevuta di scetticismi, mescolati a slanci mistici, essa continuava a stancare
gli altari con preghiere e sacrifici, e i sofi[110]
di questioni e d’interrogazioni.
3.
La serena Eutimia,
invece, paga della sua limpida spiritualità, non complicava il fluire
tranquillo del suo pensiero. Dopo l’incontro nel deserto con Gamaliel e
Giovanni, essa – che nella casa di Tullia godeva della più ampia libertà, –
sempre più volte aveva ascoltato l’impetuosa parola di Giovanni e ne aveva
riportato una strana impressione di gioia. Essa, con la sua anima pura, credeva
all’Annunziato, Lo attendeva con ferma fede e aveva cercato di comunicar questo
stato d’animo alla sua signora; ma a Tullia ripugnava Giovanni!
4.
Se nel suo offeso
sentimento per la invendicata morte di Zuleima nel suo cuore essa nutriva un
astio profondo per Erode e per la di lui concubina, pur tuttavia non erano le
ragioni morali di Giovanni, quelle che potevano tranquillizzare il suo cuore.
5.
Tullia temeva
Giovanni, lo temeva con uno strano brivido interiore, come se il suo annunzio
dovesse esser per lei ferale, e non poteva comprendere la schietta gioia di
Eutimia.
6.
«Perché, mia
signora» – essa disse quel giorno, – «tu non vuoi più accostarti al profeta del
Giordano? Egli è veramente inviato dal Cielo. Le cose che dice sono vere».
7.
«Lo so, Eutimia;
per lui testimonia pienamente questa tua fronte pura, piena di luce, questo tuo
sguardo più limpido di un lago; nulla di meno che nobile, santo, generoso può
parlare al tuo cuore. Tu puoi ascoltare il profeta del Giordano, …puoi
guardarlo, le cose vere che egli dice non riguardano te, e soprattutto tu non
hai, come me, riconosciuto in ‘lui’ il genio terribile che tortura le mie notti
e riempie d’angoscia i miei giorni. Ma io sì! Io, nella notte sono visitata da
‘lui’ in sogno, e lo vedo sorgere ‘da un gran mare di sangue’, terribile come
un giudice implacabile; intorno a ‘lui’, ...tutto è sangue. Lui tende un dito
accusatore contro di me, e da quel dito sprizza un getto di sangue che mi
colpisce al seno e brucia più del fuoco. Lui grida: “Guai a te, Ponzio Pilato,
perchè ti sarà chiesto conto del sangue innocente! Guai a te, prefetto di Roma!
Ed io, Eutimia, nel sogno grido, piango, mi trascino ai suoi piedi, ma egli mi
respinge e, orribile cosa, per allontanarmi da ‘lui’ mi getta contro qualcosa
che subito mi pare un fagotto di stoffa, ma cadendomi sopra mi si rivela invece
come la sua stessa testa recisa, e quella testa parla! Capisci, Eutimia?!
…parla! Dice ancora: guai a Ponzio Pilato!».
8.
Anelante,
rivivendo l’orrore del sogno, Tullia si portò le mani alle tempia che ardevano.
9.
«Adesso capisci
Eutimia perchè io non posso ascoltarlo? Perchè ho paura ‘di lui’, perché le sue
violente parole, …mi gelano il sangue nelle vene? Oh, …io prevedo che egli farà
una triste fine. Oh, …gli dei non vogliano! Forse Pilato, il mio sposo, lo
dovrà, …per il suo dovere di prefetto romano. Oh, no, no! Sarebbe orribile! Io
amo il mio sposo!».
10.
«Molto bene! Ti
sono grato di questa tua dichiarazione, amica mia!».
11.
Il prefetto era
fermo sulla soglia del gineceo, ma le due donne non l’avevano avvertito; la sua
voce improvvisa strappò un piccolo grido alle labbra delle due interlocutrici.
12.
Familiarmente
Pilato accarezzò la bella testolina della greca (che schiva si ritrasse),
dicendole: «Vuoi, piccola, lasciarmi con la tua padrona?».
13.
«Si, mio
signore». – rispose sommessa Eutimia dopo aver interrogato con l’occhio il
desiderio di Tullia, e chiudendosi nel bianco chitone scivolò via, mentre
Pilato si assideva sopra un basso sgabello, quasi ai piedi della moglie, la
quale, ancora agitata dalla rievocazione del sogno, passò nervosa le dita
inanellate tra i capelli neri del romano, che già si argentavano alle tempia.
14.
Pilato era il tipo
classico del proconsole romano, non molto alto e dall’apparenza corpulenta;
mostrava tuttavia una strana armonia di rapporti fisici: l’impronta di una
razza fiera e generosa, ma al contempo paziente. Era innata in lui un’eleganza
di modi e una scioltezza di atteggiamenti da far capire all’osservatore che
l’aspetto corpulento non era dato dal grasso, bensì dai muscoli poderosi sempre
tenuti in esercizio da una dura vita di guerre combattute.
15.
La fronte alta e
intelligente, il mento forte, ma non prepotente, testimoniavano un’intelligenza
viva e vigile e un animo non ignobile.
16.
Nel matrimonio
forzato, Tullia aveva finito per innamorarsene un po’ istericamente, ma
sinceramente. Quanto a Pilato, egli aveva per la moglie un tranquillo ma
costante affetto coniugale, unito a un rispetto sentito. Ammirava le sue doti
di mente e la sua cultura, (ammirazione non priva però di una punta di bonaria
sopportazione). Egli non ostacolava la mania di studio della consorte, ma si
salvava solo con dimostrazioni di comico terrore dal parteciparvi.
17.
Tuttavia, da un
po’ di tempo era inquieto; le cose della Palestina si mettevano male!
Insurrezioni scoppiavano qua e là, e Pilato cercava di soffocarle sul nascere
valendosi delle forze a sua disposizione, senza chiedere rinforzi a Roma, dove
Tiberio non amava molto simili richieste.
18.
Erode, dal canto
suo, essendo molto ben voluto e tanto più apprezzato da Cesare per il dono
della città di Tiberiade, era a sua volta seria causa di fastidio per il
prefetto. Dopo il ritorno di Erodiade, la corte del tetrarca era divenuta sede
di scandali a ripetizione, scandali che sdegnavano zeloti e farisei, e di
continuo i sacerdoti assediavano Pilato con le loro lagnanze; oltre a ciò,
Filippo, fratello di Erode, aveva rialzato la testa, e concitava i popoli di
Tiro e Sidone contro la Galilea, e perciò contro Roma.
19.
Inoltre, nel
popolo della Giudea sempre più ferveva l’attesa dell’annunziato Messia, e
questo rendeva gli ebrei insolenti e irrequieti.
20.
Il prefetto
cercava di far del suo meglio nel fronteggiare la situazione, ma doveva
confessare a se stesso come essa peggiorasse sempre più.
21.
In quello stato
d’animo egli era salito al gineceo della moglie, e aveva colto le ultime
parole. Adesso, sotto le dita di Tullia, si distendeva beneficamente nella consapevolezza
di un affetto sicuro.
22.
«Parlavi di un
sogno, amica mia?», – cominciò.
23.
«Sì, Ponzio, un
sogno spaventoso che ormai mi turba da anni».
24.
«Addirittura!».
25.
«Non chiedermi,
Pilato, ti prego; io credo ai sogni!».
26.
«Bene! Io non ti
dico nulla contro di essi, ma se tu, invece di parlarmi sempre come una sibilla[111], mi onorassi di
quella fiducia di cui sei tanto larga con Eutimia, forse potrei aiutarti a
fugare il cattivo sogno!».
27.
«Eutimia merita
pienamente la mia fiducia, ed io vorrei che tu, al par di lei, mi potessi
comprendere!».
28.
«Tullia» –
rispose pazientemente Pilato, – «non pensi qualche volta di essere ingiusta?».
29.
«Tu mi deridi
sempre!».
30.
«Prego, io non
derido te, io derido questa tua mania che non è del tutto innocente (poiché ti
danneggia) di passare la vita dietro alle molteplici fisime[112] religiose e
filosofiche di questo maledetto Oriente! E pazienza se tu, come Eutimia, ti
accontentassi di indossare un bianco abito senza ornamenti come una giovinetta
che celebra degli sponsali eterni, ma fossi tranquilla e serena come la tua
schiava lo è; invece tu ti ammali per quest’eterna ricerca, per questo
tormentoso anelito all’impossibile!».
31.
«Oh, Pilato, tu
non sai quale sofferenza sia la fame di Dio!».
32.
«...e non voglio
saperlo!» – scattò il romano. – «Io non sono dispregiatore degli déi: ...li
venero, li rispetto e li lascio stare. A loro la gloria del Cielo, il grasso
dei sacrifici; a me la cura della terra e il godimento di quel poco di bene che
in essa è dato trovare».
33.
«Ma la morte,
Ponzio, la morte!».
34.
«Si muore una
volta sola, mia cara, e sappiamo tutti di essere mortali, ma ciò, al caso, deve
consigliarne di trarre profitto della vita e non già di mutarla in
un’anticipata morte, come fai tu! Guardati! Sei gialla, hai gli occhi che ti
mangiano il viso, le tue mani sembrano di cera, tutta la tua persona è
estenuata, non dormi, e quando dormi, sogni incubi spaventosi; mangi quanto non
basterebbe a mantenere in vita un passero, ti aggrappi a me come se il diluvio
di Deucalione[113] ci circondasse.
Dimentichi che viviamo nella gloria e nell’aura di Roma per circondarti di
tutti questi falliti della vita che si chiamano preti, sofi, maestri e,
...lasciamelo dire, …pazzi e fanatici! Torna ad essere romana, Tullia!».
35.
« Ponzio! Oh,
Ponzio!» – inorridita, Tullia gridò. – «Ma tu non hai anima!».
36.
«Ah, non lo so, e
non me ne curo, mia cara; ho seri fastidi, quelli sì, e non posso curarmi di
queste filosofiche fandonie. Avrei bisogno di avere una moglie normale, quello
sì».
37.
«Tu sei stanco di
me, Ponzio?!».
38.
«Niente affatto,
tu sei mia moglie, e sana o malata che tu sia, mi sei cara; ma comprenderai che
è nel mio diritto, oltre che nel mio dovere, di volere da te uno sforzo
ragionevole per non lasciarti divorare viva dalle larve pallide dei morti. Io
ne ho abbastanza di tutta la gentaglia fanatica di cui ti circondi!».
39.
«Non è gentaglia
fanatica; sono saggi e maestri, uomini nobili e generosi che han votato la loro
vita alla conoscenza e al sacrificio».
40.
«Benissimo!
Allora questa conoscenza e questo sacrificio li vadano a praticare fuori di
casa mia!».
41.
«Casa tua?».
42.
«Oh, Tullia,
scherzi? Questa è casa mia; tua, ma mia. Dove io sono Caio, tu sei Caia, ma io
sono tuo marito, il capo della famiglia, il ‘pater familias’ secondo il diritto
romano, e se io non voglio aver le scale impestate da questa lurida clientela,
…tu devi obbedirmi; oltre tutto, questa brava gente non si lava, e per le scale
v’è un fetore di caprone che è insopportabile!».
43.
«Oh, Ponzio, tu
vuoi togliermi ogni gioia!».
44.
«No! Voglio
toglierti ogni occasione di ammalarti, voglio ridarti alla normalità e alla
gioia,…voglio far cessare questo sfruttamento della tua buona fede. Qualcuno mi
ha perfino riferito che tu, …vuoi farti giudea! Non ti domando se è vero; penso
che non avrai abdicato fino a questo punto alla tua dignità di donna
romana...».
45.
«No, non ancora,
...almeno».
46.
«Tullia!».
47.
«Oh, Ponzio, io
ho bisogno di Dio!».
48.
«Ma non hai gli
déi di Roma?».
49.
«Oh, che sono
essi? Hanno gli occhi e non vedono, orecchi e non odono; sono statue, vani
simulacri!».
50.
«Tullia! Diventi anche
bestemmiatrice? Se gli déi di Roma son simulacri, Roma è realtà! Roma è la sola
dea che io veneri e nella quale creda, ed essa deve essere la tua dea, poiché,
…tu sei mia moglie!».
51.
«…Roma! Ove un
Tiberio è adorato come Dio? Dove ogni cosa si vende; …dove nelle guerre civili
il sangue è scorso a fiumi? Mia-dea-Roma! È un abominio!».
52.
Pilato balzò in
piedi e afferrò Tullia per i polsi, ma la sentì nelle sue forti mani così
fragile e senza vita, che una profonda pietà l’invase. Dolcemente l’attrasse
sopra il suo petto e con essa si lasciò cadere sopra il letto di riposo.
53.
«Sei proprio
malata, povera piccina mia; queste parole qualcuno te le ha poste in bocca, ma
il mio amore per te è forte e sincero, ti aiuterò a guarire, fugheremo le
ombre, Tullia, poco per volta ti riporterò alla vita. Ho avuto il torto di
lasciarti fare, di abbandonarti a te stessa; avevo tanta fiducia nella tua
intelligenza da dimenticare che essa è racchiusa in un corpo di donna, e che,
come tutte le donne, …tu pure sei suggestionabile e influenzabile. Ti salverò
dal male dell’Oriente!».
54.
«Oh, il mio
sogno!» – singhiozzò Tullia. – «Il mio sogno!».
55.
«Ma che sogno! Di
che vaneggi? Narrami, …dimmi tutto».
56.
«Ho tanta paura,
Ponzio!».
57.
«Tullia, io non
sono crudele, ma ti giuro che se un altro giudeo o greco, assiro o mago,
fariseo o sadduceo che sia, rimette piede in queste stanze, lo faccio passare
per le verghe! Ora, …dimmi di questo maledetto sogno!».
58.
«No, no, Ponzio!
Non così, tu mi spaventi!».
59.
«Dimmi il
sogno!».
60.
Piangendo a calde
lacrime, Tullia narrò il terribile sogno. – Pilato ne rise.
61.
«Hai fatto bene a
raccontarmi tutto, mia cara. Anch’io ho sentito parlare di questo Giovanni, e
quello che ne ho sentito mi piace; almeno, …egli tiene pulito il suo corpo. Ti
posso assicurare, però, che se la sua testa cadrà troncata, non avverrà per
causa mia. Fino a tanto che egli se la piglia con Erodiade e predica penitenze
e battesimi, invece di sedizioni e insurrezioni, puoi esser certa che io lo
lascerò stare; caso contrario sarà sulla croce, e non sul ceppo egli finirà i
suoi giorni».
62.
«Ponzio!».
63.
«I sogni sono
bugiardi, Tullia, e questo te lo prova; quanto ai guai, quelli purtroppo ci
sono, …eccome, ...anche se il tuo profeta non me li minaccia».
64.
«Tu hai dei
guai?!».
65.
«Continuamente,
mia cara! Finalmente abbiamo catturato Barabba, il ladrone sedizioso, ma quando
comunicherò a Roma il numero delle perdite che abbiamo avuto, ti saprò dire che
Cesare non sarà contento; per di più, in alcuni villaggi è scoppiata la peste
in seguito alla carestia provocata dalle cavallette. I tributi scarseggiano
sempre di più, le casse dell’erario son vuote, e da Roma mi si fa premura che
io mandi giù, preziosi, aromi, animali selvaggi, e che solleciti i sudditi a
pagare il dovuto. Due agenti fiscali che si son recati a chiedere l’esazione[114] in un villaggio
limitrofo, …sono stati fatti a pezzi dalla popolazione imbestialita e dovrei
vendicarli. Ma come fare? Quelle popolazioni, taglieggiate dai briganti,
spogliate dalla carestia, non han che fame e miseria; alcuni genitori disperati
han venduto schiavi i loro figlioli. Tutto ciò, Cesare non lo sa e non lo vuol
sapere, e io non so che fare! Erode potrebbe aiutarmi, …ma non voglio aumentar
la sua superbia. Su tutto questo, gli zeloti soffiano e, …il fuoco divampa! Non
so proprio che fare. Finora ho cercato di essere umano, ma non so per quanto
tempo ancora potrò essere così!».
66.
«Oh! Ponzio, io
non sapevo!» – Tullia lo guardò con un’immensa pena nei grandi occhi. – «Ma io
posso aiutarti!».
67.
«E come, piccina
mia? Mi avvilisce, alla fine, farti sempre intercedere presso Cesare!».
68.
«No, non con
Cesare, Ponzio!».
69.
«E come
altrimenti?».
70.
«Così, Ponzio!».
71.
Svincolatasi
dalle braccia del marito, Tullia corse a uno stipo e lo aprì prendendovi a
manciate dei preziosissimi gioielli. Li rovesciò sul ricco tappeto ai piedi del
marito in un mucchio brillante.
72.
«Guarda, Ponzio,
guarda quanti! Ancora e ancora».
73.
Come giocando,
…continuò a frugar nello stipo. Diamanti, brillanti, perle rarissime, zaffiri,
smeraldi, rubini si accumularono; …era un tesoro da re.
74.
«Ma sono i tuoi
gioielli, Tullia!».
75.
«E che me ne
faccio, Ponzio, …io non porto che i due anelli che tu mi hai dato! Dove tu sei
Caio, io sono Caia; ciò che è mio, è tuo, come ciò che è tuo, è mio! Prendili,
non chieder nulla a Roma!».
76.
«No, Tullia, giammai!
Accada ciò che deve accadere; io non toccherò una dracma di questo tesoro!».
77.
«Ma come vuoi
fare, Ponzio?».
78.
«Esigerò dai
sacerdoti di Gerusalemme ciò che è dovuto dal paese come pattuito tributo a
Roma!».
79.
«E se essi
rifiutassero?».
80.
«Li costringerò».
81.
«Ponzio, …non
esser crudele. Ti supplico, ...non uscir dalla tua prudenza; questi inutili
gioielli possono permettere di soddisfare Roma, di esser largivo[115] con le
popolazioni, di non irritare i sacerdoti, di non attirarti la maledizione del
loro Dio! Ponzio, se mi ami, se ai tuoi occhi questa povera donna vale ancora
qualcosa, accontentami!».
82.
Così dicendo,
Tullia cadde ai piedi di Pilato abbracciandone le ginocchia. Spaventato, il
marito la sollevò.
83.
«Ma Tullia, che
hai? Tu vivi nel terrore di Dio, ma è una mania!».
84.
«Oh, Ponzio; tu
non sai cosa voglia dire, velare gli occhi al sonno con già nelle vene il
presentire del sogno atroce. Tu non sai cosa sia il sentir di continuo, soffi
misteriosi e scricchiolii, e fruscii e rumori di ferri infranti, di spade cozzanti!
Tu vivi la tua vita umana, la tua vita di uomo buono, normale, nella tua solida
e sicura materia sei come un castro ben guardato, ...io no! Io sono una città
predata e manomessa; io vivo ai margini della vita!».
85.
«Ah, questi
maledetti mistificatori orientali ti han fatto perdere del tutto la ragione!».
86.
«No, Ponzio, no!
Nessuno ne ha colpa, ero così anche prima, anche a Roma sono sempre stata così,
solo che prima non capivo, non sapevo, …e neppure ora capisco. Io cerco, cerco
di sapere! Non accusar nessuno, Ponzio, non farmi morire!».
87.
«Calmati, Tullia;
calmati, diletta. Non far cosi, …ti accontenterò. Guarda: accetto i tuoi
gioielli, ma in prestito, appena potrò disporre dei tributi, però, resta inteso
che te li ridarò, e tu li accetterai dalla mia mano e te n’ornerai, vero? Se tu
mi prometti ciò, io li accetto!».
88.
«No, Ponzio, non
posso ornarmene mai più; ho fatto un voto! Vedi, per me tutta quella roba che
luccica non ha ormai più nessun valore! Che essa possa servire ad evitare che
scorra sangue umano, ed io sarò ornata come
89.
«Va bene, Tullia;
farò il tuo volere, ma voglio da te una promessa!».
90.
«Quale?».
91.
«Quella che tu
lascerai questi assurdi studi e cercherai di vivere un po’ più da persona
normale, da moglie del prefetto Pilato! Me lo prometti, Tullia?! Tullia mi odi?
Tullia! Tullia!».
92.
Livida nel volto,
Tullia si era arrovesciata all’indietro mentre le nere trecce si scioglievano
come un manto luttuoso sopra la veste bianca. Pilato fece a tempo ad
afferrarla, prima che si abbattesse sul pavimento rigida come per una crisi
catalettica, con i bulbi oculari rovesciati che mostravano solo il bianco
dell’occhio. Essa era al contempo, orribile e sublime, dalle labbra sbiancate
come per la morte, usciva un flusso di parole strane, …espresse con una voce
innaturale.
93.
«... se tu
sapessi i tempi in cui vivi, avresti terrore della vita! Non mescolarti con
l’impuro, non contaminarti con l’ingiusto! È la fine dei sacrifici, Dio
respinge le preghiere dell’iniquità...».
94.
«Oh, déi di
Roma!» – supplicò Pilato. – «Salvatela! Eutimia!» – urlò. – «Eutimia!».
95.
La schiava era
già nella stanza e prese tra le braccia il corpo esanime della padrona.
96.
«Eutimia, fa’
qualcosa; che cos’ha? Dimmi: accade spesso?».
97.
Senza rispondere
al prefetto, Eutimia (iniziata ai misteri orfici[116],
aveva subito capito di che si trattava) tracciò alcuni rapidi passi magnetici
sopra la fronte e il petto della padrona, ma il flusso di parole si fece ancor
più violento.
98.
« Delfico[117] Apollo» – pregò
la greca, – «tu che porti l’aurora, tu che conduci il limpido vero, che risani
gli infermi e costringi la morte a lasciar intatta la preda, salva costei che
ti è consacrata e me con essa! Allontana il male, fuga la tenebra!».
99.
Tra le braccia di
Eutimia, Tullia si dibatté come per sottrarsi all’amplesso del Dio, ma la
giovane schiava dispiegava una forza insospettata e la contenne. Terribile,
Tullia si erse, il volto indurito sembrò quello di un vecchio eroe; dalle sue
labbra orlate da una schiuma sanguigna uscì con un urlo, un’invettiva scagliata
contro un invisibile avversario...
100.
«…perciocché tu
hai sdegnato la parola del Signore, cosi Egli ha sdegnato te, acciocché tu non
sia più re! ...».
101.
«Ah, Tullia» –
gridò Eutimia, – «Tullia!». E avvicinando la sua bocca a quella di Tullia,
soffiò fortemente sopra di essa intimando con autorità: «Svegliati!
Svegliati!».
102.
Un’ultima
convulsione scosse Tullia, poi si distese, un rantolo le uscì dal petto
oppresso.
103.
Eutimia e Pilato
la distesero sul letto; il povero prefetto intontito dall’orrendo spettacolo cui
aveva assistito, si asciugò meccanicamente la fronte mormorando: «Déi di Roma,
Tullia è una Pizia[118]!
Ma chissà che vorrà dire quest’oscuro oracolo».
104.
«Signore» –
interloquì Eutimia, – «forse sarebbe bene che tu lasciassi il gineceo; la
nobile signora, quando ha queste crisi, abbisogna di molto riposo».
105.
«Sì, Eutimia» –
rispose Pilato – «ho bisogno anch’io di riposo, ma non appena la signora non
avrà bisogno di te, raggiungimi nel tablino[119];
devo parlarti! ».
[indice]
۞
«Perciocché
l’amore è forte come la morte
la gelosia è dura come l’inferno
le sue braci sono braci di fuoco
e fiamma grandissima»
1.
Nella
camera della vergine, Salomè si era nascosta a tutti; come un tesoro rubato,
essa portava in sè la pienezza di un’ebbrezza terribile. La piccola lesbica
conosceva per la prima volta il calore di un’intensa bramosia. L’amore del
maschio urgeva in tutte le sue vene con uno spasimo voluttuoso; essa sognava e
voleva Giovanni! Il bel profeta le era apparso come un gigante in mezzo a
pigmei. Gettata sui cuscini, stringendo tra le mani gelate le tempia ardenti,
essa riviveva l’incontro fuggevole, mormorando con voce arrochita dal desiderio
le parole del Cantico dei Cantici. Ma Salomè non era creatura da appagarsi ai
desideri; essa già pensava al come incontrarsi con l’annunziatore, al come
svelargli l’ardente fiamma di cui era accesa. Farlo chiamare a corte, ben
sapeva che sarebbe stato impossibile; troppo vivo era l’odio di sua madre
Erodiade per poter introdurre sotto lo stesso tetto l’irriducibile nemico;
inoltre, avrebbe lo stesso Giovanni accettato l’invito? Probabilmente il fiero
profeta avrebbe trattato male anche il messaggero di un simile gesto. Sì,
doveva trovare un’altra via; ma quale? Accostarlo di fronte alla folla dei
seguaci e degli ascoltatori? Ciò non era facile, e probabilmente neppure
consigliabile; Giovanni avrebbe potuto anche insultarla e, nella migliore delle
ipotesi, non l’avrebbe ascoltata. Invitare Giovanni ad un appuntamento
clandestino col pretesto di aver bisogno di consigli e facendo balenare in lui
la possibilità di una conversione della stessa Salomè?
2.
Sì, quella era la
strada: comparire innanzi a Giovanni come una lacrimevole penitente; confessare
a ‘lui’ sotto pretesto di invocare soccorso, la fiamma che la bruciava;
mostrare di aver orrore di un simile sentimento oltraggioso del pari per lei,
vergine regale, che per lui, …annunziatore di Dio. E intanto, a poco a poco,
con innocente negligenza, rivelare a ‘lui’ i tesori occulti del suo bel corpo giovanile!
Come avrebbe il profeta resistito all’inganno? Essa ricordava il passo
impetuoso che Giovanni aveva mosso verso la sua lettiga dopo che l’aveva, in
certo qual modo, sfidato. Nei neri occhi essa aveva colto una scintilla
bruciante; Giovanni l’aveva notata e, forse, …lui pure la sognava! Salomè con
uno scatto agile si alzò e andò verso una parete della camera, ricoperta da un
ricco drappo che pendeva dal soffitto; lo allontanò con una mossa rapida
scoprendo una pulitissima lastra d’acciaio che teneva in luogo di specchio. In
essa Salomè poteva vedersi interamente e, davanti a tale specchio, con pigre
movenze cominciò a spogliarsi.
3.
Libera dai veli,
la persona acerba e pur già formata, apparve spirante seduzione. Essa aveva la
specialissima pelle delle rosse ramate; i seni piccoli e sodi come frutti
agresti, potevano servir da modello per perfettissime coppe; il piccolo ventre
terso e rotondo come uno scudo, non aveva traccia alcuna di grasso; i fianchi
efebici[120] sembravano
prolungare la pubertà. Sciolse i capelli che caddero come un mantello di fuoco
dorato fino ai popliti[121]
asciutti e scattanti. Tutta avvolta nel vivente mantello, essa misurò con
occhio esperto il suo potere, valutando con femminea sagacia tutti i pregi
occulti e palesi.
4.
«Sono bella!», si
disse; con estrema semplicità constatava la sua bellezza, come avrebbe
costatato un monile o un drappo prezioso. Essa sapeva come la sua bellezza
costituisse a corte un tesoro da mercanteggiare. Ancor bambina si era vista
offrire all’avida curiosità, come un ostaggio o come una caparra. Ora voleva
disporre per sè del suo tesoro.
5.
«Perché Giovanni
non potrebbe amarmi, posto che io lo voglia?!», disse quasi ad alta voce; e
alzando ad anfora le braccia rotonde, afferrò la ricchezza della capigliatura e
la torse sopra la testa in un nodo straripante di serpentelli di rame. Poi,
lentamente, …si rivestì. In lei, sempre più, il progetto per l’incontro con il
profeta prendeva corpo; ma come far giungere il messaggio?
6.
Rapida, passò in rivista
i servi e le serve a sua disposizione; essa si sapeva sorvegliata e sapeva che
non doveva fidarsi troppo di alcuno. Meditabonda aggrottò le sopracciglia, …che
subito distese con un sorriso: aveva trovato! Con mano nervosa batté un colpo
nel timpano di ‘Afra' di cui si serviva per chiamare l’ancella personale; essa
non si fece attendere. Era una schiava, nera come l’ebano, e devota alla sua
padroncina come un cane, ma tremendamente chiacchierona; era su di lei che
Salomè contava per chiamare Giovanni.
7.
«Afra» – le
disse, – «sono triste, ho voglia di sentir musica, chiamami il citaredo
Paride».
8.
La negra rise in
silenzio. «Subito, subito padroncina, corro subito a chiamarlo; verrà
immediatamente; certo, …certo ti rallegrerà. Corro subito a chiamarlo!».
9.
«Sì, sì, ma
intanto sei sempre lì. Muoviti, Afra», – ordinò infastidita la principessa.
10.
La negra si
affrettò ad ubbidire, e di lì a poco tornò con l’oggetto della sua ilarità. Il
citaredo Paride doveva, infatti, il suo nome a un’ironia scherzevole; era un idumeo
di nazionalità, d’età indefinibile, dalla persona curiosamente e deformemente
contraffatta; era nano, gobbo e zoppo, il che lo faceva camminare saltellando
in modo curioso. L’unica cosa bella del disgraziato erano le mani sottili e
nervose, di fattura squisita che sembravano essere state attaccate a quei polsi
per una burla spietata. Il poveretto portava appeso al collo il suo strumento,
una lira di dorica fattura che egli sapeva suonare con passione e maestria da
artista.
11.
Salomè se n’era
incapricciata come d’animale bizzarro e n’aveva fatto il suo vero confidente.
Essa sapeva di poter contare sulla devozione assoluta dell’infelice. Il
citaredo l’amava; l’amava di un amore assurdo e senza speranza, di un amore
devoto e struggente come quello di un fedele per il suo Dio. Era il rospo
innamorato della stella, pago e felice di poterla guardare. Quando suonava,
Salomè chiudeva gli occhi e sognava ascoltandolo. Per lei il citaredo aveva
reso magica la sua lira e creato delle musiche stupende. Quand’essa sorridendo
lo licenziava con un «…vai, povero Paride!», il meschino vedeva chiudersi il
cielo!
12.
Su di lui Salomè
aveva riposto la sua scelta. Licenziata la negra con un cenno imperioso, Salomè
accennò al citaredo di accoccolarsi vicino.
13.
«Che debbo
suonarti, o divina?», – chiese.
14.
«Quello che vuoi
tu, Paride» – rispose la bella. – «Oppure no! Ecco, vorrei della musica sacra!
Della musica ebrea...».
15.
«Della musica
ebrea?».
16.
«Sì, dei salmi,
che so io, degli inni...».
17.
«Divina» – disse
il nano sgomento, – «io non so; dammi tempo, ti creerò la più soave musica, ma
perdonami, io adesso non so come accontentarti. Mi è così nuovo questo tuo
desiderio!».
18.
«Ebbene, lascia
stare, non suonare, Paride; chiacchieriamo piuttosto, vuoi?».
19.
Lo sbalordito
musico, guardò Salomè con negli occhi un turbamento.
20.
«Co-come vu-vuoi»
– disse balbettando – «...ma di-di co-cosa vuoi che parliamo?».
21.
«Mi vuoi bene,
Paride?», – chiese Salomè.
22.
«Se i...io ti
voglio bene? Oh!».
23.
«Ma sì, Paride,
ti chiedo se mi vuoi bene; cioè se tu sei pronto a far per me qualcosa di
grande, qualcosa cui io tengo moltissimo e che solo tu puoi farlo».
24.
«O divina...» –
al colmo di uno sbalordito terrore, il citaredo ritrovò la parola, – «…che
posso fare io, verme, per te che sei così celeste?».
25.
«Stolto, buon
Paride, molto puoi fare tu».
26.
«Ordinami dunque,
la mia vita ha valore solo perchè illuminata dai tuoi occhi; dovessi perderla
tra le torture, la perderei benedicendoti!».
27.
«Grazie, Paride,
non mi aspettavo meno da te. Ora ascolta, vienimi vicino...».
28.
Il citaredo si
accostò fino a respirare l’acre profumo di cui era imbevuta la chioma della
principessa; parlando pianissimo e scegliendo le parole, disse: «Paride, tu
devi lasciare inosservato la reggia, e cercare di Giovanni l’annunziatore, lo
conosci?».
29.
«Quello che
battezza nel Giordano?».
30.
«Sì, quello! Lo
cercherai e gli dirai: “La principessa Salomè ha bisogno di parlarti in
segreto; vieni dunque una sera senza Luna sotto il muro ovest del giardino dei
cigni. Essa ti attenderà, non mancare!”. Tu devi, caro Paride, far bene la cosa
e serbare il segreto. Io ho bisogno di parlare con l’annunziatore, perchè
voglio, per mezzo di lui, mandare un messaggio a mio padre Filippo. Io sono qui
una prigioniera, un ostaggio; solo l’annunziatore potrà aiutarmi; capisci,
Paride? Quest’annunziatore è potente tra il popolo, io voglio ottenere da lui
che sostenga la legittima aspirazione del padre mio a tornare sopra il trono.
Se tu riuscirai a convincerlo, a farlo venire, io te ne sarò grata per sempre.
Tu stesso sceglierai il premio per quest’azione!».
31.
«Principessa
celeste, divina tra le figlie di Eva; al povero Paride è già inarrivabile
premio il poterti servire. Sta certa che l’annunziatore verrà, ma tu come
potrai parlare a lui con il rischio che le sentinelle di Erode abbiano a
scoprirvi? Vuoi tu, principessa, ascoltare un consiglio di questo tuo cane?».
32.
«Volentieri,
Paride».
33.
«Ascolta: vicino
al Giordano vi son delle piccole vigne con tuguri[122] di abitazione; io
potrei comprarne una, in essa a tuo bell’agio potrai celarti e ivi, incontrarti
con questo profeta».
34.
«Hai ragione,
Paride; io a ciò non avrei pensato. Va, compra tutto ciò che vuoi, resta inteso
che ciò che tu compri sarà tuo; ti darò oro quanto vorrai, ma fa presto!».
35.
«Non darmi oro, o
Salomè dei cieli, io ne ho».
36.
«Tu ne hai?».
37.
«Si; non ho mai
speso nulla dei tuoi generosi doni; serba l’oro, potrà servirti per il
profeta».
38.
«Credi, Paride?».
39.
«Principessa,
tutto ha un prezzo! Anche i profeti n’avranno uno!».
40.
Salomè rise di un
riso stridulo...
41.
«Sì, forse hai
ragione, Paride, e in questo caso meglio così! Ora va e fa tutto bene; ti
dispenso dai tuoi servigi, …prima di aver combinato. Inutile raccomandarti che
nessuno dovrà saperne nulla!».
42.
«Principessa, mi
taglierei la lingua con i denti e la inghiottirei, prima che essa potesse
tradirti!».
43.
La manina di
Salomè si posò carezzevole sul testone del nano, …che ne tremò.
44.
«Grazie,
Paride!».
45.
«Principessa!» –
irruppe il citaredo. – «Oh, principessa».
46.
Il nano uscì
inebriato dalla stanza di Salomè e costei, rimasta sola, …si abbandonò alle
fantasticherie. «Perché no?» –si disse infine, – «Perché il pretesto trovato
con Paride non avrebbe potuto valere anche per Giovanni?». Non aveva egli
sempre vituperata[123]
la vita di Erodiate, sua madre? Non aveva, il terribile predicatore, sempre fieramente
avversato l’adulterio in cui Erode ed Erodiade vivevano? Perchè non avrebbe
egli sorretto il destino di Filippo, avvalendosi del suo potere sopra le folle,
per rivendicare il trono e impalmare la figlia del re?
47.
Salomè era
ambiziosa; essa non era molto soddisfatta del suo rango a corte: nipote di re,
non è come esserne figlia; figlia unica ed erede. Con Filippo, tetrarca di
Galilea, essa sarebbe stata la principessina più splendida dell’Oriente, mentre
così viveva in una semiluce equivoca, obnubilata[124]
com’era dalla personalità di Erodiade. Essa ricordava l’oscura vita vissuta nel
tempo del forzato esilio della madre.
48.
Giovanni, non
solo era desiderabile come uomo, lo era come capo parte, come conquistatore.
Essa lo vedeva, con l’immaginazione, serrato in una lucida lorica[125], con il grande
elmo piumato sopra la testa, invincibile, a capo di un esercito di eroi
galvanizzati. Con un simile uomo si poteva tentare di scuotere anche il giogo
di Roma, e Salomè si vedeva come la ‘rosa
del bottino’ come la corona di gloria del vincitore.
49.
Nel povero nano,
che per lei sarebbe morto mille volte, essa, come in uno specchio appannato,
…vedeva tralucere l’immensità del suo potere di femmina; bella, di stirpe
regale, si presumeva erede al trono di Galilea. Come non sarebbe stata amata?
Niun dubbio che Giovanni l’avrebbe amata, che Giovanni, per lei, per lei sola,
…sarebbe divenuto il poderoso rinnovatore dei destini dell’intera Giudea.
50.
Come una gatta si
stirò tutta e sbadigliò, mostrando fino in fondo la gola rosea, poi si
rannicchiò tra i cuscini per dormire. Voleva dormire, continuare nel sogno, con
più vive immagini, il gioco della fantasia, ma un lieve scalpiccio la riscosse,
annoiata, ...rialzò la testa.
51.
«Che c’è, Afra?»,
chiese seccamente.
52.
«Principessa, la
nobilissima regina ti manda a chiamare».
53.
«Dille che sono
stanca e che ho voglia di dormire!».
54.
«La nobilissima
regina ha mandato a dire che è necessario che tu ti rechi da lei. Oggi è venuto
a corte un grandissimo dotto che legge negli astri e sa il punto di tutte le
vite. La regina s’è fatta fare l’oroscopo, ma perchè esso si compia è
necessario che tu sia presente. Il gran dotto dice che avrete molte cose in
comune, e solo vedendoti saprà dire ogni cosa con grande esattezza; perciò è
necessario, …principessina. Anche a te dirà l’avvenire. Chissà quante belle
cose vedrà nel destino di una così bella fanciulla?!».
55.
«Basta, Afra, mi
annoi! Vattene! Se avrò voglia, andrò!».
56.
Spaventata, …la
negra scivolò via. A suo bell’agio, sapendo di far dispetto all’impazienza di
Erodiade – ma pur lei curiosa di vedere l’indovino – Salomè compì una minuziosa
toeletta. Essa non amava l’aiuto delle ancelle nella cura della sua persona, e
perciò, solo quando fu pronta, chiamò Afra perchè disponesse le damigelle del
seguito: tutte fanciulle di dodici-tredici anni, di gran bellezza ed eleganza,
ma in mezzo alle quali Salomè brillava, come la Luna in mezzo alle stelle.
57.
Così, seguita dal
brillante corteggio, si recò dalla madre, e apparve agli occhi ironici di Simon
mago, poiché ‘il grande dotto’ era lui!
58.
Sopra un gran
tavolo di marmo erano accumulate cartapecore e papiri, in parte arrotolati.
Sopra di questi era curvo il mago.
59.
Nella grande sala
circolare, ove Erodiade aveva convenuto il mago, l’ingresso delle giovinette fu
come un’invasione di passerotti pettegoli. Erodiade, seduta sopra un tronetto
coperto di porpora, si stizzì.
60.
«Salomè!» –
gridò. – «Ho chiamato te, non questo passeraio».
61.
Per il passato,
Salomè, nonostante tutto, aveva soggezione della madre, ma a quel punto la
soggezione svanì. Conscia della sua bellezza e della sua ricchezza d’ambizione,
Salomè guardò Erodiade con l’occhio consapevole di una donna che studia la
rivale; notò malignamente alcune rughe impercettibili agli angoli degli occhi,
il trucco pesante con il quale Erodiade teneva testa agli attacchi degli anni
e, con perfida dolcezza, rispose: «Stai invecchiando, mamma! Una volta il
passeraio piaceva anche a te...; temi forse delle rivalità?».
62.
Erodiade era
abituata alle risposte acidule di Salomè, ma questa la indignò. Sarebbe
scattata, con grave danno per la sua dignità, se Simon mago non avesse
interloquito, alzando la grinzosa testa, per guardare con i suoi strani occhi
le giovani compagne della principessa e dicendo con voce cavernosa: «Se non ve
ne andate subito, chiamerò dei grossi ragni che vi cammineranno su per le
gambe!».
63.
Un grido di
raccapriccio rispose alla minaccia del mago e, senza neppur consultare la
principessa, le damigelle fuggirono dalla sala. Salomè rimase sola, con un
sorriso di disprezzo sulle rosee labbra; mentre il mago, senza curarla di uno
sguardo, tornò ai suoi papiri mormorando strane formule.
64.
Vi fu un lungo
silenzio; lo ruppe Salomè: «Devo rimanere ancora a lungo a far la statua?», –
disse.
65.
«Farai la statua
finché mi piacerà», rispose seccamente Erodiade.
66.
Salomè stava per
replicare, ...allorquando Simon mago cominciò a parlare: «Sì, i punti delle
stelle sono esatti, …vi saranno delle grandi cose in Palestina, è solo la tua
posizione che continua a sfuggirmi!».
67.
Cosi dicendo, si
rivolse direttamente a Erodiade: «Non riesco a capir bene come tu possa avere
sulla stessa casa (astrologica) segni così contraddittori».
68.
«Sarò finalmente
regina?», – chiese Erodiade.
69.
«Di fatto, lo
sei...».
70.
«Non mi basta!».
71.
«Lo saresti» –
interruppe aspra Salomè, – «se tu fossi rimasta con mio padre Filippo, e se
l’avessi aiutato contro l’usurpatore».
72.
Erodiade balzò in
piedi...
73.
«Vipera!» – gridò
alla figlia. – «Vipera malefica e ingrata!».
74.
«Vipera? Può
darsi! Ingrata? Quello no! A chi dovrei essere grata? A Erode, di avermi
strappata al padre e al trono? Di aver fatto di te la sua concubina?».
75.
«Ma sentila,
sentila la vipera...». Soffocando di indignazione, Erodiade si sarebbe
avventata sopra la figlia, se una sarcastica risata di Simon mago non l’avesse
frenata.
76.
«Regina, …principessa.
Non vi sembra che stiamo sprecando del tempo? L’ora propizia passa in vane
diatribe; nessuna di voi può far sì che non sia ciò che è!».
77.
«Taci, mago
insolente!» – stridette Salomè. – «Ricordati che io sono la figlia legittima di
Filippo, tetrarca della Galilea!».
78.
«...e la nipote
prediletta di Erode, altrettanto tetrarca della stessa Galilea», finì ironico
il mago. Poi, facendosi serio, prese una gran boccia di vetro piena d’acqua e
la pose per terra in mezzo alle due donne.
79.
«Avvicinatevi», –
impose, – «e ponete entrambe la mano sinistra sopra questa boccia di
cristallo».
80.
Ammutolite, e
loro malgrado soggiogate, le due donne obbedirono. Nella boccia avvenne un
ribollire violento come di un composto chimico nel quale sia mescolato un
precipitato. Nell’acqua, che s’intorbidava, apparvero punti brillanti, agitati,
che si cercavano e si sfuggivano. Stranamente solenne, il mago mormorò oscuri
metri.
81.
«Regina» – disse
egli a un tratto, – «vi è molto sangue sulla tua via!».
82.
Erodiade ebbe un
brivido e chiese: «E io, passo?».
83.
«Sì, tu passi, ma
vai verso l’ombra!».
84.
«Da sola?».
85.
«No!».
86.
«E che importa
l’ombra, quando altri la divide? Ma guarda ancora, mago, guarda e dimmi...».
87.
«A me, mago» –
interruppe Salomè, – «non hai niente da dire?».
88.
«Sì, ai tuoi piedi
c’è pure un gran lago di sangue; sei tutta coperta di sangue!».
89.
«Il sangue è la
porpora che si addice ai re!» – sentenziò Salomè. – «…e null’altro?».
90.
Cauto, il mago la
scrutò, poi, disse lento: «Tu ami, ma il tuo amore farà scorrere sangue».
91.
Salomè fremette
di una repressa voluttà: «Meglio che l’amore faccia scorrere sangue, che non
nardo![126]».
92.
«Chissà» –
rispose il mago, – «potrebbe anche essere il tuo!».
93.
«E che importa?».
94.
«Un uomo morrà
per te!».
95.
«Erode?».
96.
«Oh, no!» – urlò
Erodiade. – «... Erode no! Erode no!».
97.
«No» – rispose il
mago, – «…almeno per ora, comunque voi due avete lo stesso segno in comune,
farete scorrere sangue, ...per amore» – terminò lento. – «Oggi nemiche, …domani
sarete unite per un’opera comune. Più forte dell’amore, …è sempre la morte!
Principessina! Tu puoi andartene, abbiamo visto ciò che volevamo».
98.
«Ah, no!», –
protestò Salomè. – «Son qui e ci resto! Tu devi rivelarmi la mia sorte!».
99.
«La tua sorte, …principessa?
Solo il folle desidera soffrire in anticipo! Comunque, sappi che sei sulla
strada del potere, ma io non posso dirti se lo conquisterai».
100.
«Posso dirlo io»
– rispose orgogliosamente Salomè, – «poiché in me c’è ora la forza!».
101.
«Ma Salomè!» –
gridò attonita Erodiade. – «Che sogni? Che vuoi?».
102.
«Voglio l’amore e
la gloria alla quale tu hai rinunziato! Voglio riprendere il mio posto in mezzo
alle figlie dei re!».
103.
«Ma qui che cosa
ti manca?».
104.
«Tutto! E più di
tutto, l’onore! – Che sono io alla corte di Erode? La figlia della sua
favorita!».
105.
«Salomè! Non ti
conosco più!».
106.
«Ma quando mai mi
hai conosciuta? Quando mai hai cercato di capire il mio cuore? Mi hai strappato
dalle braccia del padre mio per gettarmi, come un giocattolo senza prezzo, ai
piedi di colui cui tutto hai posposto! Qual diritto hai tu su di me?».
107.
«Non parlare così
a tua madre!», urlò Erodiade!
108.
«Madre? Non seppi
mai di averne una! ... Comunque, ti lascio al tuo mago e ai tuoi intrighi per
conservarti l’amore del mio carissimo zio Erode! Grazie al cielo, a me non
occorre intrigo o magia, la mia strada è chiara ed ha un nome: Filippo! Il
padre mio!».
109.
Così dicendo, la
principessa, voltando sdegnosa le spalle, uscì dalla sala lasciando Erodiade
perplessa e terrorizzata.
110.
«Simon mago» –
essa gridò, – «che ne dici di tutto ciò?».
111.
«Regina, tua
figlia è innamorata, ed è gelosa! Come sarebbe altrimenti?».
112.
«Gelosa di chi?
Di Erode forse? Dimmi, mago».
113.
«Che debbo dirti,
o regina? Io non affermo che essa sia innamorata di Erode, forse non è che
innamorata dell’amore, perciocché l’amore è forte come la morte, la gelosia è
dura come l’inferno e le sue braci sono di fuoco e fiamma grandissima. Essa
sogna il trono; è gelosa di tutto ciò che tu hai avuto!».
114.
«Gelosa di ciò
che ho avuto io? Dimmi tu che cosa ho avuto io! Tu, che da quel giorno tremendo
sei stato il mal genio della mia vita, …pascendomi di menzogne e di
illusioni!».
115.
«La morte di
Zuleima non è stata un’illusione!».
116.
«E che mi è
valso? Son io forse la moglie di Erode? Oh, in molte, in troppe cose Salomè ha
ragione!».
[indice]
۞
«Io avevo sopra di me
il voto di sacrifici da render grazie!
Oggi ho pagato i miei voti
perciò ti sono uscita incontro per cercarti
e ti ho trovato»
1.
Nel
tablino, Pilato passeggiava inquieto su e giù. Sopra il gran tavolo da lavoro,
la catasta dei rotoli contenenti le varie leggi romane che, dallo stesso Pilato
erano state nervosamente consultate, testimoniavano un lavoro febbrile e
veloce.
2.
Egli passeggiava
impaziente, attendendo irritato la schiava greca di Tullia che tardava a venire.
Riavutosi dall’intontimento in cui l’imprevista crisi di Tullia l’aveva
gettato, il prefetto era fermamente deciso a porre termine a tutte le stranezze
di cui Tullia era al contempo attrice e spettatrice.
3.
La legge
imperiale romana lo sosteneva, ed egli intendeva applicarla.
4.
Più volte aveva
mandato a chiedere notizie della consorte, e sempre gli era stato riportato
com’essa si dibatteva in una forte febbre nervosa, assistita fedelmente da
Eutimia, e quasi tre giorni erano passati da quello della drammatica scena. Una
voce dalla soglia del tablino lo arrestò nel suo inquieto su e giù.
5.
«Eccomi, mio
signore», aveva detto Eutimia affacciandosi all’uscio...
6.
«Ah» – disse
Pilato fermandosi di colpo, – «sei tu, Eutimia? Entra, entra pure!».
7.
La schiava avanzò
lieve nella stanza da lavoro del prefetto e si arrestò con un breve inchino
innanzi a lui. I grigi occhi di Pilato la scrutarono a lungo, senza che la
greca dimostrasse imbarazzo o soggezione, pur senza dipartirsi da una serena
modestia.
8.
«Eutimia» –
cominciò Pilato, – «sono molti anni che tu sei nella mia famiglia?».
9.
«Quindici,
eccellentissimo signore».
10.
«Eri una
fanciulla quando fosti comprata?».
11.
«Sì, mio
signore».
12.
«Sei nata da
genitori liberi?».
13.
«Sì, mio
signore».
14.
«Eri già iniziata
a qualche culto segreto?».
15.
«No, mio signore;
ero tra le vergini del tempio di Proserpina, ma non ancora consacrata al
servizio della dea».
16.
«Perché cadesti
in schiavitù?».
17.
«Fui rapita con
altre compagne da pirati fenici che mi vendettero».
18.
«Non fosti
d’altri che di mia moglie?».
19.
«Sì, signore, la
nobile Paolina è stata ed è la mia prima e unica padrona».
20.
«Iniziasti tu la
tua padrona a questi culti orientali?».
21.
«No, signore, fu
anzi lei che, nella sua bontà, si prese cura della mia educazione!».
22.
«Mi hanno
riferito che tu hai rifiutato la libertà, libertà che la mia consorte ti aveva
offerto; perchè lo hai fatto?».
23.
«A che mi sarebbe
valsa la libertà, orfana e straniera qual sono? Amando la mia padrona ho
preferito restare al suo fianco!».
24.
«Sei isidiaca?[127]».
25.
«No, signore,
sono pitagorica[128]».
26.
«E la tua padrona
che cosa è?».
27.
«Non sono
autorizzata a rispondere per lei; l’eccellenza tua può direttamente chiederlo
alla padrona».
28.
Un lampo
minaccioso apparve nell’occhio del prefetto.
29.
«Eutimia» – disse
– «lo sai che io sono tuo padrone?».
30.
«No, nobile
signore, …non mi comprasti tu. Io appartengo alla nobile Paolina, fino a che
lei non mi ceda a te».
31.
«Io sono il
prefetto di Roma!».
32.
«Gli schiavi
appartengono al loro padrone, o signore!».
33.
Pilato cercò di
frenare la stizza, ben comprendendo come Eutimia possedesse, sotto l’aspetto
dolcissimo e timido di vergine, un’anima decisa e, …una volontà adamantina.
Così, raddolcendo la voce, riprese: «Eutimia, tu non devi essermi nemica; se io
ti domando alcune cose è perchè devo saperle nell’interesse della tua padrona.
Tu ami la nobile Paolina, come puoi vederla soffrire ciò che soffre, e
agonizzare lentamente senza far nulla per salvarla?».
34.
«O signore, io
più volte mi sono votata alla Nemesi, perché prenda me e risparmi lei!», –
rispose fervidamente Eutimia.
35.
«È un nobile
sentimento questo, mia cara fanciulla» – continuò Pilato, – «ma non basta! La
Nemesi si vede che non sa cosa farsene di belle fanciulle come te, e non posso
darle torto, ma fatto sta ed è» – riprese con nuovo sdegno – «…che mia moglie
sta per uscir dal senno a cagione di tutte le bubbole che le han messo in
testa. Tu mi sembri savia e normale, e dovresti aiutare me, il marito, a
risanarla e a liberarla!».
36.
«Come, mio
signore?».
37.
«Confidandomi
tutto di lei, tutto quello che io ignoro, e divenendo presso la tua padrona una
suggeritrice di verità serene; in una parola, valerti dell’influenza che hai
sopra quell’anima debole, per riportarla alla normalità!».
38.
«La nobile
Paolina non è pazza, anche se il divino Apollo talora la visita; essa non
chiederebbe che di dividere con te la sua vita, dedita allo studio e all’ascesi[129], se tu non vi
ripugnassi come fai. Io non ho sulla nobile Paolina alcuna influenza, essendo
io la sua schiava e la sua alunna, ma se anche l’avessi, non vorrei certo
valermene per tradire lo spirito suo e far traboccare l’angoscia della sua
anima!».
39.
Così dicendo
Eutimia aveva rialzato la testolina e guardava fisso il prefetto con i begli
occhi lionati, accesi da uno sdegno sacro.
40.
«Ma, Eutimia» –
tuonò Pilato, – «sei anche tu completamente pazza?».
41.
«Così sono
chiamati nel mondo coloro che lo disprezzano; resta poi a vedersi quali sono
veramente i pazzi».
42.
«Schiava
insolente! Non pensi tu che io potrei duramente castigar questa tua
insolenza?!».
43.
«Sul mio corpo
hai ogni potere, o signore, ma non sopra l’anima mia!».
44.
«Eccone un’altra
con la storia dell’anima! Ma è una mania! Ma, insomma, cos’è quest’anima?!».
45.
«L’anima, o
signore, è il principio immortale, l’impulso vitale che è causa della vita di
ognuno di noi; quel divino intelletto che ci fa alunni della sapienza e ci
unisce, attraverso l’amore, con la Verità!».
46.
«La verità?! Ah,
fanciulla mia, ti dirò io che cos’è la verità: la verità è che tu, ...la nobile
Paolina e quanti siete settari fanatici, occulti seguaci di riti assurdi,
isidiaci, essenici e pitagorici, siete tutti quanti nemici di Roma, nemici
dell’ordine costituito, della pace e del decoro delle famiglie, nemici della
ragione e della logica; qui» – e così dicendo afferrò un papiro arrotolato, –
«qui c’è il decreto del Divo Cesare Augusto Tiberio, nel quale vi è commesso di
perseguire, con ogni potere della legge, tutte queste oscure conventicole che
tramano nell’ombra la rovina dello Stato. Finora io, il prefetto di Roma, …non
l’ho fatto; mi ripugnava colpire esseri che io reputo privi di ragione, ...ma
perfino la mia casa essi dovevano venire a contagiare! Ma non sai, sciocca
fanciulla, che io...».
47.
Pilato, …non finì
la frase! Spettrale, reggendosi a stento in piedi, sulla soglia del tablino era
apparsa Tullia.
48.
«Ponzio» – disse
ella con voce debole ma sonora, – «che c’è?». E prima che il prefetto potesse
rispondere, rivolgendosi ad Eutimia intimò: «Torna al gineceo, bimba!».
49.
Eutimia,
inchinandosi reverente, obbedì subito.
50.
«Ponzio» –
riprese Tullia appena la schiava fu uscita, – «ti sembra degno del prefetto di
Roma quanto hai cercato di fare? Non sai che le leggi di Roma non permettono
che uno schiavo sia esaminato contro il suo padrone, non ancora accusato o
comparso in giudizio? Ho udito tutto! Eri talmente invelenito, …che non mi hai
sentito giungere. Non è così, Ponzio, che io possa credere che in te vi sia la
più piccola parte d’amore per me!».
51.
«Tullia» –
replicò Pilato, – «parliamoci per un istante da persone normali. Io qui, più
che prefetto di Roma sono il ‘pater familias’ e, come tale, per patria potestà,
ho il diritto, oltre che il dovere, di inquisire nella casa, acciocché nulla di
contaminante vi possa penetrare...».
52.
«E nulla di
contaminante vi è penetrato!» – rispose Tullia. – «Qual rimprovero hai tu da
farmi? In che cosa la mia condotta offende te e la società romana?».
53.
«In molte cose,
Tullia, e prima di tutto il tuo appartenere a culti e a sette che il divo
Cesare ha proscritto! Ma cerca di capire: …se ciò si sapesse a Roma, ...la mia
posizione, io, tuo sposo e tuo giudice, io che devo far rispettare le leggi,
complice necessario, forzato dall’affetto che ho per te, di coloro che le
infrangono. Nella mia casa, che è il tempio di Roma stessa, sono appiattati i
suoi nemici, ed io, tutto sapendo, taccio e non pongo riparo! Contro Roma,
contro Cesare! Qui, nel tempio del diritto romano, le sacre leggi non
rispettate, …schernite e derise! Ma è la destituzione, è il disonore, è la
testa medesima che se ne va, Tullia! Ho taciuto, ho pazientato, ma, …adesso
basta! Se in te c’è ancora un briciolo di ragione logica, se del tutto la tua
mente non ha tracollato, fa’ lo sforzo di capirmi una buona volta, per tutti
gli déi infernali!».
54.
Sbuffando di
collera, Pilato si lasciò cadere sulla sedia. Non aveva mai trasceso in simile
modo con la moglie.
55.
Tullia, con la
reazione pronta dei temperamenti nervosi, non si lasciò smontare. Pilato aveva
rivelato la parte meno nobile del suo carattere, aveva rivelato la sua
meschina, se pur umana preoccupazione della carriera e della sicurezza. Egli
non era un esasperato, se pur aveva un illogico amore e devozione alle leggi
della patria, il che lo faceva nemico dei cultori d’opposte spirituali
tendenze; non era neppure un irragionevole timore della salute della moglie che
lo portava all’esasperazione e alla persecuzione, no, era solo timore di
spiacere a Cesare, di perdere il favore della corte e, con esso, il posto e
forse la vita.
56.
Tullia si sentì
bruciare l’offesa nell’anima; il suo orgoglio di donna romana, la nobiltà della
sua gente, ribollirono in lei animando uno sdegno di cui in altri tempi si
sarebbe altamente stupita.
57.
Fu così che con
voce fremente di collera essa rispose al marito: «Ponzio, non m’aspettavo
questo da te! Tutto di te potevo capire e perdonare, anche amare il tuo
scherno, la tua indifferenza, la tua stessa persecuzione contro i miei ideali,
purché tutto ciò fosse l’espressione della tua anima ch’io stimavo retta e
giusta. Mai nel mio spirito ti ho fatto l’offesa che tu stesso ti sei fatto, di
supporti meschino e vile, di immaginarti supinamente venduto a un Cesare che è
il prototipo d’ogni vergogna, il rappresentante d’ogni vizio, il sommo
sacerdote d’ogni nefandezza. La tua paura di Roma si traduce in paura della
corte e della vendetta di un tiranno. I decreti di cui ti fai forte, sai almeno
contro quali uomini e quali idee furono stilati? Sai tu almeno la realtà del
pensiero che muoveva il legislatore?».
58.
«Cospirazione ai
danni dello Stato!».
59.
«Comoda faccenda
con la quale si può spegnere ogni luce dell’intelletto, spegnere ogni riflesso
del divino nell’uomo, per aver solo una massa bestiale senz’anima, senza
coscienza né volontà, da inculcare agevolmente e mantenere schiava.
Cospirazione contro lo Stato? Infatti, uno Stato che nel tiranno s’incarna, non
può che temere questa rivolta delle oneste coscienze e delle umane
cospirazioni. Cospira contro lo Stato chiunque non riconosca in Cesare un Dio e
non sia supino ai suoi capricci; chiunque più della vita, degli onori, …pregi
la libertà di un’integrità spirituale. Ebbene sì, noi tutti che non abbiamo
dimenticato la nostra natura di uomini, congiuriamo contro questo Stato che si
chiama Tiberio, congiuriamo contro questi asservimenti dei più alti valori
spirituali alle bestiali esigenze della depravazione! Noi che osiamo sognare un
mondo dove Tiberio non sia Dio, e dove la parola ‘legge’ non sia sinonimo di
persecuzione; un mondo dove una vergine non debba prostituirsi per salvare la
testa del cadente genitore e dove una prefettura non sia il prezzo di una
compiacenza maritale...».
60.
«Tullia» – scattò
il prefetto, – «questo è troppo! …non hai diritto di buttarmelo in faccia. Io
ti ho sposata con affezione e rispetto; non credo che abbia importanza il
passato di fronte al presente e, …all’avvenire. La prefettura la ritengo prezzo
di tre guerre vittoriosamente condotte e di oltre trent’anni di vita consacrata
alla patria! Tu non hai il diritto d’insultarmi nelle sole cose per me
veramente sacre; la mia dedizione a Roma, il mio affetto per te!».
61.
Queste parole Pilato
aveva finito di pronunziarle con voce roca d’emozione, e Tullia, che se ne
sentì turbata, arrossi lievemente.
62.
«Debbo crederlo,
Ponzio? – chiese più mitemente. – «Se è così ti prego di perdonarmi, ma ti
prego anche di comprendermi. Io non voglio neppur per un istante vederti
inferiore alla figura che di te mi sono composta nell’anima».
63.
«Sì» – mormorò
Pilato, – «così se ti sei composta la figura d’Ercole, io dovrei compiere le
dodici fatiche! Senti, Tullia» – continuò approfittando della tregua, – «non è
proprio possibile che noi ci parliamo una volta tanto come due persone normali,
due persone di questo mondo? Io tengo alla mia carriera, e non mi vergogno
affatto di asserirlo, appunto perchè non reputo affatto che essa mi venga da
te, ma sia il logico corollario di un lungo servizio fedele; perciò non intendo
ch’essa mi venga stroncata da una folle esaltazione! Io, …tengo alla vita e,
fammene una colpa, …se vuoi. Ogni persona sana e normale tiene alla vita,
d’altra parte, questa vita a cui tengo, …ogni dì la espongo al servizio di
Roma. Morire per Roma non mi peserebbe, ma morire sotto la scure del carnefice
come un traditore, o un ribelle, non me la sento. Tu questi decreti disprezzali
e maledicili finché vuoi, essi sono l’espressione delle leggi romane ch’io son
tenuto a far obbedire e rispettare come soldato e come magistrato! Non le ho
fatte io queste leggi, ma ti giuro, per Ercole, che non vi trovo affatto tutta
l’infamia di cui le incolpi! In Roma non vi è solo un Cesare, vi è un senato, e
le leggi che il senato emana sono lo spirito della ‘gens romana’, sono
l’essenza della Lex. A questa legge deve – reverente – piegarsi ogni mente che
non abbia del tutto rinnegato i sacri Lari[130],
e non sia contaminata da frenesia. Lo spirito che spinge i legislatori a
formulare decreti, decreti che stoltamente tu definisci persecutori, è uno
spirito di tutela, di difesa, di protezione anche delle vite e delle coscienze
dei cittadini.
64.
Queste sette
d’iniziati, come le chiami tu, di pazzi, come le definisco io, turbano l’ordine
pubblico, disuniscono le famiglie, confondono le gerarchie, causano agitazioni
e rivolte nelle plebi irrequiete, pervertono le anime dei giovani e, facendo
perdere reverenza alle tradizioni più sane, son causa del costante trasgredir
di quelle leggi che la volontà morale erse a difesa della città. Questi
iniziati possono anche essere in buona fede (e non lo dubito di te), ma in
buona fede non lo sono certamente né i loro seguaci, né men che meno i loro
propagatori! Sopra l’esaltazione mistica di questi illusi si costruisce la
roccaforte della ribellione, e si prepara nell’ombra la possibilità di un
pervertimento generale. Sempre c’è stata e sempre ci sarà gente che pesca nel
torbido; questa gente è dietro le brillanti apparenze d’ogni scuola filosofica,
d’ogni trascendentale religione!».
65.
«Ponzio! Ponzio,
mai, mai noi potremo capirci!».
66.
«E pazienza,
Tullia; ritienimi senz’altro un inviso agli oscuri déi; io non posso mettere la
mia testa nella tua! Invano ho cercato di farti capire la ragione; io non sono
uomo crudele, la violenza mi ripugna, e la vista delle barbarie mi nausea, …ed
è perciò che questi decreti sono rimasti lettera morta. Non sarà più così d’ora
innanzi, e pur non avvalendomi mai di tutto il potere che da essi mi viene,
provvederò tuttavia a rendere più respirabile l’aria della Palestina».
67.
«E cosa farai?
Che vuoi fare?».
68.
«Per ora niente;
solo sfrattare le strade da tutti questi cenciosi declamatori della buona
novella, e provvedere che, almeno nella mia casa, gli déi di Roma siano rispettati.
Tu ed Eutimia mi farete il piacere di sacrificare a Giunone e ai Mani[131] di Roma
pubblicamente, così che cessino almeno le dicerie sopra la tua conversione al
giudaismo».
69.
« Giammai,
Ponzio, giammai!».
70.
«Cosa?».
71.
«Giammai!
Piuttosto la morte!».
72.
«Ma tu vuoi lo
scandalo a ogni costo! Ah, se questo è il frutto della vostra iniziazione, se
la vostra fede porta a questa ribellione , a questo disordine morale, a questa
anarchia, davvero che voi, proprio voi, giustificate Tiberio e rendete santi i
suoi decreti!».
73.
«Io non posso
sacrificare a déi, cui non credo».
74.
«E io non posso
lasciar bestemmiare déi in cui credo».
75.
«Ponzio, non hai
che da applicare i tuoi decreti!».
76.
«No, Tullia! Io
non sono per i gesti melodrammatici; se tu vuoi lo scandalo, io non lo voglio!
Tu ed Eutimia starete chiuse nel gineceo finché la frenesia non vi sarà
passata. Alla vostra porta, il mio trace veglierà che non possiate comunicar
con alcuno; spargerò la voce di una malattia contagiosa, e intanto provvederò a
sistemare questa filosofica peste che in verità infetta l’aria. Il tempo e la
calma porteranno consiglio, e domani, rinsavita, mi ringrazierai di aver avuto
senno anche per te».
77.
«Prigioniera,
dunque?».
78.
«Di tuo marito;
il che è meglio che non esserlo del prefetto».
79.
«Ponzio!».
80.
«Tullia, ricordati
che questa tua prigionia durerà finché lo vorrai tu. Vieni con me a sacrificare
ai Mani di Roma e sarai libera!».
81.
«Roma? Io la
odio!».
82.
«Non pretendere
allora ch’io ami la tua iniziazione!».
83.
Così dicendo il
prefetto batté le mani, e al gigante trace immediatamente comparso, ordinò:
«Accompagna la domina nei suoi appartamenti, e non lasciarne l’antistanza
finché io non ti abbia dato istruzioni; per intanto nessuno la dovrà accostare,
eccetto la sua schiava; ella è molto ammalata».
84.
Silenziosa e
sdegnata, Tullia uscì dal tablino.
* * *
85.
Negli splendidi
giardini della reggia, Salomè passeggiava impaziente cercando, con il moto, di
frenare la sua irritazione. Molti giorni erano trascorsi dall’incontro con
Simon mago, e la giovane principessa non aveva ancora avuto nuove dal nano
Paride. Per la prima volta nella sua vita Salomè attendeva qualcosa. La vampa
concepita verso Giovanni sempre più si accendeva; con un’ansietà sconosciuta
contava le ore; le giornate non passavano mai. Dopo il bisticcio con la madre,
i rapporti tra Salomè ed Erodiade erano rimasti piuttosto tesi, ma se per
Salomè l’episodio era stato di poca importanza, moltissima ne aveva assunta
agli occhi della madre.
86.
Chi mai aveva
messo in mente alla fanciulla idee mai manifestate per il passato? Donde era
nato all’improvviso in Salomè un così ardente affetto filiale per il padre?
Erodiade aveva indagato tra i cortigiani, ma non aveva approdato a nulla. La
principessa non aveva accostato nessuno straniero, né in alcuna cosa s’era
mutata d’abitudini, ma era solo avvenuta la scomparsa improvvisa del nano
Paride. Eccetto che nelle basse cucine, …nessuno l’aveva rimarcato; quella era
generalmente la fine di tutti i giocattoli viventi della capricciosa principessa,
ma nessuno era solito indagare.
87.
Un fruscio, quasi
impercettibile in un cespuglio, arrestò di colpo l’inquieto passeggiare della
principessa. Essa aveva sentito uscir da quel cespuglio una strana modulazione
musicale che poteva esser prodotta da un insetto, ma anche dalla bocca di un
uomo. Cauta e rapida, si accostò mostrando di cercar dei fiori. Non si era
ingannata: appiattato nel cespuglio c’era il fedele nano.
88.
«Finalmente,
Paride» –mormorò, – «dimmi!».
89.
«Principessa!
Alla luna nuova trovati in riva al Giordano, vedrai una piccola vigna con una
capanna interamente coperta di convolvoli[132]
azzurri come le tue vene; ivi ti incontrerai con il profeta Giovanni».
90.
«Gli hai
parlato?».
91.
«Sì, principessa,
lui stesso ha detto che verrà».
92.
«Davvero? Lui
stesso? Sa d’incontrarsi con me?».
93.
«Non gliel’ho
detto. Mi son limitato a dirgli che una nobile fanciulla, ingiustamente
oppressa, ha bisogno del suo illuminato consiglio, ma che solo occultamente,
per sfuggire ai suoi nemici, può accostarlo...».
94.
«Ed egli ha detto
di sì?».
95.
«Ha detto di
trovarti in riva al Giordano la prima notte della Luna nuova».
96.
«Quand’è la Luna
nuova, Paride?».
97.
«Fra tre giorni,
principessa».
98.
«Ancora tre
giorni!» – mormorò Salomè. – «Come farò ad uscire dalla reggia?».
99.
«Ci ho pensato,
principessa; ho rubato la chiave di una piccola postierla nel muro di cinta del
giardino. Scendi velata ed io ti farò agevolmente uscire, e ugualmente ti
aiuterò a rientrare...».
100.
«C’è tuttavia
quella maledetta negra che dorme nella mia anticamera, che è una tremenda
chiacchierona».
101.
«Ho pensato anche
a quella, principessa! In quest’ampolla» – e il nano la porse, – «vi è un
elisir che la farà dormire come morta, per circa dodici ore».
102.
« Ma come
farglielo prendere?».
103.
«Non ha sapore né
colore. Tu puoi mescolar l’elisir con qualunque bevanda».
104.
«Afra è ghiotta
di Falerno[133], gliene farò
trovare un’anfora colma».
105.
«Benissimo, cosi
essa attribuirà alla sbornia la sua prolungata dormita».
106.
«Paride, abbi per
ora il mio grazie. Se domani il padre mio tornerà sul trono, vedrai che non avrai
servito un’ingrata!».
107.
«Principessa, io
sono pago di poterti servire!».
108.
«Solo il tuo
corpo, o Paride, è deforme; la tua anima possono invidiartela i re!».
109.
«Oh! Divina!».
110.
Raccolto il mazzolin
di fiori ch’era andato formando intorno al cespuglio, celata in seno la piccola
ampolla, Salomè si allontanò senza fretta, era raggiante! Il sogno diveniva
realtà...
111.
Fra tre giorni
avrebbe incontrato Giovanni. Che poteva nascer dall’incontro? Essa era sicura
di sè, del suo potere di seduzione, sicura in parte anche del suo diritto.
112.
Il pensiero del
padre Filippo, tutto s’incastrava; essa, …si vedeva come un’eroina dell’amor
filiale. Sì, era per il padre che andava ad offrire a una specie di brigante da
strada, la sua intatta femminilità...
113.
Ma sopra queste
divagazioni della mente, più schietta, la natura erotica della passione pose
sopra le labbra di Salomè le parole dei riti astartici: «... Perciocché io ero
come una donna che ha fatto voti di sacrifizio da render grazie; oggi ho pagato
i miei voti, perciò ti sono uscita incontro per cercarti e ti ho trovato.
Vieni, amico mio bello, prendiamo diletto negli amorosi piaceri».
114.
«Fra tre
giorni!», – disse a se stessa Salomè, trionfante.
[indice]
۞
«Perciocché
la gelosia è un furore dell'uomo
ed egli non si risparmierà
nel giorno della vendetta»
1.
Nel
gineceo, Tullia ed Eutimia contavano con pazienza i giorni della loro
prigionia. Per una di quelle contraddizioni, proprie dei temperamenti nervosi,
Tullia si era inaspettatamente rimessa in salute. La scossa violenta ricevuta
dalla discussione con il marito, aveva galvanizzato in lei risorse inaspettate.
2.
L’incubo che per
anni l’aveva torturata nell’inconscio, era venuto alla luce della coscienza;
aveva acquistato un nome e un volto: il nome e il volto del marito. Per la
prima volta, forse dopo molti anni, Tullia conosceva il sonno, il sonno
ristoratore senza sogni, senza visioni, e questo sonno la rinnovava. Il suo tormento
individuato in un contrasto palese, non era più il lavoro sotterraneo di una
psiche malata.
3.
Eutimia, dal
canto suo, come sempre era serena. Lo spirito ellenico della giovane greca la
portava naturalmente fuori da ogni drammatizzazione violenta. Essa per natura
non era fanatica, e in cuor suo era contenta della decisione del prefetto.
Infatti, la greca, non approvava le tendenze giudaizzanti della padrona, e
l’improvvisa prigionia non le era del tutto sgradita, in quanto separava Tullia
dalle influenze dei rabbini ebrei, poco simpatici ad Eutimia.
4.
Nelle ariose
stanze del gineceo, padrona e schiava passavano le quiete giornate lavorando e
studiando, talvolta Eutimia prendeva la lira dorica, e con lei, maestrevolmente
accompagnandosi, cantava gl’ispirati inni dell’Ellade o declamava gradevolmente
ampi squarci di Omero, rallegrandosi tutta nel vedere come Tullia vi
s’interessasse e lasciasse negletti i rotoli della legge giudaica che dapprima
l’avevano tanto attratta.
5.
Pilato non era
mai salito da loro, pur mandando due volte al giorno attraverso il trace alcune affettuose parole sopra la tavoletta
cerata, e richiedendo notizie con lo stesso mezzo.
6.
La clausura di
Tullia non aveva provocato pettegolezzi, nella casa erano tutti avvezzi ai
lunghi periodi d’infermità, ed essendo ben nota a tutti la devozione di Eutimia
per Tullia, non si stupivano che pur essa si fosse votata alla reclusione.
7.
Molte chiacchiere
aveva invece suscitato lo strano cambiamento d’umore del prefetto nei riguardi
delle sette religiose-filosofiche che pullulavano in Palestina, e che fino ad
allora erano rimaste indisturbate. Il pretesto non si fece attendere. Un
delitto, causato da pratiche di magia nera, aveva commosso l’opinione pubblica,
provocando un tumulto con il finale linciaggio degli stregoni indiziati. Le
truppe romane erano dovute intervenire
per ristabilire l’ordine, poiché sopra il fuoco dell’indignazione popolare
aveva soffiato la farisaica sobillazione degli zeloti, sempre pronti ad accusar
Roma d’ogni male e ad attribuire allo straniero occupante la causa d’ogni
sventura.
8.
Pilato, che per
il passato si era sempre regolato con bonaria prudenza, quella volta lasciò
libero corso alla sua indignazione e, condannati senza remissione alla croce
gli autori del tumulto, prese senz’altro severe misure contro gli adepti delle
varie sette esoteriche, pullulanti nella Giudea. Isidiaci ed esseni, insieme ai
seguaci della dea Cibele[134],
conobbero la durezza dei decreti Cesarei e provarono la pesantezza della mano
prefettizia; neanche gli zeloti giudaici furono risparmiati, perchè sopra di
loro, del pari, Pilato sfogò l’accumulato veleno.
9.
Contro gli
zeloti, anzi, deciso a farla finita una volta per sempre, Pilato ordinò e
condusse lui stesso una spedizione punitiva, cogliendo l’occasione di
un’adunata semiclandestina in cui molte migliaia di zeloti si erano riuniti in
una piccola città della Giudea. Durante i vietati sacrifici rituali, le truppe
romane irruppero, rovesciando i sacerdoti sopra gli altari e mescolando il
sangue dei fedeli a quello delle vittime. La zuffa fu violenta e cruentissima;
alla fine migliaia di morti testimoniarono la pericolosità di provocare Roma.
Nell'occasione Erode si dimostrò buon alleato, lieto lui pure di sbarazzarsi in
tal modo di molti nemici fastidiosi.
10.
Per molti mesi,
forse per molti anni, la prefettura romana e il tetrarcato della Galilea non
sarebbero più stati turbati da tumulti e da agitazioni, ma al gladio[135] romano e alla
freccia galilea un’illustre vittima era stata sottratta: ‘Giovanni!’. Il profeta
del Giordano, infatti, non si era mescolato agli zeloti, e in tal modo era
scampato al massacro.
11.
Nel nuovo
atteggiamento di Pilato, fino a che punto giocava il risentimento per la
caparbietà di Tullia? Certamente egli era molto irritato, ma la sua irritazione
sarebbe stata più agevolmente contenuta, se una mal combinata compagna non
avesse trovato nel fanatismo degli zeloti il suo fulcro migliore.
12.
Liberatosi dagli
zeloti, Pilato tese la mano sopra gli esseni, ma qui si trovò di colpo bloccato
nel suo agire dall’inafferrabilità della setta. Gli esseni erano ovunque ma in
nessun luogo, inoltre la setta doveva avere appoggi segreti anche alla corte di
Tiberio, poiché rapidamente giunse da Roma un ordine secco di lasciar stare e
di non impicciarsi in questioni religiose!
13.
Giovanni intanto
continuava la sua predicazione indisturbato. Stranamente, egli non irritava
Pilato; il minaccioso profeta non faceva politica, non era un antiromano e
neppure un fanatico anti-idolatra. La sua parola limpida e tagliente affondava
nelle carni impure delle plebi come uno strumento chirurgico. Egli colpiva alla
radice il malcostume senza pietà, senza debolezza verso alcuno, diceva le
semplici parole della morale umana, che è una in tutti i tempi e presso tutte
le umane civiltà.
14.
«Non ruberai! Non
commetterai adulterio!».
15.
La predicazione
di Giovanni non aveva sottigliezze, complicazioni filosofiche o teologiche,
perciò piaceva a Pilato; la quadrata mente latina si trovava bene con
l’energico asceta galileo, inoltre – e di questo, Pilato gli era inconsciamente
grato – non fanatizzava le masse con visioni trascendentali, ma le costringeva
a una pratica decisa di quella ‘virtus’ antica, tanto apprezzata da ogni uomo
d’ordine.
16.
L’azione
persecutoria di Pilato era però servita a liberare Gerusalemme e Tiberiade
dall’affollarsi dei troppi neofiti delle religioni orientali. I sacerdoti del
tempio di Gerusalemme si erano avvantaggiati di una maggiore austerità, inoltre
la severità romana, avendo fatto abbattere alcuni templi di Astarte e di Beliaz[136], che urtavano la
delicata coscienza ebrea, irritando al contempo la gelosia Cesarea, i rapporti
tra Gerusalemme e Roma erano sensibilmente migliorati, al punto che un’immagine
di Cesare era perfino tollerata entro le mura di Gerusalemme.
17.
Passata la furia
della prima indignazione, Pilato era tornato alla sua normale bonarietà pur
talvolta non potendosi difendere interamente da un brivido nel ricordo dei
sogni profetici della moglie. Il sangue, che tanto l’aveva ossessionata, era
scorso davvero, il male era uscito dal sogno per diventare realtà, la mania era
stata prescienza. Pilato doveva costatarlo con un senso oscuro d’inconscia
paura, non però per questo egli era receduto sopra le sue decisioni, e se pur
col tempo la prigionia delle due donne si fosse molto addolcita, sopra una sola
cosa Pilato era rimasto irremovibile.
18.
I contatti di
Tullia e di Eutimia con gli esponenti delle varie sette e scuole, non erano più
stati ripresi. Lo schiavo trace vegliava da lontano che nessuno strano o non
ben noto visitatore accostasse le due donne, e la sorveglianza era così stretta
e severa che neppure una volta Tullia poté essere accostata.
19.
Non un’eco della
tragedia era giunta ai suoi orecchi, solo Eutimia aveva saputo qualcosa, ma
aveva taciuto. La strage degli zeloti non aveva turbato molto la greca, d’altra
parte amava troppo la sua padrona per causarle scientemente la più piccola
pena.
* * *
20.
Se una pace
relativa era finalmente scesa sopra la casa di Pilato, una sorda tempesta
ruggiva sotto il tetto di Erode. Erodiade aveva ripreso in pieno le sue
pratiche magiche, e non aveva nascosto il suo furore per la seconda scampata
morte di Giovanni. Migliaia di zeloti, notoriamente suoi nemici, giacevano nel
sangue; ma Giovanni, il nemico per eccellenza, viveva e predicava. Erodiade
accusava Pilato, non senza fondamento, di aver maliziosamente risparmiato il
profeta. Un furore a stento represso agitava il cuore di Erodiade, e di questo
furore un po’ tutti nella reggia ne erano vittime, non esclusa Salomè, la quale
però non perdeva occasione di ribattere ogni parola della madre con un moto
pungente o con un’allusione offensiva.
21.
Solo Simon mago
dominava la regina, e la dominava per il fascino delle sue magie e per la
comunanza dei desideri, ma neppure lui era esente dai rimproveri sdegnati della
donna che non vedeva tradursi in realtà il sogno di tutta la vita: essere
regina, sposa del tetrarca con tutti gli onori del trono, come legittima
signora.
22.
Erode, debole in
tutto, tuttavia come per una magica e strana imposizione, in una sola cosa era
deciso: ...non sposare Erodiade! Eppure il suo attaccamento era divenuto
morboso e ogni giorno affrontava lo scandalo del paese facendosi vedere a
fianco di una donna parente con la quale viveva in aperto concubinaggio. Le
deprecazioni di Giovanni, i larvati consigli di Pilato, l’aperta
disapprovazione del Sinedrio, non gli avevano fatto allontanare Erodiade. Solo
sopra un punto avevano colpito giusto: nel non fargliela sposare!
23.
Vedovo di
Zuleima, aveva una strana ritrosia a compiere il passo che avrebbe sancito
l’incesto... non poteva sposare la moglie del fratello tuttora vivente!
Quest’impotenza a vincere una suggestione, metteva Erodiade in uno stato di
perenne furore.
24.
«Voglio esser
regina!» – aveva urlato quel giorno a Simon mago. – «Voglio esserlo ad ogni
costo! Hai fatto morire Zuleima, devi far morire Filippo!».
25.
«E se Filippo
morrà, sarai poi sicura di divenire la moglie di Erode?», – aveva chiesto il
mago, avvolgendo in un’occhiata valutatrice le forme ancor belle, ma già
pesanti per il grasso dell’età di Erodiade. Questa domanda l’aveva lasciata
senza respiro!
26.
Perfido, il mago
continuò: «Erode ti ama ancora, ti ama molto, è vero, ma se non ti ha sposato
non ti sposerà. Osserva dove egli guarda durante le feste a corte e vedrai che non
tu hai tutti i suoi sguardi...».
27.
«Chi guarda?».
28.
«Oh, qualcuna che
ti somiglia, che gli ricorda quale eri tu qualche lustro fa: tua figlia
Salomè!».
29.
«Mia figlia?».
30.
«Sì, egli pensa che
alla fine potrebbe domani impalmarla legittimamente e mettere così fine alla
guerra con suo fratello».
31.
«Questo non sarà
mai!».
32.
«Sì, i mezzi non
ti mancano!», rise il mago.
33.
«A cosa hai
pensato?».
34.
«Oh, …quasi a
niente! Al veleno che ti ho consegnato l’altro giorno, ...veleno sicuro,
...rapido».
35.
«Non te l’ho
chiesto per Salomè!».
36.
«Ah!».
37.
«Il tetrarca la
guarda? Ebbene, che me ne importa? Se la vuole, l’avrà; …ma sarà la mia ultima
speranza e l’estrema mia condizione. Se la vorrà, mi dovrà prima sposare!».
38.
«Ho capito, caso
mai, …il veleno servirà dopo. Ma allora, stando così le cose, perchè vuoi ch’io
faccia morir Filippo?».
39.
«Perché voglio
che Erode non abbia più scuse e giustificazioni; Voglio che sia lui a dirmi
perchè non mi ha voluta e non mi vuol sposare!».
40.
Simon mago si
strinse nelle spalle: «Non vedo che necessità tu abbia d’essere sposata; non
sei, di fatto, non solo la moglie, ma addirittura la volontà di Erode?».
41.
«Ah; così la vedi
tu? Non io, però! Io, che al tetrarca ho sacrificato ogni cosa! Che puoi sapere
tu, o mago, del cuore di una regina? Io ero onesta, ero pronta a tutte le
rinunzie, a tutte le umiliazioni; non a questa però! Io ho amato d’amore Erode;
mi sono data a te, ai tuoi diavoli, calpestando ogni mio decoro, solo per
essere la moglie del tetrarca, e ora proprio tu, osi chiedermi qual necessità
io abbia d’esser sposata! Ne ho necessità per giustificarmi, …e per non aver
ribrezzo di me stessa! Mah! che ne puoi capire, tu, o mago?».
42.
«Posso capire, o
regina» – rispose Simon mago, …inchinandosi, – «che la gelosia è un furore
dell’uomo, e tu sei gelosa».
43.
«Gelosa io?».
44.
«Sì, gelosa!
Gelosa di te stessa, del tuo decoro. Questa gelosia ti possiede come un furore
innanzi al quale ogni altro cede, furore che è odio contro tutto, contro tutti,
non escluso Erode! Non vorrei esser io l’oggetto della vendetta di questa
gelosia, perchè son certo che, nell’ora della vendetta, questo violento furore
dell’anima tua non risparmierà nessuno! Comprendo la tua sofferenza, o regina
e, …ti prego di credermi, vorrei liberartene, ma la mia magia è come
imprigionata da una strana forza a me ignota, …una forza che non posso
subordinarmi a niun prezzo. La mia magia, che pure è grande, arretra dinanzi a
questo mistero!».
45.
«Ti ho pur sempre
dato quanto mi hai chiesto, o mago».
46.
«Sì, ma non basta
l’offerta d’oro e di sangue! Sembra che non basti mai!».
47.
«Bada, mago, alla
fine io so quale vittima sarà grata agli déi infernali che tu servi!».
48.
«Che mai
pensasti, Regina? A Salomè?».
49.
Erodiade
rabbrividì, ma guardando gelida Simon mago, rispose: «T’inganni, mago: …tu
stesso!».
50.
Gli occhi di
Simon mago dardeggiarono Erodiade con uno sguardo cattivo, ma la regina
sostenne il suo, ricambiandolo con tutto il furore che le ruggiva nell’anima.
Erodiade non credeva più ciecamente nel mago; gli anni passati l’avevano resa
astuta e sagace d’astuzia. Mai essa era stata accesa d’entusiasmo per la magia
e per i maghi, solo la disperata speranza di divenir regina, moglie d’Erode,
aveva portato la donna ad essere succube di Simon mago.
51.
Le sue speranze
erano state confermate dalla restituzione delle file di perle nere e dalla
misteriosa morte di Zuleima, ma non si erano compiute nella sola cosa
desiderata da Erodiade! Essa non era stata sposata, …non era stata proclamata
regina. Gelosia e ambizione la rodevano, e sopra le braci di questa gelosia, di
questa ambizione, soffiava il vento tempestoso di un’umiliazione che cresceva
man mano che i giorni passavano e la bellezza si appassiva. Aveva chiamato e
imposto Simon mago a corte, per avvalersi delle sue conoscenze profonde in
materia di filtri, di veleni, di segreti di bellezza e di longevità, ma Simon
mago non era più per lei l’affascinante signore delle tenebre, e i riti magici
non avevano dato conforto e luce alla disperata illusa!
52.
Essa ormai ben
capiva che solo il vizio, portato all’esasperazione dello spasimo, la legava a
Erode, e che questo potere non poteva durare. Si sentiva divenir vecchia,
…appesantire. Solo l’acerba bellezza di Salomè le restava come un’arma segreta;
ma Salomè si ribellava. La figlia non nascondeva la sua antipatia per la madre,
il suo odio per lo zio, e Simon mago nulla poteva sulla fiera principessina.
53.
Questa palese
impotenza del mago dava il tracollo alla malferma fede della donna
esasperata...
54.
Un gesto
imperioso d’Erodiade stava già per licenziare il mago, quando nella stanza
irruppe terrorizzata una negra con nelle mani un’anfora di vino. Era Afra,
l’ancella di Salomè.
55.
La schiava si
prostrò ai piedi di Erodiade strillando con quanto fiato aveva in gola:
«Salvami, salvami, regina! Afra buona, Afra devota, mai fatto cosa non gradita,
Afra avere amato principessina Salomè, e principessina Salomè volerla uccidere!
Salvami, salvami, regina!».
56.
Simon mago era
tornato indietro, dando un energico urtone negli opimi fianchi della schiava,
le impose: «Basta, Afra, alzati e spiegati».
57.
Tremando in tutte
le membra, Afra obbedì. Erodiade era rimasta immota e silenziosa. Piangendo e
tremando, Afra raccontò come essa aveva in quel mattino avuto l’ordine da Salomè
di portare nella camera della stessa un’anfora di vecchio Falerno, stupita di
quella novità (poiché Salomè non beveva) era rimasta celata tra le tende della
porta e aveva visto Salomè versare nell’anfora il contenuto di un’ampolla che
si era tratta dal seno; dopo aver versato il liquido misterioso, Salomè aveva
riposto l’anfora. Afra se n’era molto stupita e anche spaventata, ma il suo
spavento era divenuto sgomento quando, nel pomeriggio, rientrando nella sua
stanzetta, aveva visto in bella mostra l’anfora fatale; il terrore l’aveva
presa ed era corsa ai piedi della regina.
58.
Erodiade fece un
cenno a Simon mago, il quale, versate in una patena[137] alcune gocce del
vino incriminato, lo fiutò lungamente, e con la punta della lingua l’assaggiò.
59.
Guardando intenzionalmente
la regina, egli disse: «Questo vino non è affatto avvelenato! La principessina
Salomè, conoscendo la ghiottoneria e la curiosità della sua schiava, avrà
voluto farle uno scherzo!».
60.
«Afra» – disse
severamente Erodiade, – «dovrei farti punire per questa tua inqualificabile
condotta, ma penso che lo spavento ti avrà già punita abbastanza! ... Ritorna
ai tuoi lavori e non parlare a nessuno di questo incidente, meno di tutti alla
principessina che, se sapesse ciò che hai osato, ti ucciderebbe davvero di sua
mano. Vattene!».
61.
Rassicurata, Afra
gettò un’occhiata di cupidigia all’anfora.
62.
«Allora, buon
mago, esser sicura vino non avvelenato?».
63.
«Niente
avvelenato, Afra» – sorrise Simon mago. – «Prendi, per farti passare lo
spavento», e così dicendo riempi una coppa di Falerno e la porse alla schiava,
la quale, riluttante, la prese, ma non potendo resistere alla ghiottoneria,
incominciò a berla a piccoli sorsi.
64.
«Oh, sì, sì,
buono vino, vino niente avvelenato», disse.
65.
«Ne vuoi
ancora?», chiese Simone. E prima che Afra rispondesse, riempì di nuovo la coppa
che stavolta la negra vuotò di colpo.
66.
«Adesso vattene,
Afra», impose Simone.
67.
Afra, rassicurata
e rallegrata, uscì dopo essersi prostrata in una riverenza. Simon mago ed
Erodiade erano di nuovo soli. Simone a passi di lupo si accostò alla porta e si
assicurò che nessuno si fosse fermato nel corridoio, poi tornò indietro ove
Erodiade incominciava ad impazientirsi.
68.
«Ebbene?!»,
chiese essa brevemente.
69.
«Il vino» – disse
il mago, – «contiene un potente narcotico; tra due ore Afra dormirà come un
ghiro!».
70.
«E perché tutto
ciò?».
71.
«La principessina
Salomè, si vede ha bisogno di uscir stanotte dalla reggia senza che la sua
schiava se ne accorga!».
72.
«Uscir dalla
reggia! E perché?».
73.
«Regina! Molti
possono essere i perchè, non ultimo quello dell’amore!».
74.
«Amore? Salomè
innamorata? …e di chi?».
75.
«Non certo di suo
zio Erode, regina!».
76.
«Tu sai qualcosa,
mago?».
77.
«No, regina, per
ora non so nulla, ma credo che sapremo qualcosa assai presto!».
78.
«Simone!» –
Erodiade trattenne a stento la sua ansia. – «Simone, …non pensi a una congiura?
Che Filippo...», – e tacque, …ansando.
79.
«Può darsi,
regina; la principessina l’ha nominato troppe volte in questo tempo, …tuttavia
non penso a Filippo».
80.
«E allora?».
81.
«Allora,
…ricomponiti e dissimula. Quando Afra dormirà, qualcun altro sarà sveglio e
vedrà tutto. È bene che la principessina possa esser tranquilla ed esser certa
di poter attuare il suo progetto. Solo così potremo sapere a fondo ogni cosa e,
nel caso, …provvedere».
82.
«Che intendi
dire, mago?».
83.
«Ciò che tu
stessa, regina, intendi», rispose Simon mago.
[indice]
۞
«Il Sole è uno
ma molti sono i corsi d’acqua
che lo riflettono»
1.
Nel
deserto, la persecuzione di Pilato contro le sette esoteriche[138] si era spenta
senza echi. Gamaliel e la sua florida scuola non ne avevano avuto alcun
disturbo.
2.
Gli anni tuttavia
cominciavano a operare sulla forte fibra del re esseno, senza che egli ne fosse
in modo alcuno indebolito nella sua azione di meditata discenza[139]. Era forse
divenuto più dolce e più comunicativo verso i suoi discepoli; si era
ammorbidito in una paternità spirituale. Più che a una severa precettistica[140], egli amava
condurre, attraverso la persuasione ragionevole, i suoi discepoli a quelle
pratiche di virtù che possono veramente fare dell’uomo un signore del destino,
un dominatore degli eventi. Le sue lunghe dissertazioni avevano sempre più
l’aspetto di conversazioni paterne, e i nuovi esseni non si vedevano più
respingere gli attestati del loro amore, non si vedevano costretti a
un’innaturale severità.
3.
Quel giorno, nel
deserto, la placida accolta degli studiosi esseni era turbata da novità portate
dalla città da un esseno che vi si era recato; cosi, quando Gamaliel apparve, i
suoi discepoli lo circondarono con viva premura e lo misero al corrente della
novità.
4.
«Maestro» – disse
uno, – «il nostro Giovanni fa più che mai parlare di sè con la sua
predicazione; ora si dice che egli abbia battezzato un nazareno verso il quale
ha avuto atti ed espressioni di gran sommissione. Che pensi tu, possa essere
stato?».
5.
«Maestro» –
interloquì un altro, – «si dice che questo nazareno dopo un lungo ritiro nel
deserto sia uscito a predicar lui pure!».
6.
«Maestro» –
s’avanzò un terzo, – «si dice che questo nazareno operi grandi prodigi; che
abbia cambiato, in un banchetto nuziale, l’acqua in vino! Che risani gli
infermi! Dicono che ha fatto sgorgare nel deserto una sorgente d’acqua pura,
...pare che annunzi una verità nuova».
7.
«Maestro! ...».
Oramai, …gli esseni parlavano tutti, allorquando un autorevole gesto di
Gamaliel impose il silenzio.
8.
L’attesa per la
sua parola fu vivissima, ma contrariamente a ciò che gli studiosi
s’aspettavano, Gamaliel esordì con una domanda: «E voi che ne pensate di questo
nazareno?».
9.
«Maestro» – rispose
timidamente l’ultimo che aveva parlato, – «noi chiediamo a te cosa dobbiamo
pensarne».
10.
Un risolino
ironico apparve negli occhi del maestro: «Vale a dire che io dovrei essere
tutte le vostre teste! Ma allora, cosa portate sulle spalle, delle zucche?».
11.
Vergognosi, i
discepoli chinarono la testa e tacquero, ma dal silenzio fu ancora Gamaliel che
li trasse.
12.
«Vi ho chiesto» –
egli rispose, – «che cosa ne pensate voi? Voi tutti conoscete Giovanni, sapete il
suo ardore di spirito e la sua rigida disciplina che non perdona né a re né a
sacerdoti. Qual motivo pensate abbia avuto egli per comportarsi verso questo
nazareno, così stranamente come voi dite?».
13.
«Supponiamo» –
risposero i discepoli, – «che Giovanni abbia visto sopra questo nazareno un
segno particolare».
14.
«Qual potrebbe
essere per Giovanni un segno particolare».
15.
«Non sapremmo,
maestro, forse una speciale colorazione dell’aura eterica, forse una musicalità
ineffabile, o un’immagine divina!».
16.
«E voi pensate
che Giovanni avrebbe dovuto sottomettersi a una colorazione, a una nota
musicale, a un’immagine?».
17.
«A meno che...»,
– interloquì un discepolo senza osare di finir la frase.
18.
«A meno che...!»,
– incalzò Gamaliel.
19.
«A meno che,
Giovanni non abbia riconosciuto in quel nazareno il grande inviato che tutti i
popoli attendono. Krestos o Dionisio!» – finì ansante il discepolo.
20.
Nella cerchia
degli esseni vi fu di colpo un silenzio greve.
21.
Un brivido gelido
corse per tutte le schiene, e Gamaliel stesso ne provò la molestia sottile. Le
parole del discepolo avevano evocato millenni di storia e di speranza umana.
22.
L’atteso,
l’invocato, il desiderato era invisibilmente presente.
23.
Fu Gamaliel a
rompere l’incanto sottile.
24.
«E perché mai» –
chiese con ironia, – «proprio un nazareno potrebbe esser l’atteso? Quando mai
qualcosa di buono è uscito da un nazareno».
25.
«Maestro,
spiegaci tu allora! Noi conosciamo Giovanni e abbiamo fede in lui. Perchè egli
avrebbe fatto così, senza una grande ragione?».
26.
«E voi pensate
che questa grande ragione possa essere il riconoscimento del Messia?».
27.
«Noi pensiamo
questo, maestro» – dissero con rispetto i discepoli. – «A meno che, tu ci
dimostri con la tua sapienza che cos’altro avrebbe potuto essere!».
28.
La sommissione
seria e dolce degli allievi intenerì Gamaliel, il quale mutando il tono ironico
in altro più paterno e quasi affettuoso continuò: «Ognuno di voi è dotato di
mente intellettiva, in tal guisa che può ogni singola anima concepire in se
stessa il vero. Vero è che uno come il Sole è uno, ma si moltiplica per i corsi
d’acqua che lo riflettono. Anche questi corsi d’acqua sono (nella loro sostanza
che è l’acqua) una sola cosa, ma si differenziano per il luogo in cui scorrono
e per il fondo del letto che l’acqua stessa contiene. Così vi sono fondi
sabbiosi o rocciosi o altresì fangosi; a seconda del fondo, l’acqua è più o
meno limpida, più o meno atta a rimettere perfettamente in quel luogo ciò che
sovrasta la sua superficie, cioè il cielo, e il Sole, e le stelle che in esso
son contenute.
29.
Inoltre, non
tutti i corsi d’acqua scorrono allo stesso modo, perchè alcuni placidamente si
stendono per pianure ubertose, altri invece, dirompendo a furia giù dai monti,
saltellano e spumeggiano, e in cascate, riversandosi, sembra che vogliano ogni
cosa a rapina condurre; altri ancora, in sereni laghi raccogliendosi, si
purgano d’ogni estranea materia e, in tranquilla pace, …sembrano lembi di cielo
azzurro caduti sopra la Terra. E ancora vi son corsi d’acqua ricchi di vivaci
pesciolini, solcati da cigni, e altri sono asilo di vivide serpi e di noiose
rane, nascondiglio di sanguisughe e di rospi immondi.
30.
Così è la mente
intellettiva dell’uomo: una, nella sua sostanza, ma molteplice nei suoi aspetti
e nei suoi modi di essere. Ecco che, a seconda del suo aspetto, rilette in sè
il sole che ha sopra, ma anche i riflessi dei riflessi.
31.
Solo colui che sa
internamente pacificarsi può realizzare, come il lago alpino, la riflessione
perfetta. Perciò io chiedo a ognuno di voi di identificare in sè che cosa
intende quando pronunzia nomi come: Messia! Dionisio! Krestos! In tal modo voi,
conoscendo Giovanni e avendo fede in lui, riflettete già il riflesso del
riflesso, ma tale riflesso si complica secondo il fondo delle vostre anime. Voi
vi volete render conto che una grande ragione possa aver spinto Giovanni a
gesti e atti inusitati in lui, ma qual può essere questa grande ragione?
32.
Senza di colpo
pensare all’Atteso, non potrebbe Giovanni aver riconosciuto nel pellegrino
nazareno un vero uomo, scevro da debolezze e di colpe, tale da costituire
un’eccezione grandissima in mezzo al gregge che intorno a Giovanni si stringe?
In tutto il mondo è viva l’attesa di un grande rivolgimento; i tempi, infatti,
sono maturi. Ma perchè questo rivolgimento dovrebbe incarnarsi in un uomo?».
33.
«Maestro» –
intervenne un discepolo dall’aspetto più trasandato degli altri, – «le Sacre
Scritture, le promesse che Dio fece ad Abramo, le profezie tutte rivelano che
Dio manderà un Salvatore al suo popolo».
34.
Gamaliel tuonò
ironico: «Ah! E quale sarebbe questo popolo?».
35.
«Il popolo
d’Israele, i discendenti d’Abramo!».
36.
«Ne sei sicuro,
Giuda?».
37.
«Ne son certo!».
38.
«Scusa
l’ignoranza del tuo maestro, …ma cosa dovrebbe fare codesto Messia o
Salvatore?».
39.
«Riscattare il popolo
d’Israele dal giogo che l’opprime; costituirlo sopra tutte le nazioni della
Terra; abbattere tutti i nemici di Dio e proclamar la gloria del nome Suo
santo!».
40.
«Giuda! Codesto
tuo messia somiglia in strana maniera al Cesare romano! Tu stai sognando lo
stesso sogno dei romani, solo invertendone i termini. Essi vogliono le stesse
cose che vuoi tu, solo non si accontentano di volerle, ...le conquistano!».
41.
«Anche il
Salvatore conquisterà. La sua forza sarà terribile ai nemici d’Israele!».
42.
«E quali sarebbero
questi nemici d’Israele?».
43.
«I romani,
gl’idumei, gli assisi, i caldei, i greci e tutti gli incirconcisi».
44.
«Tutto il mondo
abitato da uomini, insomma? Tutti gli uomini non circoncisi sono sotto
quest’aspetto, nemici d’Israele; e il Messia dovrebbe, secondo le tue teorie,
sterminarli tutti? Dio, creatore di tutti i popoli, padre di tutte le nazioni,
susciterebbe un distruttore per salvare e glorificare una nazione che le sue
stesse Sacre Scritture definiscono infedele, instabile, crudele, perversa,
menzognera e traditrice?».
45.
«Maestro!».
46.
«Calmati, Giuda!
Qui ogni zelo patriottico è fuori luogo. Ognuno di noi ebbe una patria,
com’ebbe una casa e una famiglia; ognuno per sè potrebbe voler ugualmente ciò
che vuoi tu, ma oggi ci è patria la dottrina, casa il deserto, famiglia la
confraternita essena. La tua agitata inquietudine, se può esser capita, non può
essere approvata».
47.
«Maestro» –
intervenne un esseno di nazionalità greca, – «non pensi tu che ‘l’atteso’ sia
Dionisio? Colui che libera l’uomo esaltandolo fuori di sè, che placa le belve e
le rende mansuete, che dona agli umani, con il lavoro fecondo, la ricchezza e
il bene, vanamente cercato con lunghe guerre. Dionisio farà fiorire il deserto,
rallegrerà i monti e ricolmerà d’opimi[141]
frutti i colli, unirà a banchetto eucaristico gli opposti avversari,
pacificherà le anime liberando per sempre la Terra dal male».
48.
«Potrebbe essere,
Euristo!» – rispose Gamaliel. – «Ma chi è per te Dionisio?».
49.
«Oh, non certo il
figlio di Semele e di Giove, ma un concetto filosofico che può essere sparso
per tutta la Terra, accettato da tutti gli umani».
50.
«Perché?» –
soggiunse Gamaliel. – «Tu credi tutti gli umani capaci di filosofia?».
51.
«Li credo capaci
di ragionare» – disse pensoso Euristo, – «e perciò ho l’idea che, alla fine, la
ragione, trionfando sugli istinti, libererà l’uomo dal male».
52.
«Tu credi al
male, Euristo?».
53.
«Si, maestro,
credo al male, però non credo alla sua continuità. Il male è oggi uno stato di
transizione, direi di trapasso, dal dominio della materia a quella dello spirito».
54.
«E secondo te,
Euristo, Dionisio potrebbe essere un uomo?».
55.
«Penso di sì,
maestro; niuna rivelazione è mai giunta agli umani fuor che per tramite d’uomo.
Solo un uomo può convincere gli uomini a mutar la loro natura; niun Dio,
eccetto che in forma umana, può parlare con la certezza d’essere inteso».
56.
«E allora, per
te, Euristo, il pellegrino nazareno potrebbe essere Dionisio?».
57.
«Non lo so,
maestro! Penso che Dionisio, …non sceglierebbe la via della penitenza per
trasmettere agli uomini il messaggio della gioia. D’altra parte, se è vero ciò
che di lui si dice, ...e cioè che abbia mutato l’acqua in vino, potrebbe
esserne un segno. La sua partecipazione a nuziali celebrazioni, un altro segno!
Non è comunque un carattere proprio di Dionisio il suo atto verso Giovanni, e
non credo che Giovanni avrebbe accolto Dionisio!».
58.
«Perché non lo
credi?».
59.
«Perché Giovanni
non può capire Dionisio».
60.
«E perché non può
capirlo?».
61.
«Perché in
Giovanni vi è talmente poco di natura umana, che l’umanissimo verbo di Dionisio
non avrebbe potuto che provocarne lo sdegno».
62.
«Secondo te,
Euristo, Dionisio è amico della virtù?»
63.
«Secondo me,
Dionisio è la stessa virtù dell’uomo, quando, libera da ogni contrasto,
rigorosamente domina la vita ed esprime la gioia. Il concetto di Dionisio è
diametralmente opposto a quello di un Dio che, …il peccato irrita e la
penitenza placa. E Giovanni predica la penitenza...».
64.
«Maestro» –
interruppe un esseno sadduceo, – «vorrei dire pure io il mio pensiero».
65.
«Parla,
Zebedeo!».
66.
«In alcune cose io
son d’accordo con il fratello Euristo. Ciò che egli chiama Dionisio può essere
anche ciò che noi chiamiamo Messiade. Noi sadducei non crediamo affatto a un
salvatore individuabile in un uomo, pur ritenendo che alla fine solo l’Uomo
libera gli uomini dal giogo della materia bruta, ma piuttosto riteniamo la
Messiade come un’era di giustizia e di pace sopra tutta la Terra, perciò comune
a tutti gli uomini. In quest’era non si farà differenza tra circonciso e
incirconciso, tra ebreo e gentile!».
67.
«Rinnegato!»,
ruggì Giuda.
68.
«Giuda!» – intimò
il re esseno. – «Se non puoi controllarti, vattene! ... Continua pure,
Zebedeo!».
69.
Zebedeo, senza
raccogliere l’interruzione, continuò: «L’avvento della Messiade sarà però
possibile solo quando tutti gli umani avranno raggiunto un grado relativo di
conoscenza vera, e potranno perciò adire a un concetto di pacifica convivenza.
Prima d’allora sopra la Terra verranno molti inviati da Dio che, d’epoca in
epoca, con la parola e con l’esempio, insegneranno di volta in volta agli uomini
la buona via e tutta la verità che essi potranno eccepire. Sotto questo aspetto
il pellegrino battezzato da Giovanni potrebbe essere un inviato o l’inviato
stesso, sempre che porti agli uomini una parola nuova che tutte le antiche
parole confermino, e ne siano confermate.
70.
Quest’uomo
potrebbe aver colpito Giovanni per una rivelazione dell’anima o per una
cosciente intuizione – Giovanni ha pochissima umanità, d’accordo, – appunto
perciò ogni suo gesto non può essere figlio di un impulso repentino, la sua
condotta verso quel pellegrino mi lascia in effetti pensoso, ma, …tutte le
nostre parole son vento. Tu, maestro, che sai, rendici edotti e conducici per
la buona via!».
71.
Le parole di
Zebedeo rispecchiavano, nella loro umiltà, il desiderio vivissimo di tutti i
discepoli di udir la parola del maestro.
72.
Gamaliel lo capì
e non pensò più a sottrarvisi, ma con la sua consueta autorità iniziò a
parlare: «Noi tutti sappiamo che Iddio, Principio imprincipiato e
indifferenziato d’ogni cosa, si esteriorizza attraverso l’esplicare del suo
volere in due modi: con l’enunciazione e con l’attuazione; mezzo unico di
quest’esplicazione, il Verbo! Il Verbo che è Figlio della sua volontà e della
sua potenza, manifestatore della sua essenza, ordinatore indefettibile d’ogni
sua espressione, comunicatore diretto tra il manifestare e il creare. Il Verbo
è ciò che gli esseni chiamano Krestos, e che Pitagora identificava nell’uomo
alla ventesima potenza.
73.
È fama comune a
tutte le fedi religiose che questo Verbo si faccia carne (in realtà Egli si è
già fatto carne con il primo uomo che ebbe la ragione) e in questa sua presenza
fisica attuerà il ritorno all’unico principio d’ogni cosa creata. Da tempo
immemorabile fu fede comune, nell’umanità, sperare in un redentore, in un
salvatore, in un essere che, per sua virtù, liberasse gli umani dal peccato e
dalla morte che del peccato è conseguenza.
74.
Più gli uomini,
moltiplicandosi, popolavano la Terra, più si diffondeva questa speranza, e più
questa speranza si rivestiva degli aspetti desiderati dagli uni e dagli altri.
Ove un soffio di libertà e di sicurezza tranquillizzava gli animi, ivi il
Promesso assumeva aspetti pacifici: era Orfeo, era Anfione[142], era Dionisio. Ma
là dove la tirannide, imperando, avviliva nella schiavitù della forma le anime degli
uomini, ivi il redentore mutava aspetto. Era Prometeo il grande ribelle, era
Lucifero ed era il Messia, e ancora, secondo le caste sociali e la cultura,
questo Messia era un’idea oppure un uomo, un grande generale, un conquistare,
un eroe, un semidio, un forte! Ognuno diede al salvatore promesso il volto
sognato; ognuno gli attribuì, nel tempo e nello spazio, quelle opere che,
essendo la risultanza di uno sforzo comune, pure apparvero idealizzate in un
unico umano aspetto, e fu Ercole, il mite gigante, amico degli déi e degli
uomini; fu Hermes lo scaltro dio, beffante e aiutante di volta in volta gli déi
contro gli umani e gli umani contro gli déi. Fu Apollo, il genio solare,
l’arcangelo Musagete[143]
che assunse forma e difetti umani e servì in umiltà e pianse e riascese al
cielo. Ogni ciclo umano vide una parte del vero. Agli uomini mancò l’intuito di
unire tutte queste parti per ottenere un’unica Verità, per averne una sintesi
d’analisi.
75.
76.
Gli ebrei
attendono un Messia, ma tutto il mondo l’attende da secoli. Tuttavia ognuno
attende il suo Messia; perciò quando egli verrà, nessuno lo conoscerà. Egli verrà nella sua casa, ma i suoi lo
respingeranno. Egli è luce, e la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non
vorranno riceverla.
77.
Per un uomo noi
abbiamo la testimonianza di Giovanni, e ciò deve farci pensare. Ma chi ci
accerta che Giovanni stesso non abbia in tal modo posto volutamente
nell’imbarazzo la nostra scelta? Noi che conosciamo Giovanni e che abbiamo in
lui obbedito allo spirito che lo conduceva, sappiamo che “…lo spirito è come il vento, donde venga e dove vada niun lo sa, ma
tutti lo sentono soffiare. Tuttavia, chi può dire al vento soffia qui e non
là?”. Ecco che noi tutti abbiamo creduto in Giovanni, né egli ci ha punto
ingannati. Ma ora, osservando il suo contegno con questo pellegrino nazareno,
noi tutti possiamo e dobbiamo seriamente chiedere che cosa Giovanni abbia
inteso di fare e cosa egli intenda.
78.
La nostra
conoscenza ci fa consapevoli che grandi cose stanno per avvenire; sappiamo che
è incarnato sopra la Terra Colui che potrà dire agli uomini una parola nuova. È
costui, …l’indicato da Giovanni? Nondimeno, …niuna Scrittura parla di un
profeta nazareno. Noi, che intatta conserviamo la dottrina dell’Uomo, abbiamo
il dovere di mantenerla indenne da ogni contaminazione di fanatismo e di
superstizione. Come possiamo quindi noi, sopra scorta di sì labili
acquisizioni, decidere se il nazareno è oppure no l’invocato? Piuttosto, si
vada da Giovanni, e a lui si chieda qual pensiero l’ha guidato, e qual pensiero
lo guida tuttora verso codesto nuovo battezzato».
79.
«Maestro,» –
Zebedeo ruppe il raccolto silenzio, – «ho sentito, nel tempio di Gerusalemme,
che i sacerdoti pensano di mandare a Giovanni una delegazione di farisei e di
leviti per interrogarlo su se stesso, ma soprattutto sull’autorità mercé la
quale battezza».
80.
«Questo lo farà
il tempio di Gerusalemme?».
81.
«Sì, maestro!».
82.
«Ebbene, di
questa delegazione, anche gli esseni faranno parte, e tu sarai uno di quelli».
83.
«Io son sadduceo,
maestro!».
84.
«E che vuol dire?
Tu per me sei un allievo esseno, e come tale devi obbedirmi».
85.
«Obbedirò,
maestro!».
[indice]
۞
«Nessuno
ha mai veduto Iddio
Il Figlio unigenito
che sta nel seno del Padre
è stato Lui a rivelarcelo»
1.
In
Betania, al di là del Giordano, sostava Giovanni. La moltitudine lo premeva
d’ogni lato come sempre, e molti che si erano proclamati suoi discepoli e
seguaci, lo serravano da presso, un po’ per difenderlo dalla folla, ma più per
separarlo.
2.
Essi portavano a
lui continue questioni, questioni che Giovanni risolveva con poche incisive
parole, ma quando l’orgasmo profetico l’invadeva, la sua voce s’alzava talmente
che tutta la folla poteva udir la sua parola.
3.
Quel giorno
ferveva una grande discussione su una parabola che era riferita in merito a un
nuovo profeta sorto in mezzo al popolo. Uno strano profeta, diverso da
Giovanni: un profeta che annunziava il regno di Dio, ove ognuno aveva un ugual
premio qualunque fosse stata l’ora in cui si fosse convertito e il modo in cui
avesse servito. Questa disinvolta affermazione aveva scandalizzato molti tra i
discepoli i quali volevano da Giovanni o una spiegazione o una riprovazione.
4.
«Come può essere,
o maestro» – diceva uno, – «che Dio conceda a ciascuno la stessa mercede e, per
merito, non distingua i giusti di tutta una vita, da coloro che si
giustificarono alla fine?».
5.
Giovanni rispose:
«Il dare a ciascuno la stessa mercede non vuol dire che nel premio non vi siano
gradazioni, bensì l’oggetto del premio sarà lo stesso per tutti. Quest’oggetto
è la visione di Dio; ora, non vi sono molti déi, vi è un solo Dio, quindi un
solo premio. Il modo poi che ognuno avrà di godere di questa visione, starà a
distinguere i singoli meriti, o meglio ancora le singole capacità di
acquisizione.
6.
Come tutti i
continenti godono della luce e del calore dell’unico Sole, (ognuno però nella
sua diversa proporzione) così Iddio rinnova, mediante la grazia, le menti alla
capacità di comprenderLo e le anime di amarLo. La grazia santificante che opera
mercé lo Spirito, è la moneta con la quale viene pagato lo sforzo di ogni
singolo senza che importi il quando ha incominciato a sforzarsi; di questa
grazia Egli dà a ognuno quanto basta a ciascuno per giungere alla Sua visione,
e così rivela la Sua giustizia. Un regno di Dio ove fossero molti premi...».
7.
A questo punto,
però, Giovanni fu interrotto da un movimento ondulatorio della folla, folla che
veniva traversata da uno strano corteo avviato chiaramente verso di lui.
Sacerdoti della fazione dei farisei e leviti, riconoscibili dalle vesti
raccolte intorno al corpo, avanzavano in ordinata processione verso Giovanni,
non senza una certa solennità. Tra loro si distingueva anche qualche sadduceo e
qualche dottore della legge.
8.
A questa vista,
pur mormorando, la moltitudine arretrava lasciando un largo corridoio. Una
certa preoccupazione si diffuse tra gli ascoltatori, come in tutte le accolte
clandestine o semiclandestine dello spirito; l’intervento della religione
ufficiale non poteva non destare preoccupazioni, risvegliare timori, agitare
sopite speranze. Nel mormorio generale della folla si udì levarsi scandita la
voce del fariseo che sembrava il capo di quella delegazione.
9.
«Dicci dunque
sinceramente, o Giovanni, figlio di Zaccaria: sei tu il Cristo? Sei tu Colui di
cui parlano le Scritture, Colui che noi attendiamo?».
10.
Giovanni ebbe
nell’occhio un minaccioso bagliore: «Come osate? Voi tutti ben lo sapete: io
non sono il Cristo, né mai sostenni ciò!».
11.
Nella folla il
mormorio divenne più profondo e …più minaccioso. Non tutti avevano udito la
domanda del sacerdote fariseo, ma tutti avevano udito la risposta collerica di
Giovanni, e ognuno l’aveva interpretata a modo suo. Il popolo non amava i
farisei, né era molto devoto ai sacerdoti, ma la delegazione incalzò Giovanni
eroicamente, incurante del mormorio popolare.
12.
«E dunque, chi
sei tu? Sei forse Elia?».
13.
«E che intendete
voi per Elia? Se voi intendeste Elia sapreste i tempi in cui vivete, ma non
perciò io sono Elia», replicò Giovanni.
14.
Questa risposta
aumentò il bisbiglio e irritò la delegazione.
15.
Autorevole, un
fariseo richiese: «Allora dicci, in nome di Dio, te ne scongiuro: sei tu il
Profeta?».
16.
«Di qual profeta
parlate voi, che né a Mosè, né ai profeti credete? Io non sono profeta, perchè
i profeti annunciavano ciò che era per avvenire, mentre io vi dichiaro ciò che
è già avvenuto».
17.
«E allora, chi
sei tu? Diccelo, così che noi possiamo riferire a coloro che ci hanno mandati.
Che dici dunque tu di te stesso?!».
18.
«Di me medesimo io
dico che son la voce di colui che grida nel deserto: “Raddrizzate le vie del Signore”, e queste son le parole del profeta
Isaia».
19.
Nella folla
crebbe minaccioso il mormorio; vagamente s’intuiva che nella domanda della
classe eletta si celava un’insidia sottile per colui che il popolo amava.
L’anonimato dava audacia al sacerdozio, ma irritava le masse, non fosse che per
un supposto abuso di autorità e di potenza che si esprimeva con quella specie
di processo pubblico. L’unico ad essere indifferente era Giovanni; le sue
ammissioni avevano incoraggiato i suoi avversari. Egli non era il Cristo, non
era Elia, non indicava sè come il profeta per antonomasia...
20.
«Come mai» –
incalzò subdola la farisaica domanda, – «osi dunque tu battezzare, non essendo
il Cristo, non essendo Elia, né il profeta?».
21.
Giovanni li
guardò uno a uno e, dinanzi alla nera, magnetica pupilla, tutti si smarrirono.
Fu nel silenzio generale che suonò, acerba come buccina[145] guerresca, la sua
risposta: «Io battezzo in acqua, né mai ho preteso di rimettere i peccati, ma
bensì annunzio Uno che ha questa
potestà! Occorre che Egli cresca e che io diminuisca, ma io vi annunzio l’ora
della gloria Sua in mezzo al Suo
popolo».
22.
«Dicci dunque chi
è costui! Indicaci i segni dai quali
possiamo riconoscerlo!» – Appassionata la domanda era partita da un sadduceo
mescolato alla delegazione. – «Noi abbiamo bisogno di riconoscere Colui che tu
annunzi. Diccene dunque i segni, …acciocché noi non erriamo!».
23.
«I segni? Questa
generazione perversa chiede un segno! E qual segno avrà essa fuor di quello di
Giona? In verità io vi dico che in mezzo a voi c’è Uno che non conoscete e
innanzi al quale io non son che polvere e fango trito e disseccato. Egli verrà
dopo di me, ma nondimeno fu prima di me! Egli è l’agnello di Dio, è Colui del
quale sempre ho detto: “Io vi battezzo in acqua, …ma Egli vi battezzerà in
fuoco e Spirito Santo”. Io sono appunto venuto a battezzare in acqua perchè
Egli fosse manifesto in Israele.
24.
Io non Lo
conoscevo, ma chi mi mandò disse: “Colui
sopra il quale vedrai fermarsi lo spirito, quegli è che battezzerà in Spirito
Santo!”. Ora io ho veduto lo spirito in forma di colomba scendere dal cielo
e fermarsi sopra di lui...».
25.
«Lui, chi?», –
incalzò il sadduceo.
26.
«Colui che io ho
riconosciuto!».
27.
«Ma chi hai riconosciuto?
Chi è? Qual è il suo nome, il nome del padre suo?».
28.
«Io non so di suo
padre, se non che Egli è figlio di Dio! Poiché ho veduto lo spirito posarsi
sopra di Lui!».
29.
«Sì» – replicò il
sadduceo, – «ma noi ti preghiamo di indicarci Colui che tu hai riconosciuto, ti
preghiamo di dircene il nome!».
30.
«Egli non ha
nome, Egli è tutti i nomi!».
31.
«Quest’uomo è
pazzo» – asserì il fariseo che era a capo della delegazione templare, –
«comunque resta stabilito che egli non indica sè come il Cristo».
32.
«Quest’uomo non è
pazzo» – replicò il sadduceo, – «lui sa bene ciò che ci dice, e non indica sè
come Cristo, appunto perchè conosce il Cristo».
33.
«Se quest’uomo
conoscesse il Cristo, sarebbe sua premura indicarcelo», – insistette il
fariseo.
34.
«Sì» – replicò il
sadduceo, – «se lui non conoscesse i farisei, se non sapesse la falsità che si
annida nei vostri cuori...».
35.
«Viva il
sadduceo!», – gridò uno nella folla.
36.
Quel grido
scatenò l’uragano! Dalla folla partirono immediatamente sibili, fischi, grida
di riprovazione: «Viva il sadduceo», – gridò qualcuno.
37.
«Viva Giovanni!»,
–ripigliò la folla a gran voce. «Viva Giovanni e abbasso i farisei! Viva
Cristo! Abbasso il tempio di Gerusalemme! A morte i farisei, ipocriti
falsificatori della parola di Dio! Vipere velenose! Abbasso i traditori del
popolo! Abbasso Roma! A morte i romani!».
38.
La voce di
Giovanni si levò più alta del mugghio della folla.
39.
«Basta!» –urlò; –
«volete che Pilato vi faccia ciò che fece ai diecimila, il cui sangue mescolò a
quello dei loro sacrifici?! Io non sollevo sedizioni contro il legittimo
potere, io esorto voi tutti, razza di vipere, a pentirvi dagli errori dei
vostri cuori, a offrire al Signore un sacrifizio accettato di pentimento e di
penitenza. Voi cercate i segni di Colui che è, …per venire a giudicarvi? Guardate
ai vostri stessi segni, e badate che l’agnello di Dio non abbia a riprovarvi!».
40.
Le durissime
parole del profeta zittirono la folla e aumentarono l’indignazione dei farisei,
i quali tornarono alla carica insistendo nelle domande prefissate.
41.
«Dicci dunque
finalmente il carattere del Messia, acciocché possiamo riconoscerlo!».
42.
Giovanni non
rispose. Da tempo il suo occhio veggente era fisso in un punto oltre la folla,
sopra le rive del Giordano, dove, solo, raccolto nei suoi pensieri, un Nazareno
passeggiava.
43.
Di colpo con
sacro entusiasmo proruppe: «Voi cercate il Messia? Eccovelo dunque l’agnello di
Dio!», e con un ampio gesto additò l’orizzonte, il fiume, le rive, alla folla
che d’ogni parte premeva. Due soli videro bene dove il gesto si fermava: un sadduceo
che faceva parte della delegazione d’inchiesta, e un pescatore di nome Andrea
(che vuol dire uomo coraggioso). I due, in un moto simultaneo, si slanciarono
verso il punto indicato; il sadduceo, nelle bianche vesti dell’esseno, e il
pescatore, nei suoi cenci pittoreschi, si arrestarono dinanzi al biondo
Nazareno che passeggiava solo.
44.
Uscendo dai suoi
pensieri, Gesù chiese: «Chi cercate?».
45.
Simultaneamente
risposero i due privilegiati: «Rabbi, dove abiti?».
46.
La brusca e strana
domanda non turbò per nulla il Nazareno, che rispose loro: «Seguitemi, dunque,
e vedrete».
47.
I due eletti Lo
seguirono con nel cuore una commozione profonda, e il Nazareno camminò verso il
deserto che si stendeva vicino a Betania, al contempo minaccioso e accogliente.
48.
«Ecco» – disse
loro il Nazareno, – «gli uccelli dell’aria hanno un nido e le volpi della terra
una tana, ma il Figlio dell’uomo non ha un sasso, fuorché questi del deserto,
sopra cui posare!».
49.
«Rabbi» – rispose
fervido il sadduceo, – «pur io ho detto al deserto: tu sei la mia casa!».
50.
«Ed io» –
continuò il pescatore, – «…sul fiume ho ogni mia possessione. Se Tu non ci
mandi via, Maestro, noi possiamo rimanere con Te!».
51.
«E rimanete
dunque, perchè chiunque lascia ogni cosa per seguirMi, avrà il centuplo in
questo mondo e la vita eterna nell’altro!».
52.
La pace solenne
del vespero fu sopra il deserto. Alto il silenzio si posò sopra i tre uomini,
ma niuno lo avvertì, ognuno ascoltava dentro di sé la musica di tutte le
musiche, l’armonia che solo con se stessa si esprime.
* * *
53.
Giovanni era
rimasto solo, ma, assorto nelle sue visioni interiori, egli ben poco s’accorse
di ciò che gli accadeva intorno. Occorse quindi una certa pertinacia a un nano
deforme, rannicchiatosi ai suoi piedi, …per attrarne l’attenzione. Alla fine, i
neri occhi fissarono il misero essere insistente...
54.
«Che vuoi tu?», –
chiese Giovanni poco gentilmente al nano.
55.
«Maestro» –
rispose quest’ultimo, – «Maestro! Voglio solo ricordarti che stasera è la notte
del novilunio in cui mi hai promesso d’onorar la mia piccola vigna nel
giardino...».
56.
«Ah! Sei ancora
tu? ... verrò!».
57.
«Posso esser
certo, Maestro?».
58.
I terribili occhi
di Giovanni trafissero il nano.
59.
«…ti ho detto che
verrò!», – ruggì.
60.
Paride pensò bene
di non irritare oltre lo strano profeta, e sgattaiolò via.
61.
Giovanni, rimasto
solo, fissò gli occhi nel cielo terso, nelle prime stelle che già palpitavano
negli ultimi raggi del Sole. Stranamente rossi erano quei raggi! Rossi come
sangue appena sparso, sangue di vene aperte, di vene generose.
62.
Era rosso quel
tramonto come un supplizio. Il Sole in quel rosso era pallido, era come la
testa di un decapitato, immersa nel suo sangue, nel sangue che era sgorgato
dalle arterie aperte del collo, sangue caldo che già s’illividiva, s’involava
di ametista[146] ai margini, nella
notte e nella morte!
63.
Dalle labbra
semiaperte di Giovanni uscì un sospiro. Di pena? Di speranza? Di amore? Un
sospiro breve, tragicamente breve. Egli ignorava ogni debolezza, …ogni
indulgenza massima verso se stesso, ma in quell’ora Giovanni ebbe un
presentimento di paura! ... Ebbe paura
per la prima volta, una paura strana, irragionevole, …un istinto primordiale
destatasi in lui, era angoscia, la prima vera angoscia dell’essere che così poca
umanità aveva in se stesso, fuor dalla sua forma.
64.
Giovanni, come
tutti gli esseni sani e primitivi, aveva orrore di ogni deformità. La vista del
nano l’aveva irritato e sgomentato, come lo irritava e sgomentava ogni aspetto
disarmonico della Creazione. Paride aveva dovuto fare prodigi di pazienza e di
astuzia per farsi ascoltare da Giovanni, …per strappargli la dura promessa:
«Verrò!». Ora tornava a ricordarglielo, e volentieri il profeta vi avrebbe
rinunciato.
65.
La misteriosa
nobile fanciulla che doveva parlargli in segreto, lo inquietava; entro di lui
qualcosa insorgeva, come un istinto primordiale egli si accorse di aver paura
e, …non sapeva di che. Giovanni era casto di natura, a trentadue anni era
vergine. Il problema del sesso mai l’aveva turbato. Egli ignorava le tentazioni
torbide e subdole, come ignorava l’aperto richiamo della carne precoce; per lui
il corpo era un mero strumento con molteplici doveri e pochissimi diritti.
Abituato a non sentir mai stimolo alcuno, Giovanni era cresciuto nel suo corpo
come una fiamma nella lampada. Di qui la sua durezza verso qualunque deviazione
o morbosità; la sua reale incapacità di porsi all’unisono con il peccato. Egli
imponeva la penitenza come un medico avrebbe, in un lazzaretto, imposto
un’energica disinfezione. Il peccato era una peste, una lebbra, un’infezione!
Per Giovanni l’infetto era pericoloso alla salute pubblica, doveva essere posto
in quarantena, allontanato dalla società, almeno fino a tanto che non fosse
risanato, e il risanamento era il pentimento, la penitenza.
66.
Uno strano istinto
lo turbò al pensiero del misterioso appuntamento! Paride non piaceva a
Giovanni, oltre che per la deformità fisica, per qualcosa di sfuggente, di
subdolo che era in ogni gesto, quasi nel respiro stesso del nano. Chi poteva
essere la padrona di un simile mostro? ... «Vedi l’ambasciatore, …vedi il re!»
era proverbio popolare, e questo proverbio insisteva nella mente (fino allora
tranquilla) del battezzatore. Quell’ambasciatore deforme non deponeva in favore
della misteriosa mandante!
67.
La notte era scesa
sulla Terra come un nero manto di tenebre, e in mezzo a quelle tenebre,
qualcuno scivolava con tutta la sveltezza consentita appunto dall’oscurità,
...qualcuno avvolto in un nero mantello che era uscito da un’occulta porticina
della cinta della reggia di Erode, questo qualcuno era Salomè!
68.
La principessina,
nella notte, ripeteva la folle avventura che tanti anni prima aveva conosciuto
sua madre. Essa correva verso il Giordano con ansiosa premura, ma i suoi
piedini, poco usi a camminare, male la servivano, …e la facevano dolorare. Ogni
poco inciampava, e il rombo del sangue degli orecchi, il battito disordinato
del cuore la stordivano e la spaventavano, le sembrava impossibile che quel
rombo di cascata non fosse percepito da tutta la città, non risvegliasse tutti
i dormienti. Un attimo s’arrestò senza fiato e portò alla tempia le mani
gelate, cercando di frenare quel rombo. Per un attimo pensò di tornare
indietro, ma si riprese; il breve istante di riposo l’aveva quietata e le aveva
reso la padronanza di sè. Riprese la penosa marcia e non si accorse che, nella
notte, ombre nere la seguivano, caute ma ostinate, ombre d’uomini avvolti in
neri mantelli
[indice]
۞
«Perché
questa è l’ora delle tenebre
l’ora in cui il male è il nostro padrone»
1.
Quando
nella notte buia il Giordano fece sentir la sua voce, a Salomè sembrò aver
percorso le regioni degli inferi, e in quell’orrore, il nano che d’improvviso
le si accostò scoprendo un’ampolla piena di lucciole vive, le apparve come un
abitante misterioso delle nere spelonche.
2.
Centinaia di re e
di capi tumultuavano nel sangue di Salomè e la rendevano più regale tra le
principesse orientali. Fu quel sangue che la resse all’urto e le impedì di
gridare come qualunque altra fanciulla avrebbe fatto! Fu quel sangue orgoglioso
che riconobbe il nano, prima ancora della mente turbata e sconvolta, e fu
quindi con accento indifferente che essa disse: «Paride, sono qui!».
3.
«Vieni, divina» –
rispose il nano, – «il profeta ti attende già!».
4.
«Dov’è?».
5.
«Di qua,
principessa», – e il nano si avviò facendo luce con la sua lampada vivente.
6.
Rapida, Salomè,
seguì la deforme guida. Questa volta la via non fu lunga, nella notte la nera
sagoma di una capanna sorse di colpo innanzi all’ansia di Salomè. Paride bussò
in modo convenzionale, e dall’interno si udì la voce robusta, se pur contenuta
di Giovanni, dire impazientemente: «Entrate!».
7.
Paride entrò per
primo, la principessa s’arrestò un attimo sulla soglia per dare agio al cuore
di calmarsi. Nella capanna oscura la lampada di lucciole non gettava che una
luce fioca. A quella luce Salomè non vide che un’ombra più scura, nelle già
scure ombre, ma quell’ombra parlava con un tono d’abituale comando e di decisa
irritazione.
8.
«Insomma, malefico
nano, vuoi deciderti ad accendere qualche altra cosa che non le lucciole? Sono
stanco di tutto questo mistero, di tutta quest’oscurità!».
9.
«Profeta del
Giordano» – armoniosa la voce di Salomè risuonò dalla soglia, – «perdona al
povero Paride e degnati di accoglier benevolmente questa tua fedele».
10.
«Chi sei tu che
parli nella notte? La tua voce sussulta nel mio cuore; è come se ti avessi
sempre udita, è come se avessi paura di te!».
11.
«Come puoi tu,
profeta, aver paura di una povera fanciulla perseguitata e infelice che deve
ricorrere a questo mezzo per poterti parlare?», rispose la principessa.
12.
«Ebbene, io sono
qui, parla dunque, ma prima fa’ che questo tuo schiavo accenda qualcosa, una
torcia, una lampada; io odio l’oscurità al chiuso».
13.
«Non puoi accendere
qualcosa, Paride?», – chiese la principessa.
14.
«No, divina!» –
sussurrò il nano, – «non ho pensato a questo».
15.
«Bestia!», –
sibilò Salomè, …le tenebre davano noia anche a lei. Nella chiusa ampolla le
lucciole morenti non mandavano più che qualche raro sprazzo, al lampo del quale
le tenebre s’infittivano ancora d’orrore.
16.
«Perdona,
profeta» – riprese dolcemente la principessa, – «non è possibile accontentarti
ed accontentarmi. Grandi sono i pericoli che io corro, perciò il mio fedele,
temendo che la luce denunzi la mia presenza, non ha voluto munirsi né di torce,
né d’altro. Ma, se tu vuoi, lascia che io mi accosti; dammi la tua mano; a me
allora sembrerà di vedere!».
17.
Nella capanna si
udì un risoluto calpestio. Guidato dalla voce della donna e dall’inquadratura
del cielo, meno oscuro contro la porta aperta, Giovanni si era risolutamente
accostato, la sua mano callosa passò rapida sopra la personcina serpigna di
Salomè, e ad essa sembrò che quella mano fosse un occhio che tutta la
conoscesse e la scrutasse.
18.
La voce di
Giovanni risuonò impaziente nella notte: «Sei scattante come una gazzella e
tenera come il fiore del pruno; stilli d’olî preziosi, anche se la stoffa del
tuo abito è ruvida. Chi sei tu dunque? Qual è la persecuzione di cui dici
d’essere oggetto? Perchè mi hai chiamato qui? Qual nuovo tranello è questo?».
19.
«Giovanni» – la
voce musicale di Salomè si levò come una melodia di dolore, – «io non simulerò
con te, né d’altra parte ne sarei capace. Ai tuoi piedi», – e cosî dicendo essa
s’inginocchio, – «è l’infelice figliola di Filippo: la principessa Salomè!».
20.
«Salomè?!» –
Giovanni arretrò con un grido, – «Oh, mio presago[147] spirito!».
21.
«Giovanni, perché
quest’orrore? L’odio che tu hai per Erodiade non deve travolgermi, io sono
innocente d’ogni sua infamia».
22.
Giovanni s’era
ripreso, era passato in lui l’attimo d’umanità che l’aveva reso come un
fanciullo pauroso del buio.
23.
Ora, nel buio si
era fatta luce. Giovanni tornava il battezzatore, il predicatore durissimo.
Così rimbeccò: «Fanciulla, qualunque sia lo spirito che ti ha suggerito di
pensare che quest’ora accadesse, non dimenticare che Erodiade è tua madre, e
non a te spetta il giudizio!».
24.
«Giovanni» –
replicò la fanciulla, – «perché mi tratti così? Per venire da te non ho
guardato a rischi, né a fatiche. Se il tuo Dio è giusto, Egli non deve mettermi
contro il tuo cuore!».
25.
In così dire la
sottile manina di Salomè, tentando nelle tenebre, aveva trovato il petto di
Giovanni, e le sue dita nervose ora s’intrigavano nel vello[148] ricciuto che
copriva quasi intieramente il petto del profeta. Quel contatto caldo,
animalesco, rianimò in lei il desiderio; dalle dita sentiva come un fluido
elettrico risalire lungo il braccio a ricercar la spina dorsale; più dolce, più
suasiva, più umile divenne la sua voce.
26.
«Se il tuo Dio è
giusto, tu pure lo devi essere, Giovanni! Io sono molto infelice, io odio mio
zio Erode e disprezzo mia madre. La mia vita a corte è una turpitudine; io mi
sento ogni dì bramata e guardata, mille insidie mi circondano, mille obbrobri
mi sono minacciati. Orfana di un padre vivente, strappata al rango che, per
nascita, è mio, vedo ogni giorno mia madre rendersi esperta in lascive, la
sento palesemente invocar la morte del padre mio e, forse meno palesemente, la
mia! Ogni dì, maghi dall’occhio perfido offrono vittime ad altari abominevoli,
invocano divinità nefande perchè mio zio divenga marito di mia madre, perchè
mio padre, il mio povero padre, esiliato e defraudato d’ogni cosa, lo sia anche
della vita. Di me, …dispongono come di una cosa; né il menomo[149] riguardo essi
hanno per ciò che potrebbe essere la mia volontà. Qual sarà il mio avvenire in
simili mani, che ne sarà di me?
27.
O Giovanni,
annunziatore di Dio. Tu puoi dirmi una parola, tu puoi darmi un po’ di pace, un
po’ di forza, un po’ di fede, di cui son priva, poiché io non posso credere in
un Dio che sulla Terra tolleri Erode!».
28.
In così dire,
Salomè, con la carezzosità di una gatta, si strinse contro Giovanni; ormai,
approfittando dell’oscurità, aveva fatto delle sue braccia una collana al collo
dell’annunziatore, e parlava con la bocca contro il petto dello stesso. Sotto
le sue labbra sentiva battere il cuore tranquillo che non aumentava i suoi
palpiti sotto l’eccitante pressione.
29.
Salomè piangeva
vere lacrime, in preda ad una strana commozione, violenta e dolcissima.
30.
Giovanni, con
tutta l’innocenza della sua vergine natura, cinse anche lui con le sue braccia
poderose il corpicino fremente. Così, sola e povera nella notte, Salomè smosse
in lui un’ignota tenerezza. Per la prima volta il profeta sentiva in sè
qualcosa di dolce, di molle; lieve carezzò la testina che gli sfiorava il
petto, ma non era imbarazzato. Per lui Salomè era una piccola bestiola del
deserto, senza difesa, senza protezione. Giovanni pensava a una cerbiatta cui i
cacciatori avevano ucciso la madre e che egli, bambino, aveva visto morir di
fame, una cerbiattina dai grandi occhi dolenti. Come se fosse la cerbiatta, il
battezzatore strinse a sè la principessa.
31.
La sua voce fu
dolce mentre diceva: «Calmati, bambina, …calmati. Hai fatto certo una grave
imprudenza a vo1er quest’incontro, ma se vuoi la verità, la troverai».
32.
«Io voglio
l’amore!», – singhiozzò Salomè.
33.
«La verità è
amore, bambina!», – il profeta rispose.
34.
«La verità è
amore, dici?».
35.
«Sì, creatura, la
verità è tutto l’amore, poiché la verità è Dio!».
36.
«Giovanni!» – la
voce di Salomè divenne rauca. Premuta con tutto il viso contro il petto
dell’asceta, essa mormorò: – «Io amo te!».
37.
«Io non sono che
una voce del deserto, creatura! Tu puoi amare, tu devi amare quell’Amore che è
Verità!».
38.
I dentini di
Salomè s’infissero nel petto bronzeo, mentre s’irrigidiva come per uno spasimo
titanico. Le innocentissime carezze di Giovanni la sconvolgevano; era ormai
tutta vampa e desiderio, come un piccolo vampiro succhiò golosa il sangue della
lieve ferita che aveva prodotto e andava ripetendo: «Ti amo, Giovanni, ti
amo!».
39.
«Principessa!». –
La voce di Giovanni tornò dura, qualcosa nel suo intimo lo metteva di nuovo in
guardia. Temendo di capire e non volendo capire, Giovanni cercò di sciogliere
l’insidiosa catena delle nude braccia di Salomè, ma essa gli si avvinghiò
selvaggiamente.
40.
Indifferente alla presenza del nano, al suo decoro, paurosa solo di non
riuscire nel suo intento, ubriaca della maschia personalità di Giovanni, essa
disse con stridula voce: «Ma prendimi, prendimi finalmente; non capisci che io
son pazza di te, di te, Giovanni, di te che sei l’amor mio, il mio sogno, …di
te che io voglio come mio sposo? Son venuta nella notte a portarti intatta la
mia verginità e la mia corona. Son venuta a dirti che in Galilea, …c’è un trono
per te. Un bacio, ed io t’immolerò Erode e ti farò re! Io sono l’unica erede
del regno. Mio padre Filippo ha ancora partigiani. Mettiti alla loro testa
e...».
41.
«Principessa!!».
– Giovanni, con la sua forza erculea, si liberò dal vivente vilucchio[150]. Salomè tentò
ancora di cingerlo. Giovanni riuscì ad afferrarla ai polsi e la contenne, tutta
fremiti e scatti.
42.
Finalmente
Giovanni aveva capito, e un profondo disgusto lo serrava alla bocca dello stomaco.
Salomè ora gli faceva schifo come un serpe viscido, ma Salomè non aveva alcuna
idea della sensazione che poteva suscitare nello spirito di Giovanni. Conscia
di se stessa e del suo valore, essa ebbe l’impressione di aver offerto a
Giovanni una somma di tesori tali, da sbalordirlo. Essa quindi poteva
attribuire la reazione del profeta a molte cose, non ultima all’incredulità di
fronte a una simile offerta. Perciò, non sentendo nella stretta di Giovanni
nulla di troppo tenero, insistette.
43.
«Giovanni, mio
Giovanni, credimi, vengo a te senza frode. Il tuo Dio me ne faccia
testimonianza. Ti amo, amo tutto di te, il corpo e l’anima: amo la tua fede e
la tua forza, alla fine amo per la prima volta! Perchè non pensi che sia il tuo
Dio a ispirarmi, a guidarmi? Perchè rifiuti il dono di tutta me stessa?».
44.
Queste ultime
parole di Salomè frenarono sulle labbra di Giovanni il torrente d’ingiurie che
stava per prorompere. Nella sua mano di ferro serrava i fragili polsi di
Salomè; la sentiva in quei polsi passare con tutta l’anima, con tutto il
fremito, con tutta la sincerità e, suo malgrado, non poteva impedire a se
stesso di sentirsi pervaso da un’onda di commozione.
45.
Quella fanciulla,
fuggita da casa, pronunziante parole di cui evidentemente ignorava il valore,
intenerì Giovanni, e la sua voce che si era indurita, divenne di nuovo dolce
dicendo: «Principessa! Tu in questo momento sei posseduta, tu non sai cosa
dici, e domani daresti la vita perchè queste tue parole niuno le avesse
ascoltate! Torna in te, ti prego, e non essere da meno del tuo rango; io
pregherò per te, per la tua anima e per il tuo conforto, e sarai consolata, te
ne accerto!».
46.
«Sarò consolata?
E da chi se non da te? Oh, lo so, ti faccio orrore, vero? Sono la figlia di
Erodiade, eppure ti giuro: non conosco uomo! Tu sei il primo e, …sarai
l’ultimo. Oh, Giovanni, come devo pregarlo il tuo Dio?».
47.
Le dita di
Giovanni rallentarono un attimo la stretta, Salomè ne approfittò per
svincolarsi e gettar di nuovo le braccia al collo dell’asceta.
48.
«Oh!» – proruppe.
– «Sii tu mio padre e mia madre. Sii tu la mia casa! Io ti ho scelto per sposo,
come puoi tu respingermi?».
49.
«Dio mio» – pregò
l’asceta, – «illuminami tu! …che debbo fare?».
50.
Ma poi
riprendendosi staccò di nuovo da sè la disperata amante, ma questa volta le sue
mani furono quasi carezzevoli.
51.
«Povera piccina»
– disse, – «ti prego, calmati, rientra in te, ciò che tu sogni è assurdo, è
impossibile! Pensa a chi son io, a chi sei tu. Tu, …principessa reale, io,
...un figlio del deserto».
52.
«Ma tu puoi
diventare un re, solo che tu lo voglia, Giovanni!».
53.
«A quale prezzo,
bambina? Erode è (perdonami lo strazio che porto al tuo cuore di figlia) re,
legittimo re della Galilea per diritto di primogenitura; l’usurpatore è tuo
padre Filippo, non lui. Il peccato, il mortale peccato di tuo zio non è il
trono, è l’infelice Erodiade! Come potrei io sostenere un diritto inesistente?
Posso comprenderti, compiangerti. Compiacerti no! Mai! Povero agnellino
sperduto!».
54.
In così dire con
paterna tenerezza Giovanni strinse al cuore la disperata, carezzandone i
morbidi capelli: «Povero agnello», – ripeté.
55.
«…Giovanni mio!».
56.
In quella, una
luce violenta e improvvisa di torce a vento illuminò di colpo i due esseri
abbracciati. Un folto gruppo di guardie di Erode, guidato da Simon mago, circondò
la capanna e illuminò la scena con le fiaccole tenute alte nel pugno.
57.
«Ah, cagna!» –
urlò Giovanni svincolandosi. – «A questo mi hai voluto condurre?».
58.
Nel cerchio di
luce, sanguigna, Salomè era rimasta esterrefatta e vide avanzare Simon mago con
un sogghigno perfido che le si inchinò davanti con ostentata riverenza.
59.
«Principessa» –
disse, – «la tua lettiga è fuori che aspetta; seguimi, …di buon grado! E quanto
a voi, guardie, per ordine del re, impadronitevi di quest’uomo e gettatelo in
un carcere!».
60.
Nella gola
contratta di Salomè uscì finalmente un urlo: «Miserabile, miserabile infame!
Nano maledetto!».
61.
Ma Simon mago non
volle por tempo in mezzo e, afferrata Salomè, la portò fuori, dove una lettiga
interamente chiusa attendeva. Salomè non vide in un canto[151], presso un
cespuglio, un mucchietto informe. Era il corpo del povero Paride, al quale il
pugnale di Simon mago aveva spaccato il cuore fedele.
62.
Nella capanna le
guardie non ebbero da lottare per impadronirsi di Giovanni. Egli non aveva fatto
un gesto in sua difesa: un’immensa tristezza era caduta sopra di Lui, la sua
forza si era come spezzata, un oscuro senso di consapevolezza si era fatto
strada nella luce della sua coscienza.
63.
Come il vitello
trascinato al sacrificio, egli lasciò che le guardie di Erode lo incatenassero,
mormorando a se stesso: «Fate pure, perchè questa è l’ora delle tenebre, l’ora
in cui il male è il nostro padrone!».
64.
Circondato dalle
guardie come un malfattore, Giovanni uscì nella notte. A Oriente, un brincello[152] di perla
prometteva che il Sole sarebbe sorto ancora. Il Giordano scorreva, e un
singhiozzo sommesso era nello sciacquettio della corrente: il Giordano piangeva
il suo profeta. Sinistramente nella notte un gallo cantò. Le fiaccole erano
state spente ad eccezione di una, alla cui luce sanguigna il gruppo s’incamminò
verso le carceri.
65.
Come una torre
circondata d’assedio, la persona di Giovanni dominava tutti i suoi
accompagnatori.
[indice]
۞
«Non cercare il passato
esso non è che avvenire
e forse domani è già ieri
domani è già vecchio
oggi solo significa qualcosa»
1.
Nel
carcere, Giovanni fu accolto con molto imbarazzo.
2.
Il custode non
voleva saperne di ricevere un ospite così ingombrante senza uno specifico
ordine da parte di Erode.
3.
Noto era nel
popolo il rispetto che Erode stesso nutriva per il profeta, e il vederlo ora in
catene non persuadeva affatto il vecchio guardiano, il quale alle insistenze di
Simon mago rispose meccanicamente: «Perché il re non mi ha fatto sapere di aver
deciso ciò?».
4.
Comunque, dopo
molto combattere, Simon mago ottenne che Giovanni venisse preso in consegna, e
l’imbarazzatissimo carceriere pregò il profeta di volersi adattare in una
modestissima camera fornita di un giaciglio e di una rozza tavola, tavola che
egli si affrettò a guarnire d’idromele[153]
e pane, mentre sopra il giaciglio gettò malconce pelli d’agnello.
5.
Giovanni,
estremamente cupo, si acconciò alla sua nuova dimora, mentre Simon mago e le
guardie si allontanavano nell’alba, le une per adire ai loro quartieri con una
novità da narrare ai commilitoni, e l’altro per portare a Erodiade la nuova
della sua notturna prodezza.
6.
Nella lettiga,
interamente chiusa, Salomè aveva trovato due tenaci mani di donna che, a forza,
le avevano applicato sulla bocca ansante una spugna imbevuta di strani aromi,
perciò era caduta sui cuscini della lettiga come un essere inebetito e inerte.
In quello stato essa era stata riportata a palazzo e adagiata sopra il suo
letto di vergine. Così era finito il sogno di una notte di novilunio! Forse
l’anima di Paride, aggirantesi nel buio, baciò le labbra fredde di Salomè prima
di seguire il suo demone. Paride, solo Paride, il deforme nano, aveva veramente
amato Salomè, la principessa inaccessibile!
7.
Erodiade aveva
ascoltato il rapporto di Simon mago premendosi il pugno sulla bocca per il
timore di lasciar prorompere l’urlo della sua anima martoriata. Simon mago non
aveva risparmiato particolari, ed Erodiade si riconobbe in pieno nella
scatenata passionalità della figlia. Essa capiva come l’amore poteva nascere
nel cuore di Salomè e come quest’amore sarebbe stato assoluto fino al delirio e
fino al delitto. Anche lei, Erodiade, aveva amato, amava così e, ora, soffriva
a sentir la perfida descrizione in cui, con voluta compiacenza, il mago
insisteva.
8.
Per lei, ora
Salomè era la figlia, ma anche la sorella di spasimo e d’agonia e, pur
maledicendo Giovanni, Erodiade capiva benissimo come Salomè potesse amarlo, e
per la prima volta, forse, fu più madre che amante! La creatura nata da lei fu
intera la sua verità: essa conosceva per prova come si era dannata nella casa
di Aristobulo[154], e aveva ancora
nelle carni e nel sangue l’ardore e il tormento dell’amor suo, perciò con la
prima tenerezza del suo essere in via di disfacimento, pensò a Salomè che aveva
voluto la sua notte d’amore e, in cambio, aveva trovato l’atroce derisione del
fato. Fu perciò con freddezza che licenziò Simon mago, avvisandolo che forse il
tetrarca Erode non sarebbe stato molto grato di averlo prevenuto in cosa di
tanta importanza. L’arbitrio, infatti, di aver arrestato Giovanni poteva
ricadere duramente sopra coloro che se l’erano preso.
9.
Simon mago fu
perciò assai malcontento, perché, ove si riprometteva gran premio, si trovava
di aver riportato poco meno che condanna (oltre che aperto biasimo).
* * *
10.
Nel carcere,
liberato dalle catene, Giovanni si era gettato sul giaciglio con una gran
tristezza nel cuore. Abituato al gran respiro del deserto, uso a non aver altro
tetto che l’ampio cielo stellato, quella stanza chiusa lo soffocava, quel
giaciglio maleodorante (a lui uso a premere con il fianco la sabbia ancor
tiepida e pulita) lo contaminava, in più gli tornava dal suo cuore e dalla sua
carne un oscuro senso di colpa e di vergogna. Alla sua innocente virilità
verginea, nulla aveva detto il serpigno corpo che si era avviticchiato al suo
petto, proprio assolutamente nulla. Ma la luce improvvisa delle fiaccole, il
ghigno lubrico del mago, il sottinteso perfido intuito negli occhi delle
guardie di Erode che l’avevano aberrato, provocavano ora in lui uno strano e
tormentoso sentimento, fino ad allora ignoto. La sua carne ricordava molte cose
e troppo tenacemente rifluiva in lui, dalle dita al cervello, una vibrazione
sconosciuta. Si toccò il petto un po’ a sinistra sopra il capezzolo, …dove
sentiva un lieve dolore. Le sue dita ritrovarono la scalfittura dei dentini di
Salomè e la schiacciarono duramente, come volesse schiacciare il dolore.
Confusamente egli capiva che una cosa nuova era avvenuta; capiva che in lui una
resistenza era spezzata; il peccato, il peccato che aveva sempre affrontato e
colto negli altri, era riuscito a raggiungerlo; peggio, a insinuarsi in lui.
Dunque, aveva anch’egli peccato? Quel molle fluir di ricordi sensorî che lo
intorpidiva, era il peccato? Era così che la carne e il sangue ubriacavano gli
uomini e li travolgevano?
11.
Il volto
lussurioso e doloroso di Erodiade passò davanti ai suoi occhi con un aspetto
serio e grave, un aspetto di rimproverante compiacenza.
12.
«Ora capisci?»,
–sembrò dire il fantasma.
13.
Giovanni si portò
le mani alle tempie, ma le sue sensibili narici avvertirono il profumo della
chioma di Salomè di cui si erano impregnate le dita. Contro se stesso Giovanni
ebbe uno scatto di ripugnanza; a quel punto era dunque infetto?
14.
Si gettò giù dal
giaciglio e, in piedi, cercò di respirare, ma nella camera ristretta mancava
l’aria. Volle muoversi, ma al buio urtò
e rovesciò la tavola con quanto vi stava sopra.
15.
Il rumore sembrò
un tuono ai turbati orecchi di Giovanni – abituato solo al deserto – e sempre
più in lui la smania cresceva, il rombo del sangue al cervello gli evocò di
colpo l’immagine dell’acqua... oh! l’acqua! L’acqua del suo bel Giordano,
l’acqua che lava, purifica, ristora e rinnova; l’acqua che guarisce la carne e
cancella dall’anima le colpe! Potersi tuffare ora nella corrente e lasciarsi
trasportare dal fiume fino al mare, fino all’eternità! Quest’ultimo pensiero
fece trasalire Giovanni. Dunque, a quello era giunto?
16.
«Mio Dio!» –
gridò, e volle alzare in alto le braccia, ma la celletta ove era rinchiuso
aveva la volta bassa, e le mani urtarono dolorosamente contro il soffitto.
Anche il gesto della preghiera gli era negato!
17.
E colui che era
stato come la palma del deserto, si ripiegò sopra se stesso come un cespuglio
di ginepro.
* * *
18.
Mentre Giovanni
si dibatteva nella sua tremenda solitudine interiore, Salomè si svegliò
intontita dal narcotico, ma con la vivezza del ricordo ancora bruciante
nell’anima.
19.
La prima persona
che vide fu sua madre, ma si stupì di vederla come mai l’aveva vista!
20.
Erodiade aveva il
volto disfatto, incavato e duro per una notte d’insonnia e d’agitazione. Gli
occhi non bistrati erano senza splendore, le carni non massaggiate erano
flosce, le labbra senza carminio erano pallide, …e appassite. Era, in quel
momento, solo una povera donna, una povera madre consapevole e triste, tanto
che, spontanea, sulle labbra livide di Salomè salì per la prima volta soave la
parola: «Mamma!».
21.
«Figlia mia» –
rispose Erodiade, – «che cosa hai fatto, che cosa hai fatto mai?».
22.
La coscienza
tornò di colpo a Salomè. Senza discutere, senza giustificarsi, con la durezza
di un’inderogabile decisione essa rispose: «Lo amo, mamma, l’amo più d’ogni
cosa al mondo e lo voglio!».
23.
«Lo ami?» –
mormorò. – «Ma sai chi ami?».
24.
«Sì, Giovanni!».
25.
«L’unico nemico
che io abbia!», – gemette la donna...
26.
«Non per sua
colpa», – ribatté duramente Salomè...
27.
Le due donne,
tornate nemiche, si guardarono fronteggiandosi. Esperta di passione, Erodiade
capì subito che vano sarebbe stato affrontare in Salomè la prima violenza; essa
amava veramente, ed Erodiade sapeva cosa significasse in un simile sangue:
l’amore! Quindi, si addolcì chiedendo: «Figlia mia! Ti rendi conto che
significhi tutto ciò? Che dirà tuo zio Erode?».
28.
«E che importa a
me di Erode?», – rimbeccò pronta Salomè.
29.
«Che a te non
importi» – continuò paziente Erodiade, – «può darsi, ma non dimenticare che tu
sei sotto la sua autorità, che lui è il tuo re, se anche non vuoi riconoscerlo
come parente, nonostante tutto lui può e deve vegliare sopra il tuo decoro».
30.
«È meglio, assai
meglio che lui vegli sopra il suo», – replicò sarcastica Salomè.
31.
Erodiade non
volle accogliere il rilievo e continuò: «Qual fine vuoi tu che abbia questo tuo
pazzo amore, bambina? Tu sei una principessa di regio sangue, e lui è un
selvaggio predicatore del deserto; come puoi pensare che tra di voi possa
stabilirsi il menomo punto di contatto per una qualunque alleanza? No, vedi, io
non ti parlo per me, piccina, voglio, per amor tuo, dimenticare ogni cosa, le
ingiurie mortali di cui mi hai fatto oggetto, la persecuzione crudele per cui
sono odiata nel regno come una nuova Jezabel[155],
la dura imprecazione per cui io son qui concubina e non moglie, come dovrei
esserlo, di tuo zio!».
32.
«Mio padre è
ancora vivo!», – interloquì Salomè...
33.
Erodiade ebbe un
gesto di fastidio, ma tenace riprese la sua perorazione:
34.
«Non ti parlo di
me, ti ho detto, parlo di te, …e di questa tua pazzia che non potrà avere buon
fine. Perchè, non illuderti, tu potrai amare Giovanni, ma lui mai ti amerà. La
sua fanatica natura lo indurirà verso le tue grazie, tu sarai per lui il
peccato, l’incarnazione del male. Egli ti odierà per ogni tuo vezzo e per ogni
tua lusinga, e se anche in un attimo di delirio potesse cedere alla tua brama,
si rialzerebbe dal tuo letto con l’orrore di colui che per sbaglio vi è
giaciuto con una lebbrosa. L’amore scioglie i ghiacciai, mansuefa le fiere,
bambina, ma è impotente contro chi è schiavo di Dio! Nella sua fanatica visione
egli calpesterebbe i gigli, …arderebbe le colombe, per lui tutta la Terra non è
che male. Arido come il deserto da cui proviene, tutto ignora e vuole ignorar
della vita!».
35.
«È bello!» –
rispose cocciutamente Salomè. – «È bello e lo amo!».
36.
«Ma lui non ti
amerà mai!».
37.
«E che m’importa?
Purché sia mio...».
38.
«Ma sciocca, non
capisci che, mai, mai sarà tuo?».
39.
«Come puoi dire
ciò?» – impetuosa insorse Salomè. – «So io la dolcezza delle sue mani sulle mie
spalle, l’arrendevole cedevolezza del suo petto contro la mia bocca, so io come
quella voce può divenire dolce e dir cose che niun poeta mi ha mai detto. Le
sue dita passavano nei miei capelli come una cauta prua di nave tra le acque
tumultuanti di un fiume. Egli è forte quanto è bello, se infuria ti squassa
come la tempesta, ma la sua furia è breve e ti compensa con la sua tenerezza
come una notte d’aprile che ristora la Terra. Oh, tu non sai, non sai! Egli
odora di miele selvaggio, …di sabbia e di Sole. Non è un uomo, è un elemento
della natura, è come abbracciare il deserto e il Giordano insieme, e il suo
alito è come il vento australe. Oh, le sue mani forti sopra le mie spalle, le
sue dita intorno ai miei polsi! Io l’ho cinto con le mie braccia, madre, e
sentivo contro la mia pelle l’urto possente delle vene del suo collo, mille
torrenti caldi scorrevano in quel collo, i tendini vi erano come tronchi di
tamarisco[156], e i muscoli
guizzavano come serpi. Tutta la vita era in quel collo d’uomo e di Dio, in quel
collo simile a una colonna di marmo pario[157]
che regge quella testa come un capitello».
40.
«Ma tu sei pazza,
figlia mia!».
41.
«No, non sono
pazza. Se quelle maledette guardie non ci avessero interrotto!».
42.
«Saresti stata
allontanata a schiaffi da Giovanni!» – terminò Erodiade. – «Non illuderti. Tu
puoi sorprendere quel fanatico pazzo, ma fa’ che si riprenda dalla sorpresa, e
il furore di una leonessa, cui abbiano ucciso i piccoli, sarà dolcezza al
paragone!».
43.
«Ah, tu pensi
questo?».
44.
«Io conosco
troppe verità della vita» – sospirò Erodiade, – «aspetta di vivere e le
conoscerai tu pure!».
45.
Salomè si drizzò
a sedere sul letto; era pallida, gli occhi enormi, verdi come giada, mangiavano
il viso smagrito, per le spalle ruscellava la calda cascata della sua
meravigliosa chioma: era sapiente e matura, eppure innocente!
46.
Con un gesto, che
ormai le era divenuto abituale, essa portò le mani alle tempia e, fissando la
madre, disse con voce bassissima e così dolce da essere velenosa: «Giovanni mi
amerà, oppure...».
47.
«Oppure?», –
incalzò Erodiade...
48.
«... morirà, ed
io con lui...», – concluse Salomè.
49.
Sulle due donne
pesò funereo il silenzio.
50.
Erodiade volle
romperlo: «Comunque vedremo, bambina; la via della vita è lunga e tu l’hai
appena cominciata. Sia ogni giorno vissuto intiero, che ieri è già domani e non
conta, solo oggi conta, oggi che sei giovane e bella e al tuo fianco hai tua
madre! Tua madre che, se anche misconosci, pur ti ama e farà di tutto per
vederti felice».
[indice]
۞
«Sei tu Colui che aspettiamo
o dobbiamo attenderne un altro?»
1.
L’arresto
di Giovanni aveva provocato un violento fermento in Galilea. Il profeta era
amato dal popolo e soprattutto era profondamente venerato per la sua energica
campagna moralizzatrice senza compromessi e senza debolezze. Perciò i
particolari del suo arresto, se dapprima causarono stupore, in breve vennero
energicamente negati e non creduti.
2.
Il saper poi che
la congiura ai danni di Giovanni aveva avuto come protagonista Simone, il mago
universalmente odiato, al quale a torto o a ragione venivano attribuiti tutti i
delitti un po’ misteriosi e tutte le scomparse di vergini e di fanciulli, fu
quello che fece prorompere l’indignazione popolare.
3.
Alcune delle
guardie che avevano operato l’arresto, furono circondate da torme furibonde e
percosse; altre che avevano propagato voci che erano state ritenute calunniose
diramazioni, poterono a gran stento scampare al pericolo di una lapidazione. I
tumulti, crescendo, provocarono l’intervento dei romani, ma neppure i soldati
di Roma furono molto ben accolti. Una ventata di rivolta passava sopra
4.
Ora il popolino
era scatenato, né a frenare il furore poteva bastare la poca forza galilea e
romana che, nell’attesa d’ordini precisi, cercava di contenere una furia che
chiaramente dimostrava di non intendere di volersi placare prima di aver fatto
scorrere il sangue.
5.
Inutilmente
qualche dottore della legge più saggio dei suoi pari o più mal disposto verso
Giovanni, cercò di invitare la plebe a calmarsi e a sottomettersi alle autorità
costituite. Le parole di ragionevolezza caddero nel vuoto. Inutilmente nei
tumulti si levava la voce di chi avrebbe voluto reprimerli, vuoi in nome della
logica, vuoi in quello della ragione, e quando un tumulto è scatenato e la
bestia dalle cento teste vuole la sua vittima, niun tribuno ha il potere di
sottrargliela, e il popolo di Galilea voleva una vittima.
6.
In breve, una
fiumana di gente esasperata prese la via della reggia, travolgendo ogni cosa
sul suo passaggio, ma davanti alla porta d’ingresso la fiumana s’infranse sopra
le picche delle guardie che si erano riprese e premunite. A dar man forte
accorse un manipolo di legionari romani a cavallo che, muniti di scudisci e
adoperando il piatto delle spade, sbaragliò la massa convenuta, lasciando il
terreno seminato di esseri malconci e semivivi.
7.
Urla e
imprecazioni salirono alle stelle. La folla, maledicendo Erodiade e Simon mago,
momentaneamente sbandata, ritornò all’attacco. Ora anche nelle mani dei
popolani splenderono ferri e volteggiarono minacciosamente frombole[158] e bastoni. Con il
cieco potere della demolizione, muri di cinta e selciati di strade furono
divelti, abbattuti e mutati in pericolose munizioni per gli insorti. Una
pioggia di pietre si abbatté fischiando sopra le guardie e sui legionari,
costringendoli ad indietreggiare e a cercare un riparo dietro gli angoli di
case e colonne. Inoltre, dagli spalti della reggia di Erode, arcieri numidi[159] si levarono con i
loro grandi archi e cominciarono a saettare. In breve i corpi degli insorti si
accumularono in triste miscuglio sanguinante, e mentre il terrore sgominava le
non organizzate masse, le guardie scelte del re e i legionari romani, che si erano
ripresi, irruppero in carica spingendo la folla a rovinosa fuga.
8.
Intanto, nella
reggia lo sbalordito Erode, ignaro degli avvenimenti notturni, ascoltava
sbigottito il racconto che Erodiade gli veniva facendo. Nell’apprendere
dell’arresto di Giovanni, Erode s’infuriò. Mai egli avrebbe impartito un ordine
simile. Colui che se n’era arrogato il diritto, doveva immediatamente esser
punito e Giovanni rimesso in libertà.
9.
Erodiade lasciò
passar la sfuriata, e ben volentieri essa avrebbe sacrificato a quel furore
popolare la testa di Simon mago, se un superstizioso terrore non l’avesse
sconsigliata. In quanto poi a rimettere subito in libertà Giovanni, essa fece
notare al tetrarca che sarebbe stato pericoloso... sarebbe stato come un
abdicare alla propria sovranità, un insuperbire quelle masse furenti ed incerte
che tanto mal volentieri si assoggettavano al dominio di Erode. Giovanni (disse
insinuante Erodiade) era un elemento di fermento; porlo in libertà dopo averlo
fatto arrestare, sarebbe stato un atto di debolezza, mai il popolo avrebbe
creduto all’innocenza di Erode, …e il primo a non credervi sarebbe stato
Giovanni stesso. Meglio era trattenerlo in carcere per un po’, così che
sbollisse la furia popolare, e poi si sarebbe visto il da farsi. Abilmente
Erodiate non mostrò la sua soddisfazione repressa. Giovanni in carcere era per
lei la fine di una tormentosa censura, e in cuor suo si riprometteva che quella
prigionia non sarebbe stata tanto breve.
10.
Ma Erode aveva
per Giovanni troppa stima e quasi religiosa venerazione, perciò essa dovette
destreggiarsi con sagacia affinché Erode stesso non facesse un colpo di testa.
Intanto i clamori esterni si erano mutati in urla di terrore e di morte. Sopra
quelle urla dominava il grido di guerra latino, dei romani alla riscossa, e il
tragico «uegh! uegh!» degli arcieri numidi che continuavano a saettar dagli
spalti.
11.
L’indomani giunse
alla reggia di Ponzio Pilato. Il prefetto era invecchiato e indurito. I tumulti
della Galilea avevano lasciato una traccia penosa nella sua anima e sopra la
sua persona. Gli ultimi incidenti, collegati all’arresto di Giovanni, l’avevano
particolarmente inasprito. Egli sapeva che a Roma intrigavano ai suoi danni,
qualunque cosa avrebbe offerto un facile pretesto alla sua destinazione; ogni
agitazione popolare in cui i romani fossero stati uccisi o feriti, sarebbe
stata posta contro Pilato come prova dell’incapacità a governare.
12.
Fu quindi senza
preamboli che, introdotto alla presenza d’Erode, lo investì con dure parole:
«Tetrarca, non sai più che cosa fare per irritare il popolo della Galilea? Ecco
che una serie di disordini sono scoppiati in tutto il territorio a cagion di
questo Giovanni. Non potevi lasciarlo tranquillo, così come io ho sempre fatto?
Intanto tre soldati romani son morti e altri son feriti a cagion di queste
zuffe. Come mai non hai pensato di consultarti con me, prima di prendere simili
decisioni?».
13.
Invelenito dal
tono del prefetto, il tetrarca reagì: «Prefetto di Roma! Ti prego di ricordarti
che se io, con il benigno compiacimento di Cesare Tiberio, porto la corona del
regno di Galilea, ciò è perchè vi regni e governi secondo la mia volontà. La
giurisdizione di Roma non ha presa sopra le questioni interne del paese, né io
son tenuto, fuorché per amicizia, a riferirti alcunché riguardante l'ordine
interno. Se io ho fatto arrestare Giovanni il battezzatore, ciò è stato perchè
l’ho ritenuto necessario al pubblico bene, e le frenetiche manifestazioni dei
suoi partigiani testimoniano pienamente del come io tolsi, appena in tempo, una
cagione di pubblico sovvertimento! Dell’aiuto avuto da te per mezzo delle
truppe romane ti sono davvero grato, ma qualcosa anche Cesare pur deve
all’alleato fedele: della mia fedeltà Tiberiade è il pegno!».
14.
«Tetrarca! Ti
faccio notare» – ribatté Pilato, – «che io ho da Cesare ordini precisi, per cui
ogni agitazione, per cagion di religioni, deve essere da me inquisita ed io
devo personalmente occuparmi che gli indiziati, se confessi, siano giustiziati,
altrimenti siano in catene deferiti a Roma al supremo tribunale di Cesare. Ora,
se lasciai sempre tranquillo il battezzatore, lo feci appunto perchè mi era ben
noto quanto potere egli avesse sopra il popolo. Per evitare gli incidenti come
gli odierni, lasciai che egli predicasse il battesimo. Tu con la tua brusca decisione
hai provocato tutta questa specie d’insurrezione, …a causa della quale dei
romani sono morti. Io pure, prevenendola, …stimai buona politica non applicare
i decreti di Roma. Oggi, però, Cesare può, se vuole, chiamarti direttamente in
causa, o re, e tu che risponderai?».
15.
«Prefetto,
risponderò che in casa mia e nel mio popolo io sono l’insindacabile signore!».
16.
«Tu almeno credi
di poter rispondere cosi, ma bada, Tiberio è di mutevole umore e non è dolce quando
ai suoi orecchi giunge la notizia che un soldato romano è morto perchè un
alleato ha preferito tenere in non cale[160]
il prefetto di Roma!».
17.
«Mi sembra,
prefetto» – sorrise Erode, – «che tu non sia molto tranquillo! Perchè dobbiamo
urtarci noi due? Fra qualche giorno i miei mercenari metteranno il giudizio che
manca in queste dure cervici dei Galilei. Quanto poi ai romani morti, …io
imporrò alla città una multa di mille denari che offrirò a Cesare! Tutto si
paga, prefetto, anche un soldato romano! Del resto, non preoccupartene, io non
farò nulla di male a Giovanni che possa provocare ancora il popolo. Lo terrò un
po’ in carcere e, quando il popolo vedrà che nessun angelo scenderà dal Cielo
per liberarlo, che nessun prodigio della natura verrà a testimoniare l’ira di
Dio per il suo arresto, l’entusiasmo per il battezzatore diminuirà fortemente,
e riponendolo in libertà egli non sarà più che uno dei tanti fanatici pazzi cui
nessuno più porrà mente».
18.
Pilato taceva
pensoso, non poteva negare che una discreta conoscenza di governo guidava
Erode, e che in fondo era prudenza far buon viso a cattivo gioco.
Innegabilmente Erode dimostrava un tranquillo coraggio ed era possibile che
egli avesse ragione. Chi era alla fine Giovanni? Aveva egli un seguito, oppure
l’infuriar della rivolta aveva fatto di lui un pretesto, mentre in realtà essa
da tempo ribolliva negli strati bassi della popolazione? Il silenzio di Pilato
si prolungava.
19.
Lo ruppe Erode:
«Sei pensoso prefetto!», – notò...
20.
«Sono stanco» –
replicò Pilato. – «Questo è un maledetto paese dove non si può stare in pace
una settimana di seguito!».
21.
«Lo so, prefetto,
ma che farci? Un po’ di colpa l’avete anche voi romani, ...con la vostra smania
di governare sopra la base del diritto delle genti!
22.
Non far quel viso
sbigottito, prefetto! Non sto facendoti una dichiarazione di guerra! So che
senza Roma io non sarei tetrarca, o cesserei subito di esserlo là dove Roma mi
togliesse il suo appoggio! Ma questo non vuol dire che i nostri metodi non
siano più decisi e corretti dei vostri. Se io fossi assoluto signore della
Galilea la pacificherei interamente con la forza del mio braccio. Dovendo
invece divider con voi la potestà, io non posso che agire entro certi limiti.
La plebe che prende tutto ciò per debolezza, ne approfitta e, mentre maledice i
romani, dai romani si fa difendere, alle leggi romane ricorre, dagli déi romani
accetta facilmente, per rigettarli non appena supponga che i deboli siate voi.
Ma perchè stai in piedi, prefetto? Non dicevi d’esser stanco?».
23.
Pilato avvertì
l’ironia, ma era troppo depresso per rilevarla, e così si lasciò pesantemente
cadere sopra un sedile guarnito di pelli di leopardo.
24.
Con tono leggero
Erode volle riprendere la conversazione: «... E la nobile Tullia Paolina, gode
al presente di buona salute?».
25.
«Non molta», –
ringhiò il prefetto.
26.
«Infatti, non si
è più vista alle scuole e nei templi; si dice anzi che tu la tenga prigioniera
per impedirle di farsi giudea».
27.
Pilato in
risposta si strinse nelle spalle...
28.
«Certo» – riprese
Erode, – «queste nostre donne han tutte delle strane idee!».
29.
«Son donne,
tetrarca, ...e non è per parlar di loro che io son qui».
30.
Pilato riprese la
sua sicurezza e proseguì: «I torbidi, in Palestina, …non sono solo originati da
Giovanni. Chi è questo Messia di cui tanto insistentemente si parla?».
31.
«Una delle tante
fantasie degli ebrei», – rispose il tetrarca.
32.
«Non è solo una
fantasia, o re! Molti han sentito Giovanni annunziarlo pubblicamente ».
33.
«Giovanni
annunzia generalmente sempre molte cose; egli è un santo visionario».
34.
«Sai dirmi se
Giovanni ha del seguito?».
35.
«Non credo; so
che ha dei discepoli fanatici al par di lui. So anche che era molto caro a mio
suocero Gamaliel; ma anche mio suocero, tu lo sai, è un innocuo sapiente che
vive tra visioni e sogni. La sua rinunzia al trono lo ha dimostrato».
36.
«Tetrarca, Roma
ti offre oggi un modo di dimostrarle la tua lealtà...».
37.
«Parla,
prefetto!».
38.
«Tu non vuoi
liberare Giovanni?!».
39.
«Per ora no!».
40.
«Ebbene, io non
te lo chiedo, ma ti chiedo solo di permettere ai suoi discepoli di visitarlo
nel carcere».
41.
«E perché mai?».
42.
«Perché
attraverso questi discepoli, seguendoli nei loro andirivieni, noi potremo
vedere che cosa di vero vi sia nelle vaghe voci che circolano. Il popolo ebreo
aspetta un messia, Giovanni l’ha annunziato; se questo Messia c’è, egli sarà
cercato da questi discepoli. Giovanni stesso, penso, l’invierà a lui, e allora
noi potremo avere nelle mani il capo di questa complessa matassa».
43.
«Bene, prefetto, se è ciò che vuoi, volentieri io
te lo concedo, tuttavia credo che sbagli. Se in Palestina vi è una congiura per
rovesciar con Roma anche me, questa congiura è del tutto estranea a Giovanni!».
44.
«Come puoi essere
così sicuro?».
45.
«Non sono un
romano, prefetto, e conosco l’anima del mio popolo. Giovanni e i suoi discepoli
sono troppo occupati con il regno dei cieli per aver cupidigia di un qualunque
regno della Terra».
46.
«Può darsi,
tetrarca, ma ciò nonostante ti sarò grato se vorrai accontentarmi».
47.
«Lo farò,
prefetto. Resti a cena?».
48.
«No, tetrarca, la
mia presenza è necessaria al pretorio. Si vivono ore che possono diventare
importanti da un momento all’altro».
49.
«…comprendo!».
50.
Il prefetto uscì.
* * *
51.
Giovanni rimase
in carcere. In pochi giorni, secondo le parole di Erode, l’insurrezione fu
domata nel sangue e in breve il popolo dimenticò, ma secondo le parole di
Giovanni «…mentre egli diminuiva,
qualcuno cresceva», qualcuno forte e sereno, forte di una forza diversa,
più umana e più divina a un tempo. Qualcuno che parlava un linguaggio nuovo, un
linguaggio mai udito e sempre sperato.
52.
Un Nazareno
biondo era il nuovo idolo delle masse. Un Nazareno che guariva i malati,
mondava i lebbrosi e non malediva i peccatori. Perfino alcuni discepoli di
Giovanni seguivano affascinati il nuovo Rabbi!
53.
Egli si manifestava
nel Sole come un sole umanizzato, irradiando da sè una continua potenza. Era la
salute e l’amore, era il miracolo continuo, ma era anche la contraddizione in
termini. Il suo insegnamento, dolce alle anime evolute, suonava strano a tutti
coloro che, applicando la lettera, negavano lo spirito.
54.
Era Lui
l’annunziato?
55.
L’esiguo gruppo
di discepoli che era rimasto a Giovanni e che, in carcere, cercava di
soccorrerlo, non osava parlarne, ma Giovanni capiva anche il silenzio! Ormai
egli capiva molte cose, e molte altre non le capiva più. Il carcere l’aveva
invecchiato e, …affievolito. Egli udiva le chiacchiere sommesse dei discepoli
senza intervenirvi e, senza – com’era solito fare – dividere con loro la
visione interiore. Nella sua anima era avvenuto uno spaventoso ripiegamento.
Solo con se stesso, nelle notti senza sonno, aveva riepilogato minuto per
minuto tutta la sua vita, cercando in sè il filo misterioso che l’univa allo
spirito e che si era così stranamente spezzato.
56.
Salomè era
nell’aria che egli respirava e gliela rendeva infetta. La sensazione del
corpicino avvinghiante si ripeteva nei ricordi dei tessuti viventi. Egli la
sentiva strisciare nell’ombra e, spesso, inconsciamente, le sue braccia si
piegavano nel gesto dell’abbraccio, ma tornavano contro il petto, …che
trasaliva. Allora, come ridestato da un sogno, Giovanni sentiva che la
disperazione lo invadeva. L’amore e l’odio tumultuavano in lui; egli chiedeva
nella notte spirituale la Luce che era sfuggita e che mai forse era stata.
Talora, duramente, si rivolgeva a Dio.
57.
«Perché, perché»
– gridava, – «mi hai lasciato solo nella notte? Che ti ho fatto? In che mancai
ai Tuoi comandamenti?».
58.
Il volto tragico
di Elisabetta appariva all’infelice con i bianchi capelli scarmigliati e la
bocca aperta in un grido di martirio. Egli cercava di cacciar l’immagine
materna...
59.
«Questo, dunque,
tu vuoi dire? Che non dovevo abbandonare mia madre? Ma allora perchè mi hai
chiamato con la voce del Dio terribile che già parlò a Mosè?».
60.
Il ricordo del
Nazareno gettava lampi nella notte, ma quei lampi più nulla illuminavano, forse
anche in quello si era ingannato, non era l’Atteso, ed egli era stato lo
zimbello di fatue forme, di vane apparenze? Quel giorno Giovanni decise di
mandare un messaggio a Gesù.
61.
«Andate» – disse
ai suoi discepoli, – «cercate il Nazareno che io vi ho indicato e diteGli:
“Giovanni ti manda a dire se sei tu Colui che noi aspettiamo, oppure se
dobbiamo attenderne un altro!”».
62.
«In nome di Dio,
rendici chiaro ciò».
63.
«Andate e
ritornate a dirmi cosa Egli vi ha detto».
64.
«Andremo,
Maestro», – risposero i discepoli.
65.
«È solo questo
che io desidero prima di morire!».
66.
«Perché parli di
morire, maestro?».
67.
«L’anima mia è
morta» – disse Giovanni. – «Non starà molto il corpo a seguirla».
68.
«Non devi pensar questo,
maestro, sarai presto libero dal carcere, così ci è stato detto».
69.
«Andate, dunque»
– intimò, – «e fate presto, la libertà me la porterete voi».
[indice]
۞
«... il Cielo
...ha cura dei buoni
e i malvagi aborrisce!»
1.
Quante
notti passarono sopra Giovanni? Egli non le numerò! Tutto gli era dolore e
fastidio. Vanamente intorno a lui i pochi fedeli si stringevano, egli non
conosceva in loro gli amici, ma piuttosto i cani smarriti senza padrone. Invano
lo stesso vecchio carceriere si affannava intorno a lui con le sue affettuose
maniere per invitarlo a trarre dalla bevanda e dal cibo un po’ di conforto.
2.
Giovanni,
immobile, stretto in se stesso per ore e ore, per giorni e notti, toccava il
fondo delle sue spaventose meditazioni; egli scendeva in abissi profondi ove
non c’era vita, ove, solo lampeggiando, a tratti si rivelava l’idea, ma nulla
quel lampo illuminava, tutto era vuoto, ma forse qualcosa più del vuoto! La
tenebra non era che un modo di dire, ma la tenebra vera era quella che la sua
anima intieramente colmava. Nulla v’era di più nero nell’intimo abisso, mentre
Giovanni si sentiva vivo nel sangue della non vita, poiché non era vita
l’abisso in cui scendeva con la meditazione colui che aveva vissuto nel Sole.
3.
Freddo,
solitudine, oscurità! Mai il «fiat lux» ebbe l’accento che nell’anima di
Giovanni si levava...
4.
«Luce, luce!» –
invocava. – «Luce! Per me, per l’anima mia!» ... – Ma la luce non si accendeva.
«Dove sei Tu che mi parlavi nel deserto?». – Ma nessuno rispondeva. «Dove sei
Tu che io ho amato? Ecco, tenebra, gelo e bruttura son divenute la mia casa.
Dove sei dunque Tu che io ho amato? No!» – urlava Giovanni, – «non Ti ho
tradito, non l’ho amata, non l’ho voluta quella donna perfida e crudele, Tu lo
sai! Le mie braccia l’hanno accolta come una piccola bestiola del deserto!
Nulla essa ha detto all’anima mia, nulla! Tu sei geloso di lei, non è giusto,
io ho amato Te solo! Io non ho avuto pietà di nessuno, neppure di me, Tu lo
sai, io non conosco pietà, ma sii Tu giusto! Dimmi in che cosa Ti ho offeso, io
non so, …non so. Sii giusto e fa ch’io lo sia. Rivelami la mia colpa, Ti
supplico, fa che io la odî, ma dimmi qual essa è?»
5.
All’alba,
affranto, dopo una notte di lacrime, Giovanni cadde in un sonno pesante, sonno
che non lo ristorò, ma l’abbruttì solamente.
6.
Il vecchio
carceriere invano tentò di lenire quella crudele agonia dell’anima. Il
prigioniero non accettava che poco pane e qualche frutto, non voleva che
qualche ciotola d’acqua. Invano il povero vecchio offriva quanto aveva di
meglio: un vino vecchio conservato in un’anfora polverosa, o il sidro[161] fresco e
spumeggiante preparato dalla giovane nuora. Ora l’incomodo ospite respinse
rudemente ogni cosa, come sdegnosamente aveva rifiutato la condizionata libertà
di qualche ora in cortile, che il vecchio a suo rischio aveva offerto. Tutto
respinse! Solo nella notte la sua voce possente e straziante si levava in un
soliloquio doloroso, dove Iddio taceva. Ma una notte, …la voce di Giovanni non
fece fremere le tetre mura del carcere. Il grande usignolo taceva, il suo
cantico di strazio non ritrovava le vie del Cielo, …del misterioso Cielo verso
il quale egli andava. Strano era il silenzio, e il carceriere se ne stupì e
volle guardare, …ma nulla vide nella povera cella. Ascoltò! Calmo, come quello
di un fanciullo, giunse a lui il respiro del profeta addormentato. Il buon
vecchio se ne rallegrò. Se il profeta dormiva, …voleva dire che la pace era
scesa finalmente in lui. Così il buon vecchio se ne andò a dormire tranquillo,
ringraziando in cuor suo la divina bontà che aveva placato il torturato figlio
del Giordano!
7.
Ma il vecchio
carceriere non vide cosa quella notte accadeva nella cella oscura.
8.
Fuori del
consueto, Giovanni si era addormentato in pace quella sera. La lunga lotta con
se stesso e contro se stesso si era conclusa nel suo disperato messaggio a
Gesù. Ormai estenuato, svuotato d’ogni energia, era piombato in quel sonno
assoluto, che non a caso vien definito fratello della morte, poiché, come la
morte, ha il potere di separare le parti sottili dell’uomo da quelle dure, e
ancora queste parti sottili libera dalle reciproche interferenze, così che solo
il Principio mentale, totalmente scevro da cosa alcuna che abbia attinenza al
mondo terreno, può innalzarsi fino ad identificarsi nel Principio primo.
9.
La più grande
avventura dell’anima umana è sempre nel sonno che si svolge, quando non è nella
morte; e se è nella morte, nulla muta alle sue modalità. Nel sonno, come nella
morte, i principi mnemonici della parte materiale dell’uomo si dissolvono.
L’uomo non perde il ricordo di se stesso nella sua essenza; e perciò della sua
individualità, ma piuttosto perde quello dei suoi collegamenti animici o
cellulari; i corpi sottili che ne compongono l’identità svaniscono alla sua mente,
pur permanendo e continuando ognuno ad esprimersi e a condurre, secondo precisi
ordinamenti, quella parte vitale che è affidata a una peculiare attività. Così
il sangue continua a circolare, il liquido rachidiano[162] a nutrire i
gangli[163] nervosi, i medesimi
a provvedere a tutte quelle reazioni richieste dal metabolismo della vita.
10.
Lo stomaco
secerne i suoi succhi e l’intestino provvede alla ridistribuzione delle
sostanze, perfino la glottide continua il suo movimento di deglutizione della saliva.
Una sincronia perfetta regola il corpo, senza che l’anima, o meglio ancora la
mente, abbia da intervenire. I molti cervelli organici che l’uomo ha in sè,
provvedono perfettamente da soli, perciò l’uomo, libero nella sua essenzialità
(dal dover provvedere alla sua vita), può liberamente fruire delle sue
possibilità ultraterrene, perchè l’uomo non è il suo corpo e neppure l’anima
sua, l’uomo è essenza, verità di essenza, e questa verità di essenza si
liberava in Giovanni durante il suo sonno profondo, simile alla morte.
11.
Il vecchio
carceriere, chiuso nella sua solida corazza dei suoi molteplici corpi, non
poteva vedere quanto accadeva (visibile solo ad occhi usi alla conoscenza
super-umana). Ma un veggente che si fosse trovato presente, avrebbe visto una
luce bluastra sempre più intensa sprigionarsi dalla nuca e dalla fronte oltre
che dalla gola del profeta giacente.
12.
Questa luce, che
dapprima emanava come un semplice alone da tutta la testa, adesso irradiava, in
tre raggi decisi, dal duplice sistema pineale e dalla tiroide: tre raggi netti
e delineati, di tre colori distinti, bianco quello della tiroide, verde e
azzurro quelli uscenti dalla fronte e dalla nuca riunentisi a corona sopra la
testa fisica di Giovanni. I tre raggi, mentre emanavano, sembrava si
solidificassero, assumendo sempre più una forma unitaria, una fiamma a tre
lingue, aventi come base una luce di un bianco incandescente; questa fiamma
pulsava, roteando velocissima sopra se stessa, e così veloce era la sua
roteazione che poteva apparire immobile, ma in realtà essa aveva un moto
spiraliforme ascensionale, così che in pochi attimi fu al soffitto. Ma
l’incannicciato coperto di malta non era un ostacolo al contatto
dell’incandescenza vivente, e agevolmente la fiamma tricolore superò il fatuo ostacolo,
al di sopra della quale vi era un’altissima torre, la quale serviva come una
canna fumaria per il fumo. La folgore mentale la superò di un solo balzo, e fu
sotto il cielo stellato. Verso di questo s’innalzò la fiamma, …come in un suo
elemento. Su, dove il cielo è un prato e agnelli vi pascolano. Su, dove
l’impetuoso spirito di Giovanni non poteva essere circoscritto dal limite di un
ostacolo materiale. Che cosa sono le stelle per lo spirito, le quali tutte sono
soltanto un punto?
13.
Giovanni saliva verso
la superficie dell’universo, saliva lasciando dietro di sé miriadi di mondi,
saliva facendo a sé, Luce della sua stessa Luce. Un senso di fluttuazione lo
teneva, egli si sentiva come un vascello sopra un gran mare, ...oltre le
stelle, oltre! Oltre i soli! L’universo non era infinito, …un limite segnava
pur l’illimitato. Oltre il limite, ombre, geni, demoni, angeli tentarono invano
di arrestarlo! Oltre, deità apparvero e sparvero innanzi al baleno della
trifauce fiamma! Su, più su, una pellicola più sottile di un velo di cipolla
separava ormai Giovanni dal nulla. Le stelle erano lontane, più delle stelle
lontane le possibilità angeliche o umane: una pellicola al di là della quale
era il Tutto. La fiamma tiroidea
aveva ormai divorato la fiamma duplice della pineale e solo più una fiamma di
un bianco abbagliante costituiva l’entità giovannea... su, oltre
l’irriconoscibile?
14.
No! Non era dato
a nessuna umana natura d’andare oltre. Le stelle erano lontane, il vento
appariva ma non era! Tenebra o luce? Dov’è assenza di luce o assenza di
tenebra, …i due valori si equivalgono. Non tenebra, non luce. Al limite,
Giovanni ebbe pace!
15.
Egli tornava in
sé, senza saper di tornare, ritrovava in sé un noto ritmo, una nota armonia,
egli era sé prima di essere, prima di non essere, a lui sembrò che un grande
utero ancor l’accogliesse, si sentiva embrione, feto e ferma volontà, tutto era
chiaro in lui, appunto perchè tutto era oscuro. Si adagiò in una quiete che non
era pace, in un azione che non era contrasto: ‘era’ e quasi non sapeva di essere, eppure sentiva di ‘essere’! Una pace vasta, assoluta,
completa lo permeava, era l’assenza del ritmo, dopo l’ossessione dello stesso,
era il silenzio pieno di musicalità, era la pienezza assoluta, ove la stessa
coscienza separata svanisce per attuare quella di tutti, in cui tutto ritrova
se stesso.
16.
Nel volo,
possente sempre più l’anima di Giovanni somigliava al carro di fuoco che rapì
Elia, e sempre più in alto puntava lo spirito infervorato. Ecco, ora era nella
pace del Tutto, era come prima di
esistere, di avere una forma, un nome, una coscienza, un’anima; milioni di
vibrazioni si originavano in lui mentre lo originavano, una serenità limpida e
piena lo compenetrava e lo permeava.
17.
A questo punto il
veggente che lo avesse seguito, non avrebbe visto più niente. Come una goccia
di rugiada nell’infinito mare, la fiamma luminosa, che era Giovanni, svanì. Né
spenta né accesa, in un oceano immisurabile di quieta sovrana Luce, una Luce
che né aumentava né diminuiva per fiamme che vi si aggiungessero o se ne
sottraessero: una Luce plenaria assoluta, in Se stessa inseparabile e
immutabile, e in quella Luce, Giovanni ritrovò, inaspettatamente, se stesso.
18.
Intiera (solo
spoglia della possibilità di soffrire) tornava a lui la sua coscienza. Egli,
nell’unione massima, si scindeva e s’individuava, egli era sì una goccia
dell’oceano di fuoco, ma una goccia che vedeva intorno a sè miriadi di gocce
sorelle e n’era visto, simili tra loro e pur non identiche, ogni goccia era in
se stessa un universo ed era la ragione di miriadi di universi. Ed ecco che
quell’oceano sembrò respirare, e ogni goccia raddoppiò di splendore, un fremito
impercettibile e profondo animò tutta la divina sostanza, e Giovanni intuì
fulmineamente come quel fremito fosse il pensiero di Dio che a lui
meravigliosamente si comunicava.
19.
Intuì che la
separazione sarebbe ricominciata, ma non ne soffriva, non poteva soffrire di
nulla, era la felicità piena e tranquilla, e di una sola cosa incapace: di
aumentare o di diminuire. Consumato in ardore, egli non era che una nota della
musica eterna.
20.
«Parla, Signore,
il tuo servo ti ascolta» pregò fervidamente quella che era stata la coscienza
di Giovanni, e dal più profondo dell’essere suo rampollò la parola divina come
scaturisse dalla roccia viva.
21.
«Io ti ho
contenuto in Me, come la mente il pensiero, come la volontà l’azione, ti ho
espresso e ordinato, e per te ho espresso Me stesso nel vortice vuoto che si
chiama mondo. Tu nella tua essenza sei una parte del Mio volere, tu sei la
legge che Io manifesto di volta in volta agli uomini, ti ho nella Mia mano come
Mia Volontà e Verità. Sei un modo di essere di Me stesso, una molla del
complesso meccanismo del Creato, come ogni cosa, anche te, voluto creato e
disposto, ti ho staccato da Me come il seme che cade dall’albero quando è la
stagione della maturazione perfetta. Ti ho scagliato da Me come il fromboliere
affinché tu dessi segno di Me e Mi rammemorassi ai figli della Terra, ai nati
dall’acqua e dal fuoco. Tu Mi contieni perchè Io ti contengo, ed è questa l’essenza
del vero: Io sono in te e in ognuno, e ognuno è in Me perchè Io sono tutto; ma
tutto è Me. Io solo sono la Verità. Né bene, né male è nella Verità, perchè la
Verità sola è immobile e immutabile. Ciò che non muta è vero, ciò che muta non
è falso ma non è reale, è solo l’apparenza del vero, e cosi il male e il bene
non sono reali, ma apparenti, relativi e mutevoli. Ciò che oggi è bene, sarà
male domani, poiché la misura non è la felicità, ma il piacere.
22.
Solo ciò che è
retto non diverrà mai storto, e ciò che è giusto non sarà mai ingiusto, perchè
il vero è rettitudine e giustizia:
23.
Ma nella
profondità che Giovanni stesso era divenuto, più dolce un’altra voce si levò,
vibrando di sconosciute pulsazioni. Giovanni sentì in sè stabilire un novello
principio.
24.
«Io sono l’Amore,
e l’Amore è bene, è bene sempre, anche se erra, anche se sperimenta tra lacrime
e pene, sbagli e delusioni, poiché l’Amore è l’essenza stessa della verità e
della giustizia. Senza amare, tutto è come non fosse, per l’amore ogni cosa
vive la pienezza di esser se stessa. L’amore unisce e separa secondo verità e
secondo giustizia. Per l’amore, l'anima, randagia nel mondo delle forme, identifica
nel dolore la sua via e attua nell’illusione la sua verità. Solo l’amore
permette allo spirito di non smarrire se stesso e di operare rettamente, perchè
solo l’amore fa conoscere il giusto dall’ingiusto e ciò che è retto da ciò che
non lo è, l’amore opera con fiducia, non calpesta la canna già fessa, non
spegne il lucignolo che fumiga, non abbandona l’agnella che si è sviata.
L’amore è dolce, è paziente, è umile. Io sono l’Amore» – riprese più possente
la voce. – «L’amore che è uno in tutti, e che tutti, ricercando, troveranno
solamente nell’Uno. Io sono l’Amore, cioè la comprensione, la pietà, la bontà,
la compassione e, se occorre, il peccato! Il peccato? Si, perchè quando il
peccato è opera d’amore, ecco che già in se stesso ha il riscatto e la redenzione.
Si pecca per amore, si pecca nell’amore, ma nell’amore ci si redime e ci si
rinnova. L’amore è il rogo fatto di fuoco puro, non vi è nulla oltre l’amore,
nulla prima di esso: l’amore, che è principio, è pure fine; è illusione, è
verità, è delusione. L’amore è l’impulso d’ogni cosa.
25.
L’amore è verità»
– tuonò intorno a Giovanni l’infinito, – «l’amore è giustizia, l’amore è
felicità, l’amore è dolore, l’amore è vita, è morte, è principio, è fine,
l’amore è!».
26.
L’infinito oceano
di luce tuonò testimoniando per l’amore.
27.
L’altro infinito,
che era l’anima di Giovanni, supplicò: «Signore, insegnami ad amare!».
28.
«Tu ami» –
echeggiò il Cielo, – «perché ami colui che opera in giustizia!».
29.
«Tu ami» – replicò l’abisso del Cielo, – «perché
ami colui che testimonia per la verità!».
30.
«Tu ami» – rauca la voce dell’inferno
risuonò con l’asprezza calda di un corno da caccia, – «perché ami colui che sa
morire per non abdicare alla sua libertà».
31.
«Tu ami» – qualcosa di intimo affermò
senza voce, – «…perché tu hai paura!».
32.
Paura! Mille
milioni di strumenti ad arco raccolsero e sostennero la nota! Paura! ...paura!
L’amore è paura, è dubbio, è tormento, è voluttà, è piacere...
33.
«No!» – la negazione giunse da ogni
angolo del Cielo. – «L’amore non è
piacere, è martirio!».
34.
«Martirio!» – gli
echi ripeterono. – «Martirio! Martirio!».
35.
«Signore» –
melodioso il grido dello spirito riprese, – «fa dunque che io ami, ami e
testimoni con il sangue l’amor mio! Ami e sia come mai fossi stato, e sia come
il vero che non è detto e che è! Ami, e tutto in me si acquieti. Ami, ma ami
Te, solo Te che non hai limiti, né ostacoli, né impedimenti; Te, che sei a
tutti Uno, e Uno in tutti!».
36.
«Davvero,
Giovanni, tu vuoi amare Me?».
37.
Donde veniva quella
voce? La Luce ebbe un volto, una forma, maschio e femmina insieme. Davanti alla
coscienza di Giovanni, un’apparizione sorse, maschio e femmina uniti, fusi,
…attuati indissolubili. La bellezza che è una a tutti, l’androgino eterno!
38.
«Io sono il
Cristo, il Figlio dell’eterno Padre» – disse l’apparizione. – «Io sono
l’immacolato concepimento, il Verbo! Amami dunque, Giovanni, e nell’amore sii
uomo!».
39.
«T’amo!» –
Giovanni rispose. – «T’amo, Tu sei il Cielo senza mescolanza d’inferno, il vero
senza ombra di menzogna, la vita senza contaminazione di morte. Ti amo!».
40.
L’apparizione
tese le braccia di luce.
41.
Melodiosa, la Sua
voce scandì: «Io sono la risurrezione e la vita, chi Mi ama non morirà in
eterno!».
42.
E Giovanni fu
luce nel gorgo di Luce!
[indice]
۞
«Nella vita di tutti gli uomini
vi è sempre un’ora che giunge
non sai se più desiderata
o maledetta!»
1.
La divina
bellezza aveva preso in sè come in un gorgo[164]
la coscienza di Giovanni. Perduto in essa, oramai il profeta non chiedeva, né
voleva più nulla. Ogni cosa era obliata, della vita, della morte e della forma;
ogni cosa, ma non la sua coscienza che, vigilante, registrava l’ora di
inesprimibile estasi.
2.
«Signore» –
chiese Giovanni come figlio al padre, – «fa che io conosca la Tua dottrina e ne
muoia!».
3.
«Chi conosce la
Mia dottrina non morirà in eterno» – replicò l’Essenza, – «poiché la Mia
dottrina è la rivelazione dell’Amore eterno!».
4.
«Sopra la Terra,
l’amore è un’altra cosa!».
5.
«Lo so, sopra la
Terra l’amore è, prima d’ogni cosa, ricerca, perciò fonte d’insopprimibili
dolori!».
6.
«Dimmi chi devo e
come debbo amare?».
7.
«Amare. L’amore è
l’istinto più alto dell’anima, tutti e tutto meritano amore. L’amore è puro
quando, obliandosi di se stesso, si trova in quest’altro se stesso che è il
prossimo suo».
8.
«Debbo quindi
amare tutti?».
9.
«Sì».
10.
«Anche i Tuoi
nemici?».
11.
«Io non so di
aver nemici, o Giovanni».
12.
«Anche coloro che
sovvertono la legge?».
13.
«Sovvertire la
legge non è che incontrare una più dolorosa giustizia!».
14.
«Anche coloro che
negano la verità?».
15.
«Coloro che
negano la verità debbono aver molto sofferto per non saperla più conoscere in
loro stessi!».
16.
«Ma allora,
l’amore è pietà?».
17.
«Si!».
18.
«La giustizia è
comprensione?».
19.
«Sì!».
20.
«Anche del
peccato?».
21.
«Che cos’è il
peccato, Giovanni?».
22.
«Ma non è il
peccato, operare contro di Te?».
23.
«Nulla può
operare contro di Me che Io non voglia che sia così; il peccato opera contro
gli uomini che ritardano in tal modo l’ora del Mio amplesso. Tu Mi hai
riconosciuto, Giovanni, tu hai testimoniato di Me. Testimonierai ancora, perchè
per questo tu sei nato da donna, ma nessuno saprà mai cosa passa tra te e Me.
Ecco che tu Mi hai battezzato in acqua, e oggi Io ti battezzo in fuoco, e ti
compio! Tu Mi hai dato ciò che Mi mancava, prendi dunque da Me ciò che ti
occorre!».
24.
«Mi occorre
qualcosa?».
25.
«Sì, imparare ad
aver pietà!».
26.
«Insegnamelo
dunque, o Signore, ed io l’imparerò!».
27.
«La vita te
l’insegnerà, Giovanni».
28.
«La vita? Quale
vita, fuor della Tua, è vita?».
29.
«Quella degli
uomini, Giovanni!».
30.
Con spavento
Giovanni si sentì oramai ricostruire, non era più una vibrazione di luce, era
già una forma e pensava da se stessa. Già il Suo interlocutore si
esteriorizzava, si formava, aveva un volto, un volto dolce di donna bella, un
volto fermo di giovane eroe. Era il Nazareno che egli aveva battezzato! Il
Cielo era la cella oscura, ma illuminata dall’ineffabile presenza.
31.
«Ti ho mandato un
messaggio, Signore!».
32.
«Lo so! E son
venuto a darti la risposta: tu stesso devi dirti chi sono Io!».
33.
«Tu sei il Cristo!
Il Figlio del Dio vivente».
34.
«Sì, Giovanni, Io
sono il Cristo, e tu sei il Mio annunziatore, il Mio profeta, colui che mai ha
peccato davanti a Me e mai peccherà, colui che è nato da donna mortale e da
spirito immortale, e che è il maggiore fra quanti siano nati da donna, poiché
non dalla carne o dal sangue, ma dal volere di Dio fosti generato!».
35.
«Vorrei avere dei
peccati ora, per offrirteli, o Signore! Ma sono così povero, così ignorante!».
36.
«Sei il Mio
diletto, il Mio fratello maggiore e minore, il testimone!».
37.
Ma il respiro del
dormiente divenne già meno profondo, e la bella parvenza impallidì e svanì.
38.
«Non andartene,
Signore», – pregò l’anima di Giovanni.
39.
«Io non vado mai
via, Mi nascondo solo, ma chi Mi cerca, Mi troverà sempre».
40.
«Ti ritroverò ancora?».
41.
«Non Mi
ritroverai perchè non Mi hai mai perduto, ti ho nella Mia mano come un sorso
d’acqua per la Mia sete, e sono in te come un germe di fuoco per il tuo
dolore!».
42.
«Non andartene,
no! Non andare!», – Giovanni gridò, ma il suo grido rimbombò in se stesso come
un tuono e lo svegliò. La superba avventura era finita!
* * *
43.
Giovanni si
risvegliò con la netta sensazione di un rombo di tuono, ma nulla ricordava
della meravigliosa avventura vissuta dalla sua mente nel sonno. Però si sentiva
stranamente bene, fresco e ben disposto in ogni membro della sua persona,
libero e lieto in ogni pensiero della sua mente. Nella cella era ancora buio,
ma per Giovanni era come sorgesse l’alba. Una limpida sicurezza era tornata in
lui, e con tale sicurezza, la forza. Come Sansone al ricrescere della recisa
chioma, così il profeta sentiva rinascere in sè la certezza del vero, la
convinzione del compito, l’entusiasmo della missione.
44.
Egli tornava al
Giordano: tutto era Giordano! Dal petto possente, libero come il trillo dell’allodola,
si levò l’inno di lode, facendo tremare e vibrare l’angusta dimora. Da quando
era stato imprigionato, per la prima volta Giovanni cantò, si sentiva ripieno
di bontà, di forza e di gioia, e questa gioia traboccava in un cantico di
benedizione!
Benedetto il Signore!
Benedetto l’Iddio che abita
l’Altissimo,
le cui operazioni sono luce,
la cui manifestazione è amore.
A Lui dia ogni creatura lode,
Lui benedica ed esalti ogni vita,
Lui glorifichi ogni potenza
nei cieli, negli abissi, e sopra la
Terra!
Venga il Tuo regno...
e ti glorifichi l’arida,
per Te sia feconda la sterile,
perchè Tu sei il mio Signore e il
mio Dio,
né io avrò altro Dio fuori di Te.
45.
La voce del
profeta salì limpida nell’aria stagnante; riempì di sè il carcere e sembrò
portasse un lieto annunzio. Il vecchio carceriere, bruscamente risvegliato,
credette di udire la voce di un angelico spirito e già stava per prostrarsi
quando riconobbe il timbro giovanneo. Allora s’inginocchiò lo stesso e
ringraziò Iddio di aver consolato il suo santo profeta.
* * *
46.
Quel mattino
Erode si svegliò con l’idea fissa di parlare con Giovanni. Vanamente Erodiade
tentò di distoglierlo, temendo che il fascino di Giovanni sopra Erode
convincesse quest’ultimo a riporlo in libertà. Erodiade temeva la liberazione di
Giovanni come cosa per lei estremamente dannosa. Infatti, dopo l’incarcerazione
di Giovanni, la posizione di Erodiade accanto ad Erode non era più stata
oggetto di attacchi da parte degli zeloti. Il popolo galileo aveva trovato un
altro idolo in un giovane Nazareno che, fortunatamente per Erodiade, non
s’interessava di questioni morali. Così pian piano intorno alla coppia illegale
si fece il silenzio.
47.
Salomè era
un’altra fonte di preoccupazioni serie: più che mai innamorata e fremente, essa
non nascondeva la sua impaziente premura di rivedere il profeta, e solo tenendo
Giovanni entro un ben chiuso carcere, Erodiade poteva star tranquilla sul conto
di Salomè, sopra la quale né le minacce, né le blandizie[165] avevano alcun
effetto. Costei, ostinatamente cocciuta nella sua idea, aveva proclamato di
voler essere unita al profeta del Giordano o, di morire.
48.
Erode aveva preso con leggerezza quello che riteneva un capriccio
giovanile della nipote, ma Erodiade temeva seriamente che non un capriccio, ma
vera passione fosse quella che tormentava Salomè.
49.
Alle osservazioni
e rimostranze di Erodiade, il tetrarca aveva risposto: «Alla fine, io non posso
impedire a tua figlia di innamorarsi!».
50.
«No, ma tu puoi
liberarla da quest’amore che ci è funesto!».
51.
«Funesto? Non mi
pare! Comunque, come devo fare a liberarla?».
52.
«Vi è un mezzo e
tu l’hai nelle mani, tetrarca: …fa uccidere Giovanni!».
53.
«Donna! – (il
debole re questa volta s’indignò sul serio). – Qual parola ti sei lasciata
uscir dalla bocca? Uccidere Giovanni? L’uomo più santo del mio regno, colui che
è tutta giustizia e rettitudine, e che non ha mai fatto male a nessuno? Ma sei
pazza! Io so chi è Giovanni e cosa debbo a lui, quando dopo l’assassinio di
Zuleima, la principessa essena, tutti i beduini del deserto vennero contro di
me come una nuvola di cavallette! Fu Giovanni, il profeta di Dio, che salvò
dalla distruzione me stesso e il regno di Galilea! Mai egli ha avuto una parola
contro di me, mai mi ha chiamato usurpatore, né si è schierato con Filippo, mai
ha incitato il popolo contro i romani; ha sempre insegnato il giusto, e se non
può approvare il nostro amore, neppure la legge lo approva! Il suo zelo, …non è
peggior lega di quello dei sacerdoti del tempio di Gerusalemme. Se la verità
offende, …non è sopprimendo la verità che si fa che sia ciò che non è. Egli
grida contro lo scandalo, e io non posso dargli torto!».
54.
«Erode, così
dunque mi tratti?».
55.
«Ma che debbo
dirti? Ti ho amata ch’ero bambino, ti amo tuttora forse più della vita; per
amor tuo ho voluto ricuperare il trono dei miei avi e non ho guardato a
torture, a sacrifici e a miserie! Ti ho dato ogni prova dell’amor mio, ho preso
la mia coscienza e l’ho posta sotto i tuoi piedi per fartene un cuscino, …ma
non posso porti sotto i piedi anche la mia ragione! Nella vita di ogni uomo, mi
pare che un solo delitto possa bastare!».
56.
«Delitto? Di qual delitto parli? Di avermi strappata alla vergognosa
schiavitù coniugale con Filippo? Io ero tua dall’infanzia per volere dei nostri
padri e, …ti ho amato senza misura e senza limite. Fui venduta a Filippo, …come
una giovenca. Ho avuto un solo torto: quello di soggiacergli, di non ucciderlo
e, …di non uccidermi; ma ero una bambina allora, ero come la mia piccola
Salomè, più giovane ancora, e lui era un uomo robusto e duro. Mi prese come una
preda e mi batté, mi domò, sordo alle mie grida, indifferente ai miei pianti,
…e quella notte si ripeté! La mia unione con lui fu solo un martirio. Quella,
quella sì, fu l’unione maledetta, fu quello lo scandalo! Di che mi si fa colpa,
dunque? Di aver accettato il volo quando fu aperta la gabbia?».
57.
Così dicendo,
Erodiade pianse, …senza più curarsi del bistro che rendeva più profondi i suoi
grandi occhi. Era ridicola e commovente, ed Erode sentì pietà per quella donna
infinitamente amata! La carezzò e volle calmarla.
58.
«No, Erodiade,
non tu hai commesso alcun delitto, ma per questo non incitarmi oggi a
commetterne uno che non troverebbe perdono. Purtroppo l’amor nostro è costato
la vita a una nobile creatura: …il sangue di Zuleima io me lo sento sovente
sopra il cuore! Quella sera essa voleva venir con me, compiere nel coniugale
amplesso la nostra riconciliazione, ed io, affettando stanchezza, la pregai di
rinunziare quella notte. La sua modestia di essena non la fece insistere, …e
lei andò volontaria nella camera ove l’attendeva la morte. Io non volevo
tradire il tuo ricordo, ed essa morì! Non meritava di morire così! Lei fu molto
buona e comprensiva; mi fu più che moglie, incomparabile sorella, e sotto il
mio tetto l’attendeva la morte, e io non fui là a difenderla!».
59.
«…l’avresti
difesa?».
60.
«Sì, io dovevo
molto a Zuleima!».
61.
«Anche contro di
me?».
62.
«Lo sai,
Erodiade, …ch’io non l’ho difesa contro di te. Non parliamo più del passato,
vuoi? Ripeto, per una vita basta un delitto solo, …non aggiungiamoci il sangue
del profeta. Piuttosto, se Salomè lo ama, perchè non lo sposa?».
63.
«Ma Erode!!!».
64.
«Che ho detto di
tanto strano? Giovanni è bello, giovane, di nobile stirpe, …di alti sentimenti.
Nato libero, è libero in ogni suo atto. Ciò che a lui manca io ce l’ho, posso
darglielo, innalzarlo tra i principi, farlo mio compagno al trono, il primo tra
i miei ministri, …il consorte della principessa reale. Farò di più: riconoscerò
Salomè per mia figlia, farò di lei la mia erede!».
65.
«Perché non sposi
me piuttosto», – sibilò velenosa la donna.
66.
«Sposarti? Lo
farò appena sarai vedova, ma tieniti bene in mente ch’io non ucciderò mio
fratello per te!».
67.
«Hai potuto però
prendergli il trono!».
68.
«Il trono era
mio! Io, non lui, …uscii primo dall’alvo materno! Ma ragiona, Erodiade, nostra
figlia, sposando Giovanni, rimane contenta, Giovanni diventa nostro, il suo
fascino, il suo potere vengono in pro del regno, egli da nemico diviene figlio,
che puoi desiderar di più? Sposando Salomè, …ti assolve dinanzi al popolo.
Riconoscendoti suocera, ti riconsacra; egli pregherà il suo terribile Dio per
noi».
69.
«No, Erode, no!
Io non vedo nulla di buono in questa tua idea. Giovanni ci sarà più che mai
nemico, egli crederà e farà credere che noi l’abbiamo a bella posta tratto in
un tranello, e la sua feroce anima non avrà abbastanza anatemi da scagliarci
contro. No, Erode, dai retta a me: uccidilo, …risparmierai molti dolori e molte
vergogne. Uccidilo e avrai la pace nel regno. Hai visto cos’è successo per il
suo arresto? Quanti sono morti per lui! È bene per il popolo che muoia un solo
uomo! Erode, domani tu rimpiangerai di non avermi ascoltata!».
70.
«Erodiade! Ma tu
hai sete di sangue! Perchè non fai decapitare il tuo mago Simone piuttosto? Da
quando egli è a corte, non sei più tu! È un malvagio ed io l’aborrisco. È lui
che ci ha messo in quest’impiccio, è Lui la causa di tutto il tumulto! E se lui
non fosse difeso dalla tua persona, non esiterei un istante a consegnarlo a
Pilato come autore della rivolta: la croce, …sarebbe la conclusione della sua
brillante carriera. Vita per vita, Erodiade. Dammi Simon mago, e io,
...rinunzierò alla mia idea su Giovanni!».
71.
«No, mai!».
72.
«Bene, come vedi,
Erodiade, andiamo proprio d’accordo come marito e moglie!».
73.
«Risparmia le tue
ironie!».
74.
«E tu le tue
perfidie!».
75.
«Erode! Salomè
non sposerà
76.
«Questo lo
chiederò a Salomè, se non ti spiace».
77.
«Oh, …maledetta
sia l’ora!».
78.
«Quale ora?».
79.
«L’ora... – L’ora
in cui...».
80.
«Erodiade! Sempre
per l’uomo giunge un’ora che egli non sa se è più desiderata oppur maledetta!
Qualunque essa sia, l’anima forte sa accoglierla con un sorriso! Io non ti
affliggo con il racconto delle mie ore, …risparmiami quello delle tue.
Comunque, questa è l’ora della chiarezza, sia dunque la benvenuta!».
81.
«Erode!».
82.
«Lasciami, donna,
sarà bene per tutti!».
[indice]
۞
«Io non disprezzo i tuoi doni, o re
ma per accettarli
dovrei disprezzare quelli di Dio
e tu non potresti più aver fiducia
in uno che fosse infedele al suo Dio!»
1.
Erodiade,
colma di sdegno, si allontanò piangendo senza aver la forza di celare alle sue
ancelle il suo volto disfatto.
2.
Erode, contento
di aver dimostrato la sua forza, ma forse più ancora di aver dimostrato a se
stesso un’intima onestà, ordinò che alla sua presenza si traducesse Giovanni.
Oltre un mese era passato dal suo incarceramento e mai era stato tradotto
innanzi ad alcuna autorità, così che l’ordine di Erode fu logico, oltre che
atteso.
3.
Il carceriere,
ricevendolo, si rallegrò tutto; egli amava grandemente Giovanni e fu lieto di
portargli l’annunzio.
4.
«Maestro» – disse
entrando nella cella, – «una buona nuova! Il tetrarca ha chiesto di vederti,
ben presto tu sarai libero, perchè solo per errore tu potesti essere chiuso qua
dentro».
5.
«E tu lo credi,
vecchio Tropheo?» – chiese sorridendo Giovanni. – «Nulla accade mai per errore,
mio buon vecchio, tutto nel Creato ha la sua grande ragione».
6.
«Sia pure come tu
dici, maestro, ma il tuo posto non è tra queste nere tenebre di carcere, ed io
sarò felice quando ti vedrò libero!».
7.
«Io sono libero,
mio buon Tropheo, poiché oggi sento che in me è tornato Iddio. Questo carcere
non mi grava: qui o nel deserto, che importa? Iddio è ovunque! Del resto, qui
sei tu, il tuo buon figlio e l’innocente tua nuora, qual compagnia migliore
potrei desiderare? Qui …ho i miei discepoli fedeli. Se uscirò di qui, lo farò
con rimpianto e ti sarò grato dell’ospitalità».
8.
«Grazie, maestro»
– replicò confuso il vecchio carceriere, – «ma adesso affrettati, i messi di
Erode ti attendono».
9.
«Hai così premura
di sbarazzarti di me, Tropheo?».
10.
«No, maestro, ma
sarò felice di venirti ad ascoltare in riva al Giordano».
11.
Giovanni seguì i
messi di Erode e fu tradotto alla presenza del re. Erode sedeva sopra un trono
coperto di pelli preziose. Sotto i suoi piedi, tigri e pantere, ridotte a mute
spoglie, offrivano un tiepido tappeto. La veste era semplice, indossava una
clamide scarlatta a imitazione dei romani, al di sopra di una tunica di seta
pesante screziata di vari colori. Il suo aspetto, nonostante l’età e la crapula[166], era ancora
prestante, e l’incipiente pinguedine era ben sopportata dallo scheletro
possente e aitante; nell’insieme un misto di fierezza e magnanimità, una regalità
naturale, unita a una cortese urbanità, atta a mettere a proprio agio
l’interlocutore.
12.
Per la prima
volta Giovanni vedeva il tetrarca sopra il trono in atto di re e di giudice e,
suo malgrado, non poteva difendersi da un lieve senso di timidezza e ammirazione.
13.
Erode, infatti,
ispirava ammirazione per il suo contegno dignitoso e affabile. Davanti a Erode,
Giovanni piegò lievemente la testa rimanendo eretto sopra la bella persona.
14.
A lui il tetrarca
indirizzò prima la parola: «Profeta, la tua presenza in questa reggia, Dio lo
voglia, sia di fausto auspicio. Con tutta l’amicizia ch’io ho per te, e che tu
disprezzi, formulo questo voto!».
15.
«Grazie,
tetrarca! Ma in questa reggia io non venni ospite volontario e gradito, ma
prigioniero e accusato, e tu mi sei giudice, non amico».
16.
«Sei mordace,
profeta! E s’io volessi esserti amico?».
17.
«Sarai sempre mio
amico quando sarai amico della legge di Dio!».
18.
«Suvvia, profeta,
mi son state dette di te strane cose, e non vedo come questo tuo fiero contegno
ad esse si accordi».
19.
«Se ciò che di me
ti fu detto, fu il vero, io non ho da vergognarmene; se falso, non ho da
temerne».
20.
«Io non so se ciò
che mi fu detto, fu vero o falso; è da te ch’io attendo di sapere».
21.
«E che vuoi
sapere da me?».
22.
«Che cosa è
accaduto fra te e la principessa Salomè nostra nipote?».
23.
«Perché non lo
richiedi direttamente a lei?».
24.
«L’ho richiesto,
infatti, e ne ho avuto la risposta. Ora da te attendo di saper che stima debbo
fare di questa risposta».
25.
«Chiama dunque la
principessa; solo dinanzi ad essa io potrò dire una ad una le parole che furono
dette».
26.
«La chiamerò a
suo tempo, profeta, ora ti prego seriamente di por mente alle mie parole.
Dimmi, prima di tutto, se mi riconosci come tuo re».
27.
«Sì, tu sei re
della Galilea per diritto di primogenitura».
28.
«Grazie,
Giovanni, ti farò dare tanti sicli d’oro per quante son le parole che hai or
ora pronunziate».
29.
«Tieniti il tuo
oro; la verità non si compra e non si vende!».
30.
«Non esser così
duro, io non ti ho offeso».
31.
«Sì, o re, tu mi
offendi se pensi di compensare quanto è stabile convinzione della mia anima. Tu
sei il mio re perchè io son nato in Galilea, questo né tu né io l’abbiamo
stabilito né voluto, ma sì quel Dio che per primo, dall’alvo[167] materno ti trasse;
dunque, al Suo giudizio la mia piena sommissione. Se primogenito fosse stato
tuo fratello Filippo, egli, non tu, sarebbe il mio re!».
32.
«Tu ami
Filippo?».
33.
«No, non amo chi
si ribella per malvagia ambizione al suo legittimo signore, …disobbedendo a
Dio!».
34.
«Ma allora,
figlio mio, se tu non ami Filippo, mi riconosci re legittimo e riconosci che
Filippo ha peccato d’ingiustizia pretendendo al trono dei nostri avi. Perchè
non hai un po’ di pietà per quella povera donna che ha l’unica colpa di
amarmi?».
35.
«È di Erodiade
che tu parli?».
36.
«Sì!».
37.
«Io ho di lei una
pietà infinita, tanto maggiore quanto più vedo dove questa indegna passione la
sprofonda. Essa non può esserti moglie, né amante, perchè essa, e tu con lei,
peccate di continuo incesto. Essa ti è cognata, è la moglie del fratello tuo
che vive tuttora, la madre della figlia del fratello tuo, essa ti è cognata e
sta scritto: “Non scoprire le vergogne
della moglie del fratello tuo, esse sono le vergogne del fratello tuo”. E
sta scritto ancora: “Non giacere carnalmente
con la moglie del prossimo tuo, non contaminarti con essa". E sta
scritto: “Tu non commetterai adulterio...”.
Queste parole sono scritte nel libro santo, perchè così parlò Iddio a Mosè e ai
profeti, e la sua legge è santa sopra d’ogni cosa».
38.
«Ma, Giovanni! Il
medesimo libro santo è una serie completa di contraddizioni, perchè sta anche
scritto, …che il cognato deve sposar la cognata per suscitar seme al fratello
suo!»
39.
«Tetrarca! Tuo
fratello vive, e tu non devi tenerti la moglie che è sua!».
40.
«Ma essa m’ama!».
41.
«Anche il diavolo
ti ama, o re, e con questo vorresti tu il suo amplesso? Anche la tigre ama la
carne vivente di cui saziarsi. Perchè non ti dai in suo pasto?».
42.
Il tetrarca cercò
di ridere: «Via, Giovanni, siamo qui soli e nessuno ci ode, qui non scandalizzi
alcuno se riconosci di esagerare alquanto».
43.
«Iddio ci ode,
tetrarca, e la Sua legge che è incisa nei nostri cuori ci ascolta del pari».
44.
«Ma che dovrebbe
fare, secondo te, questa povera donna? Tornare dal marito che imbestialito
l’ucciderebbe?».
45.
«Quand’anche ciò
fosse, la sua morte sarebbe vita e riscatto, la sua anima salvata avrebbe sopra
se stessa la benedizione di Dio, e i suoi peccati le verrebbero rimessi: essa,
rinnovata e purificata, salirebbe verso le stelle con il merito dell’ultimo
salutare esempio, mentre, non facendo ciò precipiterà alfine negli abissi, e tu
con essa. Ma quand’anche il debole sesso e il donnesco animo a tal forza di
sacrifizio non la portassero, la penitenza le offrirebbe sempre un salutare
asilo, ed essa potrebbe, a guisa[168]
di vedova saggia, attendere alla glorificazione di Dio!».
46.
Erode rise
schiettamente: «Ma tu farnetichi, …profeta! Ah! ah! Erodiade penitente? …vedrai
prima il Giordano risalire la sorgente! Nessuno è più convinta di lei d’essere
nel giusto, mio caro Giovanni; in fondo, …tu e lei vi somigliate: entrambi
cocciuti, testardamente presi dalla vostra idea fissa. Tu, tutto cielo, e lei,
poveretta, tutta terra, materia e passione. Ognuno di voi, dal suo angolo
visuale, …non vede che un ristrettissimo settore del Creato. Quanti anni hai,
Giovanni?».
47.
«Trentadue, re!».
48.
«Trentadue anni,
...la mia età quando la rapii! Ero già vecchio di dolori e di conoscenza,
...non credevo già più a quei fantasmi splendenti che sembrano tuttora
cullarti: ho pietà di te e ti invidio!».
49.
«Anch’io ho pietà
di te, tetrarca, ma non t’invidio».
50.
«Giovanni! Mi
sembra che tu stia dimenticando che parli al tuo giudice!».
51.
«Non posso
ritener per giudice chi mi fa confidenze da libertino».
52.
«Oh, per la barba
di Mosè, …anche insolente ti fai?!
53.
Ma, via...» –
continuò ripigliandosi, – «…voglio donar molto alla tua selvaggia natura,
poiché molta è la stima ch’io nutro per la tua saggezza. Vorrò quindi
sottoporti alcuni quesiti. Vedrò dalle tue risposte se davvero lo spirito di
Elia ti guida, così come dicono...».
54.
«Lo spirito di
Elia mai fu consigliere di re!».
55.
«Va bene, si
disturberà a esserlo adesso» – replicò Erode, – «e prima di tutto proprio da te
voglio sapere come devo comportarmi verso mio fratello Filippo. Vinto ma non
domo, egli continua a insidiarmi e a tramare nell’ombra; mai passa giorno che i
suoi partigiani non facciano scorrerie nei villaggi limitrofi, procurandomi
molte noie anche con i romani. Quasi ogni giorno scorre sangue, …e i raccolti
vengono incendiati. A me spiace agire rigorosamente contro di lui, che pur mi è
fratello, ma altrettanto mi spiace non proteggere i miei sudditi. Qualcuno mi
si è offerto di tentare clandestinamente d’ucciderlo, così che un solo colpo mi
assicurerebbe la pace: dimmi tu, che debbo fare?».
56.
«Non avvalerti
dell’insidia, non rispondere con il tradimento, o re, ma cerca, se puoi, che
autorevoli saggi parlino al cuore di lui secondo giustizia e verità; intanto,
alla forza opponi la forza, perchè i tuoi sudditi han diritto di esser
protetti, ma fa’ che la clemenza ti sia scorta nel giudizio. Pensa però quanto
questa tua opera sarebbe facilitata se a lui tu rendessi la figliola e
rinviassi la moglie ».
57.
«Meno
l’ultimissima parte, il tuo consiglio mi piace».
58.
«Lo so, o re,
sempre i consigli son chiesti per non esser eseguiti».
59.
«Allora,
ascoltami ancora: tu sai ch’io sono alleato dei romani, alla fine io debbo a
loro l’aver riavuto il trono degli avi, ma nel tempio di Gerusalemme tra i
farisei e gli zeloti quest’alleanza è vista molto male. Che debbo fare io?
Spezzarla, dopo che, volontario la contrassi? Continuarla a dispetto del popolo
insofferente?».
60.
«Colui che
rispetta se stesso, rispetta la sua parola e la mantiene a costo della vita.
Senza una giusta causa non puoi spezzar l’alleanza che volontario contraesti».
61.
«E non è giusta
causa l’irritazione del popolo?».
62.
«Non è giusta
causa l’irritazione di un popolo che non seppe, a suo tempo, difendere la sua
libertà o conservarsela essendone degno. Il popolo che vuole e non vuole, che
acclama e impreca a seconda del vento di passione che lo investe, non può
costringere un uomo a non mantenere la sua parola».
63.
«Sei duro con il
popolo d’Israele, Giovanni! Ma dimmi, è lecito pagare il tributo che questi
romani esigono?».
64.
«Non è questione
di lecito o di illecito, è questione di patti liberamente accettati e
stabiliti, se avete contratto un impegno dovete mantenerlo, altrimenti no!».
65.
«Contratto un
impegno? Essi, …ci han vinto! Infine, vi è un impegno tra vincitore e vinto; o
non piuttosto, imposizione o rivolta?!».
66.
«Quando si può
scegliere tra la morte e la disfatta, è giusto che chi ha scelto la disfatta
sia soggetto al vincitore!».
67.
«Scelto la
disfatta? Il popolo d’Israele non ha scelto la disfatta. Contro forze
preponderanti non poteva che cedere, anche se avrebbe voluto morire».
68.
«Cedere, ma non
venire a patti! Così fecero i nostri antenati che furono tutti trascinati nella
schiavitù di Babilonia, ma una volta accettato un patto, questo deve essere
mantenuto».
69.
«E allora, si
deve pagare il tributo?».
70.
«Si, poiché s'è
accettato di pagarlo».
71.
«Sei una lama,
Giovanni! Ma ascoltami ancora: due donne, di cui una ricca e l’altra assai
povera, mi son venute a sottoporre a giudizio una questione; quella ricca dice
di aver prestato una moneta d’oro alla povera senza più averne avuto
restituzione, quell’altra sostiene invece di aver a suo tempo reso la moneta.
Non vi son testimoni, che debbo fare?».
72.
«Dona una moneta
d’oro alla povera, e ordina che in tua presenza la restituisca alla ricca, e
tassa quest’ultima di cento monete d’oro per non aver avuto cuore verso la
misera!».
73.
«Vedo che la tua
saggezza, o Giovanni, è pari alla tua rusticità. Vuoi tu che noi siamo amici?
Sol che tu receda lievemente da questa tua feroce ostinazione contro Erodiade,
e tu rimarrai con me a corte, sarai il mio ministro, la mia guida; rifletti,
Giovanni, non disprezzare i miei doni!».
74.
«Io non disprezzo
i tuoi doni, o re, ma per accettarli dovrei disprezzare quelli di Dio, e tu non
potresti più aver fiducia di uno che fosse infedele al suo Dio!».
75.
«Ah! Ma questo è
troppo, …tu abusi della mia pazienza! Va, torna al carcere e pensaci bene,
poiché anche abusar della clemenza del proprio re è offendere Iddio!».
76.
«No, quando
questa clemenza pagherebbe il compromesso della coscienza!».
77.
E tra le guardie,
Giovanni uscì.
[indice]
۞
«Un gran profeta è sorto fra noi
oggi Iddio ha visitato il suo popolo»
1.
Sull’aia
di una casa colonica vi era un agitare di persone, eppure non era la stagione
in cui si batte il grano e lo si separa dalla pula, né in quella casa si
festeggiavano nozze o piangevano defunti, ma molta gente si accalcava nell’aia
pulita, e anche fuori nei cortili esterni e dentro la casa si riunivano i più
intimi. tutti però affacciati verso l’aia, arrampicati sopra i fienili, sempre
in maniera di poter vedere. Nell’aia, seduto sopra un sacco di grano,
circondato da una nidiata di bimbi che si arrampicavano per esser presi sulle
ginocchia, con la confidenza sfacciata di tanti gattini che si urtavano tra
loro per disputarsi una distratta carezza, un uomo giovane e biondo,
dall’aspetto sereno, parlava con voce uguale e calma ma stranamente sonora,
tanto da essere udito chiaramente da tutti coloro che lo premevano da ogni lato.
2.
«... ecco» – Egli
diceva, – «perché vi affannate e vi tribolate? Ogni giorno ha una pena e porta
una gioia, basta che per ogni giorno ognuno compia l’opera sua, poiché nulla in
più gli è chiesto. Se guardate gli uccelli dell’aria, voi vedete com’essi si
amino tra loro e, trillando di gioia, facciano i nidi. A ogni stagione essi,
secondo le specie, trasmigrano verso terre più atte ai loro bisogni, non
seminano, non mietono, eppure il Padre che è nei Cieli, tutti li nutre e
difende e ripara; non cade un passero senza il Suo volere, eppure si vendono
dodici passeri per un soldo. Ora, voi siete da molto più dei passeri, e tutti i
vostri capelli son contati. Voi non pensate certo che la veste valga più del
corpo; allora, come ritenete che il corpo sia più prezioso dell’anima? Io vi
dico che l’anima vale assai più del corpo e della veste... perché questi sono
accidentali, non così può dirsi dell’anima che è l’origine di tutte le cose
sensibili. Così che se voi vi assicurate dell’anima vostra, voi signoreggerete
altresì il vostro corpo».
3.
Monotono, nella
casa si sentiva il va e vieni di un telaio. Qualcuno, assiduo alla sua fatica,
o forse recalcitrante alla parola, rispondeva con colpi di spola all’armonia
della voce tranquilla. Va e vieni... va e vieni... vi era dell’ira nel moto
cadenzato, vi era una protesta astiosa contro l’insegnamento sereno.
4.
La voce del
Maestro superò il ticchettio molesto: «Guardate i gigli dei campi, essi non tessono,
non filano, e Salomone, in tutta la sua pompa, non fu mai vestito come il più
modesto di essi. Il Padre che è nei Cieli, se ha cura dei fiori, non avrà cura
di voi? 0 fanciulli che vi affannate, tutti presi dalla terra, levate dunque
gli occhi a guardare il cielo!».
5.
«Maestro» –
qualcuno interruppe, – «ma seguendo questi tuoi principî, noi tutti dovremmo
smettere di lavorare? E chi farà produrre la terra? Chi alzerà le case? Chi
governerà i buoi? Dovremmo vivere come le bestie? E allora a che pro siamo
uomini?».
6.
L’occhio ceruleo
del Nazareno ricercò tra la folla l’interlocutore e, fissatolo, rispose,
indirizzandosi a lui soltanto: «Non io vi dico di non lavorare, poiché il
lavoro è per l’uomo la sua più degna espressione; io vi dico di non mutare il lavoro
in condanna, in maledizione, in dannazione, poiché il lavoro deve essere gioia
e non pena, premio, non castigo! Il lavoro diventa pena e castigo quando muta
l’uomo in automa e gl’impedisce di ricordare che il cielo è azzurro, che la
terra è verde! Tu, poi...» – e qui diresse la parola all’annichilito
interlocutore, – «…tu, poi, quali di questi urgenti lavori hai lasciato in
sospeso per venir qua ad udir la Mia parola? Quali case stavi erigendo? Quali
terre dissodando, …quali branchi di selvaggi animali domando?...le tue vesti di
notabile e le tue unghie curate non lo dicono!».
7.
Una corale risata
s’innalzò. La gente intorno rise e, …lanciò frizzi[169].«Ah! ah! ben ti
sta, Giosia! È il più ricco fattore della vallata, ha decine di schiavi, dozzine
di bifolchi, …amministra i migliori terreni, centinaia d’uomini sudano per
lui...».
8.
«Dì: hai paura
che i tuoi servi non siano più così solerti? Dì: temi che i mandriani non ti
diano più il fiore di latte? Oppure supponi che le spighe abbiano un chicco in
meno! Usuraio! Approfittatore! Guardate le sue mani, son bianche come quelle di
una donna! ...proprio lui che parla di lavorare! ...aguzzino! ...lui che presta
al cento per uno, che fomenta i vizi dei giovani ripromettendosi larga parte
nell’eredità! Strozzino! Pubblicano!».
9.
Vista la mala
parata, il fattore Giosia preferì allontanarsi inseguito dai fischi. Egli non
vide il volto del Maestro oscurarsi, non udì la sua voce ammonitrice levarsi.
10.
«Io vi dico: non
giudicate, perchè sarete giudicati! Perdonate, …perchè tutti avrete bisogno di
perdono!».
11.
Trinc - tranc;
trinc - …tranc. Duro, …il movimento del telaio sembrava commentare la voce del
Maestro.
12.
Quel rumore
infastidì anche l’adunanza, e qualcuno urlò: «Anna, smetti, smetti!».
13.
Ma il telaio
continuò, così entrò della gente nella casa cercando l’infaticabile tessitrice
e, trovatala, la fecero uscire.
14.
Era una donna
completamente sorda e semicieca, aveva passato la vita al telaio, anche in
stato di riposo le sue mani avevano un moto abituale di afferrare e lanciare la
spola.
15.
Ora stava lì al
Sole, molto stupita di essere interrotta nell’opera assidua. Si guardava
intorno strizzando gli occhietti cisposi, arrossati dalla polvere sottile che
fa la lana finemente tessuta. Sulla povera donna si posò benigno l’occhio del
Maestro.
16.
«Anna!», – disse
a bassa voce Gesù.
17.
Alla chiamata si
scosse tutta, portando le mani tremule agli orecchi come per allontanare una
molestia...
18.
«Anna!», –
insistette Gesù.
19.
La povera
vecchietta emise un grido e si precipitò ai piedi di Gesù. Aveva sentito per la
prima volta, dopo lunghi anni di sordîtà.
20.
«Signore!» –
gridò la miracolata, – «Signore!».
21.
Nella folla
raccolta sopra l’aia, …ci fu tumulto. Tutti si spingevano, tutti volevano
parlare con la sorda che aveva ricuperato l’udito. Tutti, toccare, …o esser
toccati dal miracoloso taumaturgo.
22.
Tutti gridarono:
«Un grande profeta è sorto tra noi, oggi Iddio ha visitato il suo popolo!».
23.
In quella, due
uomini si presentarono alla porta chiedendo di Gesù. A gran stento furono
ammessi nell’aia e poterono avvicinarLo. I due uomini erano bianchi di polvere
ed esausti, e respingendo energicamente il conforto di una zucca piena d’acqua
che qualcuno aveva posto loro, rivolsero senza indugio la parola al Nazareno.
24.
«Maestro» –
dissero, – «Giovanni il Battista ci ha mandato a te a chiederti: ‘Sei tu Colui che deve venire, oppure ne
dobbiamo aspettare un altro?’. Significaci bene questa cosa, nel nome di
Dio, poiché Giovanni è in carcere e ci ha mandato a te perchè lo rapportiamo».
25.
Gesù non rispose.
Alzatosi dal sacco di grano, si volse alla folla invocante. Grida deliranti ben
presto scoppiarono qua e là. Intorno a Gesù il miracolo sbocciava come un fiore
celeste. Alcuni ciechi recuperarono la vista, alcuni ossessi furono liberi di
colpo dagli spiriti maligni, perfino dei lebbrosi che si erano insinuati nella
calca, si trovarono inaspettatamente sani e mondati. L’eccesso stesso del
prodigio creò il terrore; intorno a Gesù fu il vuoto, ma i discepoli di
Giovanni non si erano staccati da Lui.
26.
Allora, rivolgendosi
verso di questi, Gesù disse: «Andate e rapportate a Giovanni le cose che avete
veduto e udito: che i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i sordi odono, i
lebbrosi sono nettati, i morti resuscitano, …e la buona novella è annunziata ai
poveri. Beato è colui che non si sarà scandalizzato di me!».
27.
Tra Gesù e i
discepoli di Giovanni vi fu allora un lungo silenzio...
28.
«Andate dunque» –
disse ancora Gesù, – «…e riportate questo a Giovanni».
29.
I discepoli, pur
sfiniti dalla fatica, si sentirono d’improvviso ristorati e, come appena alzati
da un soffice letto, senza mangiare e senza bere, ripresero il cammino del
ritorno. Gesù vide allontanarsi i messi di Giovanni e, mentre la curiosità
stringeva nuovamente intorno a Lui le turbe, ecco che Egli prese a dire, parlando
di Giovanni.
30.
«Che andaste voi
a vedere nel deserto? Una canna dimenata dal vento? Ma pur io vi dico: che
andaste voi a vedere? Un uomo vestito di morbidi vestimenti? Ecco, coloro che
usano vestimenti magnifici e vivono in delizia stanno nei palazzi dei re. Ma
che andaste voi a vedere nel deserto? Un profeta? Certo, io vi dico, …uno più
che profeta. Egli è quello del quale sta scritto: “Ecco, io mando il mio messo davanti alla tua faccia, il quale
preparerà il tuo cammino innanzi a te”, ed ecco che io vi dico: tra coloro
che sono nati per mezzo di donna non vi è profeta alcuno maggiore di Giovanni
il Battista, però vi accerto che il minimo del regno di Dio è maggiore di lui».
31.
«Maestro» – chiese
un dotto nella folla, – «come dici tu che Giovanni, il maggiore, secondo la tua
parola, tra i profeti, sia inferiore al minimo del regno di Dio?».
32.
Gesù rispose:
«Perché Giovanni è
33.
In quella, il
popolo e i pubblicani che erano stati battezzati da Giovanni, lo ricordarono e
glorificarono Iddio rallegrandosi interiormente, ma alcuni farisei e dottori
della legge che non avevano voluto il battesimo di Giovanni, s’infuriarono e
sgridarono il popolo dicendo: «…è che Giovanni agiva così per virtù di demoni».
34.
Però non usarono
farsi molto sentire, e disapprovarono scotendo il capo.
35.
Ma ecco che Gesù,
sentendoli, alzò la voce prendendo a dire: «A chi dunque somiglieranno gli uomini
di questa generazione? A chi son essi simili? Sono simili a fanciulli che
seggono sulla piazza e gridano gli uni agli altri dicendo: noi abbiamo suonato
e voi non avete ballato, vi abbiamo cantato canzoni lamentevoli e non avete
pianto. Perciocché Giovanni Battista è venuto non mangiando pane e non bevendo
vino, e voi avete detto di lui: “Egli ha
il demonio, procede così per opera del demonio!”. Il Figliolo dell’uomo è
venuto mangiando pane e bevendo vino, e voi dite: “Ecco un uomo mangiatore e bevitore, amico dei pubblicani e dei
peccatori!”. Così voi non sapete quel che volete, né quello che non volete,
ma come frasche che il vento raggira, seguite ogni soffio senza saper donde
nasca, invece la sapienza sarà glorificata da tutti i suoi figlioli».
36.
Ciò dicendo, un
uomo dalle ricche vesti, ma dal volto sfatto dalle angosce, ruppe la folla per
accostarsi a Gesù e avvicinatosi disse: «Maestro, io sono Cuza, procuratore di
Erode, la mia consorte è da molti anni vittima di uno spirito maligno che ora
la getta nell’acqua, ora nel fuoco. Io credo che tu possa guarirla. Deh, ti
prego, prenditene pietà e risanala!».
37.
Gesù guardò
l’uomo e disse: «Come credi tu queste cose?».
38.
«Le credo,
Signore, perchè Iddio vive. Egli si manifesta attraverso ognuno che operi in
Suo nome, e io credo che tu operi in Suo nome. La mia sposa si chiama Giovanna,
Signore!».
39.
«Ebbene, Cuza, io
caccerò lo spirito maligno da Giovanna, però ricorda che questi spiriti si
cacciano con il digiuno e la preghiera».
40.
E Cuza,
comprendendo che Gesù gli aveva letto nel cuore, si prostrò ancor di più
dicendo: «Signore! Tutta la nostra vita sarà rinnovata» – e, rialzatosi, disse
agli astanti additando Gesù: – Ascoltatelo, perchè è il Signore! Lui mi ha
letto nel cuore!».
41.
Detto ciò, tutto
rasserenato tornò a casa sua, dove in effetti ritrovò risanata la sposa
ossessa. La grazia, da lunghi anni invocata, era venuta come una pioggia di
primavera a ristorare il terreno riarso dal gelo del cupo inverno. Una nuova
vita sorrise a Cuza e alla sua sposa, e questa vita fu irradiata dal sorriso
del Nazareno; da allora essi seguirono Gesù.
[indice]
۞
«Con ciò sia che nulla sia nascosto
che non abbia a farsi manifesto
né segreto che con abbia a risapersi
e a divenir palese»
1.
Il ritorno
di Giovanni in carcere provocò la disperazione del vecchio Tropheo, carceriere
di Erode, il quale non sapendo darsene pace gridava: «Come può essere una cosa
simile? Che il più santo del regno debba esser chiuso in carcere, con tanti
birbanti che girano liberi. Ma come può essere, o santo profeta, che Erode non
ti abbia subito riposto in libertà?».
2.
«Chi lo sa» –
rispose sorridendo Giovanni, – «forse si é offeso d’alcune mie
affermazioni...».
3.
«Ma per la barba
dei patriarchi» – gridò Tropheo, – «perché tu ti cimenti con il ‘potente’, o
signore? Non sai che l’ira dei re è come un fuoco distruggitore?».
4.
«Lo so, buon
Tropheo, ma anche il carro che trasportò al Cielo Elia era di fuoco!».
5.
«Ah! Che
sventura! Che sventura! E non vi è alcun rimedio? Non puoi placare lo sdegno
del re?».
6.
«Non intendo
placarlo, amico mio».
7.
«Ma perchè,
signore, perchè? Erode non è malvagio; tu devi esser stato ben duro con lui,
…se egli è arrivato a questo...».
8.
“Infatti, gli ho
detto il vero».
9.
«Ma non si dice
mai il vero ai re, o signore! Non si deve dire il vero ai potenti!».
10.
«Ah! Non si deve
dire il vero?».
11.
«Ma no,
signore!».
12.
«Allora comincio
a compiangerli. Ben triste cosa è la potenza che ti diniega alla verità».
13.
«Come fare
adesso, come fare? Oh, per il Dio d’Abramo, signore, pensa a rimediare!».
14.
«Rimediare a
cosa?».
15.
«Ma, all’errore
che hai fatto dicendo il vero».
16.
«Se questo è un
errore, mio buon Tropheo, sappi che allora prima d’oggi io non ho fatto nulla
di bene, ma se finora ho fatto bene e il mio male è l’aver testimoniato il
vero, sappi ch’io voglio che tutto il mio bene si prostri ad adorar questo mio
male».
17.
«Ma, così sarai
carcerato a vita!».
18.
«O Tropheo, chi è
padrone della vita, fuor di Colui che l’ha creata?».
19.
«Ma sì, signore,
ma sì, ...tu sei un santissimo uomo, ma qui bisogna far qualcosa...».
20.
«Far che?».
21.
«Ma, non so, …far
intercedere qualcuno, ...chiedere scusa a Erode».
22.
«Chiedere scusa?
E di che? Di essermi mostrato amico, non rifiutandogli quel vero che i suoi
cortigiani gli negano?».
23.
«Signore, tu sei
un santo, …ma con te non si può parlare. Penserò io al da farsi, ...a cercarti
qualche amico. Oh, lasciami fare, penserò ben io al modo di farti liberare..».
24.
«Ma io sono
libero, amico mio!».
25.
«Sì, sì, libero
di far sciocchezze, …purtroppo. Ti voglio troppo bene, …per lasciar che questa
tua splendente giovinezza ammuffisca in un carcere. Penserò io al tuo bene».
26.
Così dicendo il
vecchio carceriere lasciò bruscamente Giovanni senza dargli agio di rispondere
e, affidato il carcere al figlio, indossata una penula[170] nera più decente,
uscì per andare in città. Giunto in città, il buon vecchio si recò difilato
nella casa del procuratore di Erode, un certo Cuza, con il quale il vecchio
carceriere aveva dei rapporti di rispettosa familiarità. A lui aveva pensato di
ricorrere per ottenere il patrocinio in pro di Giovanni.
27.
Di solito la casa
di Cuza, pur essendo sontuosa, era sempre chiusa e triste, da molti anni il
lutto e il dolore vi regnavano. Giovanna, la bellissima sposa del procuratore
era vittima di un genio maligno che, ossessionandola, ne aveva distrutto la
bellezza e ne metteva di continuo in pericolo la vita.
28.
Il procuratore
Cuza era un brav’uomo, pur peccando di un elegante scetticismo verso ogni forma
religiosa. Eppure non aveva esitato, per guarire la sposa, a colmare di doni
ingenti, sacerdoti e taumaturghi pur senza ottenere nulla. Adesso, dopo anni
d’agonia, si era cupamente rassegnato. La sventura lo aveva però mantenuto
nella sua indole buona e non lo aveva per nulla inasprito. Perciò il vecchio
Tropheo era certo che non avrebbe negato di ascoltare benignamente la sua
supplica.
29.
Grande fu
pertanto il suo stupore, accostandosi alla casa, di vederne aperte tutte le
porte, e di vedere i cortili interni inghirlandati e il gaio va e vieni di
servi e serve preparanti un convito. Qua e là un tinnire di cembali e un
fremere di cetre accordate, annunziavano il prepararsi di suonatori molto
impegnati a farsi onore. Vi era, insomma, tutta la gaiezza e l’operosità dei
preparativi di una grandissima festa. Tutto stupito, il vecchio si avvicinò
titubante alla casa in festa, chiedendo a se stesso se sognava o se era desto.
Sulla soglia s’imbatté nella vecchia Sofronia, nutrice della sposa.
30.
A costei Tropheo
si rivolse timidamente, dicendo: «Che la pace sia con te, eccellente Sofronia.
Che accade dunque in questa vostra casa? Come sta la nobilissima Giovanna,
vostra padrona?».
31.
«Oh! vecchio
Tropheo! Ma come, tu non sai? Tu ignori che cosa è accaduto?».
32.
«Che cosa è accaduto
dunque?».
33.
«Ma non lo sai!».
34.
«No! Per la barba
di Mosè, io non so nulla, parla, ti prego. Che mai è accaduto?».
35.
«Dunque, tu non
sai che la nostra signora è stata miracolosamente risanata?».
36.
«No, davvero! E
come? Dunque...».
37.
«Ah, siamo ancora
tutti sconvolti dalla gioia e dallo spavento! Ma vien qua sotto al portico, …e
ti dirò. Ma come fai a non sapere? Dunque, tu sai che la mia signora, pochi
giorni dopo le nozze, fu colpita da uno spirito maligno che...».
38.
«Ma sì, queste
cose le so, rispettabile Sofronia, ma io voglio sapere che cosa è accaduto. Se
vuoi, dimmelo, perchè avrei bisogno di parlare con 1’eccellentissimo
procuratore per una cosa molto importante!».
39.
«Oh! Oggi non
pensare di parlare al procuratore, non ti ascolterebbe; oggi è giorno di
festa».
40.
«Ma cos’è
accaduto dunque?».
41.
«Te l’avrei
detto, …se tu mi avessi ascoltato. Dunque, come dicevo, ho dato io il latte a
Giovanna, la più bella bambina non si potesse avere, e quando essa andò
sposa...».
42.
«Lo so, ...uno
spirito maligno se ne impossessò».
43.
«Ma lasciami
parlare, vecchio borbottone...».
44.
«O santa
pazienza, ma dimmi che cos’è accaduto, se vuoi».
45.
«Sto dicendotelo!
Dunque, la madre di Giovanna, mia padrona, mi diceva sempre che...».
46.
In quell’istante
uno schiavo uscì di corsa dalla casa chiamando a gran voce: «Sofronia,
Sofronia, dove sei, vecchia strega?! La nostra padrona ti chiama da vario
tempo...» – poi, …riconoscendo il vecchio: – «Salve Tropheo, sei venuto a
divider la nostra gioia?».
47.
«Salute a te,
buon Davo, dimmi solo, se è possibile saperlo, che cosa è accaduto».
48.
«La nostra
padrona è stata miracolosamente guarita da un grande profeta che è sorto a
Cafarnao».
49.
«Ma dici tu il
vero? E chi è questo profeta?».
50.
«Non so bene,
dicono un Nazareno, o Jehova, o Gesù, …non so bene. Il nostro padrone l’ha incontrato
in una casa ove aveva guarito molti infermi e gli ha chiesto della grazia per
sua moglie. Pare che il profeta gliel’abbia senz’altro accordata; fatto sta che
quasi nella stessa ora noi servi sentiamo nella casa risuonare delle urla
terribili, come se cento leoni ruggissero insieme. Tutti corriamo e, come un
lampo, vediamo passare davanti a noi la nostra padrona, tutta discinta e
scarmigliata[171], che si dirige
verso il pozzo del cortile.
51.
Cerchiamo di
affrontarla, ma ha la forza di quattro orsi della montagna e ci sbatte, come un
cinghiale sbatte i cani che si sono appesi alla sua gola: graffia, addenta le
nostre carni come una fiera, (tanto che, come vedi, ne ho ancora le tracce), in
breve, ci costringe a lasciarla, e dire ch’eravamo quattro uomini robusti.
Libera, attinge di un sol balzo l’orlo del pozzo e già sta per precipitarsi
dentro, quando, di colpo, la vediamo immobilizzarsi sopra l’orlo estremo e,
ivi, come affrontata da un’insuperabile forza, smaniare e dibattersi, senza
avanzare o indietreggiare di un palmo. Solo un urlo continuo le usciva dalla
gola, commisto ad un riso più tremendo d’ogni pianto. Bava e sangue dalle sue
labbra gocciolavano in gran copia sul petto. Per alcuni attimi durò l’orrenda
lotta, ma a noi parvero ore, poi, di colpo, dando un nuovo urlo, urlo che però
aveva un accento umano, essa rimbalzò dall’orlo del pozzo sul lastricato del
cortile, e ivi si abbatté come un cencio. Accorremmo tutti, credendola morta,
quando, d’improvviso, la vediamo rialzarsi e a sedere, con un aspetto che ormai
non le conoscevamo più. Ci guarda, ci riconosce, ci chiama, poi dà in un gran
pianto! Era liberata!
52.
Poche ore dopo
giunse l’eccellentissimo Cuza che, piangendo e ridendo lui pure, si abbracciò
alla moglie e, insieme prostrati, resero grazie a Dio, e disposero questa
grande festa».
53.
«Davvero, Davo,
grandi cose tu mi dici, ma allora l’onorevole Cuza sarà più che mai disposto a
udir la mia preghiera!!».
54.
«Qualunque
preghiera, buon Tropheo, il mio eccellente padrone è oggi disposto a esaudire».
55.
«Fa dunque ch’io
possa vederlo!».
56.
«Questo è il più
difficile, in ogni modo entra nella casa e aggirati ovunque, se l’incontrerai,
accostalo; ma alla fine che vorresti dal mio padrone?».
57.
«Ottener grazia
per un carcerato».
58.
«Va pure e sii certo
che l’otterrai, se anche il tuo carcerato avesse commesso il più orrendo dei
crimini».
59.
«Egli non ha
commesso niun crimine, è un santo!».
60.
«È un santo? E
come mai è in carcere? In ogni caso sei fortunato, eccoti Cuza, lo vedo
sopraggiungere in questo momento. Che la fortuna davvero ti valga, buon
Tropheo».
61.
«Grazie, Davo!»,
– e mentre il servo precipitoso si allontanava, Tropheo si accostò a un signore
dall’affabile aspetto che in quel momento attraversava un cortile interno.
62.
«Nobile signore,
permetti al tuo servo una supplica?».
63.
«Oh, Tropheo, tu qui? Mi
fa piacere, buon vecchio, la tua presenza a questa festa. Sai che il Signore ci
ha visitato con la Sua grazia?».
64.
«Sì, nobile
signore, lo so e me ne rallegro vivamente e prendo maggior coraggio ad esporti l’oggetto
della mila preghiera».
65.
«Parla
liberamente, che per quanto sta in me, tu sei esaudito».
66.
«O signore, tu
sai che in carcere, a torto, è stato imprigionato il grande profeta Giovanni il
Battista. Ecco che egli giace nella miseria della prigionia, e io ne ho
moltissimo dolore poiché grandemente lo venero. Oh, intercedi tu, potente
signore, presso il re Erode!».
67.
«Mi stupisce ciò
che mi dici, …so che il re aveva molta stima di Giovanni. Com’è che Erode non
l’ha chiamato alla sua presenza?».
68.
«L’ha chiamato,
nobile signore, l’ha chiamato!».
69.
«E non l’ha posto
in libertà?».
70.
«Ahimè no!».
71.
«Ciò ancor più mi
stupisce. E come
72.
«Ahimè, signore,
Giovanni Battista è un santo, ma, …è un po’ selvaggio. Egli ignora gli usi
delle corti e non...».
73.
«... E non?»
74.
«…e non ha avuto
molta prudenza nelle sue risposte, ha irritato il re...».
75.
«Ah! Capisco, ma
Erode è buono, e non può offendersi di un selvaggio».
76.
«Sì, ma Giovanni
talora è molto, molto duro... è... è...».
77.
« Insomma, ...ha
insolentito Erode?».
78.
«Ahimè, nobile
signore, temo proprio di sì».
79.
«E io che potrei
fare?».
80.
«Intercedi,
nobile signore, intercedi presso il re, tu hai molto potere sopra il cuore di
lui».
81.
«Volentieri lo
farò, Tropheo, ma prima dovrò parlare con questo Giovanni».
82.
«Oh, nobile
signore, ti siano rese grazie, solo ti supplico ancora di un favore...».
83.
«Che altro
Tropheo?».
84.
«Ecco, ...non
vorrei, ...perchè Giovanni è un santo, ...rude, ...ma molto rude, e io
temo...».
85.
«Insomma» – sorrise
Cuza, – «hai paura che il tuo Giovanni mi divori, o ch’io divori lui? Sta
tranquillo, lo tratterò bene il tuo profeta, e non mi offenderò, qualunque cosa
mi dica, va bene?».
86.
«Oh, signore!» –
in uno slancio di gratitudine Tropheo afferrò la mano di Cuza e la baciò, –
«grazie, signore!».
87.
«Di nulla
Tropheo, fermati alla festa».
88.
«Non posso,
signore, volo da Giovanni!».
89.
«Ad ammansirlo?
Lascialo allo stato naturale, Tropheo, troppo bene io ho ricevuto da un
profeta, per non venerarli tutti! Conosci tu Gesù di Nazareth?».
90.
«No, signore, ma
Giovanni lo conosce!».
91.
«Lo conosce?
Precedimi, fra breve sarò da lui!».
* * *
92.
Nella reggia,
Erode aveva avuto un movimentato incontro con Erodiade, rendendola pazza di
furore per averle riferito il colloquio avuto con Giovanni, soprattutto quando
concluse dicendo: «L’ho rimandato in carcere, per non darmi vinto, ma davvero
non ho mai visto un essere umano più nobile e più lineare. Tutti i re della
Terra possono considerar come onore il servirlo da schiavi».
93.
A questo punto Erodiade,
come fosse posseduta da una furia, scoppiò in invettive furiose e si scagliò
contro il re coprendolo di contumelie[172]
e di rimproveri, ai quali Erode, contro il suo solito, aveva baldamente tenuto
testa. La scenataccia terminò con una violenta crisi di nervi di Erodiade che,
sfinita e lacrimante, fu ricondotta nei suoi appartamenti dalle schiave e da
esse posta a letto. Dopo un breve riposo fece chiamare Simon mago e con lui si
trattenne a lungo in conciliabolo.
94.
Erode, indignato
dal contegno dell’amante, aveva fatto chiamare alla sua presenza la
principessina Salomè, ed essa comparve con il suo solito contegno, indolente e
insolente, che tanto faceva inasprire Erodiade. Ma le prime parole di Erode
glielo fecero mutare di colpo.
95.
«Dunque, Salomè,
tu mi detesti, ed io lo so. A dire il vero non me ne importa proprio niente,
tanto più da quando, in questa stessa sala, ho udito Giovanni Battista
chiamarmi re e, ...re legittimo».
96.
«E mi hai fatta
chiamare per dirmi questo?», – rispose Salomè.
97.
«Per dirti anche qualche
altra cosa, viperetta! Tu ami Giovanni, vero?».
98.
«Mi piace più
d’ogni altra cosa che mi sia finora piaciuta».
99.
«E cosa vorresti
che Giovanni fosse per te?».
100.
« Non è una
domanda da rivolgere a una fanciulla».
101.
«Ah! Perché tu
sei una fanciulla? Svergognata! Tu che nottetempo, come una cagna in fregola,
esci a cercarti il maschio...».
102.
«Non sono venuta
a cercar te. Del resto, sulla mia condotta, giudice è solo mio padre!».
103.
«Oh, svergognata!
Tuo giudice sono io, perchè se anche non mi vuoi come parente, devi accettarmi
come re».
104.
«Ed è perché sei
re, che tieni in concubinaggio mia madre?».
105.
«Lascia stare tua
madre, …sfacciata! Perchè tu saresti quella che sei, anche se t’avesse
partorita la stessa purità! Tua madre non è venuta da me di notte come una
ladra, ma, con il coraggio della disperazione, nella luce del Sole mi ha scelto
senza insidia e senza frode, perchè ero io, davanti alla sua coscienza, il suo
vero sposo!».
106.
«Davvero?
Nuovissima morale. Peccato che nessuna religione la sancisca».
107.
«Neppure la tua
condotta, nessuna religione sancisce».
108.
«Quella della
natura sì. Ch’io cerchi il mio completamento è legge di natura. Io non ho tolto
nulla a nessuno cercando di dar qualcosa a me stessa...».
109.
«Ma benissimo! E
questo qualcosa sarebbe Giovanni?».
110.
«Sì».
111.
«Allora tu vuoi
Giovanni?».
112.
«Lo voglio!».
113.
«E, se io, tuo
re, te lo dessi?».
114.
«Vivo?».
115.
«Non so se vuoi
sposare un morto».
116.
«Sposare, ...hai
detto?!».
117.
«Sì, sposare...».
118.
«Re Erode, quali
tranelli mi si tendono?».
119.
«Non sono una
donna, né un mago, io non m’intendo di tranelli».
120.
«Qual è il prezzo
di queste nozze?».
121.
«Che Giovanni ti
voglia e ti ami».
122.
«Giovanni mi
vuole e mi ama».
123.
«Come fai ad
essere sicura!!».
124.
«Perché, secondo
te, io non merito amore?».
125.
«Oh! ... sì,
...secondo che specie d’amore!».
126.
«Mi hai chiamata per
insultarmi?».
127.
«Insultarti? No!
È una fatica che lascio volentieri ad altri, a Giovanni, per esempio!».
128.
«Giovanni non può
insultarmi, egli sa ch’io l’amo».
129.
«Sei andata a
dirglielo in persona, sfido io! In ogni caso, Giovanni mi piace, fa’ solo che,
con le tue arti, egli ti corrisponda e smetta questa accanita campagna contro
tua madre e quindi contro di me, ed io sarò lieto di salutarlo come nipote o
come genero, se preferisci, perchè io, al caso, posso anche adottarti e farti,
di fatto, principessa reale, perché, mettitelo bene in mente, e Giovanni stesso
me l’ha confermato, che il vero e unico re di Galilea sono io, Erode, figlio
primogenito di Erode il grande, e quindi, per diritto divino, ‘sovrano’. Tu,
figlia di mio fratello cadetto[173],
non puoi sperare nella corona che per mia clemenza. Disponiti quindi, per la
prima volta in vita tua, a fare il bene di qualcuno, facendo il tuo. Se
Giovanni ti ama e ti vuole per sposa, recedendo dalla sua dura condotta, io lo
farò mio genero ed erede, e tu sarai regina con lui!».
130.
La principessa
era rimasta perplessa e interdetta; poi, d’improvviso, con un tono di voce
insolito in lei, disse: «Erode, hai tu detto il vero?».
131.
«Sì, certo!».
132.
«Oh! Come mai mi
giunge da te tanto bene? Sono confusa, zio!».
133.
«Mi hai chiamato
zio per la prima volta, te ne sei accorta?»
134.
«Perdonami, zio,
io non ti conoscevo, ti ho odiato e tu lo sai, sono sempre stata gelosa, mi
sono sempre sentita offesa, ti credevo un usurpatore, …e non sapevo che hai
viscere di padre, ma Giovanni me l’aveva detto che tu eri il re legittimo! Ma
ora tutto è passato, ora sento di volerti bene», e con una mossa repentina
Salomè abbracciò lo zio e d’impeto lo baciò. «Oh, zio! Tu mi rendi felice!».
135.
«Bene! Con un
regno si può comprare anche il bacio di Salomè!».
136.
«No, no, zio,
…non essere sarcastico[174],
tu non mi conosci, tu non sai quanto io possa essere sincera».
137.
«Credo alla tua
sincerità nell’odio, Salomè, spero di conoscere la tua sincerità nell’amore».
* * *
138.
Erodiade e Simon
mago, intanto, in segreto confabulavano come dare la morte a Giovanni.
139.
«Quest’uomo deve
morire, deve morire!» – insisteva Erodiade. – «Possibile, mago, che tu non
possa far nulla!?».
140.
«Personalmente,
contro Giovanni io non posso nulla, regina, perchè, se potessi, da molto tempo
te ne avrei liberata e me ne sarei liberato. Io lo odio quanto puoi odiarlo tu,
ma egli non ha un Baal a custodia, lui stesso è un terribile Baal; nulla può la
magia contro di lui, eppure rallegrati, …regina, le stelle cui nulla è ignoto,
…mi stanno rivelando e rendendo palesi molte cose occulte. Giovanni morirà per
opera nostra, per opera tua. Nulla può il genio contro il genio, ma tutto può
l’uomo contro il genio. Abbi pazienza ancora pochi mesi, regina, e vedrai
soddisfatte le tue brame!».
141.
«Tu pensi, o
Simon mago, a un veleno da far avere a Giovanni in carcere?».
142.
«No, regina, il
veleno farebbe esplodere il recipiente non appena le mani di quest’uomo lo
toccassero. Nessun veleno può su di lui, solo l’acciaio ben temprato scioglierà
il nodo della sua vita».
143.
«L’acciaio?».
144.
«Sì, …l’ascia del
carnefice! Sta scritto nelle stelle!».
145.
«Ma allora, tanto
si muterà il cuore di Erode?».
146.
«Non abbiamo
bisogno che si muti il suo cuore, basta che si travolga la sua mente».
147.
«Che intendi
dire?».
148.
«Regina, una donna
innamorata e delusa, …può mutare il corso delle stelle. Non vuoi che muti il
pensiero di un re?».
149.
«Allora Erode mi
darà la testa di Giovanni?».
150.
«A te no!».
151.
«E a chi?».
152.
«Lo saprai quando
sarà tempo, regina, intanto sta tranquilla, niun segreto rimane tale a chi sa
costringere il Cielo a renderlo palese. Tutto è scritto nella luce, il passato,
il presente, …l’avvenire! E io so leggere!».
[indice]
۞
«Sì, io conosco l’amore,
ma esso è tale
che se mi bacia mi fa casto
se mi accoglie mi conserva
vergine»
1.
Tropheo,
tornato al carcere, non osò entrare nella cella di Giovanni, poiché gli fu
detto che era con i suoi discepoli, ma non appena questi uscirono, il buon uomo
si precipitò, ansioso di preparare Giovanni alla preannunziata visita di Cuza,
però lo trovò in preghiera, assorto in una profonda meditazione.
2.
Tossicchiando e
stropicciando i piedi, cercò di attirare l’attenzione dell’orante; ma Giovanni,
senza lasciarsi distrarre dalla sua contemplazione, fece un solo gesto, al fine
di allontanare il povero vecchio. Tropheo, non era ammesso nell’intimità
dell’anima giovannea, se lo fosse stato avrebbe visto un immenso rogo di
luminoso sfavillante amore divorargli tutta l’intima essenza. Più di un re sul
trono, Giovanni si sentì potente e libero in Dio, e nella sua contemplazione
trascese i Cieli creati, e ricordò un tempo, prima d’ogni tempo, in cui lui
stesso non era, pur essendo un tempo vuoto d’ogni cosa, e colmo, solamente
tutto di Dio.
3.
Atomo vibrante e implodente, egli era, beato di esser contenuto; poi
giunse un altro tempo, in cui si trovò in un vortice di cose, in un esplodere
multiforme d’energie, in un vorticoso folgorio di manifestazioni del divino
pensiero, ed egli stesso, pensiero operante, vide soggette a sé schiere e
schiere di creature meravigliosamente belle, potenti e felici, e vide queste
creature stesse operare secondo un ritmo prestabilito nel quale ognuno figurava
un movimento di danza. Poi vide se stesso, essenza adorante, prosternata
innanzi al prodigio dei prodigi, all’uomo generato e non fatto, sbocciato da
Dio come una fiamma da una fiamma, separato e unito al tempo stesso, principio
e fine d'ogni cosa. Oh, l’empito[175]
d’amore, per cui si sentiva beato di adorare, …insaziato di ardere. Poi tutto
si oscurò, un gran dolore stese ali nere sopra l’oceano di luce, come stelle
cadenti egli vide degli angeli precipitar dal Cielo e apprese un nome nuovo e
terribile ‘male’! Quel male, …che
ogni cosa contaminava, e l’uomo, il prodigio vivente, se ne lasciava
contaminare: la Luce non era più luce, la Legge non era più legge!
4.
Urto di giganti,
Cieli contro cieli, e potenze contro potenze; ogni principio investì il suo
opposto, il dualismo s’impose nell’universo. Oh, pianto non umano e non divino
di una Legge infranta, il dolore di un serafino creato per essere felice,
devozione d’obbedienza, adorazione più profonda verso l’Unico ardore
inconsumato e inconsumabile. Oh, un sorriso senza volto, un bagliore interiore,
un fluir della mente in cui adagiarsi, come un pesce nel mare, come un anelito
a riessere nell’unità! Obbedienza senza confine! Si ama chi non merita amore,
si serve chi non merita servizio, …è Lui che lo vuole!
5.
Lui chi? – Lui,
da Cui tutto principia!
6.
Tentazione
inutile, contrasto vivente, l’illusione vinta precipita; sorge ancora l’aurora
dal caos!
7.
«Bella tu sei,
come la più bella delle forme umane. Ma che ho da fare con te?».
8.
«Io sono l’anima
d’Elia il profeta, tu devi rivestirti di me. Obbedisci, serafino, Dio lo vuole!
Tu sostituisci il mio principio vivente che si è riunito all’Uno, tu ed io
torneremo sulla Terra!».
9.
«No! Lasciami,
che io non sono uomo!».
10.
«Lo diverrai per
me! Obbedisci!».
11.
«Signore del
Cielo e degli abissi! Sia dunque fatto il Tuo volere. Ecco che io scendo. Chi
mi attenderà?
12.
«Ti attendo Io,
Io il Figlio dell’uomo, ...l’Amore! Va, dunque, o Legge, a coronar la
Giustizia! Abbassati o Cielo, affinché la Terra salga! Prostratevi o angeli! O
uomo, …il vostro Signore incede! A te, in premio della tua dedizione, la
coscienza d’amare; a te serafino, riconoscere il Figlio dell’uomo e additarLo
agli umani. E adesso, che vuoi ancora?».
13.
«Morire, se ciò
non è colpa, perché io più non reggo a questa soma opprimente! Morire per
adorarTi meglio. Ma sia fatta la Tua volontà!».
14.
Come un pezzetto
d’oro puro in un’acqua limpidissima, il principio spirituale di Giovanni
affondò nella mente di Dio, immerso in un’adorante contemplazione che annullava
l’anima. Egli trascese ogni limite per rifondersi anelantemente nella divina
Essenza che lo aveva emanato. Di là, placidamente, contemplando le opere e le
epoche con lo stesso pensiero divino tutto prevedendo, ogni cosa perseguiva il
bene supremo, poco causandone i mezzi: torrenti incandescenti d’amore
rifluirono nel cuore di Dio da ogni parte dell’universo, e come scaturigine
d’acqua vivente, l’amore eruppe nel cuore di Dio verso ogni cosa creata, in un
ricambio di perfezione. Creatore e creature si amarono, e Giovanni si sentì
così permeato e imbevuto d’amore, da averne uno stordimento soave, tanto da
esser doloroso. Eppure bramava unicamente che quella comunione non avesse a
cessare mai, pur ricominciando sempre ogni sua possibilità di essere, essendo
interamente assorbita e arsa dalla contemplazione estasiata. In quello stato,
sospeso dalla vita dei sensi, Giovanni non viveva sopra la Terra che la pura
vita vegetativa, così non s’accorse che era entrato Cuza. Tropheo era entrato
dietro di lui, ma con suo grave disappunto vide Giovanni non solo non far
minimamente cenno di accorgersi dell’entrare del gran personaggio, ma rimanere
cosi, perfettamente immobile, come se la cella, e quanto lo riguardava, non
esistessero addirittura.
15.
Cuza, visto l’estasiato, con un severo gesto impose a Tropheo di tacere,
cosa che l’indignato carceriere fece, allontanandosi in punta dei piedi e
brontolando in cuor suo: «Questi santi sono incomprensibili! E sta bene, ma
anche questi signori lo sono del pari!».
16.
Rimasti soli
nella cella, Cuza e Giovanni, in reverente attesa il primo, immobile
nell’estasi il secondo, rimasero lungo tempo in silenzio. Nella fioca luce che
penetrava nel carcere, Cuza poteva vedere l’estenuato volto di Giovanni –
simile a un bronzo impallidito dalla patina del tempo – scavato e teso
durissimo dalla penitenza e dalla tensione spirituale – ridotto all’essenza
pura. Una meravigliosa nobiltà era incisa in ogni linea di quel volto; il
profeta appariva come la prima immagine umana, l’augusta dignità che emanava da
quel corpo poderoso e armonioso trasformava in sala del trono di un
potentissimo re, quel carcere angusto e mefitico[176].
17.
Da tutto l’essere
di Giovanni emanava una purità così assoluta e piena, da essere addirittura
l’innocenza di una terribile legge; nulla vi era di forzato nel contegno del
profeta. Eretto in piedi con tutto il corpo, simile a una snella colonna
dorica, le braccia raccolte sopra il petto come uno scudo inviolabile, la testa
alta e leggermente riversa sopra il collo possente, egli issava con occhi
ardenti e ciechi un punto, visibile unicamente a lui. Le labbra morbide e
sinuose, rosee come quelle di una vergine, spiccavano tra il corvino splendore
della barba e dei baffi intonsi[177]
e, leggermente socchiuse, svelavano il biancore di una chiostra di denti
perfetti. Era bello! In quel momento Giovanni era bello di tutta la bellezza
dell’uomo, sposata all’intangibile possanza dell’arcangelo.
18.
L’estasi di
Giovanni finì di colpo, ed egli, con straordinaria rapidità, prese subito
contatto con la vita che lo circondava. Senza alcuno stupore, come l’avesse
sempre veduto, salutò Cuza.
19.
«Nobile signore,
che vuoi tu da me?».
20.
«Maestro» –
rispose il procuratore, – «dopo che ti ho visto pregare, ti chiedo di
accettarmi tra i tuoi discepoli».
21.
Giovanni sorrise:
«Tra breve io non avrò più discepoli, ti è meglio seguire chi è stato causa che
tu venissi a me!».
22.
Nonostante la
religiosa reverenza che lo teneva, Cuza non poté impedire al suo spirito
critico di tentare una prova, e così disse: «Debbo dunque seguire il vecchio
Tropheo? Poiché è lui la causa che io sia venuto a te».
23.
Nell’occhio di
Giovanni passò un bagliore minaccioso, ...l’asceta non stava allo scherzo.
24.
«Tu sai bene che
non sei venuto qui a causa di Tropheo, ma sì a causa di Gesù di Nazareth che ha
liberato tua moglie dallo spirito maligno!».
25.
Cuza ne rimase
sbalordito... qualcosa in lui, più vero dell’anima, l’aveva premunito che erano
logici sia il contegno, sia la parola di Giovanni. Dopo il prodigio della
liberazione, egli viveva in una quieta esaltazione di tutte le sue potenze.
26.
Così come
ripigliando un discorso interrotto, egli rispose e, al tempo stesso, chiese a
Giovanni: «Maestro, Gesù di Nazareth è il Cristo? Aspetto solo da te una
conferma alla mia certezza».
27.
«Sì, Gesù di
Nazareth è il Cristo!».
28.
«Oh, Lo seguirò
con tutto il mio amore, …sarà l’oggetto di tutta la mia devozione, ma per te,
Giovanni, che posso fare io?».
29.
«Nulla, nobile
signore, e tra non molto niun uomo della Terra potrà più far nulla per me».
30.
«Che intendi
dire, sant’uomo?».
31.
«Nulla, nobile
signore!».
32.
«Parlerò io a
Erode per ottenere la tua liberazione».
33.
«Fra poco sarò
libero senza Erode...».
34.
«Maestro, le tue
parole sono oscure. Che pensi? Che sai? Cosa ti fu rivelato testé nella tua
visione?».
35.
Giovanni guardò
Cuza con amorevolezza: «Tu sei un uomo buono, Cuza!».
36.
«Grazie,
Maestro!».
37.
«Ma non basta
esser buoni, perchè la natura cosi ne ha fatti!».
38.
«È vero,
maestro!».
39.
«L’agnello non è
buono, è debole. Non è in lui altro potere che quello di un’estrema docilità».
40.
«Sì, maestro!».
41.
«Nessuno farà
merito all’agnello di esser buono».
42.
«Ciò che dici, è
giusto...».
43.
«Ma se il lupo, mutando
la sua natura, imita la dolcezza dell’agnello?».
44.
«Allora, certo, è
una gran cosa!».
45.
«E perché è una
gran cosa?».
46.
«Perché il lupo
contravviene alla sua natura e la supera».
47.
«Hai risposto
bene, Cuza. Sappi dunque che verrà chi muterà i lupi in agnelli! Anzi Egli è
già venuto, è Gesù!».
48.
«Tu mi confermi
sempre più, senza che io n’abbia bisogno, ...nessuno più di me è persuaso!».
49.
«Non è te che io
voglio ora persuadere, o Cuza!».
50.
«Mi sei oscuro, o
Maestro».
51.
«Molti si
scandalizzeranno a cagion sua!».
52.
«Ma non io,
…maestro, troppo bene ho ricevuto...».
53.
«Il bene ricevuto
non è garanzia di gratitudine, spesso esso pesa più di un’offesa».
54.
«Il cielo mi
guardi da simile iattura».
55.
«Ti riguarderà,
Cuza, perchè non sei presuntuoso, ma tu non sarai accanto a Lui nella sua vita
pubblica. Tu, con geloso amore, ne custodirai la fiamma nel segreto pensiero,
servendolo come un famulo[178],
da lontano e in silenzio! ».
56.
«E perché,
maestro? Me lo comandi tu?».
57.
«Io non comando,
io dico solo cosa dovrà essere».
58.
«E sarà bene che
sia così?».
59.
«Si, sarà bene,
perchè vi è un tempo per seminare e uno per raccogliere: quando il seme è
sottoterra, esso germina nel buio fino a che non sia la stagione di uscir fuori
dalla terra, e tu sarai un seme, Cuza!».
60.
«Come vuoi tu,
maestro, ma dimmi: io son ricco, non potrei in segreto sovvenir Gesù nelle sue
necessità?».
61.
«Sì, puoi farlo,
ma di più lo farai dopo!».
62.
«Dopo, quando?».
63.
«Quando tutto
sarà consumato, allora la tua ricchezza avrà un buon impiego...».
64.
«O maestro, non
ho bisogno d’impiegarla bene, ...te lo ho detto, sono ricco assai, né desidero
aumentare i miei beni!».
65.
«Io non ti parlo
dei beni della Terra che tutto consumerai nel servizio di Dio, ma ti accerto
che tutti i tuoi beni li ritroverai nei Cieli! A chi ha sarà dato, a chi non ha
sarà tolto anche quello che ha!».
66.
«Ciò che tu mi
dici mi colma di stupore e di gioia, io ti ubbidirò punto per punto...».
67.
«E farai bene,
Cuza!».
68.
«Maestro, Iddio
parla nel tuo cuore: ti prego solo di permettermi di fare qualcosa per te».
69.
«No, non devi
immischiarti in questa mia cosa che non ti riguarda; tra me ed Erode, …nessun
intermediario. Lascia che ogni coscienza assuma in pieno la propria
responsabilità!».
70.
«Oh, maestro, mi
è duro doverti obbedire in questo!».
71.
«Non vi è merito
nell’obbedienza che piace».
72.
Intanto nel
corridoio si senti un rumore di armati e l’acuta voce di Tropheo che gridava:
«Attendete! Non si può adesso; …non si deve! Il sant’uomo è in preghiera, non
osate disturbarlo!».
73.
«Ehi,
carceriere!» – gridò una voce volgare. – «Cosa sei? Il carceriere di Erode o lo
schiavo di Giovanni? Levati dai piedi, vecchiaccio della malora, o sentirai
quanto pesa il mio pugno. Io delle preghiere del tuo sant’uomo me ne
infischio!».
74.
Cuza, aprì la porta
della cella e avanzò nel corridoio, scorse un manipolo di mercenari romani che
Erode teneva a sua guardia personale, e con tono autorevole impose: «Olà,
soldati, come vi permettete? E tu, còmito[179],
chi ti autorizza a far tutto questo fracasso?».
75.
La presenza e le
vesti di Cuza dettero un po’ di suggestione ai soldati, ma il còmito Vergulo,
indignato di essere umiliato davanti ai suoi soldati, insolentemente, rispose:
«Chi sei tu, mio bel signore? Un allievo del sant’uomo?».
76.
«Io sono un tale,
prepotente Vergulo» – replicò Cuza, – «che può farti caricare il dorso di tante
nerbate, quante mai asino ebbe a postarne nella sua vita! Sei ubriaco per non
riconoscere il procuratore Cuza?».
77.
Il tono e le
parole minacciose, snebbiarono il cervello al bravaccio che, di colpo
raddolcito, si scusò: «In questo mezzo buio anche il diavolo diventa cieco.
Perdonami, signore, non ti ho riconosciuto».
78.
«Cosa vieni a
fare qui?».
79.
«Il tetrarca
Erode vuol conferire subito con il prigioniero».
80.
«E va bene,
Giovanni Battista ti seguirà, ma abbi verso di lui sommo riguardo, se tieni
alla vita, poiché Giovanni mi è carissimo, ed io ho abbastanza potere sopra
Erode da farti tagliar via questa tua testaccia da satiro se ti permetti
ancora...»
81.
«Sì, signore!», –
biascicò Vergulo.
82.
«Attendi qui!». –
E Cuza rientrò nella cella per salutare Giovanni.
[indice]
۞
«Nessun uomo può fare
o subire più male
di quanto sia contenuto in una vita»
1.
«Maestro»
– disse Cuza, – «Erode ti manda a cercare…».
2.
«Lo sapevo,
amico, quindi sarà bene che io ti dica addio!».
3.
«Addio?».
4.
«Sì, amico, dopo
di me ti sarà rivelato il Cristo vivente ».
5.
«No, Giovanni,
che dici? Quali presentimenti ti tormentano?».
6.
Gli occhi di
Giovanni splendettero di luce, divennero dolcissimi e quasi lieti mentre
rispondeva: «No, nessun presentimento mi tormenta, io sono felice perchè il
Signore ha detto al mio Signore: “Siedi
alla mia destra, io porrò i tuoi nemici per sgabello ai tuoi piedi”. Io
però non posso più accogliere alcun discepolo. Va da Gesù di Nazareth, Egli ti
sarà amico e Maestro!».
7.
«Giovanni, …io
non ti lascio andare! Piuttosto, vado da Erode...».
8.
«Amico, tu non
puoi opporti al destino».
9.
«Giovanni, di che
destino parli?».
10.
«Del mio!».
11.
«Ah, no! Se tu
temi questo, ti supplico, lasciami andar da Erode, lascia che io...».
12.
«Cuza» – risuonò
perentoria la fiera voce del profeta, – «basta! Non tollero intromissioni! Tu
bada a servir Cristo. Da oggi io non sono più uomo!».
13.
«Oh, maestro...».
14.
Ma Giovanni,
autorevole innanzi a Cuza, già aveva aperto la socchiusa porta della cella, e
la sua regale persona riempì l’oscuro corridoio.
15.
«Siete là,
guardie di Erode?», – egli tuonò.
16.
Domato dal
terrore di Cuza e dal prestigio del profeta, Vergulo si avanzò con rispetto
dicendo: «Erode ti vuole alla sua presenza, profeta!».
17.
«Io son qui per
seguirti, ma dov’è Tropheo?».
18.
«Signore!». –
Tropheo, vincendo il suo naturale timore di vecchio, si era aperto un varco in
mezzo agli scherani per avvicinarsi a Giovanni.
19.
«Mio buon
vecchio! Per ora lascia che ti dica grazie, tu non puoi venire dove vado io,
però ti assicuro che, se mi sarà dato di giungere al regno di Dio, ivi tu avrai
il tuo posto, io pregherò per te!».
20.
«Signore!» – un
urlo di strazio echeggiò sotto le nere volte. – «Signore, che dici, che temi?
Signore, oh! Cuza, nobile tra i grandi di Erode, hai udito tu?».
21.
«...buon
Tropheo!».
22.
«Signore, o
signore» – e Tropheo si avviticchiò alle ginocchia di Giovanni. – «Oh, signor
mio, o santo, dimmi che questo non è!».
23.
«Mio innocente
vecchio, questo è...».
24.
«No, oh no, no,
...no!». Con quest’ultima esclamazione la stretta delle vecchie braccia
rallentò, la bianca testa si poggiò tutta con innaturale peso sopra i piedi
nervosi di Giovanni.
25.
Il profeta si
chinò, risollevò quella testa inerte e lieve, baciò gli occhi aperti e fissi:
«Tu hai già raggiunto il regno, o buon vecchio» – egli disse, – «annunzia il
mio prossimo arrivo».
26.
Cuza con un balzo
fu accanto a Giovanni, sostenne tra le braccia il corpo inerte del vecchio
carceriere constatandone la morte, e mentre Vergulo, imbarazzatissimo, non
sapeva che fare, Cuza ordinò: «Lasciami due uomini e tu conduci Giovanni al re;
annunzia al contempo ad Erode ch’io lo raggiungerò presto a corte. Addio,
Giovanni, ti obbedirò in ogni cosa!».
27.
«Addio, Cuza,
Cristo ti accoglierà tra quei suoi fidi che saranno conosciuti solo negli
ultimi giorni dell’umanità!».
28.
E Giovanni
s’allontanò tra le guardie come un re tra il suo corteggio.
* * *
29.
Nella sala del
trono Erode attendeva con impazienza. Il suo spirito, naturalmente indulgente,
faceva sì che egli prevedesse gli ostacoli che potevano nascere tra Giovanni e
gli armigeri mandati a prelevarlo, ma in verità l’attesa si faceva un po’
lunga. Che poteva essere accaduto?
30.
Già Erode stava
per percuotere il timpano d’oro, quando udì nell’antisala il calpestio di molti
uomini, e (in modo inconfondibile) l’urto di un piede nudo sul pavimento di
marmo, in mezzo al crepitio dei sandali degli armati. Non tardò quindi ad
aprirsi la grande porta e ad avanzarsi l’atletica figura di Giovanni circondato
dagli armigeri. Vergulo, ch’era dietro al profeta, cercò di spingerlo da parte
per avanzarsi, ma Giovanni, con un moto della spalla, lo respinse, e
liberamente s’inoltrò nella sala per arrestarsi innanzi al trono. Chinò innanzi
al re la bruna testa e subito, rialzandola, lo guardò con i suoi occhi neri
stranamente dolci.
31.
Un cenno di Erode
licenziò la scorta e furono soli. Erode innanzi a Giovanni provava sempre un
senso d’imbarazzo, ma adesso l’imbarazzo divenne addirittura fastidio, e si
chiedeva il perché, dopo aver fatto chiamare quell’ingombrante profeta, si
trovasse ora così perplesso in sua presenza. Impazientito contro se stesso,
Erode cercò di assumere un contegno staccato e quasi canzonatorio.
32.
«Ebbene, profeta,
hai abbastanza meditato nel silenzio del carcere?».
33.
«Sì, o re».
34.
«E che
conclusione hai tratto dalle tue meditazioni?».
35.
«Che ai re non è
bene dir la verità».
36.
«Giovanni! Ti fai
gioco di me?».
37.
«No, o re, perchè
continuo a dirti il vero».
38.
«E qual è questo
vero?», – proruppe sdegnato Erode.
39.
«Il vero è che
tu, o re, sei un pover’uomo».
40.
«Eh?!».
41.
L’esclamazione
del re fu piena d’indignazione e di stupore, ma non turbò il sereno
interlocutore, il quale continuò: – «Sì, re, tu sei un pover’uomo e pur essendo
re per legittimità di divino e umano diritto, non osi affermar te stesso e,
schiavo, succube d’opposti interessi, contravvieni a quella giustizia che
amministrar dovresti».
42.
«Che intendi
dire?».
43.
«Questo: tu non
hai un’accusa contro di me e mi tieni prigioniero, né osi sacrificarmi al tuo
sdegno e al furor d’Erodiade, per timor del popolo. Mi chiami alla tua presenza
per vedere di indurmi in qualche errore, pur sapendo che io, guidato dalla
retta coscienza, non vi cadrò. Non sai come stare innanzi a te stesso con il
tuo contegno e, simile al cacciatore che ha preso il lupo per gli orecchi, non
puoi tenermi e non osi lasciarmi andare».
44.
«Giovanni! La tua
mordacità ha forse toccato il centro del bersaglio come una freccia abilmente
scagliata. Se così credi, cerchiamo dunque tra noi l’accordo, eliminiamo le
cause del dissidio. Io vorrei che tu comprendessi di me qualcosa di più della
mia debolezza e del mio male».
45.
«E che vuoi ch’io
capisca, o re?».
46.
«Ad esempio,
ch’io potrei interessarmi di te, non solo, ma volerti bene!».
47.
«Credo che tu mi
voglia bene, o re, infatti, me lo dimostri perseguitandomi; nulla è tanto
vicino all’amore quanto l’odio!».
48.
«Giovanni,
Giovanni, non pensi dunque che anche la mia pazienza possa aver dei limiti? Tu
ti perdi in queste metafisiche disquisizioni e ancora non hai capito ch’io son
più semplice di quanto tu pensi?».
49.
«Insomma, re
Erode, che vuoi da me?».
50.
«Ah! così ti
comporti? Osi anche interrogare il tuo re!».
51.
«Il mio re
comprenderà ch’io desideri sapere...».
52.
Tra il re e
Giovanni vi fu un silenzio carico d’elettricità; i due contendenti si
misurarono dai limiti della massiccia barricata in cui s’erano posti ma, dei
due, …il più sereno era Giovanni. Erode lo comprese, e fu appunto
comprendendolo che per primo, parlò con l’irruenza di un uomo che vuole la sua
liberazione.
53.
«Basta, basta!» –
tuonò alzandosi in piedi. – «Io intendo che questa beffa abbia la sua fine. Se
è una magia che tu mi hai scagliata, io l’infrango! Giovanni, ricordati: io
sono il tuo re!».
54.
«Non ho mai detto
e pensato il contrario» replicò calmo il profeta. «Sempre, o re, se tu non mi
comandi cosa alcuna contro Iddio».
55.
Erode, in piedi,
dominava dal trono l’alta statura di Giovanni, ma i neri occhi di questi lo
costrinsero, in breve, a volgere altrove i suoi. A mala pena nascose il suo
imbarazzo e, rintuzzando il suo sdegno, mutò di colpo tattica.
56.
«Ascoltami
Giovanni» – disse, – «io non intendo contrastarti, voglio solo dirti che una
tua parola meno arrogante e un tuo gesto un po’ più cortese possono spianarti
la via al trono. Salomè me lo ha confessato, ti ama: io non ho figli, …né
Erodiade è più in grado di darmene. Io penso di adottar per figlia Salomè e
dartela in moglie, sol che tu acconsenta, se non ad approvar la mia unione con
Erodiade, almeno a tacerne, a non più additarla al popolo come un obbrobrio.
Lascia che l’infelice trascorra i suoi amari giorni senza aggiunger di continuo
l’offesa! Se il nostro è un peccato, noi non intendiamo difenderlo, ma pensiamo
che Dio possa esser meno spietato di te. Se tu, Giovanni, parlerai di
misericordia, tutti avranno misericordia. Perchè non vuoi esser tu l’araldo
della misericordia divina? Perchè non vuoi tu essere il pacificatore di
Galilea? Una sola delle parole che mi hai detto, se ripetuta al popolo,
dirimerà per sempre ogni contesa tra me e Filippo; il tuo riconoscere la mia
regalità placherà tutti gli animi».
57.
«Re, io son
pronto a riconoscerti tale innanzi a tutto il popolo, son pronto a difenderti
contro chiunque, ma non ad approvare con un colpevole silenzio il tuo adulterio!
Tu ed Erodiade siete in colpa, distruggete il peccato nelle anime vostre,
riconoscendolo e ripudiandolo, e la vita di Giovanni starà come olocausto
innanzi al Signore per la vostra salute eterna! Ma se nel peccato indurirete,
se non vi piegherete a penitenza, la maledizione di Dio è sopra di voi.
58.
Re, tu tradisci
il tuo popolo scandalizzandolo con la tua condotta. Ogni adultero, trascinato
alla lapidazione, si drizza innanzi al trono di Dio e ti accusa. Per l’esempio
del suo re, egli dirà: ‘Io non ritenni
che il mio peccato fosse grave, ...ma sono morto, e non posso più porvi
rimedio, mentre il re vive!’. Non pensi che se tu non fossi re, da anni gli
anziani di Sion ti avrebbero trascinato con la tua complice alla Gehenna[180] e ivi a colpi di
pietra vi avrebbero spenti entrambi? Pensa, o re, durante questo tuo stesso
regno, quanti adulteri sono stati puniti così, e tu vivi, e regni e, …non
tremi? Non ti angosci? Ammetti che ciò accada? O re, hai tu viscere d’uomo? A
me osi chiedere di approvare, di accettare che mille muoiano, e che tu solo sia
salvo! Per amari che siano i giorni di Erodiade, i giorni tuoi, voi tuttavia
vivete, respirate, avete il tempo per la penitenza, ma quelli che son morti? E
forse, il loro fu l’unico peccato, un attimo di delirio e la morte
spaventevole!
59.
Oh, non hai mai
pensato a ciò? Hai mai pensato alle agonie che si son consumate e forse a
cagion tua? Deh, alla fine, abbi pietà di te stesso, confessa il tuo peccato e
questa confessione ti riscatterà, ti rinnoverà innanzi al tuo popolo e, innanzi
al romano oppressore, appaleserà la grandezza morale dei Galilei vinti, ma non
dominati!
60.
Se i simulacri
degli déi di Roma son entro la cinta delle mura sacre, ciò è a cagione del niun
conto in cui è tenuta la Legge dell’unico Iddio. Come un novello Gedeone, o re,
risolleva la santità degli altari, riporta alla prisca[181] grandezza la
parola che dal Sinai fu rivolta al nostro popolo, fa’ che lo splendore della
Legge faccia indietreggiare i profani sottomettendoti per primo!».
61.
Così dicendo,
Giovanni, animato dall’ardore profetico, appariva maggior di se stesso.
Splendenti e pur dolci, i suoi occhi di nero diamante si fissavano in quelli
grigi di Erode.
62.
Un infinito amore
traspariva dalla voce calda e vibrante, ed Erode non poteva ormai più sottrarsi
al fascino emanante da quella virile e fiera figura che sembrava accentrare in
se stessa la potenza di Dio e la fragilità dell’uomo. Con uno sforzo, Erode si
sottrasse a quel fascino e riuscì ad interrompere il flusso ardente con una
parola freddamente lanciata, forse senza convinzione, ma che entrò nel cuore di
Giovanni come una fredda lama d’acciaio.
63.
«Buffonate!».
64.
‘Buffonate’,
aveva detto il re, e questa parola ferì stranamente lo spirito di Giovanni, ed
egli tacque con tristezza profonda, mentre negli occhi lucenti si spegneva
l’ardore che li aveva accesi. Fu come se tra i due un profondo abisso si
scavasse di colpo, e senza più alcuna possibilità di superarlo, ciò che fino
allora non era accaduto, accadde! Tra Erode e Giovanni si spezzò di colpo il legame
fluidico che fino allora li aveva, loro malgrado, tenuti uniti, per cui l’uno
sul trono, l’altro nel deserto o nel carcere, erano pur due uguali, due simili
nella parte spirituale; di consequenza ogni tanto si esternava una latente ma
forte amicizia.
65.
Adesso, questa
somiglianza si era infranta. Giovanni vide Erode rimpicciolire, raggricciarsi
in se stesso, cancellare i segni inconfondibili della regalità e divenire uno
scarto irrecuperabile dell’umanità. Lo vide piccino, meschino, intrigante,
vizioso, miserabile, curvo sotto il giogo di Roma, soddisfatto nel brago del
vizio che più non aveva neppure la scusante dell’amore e, in cuor suo, Giovanni
ne gemette, ne gemette come di un inganno in cui fosse caduto, come di una
menzogna alla quale avesse creduto.
66.
Erode dal canto
suo provava qualcosa di simile contro Giovanni, lo vedeva senza più fascino,
senza più aureola, come un pazzo selvaggio, un fanatico invasato, e in cuor suo
si chiedeva come avesse potuto esser cosi pazzo da pensare di unirlo a Salomè,
di farlo suo nipote, suo figlio adottivo, suo erede! Ora scontava con amarezza
la sua infatuazione.
67.
Una collera sorda
e profonda ribollì nel suo interiore.
68.
«Miserabile
buffone» – ruggì, – «adesso basta davvero e per sempre! Finalmente vedo chiaro
in te, servo del tempio! Capisco ora, …che cosa ordivate tutti quanti
nell’ombra. Erodiade è un pretesto ai vostri occhi di fanatici; in realtà è a
Roma che vorreste mi ribellassi, è all’inimicizia di Cesare che vorreste
condurmi. Ma ciò non sarà mai, mai, mai! Ti ho finora tollerato perchè quella
pazza di Salomè era riuscita ad accecarmi con la sua passione; ma ora basta,
ripeto, ora non più! Tutto ha un limite, e tu da troppo tempo lo hai
trapassato!».
69.
Sotto la violenta
sfuriata, Giovanni chinò la testa con pena, senza rispondere; il silenzio
esasperò ancor di più l’ira del re.
70.
«Ah, taci dunque?
Ov’è la tua iattanza? Cominci a capire, eh! Cominci a tremare? Viva Dio! Sei
riuscito finalmente a farmi perdere la pazienza! Adesso, …ne sopporterai le
conseguenze».
71.
Sordamente,
Giovanni rispose: «Mi darai allora quella corona che da tanto mi prometto?
Darai dunque alla mia anima il suo volo verso l’eternità? Se è così, io te ne
ringrazio, o re! M’ero illuso di portarti ai piedi dell’Eterno come l’aquila
porta un colombo, ma ciò non mi è dato: tornerò dunque, senza di te, là dove
partimmo entrambi!».
72.
Una sarcastica
risata fu la risposta di Erode!
73.
«Ah! Questo,
questo vorresti: il martirio, eh! La gloria, la venerazione di tutti gli altri
pazzi simili a te, vero? Ah, no, mio caro! Niente di tutto questo. Erode non è
un assassino, e i pazzi pericolosi li isola dalla società, non li uccide!
Questo almeno ha imparato dalla saggezza ellenica e dalla sua stessa
sofferenza. Io non ti farò uccidere! Tu marcirai in fondo a una segreta fino a
che sia guarita la tua pazzia, fino a che chiederai grazia e darai
soddisfazione delle tue tante ingiurie. Vivrai, poiché vuoi morire, vivrai a
tuo scorno e forse vivrai abbastanza da piangere a lacrime di sangue di esserti
fatto beffe della clemenza del tuo re».
74.
«Olà! Guardie, a
me!». – E alle guardie, prontamente accorse al suo richiamo, additò Giovanni,
ordinando: – «Costui, nella più profonda segreta del castello! E che niuno, per
nessuna ragione, …l’accosti. E badate: voi risponderete dei miei ordini sopra
la vostra testa!».
75.
Le guardie non si
fecero ripetere l’ordine, e tostamente si impadronirono di Giovanni che non
oppose resistenza alcuna, anzi, drizzandosi fieramente, apostrofò Erode con
queste parole: «Nessun uomo, o re, può alla fine fare o sostenere più male di
quanto sia contenuto in una vita umana!».
76.
Un grido
disperato echeggiò nella sala: «Giovanni, Giovanni!!».
77.
Salomè, non
avvertita, era da qualche minuto presente, e avendo fulmineamente intuito il
dramma, fece per lanciarsi verso Giovanni chiamandolo con voce roca e
angosciata. Ma Erode sussurrò un rapido ordine a Vergulo, e il gigante, rapido,
afferrò per un braccio la principessa e l’allontanò dalla sala, mentre
Giovanni, circondato dalle guardie irrispettose, usciva altero, ma profondamente
rattristato, sentendo dietro a sè la risata di Erode echeggiare sinistra e
orgogliosa, come l’inno di liberazione dal male.
[indice]
۞
«È solo toccando il fondo
d’ogni miseria
che l’anima umana attingerà
le Vette più fulgide
per la liberazione celeste»
1.
Nella
segreta ove Giovanni fu gettato, non entrava il raggio di luce. Essa era
scavata sotto un pozzo disseccato, e nessuno avrebbe potuto supporre
l’ubicazione nel dedalo dei corridoi sotterranei. Ma Giovanni ben presto scoprì
che il soffitto dell’orrida cella lasciava passare i suoni, e imparò a
distinguere nelle tenebre il va e vieni della vita eterna; imparò anche che
poteva comunicare con l’esterno, poiché il pozzo asciutto, sovrastante la
cella, funzionava da amplificatore della voce e n’approfittò. Impetuosa come
non mai, la voce profetica urlò dalle tenebre sotterranee le parole dalla Luce
e, nonostante le guardie di Erodeallontanassero duramente chiunque avesse
tentato di accostarsi al pozzo stesso, la voce possente si faceva udire a
distanza, e sempre una folla in lacrime si riuniva e, dispersa, tornava a
riunirsi avida di serbare nel profondo del cuore la più lieve sillaba che
dall’anima di Giovanni fluisse. Lo scandalo del pozzo, rapportato a Erode, gli
aveva tratto solo un gesto di noia...
2.
«Lasciate che
sbraiti a sua posta» – aveva risposto, – «alla fine si stancherà».
3.
«Fallo tacere» –
aveva gridato Erodiade, – «fallo tacere! Egli m’ingiuria di continuo, contro di
me scaglia tutti i più obbrobriosi insulti, le più basse insinuazioni, …mi fa
zimbello del popolo. Fallo tacere!».
4.
«Oh, basta,
donna!» – aveva imposto Erode. – «Io non intendo più oltre rendermi ridicolo.
Lui è solo un povero pazzo, e io non mi abbasso a imbavagliare i pazzi che,
anzi, lasciandolo libero di gridare come vuole, dimostro al popolo due cose
ugualmente vere: che egli è pazzo, e che appunto, in considerazione della sua
pazzia, il tetrarca di Galilea non lo teme, né lo prende sul serio».
5.
«Ma egli di
continuo m’insulta!».
6.
«Oh, senti: sai
bene tu come far cessare gli insulti? Vattene!».
7.
Soffocata
dall’orrore e dal furore, Erodiade tacque, fissando il re.
8.
«Hai detto,
‘vattene’?».
9.
«Ma sì, che devo
dire? Egli t’insulta perchè sei la mia concubina? Tu te ne vai, cesserà
d’insultarti, poiché, …credo di capire che costui ti sta a cuore. Se tu amassi
veramente Erode, rideresti con lui delle deliranti frasi di un pazzo
farneticante!».
10.
Erodiade, livida
in volto, si alzò irrigidita, la sua alta statura e lo stiramento penoso di
tutti i muscoli cancellarono quasi la molle pinguedine[182]. Bella e tragica
si allontanò senza rispondere, capiva che il suo potere sopra Erode veniva
meno, capiva che, in breve, sarebbe stata un’impotente vecchia donna tollerata
per pietà. Morire, dunque? Uccidersi subito?
11.
Sparire in
bellezza finché era bella?! Un muto singhiozzo la squassò dentro, ma come se
quel singhiozzo avesse rimosso un ostacolo al sanguigno furore, essa si inarcò
come una belva ruggendo a denti stretti: ‘Morire, sì!Ma prima ti ucciderò! Ti
ucciderò, maledettissimo messaggero di Dio!’.
12.
Più nulla ormai
avrebbe salvato Giovanni. Il furore di una donna offesa non ha limiti che nella
sua esplicazione.
13.
Erodiade avrebbe
saputo attendere, e alla prima occasione avrebbe colpito, colpito senza
esitazione, senza pietà, senza timore.
* * *
14.
Se Erodiade,
però, pensava al come e con quale mezzo uccidere Giovanni, Salomè da parte sua,
smaniava disperata per il brusco cambiamento avvenuto nell’animo di Erode,
proprio quando era quasi certa di vedere il suo sogno realizzato.
15.
L’amore,
tuttavia, rendeva astuta e pieghevole l’impulsiva principessina, essa ben
sapeva che nella madre aveva la più pericolosa nemica all’amor suo, quindi il
suo primo pensiero fu che Erodiade fosse riuscita a sovvertir l’animo di Erode.
16.
Ben conoscendo
sua madre, non poteva ammettere che, dato il trionfo, essa si fosse limitata
all’incarceramento dell’odiato profeta. La morte, e solo la morte, sarebbe
stata la conclusione della vittoria di Erodiade! Dunque, …qualche altra cosa
doveva esser accaduta tra Erode e Giovanni. Ma cosa?
17.
Era quanto Salomè
si proponeva di sapere, e poiché i suoi rapporti con lo zio erano molto
migliorati, fu verso Erode che essa rivolse tutto il suo studio e con l’abilità
della donna bella e innamorata, chiese un colloquio allo zio, assumendo un
aspetto di dolorosa innocenza.
18.
Erode ne avrebbe
fatto a meno, prevedendo una scena di lacrime e di rampogne, rimase quindi
gradevolmente sorpreso allorché vide entrar Salomè seria, ma serena e
timidamente sorridente.
19.
«Zio» – essa
disse dolcemente, – «posso parlarti?».
20.
«Avvicinati pure,
Salomè, ma ti avviso che se vieni a pregarmi per Giovanni, ti sbagli!».
21.
«No, zio, non
vengo a pregarti...».
22.
«Ah! Se è così,
dimmi pure, e se in qualcosa posso compiacerti, ne sarò ben lieto».
23.
«Io non vengo a
pregarti per Giovanni» – specificò Salomè, – «ma pure vengo a parlarti di lui».
24.
«Ah! No! Per
tutti gli déi: basta con Giovanni!» – e decisamente Erode fece l’atto di uscir
dalla sala.
25.
«No, zio!» e la mano
nervosa e ingioiellata di Salomè afferrò Erode per la manica e da questa,
rapida scattò al polso del tetrarca, stringendolo gentilmente ma tenacemente.
26.
«No, zio, non
allontanarti, ti prego!».
27.
Salomè
nell’impetrazione era bellissima e dolcissima, ed Erode sentì un morbido
insinuante piacere nel prolungare quell’attimo. Rasserenato e addolcito si
arrestò e tornò indietro.
28.
«Va bene» – disse
rassegnato, – «parla pure, ma ricordati che non mi lascerò smuovere!».
29.
«Oh, zio, perché
ti sei così incattivito? Tu m’avevi pur promesso...».
30.
«Niente ti avevo
promesso!».
31.
Nei verdi occhi
della maliarda[183]
passò un guizzo che rapidissimamente riuscì a dissimulare, e riuscì pure a
stillare una lagrima dalle ciglia e a fissare Erode con uno sguardo pieno di
mestizia.
32.
Il tetrarca si
sentì rimescolare internamente e, placato, attirò a sè e strinse con il braccio
l’agile fianco adolescente dicendo con bontà: «Piccola mia, cerca di capire,
cerca di rientrare in te stessa. Possibile che tu di sangue reale possa
seriamente esserti innamorata di quel selvaggio?!».
33.
«Oh, zio, io lo
amo!».
34.
«Tu credi di
amarlo, piccola, ma nulla vi è tra voi di comune, nulla che possa rendere
possibile un'unione, …un’unione, intendo dire, …durevole».
35.
«Che ne sai tu,
zio? No, …non parlare. Sì, io capisco, Giovanni ti ha offeso con la sua
irruenza. È così, vero?».
36.
«Salomè, uno
schiavo non può offendere un re...».
37.
«Ahimè, zio,
Giovanni non è uno schiavo, e tu ben lo sai!».
38.
«Salomè, ti
prego!».
39.
«Oh, zio, lascia
che io interceda per lui, lascia che ti porti alla tua vera indole: tu sei
buono e giusto, non contrariar te stesso. Non violentar la tua natura!».
40.
«Ma che vuoi?».
41.
«Lasciami
accostar Giovanni, ti prego; lasciami parlar con lui, …lascia che io ti
spieghi. Prometto che te lo condurrò docile a tutti i tuoi voleri, umile
anche...!».
42.
«Tu sei una
bambina, ...faresti meglio a non illuderti, tanto, …tu non potrai sopra
Giovanni la minima delle cose che ti proponi. Oggi Giovanni odia tutta la
nostra casa, per Giovanni nella casa di Erode non c’è che maledizione e
peccato, e io mi sono stancato d’esser insultato, di sentire insultare i
miei!».
43.
«Oh, zio, non me
egli ha insultato!».
44.
«Bambina! Ai suoi
occhi tu sei la figlia di tua madre; l’odio che egli ha per Erodiade investe
anche te, ed io, appunto, vorrei sottrarre almeno te alla sua diffamante
blaterazione».
45.
«Oh, zio! zio! Ma
io lo amo, capisci? Lo amo tanto, è il primo uomo che io ami...!».
46.
«Ve ne sarà un
secondo, mia piccola Salomè, un secondo, di te più degno, più meritevole!».
47.
«Impossibile,
zio! Impossibile!».
48.
Parole, bambina,
parole che si dicono, che forse si pensano, ma che non rispondono alla realtà».
49.
«Zio, ma perchè,
perché...» e Salomè non osò proseguire, strozzata da uno scoppio di pianto.
50.
Erode detestava
le lacrime, una donna in pianto lo portava all’esasperazione, e spesso Erodiade
l’aveva a sue spese costatato, ma il pianto quasi infantile di Salomè lo
commosse. Abbracciò la nipote, se la fece sedere sulle ginocchia, la carezzò
cercando di calmarla, e assorbendo nelle sue vene impigrite una strana
eccitazione, valutò, da esperto, i tesori di bellezza e di voluttà racchiusi in
quel corpo giovanile e, vinto, sussurrò tra i capelli di fiamma, il permesso a
visitare Giovanni nei sotterranei.
51.
«A un patto
però», – egli impose...
52.
«A qualunque
patto, zio!», – rispose Salomè tra le lacrime e il sorriso .
53.
«Se egli non ti
si getta ai piedi e non ti accoglie come il più gran dono di Dio, tu lo
abbandonerai...».
54.
«Abbandonarlo?».
55.
«Sì, Salomè,
questo assolutamente io voglio che egli ti dia vere prove d’amore, di
rispondenza piena, e allora per vederti felice io perdonerò, altrimenti no! Se
non avrai l’amor suo, …odimi, Salomè: la giovinezza, la bellezza non posso più
offrirtela, ma il trono, la potenza, la pace con Filippo, mio fratello, tutto
ciò posso offrirtelo, capisci!».
56.
«Non capisco,
zio» – disse Salomè piegando carezzevolmente la testa sulla spalla di Erode, –
«... non capisco!».
57.
«Va’ là, gattina,
capisci anche troppo!». Erode respinse il florido corpicino: «Va’, ti lascio
provare, e se non va, come tu speri, se senza più menzogna, senza tradimenti,
potrai venire a me, io ti sposerò».
58.
«Oh, zio! E mia
madre?»,
59.
«Tua madre si
darà pace! Sposandoti, pacifico
60.
«Oh, zio: vuoi
sposarmi?».
61.
«Subito, Salomè,
subito! Vuoi neppur tentare di accostar Giovanni?».
62.
«No, zio!» –
risoluta Salomè si drizzò. – «No, no, sarebbe indegno di ognuno di noi! Io amo
Giovanni d’amore, e tu potresti esser mio padre. Grazie, però, con tutto il
cuore, zio; e se non amore, affezione filiale posso dartelo: porterò Giovanni
ai tuoi piedi».
63.
«E io sarò lieto
di chiamarvi entrambi, figli, ma ora va, tra un’ora avrai il mio sigillo e
potrai accedere alla cella sotterranea, parlerai indisturbata, ma ricorda,
questa è l’ultima volta che io offro a quel cialtrone una via di salvezza, o
l’accetterà con gratitudine, o marcirà fino alla morte nella segreta. Addio,
Salomè».
64.
«Addio, zio!».
[indice]
۞
«Chi conosce il volto dell’Amore
lo conosce al prezzo della vista umana.
Chi ha visto l’Amore una volta sola
cieco diviene a tutti gli amori»
1.
Avvolta
in un ampio mantello, celato il volto in un fitto velo, da un’ora almeno
Salomè, guidata da Vergulo, si raggirava per i dedali delle prigioni
sotterranee. Erode aveva ordinato di condurre per vie tortuose la
principessina, cosi che essa non potesse rifar da sola la strada e non sognasse
la possibilità di una romantica fuga dell’amato.
2.
Vergulo, che
d’istinto odiava Giovanni, metteva inoltre un particolare zelo nel fuorviare la
bella Salomè, e spaventarla parlando d’oscuri misteriosi pericoli in agguato
ove sarebbe incappato ogni audace che avesse tentato una fuga o avesse ardito
un’incursione. Ma Salomè non era una timorosa, e ben presto si accorse che
Vergulo la faceva di continuo ritornare sui suoi passi. Allora si fermò di
botto, e guardando lo scherano con i suoi verdi occhi di maga, ordinò
bruscamente di cessar le chiacchiere e di condurla diretta dal profeta, se non
voleva sperimentare a sue spese il potere di una donna della casa di Erode.
3.
Vergulo, benché
stretto dagli ordini ricevuti, non poté vincere un superstizioso terrore
innanzi al balenar verde degli occhi della principessa; egli ben sapeva dei
riti segreti celebrati alla corte da Simon mago, e il terrore degli spiriti
maligni teneva pur lui.
4.
La fulva[184] Salomè – satanica
figlia di Erodiade – aveva fama di mescolarsi volentieri a quei riti, quindi
era meglio non contrariarla del tutto, perciò Vergulo obbedì e, senza altre
tergiversazioni, aprì una bassa e robusta porta di quercia, scoprendo un antro
nero e maleodorante, ove la torcia brandita gettò una luce sanguigna.
5.
In quell’antro
una figura umana, impetuosamente, balzò incontro ai visitatori con un
irrefrenabile scatto di belva.
6.
Nella figura,
Salomè, inorridita, riconobbe Giovanni. Giovanni scavato dalla prigionia e
dall’ardore profetico, ridotto all’essenzialità della figura umana, ma indomito
nel suo spirito e signore di se stesso, come se, invece che in un’orrida cella
sotterranea, vivesse sopra le rive del placido Giordano.
7.
Giovanni, senza
un attimo di esitazione, affrontò l’incognita velata: «Mi era stata annunziata
la tua venuta: che vuoi tu da me?», – apostrofò aspro.
8.
Salomè rimase
interdetta. Vergulo fissò a un arpione la torcia sanguigna e, secondo gli
ordini ricevuti, si allontanò, lasciando la principessa e il profeta soli nella
cella.
9.
L’alta statura di
Giovanni era umiliata dal basso soffitto, ma anche in quell’estrema miseria la
grandezza regale della sua anima folgorava e rendeva augusta l’immonda
spelonca. Una strana timidezza prese alla gola Salomè; per la prima volta nella
sua vita essa capì che vi sono forze interiori non soggiogabili con i sensi,
non dominabili, né con la paura, né con la lusinga.
10.
L’occhio ardente
ma puro di Giovanni, la penetrava e la trapassava, e poiché Salomè era usa a
veder principi e potenti impallidire a un suo sguardo, sentì con rabbia di
essere lei ad impallidire, di esser lei aggiogata al carro di una volontà
vincitrice.
11.
Il profeta
imprigionato era più libero e possente di un re sul trono, e innanzi a quella
regalità spirituale la principessa si sentì una mendica, una povera postulante
che veniva a chiedere, non a portar grazia! Con le due mani contratte sul seno
cercò di frenare i palpiti disordinati del suo cuore e, umettando con la lingua
le labbra divenute secche, si sforzò di parlare.
12.
Le prime sillabe
che pronunziò la spaventarono, tanto innaturale risuonò la sua voce, ma
indispettitasi del suo turbamento, riuscì a reagire e a vincersi, quindi,
contenendo il fremito interiore, disse: «Giovanni, chi ti ha annunziato la mia
venuta, ti avrà detto anche cosa vengo a fare qui».
13.
«Chi mi ha
annunziato la tua venuta mi ha detto: guardati da colei che è molle, acciocché
tu non abbia ad incappare in una dura rete. Avvolgi nella mirra il tuo cuore,
affinché non lo corrompa la sua falsa dolcezza!».
14.
«Chi ti ha detto
ciò, mentiva, o non si riferiva a me, perchè io non vengo con mollezza o
dolcezza, ma armata sono di un amore più forte della morte!».
15.
«Non bestemmiare,
figlia di Jezabel, perché lo spirito del Signore non inganna, e ciò che tu
chiami amore è solamente, …foia[185]
di femmina in calore! Se poi non è insidia e tradimento. Non è forse per cagion
tua e di tua madre che io son qui? Non è stato il tuo inganno a gettarmi in
queste tenebre? Ecco che son caduto con il corpo nella tua rete, ma l’anima,
oggi è vigilante, e i tuoi tranelli si torceranno contro di te».
16.
Queste ultime
parole illuminarono Salomè, il furore di Giovanni nasceva dall’equivoco, egli
l’accusava del suo imprigionamento, ed essa doveva chiarir l’equivoco a ogni
costo.
17.
Frenando perciò
l’impulso che l’avrebbe portata a ribattere, Salomè lasciò cadere il velo che
le avvolgeva il viso, rimanendo però modestamente coperta con il mantello e,
con la calma dell’assoluta sincerità, replicò: «Giovanni! Io ti prego per il
tuo Dio di ascoltarmi in pace fino alla fine e, se non sarai convinto della mia
sincerità, vorrà dire che tu sei un falso profeta, poiché non sai distinguere
gli accenti del vero, da quelli della menzogna».
18.
«In qual nuovo
inganno pensi tu di avvolgermi?».
19.
«In nessun
inganno, perché mai ti ho ingannato! Ascoltami solo, poiché io a caro prezzo di
umiltà mi son comprata questo colloquio con te, e sono ancora umile; tuttavia
in me freme lo sdegno per questa tua cocciutaggine, per questo tuo cuore
ostinato a non volermi ascoltare».
20.
«Ebbene, parla!».
21.
«Tu mi rimproveri
la tua prigionia, ma di essa sono del tutto innocente. Io non sono venuta a te
con frode. Io stessa son caduta in un tranello ignobile, tesomi dall’immondo
nano in cui credetti di potermi fidare.
22.
Ricordi quel
giorno in riva al Giordano, quando dalla mia lettiga ti gettai una rosa e tu
movesti verso di me impetuoso come un torrente allo sgelo? Fu da allora che io
ti amai. Da allora, giorno e notte sempre ti ebbi nel pensiero, di nascosto
interrogavo gli schiavi perchè mi riferissero le tue parole, e spesso, confusa
nella folla, ascoltai la tua predicazione, finché volli vederti, parlarti,
svelarti tutto l’animo mio. Ma come fare? A corte io stessa sono una specie di
prigioniera, un ostaggio di guerra, una merce di scambio, preziosa forse, ma
non più di un forziere di gemme. A chi dunque confidare il mio cuore? A mia
madre che ti odia? A mio zio che lussuriosamente mi guarda?
23.
Ecco che mi
abbassai fino all’infimo dei miei servi, al mio citaredo, …da me colmato d’ogni
bene; gli dissi il bisogno che avevo di parlarti ed egli mi si offrì
intermediario, mi portò il narcotico per addormentate la mia schiava
carceriera, la chiave per uscir di notte, occulta, e intanto (e io non lo
sapevo) mi vendeva all’infernale Simon mago preparando l’insidia in cui
entrambi cademmo. Oh! Giovanni, capisci ora come sono andate le cose? Mi
credi?».
24.
In così dire
Salomè alzò la testa per fissare negli occhi l’asceta, e lasciò alle lacrime
libertà di scorrere. Bella e commovente, in quel momento essa offriva
l’immagine di una bambina smarrita e innocente; l’accento della sua voce che,
da sdegnato, era divenuto patetico, adesso moriva tra singhiozzi sommessi, e
Giovanni non poté impedirsi un moto di pietà e di tenerezza.
25.
«Ti credo» –
rispose, – «ma tu porti il male senza saperlo, vittima e sacrificatrice al
tempo stesso!».
26.
Salomè riprese
fiato e continuò: «Non ti dico qual fu, dopo, la mia vita a corte, quali gli
scherni e le minacce, …le ingiurie e le blandizie tra mia madre e mio zio, e
saperti languire in carcere ed esser spiata in ogni passo da Simon mago,
tormentata nelle notti senza sonno dai fantasmi orrendi che egli mi suscitava
contro. Oh, tu, ...tu hai il tuo Dio, il tuo sogno, la tua visione profetica;
ma io, io non avevo e non ho che quest’amore che ingigantiva in me quanto più
gli ostacoli si facevano grandi. Io sentivo, intuivo che tu dovevi maledirmi, e
ti amavo sempre di più, sempre di più, e ti volevo, ti volevo come il solo bene
che la vita mi offrisse, mi rifugiavo nel pensiero di te come nell’unica oasi
di purità offerta dall’arido deserto del vizio che mi circuiva, ...finché
l’amore mi ha dato il coraggio di parlare, di pregare, di piegarmi, di
umiliarmi a mio zio per poter dire di te, per poter intercedere per te. E tu,
…mi accogli come una nemica!
27.
Oh, Giovanni!
Perchè il tuo Signore, se sa tutto, non ha disposto il tuo cuore in favor
mio?».
28.
Così dicendo,
Salomè si era avvicinata a Giovanni e la sua fragile manina (dalla quale aveva
tolto ogni gemma, ad eccezione di un piccolo opale cui era superstiziosamente
attaccata) sfiorò carezzevole la rude mano di Giovanni, al cui bruno colorito
il carcere aveva aggiunto la patina del bronzo antico. Alla carezza, un fremito
scosse l’annunziatore, il quale si ritrasse con la rude ritrosia degli essenti
vergini e timidi innanzi alla donna.
29.
Salomè s’accorse
di quella ritrosia, ma non cedette, e ancor più si strinse a Giovanni,
incalzante: «Hai paura di me, amor mio? perché? Lascia che tocchi la tua mano,
che la baci, questa cara mano incatenata, mano che sola può darmi la libertà!».
30.
Nulla vi era in
quel momento di più puro degli occhi della principessa! Come due limpidi laghi
essi si fissarono sul volto di Giovanni, umidi di lacrime e d’amore, proprio
come gli occhi di una bestiola domestica.
31.
Giovanni ne fu
vinto, e non poté negare la carezza che il piccolo ardente volto di Salomè
invocava. Carezzò dolce la fulva testina dicendo: «Va’, va’ in pace, perché io
ti credo, e pregherò per la tua salvezza. Perdonami se mal ti ho giudicata, ma
tu, …potrai comprendere come io non avessi del tutto torto».
32.
«O Giovanni mio,
grazie! Ma tu non sai ancora tutto, tu non sai cosa io son venuta a portarti;
con tutto il mio amore».
33.
Un pallido
sorriso illuminò per un attimo le fosche sembianze del profeta.
34.
«E che vuoi
portarmi più della verità? Oggi io posso non rammaricarmi più di nulla! Tu non
sei stata perfida, posso perciò anche rallegrarmi a pensare che non tutto è
corrotto nella casa di Erode! Posso anche morire, perchè muoio senza il peso di
un rancore che neppure a me stesso osavo confessare: la tua verità mi placa, il
destino che ha operato nell’ombra, non è stato che un compiersi naturale degli
eventi. Piccola principessa, torna pure in pace alla reggia, Iddio che ti ha
costruito un cuor puro, ti custodirà da ogni male e forse sarà dato a te di
accostar Colui che è venuto a riscattare, come l’agnello di Dio, tutti i peccati
del mondo!».
35.
A queste parole,
un incantevole sorriso schiuse le rosee labbra di Salomè.
36.
«Oh, Giovanni!
Mio terribile uomo del Signore. Ma tu non prevedi neppure lontanamente cosa io
son venuta a fare da te!».
37.
«A portarmi la
tua parola di verità. A placare la mia anima esulcerata[186]...».
38.
«Sì, Giovanni,
sì, ma non solo quello! Oh! Io son venuta a te come l’aurora di un giorno
d’estate, sono tutta un dono per te, sono la tua vittoria, la tua fortuna, la
corona della gloria tua».
39.
«Principessa!» – Giovanni,
insospettito, cercò di liberar la sua mano.
40.
Ma Salomè la
teneva stretta con fervore, anzi, accostandosi tutta, vi premette contro il
seno, perché il desiderio gonfiava e, …irrigidiva. Rauca e sommessa, sibilò:
«Io ti sposo, Giovanni. Ti sposo, e mio zio ci adotterà entrambi per figli e
per eredi. Lascerai questo carcere per il trono della Galilea, …per l’amore di
Salomè».
41.
«Principessa!» –
fu un urlo quello che uscì dalle livide labbra del profeta. – «Ma che dici?».
42.
Cercò di strappar
la sua mano, ma le manine di Salomè erano tenaglie, e tennero stretta la preda.
43.
«Giovanni,
Giovanni mio!».
44.
«Ma che Giovanni!
Che mio! Deliri, forse? Sei tu pazza, o zimbello di un oscura commedia?
Lasciami ti dico, o per il Dio Santo che io adoro, mi spingerai a colpirti!»
45.
«Eh! Colpiscimi
dunque, scellerato! Il tuo Dio ordina di rispondere all’amore con l’odio?».
46.
La calma sdegnosa
di Salomè frenò Giovanni, il quale, liberata la mano, rispose: «No, il mio Dio
non ordina di rispondere all’amore con l’odio, ma ordina di guardarci dalle
tentazioni del maligno e dall’inganno della sapiente seduzione!».
47.
«Ma che vuoi
ch’io seduca, mio burbero santo?! Non vedi ch’io son quasi una bambina, e che
anelo solo ad uscir dal marciume di una situazione ambigua, dove non è mia
colpa se, vergine di corpo, sono nell’anima contaminata! A te, caso mai,
spetterebbe di levar la mia tabe[187]
e di presentarmi purificata al tuo Signore!».
48.
«Hai ragione
principessa» – rispose Giovanni mortificato, – «l’impeto della mia natura può
sviarmi dal retto operare, ma come vuoi tu ch’io ascolti dalle tue labbra
parole d’amore e ti creda? Se ti penso sincera, debbo credere a una tua
infatuazione di pazzia, non a un sentimento ch’io non sono in grado di ispirare
in alcuno; e se ciò fosse, tu stessa non potresti che riderne se consideri chi
sei tu e, …chi son io. Lasciami dunque alle mie tenebre!».
49.
«Ascoltami una
volta seriamente, ti prego, Giovanni! Io ho concepito per te un vero amore, tu
stesso non sai quanto sei bello. Io ti amo! A Erode ho svelato l’amor mio, ed
egli, con saggezza politica, ha visto e previsto sviluppi ai quali non avrei
forse pensato. Erode ne ha abbastanza delle lotte che deve sostenere per mia
madre e per reggere
50.
Salomè aveva
parlato con tono dignitoso e modesto, guardando seriamente in faccia Giovanni,
e si accorse che le sue parole avevano, se non scosso una convinzione, almeno
incrinato una resistenza.
51.
L’asceta non
aveva replicato e sembrava meditabondo. Salomè, tuttavia, ormai conscia delle
repentine reazioni dell’annunziatore, non volle stravincere e, incrociate
modestamente le braccia sul petto, …attese immota una risposta: la risposta
tardò alquanto.
52.
Chiuso nella sua
anima, Giovanni invocava da Dio un soccorso di luce. Infine, con voce calma e
lenta, rispose con una domanda: «Allorquando quest’assurda cosa potesse
avvenire, quali sarebbero le condizioni che il re porrebbe?».
53.
«Una sola, e cioè
che tu riconosca per lo meno di aver esagerato l’irruenza dei tuoi attacchi
verso mia madre!».
54.
«Ah, è dalla
parte di lei, dunque, che vieni?».
55.
«No, trovo
naturale che tu divenga più tollerante, ma non è per mia madre ch’io
peroro...».
56.
«Ah! Ch’io
diventi tollerante. E di che? Di quel marciume di cui ti lagni e da cui vuoi
uscire? Tollerante dell’adulterio incestuoso? Tollerante dello scandalo
perpetuo?».
57.
«E che potrà
importare a te una volta che fossi mio marito? Alla fine io non sono mia
madre!».
58.
«Ah! Non sei tua
madre, ma sei peggio di lei, così pensando. E tu, puoi supporre che io, il
profeta del Signore, il consacrato all’Altissimo, voglia onestare quanto ogni
legge umana e divina riprova, quanto è contro la stessa natura? Ch’io muti la
mia splendida primogenitura con il piatto di lenticchie ammuffite del
compromesso servile? Ti hanno mandata bella e tenera, forse ingenua (perchè
voglio crederti tale) a tendermi il più basso dei tranelli, facendo di te
l’esca per prendermi al laccio...».
59.
«Giovanni, ti
prego!».
60.
«Taci! Vieni qua,
fatti vedere» – e Giovanni con rapido moto ghermì la spalla di Salomè e strappò
il mantello nero. – «Me l’immaginavo!», – disse. Sotto il pesante mantello,
Salomè aveva una sottile veste di bisso candido che celava, svelando
seducentemente, le forme acerbe e tornite.
61.
Nella brusca
scossa, i fulvi capelli si sciolsero e ruscellarono lungo la bella personcina.
Pura e procace, smarrita e anelante, Salomè sembrò far risplendere della sua
bellezza il misero antro[190].
62.
«Me
l’immaginavo!» – ripeté Giovanni. – «Eccoti qui, seduzione! Eccoti qui, Lilith[191]».
63.
«Mi fai male,
Giovanni!», – gemette la principessa, richiamandolo alla coscienza di sé;
infatti, le dita del profeta continuavano ad artigliarne la spalla, ma la
stretta selvaggia non s’addolcì.
64.
«Ah, ti faccio
male, immagine della concupiscenza?! E tu, che mi hai fatto finora? ».
65.
«Ma, Giovanni,
...lasciami! Sei impazzito? Lasciami, ti dico!» e svincolando la persona
serpigna, giunse con la bocca alla mano del profeta, piantandovi felinamente i
dentini in un morso profondo. Il dolore del morso fece allentare la stretta a
Giovanni, e Salomè, spaventata, arretrò fino alla parete cui si appoggiò. Un
greve silenzio pesò tra i due protagonisti.
66.
Lo ruppe Giovanni con voce sorda e dolorosa: «Ecco! Così le figlie della
Terra, che erano belle, trassero al peccato i liberi figli del Cielo! Così
caddero i figli di Dio! Oh, qual bassa cosa è la femmina, qual triste potere ha
la materia. Se volevi ch’io capissi, o Signore, pienamente l’ho capito! Ecco
questa creatura, che è pur opera tua, come un vaso di iniquità, …alberga il
serpe che mi insidia il calcagno. Perchè tanta potenza di bellezza deve essere
al servizio del male? Perchè hai fatto cosi bella la donna se la sua bellezza
dev’essere d’inciampo all’uomo? Ecco che ogni cosa nella natura è da lei
contaminata, ecco che inutilmente l’uomo aspira alle altezze del pensiero
avendo le caviglie incatenate alla roccia della femminilità! Più terribile di
un’armata in campo è la donna, più micidiale di una pestilenza, più impoverente
di una carestia! Chi incappa nelle sue reti è perduto!».
67.
«Anche tu sei
nato da una donna!», – agra, rimbeccò Salomè da parte sua.
68.
Il profeta
tacque, tacque e si chiuse in una fervida preghiera. La voce melodiosa di Salomè
lo richiamò. Essa aveva raccolto il mantello e s’avvolse in esso, raccogliendo
nel velo anche la massa fiammeggiante della sua capigliatura, avendo sentito
nel corridoio il passo di Vergulo e, capito che il tempo concesso al colloquio
stava per scadere, tentò l’ultimo sforzo, frenando il furore che internamente
la squassava. Per un attimo, quando Giovanni l’aveva afferrata, essa aveva
sperato, si era illusa d’aver vinto; ora l’umiliazione della sua impotente
bellezza le cuoceva dentro. Tornar vinta ad Erode, confessarsi domata dal fiero
profeta, respinta da lui? Lei, la più bella tra le figlie di Sion, la
desiderata dai re? Malgrado ciò, lo amava ancora. Tuttavia, senza che se lo
confessasse, più urgeva in lei la necessità di piegarlo (per non subire la
derisione della sconfitta), che non l’ardore del desiderio. Infatti, con la
spalla illividita dalle dita di Giovanni, soffocata dal lezzo del carcere, la
principessa capiva di perdere le forze, svanire in lei ogni cosa, e solo
l’orgoglio ancora la reggeva, così la sua parola suonò calma, fredda e
persuasiva.
69.
«Giovanni! Stiamo
per lasciarci, s’io varco quella soglia, tu non sperar mai più di vedermi né di
vedere il Sole! Se la varchi con me, se con me vieni ai piedi del trono, tu sei
salvo e avrai agio di conoscere quanto sia grande l’amor mio per te! Deciditi
dunque: io ho fatto quanto stava in me per meritare il tuo amore: pensaci! Se
respingendomi come fai, alla fine non sia il tuo Dio che offendi. Pensaci, …se
non è Lui ad avermi ispirato questa che tu chiami infatuazione di pazzia. E
pensa se oggi non è la sua mano provvidenziale che tu rifiuti di stringere! Io
sono ancora qui, …ma già sento il passo della guardia che mi viene a prendere.
Ancora pochi istanti, Giovanni, ti supplico! Fa che nella tua pazzia profetica
baleni un barlume di ragione. Sei giovane, sei sano, sei amato! Rifletti: non
hai il diritto di condannare te stesso a questo orrore, come fai! Giovanni: mi
odi almeno?».
70.
«Ti odo, Salomè»
– rispose tristemente il profeta, – «ma ti odo come ti odono queste pareti e
queste volte. Ti rispondo come loro, non posso che risponderti così».
71.
«Ma che ti ho
fatto alla fine?» – scattò Salomè. – «Tanto, dunque, mi detesti? Ti faccio
dunque ribrezzo? Ma dove giunge quindi la tua presunzione?».
72.
«Oh, Salomè,
Salomè, non è presunzione la mia, io vedo ciò che tu non vedi. Tu sei lo
strumento di un destino che fu stabilito prima che nascessimo, non ti detesto
affatto, né mi fai ribrezzo. Sei bella, sei la più bella creatura ch’io abbia
mai visto in Terra, ma non posso amarti!».
73.
«Non puoi amarmi?
Ebbene, non amarmi, fa solo un atto di sottomissione a Erode; fingi d’esserti
arreso, mostra di contentarlo. Purché tu sia libero e che tu possa fuggire, io
ti lascio libero: arrenditi solo. Più tardi, quando sarai certo del mio amore,
vedrai il da fare. Per ora seguimi, lasciati salvare!».
74.
Queste ultime
parole Salomè le aveva sussurrate con voce sommessa e calda, mettendo in esse
tutta la forza della sua seduzione.
75.
«Principessa» –
rispose Giovanni, – «come puoi tu propormi una simile perfidia verso il re?!
Ch’io finga! Ma se era per fingere, non sarei finito qui dentro! Contro ogni
ragione Erode mi ha imprigionato, e io dovrei sottomettere a lui la mia
dirittura di coscienza, posporre il mio Dio a una misera vita di cortigiano,
fuggire dopo l’inganno, come il vero ladro ch’io sarei divenuto? Oh, Salomè!
Oh, …regio sangue! E tu, proprio tu puoi propormelo? Dici di amarmi e mi
vorresti infame?».
76.
«Io ti voglio
salvo, pazzo fanatico che sei!».
77.
«Salvo? Salvo
come? In che, salvo, se ai miei, ai tuoi stessi occhi io divengo uno sleale, un
bugiardo, un traditore, un fedifrago?[192]».
78.
Vergulo nel
corridoio annunciò la sua presenza agitando le chiavi.
79.
Disperata e
furiosa, Salomè sibilò: «Pazzo, pazzo, pazzo! Ma non vedi dunque dove sei?».
80.
«Oh, Salomè! Dove
sono? Sono in un luogo ove l’onore di Dio è ben custodito. Sono in un luogo ove
mi è dato di rispondere all’Amore!».
81.
«All’amore?».
82.
«Sì, Salomè, ma
non a quello che tu credi, …che tu intendi. Oh, tu non sai! Ma chi ha visto il volto dell’Amore, cieco diviene a
ogni veduta umana. Chi ha visto l’Amore, anche solo una volta, …è perduto per
sempre a tutti gli amori, e il volto dell’Amore io l’ho visto!».
83.
«Ma di che
farnetichi?».
84.
«Io non
farnetico, io ti parlo dell’unico Amore, della suprema grazia, della perfezione
infinita: ti parlo di Dio».
85.
«E tu resta con
il tuo Dio!» – urlò furibonda Salomè. – «Resta con il tuo Dio, con i topi, con
i rettili, e con la maledizione di questo mio folle amore, amore che tu hai
deriso e insultato, con la maledizione di questa mia anima, anima che tu danni
a tutti i furori, a tutte le disperazioni. Tu sei un profeta? …sei un pazzo
malvagio. Ha ben ragione mio zio!».
86.
E così dicendo la
principessa si avventò alla porta e la spalancò.
87.
«Vergulo!» –
intimò al soldato di fazione nel corridoio, – «Chiudi e andiamo via!».
88.
Vergulo, tolta
dall’arpione la torcia fumosa, sogghignando, richiuse la porta della cella e
seguì la principessa che già era in fondo al corridoio.
89.
Usciti che
furono, Giovanni cadde in ginocchio, cantando un salmo di ringraziamento: la
battaglia era stata dura, ma ne era uscito vittorioso! Nessuna lussuriosa
immagine abitava gli antri bui della cella.
[indice]
۞
«Vi sono abissi nel mare
e son pieni di mostri
ma vi son più terribili abissi
nelle anime
e son pieni di diavoli»
1.
Rientrando a palazzo, Salomè corse nei suoi
appartamenti come una belva ferita alla tana, e vi si chiuse per sottrarre ad
ognuno lo spettacolo del suo rossore. Da Giovanni aveva ricevuto la più
sanguinosa offesa che donna possa ricevere, aveva subito la più umiliante delle
sconfitte: si era offerta ed era stata rifiutata; aveva portato l’inestimabile
dono della vita, della libertà e dell’onore e li aveva visti respingere.
Nonostante tutto, però, amava Giovanni! Un torbido fascino la teneva e
l’attraeva, la brutalità del profeta le appariva come la pienezza di una
mascolinità alla quale anelavano le migliaia di femmine lascive che in lei
tumultuavano nel sangue. Come una voragine aperta nel mare che ogni cosa
inghiotte avida (forse per un incoercibile bisogno di riempirsi e cancellare in
se stessa il vuoto), così con spietata lucididità di cervello, Salomè sentì in
se stessa urlare il sesso affamato che, solo in Giovanni, si sarebbe saziato.
2.
Per Salomè non vi
erano misteri sessuali. Senza illusione, freddamente, essa poteva misurare
tutto l’abisso della sua sventura. Capiva che mai più avrebbe potuto amare.
Intuiva che l’unione fisica con qualunque altro uomo che non fosse Giovanni,
non sarebbe stata a lei possibile senza provarne ribrezzo. Come se una tremenda
magia l’avesse avvolta, essa si dibatteva senza potersi liberare, scopriva con
terrore che in Giovanni tutto era bello, tutto le era caro, che se anche
l’avesse battuta, gli avrebbe baciato le mani. Dalla spalla indolenzita
fluivano in lei, nei suoi più intimi recessi, strane, dolorose e pur dolci
sensazioni e, mentre il cervello ragionava, tutto l’istinto, irragionevolmente,
si tendeva verso l’unico grande amore.
3.
«Così, dunque,» –
si chiese stringendosi le tempia martellanti, – «mia madre ama mio zio? Così,
senza remissione, senza salvezza? Schiava fin nelle ultime fibre della carne e
del sangue? Questo sarà il mio destino?».
4.
A queste
considerazioni l’orgoglio ferito a sangue urlò più forte del sesso: «Ah, no!
No, mai! Lottare con ogni forza, vincere, strapparsi dalla carne quella febbre
nefasta a costo di disfrenarsi come una baccante[193],
di tuffarsi nei vortici d’ogni vizio, …di moltiplicare le esperienze fino alla
nausea».
5.
«Sì!» – sembrò risponderle
qualcosa dal profondo della sua
anima, – «Sì, ma così non sarà per l’amore che tieni racchiuso in te, perché
anche vecchia, corrotta, nauseata, ritornerai giovane e fremerai come una
vergine al solo pensiero di Giovanni! Puoi aver tutti gli uomini: lui no! E lui
lo porterai in te fino alla morte e oltre, lo porterai più vero del sangue, più
dolente del cuore, più vivo della vita! Tu non ti libererai mai, mai più da
Giovanni. Lui è la tua controparte, è l’altra metà di te stessa; tu sei più sua
che se egli cento volte ti avesse posseduta. Tu sei più sua del suo stesso
respiro. Siete i gemelli delle solitudini stellate, siete l’unico uomo e
l’unica donna del Creato, siete della stessa sostanza, avete la stessa natura».
6.
«No!» – gemette
Salomè torcendosi sul suo morbido giaciglio – «…no!».
7.
«Sì, anche tu
come lui, potresti macerarti in penitenze, e lui, come te, potrebbe ardere
d’incontenibile ardore. Tu sei il suo male, egli è il tuo bene, tu sei la sua
tenebra, egli è la tua luce; tu sei la sua carne, egli è il tuo spirito. Sei
perduta, perduta, perduta! Sarai la sua schiava in eterno! Sei più perduta che
tua madre, che almeno la morte libererà dall’amore. Tu no, neppure con la
morte! Oh, non pensare al suicidio, …ti aggireresti intorno a lui come la falena
intorno alla lampada! Ma per tutti gli déi, non ne posso più!».
8.
Salomè scattò in
piedi come una furia. Percosse il timpano d’oro e, alla schiava terrorizzata
dall’impaziente richiamo, perentoriamente ordinò: – «Presto! Il mio bagno! E
sia pieno di profumo! Portami gli oli più deliziosi, preparami le vesti più
ricche, i gioielli più fulgidi, e alle più belle delle mie vergini compagne dì
che si ornino per una gran festa. Stasera voglio ridere, voglio danzare, voglio
della musica, che tutto intorno a me risplenda! Questa sera sono io che invito:
ordina che si appronti una ricca cena; fai chiedere al tetrarca d’intervenire.
La sua età, oramai concede ben a lui il diritto di visitar nel gineceo le
vergini! ... Hai capito, dunque? Va, corri, …non fartelo ripetere. Perchè sei
ancora lì?».
9.
La schiava,
sgomenta, fuggì come una timida lepre innanzi al veltro, e in breve (concitate
dalla sua agitazione) schiave, favorite, vergini regali e ancelle d’onore,
tutte furono in agitazione, nessuna discusse gli ordini di Salomè, e ognuna si
precipitò per eseguirli. E mentre la bella, nelle acque profumate del bagno,
cercava ristoro, mentre si acconciava e si ornava, intorno a lei si facevano i
preparativi per l’inaspettata quanto precipitosa festa.
10.
Erode accolse
l’invito con una certa diffidenza. Per il tetrarca erano giorni tristi, dovuti
in parte a una discussione alquanto violenta avuta con Erodiade, nel corso
della quale aveva spietatamente parlato delle sue decisioni, mercé le quali
Erodiade doveva rassegnarsi a vedere Salomè quale sposa dell’odiato Giovanni,
oppure sposa del vecchio amante.
11.
«Sono stanco» –
aveva detto il tetrarca, – «di lotte e, …d’intrighi! Tu ed io possiamo ormai
considerarci vecchi, dobbiamo cercare di porre ordine dove finora fu disordine.
12.
Nell’uno o
nell’altro modo la nostra situazione sarà finalmente chiara. Tu lo sai, io non
posso sposarti! Se Salomè sposa Giovanni, son pronto ad abdicare in favore di
entrambi, e allora tu ed io potremo andarcene in Grecia o addirittura a Roma, e
vivremo come due tranquilli coniugi finalmente in pace. Se invece dovrò sposar
tua figlia, non sarò così ingenuo da non capire che potrò esser tutto per lei,
ma non un marito; con queste nozze tuttavia porrò fine al dissidio con mio
fratello e potrò governare
13.
«Con me?».
14.
«Ma sì, non
crederai sul serio che io ami d’amore Salomè. Se così fosse, non contemplerei
certo l’ipotesi di unirla a Giovanni!».
15.
«Ma allora tu mi
ami?» – disse Erodiade.
16.
Erode ebbe un
gesto di fastidio...
17.
«Come sei
drammatica! Non occorre amare una donna per esser legato a lei. Sono tanti anni
ormai che viviamo insieme! Ti ho visto la prima ruga e tu hai visto il mio
primo capello bianco. Ci siamo abituati l’uno all’altra e, senza dramma,
…possiamo accettarci a stare ancor bene insieme. Via, Erodiade! Abbiamo il
coraggio di guardare la realtà; né tu, né io, …siamo quelli che eravamo allora.
I nostri corpi erano come aste di zagaglie[194],
erano come archi flessibili. Oggi, ...uh, oggi il grasso ci fa pesante le idee,
oltre che i movimenti! Cerchiamo, nella fredda ragione, di trovare ancora
qualche sorgente di gioia e di piacere. Oh, che noia, ancora lacrime! Ma è una
malattia! Bada Erodiade, tu devi curarti, devi aver qualcosa negli occhi!».
18.
Ma Erodiade non
era in grado di afferrare l’ironia... Soffocata dall’indignazione e dal dolore,
era uscita dalla camera dell’amante affranta e, rientrata nel suo appartamento,
aveva subito fatto chiamare Simon mago. Per la prima volta Simone vide la
regina disfatta di corpo e di anima e, se nelle sue viscere avesse potuto
albergare un senso di pietà, quel senso doveva somigliare allo strano fastidio
che ne sentì. Fu perciò con più calore di quanto la cortigianeria richiedesse
che egli interpellò la sventurata.
19.
«Dunque, che c’è,
regina?».
20.
Solo delle
lacrime disperate risposero alla domanda, e Simone, comprendendo a quali limiti
essa fosse giunta, invece di insistere, chiamò le ancelle e, consegnato loro
una piccola ampolla d’elisir, dette alcuni ordini e si ritirò in un salottino
ad attendere. Non attese molto perchè Erodiade ben presto lo fece rientrare
nella sua camera.
21.
La regina
riapparve avvolta in un’ampia veste di damasco cupo e alquanto ristorata dalle
cure cui era stata oggetto.
22.
Tuttavia, dai
grandi occhi segnati, traspariva tutta la profonda pena .
23.
«Simon mago» –
essa mormorò, – «puoi tu ancora far qualcosa per me?».
24.
«Perdona, regina»
– rispose, – «tu hai il torto di continuare a sentirti come una piccola donna!
Alla fine, renditi maggiore di te stessa!».
25.
«Non posso,
Simone, io amo Erode oggi come fosse il primo giorno; e tu, non hai una magia
che indissolubilmente lo leghi a me?».
26.
«Io ho molte
magie, ma per usarle non si deve essere uomini: la via del male, per dar la
potenza, deve esser percorsa intera!».
27.
«Forse che io non
l’ho percorsa?».
28.
«Oh, regina, no!
Non si percorre la gran terribile via essendo amante, essendo madre. L’odio non
ammette compartecipazione d’amore! Invano ho cercato di esserti maestro, tu
arretri innanzi al giuramento della nera notte, tu indietreggi davanti al
grande arcangelo!».
29.
«Oh! Simone, ma
non capisci che alla magia io chiedo solo la felicità?».
30.
«Regina! La magia
può dare la potenza, la vendetta, non la felicità, a meno che la felicità non
consista nell’attuar la vendetta, nel realizzare la potenza; ma tutti i filtri,
tutti i legami d’amore si possono usare sull’amante, non sull’amato, e tu sei
l’amante, o sventurata regina! Te l’avevo detto: strappa l’amore dal tuo cuore,
come una spina dal tuo piede, e signoreggerà Erode. L’hai tu fatto?».
31.
«Non posso»,
–rispose umile Erodiade...
32.
«E allora,
regina, non chiedere l’impossibile; accontentati di quello che la grande
scienza ti offre».
33.
«Tu sai, Simone,
cosa accadrà?».
34.
«Lo so, le stelle
han parlato, …ma so anche che cosa accadrà!».
35.
«Dimmi! Dimmi!».
36.
«La principessa
Salomè non sposerà il tetrarca!».
37.
«Peggio, allora,
sposerà il mio nemico?!».
38.
«No, regina, il
miserabile pazzo ha lavorato per noi!».
39.
«Come?».
40.
«Sì, ha respinto
tutte le offerte di Salomè. Egli non la vuole!».
41.
«Non la vuole?!
La mia bella figliola?».
42.
«Calmati, regina!
Oh, e se tu mettessi nel male l’ardore che metti nel bene? Tu ami tua
figlia?!».
43.
«Simone! Ma non è
in natura che la madre ami il suo nato?».
44.
«La magia è
contro natura, regina! Comunque, i fatti son questi: il profeta ha respinto in
malo modo la principessa...».
45.
«Anche in malo
modo?».
46.
«Insomma, regina,
puoi cercar di essere meno emotiva?».
47.
«Non
rimproverarmi, Simone, ti prego, io soffro!».
48.
«Tu soffri come
tutti gli uomini, o regina, perciò sei debole; se tu soffrissi come il diavolo,
così da uccidere ogni sensibilità, tu saresti forte e invincibile. Ad ogni
modo, ascoltami: la principessa Salomè ama in maniera delirante il suo santo,
ma in lei l’amore non è subìto anche se è sofferto, essa combatte contro
quest’amore che vorrebbe indebolirla, il suo orgoglio brucia come il fuoco e
conserva come il ghiaccio. Se essa si votasse alla magia, trarrebbe dalla magia
stessa i più grandi poteri...».
49.
«E allora?».
50.
«Allora, sarà
mediante Salomè che noi colpiremo Giovanni!».
51.
«Che dici,
mago?».
52.
«La verità,
regina!».
53.
«Tu credi di far
di Salomè una tua allieva? Ma se ti detesta!».
54.
«Che m’importa di
farne un’allieva? Mi basta di farne uno strumento...».
55.
«Uno strumento,
Salomè?!».
56.
«Regina! Vuoi o
non vuoi la morte di Giovanni?».
57.
«La voglio con
tutta l’anima!».
58.
«Allora sappilo,
regina: è decretato dalle stelle. Salomè sarà la spada che ucciderà il nostro
nemico...».
59.
«Ma dimmi: come
farai a condurre a questo, Salomè?».
60.
«Mi occorrerà
abilità e pazienza, ma sarà lei che mi si metterà nelle mani. Tu, o regina,
puoi aiutarmi in una sola cosa. Se lei ti cerca, fa che ti trovi, siile amica,
il resto riguarda me solo. Tu che hai conosciuto l’umiliazione e l’avvilimento,
puoi esser comprensiva verso tua figlia del pari sconfitta, lei non si rassegna
al par di te, ed io saprò trarne partito da questa sua non rassegnazione».
61.
Nel gineceo di
Salomè ferveva la festa; liete musiche, canti e risate argentine sembravano
testimoniare una spensierata letizia. Il tetrarca, invitato, non si era fatto
attendere molto, e fu accolto dalle caròle[195]
delle giovani schiave coronate di rose, e dai gai canti delle nobili convitate.
62.
L’ampia sala del
verginale convito traboccava di fiori, di luci, di suoni. Le fanciulle, belle
come boccioli di rose, si abbandonavano alla gaiezza dell’età e all’ebbrezza
dei cibi e delle bevande, ma come l’unica rosa di un cesto di fiori appariva
Salomè. Essa indossava una lunga e stretta veste che modellava tutta l’acerba
persona di una pesante seta persiana di un intonatissimo color blu imitante
esattamente la tinta di certi cieli estivi, quando la Luna non è ancora sorta
ma già manda il presentimento della sua luce. Fili d’oro e d’argento, mescolati
alla trama, creavano un incantevole effetto. Le sue braccia, nude fino
all’ascella, si celavano sotto una finissima sciarpa di mussola[196] di un delicato
color ocraceo, sciarpa amplissima posata a guisa di velo sopra la selvaggia
bellezza della chioma di fuoco, e scendente dalle spalle, giù quasi fino ai
piedini nudi nei sandali d’oro, come un manto di luce lunare. Agli orecchi
piccini, rosee come conchiglie, due inestimabili smeraldi emulavano la luce
degli occhioni resi un po’ incantati dall’abile bistro, una collana di piccoli
smeraldi, accuratamente scelti, cingeva il collo flessuoso, le belle braccia
sembravano affaticate dal peso dei preziosi smanigli, solo le mani erano
virginalmente nude, ad eccezione dell’opale lattescente che Salomè non fasciava
neppure la notte.
63.
Vedendo entrar lo
zio, reverente si alzò per riceverlo e gli fece prender posto al suo fianco. Il
vecchio Erode, con un’occhiata aveva valutato ogni cosa e, non lasciandosi
abbagliare dall’ostentata gaiezza che lo circondava, scrutò pensieroso i verdi
occhi della nipote, cogliendovi in fondo un bagliore inequivocabile. Ebbe pietà
e pena per la giovane anima coraggiosa.
64.
In quel momento
fu zio e padre! Per lui era solo una piccola bimba smarrita che tentava di auto
ingannarsi giocando a ingannare. Avrebbe avuto il desiderio di gridarglielo, ma
non lo fece; sorridendo baciò galante le piccole mani nervose della nipote e
disse: «Ti ringrazio dell’invito, o gentile, ti ho portato, se lo accetti, il
mio dono».
65.
Salomè, festante,
batté le mani...
66.
«Un dono! Un
dono! Vedere, vedere subito!».
67.
Erode sussurrò un
ordine all’eunuco nero che l’aveva seguito, e questi uscì, per subito rientrare,
portando un cuscino di preziosa porpora sopra il quale era accomodato qualcosa
di bianco e, inchinandosi, posò il cuscino davanti a Salomè. Sopra di esso, due
meravigliosi cagnolini non più grossi di una mano d’uomo, manifestavano il loro
malumore per essere stati svegliati, sbadigliando e mostrando le loro piccole
gole rosee. Quei due batuffoli di soffice bambagia erano una coppia di
cagnolini tibetani rarissimi che valevano una provincia.
68.
Erode li aveva
fatti giungere dal Katai espressamente per Salomè, e questa per un animo
divenne bimba davvero e rise felice, curvandosi senza osar toccare il bel dono
vivente. Poi, pian piano, fattasi più audace, prese dolcemente la coppia nella
coppa tiepida delle sue mani unite, tutta intenerita dell’estrema fragilità
delle due bestiole che, con vocina petulante, abbaiavano a tutto spiano.
69.
«Grazie zio» –
disse lei, – «il tuo pensiero mi commuove!».
70.
«Sono ben lieto
che il mio dono ti sia gradito...».
71.
Salomè ripose
sopra il cuscino i due graziosi cagnolini e li consegnò alla più cara delle sue
giovani confidenti, affinché n’avesse cura.
72.
La festa era al
suo diapason, ma, man mano che aumentava in gaiezza, l’occhio della principessa
s’incupiva; e, quando la notte riversò per le ampie finestre i suoi tesori di
profumi e di sogni, Salomè come una molla si alzò e abbandonò la sala del
festino, …senza congedarsi dalle invitate. La raggiunse nell’angolo più oscuro
dell’ampio giardino pensile che fungeva da terrazzo, il tetrarca, il quale
l’aveva discretamente sorvegliata tutta la sera.
73.
Paterno, Erode
l’accarezzò, dicendo: «Piccina mia, perchè fuggi chi t’ama per inseguir chi non
t’ama? Non hai ottenuto nulla, vero? Ma io lo sapevo da un pezzo! Giovanni non
è uomo che si commuova ai vezzi muliebri[197],
né tuoi né di altre, figliola mia! Ti ho lasciata provare perchè tu ti smagassi[198], ora puoi
guardare alla vita con serenità e sicurezza. Non ti parlo per me, bambina; ti
ho vista crescere sotto i miei occhi come una palma che io avessi seminato, e
ti voglio assai più bene di quanto ti ami. Non parliamo per ora di una nostra
eventuale unione, voglio solo che tu senta in me protezione e difesa, anche
contro te stessa. Per ora la ferita brucia, ma si rimarginerà presto, vedrai;
confido che il tuo orgoglio ti sarà d’aiuto».
74.
Le parole affettuose
mitigarono l’affanno della fanciulla, e a poco a poco calmarono il suo pianto,
ma, avendo infine bisogno di sfogo, raccontò allo zio con poche frasi spezzate
ciò che era accaduto nei sotterranei. Una volta di più Erode fu costretto ad
ammirare in cuor suo la fiera rettitudine di Giovanni, e anche a rimpiangere
l’impossibilità di piegare il durissimo profeta a miti affetti umani.
75.
‘Sarebbe stato il
figlio di cui abbisognavo’ – si disse interiormente, – ‘peccato che sia del
tutto pazzo di Dio’.
76.
Tenendosi le sue
riflessioni, con paterna bontà esortò Salomè ad andarsi a coricare.
77.
«Ti manderò tua
madre», – le disse.
78.
«No! No!», –
supplicò Salomè.
79.
«Perché bimba?!
Chi può capirti oggi più di lei? Chi può aiutarti a guarire?».
80.
«Ma lei lo odia».
81.
«E tu lo ami
ancora! Ottimo quindi per parlarne insieme, vedrai presto come amore e odio
siano fratelli nati ad un parto e avvinti tra di loro per il fianco...».
82.
Salomè non
rispose, e i due interlocutori si allontanarono in direzioni opposte.
[indice]
۞
«Non sempre l’uomo
vuole veramente una cosa
ma in lui vi è uno spirito straniero
che gliela fa volere!»
1.
Mai nel
corso dei suoi placidi quindici anni Salomè era andata così d’accordo con sua
madre! Le due donne avevano reciprocamente scoperto la loro affinità ed avevano
realizzato un’amicizia perfetta.
2.
Erodiade, resa
sagace dalla sua esperienza, non vietava a Salomè lo sfogo di parlare
lungamente del suo inutile amore; non solo, ma seguendo gli abili consigli di
Simon mago, essa riusciva lentamente a convincere Salomè di esser stata vittima
di una magia di Giovanni. Quest’idea compiaceva il morboso orgoglio della
principessa e, in certo qual modo, la consolava della sua sconfitta di donna.
Aveva sì ancora ore penose di cupa tristezza, in cui l’immagine severa del
profeta le sorgeva dinanzi in atto di rimprovero, ma a quelle ore essa ne
opponeva altre; altre ardenti di furore, d’odio che germogliava in lei
impetuoso, fomentato dai subdoli consigli e dallo sdegno sempre bruciante nella
sua anima.
3.
Erodiade era
lieta della conquista della figlia e, un po’ soddisfatta nel suo amor materno,
le sembrava di ringiovanire, di riabbellirsi e perfino di amare Erode con
maggior purezza. Infatti, nei loro intimi colloqui, parlando di Salomè, avevano
tali accenti da considerarla figlia di entrambi, e in quel pensiero concorde si
erano trovati come due veri coniugi, e la povera regina poteva anche illudersi
di un riconquistato potere.
4.
L’amore di Erode
per Salomè era paterno, e in quella fittizia paternità, sembrava riavvicinarsi
vieppiù a Erodiade che ritrovava nelle cure e nelle preoccupazioni materne una
seconda giovinezza, una giovinezza più calda, più morbida, fatta di toni
raddolciti eppur ardenti. Era l’autunno dell’amore caldo, ricco ancora dei
ricordi delle risplendenti primavere, …e delle roventi estati trascorse!
5.
In questi ricordi
e in queste rinnovate illusioni, Erodiade avrebbe potuto anch’essa trovate la
sua pace e dimenticarsi di Giovanni, se un giorno Erode, incautamente, non le
si fosse confidato dicendo: «In verità, debbo riconoscere che, tra tutti i miei
sudditi, non uno supera in lealtà quello sventurato Giovanni! Sta quasi per
volger l’anno che egli è in carcere; alla prima occasione di pubblica clemenza,
lo libererò!».
6.
Queste parole
caddero sopra il cuor di Erodiade come stille di veleno, e subito con Simon
mago decise che ciò mai sarebbe accaduto; era necessario che l’ingombrante
profeta morisse, e morisse prima dell’auspicata occasione di clemenza.
7.
Per Simon mago la
morte di Giovanni era indispensabile, egli si guardava bene di rivelare a
Erodiade i retroscena della magia; egli non narrava i cupi combattimenti
dell’ombra, né svelava punto la terribilità di Giovanni stesso che, dalla
prigionia, traeva nuove e misteriose potenze. Per Simon mago, più che per
Erodiade, la liberazione fisica di Giovanni segnava una tremenda sconfina[199]. Egli sapeva le
ore di battaglia e quelle d’insidia e, mentre per Giovanni il combattere a viso
aperto era potenza, per Simone era impossibilità di esplicar potenza; quindi
alla subdola insidia doveva confidar se stesso, ben consapevole che la lotta
era per la supremazia estrema.
8.
Alla spaventata
Erodiade egli mostrò quindi un volto impassibile e ironico, portandone così
all’estreme conseguenze l’esasperata anima e facendosene il più dolce degli
zimbelli. Restava da conquistar Salomè, e qui il mago si faceva poche
illusioni, …pur sapendo che solo attraverso Salomè egli avrebbe raggiunto i
suoi fini. Ma Salomè non era Erodiade. L’orgoglio, l’incredulità, costituivano
intorno alla principessa due baluardi insuperabili, insuperabili per chiunque,
ma non per Simon mago.
* * *
9.
Nelle tenebre
della cella sotterranea, Giovanni viveva permeato di luce; le sue ore
trascorrevano nell’ebbrezza di una contemplazione continua. Con la sicurezza
del pesce nel mare, egli si turbava nelle epoche più riposte, su e giù per i
millenni, egli contemplava la Divinità operante attraverso l’umanità. Colmo
d’adorazione, reso capace d’amore, viveva l’avventura veramente superba della
manifestazione plenaria. D’ora in ora l’anima sua si arricchiva, d’ora in ora
la pienezza dell’essere lo pervadeva. Egli era, e nel fluir perenne del
perpetuo moto, assaporava la celeste pienezza dell’immobilità. Tutto era come mai
fosse stato, e tutto era come se dovesse essere per la prima volta. Fuori dal
tempo e dallo spazio l’anima s’immergeva nei gaudi celestiali, senza limite e
senza principio. L’Amore unanime e pur multiforme possedeva il profeta, ma la
sua alata profezia taceva. Egli alle fine s’immergeva nel bene annunziato
altrui, e sopra il battezzatore d’acqua, scendeva il rovente battesimo di
fuoco. L’anima, che egli aveva mandato fuori di sè, come la colomba noetica[200], ecco che tornava
a lui con nel becco il ramo d’ulivo: il timore, divenuto amore, sollevava sopra
ali di luce il profeta del fuoco.
10.
Sapeva ancora
Giovanni dov’egli era? Forse non più.
11.
Il corpo, portato
ai limiti estremi della purificazione, non era più a lui d’impaccio di quanto
il candeliere non lo sia alla candela. La stessa energia radiante dello spirito
beato, bastava a mantener la vita, e l’avaro pane e la scarsa acqua, non
consumati, …si accumulavano. Cibo e bevanda a topi e a rettili, perché egli più
non abbisognava di cibo mortale.
12.
Una felicità
piena e dolce era in lui, e in questa felicità il visino dolente e ardente di
Salomè spesso gli appariva bruciato dalla passione tormentosa e immetteva,
nell’ardente anima giovannea, la dolcezza e la mollezza di una soave pietà.
Egli tutto sapeva dell’incomparabile amante e provava una dolcissima delizia a
pregare per lei. Se il fuoco potesse compiacersi della legna secca che
divorerà, solo questo compiacimento l’anima di Giovanni avrebbe potuto provare
per Salomè. Egli anelava a consumare in se la gemella spirituale e l’ardore del
suo amore, trascendendo le epoche, attuando già nel cuore divino la
consumazione perfetta. In un cantico dei cantici senza parole, l’ardore
inconsumabile nutriva se stesso della sua medesima consumazione; l’abisso del
cuore del Figlio eterno custodiva già in sè la molecola di radio che era
Giovanni.
13.
In un colloquio
continuo il profeta comunicava con il Cristo, ed era messo a parte dei più
gelosi segreti...
14.
«Ecco» – diceva a
lui il Cristo, – «il buon pastore lascia al sicuro sopra il monte novantanove
pecorelle, ma va per greppi e dirupi a cercar l’unica che si è smarrita.
Nell’armonico coro del Creato, unica voce discorde è la Terra. Solo sopra la
Terra non è fatta la volontà del Padre com’è fatta nei Cieli. Per questo, per
ricuperar l’unica pecorella smarrita, il Padre ha mandato l’Unigenito Suo a
ricercarla... il coro non è completo, se una sola voce vi manca!».
15.
«E non poteva» –
chiedeva Giovanni, – «l’Onnipotente distruggere questa Terra ribelle e crearne
al suo posto una migliore?».
16.
Il Figlio divino
sorrideva.
17.
«Nulla si
distrugge di ciò che fu creato, niun padre uccide i figli suoi ancorché a lui
siano rivoltosi, ma piuttosto cerca di acquistarli all’amor suo, dandone egli
per il primo la prova maggiore. Cara è la Terra al sommo Artefice che tanta
parte di sè vi ha profuso; è per questo che l’Unigenito viene come Pastore a
ricercar la Sua pecorella».
18.
«Ma, Signore!» –
protestava Giovanni.– «Non è troppa bontà verso tali esseri che la san meritare
così poco?».
19.
Un sorriso
celeste irradiava allora il Cristo che guardava a lungo il fedelissimo, finché
egli, smarrito di felicità, dimentico d’ogni cosa, s’issava nell’eterno Amore,
senza cercar di comprenderLo, pago solo di esservi compreso.
* * *
20.
Salomè non stava bene:
una febbre notturna la indeboliva, aveva sogni e visioni che l’estenuavano al
punto da comprometterne la perfetta bellezza.
21.
Sollecita della
salute della figlia, per più ragioni, Erodiade vedeva con sgomento il lento
deperire. Anche Salomè finì per inquietarsene e così si lasciò convincere dalla
madre ad accettare i buoni uffici di Simon mago. Era quello che il malnato
desiderava e, mentre con elisir e profumi soccorreva il corpo, agevolmente
cominciò ad infettarne lo spirito, ottenendo dapprima stentate e aride
ammissioni, di poi la confessione piena della mal concepita passione per
Giovanni.
22.
Contrariamente a
ciò che Salomè si attendeva, il mago, non solo si mostrò pieno di comprensione,
ma difese strenuamente il mal concetto amore nell’anima di Salomè contro
Erodiade. Simone, con abili frasi, dimostrò l’ineluttabilità di quell’amore e
confermò Salomè nella sua passione, promettendo il suo aiuto, aiuto che la
principessa, dapprima esitante, alla fine accolse con entusiasmo come colei
che, disperata di non conseguire alcun bene dalla sua frenesia, viene a un
tratto resa sicura che, non solo la sua non è frenesia, ma che la bruciante
passione è voluta dal cielo per attuare un grandissimo bene. In tal modo Salomè
divenne una seguace della magia e un’attenta, intelligente allieva di Simon
mago.
23.
In una notte di
Luna egli le aveva fatto vedere, nella sfera di cristallo, una lunga
fantasmagoria in cui la principessa aveva creduto di riconoscersi e di
riconoscere Giovanni. Una lunga serie di vite appariva snodarsi, in cui la
principessa e Giovanni erano i protagonisti: l’uno e l’altra, volta a volta
amante e amato, l’uno e l’altra che s’inseguivano, si raggiungevano e si
separavano di continuo, Salomè s’era vista fin nell’ultimo colloquio nel
sotterraneo, e aveva imposto al mago di farle vedere oltre, ma una cortina di
luce aveva avvolto la sfera, e Salomè aveva dovuto accontentarsi della
spiegazione di Simone e dell’illusione fatta balenare come speranza.
24.
Per vedere oltre
la cortina di luce, – aveva detto il mago, – era necessario che la principessa,
avendo maggior fiducia, si fosse da lui lasciata addormentare. Attraverso il
sonno dell’anima, essa avrebbe potuto, non solo vedere oltre, ma addirittura
comunicare con l’amato. Ma per giungere a ciò, – ripeteva il mago, – era
addirittura indispensabile un abbandono completo ,e …una fiducia cieca, fiducia
e abbandono che Salomè, malgrado tutto, non si sentiva di dare. Invece l’astuto
Simone non disperava di realizzare i suoi fini e, tanto abilmente seppe fare e
insinuare che alla fine, stanca ed esaurita, Salomè acconsentì all’esperimento
ipnotico.
[indice]
۞
«Guai a chi cerca le tenebre
per conseguir la luce
si possono ricercare per sventarle
non per essere asserviti»
1.
Salomè si rivelò presto un soggetto eccezionale, ma
estremamente difficile anche nel più completo abbandono. L’orgoglio vigile
dell’anima regale impediva ogni tentativo di predominio da parte del mago;
docile fin dove essa voleva giungere, reagiva selvaggiamente non appena il mago
tentava di farle varcare un certo limite. Inutilmente Simon mago cercò di
mutare in odio cosciente l’amore per Giovanni, invano provò ad immettere una
convinzione diversa, la convinzione della necessità di far morire Giovanni.
2.
La prima volta
che ci provò, la principessa, profondamente addormentata, era scattata come una
pantera, abbrancando per la gola il mago che solo con estrema fatica aveva
potuto impedire di essere strangolato.
3.
L’impeto del
sentimento realmente provato dall’anima, dominava ancor più forte dell’istinto
e dell’orgoglio! Per fortuna di Simon mago, Salomè risvegliata non serbava
alcun ricordo, e allora il mago ne approfittò per avviare la psiche della
fanciulla nei misteri d’oltre tomba, per scoprire arcane conoscenze, per venire
in contatto con spiriti ribelli.
4.
In tal modo egli
s’accorse che in questi viaggi astrali, l’anima di Salomè si smarriva,
diminuiva d’energia e di chiarezza, era meno vigile sopra se stessa e, a poco a
poco, si dissociava nei suoi elementi costitutivi, così che una parte assai
esigua combatteva ancora debolmente, mentre le altre parti aderivano con
docilità alle suggestioni del mago.
5.
Talora Erodiade
era ammessa alle ‘sedute’, ma più sovente il mago la licenziava, essendo
disturbato nelle sue pratiche dall’eccessiva emotività della donna. Nell’uso di
tutte quelle magie, Salomè però si sfiniva e si sfibrava, aumentando la diafana[201] bellezza che
diveniva quasi ossessionante. Al risveglio essa rimaneva immobile per ore, come
assorta in una visione, volta a volta orrenda o affascinante, per il resto
passava da stati di tremenda abulia[202]
a periodi di sovreccitazione quasi frenetica.
6.
Erodiade non
poteva non sentirsi inquieta di fronte allo sfacelo psichico in cui, ben s’accorgeva,
stava cadendo Salomè, ma la sua inquietudine era domata dalla feroce volontà
del mago e dalla speranza di giungere ai suoi fini.
7.
Tuttavia nella
povera fanciulla solo una cosa viveva ancora, dandole qualche istante di
sensibilità umana: ‘l’amore a Giovanni’, un amore di cui essa appariva
incosciente, ma che talora la faceva piangere lungamente. In quel pianto essa
sembrava liberarsi dall’incantesimo che la teneva, finché giunse il giorno in
cui Simon mago annunziò a Erodiade: «La spada è affilata ed è tagliente, non vi
è che da attendere l’ora di usarla».
8.
«Che mai dici?»,
– chiese un po’ sgomenta Erodiade...
9.
«Voglio dire che
ormai io sono padrone interamente dell’anima e della volontà della principessa
Salomè, e ora attendiamo solo l’occasione, occasione che non tarderà molto, per
ottenere la morte del nostro nemico».
* * *
10.
Da quindici
giorni
11.
S’insisteva molto
a far sommessamente il nome di Barabba e, meno sommessamente, anzi con aperta
invocazione, quello di Giovanni. Il popolo, eccitato dai discepoli di Giovanni,
pregava e sperava. Il procuratore Cuza si era fatto esponente della parte del
profeta e, dopo aver perorato il tetrarca, traendone larvate promesse, senza
por tempo in mezzo aveva chiesto e ottenuto da Pilato la promessa che egli
stesso avrebbe intercesso per la libertà di Giovanni a costo anche di liberare
il temutissimo Barabba, considerato, da gran parte dei Galilei, poco meno di un
eroe nazionale.
12.
Quest’universale
aspettazione, questa certezza per la grazia di Giovanni, mantenevano
naturalmente Erodiade in uno stato di fermento. La donna capiva che Giovanni,
liberato, avrebbe con maggior intensità ripreso la sua spietata campagna contro
di lei e, perchè no, stavolta con più possibilità di riuscita, stante l’amore
di Salomè e il molle animo di Erode.
13.
Simon mago, poi,
ben inteso senza confessarlo, aveva ancor più ragione di temere. La sua scienza
faceva che egli conoscesse con certezza esser Giovanni misteriosamente al
corrente dei suoi intrighi, ed egli non si faceva illusioni dell’uso che,
contro di lui, il profeta avrebbe fatto della recuperata libertà. La lotta si
stringeva tra le due forze nemiche. Già dal pozzo, che fungeva da
amplificatore, la dura voce di Giovanni aveva esortato il popolo a guardarsi
dai maghi e dalle loro mene[203],
dallo spirito di pitone e dall’insidia del diavolo!
14.
«Non abbiate
paura di chi può uccidere il corpo, ma di chi, dopo aver ucciso il corpo, ha
potestà altresì sopra l’anima».
15.
Il mago
intensificò perciò le sue pratiche sopra Salomè riducendola a una marionetta
viva, ma inerte quanto a volontà e a coscienza e, per esserne più sicuro,
indusse in una serie di drammatiche ‘sedute’, uno spirito delle tenebre a
possederne il corpo, così da usarlo come una cosa sua. Il primo impossessamento
quasi uccise la fanciulla, ma l’anima indebolita e disunita non poté opporre
una gran difesa. Adesso, nelle lunghe ore notturne, davanti a un altare nero,
Salomè, tutta nuda, danzava e danzava una danza selvaggia, lasciva e sfrenata,
finché cadeva sopra le pelli di capro in preda a convulsioni che la lasciavano
come morta.
16.
Erodiade aveva
cercato sì di opporsi, ma duramente il mago le aveva detto senza ambagi di non
immischiarsene se non voleva vedere addirittura a corte l’odiato Giovanni.
17.
L’odio nell’animo
della regina ebbe più potere dell’amor materno, così la sciagurata abbandonò la
sua creatura alle forze delle tenebre.
* * *
18.
Nella cella
sotterranea, Giovanni viveva avulso[204]
dal tempo e dallo spazio, in una pacata e dolcissima estasi spirituale.
19.
La lucidità del
suo spirito faceva sì che egli fosse simultaneamente ovunque, nel carcere vi
era solo un po’ di materia ancora abbastanza densa per non poter seguire il volo
dello spirito. Una vibrazione sempre più intensa e sempre più dolce pervadeva
l’anima di Giovanni, sciogliendo in lui dolcemente, ad uno ad uno, tutti i
vincoli, anche quello della sua profezia, anche quello della sua speranza e
della sua fede. Una carità piena e ardente gli veniva comunicata dal Cuore
divino, nei cui abissi d’amore egli di continuo si sprofondava. Nell’ardore
dell’estasi, il divino colloquio traeva a rapimenti ineffabili l’anima
innamorata di Giovanni; eppure anche in quei celesti trasporti, talora come
un’ombra di luce nella luce piena, il doloroso volto di Salomè si faceva
ricordare, e allora Giovanni, con rinnovato empito di carità, presentava
all’altare dell’Eterno l’anima traviata, invocando che le volesse applicare
anticipati i meriti del Cristo.
20.
«Non permettere,
o Signore» – egli supplicava, – «che tanta parte di Te stesso debba perdersi».
21.
«Non temere, o
mio fido» – rispondeva il Signore, – «nessun’anima si perde se l’amore piange».
22.
«Io non so
piangere, o Signore!».
23.
«Ma piange lei; è
sempre il tuo battesimo d’acqua, o mio annunziatore, finché viene l’ora per
quello di fuoco!».
24.
«Oh, fa che sia
presto, Signore, io non ne posso più di esserti lontano!».
25.
«Tu non sei
lontano poiché sei in Me; solo l’illusione della materia fa vedere lungi ciò
che è presente...».
26.
Quel giorno lo
Spirito aveva di nuovo parlato a Giovanni: «Qual
prova, qual prova, o amante, Mi vuoi dare dell’amor tuo?».
27.
«Quella che vuoi,
o Signore; ordina solo, e il Tuo servo Ti obbedirà».
28.
«E se volessi che
la tua obbedienza si esplicasse nella scelta, qual modo terresti per provarMi
l’amor tuo?».
29.
«Signore, io non
so come provare a Te cosa alcuna. Tu sei tutto e sei in tutto, sei quindi in
me; scegli dunque Tu come vuoi che meglio io Ti serva!».
30.
«Così, dunque, ti
abbandoni interamente a Me?».
31.
«Così, Signore!».
32.
«E tu accetti
incondizionatamente ogni Mia scelta?».
33.
«Certo, Signore,
io potrei errare, non Tu; io potrei essere ingannato, ma Tu no».
34.
«Se Io ti dicessi
che per te ho scelto la morte?».
35.
«O mio Signore! Forse
che la mia attuale è vita? 0 forse che vi è morte ove Tu sei?».
36.
«Tu, dunque, non
tremi dinnanzi all’incognita?».
37.
«Signore! Essa è
pure opera della Tua volontà, legge della Tua sapienza, dalla Tua mano essa mi
viene, chiunque me la porti...».
38.
«Hai detto,
chiunque me la porti? E se fosse colei per cui spesso Mi preghi, a
portartela?».
39.
«Sarebbe lo
stesso un dono del Tuo amore, o Signore!».
40.
«Dunque, tu
annienti ogni tuo volere?».
41.
«Se non è male
che io faccia così, sì!».
42.
«Rallegrati
dunque, o mio diletto, poiché così come Mi hai annunziato alla Terra,
M’annunzierai trionfante ai Cieli. Io ti mando ancora innanzi a Me, perchè tu
Mi preceda e Mi annunzi. Scendi dunque ai limbi oscuri per annunziare ai giusti
che ivi attendono che la salvezza è vicina».
43.
«Se così Tu vuoi,
o Signore, …così farò! È per oggi?».
44.
«Non per oggi, ma
fra breve».
45.
«Quando e
comunque vorrai, che il Tuo nome sia santificato!».
46.
« O mio devoto,
Io farò che chiunque invochi il tuo nome, o Giovanni, abbia, sol per questo,
l’aiuto che ha richiesto, e come tu sei stato il maggiore fra i nati di donna,
io ti farò il maggiore fra i beati spiriti che Mi attorniano!».
47.
«Se ciò è per Tua
maggior gloria, così sia, o Signore».
48.
Il celeste
colloquio cessò e lo spirito si ritrasse da Giovanni, ma il profeta, immerso
nella pace del perfetto annientamento, nulla fece per trattenerlo. la presenza
continua fa sì che lo spirito trovi in se stesso un perenne fluir di coscienza
ultra umana. Giovanni, presago della sua prossima fine, esaminò sottilmente se
in cosa alcuna egli avesse contaminato la sua anima. Il suo lucidissimo spirito
faceva a ritroso la via della sua vita, pur breve, fino al seno materno e
oltre. Egli si ritrovava come una piccola scintilla pulsante al centro di un
grande alone d’incandescente luce, e si sentiva travolgere da una gran forza
che lo risucchiava: si ritrovava nel seno materno, palpitante di sacro sgomento
e, con l’anima materna, già intrecciava ardenti colloqui, perchè ardente e
tenera anima era quella d’Elisabetta, umile e fiera, devota e ribelle, ferma e
tenerissima anima meravigliosamente giovane in un corpo recante i segni della
vecchiaia.
49.
Oh, l’incredulità
piena di speranze e di terrori dei primi giorni! L’estasi del ringraziamento,
quando la conferma della maternità la rese certa di essere stato rimosso da lei
l’obbrobrio della sterilità! E quella volta che la giovane cugina, palpitante
pur essa per una divina sorpresa, era corsa per le montagne galilee greve di un
divino peso, lui ancor nel seno materno aveva trasalito per l’incontenibile
ebbrezza sorreggendo con le sue mani di fiamma, …l’anima materna sfinita per
l’esultanza! Poi la lunga e pur breve serie di giorni e di notti, d’inverni
algidi[205], d’estati ardenti
in cui lo Spirito, dominandolo di continuo, l’aveva educato misteriosamente a
riconoscersi in Lui; fino alla parentesi di grigia ombra della tentazione
carnale, vinta pur essa, ma generante lunghe ore di sgomento, d’angoscia, di
dubbio in cui egli si era sentito paurosamente umano, figlio di quella terra a
lui estranea, di quella razza per lui incomprensibile.
50.
Come un’aquila
che, per inseguire un rettile, si sia abbassata fino a un pantano e,
subitamente risollevatasi, voli nuovamente ai suoi cieli scuotendo dai geti
qualche gocciolina di fango, così l’anima giovannea s’innalzava di nuovo
liberamente alla sicurezza virginale, alla pienezza dell’Amor divino, scevra
della più piccola macchia, tersa come una freccia d’acciaio polito[206] scagliata da un
buon arciere.
51.
Consapevole
quindi della sua assoluta aderenza in ogni ora della divina volontà, Giovanni
si dispose ad accogliere la presagita morte come al suo Signore fosse piaciuto
mandargliela. Avrebbe egli testimoniato, morendo, la gloria di Dio innanzi al
popolo? Oppure sarebbe stato soppresso, meglio, assassinato, nelle tenebre di
un carcere sotterraneo senza rivedere il cielo? A quest’ultimo pensiero, quanto
ancor viveva d’umano in lui non poté esimersi da un brivido di ribrezzo, tosto
represso.
52.
La morte nelle
tenebre ripugnava troppo alla natura umana, ma l’obbedienza a Dio – più forte
d’ogni cosa – vinse subito il lieve smarrimento e, ritornato signore d’ogni sua
emozione, Giovanni si dispose a fare che ogni attimo di tempo che a lui
restava, fosse di gloria per il suo Dio, di testimonianza appassionata per la
legge. Così dal fondo del carcere innalzò verso le stelle la voce poderosa in
un cantico di lode, esortante il popolo a glorificare il Signore.
* * *
Popolo di Dio, innalza l’anima tua,
glorifica Colui che è potente,
esalta Colui che è misericordioso;
benedicine le opere, riconoscine la giustizia.
Popolo di Dio, mondati dai tuoi peccati,
purificati con penitenze, lavati con acqua,
rimuovi da te l’oscenità e l’ingiustizia,
perchè è per venire il giorno del Signore!
Ecco che il Cristo avanza; il Re della gloria,
l’agnello di Dio, il Redentore è qui!
Egli separerà la pula dal grano;
Egli testimonierà per i figli degli uomini.
Preparati a ricevere il tuo Re, o Gerusalemme!
Egli verrà a te mansueto e umile,
Egli ti glorificherà sopra tutte le nazioni!
* * *
53.
Cosi la voce
annunziante rombava fuori dal pozzo, richiamando, come sempre, una folla di
ascoltatori abituali che ormai le guardie di Erode respingevano sempre più
fiaccamente, persuase pur esse della prossima liberazione. Noto a tutti era
l’animo di Erode verso Giovanni, così che i pronostici erano tutti gai. Fu
quindi con stupore che la folla, dopo l’inno, udì la fiera voce addolcirsi in
un accorato addio.
* * *
Addio, popolo del Signore,
non scordarti del tuo profeta,
ma glorifica sopra il Giordano
Colui che è Santo, Colui il cui nome è potente.
tieni lungi da te il male,
aborri l'ingiustizia, combatti l’iniquità
vivi nella legge del Signore,
o popolo, che il Signore ha scelto ed eletto!
* * *
54.
Tra Ponzio Pilato
e Tullia Paolina si era ormai da tempo ristabilita una buona armonia. La
prigionia di Tullia si era con il tempo risolta in nulla. Pilato, rassicurato
dalla moglie di non farsi ebrea, aveva preferito non insistere, obbligandola a
sacrificare a dèi in cui essa non credeva; del resto anche per Pilato gli déi
non erano particolarmente importanti. Salvata l’apparenza legale, evitato il
ridicolo di una conversione che sarebbe stata troppo clamorosa, Pilato di buon
grado aveva lasciato libera sua moglie di credere in ciò che voleva o di non
credere affatto, purché la sua casa fosse in tutto e per tutto una casa romana.
55.
La forzata
astinenza dalle pratiche esoteriche aveva giovato molto alla salute di Tullia,
tanto che era lievemente ingrassata e riusciva a dormire senza più gl’incubi
spaventosi che per anni l’avevano torturata.
56.
Eutimia divideva
serenamente la vita della sua dolce padrona, divenendo sempre più bella e
grave. Più volte lo stesso Pilato si era sentito chiedere in moglie la bella
schiava da notabili e perfino da subalterni romani, ma la dolce fanciulla aveva
sempre decisamente respinto ogni proposta di nozze, dicendosi votata a perpetua
verginità come sacerdotessa del culto di Proserpina ‘la bianca regina dei morti e della primavera’. Pilato non aveva
insistito, contento lui pure d’aver vicino alla moglie una fida incomparabile
qual era Eutimia.
57.
Gli agitati
giorni di un tempo parevano dimenticati, perciò Pilato quel mattino rimase
sgradevolmente impressionato quando vide entrare nel tablino Tullia Paolina con
il volto stirato e l’occhio fisso delle antiche crisi...
58.
«Ponzio» – disse
ella senza ambagi, – «per la festa di Erode voglio venire con te a palazzo».
59.
«La cosa è quanto
mai lusinghiera per me» – rispose galante il prefetto, – «ma non puoi
comunicarmi questa tua volontà un po’ meno drammaticamente?».
60.
«Ho tristi
presentimenti, Ponzio!».
61.
«Di nuovo?
Tullia, vorrei sinceramente dimenticare il passato...».
62.
«Non è colpa mia,
Ponzio!».
63.
«Lo credo, mia
cara, ma vorrei che tu usassi contro i presentimenti la lucidezza di quel
raziocinio che sì spesso mi hai dimostrato!».
64.
«Pilato, non far
la tua solita ironia; io non ti darò alcun disturbo, ma desidero esserti
vicino!».
65.
Il prefetto prese
la mano della moglie tra le sue e, amichevolmente, la strinse sospirando:
«Andava tutto cosi bene!» – poi continuò: – « Però a palazzo verrai, spero,
senza la tua eterna veste bianca! Ti vedrò almeno una volta con il peplo[207] delle romane?».
66.
«No, Ponzio, già
te lo dissi, questa veste è un voto!».
67.
Pilato si strinse
nelle spalle e borbottò di malumore: «Fa’ infine come vuoi, la festa è tra
dieci giorni».
68.
Tra i coniugi vi
fu un silenzio, poi, inopinatamente, Tullia chiese: «Che ne è di Giovanni
l’annunziatore?».
69.
«Anche tu?» –
proruppe Pilato. – «È stato qui Cuza il procuratore di Erode, …a riempirmi la
testa. È ancora in carcere e si aspetta l’occasione della festa di Erode per
ottenerne la liberazione».
70.
«Vorrei un favore
da te, Ponzio».
71.
«Parla, dunque».
72.
«Fatti consegnare
Giovanni...».
73.
«Eh! Che dici
mai?».
74.
«Sì, ti prego,
tienilo tu in carcere, ma toglilo subito da quello di Erode».
75.
«Hai la febbre,
Tullia?».
76.
«Ponzio, ti
prego, sono sicura che avverrà qualche gran male!».
77.
«Tullia,
ascoltami bene; s’io potessi farti contenta, giuro che lo farei, ma non posso,
capisci, non posso per il semplice fatto che Erode è re nei suoi stati, re alleato,
a non suddito di Roma, e Giovanni è un suddito sopra il quale il tetrarca ha
pieno potere. Se io volessi togliere a lui il suo prigioniero, sconvolgerei
ogni regola e ogni patto sociale, e il re, di buon diritto, me lo negherebbe
recisamente. Non vorresti mica che scatenassi una guerra tra Roma ed Erode per
mutar di carcere un beduino del deserto?».
78.
«È proprio così,
Ponzio?».
79.
«È così, mia
cara, vorrei che tu lo capissi! Del resto, …nessun pericolo minaccia il tuo
profeta!».
80.
«Non so, Ponzio,
non so: ho avuto di nuovo una visione!».
81.
«Per Mercurio!
Tullia, ti prego, lascia star le visioni, pensa piuttosto alla bella festa! Ed
io m’auguro, mia dolce scontrosa, che essa ti riconcili un po’ con questo
povero mondo che non è poi così cattivo come tu pensi che sia! Via, via, mia
cara, rasserenati e dimmi: porterai teco la tu diletta Eutimia?».
82.
«Eutimia? In quel
luogo di perdizione?».
83.
«Come! Se in quel
luogo di perdizione io porto mia moglie, non vedo perchè non può venirci
l’ancella d’onore».
84.
«No, Ponzio, no!
Eutimia è troppo pura, non possiamo portare una vergine dove regna una
concubina!».
85.
«Fai come vuoi,
Tullia!». E con queste ultime parole i coniugi si separarono.
[indice]
۞
«E nella notte sotto la reggia
tutti i cani presero a guaire
e le loro grida superarono il frastuono dei convitati
e delle musiche
e fu come se la terra
attendesse una grande sciagura»
1.
Il
sospirato giorno giunse. Erode aveva fatto le cose in grande stile: in tutta la
Galilea i messi del re erano corsi a fiumane affinché nelle più riposte capanne
giungesse un segno tangibile della bontà e della potenza del tetrarca. Nella
città di Tiberiade erano stati innalzati archi di verzura[208] e, cosa assai
scandalosa, si erano visti sotto gli archi, abbinate, le immagini di cera di
Cesare e di Erode.
2.
Anche Roma aveva
fatto per il tetrarca cose favolose; il favore di Tiberio si era espresso in
quella circostanza nel dono di uno stupendo elefante da guerra, la cui
gualdrappa lunga fino a terra, portava sopra la trama d’oro puro un fittissimo
e complicato ricamo di perle e pietre preziose.
3.
Quel giorno Erode
era di umore eccellente, e con Erodiade fu eccezionalmente gentile e galante,
ma quando chiese di Salomè si sentì rispondere che la principessa stava
preparando una gran sorpresa e che l’avrebbe veduta dopo la gran cena. La
risposta, data sorridendo, lì per lì non accontentò molto il tetrarca, il quale
da un po’ di tempo assai di rado vedeva la nipote, e mai sola; non solo, ma
n’aveva pure notato il deperimento. I grandi impegni delle cerimonie del giorno
gli impedirono d’indagare oltre e si accontentò della risposta.
4.
La giornata
estiva si annunziava calda e faticosa, e il tetrarca, pur rallegrandosi delle
molte dimostrazioni di devozione e di sudditanza delle soggette popolazioni e
della manifestazione dell’amicizia di Roma, non nascondeva affatto che avrebbe
preferito rimanere mollemente disteso nel fresco di una sala, piuttosto che
affrontare la complicata coreografia del cerimoniale di quel gran giorno.
5.
Erodiade invece
appariva felice di poter ufficialmente comparire accanto al tetrarca in atto e
vesti di moglie e di regina. Quell’ora essa l’aveva attesa per anni, mentre il
tumultuoso regno di Erode, tra guerre intestine, beghe, sconfitte e vittorie,
volta a volta, vinto e vincitore, scorreva come un fiume precipitoso. Ora, dopo
quasi dodici anni d’agonizzante attesa, finalmente pareva che tutto si mettesse
per il meglio, pareva che l’ordine, la sicurezza, la certezza si assidessero
insieme a Erode sul trono. Anche Filippo, in completa disgrazia presso Roma,
aveva cessato – almeno apparentemente – le sue trame insidiose, e i popoli
accettavano volentieri di piegarsi sotto lo scettro legittimo.
6.
Una gioia quasi
pura, quasi infantile, era quel giorno nel cuore di Erodiade. L’unica spina era
il misterioso sonno in cui all’alba, dopo una notte di convulsioni, era caduta
Salomè. Ma Simon mago l’aveva rassicurata, anzi, l’aveva preavvisata che la
principessa avrebbe dormito così tutto il giorno per svegliarsi la sera, onde
offrire al tetrarca uno spettacolo quale mai si sarebbe atteso; «…inoltre» –
aveva aggiunto misteriosamente il mago, – «quello era il giorno in cui i più
audaci sogni della regina sarebbero stati coronati».
7.
Anche Erodiade
doveva esser vittima di una piacevole e inebriante droga, per sentirsi così
smemorata e leggera, così gaia e indifferente a ogni cosa, fuorché alla sua
toeletta che fu lunga e minuziosa! Quando essa apparve nella sala del trono, un
lieve grido d’ammirazione sfuggì perfino all’abituato e annoiato tetrarca.
8.
Erodiade, in
tutto lo splendore dei suoi quarant’anni, appariva come l’incarnazione della
bellezza muliebre: alta, slanciata e complessa, avanzava con un incedere
maestoso, raffigurante la statua di Giunone. Indossava una lunga tunica di
pesante seta persiana color rosa violaceo, interamente ricamata a palme d’oro
che sottolineavano ogni sinuosità della bella persona. Un’alta cintura di
filigrana d’oro, tempestata di turchesi e di piccole onici nere, stringeva
sotto il seno il molle della stola, formando una specie di bustino atto a
rilevare l’ancor salda linea del fianco. Il seno, ricolmo e florido, traspariva
dai trafori di un complicato ricamo che occupava interamente la parte superiore
della tunica stessa; due fibbie, anch’esse in filigrana e turchese, sopra le
spalle nude, trattenevano le pieghe della ricca veste.
9.
La meravigliosa
chioma corvina era stata oggetto di una difficile pettinatura a mo’ di torre,
incorniciandola e incoronandole una fronte di linea imperiale. Un diadema di
perle si avvolgeva con grazia intorno, rilevando con il suo dolce brillio il
nero perfetto dei capelli. Sopra le spalle, un ricco manto di seta color verde
mare dai riflessi cangianti, si raccoglieva dietro in un interminabile
strascico che numerose ancelle, pur esse riccamente vestite e ornate,
reggevano. Un unico gioiello, stranamente contrastante con il fasto gentile, la
regina portava al collo eburneo[209]:
il filo d’ebano delle sue perle nere. Né le tornite braccia, né le morbide
affusolate mani erano adorne di gioielli. Il bel piede nudo, in un calzare di
forma egizia, mostrava le unghie delicatamente rosate, e pur rosate erano
quelle delle mani.
10.
Erodiade
sorrideva felice d’esser così ammirata, infatti, appariva l’incarnazione
autentica di una splendida razza, maestosa compagna di re. Uno stuolo di
favorite la circondava, alcune recando flabelli di piume, altre, anfore di
profumi, ampolle d’elisir, piccoli scrigni di gioie, cestini di fiori, così che
la regina avesse di continuo al suo servizio ogni desiderata delizia.
11.
Erode,
compiaciuto e lusingato, stese verso di lei lo scettro con il gesto immortale
di Assuero verso Ester, ed Erodiade, inchinatasi, toccò reverente la punta del
medesimo e si baciò ostensibilmente le dita, prendendo poi posto a fianco di
Erode, pure lui regalmente ornato di tutti i suoi attributi.
12.
Le porte della
gran sala furono spalancate, e dignitari, ministri, grandi sudditi e stranieri
specificatamente invitati, furono ammessi a presentare alla coppia regale i
sensi del loro omaggio e della loro devozione. Il primo che si presentò, con al
fianco la bella moglie Giovanna (della cui miracolosa guarigione tutti
parlavano) fu il procuratore Cuza. Erode alzò leggermente le ciglia un po’
infastidito, temendo che il procuratore volesse ripetere la sua preghiera per
Giovanni; accettarne l’omaggio senza dare a lui agio di parlare gli parve poco
gentile, perciò rivolse alla bella Giovanna galanti parole di congratulazioni
per la recuperata salute, e s’interessò del suo stato presente. Arrossendo, la
donna rispose misuratamente e, stringendosi al marito, si allontanò con lui,
mentre il re ebbe un respiro di sollievo.
13.
La cerimonia durò
a lungo e fu seguita dall’uscita del re che, in mezzo a un corteo sfarzoso, si
recò al tempio per offrir sacrifizio. Né a Erodiade mancarono omaggi, sia pure
un po’ imbarazzati, da parte di qualcuno.
14.
La festosa
giornata passò così tra cerimonie religiose e gare che oggi sarebbero
denominate sportive, a imitazione dei romani. Infatti, Erode aveva fatto costruire
un ampio anfiteatro per i ‘giochi’ ma, non ammettendosi per la legge galilea
spettacoli di sangue, si svolsero solo gare d’agilità alla corsa, alla lotta, e
d’abilità al lancio del giavellotto e del tiro con l’arco. Ricchi premi
compensarono i vincitori, e premi meno ricchi consolarono i vinti,
testimoniando in tal modo la generosità di Erode verso tutti i suoi sudditi.
15.
Al tramonto del
Sole giunse, attesissimo con la sua scorta d’onore, il prefetto Pilato, e vi
giunse a cavallo con i segni della sua autorità, preceduto da due littori con i
fasci e circondato dai più prestanti centurioni della legione di stanza in
Palestina. Una ricca lettiga portata da sei giganteschi nubiani, di nulla
vestiti se non di una nèbride[210]
di leopardo da farli sembrare sei stupende statue di bronzo, seguiva il corteo.
16.
Pilato rispose
alla folla con il suo maestoso saluto romano, poi smontò da cavallo e si
accostò alla lettiga sopraggiunta per aiutare a scendere la persona che vi si
trovava. Appoggiando lieve una mano esangue sulla spalla del prefetto, una
nobile matrona ne discese. Era Tullia Paolina con la candida tunica di lino
ricoperta della palla di lana pure bianca ormai in disuso tra le donne romane,
ma che n’era stato per lungo tempo l’abbigliamento nazionale; unico carattere
distintivo del grado, una sottile striscia di porpora ornava l’orlo della
palla. Le nere chiome con qualche filo d’argento erano raccolte in due trecce
pesanti, avvolte a cercine intorno alla testa e fissate con sobrî spilloni di
legno odoroso e durissimo. Al sommo dell’acconciatura, sopra la fronte,
splendeva la cicala d’oro degli iniziati pitagorici. Non un gioiello splendeva
sopra tutta la persona, ad eccezione di un sottile cerchio d’oro all’anulare
sinistro, la fede nuziale!
17.
Austera e
ieratica[211] come una vestale,
la sposa del prefetto, pertanto, aveva un tale aspetto di dignitosa fermezza e
di dolce maestà, tale che la sua estrema semplicità sembrò raffinato artifizio.
Calceoli[212] interamente
chiusi all’italiana chiudevano il piede nervoso, modellandolo.
18.
Pilato, con
malcelata soddisfazione s’accorse che la moglie di Pilato era ammirata e, in
silenzio, riconobbe che alla fine, in mezzo al barbarico sfarzo della corte
orientale, la semplicità romana di Tullia era ancora un segno di potenza e di
dominio. Appoggiata al braccio del marito, circondata dalle loriche e dai corti
mantelli di porpora dei centurioni, preceduta dai littori, Tullia inoltrò
lentamente verso la reggia come una ‘vestale massima’ verso l’altare. Non
un’ancella la seguiva, e con la sola cicala d’oro sopra la testa essa appariva
come l’ape regina in mezzo al nembo dei fuchi.
19.
Con la cortesia
d’obbligo tra i pari, il tetrarca della Galilea non attese sul trono il
prefetto di Roma, ma scese a incontrarlo sopra la scalinata ricoperta di un prezioso
tappeto, ringraziandolo per le testimonianze del favore di Cesare e,
galantemente inchinandosi alla severa Tullia, diresse in greco (lingua elegante
dell’epoca) un raffinato complimento.
20.
Tullia con
dignità e cortesia, rispose, ma quando il re le offri il braccio, essa, traendo
pretesto dalla sua passata lunga malattia, ricusò di lasciar quello del marito,
e fu con lui, come preceduti entrambi dal re, che entrarono nella gran sala
d’onore.
21.
«Mi hai fatto
fare una bella figura!» – mugugnò sommesso Pilato. – «Perché hai rifiutato il
braccio del re?».
22.
Tullia lanciò al
marito un’indefinibile occhiata, rispondendo: «Perché dove tu sei Caio, io sono
Caia!».
23.
«Attenzione!» –
bisbigliò Pilato. – «Ecco Erodiade. Ti prego, Tullia, controllati!».
24.
La bellissima,
infatti, già sorrideva al prefetto romano, ma Erode, conoscendo l’animo di
Tullia verso la concubina, si volse lui a Erodiade impedendole di rivolgere la
parola ai coniugi romani.
25.
Tullia, abbassando
le lunghe ciglia sopra le scure pupille, aveva misurato in uno solo sguardo
tutta la potenza e la bellezza dell’amante di Erode, ma penetrandola quasi
nella coscienza, scorse ciò che nessuno scorgeva, cioè l’afflosciarsi della
sicurezza di trionfare sempre, il malcontento profondo di una posizione falsa,
la dissimulata vergogna di un orgoglio regale continuamente rintuzzato.
26.
Tullia non era
ipocrita. Prima di vedere il fuscello nell’occhio altrui, era usa a considerare
lungamente la sua trave, e quindi non era disprezzo che essa provava per
l’amante di Erode, tanto più che essa ricordava la sua stessa posizione presso
Tiberio e, …poteva ben capire cosa provasse l’infelice donna. Ma Tullia aveva
amato e apprezzato molto la celestiale Zuleima, inoltre essa odiava le magie
misteriose delle orge nere, e ben sapeva e temeva di Simon mago, …per poter
perdonare a Erodiade la morte di Zuleima e la sua collaborazione con i maghi
neri. Perciò Tullia fu grata a Erode di non averla lasciata accostare.
27.
Nella reggia, la
festa esplodeva gaiamente. Migliaia di lampade, di torce (fatte con la miglior
cera), d’alte candele in candelieri d’oro, illuminavano a giorno, in un
tripudio di luce, il centro d’ogni sala. Già gli angoli in ombra erano
accaparrati dai più giovani centurioni che apparivano impegnatissimi a
descrivere la grandezza e lo splendore di Roma alle più avvenenti e giovani
dame della corte.
28.
L’ora della cena
si avvicinava e gli schiavi spalancarono le porte dei vasti triclini, dove,
imitando i romani, le tavole erano preparate circondate sopra tre lati dai
lussuosi letti che le usanze romane avevano introdotto nei paesi conquistati,
dopo essersi fatti conquistare dalla più molle civiltà d’oriente.
29.
Nel triclinio
reale entrarono Erode, Erodiade, Pilato con la moglie, seguiti dai maggiori
dignitari e dai più alti in grado tra i romani presenti. Anche Cuza entrò a
braccio della moglie, ed entrando scambiò con il prefetto di Roma uno sguardo
d’intesa. Tullia colse quello sguardo.
30.
«Che c’è?» –
…chiese inquieta.
31.
Pilato sorrise: «
Nulla che possa turbarti, mia cara, anzi, qualcosa che ti farà contenta» – le
sussurrò all’orecchio, – «chiederemo al tetrarca, dopo cena, la grazia della
liberazione di quel tale Giovanni...».
32.
Tullia ebbe un
brivido.
33.
«Perché?», –
…chiese premurosamente Pilato.
34.
«Non so, amico
mio, le tue parole mi han fatto tremare il cuore!».
35.
«Via, via, …mia
bella profetessa di sciagure. Vedrai oggi i tuoi sentimenti neri volar via come
uno stormo di corvi all’approssimarsi del falco!».
36.
«Possa l’alto
Fato ascoltarti, o Ponzio!».
37.
La cena
incominciò fra l’allegro brusio dei convitati, mentre una musica voluttuosa
prendeva a suonare in tutte le sale della reggia.
38.
Coricata sul
letto triclinare accanto al marito, Tullia inspiegabilmente prese a tremare:
«Ascolta, ascolta», – disse a Pilato.
39.
«Che cosa?».
40.
«Fuori, ...nella
notte, ...i cani, ...senti i cani?».
41.
«Ma, che cani?».
42.
Oh! Dalle grandi
finestre spalancate sulla notte estiva, …entravano degli strani rumori
sinistri.
43.
«..i cani!», –
ripeté fra sè con voce smorta Tullia!
44.
Nella notte,
sotto la reggia, tutti i cani avevano preso a guaire: le loro grida lamentose,
…superavano il frastuono dei convitati e delle musiche. Tutti i cuori si
strinsero al malo augurio, e fu come se la Terra attendesse una grande
sciagura.
[indice]
۞
«E vi fu... il silenzio!»
1.
L’inaspettato
concerto canino irritò palesemente Erode, il quale impartì ordini severi agli
schiavi. Di lì a poco i cani furono allontanati e fatti tacere, e più vivida e gaia
riprese la musica e il brusio dei convitati.
2.
Tullia invece
rimase irrigidita, con gli occhi fissi, agitata da un tremito interiore, né
Pilato riuscì più a trame che qualche monosillabo, e quando si riscosse e
sembrò in procinto di parlare, il prefetto ne provò sgomento. Fu quando nella
sala del convito scivolò, con strano ritardo, un invitato che prese posto poco
distante da Erodiade.
3.
Il nuovo venuto
indossava la assisa[213]
dei sacerdoti assiri; sembrava vecchissimo nel volto incartapecorito, ma aveva
strani occhi vividi, e labbra curiosamente rosse, le quali manifestavano un
vigore ben diverso dell’età testimoniata.
4.
Tullia lo fissò
con occhi sbarrati e divenne ancor più pallida.
5.
«Che c’è?», –
domandò Pilato, inquieto.
6.
«Là! ...
Quell’uomo, …quel sacerdote assiro!».
7.
«Ebbene?».
8.
«È lui!».
9.
«Lui chi?».
10.
«Simon mago!».
11.
«Oh! Ne sei
sicura?».
12.
«Come di
vivere!».
13.
«Molto bene!
Guarda un po’ dove si era cacciato il gaglioffo! Ma adesso non mi sfuggirà
più!».
14.
Il prefetto era
inesorabile con ogni genere di stregoni e di maghi, con Simone poi aveva
condotto per anni una lotta serrata, finché quest’ultimo era riuscito a
sfuggirgli.
15.
Adesso lo
ritrovava nella casa di Erode...
16.
«Benissimo!!! ...
Taci» – sussurrò alla moglie, – «non farti accorgere! Ora che so dov’è, me lo
farò consegnare; egli è un idumeo, quindi non è un suddito di Erode, e gli
editti di Roma sopra i maghi sono chiari! Ma lasciamo che finisca la festa
senza turbamenti, per poter prima chiedere la libertà di quel Giovanni che sta
a cuore a molte persone che mi son care, ...non certo esclusa mia moglie» –
finì galantemente.
17.
Un po’
rassicurata, Tullia Paolina sorrise e cercò di stornare lo sguardo, ma, come
attratta da una calamita, ogni po’ si sorprese a fissare il pericoloso
sacerdote.
18.
Simon mago ben
presto sentì lo sguardo di Tullia, e pur lui fissò la donna non senza
inquietudine.
19.
«Che è venuta a
fare qui?» – si domandava. – «Che abbia sentore di qualcosa? Ahi! Ahi! Anche il
prefetto mi guarda! Se mi ha riconosciuto sotto queste vesti, non mi resta che
fuggire, ma non senza prima aver condotto al fine l’opera mia», disse duramente
a se stesso.
20.
Chiamata con un
cenno una schiava caldea che, come a caso, gli si era messa alle spalle,
sussurrò qualcosa, e la schiava di là a poco, scivolando inavvertita, andò a
sussurrare a sua volta qualcosa all’orecchio di Erodiade, che impallidì! La
cena volgeva al termine e già vi era quel movimento che preannunzia il levar
delle mense; di quel movimento approfittò Simon mago per sparire dalla sala
inavvertito a tutti, ...ma non a Tullia, che dopo aver provato un senso di
sollievo, vedendolo scomparire, senti di colpo raddoppiarsi in lei l’angoscia
incomparabile.
21.
Sinistra, nella
notte, si levò la voce della civetta e di alcuni pipistrelli che, storditi dalla
luce, erano entrati nella sala del convito, incominciarono a svolazzare come
impazziti, gettando lo scompiglio tra i convitati. Uno sfiorò con l’ala
membranosa il volto di Giovanna che, inorridita, levò un urlo terribile, che
echeggiò sinistramente aumentando la confusione.
22.
Erode non nascose
il suo malumore promettendo ai servi, accusati di negligenza, severe punizioni.
Il procuratore Cuza aveva gettato un mantello sulla testa della moglie per
soffocarne le grida, e Pilato cercava di far bere qualche sorso di Falerno alla
sua semisvenuta Tullia.
23.
Intanto la
sarabanda dei pipistrelli non cessava, malgrado la caccia che schiavi, guardie
e convitati davano loro, finché qualcuno ordinò: «Spegnete le luci, dunque!».
24.
Subito le torce
furono strappate dai sostegni e calpestate, sulle candele e sulle lampade
bocche frementi soffiarono, e in breve, una semioscurità invase la sala,
mostrando dalle vetrate aperte il cielo estivo solcato da lampi di calore;
qualche civetta si sentì ancora qua e là, e anche qualche risatina...
25.
I centurioni
romani tranquillizzavano a modo loro le belle galilee che avevano vicino e,
approfittando dell’oscurità, bocche avide si trovarono, scambiandosi baci
affrettati, ma non per questo spiacevoli.
26.
I cibi, le
bevande, i profumi, l’ambiente surriscaldato eccitavano pericolosamente la
sensualità, le semi tenebre favorivano il sorgere di un incipiente baccanale.
27.
In quella, la
voce bronzea del prefetto si levò con accento di comando: «Caio! Sestio!
Tarquinio! Marziale! Dove siete? Basta! Accendete le lampade! Luce, luce! Per
Giove! – Ottimo, Massimo! Che sono queste trappole? Tetrarca! Guai a te se hai
cercato di trarre in un tranello il prefetto di Roma!».
28.
Pilato era un
uomo di coraggio e di fermezza eccezionali.
29.
Liberatosi con un
calcio della mensa che aveva davanti, si era levato in piedi sorreggendo con il
braccio sinistro Tullia semiviva, con la destra il corto gladio romano, e
torreggiava terribile nella confusione, continuando a chiamare i centurioni e a
minacciare Erode, il quale, sgomento per tutti quegli incidenti, si affannava a
dare ordini contradditori ai quali nessuno più obbediva.
30.
Finalmente i
centurioni, staccandosi a malincuore dalle piacevoli occupazioni, si decisero a
rispondere e a muoversi.
31.
Qualche torcia fu
riaccesa e alla sua luce si vide la sala del festino ridotta in stato pietoso,
fra tavole e triclini rovesciati, vasellame infranto, sciarpe, cinture,
gioielli calpestati e uomini e donne che riparavano frettolosamente i disordini
dell’abbigliamento prodotti non solo dall’occasionale spavento.
32.
Bella, regale,
sprezzante, solo Erodiade era rimasta immota sul suo trono.
33.
Fu lei che,
sorridendo, rispose al prefetto dicendo: «Che la tua clemenza voglia scusar gli
incidenti di cui nessuno tra noi è colpevole. È una notte strana questa, e vi è
molta eccitazione; deve essere prossima una tempesta; solo questo spiega perchè
alcune mie sciocche dame abbiano perduto la testa per quegli innocui uccelli,
domani saranno puniti gli schiavi addetti alla sala, la cui negligenza è stata
causa del tumulto. Sappi, o prefetto, che alla corte di Erode non alligna
tradimento, e che Cesare nessun alleato ha di lui più fedele. Voglia dunque la
tua cortesia, o prefetto, gradir queste mie parole, unite all’umile preghiera
che rivolgo alla tua nobile consorte, non meno che a te, di rimanere alla
festa, festa che continua in altre già acconce sale, dove la mia diletta figlia
Salomè sarà lieta di onorar, con l’amato zio, il prefetto di Roma, danzando una
sua meravigliosa danza che ha preparato apposta per questa celebrazione. Le mie
schiave e i miei privati appartamenti sono a disposizione della nobile romana,
se essa vuol ristorarsi dall’avuto spavento e ravviar la sua persona».
34.
Arrossendo per
aver ceduto all’impressione, Pilato, rinfoderato il gladio, rispose brevi
parole di larvata scusa per le sue intemperanti esclamazioni, e rivoltosi ai
centurioni, sopra i cui volti scorgeva inequivocabili tracce delle occupazioni
interrotte, fece loro una tremenda lavata di testa, promettendo il restante
l’indomani, al castro.
35.
Tullia s’era
ripresa, e anch’essa usò cortesi parole per ringraziare l’ospite e rifiutarne i
servigi.
36.
Ristabilito il
buon accordo, tutti i convenuti passarono in altre sale dov’erano serviti
squisiti rinfreschi e preparati morbidi sedili, disposti ad anfiteatro, per
lasciar libero un vasto spazio, delimitato da ghirlande di fiori, ove dovevano
svolgersi i giochi e le danze attese. Schiavi con ampi flabelli rinfrescavano
di continuo l’aria, e in vasti bacili d’argento, monticelli di bianca neve, conservata
nelle profondità dei sotterranei, cercavano di mitigare l’arsura della notte
illune[214] che si faceva
sempre più scura e più calda.
37.
Nella sala gli
invitati si riunirono in capannelli prima di prender posto, approfittando del
fatto che Erode ed Erodiade si erano momentaneamente assentati. Così Cuza e
Pilato, insieme a un gruppetto di notabili, decisero di chieder la grazia per
Giovanni non appena il re fosse tornato, prima che lo spettacolo cominciasse.
Ma al ritorno di Erode non poterono subito accostarlo, impicciato com’era dalla
gaia folla dei convitati che, rimessisi dallo spavento, celiavano e
conversavano animatamente, e quando Cuza, spalleggiato da Pilato, riuscì ad
accostarsi al re, questi dette il segnale che s’incominciasse e il procuratore non
poté che rassegnatamente prender posto e rimandare l’assunto.
38.
Una musica
sommessa cominciò, mentre pian piano venivano spente le luci della sala in modo
che solo lo spazio destinato allo spettacolo rimanesse intensamente illuminato.
In esso irruppero, come era in uso a quel tempo, quattro o cinque buffoni
caprioleggiando e motteggiando, i quali recitarono una sorta di atellana[215] in cui i doppi
sensi e le allusioni lascive fecero più volte aggrottar la fronte al prefetto
romano e chinar gli occhi a Tullia, ma divertirono moltissimo i centurioni che
già avevano dimenticato la sfuriata del loro capo; i cortigiani, del resto, non
erano altrimenti delicati, e fu tra gli applausi che i commedianti uscirono,
finita la farsa. Vi fu un intervallo in cui giovani schiave assire ed egizie,
dai corpi d’ebano ricoperte solo da ghirlande di fiori, fecero circolare tra i
presenti coppe di vini preziosi, sorbetti e confetture varie, insieme a piccoli
doni personali del re, come amuleti d’oro rappresentanti, con rara fattura,
piccole divinità o animali ritenuti di buon augurio. Finita la distribuzione,
svoltasi non senza incidenti salaci[216],
una musica, dapprima blanda, poi crescente fino ad esasperare, annunziò un
secondo numero.
39.
Cuza, dal suo
posto, notava intanto con sgomento che Erode vuotava coppe su coppe di vecchio
Falerno, e cominciava a scoraggiarsi ben sapendo come il vino rendesse spesso
irragionevole il tetrarca, ottundendone le native buone qualità.
40.
Sulla scena erano
intanto comparsi dodici efebi[217]
di nazionalità greca, dai corpi ricoperti interamente di polvere d’oro, nudi,
eccetto un cinto militare, con una corta sciabola in pugno, difesi da un
piccolo scudo rotondo. Essi si disposero sei contro sei e danzarono con
perfetta perizia una danza pirrica fingendo un’animata battaglia. Le sciabole e
gli scudi lampeggianti gettavano sprazzi di luce che facevano apparire i corpi
perfetti come statue di déi. Anche la danza pirrica[218] ebbe termine tra
applausi scroscianti, ed Erode manifestò il suo compiacimento inviando ai giovani
danzatori un cratere d’oro a due anse colmo dello stesso Falerno che egli
beveva. Con una rinnovata armonia di danza i giovani efebi ricevettero il dono,
bevendone a turno con movimenti quasi religiosi, finché, vuotato interamente il
cratere, lo usarono come una palla rimandandoselo l’un l’altro finché uscirono
dalla scena. Fu poi la volta di un giocoliere indù il quale fece straordinari
giochi di prestigio, di una mima caldea che, con abili mosse di tutto il corpo,
mimò la favola fra Amore e Psiche con tanta verità, da far trattenere il
respiro agli spettatori.
41.
Intanto negli
intervalli le flessuose schiave continuavano a far circolare bevande e dolci.
Un erotismo inquieto e avido agitò i convenuti, …dando un senso di
insoddisfatta attesa, ma non si sapeva di che! Sopra la fronte di Pilato, una
dura ruga si intagliava sempre più profonda; egli non era contento, e la povera
Tullia, sfinita, con un eroico sorriso di pena sopra le labbra stinte, frenava
coraggiosamente l’ansia che la travagliava.
42.
Anche Cuza era
inquieto per la moglie; nessuno intanto si era accorto che Erodiade aveva
lasciato la sala. In un salottino semibuio Simon mago l’attendeva.
43.
Senza
tergiversare, quasi a bruciapelo, il mago disse: «Guarda che fra poco Salomè
verrà a danzare, ma non è in sè, io ho immesso in lei uno spirito che farà
tutto ciò che gli è ordinato di fare, ma bisogna dirglielo volta per volta; per
ora ha l’ordine di danzare e danzerà come nessuno ha mai danzato. Poi, se tutto
avverrà com’io prevedo, lei verrà a te a chiederti cosa deve fare o dire.
Ricordati, allora, …di chiedere la morte del nostro nemico».
44.
«Credi che
oggi...».
45.
«Ne sono
sicuro!».
46.
«Ed Erode?».
47.
«Se sarà come io
penso, Erode stesso ci darà la testa di Giovanni. Del resto…» – continuò il
mago con irritato ardore, – «…è necessario che oggi l’annunziatore muoia.
All’alba io dovrò fuggire!».
48.
«Tu?».
49.
«Sì, quella
maledetta romana mi ha certamente riconosciuto, e Pilato sa ch’io son qui;
domani neppur tu, o regina, mi potrai proteggere e, s’io finisco nelle mani dei
romani, la croce è già pronta per me. Animo dunque, regina, con la vendetta
raggiunta anche la fuga è bella! Tu regnerai sul cuore di Erode. Ucciso
Giovanni più nulla lo riterrà da farti pubblicamente sua moglie! Regina di nome
oltre che di fatto!».
50.
«Simone, ne sei
sicuro?».
51.
«È scritto nelle
stelle» – rispose il mago, – «ma ora va, prendi il tuo posto, tra un attimo
Salomè entrerà. Addio regina!».
52.
«Hai oro per la
tua fuga?».
53.
«Ho modo di
procurarmene!».
54.
Come un’ombra il
mago sgusciò via ed Erodiade tornò al suo posto vicino a Erode, dove un
tronetto più basso, posto alla sinistra del re, l’attendeva. Nella sala
fervevano le gaie conversazioni commentando l’ultimo numero testé eseguito, e
mentre schiavi silenziosi e ben istruiti provvedevano velocemente per mezzo di
schermi colorati posti davanti alle fiamme delle lampade, a creare una luce
suggestiva e strana per illuminare la scena in quel momento deserta,
un’impaziente attesa faceva sussurrare, dapprima sommessamente, e poi
gradualmente a voce più alta, finché fu scandito in coro il nome di Salomè!
Un’arpa accennò alcune note gravi che i sistri[219]
ripresero e trasmisero. D’un tratto echeggiò una musica selvaggia fatta di
timpani e di buccine, di corni e di tamburi che s’innalzò delirante al massimo
diapason e di colpo cessò, mentre un flauto, sostenuto da un misurato rullio di
tamburo, incominciò un sospiroso colloquio musicale. Il solista doveva essere
un eccezionale artista anche per l’epoca, poiché in breve, dal flauto uscirono
tali note da emulare una voliera d’uccelli e accenti cosi toccanti, da far
tacere un usignolo. Così il divino Marzia venne a gara con Apollo, opponendo il
respiro misurato del petto umano, all’indifferente pizzicar di vuote corde, e
fu vinto dallo sdegno, non dall’arte del dio.
55.
L’attesa era
spasmodica, appena osarono gli spettatori trarre il respiro, finché nel centro
della scena, come fosse sorta dal pavimento marmoreo, cosparso di fiori, una
figura muliebre, interamente avvolta in un manto nero, stellato d’argento,
cosparso di lucide stelle fatte con le scagliette residue della lavorazione
delle perle, apparve immota come una statua di basalto nero, tutta avvolta
nelle pieghe del funereo manto. D’un tratto, come una folata di vento avesse
gonfiato il drappo, si vide il nero mantello sollevassi di colpo e, scagliato
con impetuosa mossa, simulando due grandi ali, si involò dalla danzatrice per
afflosciarsi ai limiti della scena. L’abilità del gesto fu tale che quasi non
si scorse il moto; tolto il nero manto apparve un velo di porpora violacea
simulante il rossastro dell’aurora, e la danzatrice si animò.
56.
Sistri e rette
s’erano uniti al flauto suonando in una sordina che sottolineava e commentava
ogni movimento dell’artista. Essa fu l’aurora! Si piegò, si gonfiò come nube
gravida di Sole, sembrò combattuta dal vento dell’alba, gelosa di offrire agli
umani il fuoco di vita che portava nel seno. Fu il risveglio pigro e voluttuoso
della Terra, l’ondeggiar delle acque al primo bacio del Sole, l’incresparsi
delle erbe, la fragranza di tutte le rose. Trilli acuti, punteggianti il
trionfo del compiuto risveglio, commentarono la gloria del velo purpureo che,
scagliato pur esso, volò con grazia a raggiungere il manto notturno, lasciando
la rinata Tersicore[220]
tutt’avvolta in un altro velo interamente intessuto d’oro, e fu la pienezza del
giorno estivo, fu l’aprirsi di tutte le porte al Sole, l’avviarsi al lavoro dei
campi e a quello delle officine, fu il garrulo recarsi delle belle alle fonti,
l’accender del fuoco, il preparar del pane, l’offerta del sacrificio, la
pienezza della vita incompiuta; e il velo dorato, tolto stavolta con estrema
lentezza e quasi a malincuore, sembrò svanire, incupendosi raso terra prima di
posarsi come un rimpianto sulla rossa nube che l’aveva contenuto. Vi fu un
silenzio nella musica. Immota, ora la danzatrice appariva coperta di un velo
color acqua del Nilo con trasparenze rosate. Il velo era drappeggiato simulando
i mille stretti petali del loto; un mormorio sommesso di cetre simulò lo
sciacquio di una corrente tranquilla, e la bella fu il loto che innalza sopra
le acque il suo bocciolo, fu il sacro loto dal gambo flessuoso, dal fiore
difeso, avido e pauroso a un tempo, d’offrirsi alla luce narrante il mistero
delle acque profonde e degli alti cieli, narrante speranze e terrori occulti; e
a poco a poco, …quasi cedendo a una forza persuasiva e possente, si videro i
petali schiudersi mostrando l’interno rosato e madreperlaceo, piegarsi la
corolla all’offerta, dapprima socchiusa come una boccuccia di bimbo, poi come
ampia coppa aperta verso il cielo. E già il fiore divino, sazio di vita,
abbandonava a uno a uno i petali appassenti, spogliandosi, disfacendosi,
cercando la superficie delle acque materne per deporre il seme e morire.
57.
In quell’istante
la fiammante chioma di Salomè traboccò come un polline d’oro sulla desolazione
dei petali disfatti, mentre tutta la persona rannicchiata dava l’immagine di
un’enorme corolla putrefatta. Ora le gravi arpe doriche intonarono una strofa
eroica, e Salomè si raddrizzò mostrandosi di una tinta azzurrina simile a
quella del cobalto. Dignitosa e austera, con un moto della testa, si velò
interamente dietro la fiamma dei suoi capelli, e i moti gravi e solenni
annunziarono una mimica sacra. Salomè fu Iside, fu la luce primigenia, fu il
sorriso, fu la speranza, fu l’amore, la desolazione, la morte, la vittoria dopo
la morte, la perpetuità dell’essere che, infranto in mille parti, si
ricongiunge e ancor crea. Il velo azzurro cadde, quando essa, …nuovamente
immota e con le braccia alzate, sembrò l’annunciatrice dell’eternità! Velata di
un cupo color viola, …alleggerito qua e là da striature grigie, ...fu il
tramonto, fu il presentimento della notte, fu la paura. La danza sembrò una
fuga e una lotta: essa narrò il dolore e il terrore, l’orrore del disfacimento,
narrò le ore dell’angoscia e dell’attesa, dell’abbandono e della vecchiaia.
Stridule, le buccine[221]
da guerra commentavano ogni gesto e squillarono insieme quand’essa si abbatté
nei suoi veli, celando la fiamma della chioma come una luce che si spegne. Il
flauto riprese da solo il suo armonico lamento; dai veli scomposti si vide come
un fantasma levarsi qualcosa di bianco che, a poco a poco, prendendo forma e
moto, rivelò una nuova incarnazione. Un velo bianco come neve l’avvolgeva di
nuovo interamente, celandone, e al tempo stesso facendone prevedere le forme
che s’indovinavano nude sotto quell’ultimo riparo. Stavolta la danza fu lenta,
ieratica e, al contempo, incerta. Sembrava una ricerca ostacolata, una speranza
delusa ogni volta e ogni volta riviviscente. Pian piano la musica crebbe in
un’orgia di suoni frenetici in cui tutte le voci della Creazione sembrarono
irrompere; a uno a uno caddero gli schermi che velavano la luce, sostituiti con
specchi che la concentravano e l’aumentavano.
58.
I moti della danzatrice
divennero aerei, …alati. Fu un volo turbinoso, roteante, ossessivo; poi di
colpo s’immobilizzò in piena luce e, con un gesto augusto, strappò il candido
velo apparendo interamente nuda, coperta solo dal fuoco della chioma disciolta,
…e fu il silenzio!
[indice]
۞
«La tempesta e la notte covarono il delitto,
come l’aquila cova gli aquilotti »
1.
L’applauso
scrosciò di colpo come un delirio frenetico d’acclamazioni, tanto da soffocare
la voce del tuono stesso che era d’improvviso scoppiato. Tutta la sala era in
piedi, e perfino l’austera Tullia fu vista battere quelle sue lunghe mani
esangui che parevano reggere in perpetuo un simbolo pitagorico.
2.
Pilato stesso si
lasciò trasportare nel mitico mondo dell’arte e non lesinava le sue più
rumorose approvazioni. Passato lo scroscio degli applausi vi fu un nuovo
silenzio nel quale un nuovo elemento sinfonico entrò prepotente: ‘il tuono’. Il tuono che era stato come
un lontano rombo minaccioso, ora scoppiava, frenetico di rabbia, ispessendo i
suoi scoppi come colpi di scudiscio. Il cielo apri le sue cateratte e un’acqua
scrosciante scese a furia, e fu accolta con gioia da tutti, tanto il caldo era
divenuto opprimente.
3.
Immobile come una
statua, Salomè era rimasta sotto il concentrato raggio delle lampade.
Indifferente al temporale, e tumido[222]
d’orgoglioso entusiasmo, Erode contemplava dal trono la stupenda visione. Un
po’ pallida e mordendosi le labbra a sangue, Erodiade, pur essa, rimaneva fissa
a guardare.
4.
Rauca di
contraddittori sentimenti, finalmente la voce di Erode risuonò: «Ah, la più
amata e cara tra le nipoti, figlia diletta della nostra anima, avvicinati al
trono, onde possiamo veramente sapere se tu sei ancora creatura mortale o sei
già Dea, perché davvero, solo una divinità avrebbe potuto fare oggi ciò che hai
fatto tu». E, volgendosi a Erodiade: «Davvero, …ora comprendo tutto il
misterioso assentarsi della nostra cara figlia! Ma cercheremo di far sì che la
ricompensa sia degna dell’offerta che ha voluto farci. Avvicinati dunque,
principessa Salomè», – ripeté in tono di comando.
5.
E la bellissima
statua, animatasi, si scosse. Nuda come la verità e, del pari, casta, essa
attraversò la scena, sorpassò, come in volo, le ghirlande di fiori che la
limitavano, e incurante d’ogni sguardo, vestita d’orgoglio, traversò la sala
per andare a piegare il ginocchio davanti al trono del re.
6.
Un sordo
mormorio, soffocato da una serie rabbiosa di scoppi di tuono, l’accompagnò. Se
Erode non fosse stato ubriaco di Falerno, certamente avrebbe notato qualcosa di
ben strano nelle movenze ieratiche[223]
e negli occhi sbarrati, dalle pupille dilatate e divenute nere, della bella
nipote!
7.
Invece, nel suo
stato d’ebbrezza nulla lo turbò; volse solo uno sguardo malizioso verso
Erodiade, poi a gran voce, indirizzandosi a Salomè, disse: «Davvero la tua
danza fu cosa divina, e noi, …ne rimanemmo commossi come di una sacra
manifestazione. Perciò, o dilettissima figlia nostra, noi vogliamo darti una
dimostrazione che sia degna di te e di noi. Chiedici quindi ciò che vuoi, e
fosse pure la metà del regno, noi impegneremo la nostra sacra parola e tu
l’avrai!».
8.
Immota e
silenziosa come statua di candido marmo restò Salomè. Tutti i convitati
tacevano, anche il tuono taceva!
9.
Vi fu un’attesa
grande, eppur sorridente. L’amore di Salomè per Giovanni era misteriosamente
stato sussurrato nei crocchi, e perciò nessuno dubitava che essa avrebbe
chiesto la vita, la libertà dell’amato, e che la festa si sarebbe conclusa in
una gran gioia, e ognuno pregustava questa gioia nel cuore. Ma il silenzio
durava innaturale; lo ruppe Erodiade con voce opaca chiamando brevemente:
«Salomè!».
10.
La statua
vivente, senza prender licenza dal re, si mosse e andò a piegare il ginocchio
innanzi alla donna. Erodiade ebbe un gelo di morte dalla cupa presenza, fissò
le immani pupille e per un attimo si smarrì.
11.
Una voce
cristallina, ma del tutto estranea in Salomè, chiese in un soffio a sua madre:
«Che debbo chiedere?».
12.
Erodiade fu per
svenire alla presenza di quell’automa, tuttavia con flebile voce, che neppure
riconobbe per sua, disse: «Chiedi la testa di Giovanni il Battista».
13.
Il colloquio tra
madre e figlia fu così lieve che nessuno n’ebbe sentore.
14.
Tutti videro
Salomè levarsi, avvicinarsi al trono, e l’udirono chiedere al re con quella sua
voce inverosimile: «Dammi la testa di Giovanni il Battista!».
15.
Erode ebbe un
violento capogiro che gli oscurò la vista, e lo fece dubitare un istante del
suo udito. Anch’egli attendeva che la nipote, …chiedesse la grazia per
Giovanni. Per quest’attesa si era impegnato. Ora l’incredibile richiesta lo
lasciò senza respiro. Credette, sperò ancora di non aver compreso bene, perciò
ripeté: «Che cosa hai detto?».
16.
«Dammi la testa
di Giovanni il Battista!», – ripeté indifferente quella voce senza colore.
17.
Come avesse
atteso quelle parole, la tempesta ruppe ogni freno e scoppiò con incoercibile
violenza, mentre Pilato si levava impetuosamente dal suo posto, e Cuza,
abbandonata la moglie, fece per precipitarsi e prostrarsi ai piedi del trono.
18.
Erode, con voce
spenta e il volto color cenere, diede l’ordine fatale all’eunuco nero che
sempre lo seguiva; voltosi poi ai convitati, disse: «Voi mi siete tutti
testimoni che io non volli ciò! Ma la mia parola di re mi costringe a
violentare la mia natura e la mia volontà. Permettetemi, o signori, …di
ritirarmi. Davvero non mi attendevo di finire così tragicamente un giorno
cominciato tanto bene!».
19.
«Tetrarca!» –
urlò Pilato. – «In nome di Cesare, ti prego di revocare il tuo ordine! Avoco al
tribunale di Roma il caso di Giovanni il Battista!».
20.
«Troppo tardi,
prefetto» – tristemente rispose il re. – «A quest’ora l’ordine è già eseguito!
Così doveva finire! ... Quanto a te, svergognata…» – disse con subita furia
volgendosi a Salomè, – «…non comparirmi mai più davanti!!!».
21.
Immota come una
statua, nella sua nudità, Salomè non mostrò d’aver sentito e, mentre il re
costernato usciva a precipizio dalla sala, da un altra porta entrò un gigante
nero recante, sopra un bacile d’argento, la bella testa tronca e sanguinante di
Giovanni il Battista!
22.
Cielo e Terra
sconvolti, sembrarono mescolar gli elementi, quasi volessero sradicar dalle
fondamenta la reggia maledetta!
* * *
23.
Nella notte
tempestosa che pareva non dovesse più aver l’alba, uscirono tumultuosamente i convenuti
della reggia di Erode, preferendo l’orrore degli elementi, all’orrore della
tragica scena di cui erano stati testimoni.
24.
Fulminea la
notizia della morte di Giovanni si sparse nel paese. Una folla dolente e
sdegnata di discepoli si raccolse presto davanti all’infausta reggia,
reclamando il sacro corpo per dargli un’onorata sepoltura.
25.
Erode, chiuso nei
suoi appartamenti, non volle ricevere nessuno, ma ordinò che il corpo fosse pur
concesso a chi lo chiedeva. Fra i postulanti vi era il procuratore Cuza che,
riverentemente, lo ricevette e lo alloggiò nella sua tomba, riservandosi uno
stretto spazio ai piedi del cadavere per giacervi, quando fosse tempo, fino al
giorno della resurrezione!
26.
Sul come Giovanni
fosse morto poco trapelò, essendo stato il carnefice un negro sordo e muto, e
dai testimoni (bruti umani, forse più stupidi che malvagi) si seppe solo che il
Battista aveva accolto il carnefice come un re accoglie l’ambasciatore di un
altro re, e che per ben tre volte l’ascia si era abbassata inutilmente sul
collo bronzeo, senza che il profeta, assorto in preghiera, desse segno
d’accorgersene. Solo finita tranquillamente la sua preghiera, il santo aveva
dato licenza all’arma di fare il suo dovere, e allora la bella testa dolcemente
cadde, come un frutto a perfetta maturazione.
27.
Queste cose si
sussurravano e vennero rapportate a Gesù, ma Gesù tacque con un misterioso
sorriso e rifiutò di commentare la morte gloriosa. Egli racchiudeva in sé
l’anima di Giovanni come la valva gelosa dell’ostrica racchiude la perla
preziosa, e non amò rivelare il suo tesoro a chi non aveva mente per
comprenderlo. Ma la profezia giovannea si attuò: Gesù cresceva come Giovanni
aveva previsto.
28.
Ma Gesù voleva
che gli uomini non dimenticassero Giovanni. Al suo sacrifizio inonorato, Egli
riferì valore di testimonianza in un famoso dibattito e, assalito da sottili
argomentazioni da scribi e farisei, Gesù colse l’occasione per chiedere con
arguta ironia: «Dunque, per voi, il battesimo di Giovanni fu dal Cielo o fu
dagli uomini?».
29.
E gli scribi,
insieme ai farisei, non seppero che rispondere, poiché se avessero risposto:
«Dal Cielo!» avrebbero contraddetto a tutte le loro ragioni, e se avessero
risposto: «Dagli uomini!» avrebbero dovuto temere il popolo, il quale più che
mai riteneva Giovanni un santo.
30.
In un altra
circostanza Gesù proclamò ancora la missione del Battista, asserendo con
trasparenti perifrasi esser egli stato quell’Elia che al compiere dei tempi
doveva preannunziare la venuta del Figlio dell’uomo; e con ciò confermò
l’universale credenza popolare che riteneva appunto, l’annunziatore, essere
stato la reincarnazione di Elia, l’indimenticato profeta rapito sul carro di
fuoco.
31.
Nella gloria del
Tabor, successivamente, il Cristo si degnò di palesarlo nella persona fisica di
Gesù, e rivelate a pochi intimi la pienezza della Sua gloria e della Sua
essenzialità. Egli trasfigurò l’umana forma fino a renderla della natura della
luce, e costrinse la luce a rivelare quanto nel suo seno serbava con amore,
cioè la presenza perenne del ‘deitare
della razza’ incarnata in Mosè, il terribile e inflessibile condottiero del
popolo d’Israele, l’incarnazione vivente e operante della legge dell’uomo in
opposizione alle Leggi della Creazione, tendenti alcune a liberar l’uomo dalla
materia, e altre miranti a mantenere l’imperio della materia, se fosse
possibile anche nel regno dello spirito. Cosicché, insieme a Colui che sul
Sinai vide il Signore, ecco colui che il Signore stesso riconosce e pronuncia:
‘Elia-Giovanni’, il congiunto di Gesù, l’annunziatore del Cristo, il
battezzatore, colui che, battezzando in acqua, annunziò il battesimo di fuoco
ed esortò la gente a penitenza per ricevere degnamente l’Agnello di Dio.
32.
«Signore» –
dissero i discepoli, – «rimaniamo qui perché qui si sta bene»[Mc. 9,5].
33.
L’annunziatore,
oltre la morte, era tornato a testimoniar la vita!
34.
Qui la storia
dell’annunziatore termina per il mondo delle forme, ma continua l’opera sua in
quello del pensiero.
35.
Su e giù, nei
mondi del misterioso oltretomba, Elia-Giovanni continua la sua missione,
continua ad annunziar la salvezza; fuggono davanti a lui le nere torme dei
diavoli, si spezzano al semplice invocar del suo nome le più forti magie.
36.
Egli annunzia
l’agnello di Dio, Colui che toglie i peccati dal mondo, Colui che porta la pace
agli uomini di buona volontà.
[indice]
۞
1.
Certamente
è necessario un epilogo, è necessario che il lettore sia tratto, attraverso il
destino dei personaggi, a fare profonde riflessioni sopra l’armonia che governa
ogni cosa, determina ogni cosa e ne è determinata. Perciò vogliamo che i nostri
lettori possano avere, come in uno specchio, il successivo svolgere della vita
dei personaggi che hanno animato queste pagine della loro presenza.
2.
Che ne è stato di
Salomè, di Erodiade, di Simon mago? La storia non ne parla affatto, o ne dice
talmente poco che equivale a non parlarne. Cercheremo di rimediare a questa
lacuna rifacendo in sintesi la storia di questi esseri, nostri fratelli umani,
le cui vicissitudini abbiamo seguito fin qui.
3.
Salomè, sempre con
l’innaturale indifferenza, aveva ricevuto la testa sanguinante e l’aveva
portata a Erodiade, la quale, nonostante tutto, era indietreggiata davanti
all’atroce visione; poi, sempre nel suo atteggiamento ieratico, s’era lasciata
ricoprire alla meglio e condurre nei suoi appartamenti dove la madre, tremando,
la raggiunse. Coricata sopra il suo verginale giaciglio, giacque senza moto,
senza chiuder gli occhi, senza smettere lo strano sorriso stereotipo che aveva
fissato sulle labbra. Sorse l’alba ed essa non mutò affatto il suo
atteggiamento. Terrorizzata, Erodiade che teneva tra le sue le piccole mani
pallide, sentì che, a poco a poco, esse diventavano fredde e poi gelide, finché
s’accorse che la figlia era morta, morta con gli occhi spalancati, con lo spaventoso
sorriso fissato sul volto cinereo, senza un moto, senza un sospiro.
4.
L’urlo di
Erodiade fu l’urlo di mille iene! La sventurata invano scosse, baciò,
schiaffeggiò l’inerte statua di carne: nulla ottenne, nulla mutò! Salomè era
entrata silenziosa nell’ombra eterna, e più nessuno l’avrebbe fatta uscire.
5.
Quando Erodiade,
con un pugnale in mano, entrò come una furia nei locali del mago, non trovò che
recipienti e alambicchi fracassati, e papiri con strani geroglifici lacerati in
mille pezzi e semi bruciati. Il mago era scomparso, e con lui era scomparsa
un’ingente quantità di monete d’oro, tesoro personale di Erodiade.
6.
Pilato era
entrato nella torre Antonia, dove c’era il Pretorio romano, con Tullia, ridotta
a un cencio, e lui stesso era in un terribile stato di esasperazione. Da quel
giorno i rapporti tra Pilato ed Erode si tesero minacciando di continuo la
completa rottura.
7.
Il nome di un
Nazareno, fino ad allora ignorato, riempiva ormai tutti i discorsi del popolo.
Questi, che tutti ricordavano essere stato annunziato da Giovanni, passava
guarendo infermi, liberando ossessi, e perfino risuscitando i morti. Annunziava
ai poveri e ai peccatori la buona novella; a differenza di Giovanni, Egli era
tutta dolcezza, clemenza e comprensione totale di ogni umano errore, ma ciò
nonostante, scribi e farisei Lo perseguitavano con spietata intransigenza,
vedendo da Lui manomessi e trascurati tutti quei formalismi sopra i quali essi
avevano eretto la roccaforte dei diritti ignorando i doveri.
8.
Nel popolo alcuni
riconoscevano in Lui il Messia atteso, ma i più propendevano a credere che Egli
fosse lo stesso Giovanni risorto dai morti.
9.
Lo stesso Erode
espresse questa convinzione dicendo: «Certo, non vi è dubbio alcuno che Egli
sia quel Giovanni al quale io ho fatto decapitare, e che è risorto dai morti
come giustamente annunziava».
10.
E lui stava con
grande ansietà e curiosità di vederlo, ma mai ciò avvenne, perché Gesù stava
lontano dalle regge, e preferiva indirizzare i suoi insegnamenti ai semplici e
agli umili.
11.
Intanto l’inquieta
Palestina moltiplicava i torbidi e da Roma giungevano di continuo le peggiori
notizie; la morte di Seiano sembrò per un attimo rinfrancar la parte di Seneca
e dei suoi amici, non escluso Pilato stesso, ma il sospettoso Tiberio agì ben
presto in modo tsle da suscitare il terrore in ogni fazione, così che nessuno
si sentiva pienamente sicuro.
12.
Ponzio Pilato,
tormentato in famiglia dalla malattia di Tullia la quale peggiorava di giorno
in giorno, considerava sempre più la sua permanenza in Palestina come una
maledizione e un castigo. Sempre più diventò intrattabile e talvolta crudele,
con quei popoli fanatici ed esaltati, desiderando di tutto cuore un ordine da
Roma per trattate il popolo eletto a guisa di interdetto.
13.
Perciò, quando
due anni dopo la tragica fine di Giovanni, il popolare tumulto consegnò a lui
il Nazareno, Pilato pur essendo certo dell’innocenza della vittima, e ammonito
da affannose suppliche di Eutimia, inviata da Tullia quasi morente a ‘non
impicciarsi nel sangue del Giusto’, finì per cedere alle sollecitazioni del
popolaccio, per non cedere al suo animo furente, animo che avrebbe voluto
scatenar le legioni nel cuore stesso di Gerusalemme per soffocare una volta per
sempre nell’incendio e nel sangue, quel perenne insorger di torbidi che a lui
avvelenavano la vita.
14.
Offrì al popolo
la scelta tra Gesù, detto il Cristo, e Barabba, temutissimo brigante; ma dopo
aver visto dal popolo la scelta di salvare il sanguinario e condannare a morte
l’innocente, se ne lavò le mani, protestando di separar la sua causa dalla
causa di quel popolo delirante e malvagio. Forse, se fosse stato sicuro di
Tiberio, se a Roma, meno nemici avessero cospirato ai suoi danni, se un’azione
decisa non lo avesse irrimediabilmente compromesso agli occhi di Cesare, lui
avrebbe anticipato l’opera di Tito distruggendo dalle fondamenta l’infida e
sanguinaria città e, sfogandosi nell’ira, avrebbe liberato quel rancore che da
decenni aveva accumulato contro gli ebrei.
15.
Barabba, poi, per
dimostrare il suo grato animo, non tardò a riprendere il brigantaggio, e finì
per divenire uno dei primi capitani d’armi di Filippo-Erode, fratello e
antagonista di Erode-Antipa.
16.
Tuttavia, era
destino che a Pilato dovesse comunque andar male. A Capri morì in breve
Tiberio, soffocato dal prefetto Macrone, e i suoi successori non tardarono a
mutar tutta la politica tiberina, cosi che lo stesso Seneca fu costretto a
darsi la morte. Con Seneca cadde l’unico difensore di Erode, e cadde Pilato, il
quale aveva sostenuto la parte di Erode per riguardo a Seneca stesso.
Richiamato in gran sospetto a Roma, venne destituito d’ogni carica e
consigliato di rifugiarsi in Campania dove la moglie possedeva ancora delle
terre. In questa specie di confino, deluso d’ogni cosa, precocemente
invecchiato, roso da dubbi e da sospetti, tormentato anche dalla salute della
moglie che mai più si ristabilì, egli si tolse la vita secondo il costume
storico, tagliandosi le vene nel bagno, e non tardò molto ad essere seguito
nella morte da Tullia Paolina, incapace di sopravvivere all’unico uomo ch’essa
aveva amato.
17.
Erode,
abbandonato palesemente da Roma che si era fatta sostenitrice del fratello
Filippo, dopo pochi anni di agitatissimo regno dovette alla fine abdicare,
patteggiando il trono con la vita, ma ebbe grazia di poter a stento sfuggire al
furore dei popoli, rifugiandosi con Erodiade in Spagna, dove morì, sformato
dall’idropisia e ossessionato dalla continua visione di una testa mozzata.
18.
Erodiade, rimasta
vedova e invecchiata, si dette con cupo trasporto alla pratiche magiche, sperando
con esse di poter ritornare in potenza, o forse, …di riaver contatto con tanti
esseri smarriti nell’ombra, ma ormai, povera e quasi demente, nella sua
vecchiaia mercanteggiò le magie per trarne alimento.
19.
Le superstiziose
popolazioni iberiche la ritennero quindi per strega, e la temettero più di
quanto non pensassero di servirsene. Quando poi scoppiò un’epidemia, la voce
popolare accusò Erodiade d’esserne stata la causa e la disgraziata fu arsa viva
a furor di popolo.
20.
Il procuratore
Cuza, invece, morì in pace, rispettato e onorato anche da Filippo-Erode. Con
Giuseppe d’Arimatea fu un fervente seguace segreto di Gesù detto il Cristo, e
la sua vedova Giovanna, divenuta ardente cristiana, mise le sue ingenti
ricchezze a disposizione degli apostoli per sovvenir le necessità
propagandistiche della nuova fede.
21.
La bella e serena
Eutimia fu costretta ad accettar la sua liberazione in seguito alle
testamentarie volontà di Tullia Paolina, di cui divenne, quale riconosciuta
figlia adottiva e ingenua[224],
erede d’ogni ricchezza. Fondò dapprima in Campania un santuario a Proserpina,
ove raccolse un’eletta schiera di vergini; poi, convertita al cristianesimo con
le sue campagne, mutò il santuario di Proserpina in un cenobio cristiano, ma
durante le prime persecuzioni anticristiane, fatta oggetto di denunzia,
confessò audacemente Cristo e fu decapitata sotto Nerone!
22.
Simon mago dopo
la sua fuga dalla reggia di Erode (fuga dovuta non tanto al timore di Pilato,
quanto ai prevedibili furori di Erodiade quando si sarebbe trovata dinanzi
all’irreparabile rovina della figlia Salomè), trovatosi ricchissimo per i doni
ricevuti dalla donna regale e per quanto si era impossessato, approfittando
della sua possibilità di adire ai più intimi recessi dell’appartamento della
regina, con abile travestimento e indisturbato aveva lasciato
23.
Intanto Poppea, a
Roma, dopo aver reso succube d’ogni suo capriccio Domizio Nero, detto Nerone,
imperatore romano, si era votata a ogni genere di magia per conservarsi il
potere, circondandosi di maghi.
24.
Baruch era stato
invitato esplicitamente dall’Augusto, ma, vigliacco di natura, non si fidava
molto e propose a Simon mago di accompagnarlo. Simone accettò, ma poiché la
fama dei discepoli e di un certo Gesù, detto il Cristo, si era propagata per
ogni dove, egli decise di ritornare in Palestina per avvicinarne qualcuno e
avere da loro, a ogni prezzo, il segreto evocatorio per entrare in contatto con
lo spirito, Spirito che essi chiamavano Santo, il quale conferiva doni
prodigiosi: quello delle lingue, la taumaturgia e l’ubiquità. Fu a Tiro che il
mago ebbe indicazioni per trovare un tale Simon Pietro detto Chefa, il quale
veniva comunemente indicato come il discepolo massimo e il capo di tutti i
cristiani. Quindi a questo Simon Pietro, detto Chefa, il mago rivolse la sua
richiesta e fece la sua offerta, che in un primo momento neppure fu capita
dall’apostolo, il quale credeva che il mago intendesse convertirsi; già si
apprestava ad accoglierlo con amore, quando fu illuminato dallo Spirito Santo,
e quindi con impetuosità cacciò il tentatore. [Atti 8,20]
25.
Ma era destino
che Simon Pietro e il mago si dovessero incontrare ancora, e questo avvenne
anni dopo a Roma[225].
Imperatore Nerone, alla corte di Cesare, preferito di Poppea e da lei
estremamente onorato, s’era insediato il mago, assai apprezzato anche da
Tigellino[226] per i suoi veleni
fulminei e irriconoscibili, e quindi molto appoggiato da Nerone, il quale però,
preso dai suoi sogni artistici e, in quel momento piacevolmente circuito
dall’amore della liberta Atte[227],
cercava di aver poco a che fare con il mago istintivamente temuto.
26.
Presso Atte,
invece, Simon Pietro ebbe molte possibilità di diffondere anche nella corte di
Cesare il verbo di Cristo. Fu per questo che Simon Pietro e Simon mago vennero
di nuovo in contatto e si trovarono contrapposti. Tra i due corsero aspre
parole e minacce che sfociarono ben presto in una guerra aperta.
27.
Tigellino ebbe
allora una delle sue brillanti idee per allietare Cesare: invitò i due
contendenti nell’anfiteatro massimo a dar pubblico saggio dei loro poteri.
L’invito fu accettato da entrambi: il mago, dalla buona riuscita, si
riprometteva gloria e potenza; Chefa, invece, gradiva l’occasione per poter
pubblicamente predicare il Verbo.
28.
E fu in uno
splendido giorno estivo, giorno in cui ricorreva l’anniversario della
decapitazione di Giovanni detto il Battista, che il mago e l’apostolo si
trovarono di fronte nell’arena, alla presenza di Cesare Augusto e di tutta la
migliore società romana.
29.
Il mago, sicuro
di sè, si presentò splendidamente vestito e ornato. A un suo cenno, quattro
giganteschi schiavi numidi recarono una grande arca di pesante legno, tutta
lavorata a incrostazioni d’oro e d’avorio, entro la quale, sopra una specie di
trono, prese posto.
30.
L’apostolo invece
comparve con la sua penula scura da pellegrino, con i piedi scalzi nei sandali,
e tra le mani un semplice bastone con il quale sorreggeva la stanca persona.
31.
Con un sorriso di
disprezzo il mago invitò Simon Pietro a dar saggio di sè, ma l’apostolo senza
scomporsi rispose: «Mostrami prima il tuo potere, poiché esso è tuo e puoi
usarlo quando vuoi; io non ho per me potere alcuno, ma mostrerò quello che mi
viene dal Signore, quando a Lui piacerà di volerlo manifestare».
32.
Allora Simon mago
prese il libro degli scongiuri, tracciò nell’aria alcuni segni cabalistici e, a
gran voce, ordinò: «Geni e leggere potenze dell’aria, io, vostro signore, per
il vincolo del patto, vi ordino di sollevare me e quest’arca in aria a vista di
tutto il popolo, così che tutta Roma mi veda volare sopra le più alte cuspidi
dei suoi edifici e sia perciò chiaro il mio potere agli occhi del grande Cesare
Augusto!».
33.
Subito s’udirono
acute grida di stupore e di sgomento.
34.
Il mago e la sua
arca si erano sollevati in aria e, maestosi, navigavano nel cielo, così alti da
sembrare appena un’aquila in cerca della preda.
35.
Per tre volte
l’arca e il mago fecero il giro dell’anfiteatro, alzandosi e abbassandosi, cosi
che tutti potessero costatare la verità. Già la risata del mago echeggiava
dall’alto, quando Simon Pietro, scossa la sua immobilità, avanzò nell’arena e,
piantandosi innanzi al pulvinare[228]
di Cesare, disse con voce forte e chiara: «Adesso avrete la testimonianza della
verità che io insegno, e come sia il Cristo, il vero Re della gloria!».
36.
Alzando la fronte
e la mano, Pietro si rivolse verso l’arca aerea e disse: – «Geni dell’aria e
potenze angeliche che, ogni cosa reggendo, governate in nome di Gesù Cristo,
Figlio di Dio, io vi ordino di gettar giù nella polvere questo mago
presuntuoso, cosicché egli abbia il castigo meritato dai suoi troppi delitti
e,, suo malgrado, testimoni che Cristo solamente regna, vince, impera».
37.
Non s’era ancora
spento l’eco di quest’ultime parole che un urlo raccapricciante si udì insieme
al rovinio[229] di qualcosa che
precipiti dall’alto. L’arca e il mago erano precipitati dal cielo e si erano
infranti sopra i gradini marmorei prospicienti l’arena.
38.
Ma quando a un
cenno di Cesare, inorridito dallo spettacolo, degli schiavi accorsero per
pulire i marmi dai rottami e dai brandelli di carne, una lingua di fuoco uscì
dalla terra e consumò intieramente gli immondi resti.
39.
Pietro era
rimasto immoto, fissando il Sole che tramontava, e forse, nel globo fulgido,
egli vide sorridere la testa mozza di Giovanni l’annunziatore!
40.
Così morì dunque
Simon mago. Gli antichi libri dicono di no; dicono che Simon mago vive ancora e
scorre ancora la Terra per far perdere anime attraverso la magia.
41.
La sapienza
insegna come coloro che mutano l’amore in odio, pecchino contro lo Spirito
Santo e perciò siano ugualmente respinti dalla vita e dalla morte; condannati
ad esistere ai margini della vita e della morte, acciocché da morti non
offendano i vivi, e i vivi non abbiano da nuocere a quei morti, larve e vampiri
dannati a corteggiare nell’impotente lor furore, quel Satana in cui credettero
e di cui fecero il loro dio; ...quel Satana bugiardo e padre di menzogna che
gira di continuo e ruggisce come leone famelico, …per sbranare ogni incauto che
a lui si avvicini.
42.
Perciò io vi
dico: «Abbiate paura del diavolo, affinché dopo aver ucciso il corpo non abbia
ad aver potestà sopra l’anima vostra».
43.
Dalle sue malie e
potenze, suggestioni e inganni, l’Onnipotente guardi sempre chiunque leggerà
questo libro!
* * * * * * *
|
Nel deserto, l’incontro con
Gamaliel – Un ricordo riaffiora: Elia nel piccolo Giovanni. |
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|
Quattordici mesi di attesa,
il ragazzo torna sui monti. |
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Un re a marce forzate con un
popolo fugge da un altro re battuto, verso Gerusalemme con la moglie e la
figlia di questi, quali prede di guerra. |
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Pilato, Erode e Hanna a
colloquio – Il tetrarca si tiene Erodiade e compra il silenzio dei potenti
amici. |
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Gesù dodicenne nel Tempio per
tre giorni tra i dottori. |
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Erodiade per tre anni nel rapporto
con la cognata Zulemia è iniziata da Daida ai misteri dei cabìri, ma non
ottiene il potere che vorrebbe, per diventare regina. |
|
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La buona Daida, nutrice di
Erodiade, è dispensata dai suoi insegnamenti, ma compare Zobeida, altra
schiava asservita alla dea Astarte, che infiamma l’odio dell’amante di Erode
contro Zulemia. |
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Un occasione si arroventa –
Zulemia indossa la collana di Erodiade – Dal mago Simone – Il patto – Daida
percepisce l’odio. |
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La possessione diabolica –
Ritorno a palazzo – Daida è morta – Nel deserto, Giovanni è con Gamaliel –
Elia a colloquio. |
|
|
Nel tempio degli esseni un
antico rito – Gamaliel e Giovanni rinnovano la fede e la sottomissione a Dio. |
|
|
Uno strano colloquio: due
potenti e una cittadina da rinnovare – Tullia fa da garante. |
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|
Giovanni profetizza
nell’antro degli esseni e Gamaliel guida i suoi sulle profezie con la figlia
Zuleima presente – Progetto per restituirla a Erode in cambio di Erodiade –
Il piccolo Gesù benedice il giorno. |
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|
Passano cinque anni – Tullia
e la storia della schiava Eutimia – Nel deserto Giovanni adulto comincia a
esortare – È da credere cosa? – Brutte notizie: Zulemia è pugnalata –
Sospetti e dubbi di Pilato. |
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Il funerale è pronto – Tullia
incontra il re Gamaliel – Arriva Giovanni-Elia che vieta la vendetta, elegge
Areta a successore, esorta i presenti e porta via Gamaliel. |
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Il lungo viaggio nel deserto
verso la comunità iniziatica – Gamaliel in un nuovo mondo interiore –
L’iscariota è rifiutato da Giovanni che lascia la guida dei suoi al re
essenico per il Giordano, ad attendere Gesù. |
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Festa solenne nella nuova
Tiberidade, ma senza Erode né Tullia – Nelle rovine di Genezareth Simon mago
fa il punto dei loro intrighi – Gesù è pronto per la missione salvifica. |
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|
A Nazareth, Gesù desiderato
da molte donne, era cresciuto amato da Maria e da Giuseppe, poi trapassato –
Nel deserto, Giovanni grida alle folle, mentre Erode vorrebbe preghiere, ma
riceve la giusta mercede di verità. |
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|
Nella comunità essenica sotto
la cura di Gamaliel, ricchi insegnamenti guidano gli aderenti, compreso
Giuda, anima inquieta che non riesce a trovare Iddio. |
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|
Un sabba infernale – Satana
dichiara la sua impotenza su Dio e sul principe bianco (Gesù) – Abigael non
si piega e perde la sua vita insieme alla strega offerta in sacrificio –
Erodiade torna dall’esilio. |
|
|
Giovanni battezza al
Giordano, poi si reca alla reggia di Erode per ammonire gli amanti – Al Giordano
in migliaia si battezzano, anche Gesù, e dal cielo l’atto è benedetto per
l’eternità. |
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Dopo quaranta giorni nel
deserto, Gesù è tentato da Satan-Nael a causa della fame – L’incontro con
Barabba, l’aiuto ai carcerati. |
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Barabba e il ricordo di Gesù
bambino – Zimbla cede il figlioletto a una guardia – La seconda tentazione a
Gesù. |
|
|
L’ultima tentazione –
Giovanni medita sul battesimo a Gesù, poi riprende a predicare proprio mentre
passa Salomè, sfidandolo con la sua giovane bellezza. |
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|
La personalità di Tullia è
resa evidente a Pilato – Premonizioni, sogni e un oracolo. |
|
|
Un desiderio lubrico è ordito
dalla vergine Salomè tramite un citareo nano – Simon mago a corte profetizza
sulla pseudo regina e sull’intraprendente terribile figlia. |
|
|
Eutimia è alle strette da
Ponzio, ma non tradisce la sua padrona – Tullia manifesta la fede in un
aldilà e Pilato la confina nella reggia – Salomè in trepidante attesa ottiene
buone notizie dal nano Paride. |
|
|
La stretta di vite sugli
zeloti, mentre gli esseni si salvano –
Erodiade trama ancora con Simon mago – Il piano di Salomè è scopeto. |
|
|
Nella comunità essenica
guidata da Gamaniel si disquisisce sul battesimo di Giovanni a Gesù – È Egli
l’atteso? – Una delegazione si propone. |
|
|
Da Giovanni – Solo Andrea e un
sadduceo comprendono e riescono a trovare Gesù – Paride rinnova la promessa
dell’incontro, ma quale sarà il fine? – Salomè in cammino, ma è seguita. |
|
|
L’incontro – La fine di
Paride - L’arresto di Giovanni. |
|
|
Giovanni in carcere per
volere di Simon mago, medita – Salomè dichiara il suo amore. |
|
|
Sommosse in Galilea a difesa di
Giovanni – Pilato da Erode – Giovanni dal carcere manda i suoi discepoli da
Gesù. |
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Giovanni è rapito nel più
alto dei Cieli, fin dalla Divinità primordiale. |
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|
L’essenzialità di Giovanni
‘il senza peccato’ a colloquio con la Divinità/Padre/Madre/Gesù – Erode
vorrebbe riscattare Giovanni mentre Eroidiade lo votrrebbe morto. |
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|
Giovanni a colloquio da
Erode. |
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Gesù predica e i discepoli di
Giovanni vanno a chiedere se è lui il Messia. |
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Il carceriere vuol mediare
presso il procuratore – Una sorpresa: una donna è guarita – Erode ben dispone
Salomè, mentre Erodiade vorrebbe morto Giovanni. |
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Nella cella, Cuza a colloquio
con Giovanni. |
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|
Giovanni è richiamato da Erode
– Il vecchio carceriere ha un infarto – Erode, prima propone, poi, da re,
sentenzia. |
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La segregazione è più dura,
ma dalle segrete la voce di Giovanni è ascoltata – La furia di Erodiade –
Salomè ottiene un colloquio con Giovanni. |
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Nell’infima cella – Lubriche
proposte, spirituali risposte – La battaglia è vinta. |
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|
Salomè ferita nell’orgoglio
organizza una festa – Erodiade trama ancora con Simon mago. |
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Durante un intero anno, madre
e figlia si comprendono – Nella buia prigione Giovanni si spiritualizza
sempre più – Simon mago trama e ottiene fiducia da Salomè. |
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Salomè sempre più vittima di
forze occulte – Giovanni accetta il suo sacrificio – Tullia si invita alla
festa di Erode. |
|
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La cena regale – Sfoggi e
premonizioni. |
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Prosegue il convitto regale –
Altri segni – L’incredibile ballo di Salomè. |
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La richiesta sotto l’effetto di forze demoniache: la testa |
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[1] Barracano: ampia
e lunga veste di lana che indossavano gli Arabi dell’Africa settentrionale.
[2] Afflato:
esalazione.
[3] Pronao: la
parte anteriore di un edificio sacro.
[4] Mignam:
affiliazione al tempio.
[5] Torà: libro
della Legge mosaica
[6] Sciammà: nome
dato in Etiopia a una tela di cotone, bianca e molto soffice, e all’indumento
fatto con quel tessuto indossato indifferentemente sia dagli uomini che dalle
donne.
[7] Cammeo: sta a
indicare levigatezza, trasparenza di forme o anche raffinatezza, eleganza e
concisione di stile.
[8] Calcide:
antico nome geografico di parecchie città greche.
[9] Gineceo:
presso gli antichi era la parte interna della casa riservata alle sole donne.
[10] Escatologia:
ogni dottrina a carattere religioso, filosofico o più raramente scientifico,
che si occupa del destino finale dell’uomo e dell’universo.
[11] L’antemurale:
muro di prima difesa, nelle fortezze antiche.
[12] Paludamento:
veste ampia e sfarzosa.
[13] Cabìri:
Mitologia greca ma anche dell’Egitto, della Fenicia e in Asia minore,
specialmente nell’isola di Samotracia di divinità arcaiche personificanti le
forze telluriche e del fuoco, generalmente considerate protettici delle
attività artigiane, detentrici di una potenza venerata da fabbri e fonditori.
[14] Astarte: in
mitologia, nome sotto cui penetrò nel mondo greco-romano la divinità semitica
Ischtar, identificata peraltro con Afrodite o Cibele.
[15] Zimarra:
sopravveste indossata dai sacerdoti.
[16] Belluini: da
belva, che è proprio delle belve.
[17] Discinta: di
persona le cui vesti sono aperte o scomposte.
[18] Jezabel:
personaggio biblico; principessa fenicia del IX sec. , moglie di Achab, re
d’Israele; favorì il culto di Baal e perseguitò i profeti, tra cui Elia.
[19] Cubicolo;
nell’antica casa romana, stanza per dormire.
[20] Molosso:
grosso cane da guardia, di corporatura tozza e vigorosa.
[21] Precordi:
secondo la scienza antica, diaframma che avvolgeva il cuore e gli organi della
cavità toracica.
[22] Postierla:
piccola porta secondaria, segreta, di soccorso, nelle mura di una città, di un
castello, di una fortezza.
[23] Sistro:
strumento musicale, usato dagli antichi egizi, costituito da una lamina
metallica percorsa da verghette mobili anch’esse metalliche che, all’agitarsi
dello strumento, emettevano dei suoni.
[24] Buccina:
antica tromba militare, formata da un tubo di bronzo ricurvo che passava dietro
le spalle del suonatore.
[25] Clangore:
suono squillante di trombe.
[26] Doriferi:
portatori di lancia.
[27] Volute:
avvolgimento a spirale del fumo.
[28] Cimmerie:
tenebrose.
[29] Triclinio: la
sala da pranzo degli antichi romani.
[30] Calighe:
antiche calzature romane con suola chiodata e strisce di cuoio per chiudere il
piede.
[31] Chitone:
veste leggera degli antichi greci, originaria dell’Oriente, stretta in vita da
una cintura in modo da formare molte pieghe e fissata alle spalle con due
fibbie.
[32] Contralto:
voce infantile o femminile di timbro più grave.
[33] Cupido:
divinità romana dell’amore, identificata con l’Eros dei greci.
[34] Sofia: dal
greco sophia, ‘sapienza’.
[35] Gerofanti:
sacerdoti dei misteri di Eliusi.
[36] Bacchici: di
Bacco, in onore del dio Bacco.
[37] Eleusine: di
Eleusi, città greca dell’Attica, famosa per i riti misterici che vi si
celebravano annualmente in onore di Demetra, dea alla quale era dedicato un
tempio in questa città, e detti appunto misteri eleusini.
[38] Astrea: dea
della giustizia, ritenuta figlia di Zeus e di Temi, oppure secondo altre
tradizioni, figlia di Astreo e di Eos.
[39] Egloga:
componimento poetico di argomento agreste o pastorale, per lo più scritto in
forma di dialogo.
[40] Apollinea: di
tutto ciò che è paragonabile alle caratteristiche del dio Apollo.
[41] Indigeti:
indigeni, nativi di quel paese
[42] Panaghia: è
un attributo per indicare Maria, la madre terrena di Gesù
[43] Ipostasi:
materia, sostanza, essenza propria di una cosa, persona.
[44] Mimi:
commedianti.
[45] Citaredi: chi
anticamente cantava accompagnandosi con la cetra.
[46] Aedi: poeti
che, nell’antica Grecia, cantavano nei banchetti le gesta degli eroi.
[47] Lamie:
streghe malefiche.
[48] Guazza:
rugiada copiosa.
[49] Proserpina: dea
romana, signora delle ombre, corrispondente alla dea greca Persefone, agreste,
di auspicio per il raccolto del grano.
[50] Luburna: nave
usata prima dagli antichi dalmati e poi dai romani, sottile e veloce, per lo
più da guerra.
[51] Orfica:
propria dell’orfismo. Movimento religioso greco nato intorno alla figura di
Orfeo.
[52] Illisso:
piccolo fiume dell’Attica, che scorre lungo al pianura di Atene bagnando a
volte la città.
[53] Lete: il
fiume dell’oblio nella mitologia greca e romana.
[54] Improperio:
rimprovero. Oggi gli improperia sono una serie di responsori facenti parte
della passione del Signore del Venerdì santo e corrispondono ai rimproveri di
Gesù contro il Suo popolo, responsabile della crocifissione.
[55] Tabe: umore
di sostanza che si corrompe.
[56] Brutteri:
antica popolazione della Germania occidentale, vinta da Varo nel
[57]
Ostensibilmente: nel senso di visibilmente, in modo evidente.
[58] Pentelico: un
tipo di marmo di color pallido che si estrae in Grecia, sul monte Pentelico.
[59] Paventa:
l’essere spaventati.
[60] Immaginifico:
ricco di immagini.
[61] Soma: carico
che si pone sulla groppa degli animali da carico.
[62] Cenobio:
luogo dove vivono in comune più monaci sotto la stessa regola.
[63] Conciliabolo:
adunanza segreta di gente sospetta.
[64] Navarco:
nell’antica Grecia, il comandante di una flotta.
[65] Comito:
sottufficiale al quale spettava la manovra delle vele sulle galee.
[66] Trireme:
tipiche possenti navi romane dalla caratteristica di avere tre file per lato di
remi.
[67] Nazireo:
nell’antico Israele, chi si consacrava a Dio con un nazireato.
[68] Gonzo: facile
ad essere infinocchiato, credulone.
[69] Prefica: nome
che si dava a ciascuna di quelle donne prezzolate che i romani mandavano
innanzi ai funerali perché ostentassero un gran dolore e piangessero con
copiose lacrime, cosicché la cerimonia acquistasse un tono di particolare
costernazione.
[70] Cambise: nome
di due re di Persia della dinastia degli Achemenidi.
[71] Cesaria:
capigliatura abbondante e folta.
[72]
Augusta/augusto: venerabile, sacro.
[73] Roboante:
antica forma in disuso, meglio reboante, rumoroso.
[74] Fomite: tutto
ciò che suscita, eccita e alimenta una passione e un vizio.
[75] Pusillanime:
che manca di coraggio.
[76] Ferine:
primitive, rozze.
[77] Libato:
assaggiato.
[78] Immilla: il
moltiplicarsi a migliaia.
[79] Artatamente:
in maniera forzata, sì da costringere.
[80] Sauro: tipo
di cavallo con mantello, criniera e coda di colore rosso tendente al castano.
[81] Lamie:
streghe malefiche.
[82] Teratologia:
dottrina che studia le mostruosità degli organismi animali e vegetali.
[83] Tregenda:
gran numero di diavoli, di spiriti e di streghe.
[84] Nottola:
pipistrello.
[85] Lemurie:
feste celebrate in Roma, per placare e tener lontani dalla casa i lemuri,
considerati perciò giorni nefasti.
[86] Ostro:
porpora.
[87] Evi: plurale
di ‘evo’, lunghissimo spazio di tempo.
[88] Nittalopo: da
nictalopia, è il veder meglio di notte.
[89] Demagogia:
governo in cui i governanti si mantengono al potere illudendo il popolo con la
promessa di soddisfare i suoi desideri e le sue aspirazioni.
[90] Parossismo:
il momento più acuto e più intenso della manifestazione di una malattia, stato
d’irritazione.
[91] Prora: la
parte anteriore di una nave, con la quale si fendono le onde.
[92] Germano: nato
dallo stesso germe.
[93] Pallio: il
mantello.
[94] Lenocinio:
lusinga, allettamento.
[95] Onusta:
carica.
[96] Nemesi:
giustizia. Da Nemesi, nome col quale nella mitologia greca si indicava la dea
della giustizia.
[97] Agata: è una
varietà di minerale compatta e fibrofa di quarzo di diversi colori, con una
tipica struttura che si trova entro delle cavità di rocce basaltiche.
[98] Laconiche:
concise, di poche parole.
[99] Nerbate:
frustate, bastonate.
[100] Scherani:
sgherri, sicari, sbirri.
[101] Posca:
mistura d’acqua e aceto, usata come dissetante o come medicamento.
[102] Nocente: che
nuoce.
[103] Orbate:
private dei figli.
[104] Rabbuffo:
rimprovero violento, lavata di capo.
[105] Loglio:
pianta delle graminacee che cresce tra le messi danneggiandole. Come la
zizzania.
[106] Bistrati:
tinti con il bistro, una tinta di color nero preparato con la fuliggine.
[107] Festuca:
fuscello di legno o di paglia.
[108] Maliarda:
persona dal fascino irresistibile.
[109] Dioniso:
nella mitologia greca, figlio di Zeus e di Semele, dio del vino. Presso i
romani, Bacco.
[110] Sofi:
filosofi, sapienti.
[111] Sibilla: nome
di leggendarie profetesse.
[112] Fisima: idea
fissa, vana, senza fondamento.
[113] Deucalione e Pirra: nella mitologia greca,
gli unici superstiti del diluvio universale che cancellò dalla terra la stirpe
degli uomini nati dal sangue dei giganti.
[114] Esazione:
riscossione di denaro, dovuto sotto titolo di credito, tributo e simili.
[115] Largivo:
generoso.
[116] Orfismo:
movimento religioso a carattere misterioso e iniziatico diffuso soprattutto nel
VI e V secolo A.c.
[117] Delfico: di
Delfo, località della Focide, famosa perché vi si trovava l’oracolo di Apollo e
il suo tempio.
[118] Pizia:
sacerdotessa di Apollo che gli antichi credevano fosse invasata dal nume e
avesse virtù profetiche.
[119] Tablino:
ambiente dell’antica casa romana, con funzione di sala da pranzo e di sala da
ricevimento; vi si accedeva dall’atrio e dava sul peristilio (tipico portico,
chiostro, a colonne intorno a un edificio o a un cortile).
[120] Efebici:
dall’aspetto giovanile e dalle forme delicate.
[121] Poplito: la
parte posteriore dell’articolazione del ginocchio.
[122] Tuguri:
misere abitazioni per gente povera.
[123] Vituperata:
oltraggiata, insultata, rimproverata gravemente.
[124] Obnubilare:
offuscare, annebbiare.
[125] Lorica:
corazza degli antichi greci e romani che in origine era fatta di strisce di
cuoio, e poi di metallo.
[126] Nardo:
unguento, balsamo ricavato da piante profumate.
[127] Isidiaca: da
Iside, divinità egizia
[128] Pitagorica:
dottrina filosofica e scientifica elaborata dalla scuola di Pitagora
[129] Ascesi:
esercizio delle virtù spirituali contemplative, volto alla soppressione degli
istinti e delle passioni, oltre che alla completa rinuncia delle cose mondane,
in vista della perfezione religiosa.
[130] Lari: nella
mitologia romana, divinità protettrici della casa e del focolare domestico.
[131] Mani: presso
i romani, le anime dei defunti e le divinità infernali che le proteggevano.
[132] Convolvolo:
pianta erbacea rampicante delle convolvulacee, con fiori a campanelle di vari
colori leggermente profumati.
[133] Falerno: vino
prodotto nel territorio della Campania, tanto celebrato dai romani.
[134] Cibele: dea
della fecondità della Terra, molto onorata in Frigia; il suo culto, di
carattere orgiastico, penetrò in Grecia ove fu considerata madre degli dei e
degli uomini col nome di Rea. A Roma il culto di Cibele si diffuse intorno al
[135] Gladio: spada
romana larga e corta.
[136] Beliaz:
probabilmente è Belial, il dio del male presso gli ebrei.
[137] Patena:
piccolo piatto d’oro o d’argento usato per ricoprire il calice.
[138] Esoterico:
riservato o in parte segreto, di verità occulte o dal significato nascosto, di
dottrine accessibili solo ai cosidetti iniziati.
[139] Discenza: da
discere, imparare.
[140]
Precettistica: complesso di regole e precetti riguardanti una disciplina.
[141] Opimo: ricco,
pingue, opulento.
[142] Anfione:
mitologia greca: figlio di Giove, sposo di Niobe.
[143] Musagete:
attributo del dio Apollo ritenuto il capo, guida delle muse.
[144] Teogonia:
parte della mitologia che tratta della generazione e discendenza degli dei.
[145] Buccina:
conchiglia grossa e ovale a larga apertura che gli antichi usavano come tromba.
[146] Ametista: la
più pregiata delle pietre di quarzo, è usata come gemma per l’anello vescovile.
[147] Presago: che
prevede.
[148] Vello: la
chioma, i capelli; in questo caso i peli del petto.
[149] Menomo:
piccolissimo, minimo.
[150] Vilucchio:
avvolgimento.
[151] Canto: più
usato, ‘cantuccio’, in un angolo.
[152] Brincello:
pezzettino, brandello.
[153] Idromele:
bevanda fermentata, a base di acqua e miele; era molto usata dagli antichi,
anche in sostituzione del vino.
[154] Aristobulo:
era il padre di Erodiade, nipote di Erode I il grande cui si attribuisce la
strage degli innocenti.
[155] Jezabel:
personaggio biblico; principessa fenicia del IX secolo, moglie di Achab, re
d’Israele; favorì il culto di Baal e perseguitò i profeti, tra cui Elia.
[156] Tamarisco:
pianta arbusto della famiglia delle tamaricaceae. Si trova in zone sabbiose e
salmastre.
[157] Perio:
proveniente dall’isola di Paro, una delle Cicladi nell’Egeo, famosa per i suoi
marmi candidi, di cui si avvalevano gli artisti greci.
[158] Frombole:
fionde.
[159] Numidi: della
Numidia. Antica regione del Nord Africa compresa tra la Mauretania (Marocco) e
i territori controllati da Cartagine (Tunisia), quindi corrispondente alla
parte nord orientale dell’attuale Algeria.
[160] Non cale: non
stare a cuore, non importare, non interessarsi.
[161] Sidro:
bevanda alcolica che si ottiene dalla fermentazione del succo delle mele, delle
pere e di altra frutta.
[162] Rachidiano:
della rachide o colonna vertebrale: midollo
rachideo.
[163] Gangli: vasi.
[164] Gorgo:
vortice formato dall’acqua corrente in quei punti dove il letto di un fiume
s’avvalla e risale.
[165] Blandizie:
lusinghe carezzevoli e allettatrici.
[166] Crapula: il
mangiare e bere smodatamente.
[167] Alvo: il
ventre materno dove si alimenta il feto.
[168] Guisa: modo,
maniera, forma.
[169] Frizzi:
frecciate, motteggi.
[170] Penula:
mantello a campana aperto sul davanti e fermato con fibbie.
[171] Scarmigliata:
scomposta, arruffata e spettinata.
[172] Contumelie:
gravi e ignobili offese arrecate con parole, più per ferire moralmente che per
danneggiare.
[173] Cadetto:
nelle antiche famiglie nobili in cui vigeva il diritto di maggiorasco, era il
figlio non primogenito escluso dalla successione.
[174] Sarcasmo:
aspra e amara ironia rivolta contro qualcuno.
[175] Empito: forza
violenta e distruggitrice, impeto.
[176] Metifico:
pestilenziale.
[177] Intonso: che
non è stato tosato.
[178] Famulo: dal
latino famulus, ‘famiglio servitore’.
[179] Còmito: sottufficiale
al quale spettava la manovra delle vele sulle galee.
[180] Gehenna: nel
linguaggio del Nuovo Testamento, luogo di tormenti, di vergogna e di
distruzione.
[181] Prisca: che è
del tempo antico.
[182] Pinguedine:
grassezza diffusa in ogni parte del corpo.
[183] Maliarda:
affascinatrice, incantatrice.
[184] Fulva: di
colore biondo rosseggiante.
[185] Foia:
l’eccitazione sessuale.
[186] Esulcerata:
affetta da ulcere; coperta di piccole piaghe.
[187] Tabe: nome generico
di gravi malattie per lo più croniche con distruzione di tessuti infetti.
[188] Imeneo:
presso greci e romani, componimento musicale a carattere corale da cantarsi
mentre si accompagnava la sposa alla casa dello sposo.
[189] Idumea: nome
dato dai greci e dai romani alla storica regione palestinese, oggi Israele e Giordania, per lo più montuosa
sulla sinistra del Wadi Araba, chiamata dagli ebrei Edom. È il territorio
biblico dato a Esaù e ai suoi discendenti.
[190] Antro:
cavità, grotta, la spelonca in cui Giovanni è prigioniero.
[191] Lilith:
personaggio biblico, demone femminile che insidiava i neonati e seduceva gli
uomini.
[192] Fedifrago: di
chi è venuto meno a una promessa, a un giuramento.
[193] Baccante:
sacerdotessa di Bacco che, durante le feste in onore del dio, percorreva
furiosa le vie con i tirsi in mano, come invasata dal nume.
[194] Zagaglia: una
specie di lancia, talvolta dentata, usata da certi popoli selvaggi come arma da
lancio.
[195] Caròla:
antico ballo di più persone che si tengono per mano e girano.
[196] Mussola:
tessuto leggero di cotone, lana o seta, usato per produrre indumenti femminili.
[197] Muliebre:
femminile, riferito alle donne.
[198] Smagasso:
perdersi d’animo.
[199] Sconfina: da
sconfinare, trasmodare, passare il limite.
[200] Noetica: la
colomba di Noè dopo il diluvio.
[201] Diafana:
pallida, delicata.
[202] Abulia:
inerzia per mancanza di volontà, proprio delle depressioni psichiche.
[203] Mene:
raggiri, maneggi occulti.
[204] Avulso:
sradicato, divelto; anche isolato, estraneo al proprio contesto.
[205] Algidi:
gelidi, ghiacciati.
[206] Polito:
liscio, levigato.
[207] Peplo: presso
gli antichi greci e romani, sopravveste femminile fatta di tessuto finissimo,
bianca e ricamata.
[208] Verzura:
l’insieme verdeggiante di alberi ed erbe.
[209] Eburneo: del
color dell’avorio, bianco.
[210] Nèbride:
pelle di leopardo.
[211] Ieratica:
solenne, composta, ispirata.
[212] Calceoli: da calceolus, diminutivo di calceus, scarpa.
[213] Assisa:
uniforme, divisa.
[214] Illune: che è
senza Luna
[215] Atellana:
grossolana commedia o farsa.
[216] Salaci:
eccitanti, piccanti.
[217] Efebo:
nell’antica Grecia, il giovinetto in età puberale fino ai vent’anni.
[218] Pirrica:
danza di guerra degli antichi soldati spartani.
[219] Sistri:
strumenti musicali.
[220] Tersicore:
musa della poesia corale e della danza.
[221] Buccina: nella
Roma antica era uno strumento a fiato simile al corno da caccia usato dai
soldati.
[222] Tumido:
pieno.
[223] Ieratiche:
solenni, composte.
[224] Ingenua: nata
cioè da genitori liberi.
[225] A Roma:
questa indicazione è per certo sbagliata, poiché in altre rivelazioni viene
riferito che Pietro non andò mai a Roma. Perciò il nome qui indicato è da
riferirsi ad altra in medio Oriente.
[226] Tigellino:
prefetto del pretorio; l’amicizia di Nerone lo rese potentissimo. Ottone gli
impose di uccidersi.
[227] Atte: liberta
greca di origine asiatica che Nerone, nonostante l’opposizione di Agrippina,
preferì alla moglie Ottavia e che, dopo cinque anni, fu soppiantata da Poppea.
[228] Pulvinare: il
letto degli imperatori romani in un luogo elevato, ricoperto di drappi, da dove
gli imperatori assistevano ai giochi.
[229] Rovinio: il
rumoroso precipitare di una cosa o di più cose insieme.