Jakob Lorber

1851 - 1864

 

 

 

IL GRANDE VANGELO DI GIOVANNI

 

Volume 5

 

Descrizione: gesu_insegna_4.jpg

 

La vita e gli insegnamenti di Gesù nei tre anni della Sua predicazione

 

 

 

Traduzione dall’originale tedesco “JOHANNES das große Evangelium” (vol. 5)

Opera dettata dal Signore nel 1851-64 al mistico Jakob Lorber

 

Casa Editrice: Lorber Verlag - Bietigheim - Germania

Copyright © by Lorber Verlag

Copyright © by Associazione Jakob Lorber 

“Ringraziamo la Lorber Verlag, Friedrich Zluhan e l’Opera di Divulgazione Jakob Lorber

 e V.  D-74321 Bietigheim/Wuertt., per il sostegno nella pubblicazione di questo volume”.

 

Traduzione di Salvatore Piacentini dalla 7° edizione tedesca 1982

Revisione parziale a cura dell’Associazione Jakob Lorber

 

Casa editrice GESÙ La Nuova Rivelazione

Via Vittorio Veneto, 167, 

24038 SANT’OMOBONO TERME (Bergamo)

www.jakoblorber.it 

www.gesu-lanuovarivelazione.com

 

 

Unità di misura austriache del 18°/19° secolo usate nel testo:

1 Braccio

= 77,8 cm

1 Emero           

= 56,6 litri

1 Eone             

= 10180 (1 con 180 zeri)

1 Iugero o Joch 

= 5754,664 mq

1 Libbra           

= 560 g

1 Linea             

= 2,2 mm

1 Pertica           

= 3,8 m

1 Spanna          

= 20 cm

1 Piede

= 31,6 cm

1 Pollice

= 2,63 cm

1 Tesa

= 1,9 m

1 statere

= piccola moneta antica

 

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GESÙ NELLA REGIONE DI CESAREA DI FILIPPO

Vangelo di Matteo cap. 16 (continuazione)

 

 

Cap. 1

Il pranzo miracoloso

 

1. Io dico: «Ecco però che intanto si è fatta l’una dopo mezzogiorno; tu, o Marco, vedi dunque di provvedere per il pranzo, ed il Mio Raffaele ti sarà d’aiuto! Dopo il pranzo vedremo cosa ci porterà ancora la giornata di oggi. Disponete ogni cosa per apparecchiare le mense, e tu, Raffaele, sgombera il nostro tavolo dai due ammassi cerebrali, e soltanto dopo dà una mano a Marco!»

2. Raffaele eseguì immediatamente quest’ordine e poi disse a Marco: «Devo aiutarti nella maniera come siete soliti fare voi uomini, oppure alla mia maniera? Dimmi, come preferisci venga fatto! Certo che darebbe meno nell’occhio se io ti aiutassi nella comune maniera umana; d’altro canto nella mia maniera avremmo un bel risparmio di tempo, e questo è pure qualcosa di assai prezioso! Io ad ogni modo farò come tu desideri, e comunque non avrai affatto da deplorare che si sia dimenticato di fare qualcosa»

3. Dice Marco: «Eh sì, amico dai Cieli, il tuo modo di servire velocissimamente le vivande sulle mense sarebbe senza dubbio quanto mai vantaggioso, perché, nonostante l’aiuto che può prestare la servitù di Cirenio, ci vuole un tempo discretamente lungo per servire le vivande per tante persone; sennonché qui sorge un altro problema: le vivande cioè non sono ancora completamente allestite in sufficiente quantità per una comitiva così numerosa! Dunque, se in tale occasione la tua capacità sovrumana può farsi valere, confesso che per il momento sarebbe proprio la benvenuta, altrimenti ci vorrà ancora una buona mezz’oretta prima che tutto sia pronto!»

4. Raffaele dice a Marco in tono bonario: «Questa è anche la mia opinione; dunque la prima cosa da fare è preparare al più presto quanto occorre, e poi con altrettanta celerità fornire le mense di cibi e di bevande, come si conviene! Sii pur certo: basta volere e tutto trova compimento! Se tu vuoi, a me non occorre che un brevissimo istante, e tutte le vivande si troveranno immediatamente dinanzi agli ospiti, preparate nel migliore dei modi!»

5. Dice Marco: «Sicuro che sarebbe tutto bello e buono, ma allora la gente potrebbe ritenere questo l’effetto di una qualche magia celeste, e molti verrebbero forse colti da un timore ben spiegabile trovandosi davanti a simili vivande dalla strana provenienza, e probabilmente non si azzarderebbero a toccarle; specialmente poi i mori, i quali comunque fanno estrema attenzione ad ogni cosa, tanto che nulla può sfuggire certamente a loro!»

6. Dice Raffaele: «Oh, a quelli un fatto di questo genere certo farebbe impressione meno che ad altri, perché sono già abituati al miracoloso! Vedi, l’ora è ormai già abbastanza avanzata, e non è escluso che il Signore si proponga di intraprendere dopo il pranzo qualcosa di molto importante, ciò di cui Egli solo può sapere. Dunque la cosa migliore per noi è evidentemente trarre profitto dalla mia celerità spirituale, e ciò non sarà per nessuno argomento di scandalo! Inoltre bisogna considerare che questo è l’ultimo pranzo a cui il Signore prende parte in questo luogo, e per conseguenza non farà male a nessuno se le cose procederanno anche in una maniera piuttosto prodigiosa! Non sei pure tu di questo parere?»

7. Dice Marco: «Lo sono del tutto; del resto tu, quale uno fra i primi spiriti dei Cieli, certamente saprai distinguere meglio di me che cosa convenga fare qui per il bene comune! Fa dunque interamente secondo il tuo migliore discernimento!»

8. E quando Marco ebbe espresso così il suo parere, ambedue se ne andarono in cucina dove, come al solito, la moglie di Marco, le sue figlie ed i suoi figli nonché vari servitori di Cirenio erano affaccendatissimi; ma nonostante ciò il pranzo, per così tante persone, era pronto a mala pena a metà.

9. Allora Marco esclamò: «Oh, qui ci vorrà ancora un’oretta prima che tutto sia pronto!»

10. Dice la moglie: «Eh, caro il mio marito, noi due non possiamo fare né miracoli, né si può pensare che facendo le cose in fretta ci sia da ottenere qualcosa di buono! Bisogna dunque avere pazienza finché si possa preparare tutto e bene!»

11. Dice Marco: «Sai che cosa dovete fare, tu e pure le figlie: abbandonare per il momento i fornelli, perché qui Raffaele, che è fra l’altro cuoco esperto e rapidissimo, se la sbrigherà in pochi istanti!»

12. Risponde la donna: «Oh, questa sarebbe una vera manna del Cielo; tutti sono già davvero molto stanchi, poiché il lavoro che si è già fatto è tanto!»

13. Dopo che tutti i cuochi e le cuoche si ritirarono, Raffaele disse: «Ed ora potete anche voi prendere posto alle vostre mense! Tutto è già allestito e servito, e gli ospiti fanno tutti già onore al pranzo! Tu però, vecchio Marco, che sei stato il mio collaboratore, vieni a tavola con me ed assaggia anche tu almeno una volta i prodotti della mia cucina; poi giudicherai se anch’io me ne intendo o no un po’ dell’arte di cucinare! Non preoccuparti per tua moglie, i tuoi figli ed i cuochi di Cirenio, poiché anche loro, davanti alla casa, hanno a propria disposizione un’apposita mensa, fornita degli stessi cibi e bevande delle altre mense».

14. Allora tutti escono dalla cucina e vedono infatti che le centinaia di ospiti sono già intenti a mangiare e a bere. La cosa suscita un grande sbalordimento in Marco, il quale esce con questa esclamazione: «Ma come è mai possibile ciò? Tu non mi hai lasciato neanche un solo istante, eppure, come si vede, tutte le mense sono stracariche! Non è possibile che tu, in un tempo che veramente non è tempo, abbia potuto apparecchiare, né meno ancora abbia potuto servire a tavola una pietanza qualunque! Io ti prego dunque che tu mi dica, sia pure soltanto a grandi linee, come hai fatto a compiere una simile cosa, perché, in verità, posso comprendere tutto ma non la tua rapidità assolutamente incomprensibile, particolarmente in caso di lavori la cui esecuzione è necessariamente condizionata da un certo ordine dipendente dal tempo, almeno per questa Terra! Perciò ti prego nuovamente di darmi soltanto qualche piccolo chiarimento riguardo a come tu abbia preparato le vivande, e da dove tu te le sei procurate! Infatti, di quelle che erano allestite a metà nella mia cucina non ne è venuto nemmeno un boccone su queste numerose mense, considerato che quando siamo usciti le ho viste ancora tali e quali il personale di cucina le aveva lasciate, in attesa della loro destinazione!»

15. Risponde Raffaele: «Allora vuol dire che non hai guardato bene, perché io ti dico invece che tutte le tue provviste sono esaurite; torna a guardare e vedrai se non è così!»

16. Marco non se lo fa dire due volte e ritorna sollecitamente in cucina, ma la trova completamente vuota e pure le dispense sono vuote. Uscito poi di nuovo, più sbalordito che mai, esclama: «Oh, amico mio, non è più possibile reggere vicino a te! In verità, non mi sarà possibile accostare alle labbra un solo boccone per tre giorni interi se non avrò da te qualche cenno riguardo a come hai fatto a sbrigare questa faccenda!»

17. Dice Raffaele: «Anzitutto andiamo anche noi a tavola e là scambieremo ancora qualche parola in proposito!»

18. Marco e Raffaele vengono allora alla nostra mensa, dove c’era già molta animazione; Raffaele si mette all’opera senza indugio, offre anche a Marco un bellissimo pesce e lo incita a mangiare. Marco cerca pure di ricordargli che è ancora in attesa della spiegazione riguardo alla sua rapidità più che fulminea nel cuocere e nel servire le vivande, sennonché Raffaele gli dice in tono amichevole: «Mio caro amico, intanto mangia e bevi; quando noi due avremo concesso ai nostri corpi il necessario ristoro mediante il cibo e le bevande benedetti, vedremo poi di dedicare un po’ del nostro fiato anche alla spiegazione del cucinare e del servire fulminei che mi sono propri!».

19. Marco allora si rassegna a seguire il consiglio di Raffaele e comincia a mangiare e a bere di buon appetito.

 

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Cap. 2

Come vengono compiuti i miracoli

 

1. Quando il pranzo è completamente finito dopo un’oretta circa, Marco ritorna alla carica per ricordare a Raffaele la spiegazione: «Ebbene, amico mio dal Cielo, adesso ben mi dirai qualcosa di quella tale faccenda!»

2. Risponde Raffaele: «Ecco, amico mio, io certamente non desidero altro che spiegarmi al meglio che mi sia possibile; sennonché per il momento, e nonostante ogni più accurata spiegazione, per te la cosa rimarrà sempre molto prodigiosa, e ciò finché pure tu non sarai battezzato con lo Spirito Santo dai Cieli! Quando lo Spirito del Signore sarà completamente risorto nella tua anima e si sarà fatto una cosa sola con lei, allora, anche senza bisogno di una spiegazione, tutto ti riuscirà chiaro come il Sole; momentaneamente però anche il chiarimento più convincente sarebbe in grado di fornirti davvero ben poca luce! Infatti, perfino l’anima più perfetta di per sé non comprenderà mai ciò che è puramente spirituale; questo non lo può comprendere che lo spirito presente nell’anima, e poi l’anima, a sua volta, lo può fare per mezzo del suo spirito! Dato però che tu un qualche cenno in proposito lo vuoi avere, guardati un po’ intorno, e dimmi poi quello che vedi!»

3. Marco meravigliato dà un’occhiata in giro e scorge, accanto a ciascuna mensa, una quantità di giovinetti del tutto simili a Raffaele, i quali vanno servendo i molti ospiti e li provvedono continuamente di quanto loro occorre. Alcuni di essi si recano addirittura al mare per pescarvi del pesce fresco che viene portato in cucina e poi immediatamente riportato già bello e pronto alle mense, perché i mori sono di eccellente appetito, senza contare che lo squisito sapore dei cibi è loro di stimolo ad approfittarne largamente.

4. Allora Raffaele così interpellò Marco: «Ebbene, comprendi adesso come ame sia possibile e come per me sia facilissimo eseguire tanti lavori nella maniera più rapida, tanto più se consideri che uno spirito, quale il principio che compenetra fino alle parti più intime gli esseri e le cose, può sempre disporre di ogni materia, efficacissimamente e senza timore di insuccesso, assolutamente a proprio piacimento e a seconda della propria volontà, e che nulla gli può essere d’ostacolo! Oltre a questo, io che sono un arcangelo, ho al mio servizio eoni (10120) di servitori che dipendono tutti, in ogni istante, dalla mia volontà. Se io quindi voglio qualcosa, allora, unendo la mia volontà a quella del Signore, questa volontà all’istante si trasfonde negli innumerevoli servitori che mi sono sottoposti, i quali si rendono subito completamente attivi e con tutta facilità eseguono il lavoro richiesto in un tempo per te inconcepibilmente breve! Io stesso, per così dire, personalmente non eseguo certamente nulla; sennonché, per effetto della mia volontà originaria, gli eoni (10120) di schiere angeliche vengono incitate all’attività perché spinte dal fondamento più intimo del loro essere, e così anche il lavoro richiesto viene allora compiuto con facilità e rapidissimamente, e ciò con tanta maggior sicurezza in quanto, da parte del Signore e successivamente da parte nostra, tutto è già previsto e preordinato da lungo tempo per il compimento di una qualche azione, ciò che poi, in caso di bisogno, viene tramutato in maniera rapidissima per voi nel fatto compiuto e già perfettamente visibile nell’esteriorità.

5. Tu, lassù sul monte hai pur visto com’è sorta un’asina; ebbene, tutto sorge così quando la nostra volontà incita intimissimamente gli spiriti naturali primordiali, che procedono dai nostri pensieri, ad un’attività ordinata in un senso o nell’altro e li costringe all’azione! E questo, o amico mio, ti basti per chiarire ciò che desideravi sapere da me! Di più non potrei dirti usando le parole quanto mai limitate del mondo e della lingua di carne! E non chiedere neppure più oltre, perché, fino a quando tu stesso non sarai divenuto spirito nella tua anima, non riuscirai mai a comprendere di tutto ciò di più di quanto ne comprendi adesso! Non c’è creatura umana che possa di per sé penetrare nella scienza e nella conoscenza dello spirito puro! Ne comprendi ora qualcosa di più?»

6. Marco però rimase perfettamente soddisfatto di questa spiegazione e disse: «Ti ringrazio di questi chiarimenti per me eccellenti, perché, se considero nel suo complesso tutto quello che ho visto e udito, ne comprendo abbastanza per essere soddisfatto del modo con il quale tu, o carissimo e celestiale amico, compi i tuoi miracoli, e particolarmente la rapidissima esecuzione degli atti che si richiedono da te. Ed io mi azzardo ad affermare pubblicamente che, nei riguardi di un prodigio, le cose tuttavia procedono almeno un po’per le vie naturali, e che tutto dipende da un’associazione di forze quando in un certo luogo debba venire compiuta un’azione, sia con assoluta rapidità, sia in una successione di periodi. Anzi, trovo una certa analogia fra i vostri prodigi spirituali e le esibizioni dei maghi di questa Terra, e ciò consiste in quello che tu chiamasti preveggenza e preparazione!

7. Sai, mio celeste amico, io dico ormai direttamente tutto quello che penso! Forse realizzare un miracolo davvero stupefacente così all’improvviso, senza alcuna preparazione e previsione, potrebbe riuscire altrettanto difficile, per voi, quanto lo è per un mago senza un qualche preparativo e senza previo accordo con altre persone che devono dargli appoggio. Di tali preparativi, ovviamente, tutte le altre persone non dovrebbero sapere nulla, altrimenti per l’arte magica le cose non andrebbero troppo bene! Per conto mio, dunque, io traggo questa conclusione, sicuramente difficile da confutare: al Signore, e a voi per mezzo Suo, sono possibili tutte le cose, mai però impreviste, bensì preparate forse da eternità, e quindi spiritualmente già eseguite da molto tempo in forma periodica. Perciò quello che viene compiuto qui, ora, come azione esterna, era spiritualmente previsto e preparato già da molto tempo!

8. E quindi una Terra com’è la nostra non può venire chiamata ad esistere, così perfetta, con un semplice, onnipotente “Fiat!”[1], bensì con il tempo e soltanto dopo preparazioni durate a lungo, dopo le quali questa presente Terra, come esiste nel tempo attuale, dovette apparire esteriormente esistente per naturale e necessaria conseguenza! Per la stessa ragione è praticamente impossibile che qualcosa venga chiamato ad un’esistenza perfetta e durevole così all’improvviso. Qualunque cosa sorga rapidamente, svanisce altrettanto rapidamente. Il lampo, ad esempio, nasce in un istante solo, ma con altrettanta rapidità pure si dilegua. Ed in opposizione a questa conseguenza, viene a delinearsene un’altra, e cioè che è impossibile che una cosa, una volta ottenuta un’esistenza durevole, possa in qualche modo svanire all’improvviso, ma lo può soltanto a periodi, precisamente così come è sorta. Dunque, una cosa che non sia mai stata prevista, né preparata, non può mai venire compiuta grazie ad un’intimazione, per quanto energica e sostenuta anche dalla più ferma volontà, e ciò tanto nel caso del sorgere, quanto in quello del discioglimento e dello svanire. Tutto dunque va considerato come un prodigio temporaneo, ed ogni cosa compiuta è una necessaria conseguenza di molti precedenti processi periodici!

9. Ecco, o amico mio dai Cieli, ne sia resa lode soltanto al Signore! Sennonché, come mi appare, io ho approfondito forse un po’ troppo la spiegazione che mi hai dato rispetto a come tu originariamente hai voluto prospettarmela! O mio carissimo Raffaele, vedi, i vecchi romani non sono proprio tanto scarsi di comprensione come più di uno se lo immagina! Ebbene, o amico mio, che cosa ne dici? Ti ho compreso oppure no?».

 

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Cap. 3

La Provvidenza di Dio e il libero arbitrio dell’uomo

 

1. Risponde Raffaele sorridendo: «Oh, sì, un lieve barlume di verità l’hai ottenuto senz’altro; però con le tue “necessarie conseguenze” e con le nostre “necessarie preveggenze” e “noiose preparazioni”, ti trovi parecchio fuori strada, e di questa cosa sarà facilissimo che ti convinca assolutamente per mezzo di un paio di esempi bene evidenti! Ferma la tua attenzione su un qualche luogo, stabilisci tu il posto e chiedimi, secondo il tuo liberissimo piacimento, che io ti faccia sorgere uno ed anche più alberi da frutto perfettamente sviluppati ed abbondantemente provvisti di frutti già in stato di completa maturazione! Oppure vuoi delle specie diverse? Avanti, esprimiti, e vedrai che tali alberi anche senza preveggenza e preparativi sussisteranno permanentemente, e neppure dieci secoli saranno capaci di cancellare completamente le tracce della loro esistenza! Rendi dunque manifesto il tuo desiderio e assisterai immediatamente ad un vero prodigio il quale non è ancora mai stato, in qualche modo, né preparato né previsto!»

2. Dice Marco: «Ah, sicuro, o giovane amico mio, questa sarebbe una gran bella cosa, sempre che tu potessi procurarmi la piena certezza che in questo momento il mio volere e desiderare sono del tutto in mio liberissimo potere! Questa cosa però a te stesso dovrebbe alla fin fine riuscire ancora molto più difficile del far sorgere gli alberi fruttiferi di varia specie in un qualche luogo a mio piacere! Tu hai messo nel mio capo un grosso tarlo del dubbio, poiché dicesti che voi stessi, spiriti onnipotentissimi, avete la capacità di realizzare un puro miracolo senza previsione e preparazione, per così dire dal nulla! Io non voglio negare in maniera assoluta la cosa; però a giudicare da tutto quello che sulla Terra ci fu dai tempi remoti, che c’è ora ed anche ci sarà in futuro, è certo molto difficile ammettere una cosa simile. Di contro, infatti, già la stessa Onnipotenza divina eleva di un bel po’ troppo forte la sua voce, e non le si può certo opporre l’eventuale vuota affermazione, che Dio ha intenzionalmente applicato la Sua Onniscienza a qualcosa, senza volerlo e saperlo. Ma se Dio, fin dalle eternità, anche su questo punto non si è potuto mantenere completamente ignaro del fatto che in una data epoca il Suo angelo Raffaele avrebbe fatto sorgere qui in maniera prodigiosa degli alberi secondo il desiderio di un uomo, allora sarà altrettanto difficile dimostrare che anche questo miracolo non era stato previsto e preparato fin dalle eternità! Dal punto di vista totalmente spirituale è del tutto certo che lo fu!»

3. Osserva Raffaele: «Questo però non ha neppure importanza, dal momento che non era preparato fino alla sua realizzazione materiale! Inoltre la volontà dell’uomo è tuttavia certamente libera, a tal punto che né il Signore, né noi esplichiamo mai alcuna attività allo scopo di turbare, sia pure minimamente, tale libertà di volere mediante una previsione, e meno ancora con una preparazione. Tu puoi quindi essere assolutamente certo che, nel suo modo di essere, la tua liberissima volontà non è né prevista, né tanto meno in qualche modo preparata. Chiedi dunque, e vedrai che il Signore ti darà permanentemente in modo miracoloso gli alberi da frutto che vorrai richiedere, e lo farà sicuramente senza alcuna preparazione, né totalmente da parte Sua, né attraverso me, Suo antico servitore!»

4. Marco rimane per qualche tempo pensieroso, e poi dice: «O mio giovane amico, devono proprio essere esclusivamente degli alberi fruttiferi? Io vorrei invece qualcos’altro; potrebbe anche questo essere fatto sorgere in maniera prodigiosa?»

5. Risponde Raffaele: «Oh, senza alcun dubbio! Si tratti di una cosa o dell’altra, ciò non costituisce per noi una fatica maggiore! Chiedi pure quello che vuoi e sarà fatto!»

6. Dopo questa assicurazione, Marco riflette ancora per un po’ e va cercando qualcosa con cui mettere almeno un po’ alle strette l’angelo, ma dato che proprio nessuna obiezione gli viene in mente, finisce con il dire: «Ebbene, fai sorgere qui una casa più solida e più abitabile, vale a dire un vero albergo per forestieri e gente del luogo, con un giardino ben recintato e provvisto di ogni tipo di alberi da frutto e che non manchino i datteri; e nel giardino ci vorrebbe un pozzo ricco d’acqua pura!»

7. Dice l’angelo: «O amico mio, non ti pare che questo sia un po’ troppo in una volta?»

8. Osserva Marco: «Ah, piccolo amico mio, ecco che ci sei anche tu! Eh, sì, senza preveggenza e senza preparazione questa cosa probabilmente non sarà tanto facile da realizzarsi! Io però non intendo affatto costringerti; quello che ti è possibile produrre, producilo, e il resto di quanto ho chiesto lascialo pure andare!»

9. Dice l’angelo: «Oh, no! Anzi, tutto verrà compiuto come tu hai domandato! E nel Nome del Signore sia anche fatto tutto secondo la tua richiesta! Va’, dunque, ed ispeziona bene tutto quello che troverai di nuovo; poi ritorna qui e dimmi se ogni cosa è di tua soddisfazione; e se hai da muovere qualche critica, fallo subito, perché, vedi, adesso sono molti i cambiamenti che vi si possono ancora fare, mentre domani sarebbe troppo tardi dato che noi certamente non saremo più qui. Va’, dunque, e prendi attentamente visione di tutto!».

 

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Cap. 4

La nuova dimora di Marco, un’opera miracolosa di Raffaele.

 

1. Marco allora volse lo sguardo intorno e rimase completamente sbalordito nel vedere tutto quello che era sorto in un attimo solo. Infatti, una bellissima casa costruita in mattoni e in perfetto ordine appariva a destra della vecchia bicocca da pescatori in direzione nord-est, la quale con il fronte che dava verso sud-est arrivava fino al mare. Essa era ad un piano con un ballatoio molto comodo, tutto intorno all’edificio; a pianterreno c’erano: una grande cucina, un’ampia dispensa e ancora altre diciotto stanze, di cui cinque erano adibite ad abitazione e tredici erano spaziosi locali per la conservazione dei vari prodotti agricoli, come ad esempio tutti i tipi di depositi delle varie qualità di cereali, depositi per le carni, per la frutta, per la verdura, per i vari legumi e per i tuberi. In una stanza assai vasta c’era una vasca d’acqua in marmo bianco che aveva abbondantemente venti tese quadrate di superficie e nel suo complesso aveva normalmente una profondità di sei piedi; l’acqua però vi giungeva all’altezza di quattro piedi e mezzo soltanto, il che era comunque sufficiente per la conservazione delle migliori qualità di pesci pregiati.

2. Questa vasca all’interno della casa era provvista di acqua purissima mediante una sorgente del tutto nuova e abbondante; essa penetrava nella vasca dal di sotto attraverso delle piccole ma numerose aperture praticate in una lastra di pietra sul fondo fino a raggiungere l’altezza di cui abbiamo detto, livello al quale si trovava un tubo che scaricava in mare ma che poteva venire chiuso dall’esterno qualora si avesse voluto avere la vasca completamente piena d’acqua. Tutto intorno a questa grande vasca correva una bellissima balaustra alta due piedi e mezzo, pure di marmo bianco e traforata, e nel caso in cui la vasca si fosse trovata ricolma d’acqua, da uno dei lati si dipartiva un canaletto di scarico artisticamente lavorato che, naturalmente, passava attraverso il muro della costruzione e sboccava esso pure in mare non lontano dall’altro tubo di scarico più basso. Anche le pareti e il pavimento erano rivestiti di marmo bianco, e il soffitto di questa stanza era foderato di legno di cedro del tipo più puro e solido, in tavole perfette senza nodi e senza alcuna scheggia. La stanza stessa riceveva luce da cinque finestre con l’intelaiatura di marmo, alte cinque piedi e larghe tre. Le finestre erano munite di lastre di cristallo purissimo ed erano fatte in modo da potersi aprire e chiudere, come del resto anche tutte le altre finestre dell’edificio.

3. Il portone della casa era di un metallo che riluceva come oro, mentre le porte che davano sulle varie stanze erano tutte di finissimo cedro, lavorato finemente e con grande arte, ed erano ben provviste di chiavistelli e serrature opportunamente fissati. Il primo piano, però, era tutto, senza eccezione, rivestito di legno di cedro graziosamente lavorato a fregi, e ciascuna stanza offriva un aspetto davvero stupendo. Oltre a questo, tanto al pianterreno quanto al primo piano, ciascun locale era perfettamente ed abbondantissimamente arredato e provvisto di tutto ciò che esige un albergo di primo ordine. I granai erano ricolmi di ogni specie di cereali e le dispense erano piene zeppe di ogni possibile cosa che serva in cucina. Insomma la casa richiesta da Marco non solo appariva realizzata materialmente e del tutto solidamente secondo i piani da lui già da lungo tempo coltivati in segreto nelle sue fantasticherie, ma essa era dotata in maniera quanto mai ricca, e per vari anni, di ogni tipo di provviste commestibili e di altro genere.

4. Dietro la casa si trovavano ancora le stalle per ogni specie di animali domestici, e così pure varie capanne per custodirvi gli attrezzi da pesca. Esse erano costruite là con molto buon gusto e senso di opportunità, ed erano corredate e riccamente provviste di tutto il necessario. E tutto intorno ai nuovi edifici era sorto un giardino fittamente recintato con un’area di venti iugeri: laddove prima non c’era che una steppa sabbiosa e abbandonata, adesso fioriva il più bel giardino su un terreno fertilissimo, ricco di ogni specie più nobile di alberi fruttiferi, e fra l’altro vi era una splendida vigna che occupava un paio di iugeri di terreno, la quale esibiva i suoi magnifici grappoli succosi e già completamente maturi, né i legumi erano in minore abbondanza.

5. Nel mezzo del giardino c’era, per di più, un edificio adibito a salutari terme naturali, con un tempio in marmo. Queste terme consistevano di due piscine separate, una delle quali era destinata alla cura dei lebbrosi, nella quale affluivano delle sorgenti tiepide, sulfuree e sodiche che erano fatte pervenire a quella località, a partire dalle parti più interne della Terra, dalla potenza di Raffaele secondo la Mia Volontà. Egli scorse anche, sulla riva, un porto del tutto nuovo costruito di solida pietra squadrata, nonché cinque grosse navi dalla costruzione robustissima e provviste di vele e di remi. Esse si cullavano entro l’ampio bacino, l’accesso al quale, quantunque avesse la larghezza di sei tese, poteva venire completamente sbarrato durante la notte mediante una catena di ferro. Questo porto corrispondeva precisamente alle idee spesso accarezzate dal vecchio Marco a tale riguardo, il quale, nel prendere visione di tutto quanto era sorto in maniera prodigiosa, si fregava continuamente gli occhi, credendo sempre di dormire e di vedere tutte quelle cose semplicemente in sogno.

6. Terminata che fu l’ispezione, durata quasi un’ora, Marco ritornò quasi in preda a vertigine e disse con un tono che tradiva un immenso stupore: «Ma questa è proprio una realtà, oppure io vedo le cose come in un beatissimo sogno? Oh, no, no, non può essere una realtà, dato che già parecchie volte la mia fantasia nei momenti di ozio si era creata un albergo precisamente così; e qualche volta, nei sogni mattutini, l’ho anche visto così, e tu, o mio piccolo amico dai Cieli, hai fatto venire artificialmente il sonno su di me, ed ora io ho contemplato in sogno, ancora una volta, le mie stesse idee!»

7. Dice Raffaele: «O romano di poca fede! Se tutto ciò fosse una visione di sogno, non esisterebbe neppure più; adesso però non ti ostinerai a sostenere che forse dormi ancora e che stai sognando! Ora dì a tua moglie e ai tuoi figli che anche loro vadano a prendere visione di tutto quello che c’è di nuovo qui, e poi verranno e ti aiuteranno a liberarti dal tuo sogno!»

8. Allora Marco, voltandosi per ammirare nuovamente quella meraviglia, esclama: «No, non si tratta davvero di un sogno, anzi è una verità evidentissima! Ma resterà poi così?».

 

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Cap. 5

I figli del mondo e i figli del Signore.

 

1. Dice Raffaele: «Non ti dissi già, prima di tutto ciò, che quello che è stato costruito solidamente neppure mille anni avranno il potere di cancellarlo completamente? Soltanto le varie specie di alberi fruttiferi, di nobili arbusti e le piante in genere, come pure le cinque navi non resisteranno tanto; ma quanto invece esiste in fatto di muratura, durerà molto, anzi moltissimo tempo! Perfino dopo duemila anni se ne potrà ancora trovare qualche traccia! Però certamente nessuno penserà più che i costruttori saranno stati degli esseri ultraterreni. Anzi, già nel tempo presente, quando i tuoi vicini verranno qui e vedranno tutte queste cose, diranno che esse sono opera dei romani qui presenti, dato che molte e robuste braccia compiono anch’esse dei prodigi! Tu, però, lascia pure che la gente del mondo pensi così, perché, ammesso che in un paese anche cento volte centomila persone vivano con il modo di vita di oggi, tu ne troverai a mala pena complessivamente cinquemila disposte a crederti dopo molte e ripetute spiegazioni. Una fede cieca però non potrebbe essere di giovamento né a te, né meno ancora a noi, spiriti del Cielo! Del resto non interessa affatto che a credere siano i molti od i pochi! Infatti, il Signore è venuto al mondo per i Suoi pochi figli soltanto, e non per la gente del mondo. E così sarà anche fino alla fine di questo mondo e dei suoi tempi!

2. Quando accadrà che il Signore vorrà nuovamente rivelarsi su questa Terra, sia unicamente mediante la Parola, sia qualche volta, a momenti, anche personalmente, Egli si rivelerà sempre ed esclusivamente ai Suoi veri figli, i quali sono provenienti dall’Alto! Il mondo con i suoi figli non avrà che poco o nulla affatto da attendersi da Lui a questo riguardo! Per costoro l’eternità durerà abbastanza a lungo per farli giungere ad una qualche luce quanto mai subordinata.

3. Non credere affatto che questa luce suprema proveniente dai Cieli riuscirà mai a compenetrare tutta l’umanità vivente sulla Terra! Solamente i veri figli, sempre in piccolo numero, ne saranno provvisti in maniera pura ed abbondantissima, mentre i figli del mondo si limiteranno a trarre profitto dalla loro immondizia, per edificare dei templi e delle case per gli idoli, e per circondarle e recintarle con rigide leggi e con regole cieche e stolte, ma che perciò non saranno tali da toccare i pochi veri figli, cosa questa alla quale il Signore dedicherà sempre le Sue più fedeli cure. Per conseguenza, tra i figli del mondo non ci sarà più alcun Geremia ad intonare le sue lamentazioni! Ma ora presentati al Signore e ringraziaLo per tale dono generoso!»

4. Allora Marco si avvicina a Me con l’intenzione di rivolgerMi i suoi ringraziamenti facendo ricorso al suo frasario più scelto e forbito.

5. Però Io gli dico: «Marco, risparmia pure tanta fatica alla tua lingua, perché al Mio orecchio è già pervenuto il ringraziamento del tuo cuore, e perciò non occorre più quello della lingua. Del resto, non merita forse ciascun onesto albergatore un adeguato compenso? Ora tu pure sei un tale onesto albergatore, e ci hai servito instancabilmente nel modo migliore per quasi otto giorni; noi dunque non possiamo pretendere che tu l’abbia fatto per nulla! Questo nuovo albergo servirà ad assicurare a te e ai tuoi futuri successori un abbondante sostentamento; tu però abbi cura che il Mio Nome continui a rimanere solidamente in questo luogo, cosa che accadrà solo se rimarrà vivo presso i tuoi successori, perché, qualora il Mio Nome svanisse dai loro cuori, essi ben presto verrebbero a perdere anche tutto il resto! Chi invece avesse pur perduto tutto a questo mondo, ma avesse conservato il Mio Nome, costui non avrebbe perduto ancora nulla, anzi avrebbe guadagnato tutto. Chi invece avesse perduto fuori dal suo cuore il Mio Nome, costui avrebbe perduto tutto, proprio tutto anche se possedesse tutti i tesori della Terra!».

 

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Cap. 6

Il Signore impartisce all’albergatore Marco dei comandamenti sul comportamento.

 

1. Il Signore: «Abbi perciò cura, prima di ogni altra cosa, che il Mio Nome venga conservato nel cuore: colui al quale Questo rimane, a costui resta tutto, ma a chi Questo non rimane, è anche stato abbandonato da tutto!

2. Chi però Mi ama veramente ed ama pure il prossimo come se stesso, costui porta davvero in maniera viva il Mio Nome nel proprio cuore, e possiede in questo Nome un tesoro che tutte le eternità non potranno mai rapirgli, perché amare Dio veramente e completamente con i fatti vuol dire molto di più che non essere signore di tutti i tesori, non solo di questo mondo, ma di tutti gli altri mondi dell’intera infinità.

3. Però non basta professarMi secondo la sapienza, ma secondo il pieno amore vero nel cuore.

4. A te verranno ogni tipo di poveri per essere soccorsi; tutto ciò che avrai fatto a loro senza un compenso terreno, l’avrai fatto a Me ed il Mio Amore te ne ricompenserà.

5. Se qualche ignudo viene a te, dagli di che ricoprire il suo corpo! E a chi si presenta a te senza denaro, non negargliene qualora ne abbia bisogno per questo mondo!

6. Io vorrei certamente che gli uomini, quali fratelli e sorelle, vivessero concordi tra di loro senza bisogno di questo pericoloso e dannoso mezzo di scambio. Ma visto che essi, quali uomini del mondo, e per maggiore comodità nei loro commerci e nei loro scambi, l’hanno adottato già dai tempi antichi, non sarò Io a vietarne l’uso; tuttavia il denaro sarà apportatore di benedizione agli uomini unicamente e soltanto per mezzo del Mio Amore!

7. Non attribuirgli mai alcun altro valore all’infuori di quello del Mio Amore, e così esso ti porterà pure il Mio Amore e la Mia Benedizione. A chi ha bisogno di un denaro, dagliene due ed anche tre, e poi il Mio Amore te ne risarcirà dieci e trenta volte!

8. In poche parole, quando accadrà che tu ti accorgerai della presenza di qualche povero in qualcosa, e se tu lo aiuterai in questa stessa cosa per amore Mio e con cuore lieto, allora potrai sempre contare sulla Mia ricompensa; e certo questa non rimarrà mai a metà strada!

9. Nel caso ad esempio che da te venga, per le cure termali, una persona ricca che sia affetta da paralisi; ebbene, fatti risarcire in equa misura l’alloggio e il vitto, ma concedigli però le terme gratuitamente!

10. Ma se qualcuno invece viene alle cure termali per suo diletto, da costui fatti pagare le cure termali, l’alloggio e il vitto più cari che non da un altro. Se egli però chiede da te la verità, dagliela senza alcun compenso, perché egli è povero in questo campo!

11. E se viene un sapiente del mondo e vuole intendere la verità da te, non concedergliela gratuitamente, anzi fattela pagare un denaro per ogni parola, perché per un simile cercatore della verità questa ha valore soltanto quando egli ne sia venuto in possesso a prezzo di molto denaro!

12. Qualora sia venuto da te un povero affamato, dagli da mangiare e da bere, e non lasciarlo andar via da povero; ma se viene qualcuno a cui fa piacere sedere alla tua mensa, costui paghi quanto ha consumato, e paghi altresì quanto ha consumato un povero seduto accanto a lui!

13. Soccorri gratuitamente ogni povertà, ma fatti sempre pagare quando si tratta di semplice divertimento! Mi hai ben compreso?»

14. Risponde Marco, versando lacrime di gioia: «Sì, o Signore!»

15. Io dico: «Ebbene, ora va e mostra ai tuoi tutte quelle cose!».

16. Marco allora si recò dai suoi, che erano stupiti oltre ogni dire, e comunicò loro quanto Io gli avevo detto, e tutti poi se ne andarono frettolosi per vedere la nuova casa e, naturalmente, per esaminarla in tutti i più minuziosi particolari. La moglie e i suoi figli però, nell’ammirare tutta quella magnificenza, si sentirono vacillare per pura e semplice beatitudine, e la grande gioia tolse loro ogni possibilità di esprimere i loro sentimenti. E tutti coloro che sedevano alle mense Mi chiesero se anche loro avrebbero potuto prendere visione di quella vistosissima opera prodigiosa.

17. Io dissi: «Cari amici! Quest’opera rimarrà, e voi avrete occasione di visitarla e di ammirarla in abbondanza; Io invece non rimarrò che grazie all’amore dei vostri cuori.

18. Restate qui presso di Me finché Io sono con voi; perché Io valgo certamente di più di quell’opera prodigiosa; di simili opere sarebbe in Mio potere compierne un numero infinito in un solo istante!»

19. Dicono tutti: «Sì, sì, sì, o Signore, noi restiamo senz’altro tutti presso di Te, perché Tu solo sei di più di tutte le opere della Tua Potenza, della Tua Sapienza e della Tua Benevolenza, le quali ricolmano l’intero infinito!».

 

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Cap. 7

Del sommo sacerdote romano. Una critica del sacerdozio pagano a Roma.

 

1. Dice Cirenio: «Signore, Tu conosci bene quali sono le mie mansioni di governo, e come sono gravose e difficili! Ebbene, ormai esse mi fanno l’effetto come se non avessero alcuna importanza, e come se ogni questione potesse risolversi da se stessa anche senza di me, e che a tutto potesse venire provvisto anche senza il mio contributo! Davvero, ora io appaio dinanzi a me stesso come una quinta ruota in un carro, perché io so bene che ora a tutti i miei affari accudisci Tu, o Signore, e che nel mio governo non vi è stato finora un ordine maggiore di adesso, poiché Tu, o Signore, ti occupi di me!

2. O impero felice! Tu, Roma, patria mia, quanto puoi rallegrarti in segreto che il Signore abbia rivolto a te, in grazia, il Suo occhio e che intenda allevare dei Suoi figli anche fra le tue mura antiche, nei tuoi castelli e nelle tue case! O Signore, io te lo garantisco con la mia vita: se Tu, invece di qui fossi a Roma ed avessi compiuto un prodigio simile dinanzi ai romani, davvero non ci sarebbe un solo essere umano che non fosse pronto a tributarTi i supremi onori divini! Sennonché Tu conosci il Tuo Piano e conosci le Tue vie, e per conseguenza è certo supremamente bene così come Tu hai disposto e deciso!»

3. Intervenne allora la Mia Giara la quale fino a quel momento era rimasta zitta: «O illustre governatore, non darti pena a causa di Roma! I veri romani, quelli sì, possono ancora passare! A Roma però ci sono anche moltissimi sacerdoti degli idoli i quali sono subordinati ad un cosiddetto PONTIFEX MAXIMUS! (Pontefice Massimo![2]). Questi tengono in pugno il popolo con il loro Ade e ne controllano la coscienza con le pene del Tartaro che, a detta loro, dovrebbero essere del genere più spaventoso e di durata eterna! Guai a chi si azzardasse a toccare un simile vespaio; ben presto la sua sorte si farebbe certo assai misera! Secondo me, i vostri sacerdoti dovrebbero essere mille volte ancora peggiori dei nostri templari i quali portano Mosè e i profeti almeno sulla schiena e sul petto, quantunque per lo più soltanto esternamente! Ma i vostri non portano niente del tutto, neanche esteriormente; il movente di ogni loro dire e fare è il più nero egoismo e l’indomabile brama di dominare su tutti e su tutto.

4. E infatti due sacerdoti subordinati di Roma, i quali una volta avevano preso alloggio presso di noi, mi raccontarono che il PONTIFEX MAXIMUS è un essere tanto altolocato che perfino Giove, il quale rende visita al PONTIFEX MAXIMUS almeno una volta all’anno, certamente gli si inchina dinanzi dalle tre alle sette volte prima di osare di scambiare qualche parola con il suo supremo rappresentante sulla Terra e di sottoporgli con il massimo rispetto una qualche eventuale nuova legge ad uso del popolo mortale di questo mondo. Certo, dicevano essi, Giove non rende al PONTIFEX MAXIMUS simili onori proprio perché quest’ultimo è PONTIFEX MAXIMUS, ma unicamente a causa degli stolti mortali, affinché quest’ultimi attingano da ciò la convinzione di quanta inesprimibile sublimità e maestà sia rivestito sulla Terra l’altissimo che ha la funzione della divinità suprema.

5. Egli ha il dominio sopra tutti gli imperatori, i re, i principi, i comandanti d’esercito e sopra qualsiasi altro altissimo dignitario, poi ha tutti gli elementi in suo esclusivo potere. Quando, in segno d’ira, egli batte con il suo sacro piede il terreno, questo trema immediatamente come il fogliame tremulo del pioppo sotto la sferza dell’uragano furioso, ed i monti della Terra cominciano a vomitare fuoco appoggiando così il corrucciato PONTIFEX MAXIMUS affinché in nome di Giove egli possa saziare tanto più abbondantemente la sua sempre giusta brama di vendetta.

6. Da lui, esclusivamente, dipendono le buone e cattive annate. Se egli benedice le campagne, allora si hanno ricchissimi raccolti su tutta la Terra; se non le benedice, i raccolti si faranno assai magri, ma se poi volesse lanciare una maledizione sulla Terra, allora tutto sarebbe assolutamente finito, e sul mondo si scatenerebbero la guerra, la fame, le pestilenze, e mille altri guai inauditi ne sarebbero la conseguenza! All’infuori di Giove, tutti gli altri dèi gli devono obbedienza; in caso di rifiuto egli potrebbe bandirli dalla Terra fino a cento anni, cosa questa che però non succede mai, dato che tutti gli dèi sono troppo profondamente convinti dell’inesprimibile nobiltà del PONTIFEX MAXIMUS.

7. Conseguentemente un PONTIFEX MAXIMUS è in possesso di una triplice potestà principale. In primo luogo, è al di sopra di tutti gli dèi ad eccezione di Giove, con il quale naturalmente, in quanto a dignità, si trova su un medesimo gradino; in secondo luogo, sopra tutta la Terra e i suoi elementi, e infine sopra tutti gli uomini, gli animali, gli alberi, gli arbusti e le piante! Oltre a questo egli ha anche il dominio su tutti i pianeti e su tutte le stelle, e tiene nella sua mano le nubi, i venti, il lampo, il tuono, la pioggia, la grandine e la neve; ed il mare trema continuamente dinanzi alla sua infinita potenza!

8. E su questo tono i due sacerdoti romani mi hanno raccontato un mare di altre cose ancora sul conto del loro PONTIFEX MAXIMUS. Io ci pensai su qualche tempo, in quanto tutto ciò mi faceva l’impressione come se essi avessero voluto semplicemente prendersi gioco di me un po’ fuori luogo! Ma dovetti convincermi ben presto che quei due pazzi prendevano la cosa proprio sul serio. Quando cominciai poi ad annunciare loro quanto era a mia conoscenza riguardo all’unico vero Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe e riguardo alle Sue opere, essi iniziarono a farsi beffe di me, e mi assicurarono nella maniera più calorosa che io mi trovavo su una strada completamente sbagliata, perché essi avrebbero potuto fornirmi mille prove contro una che le cose stavano precisamente così come essi me le avevano esposte!

9. Io domandai allora se risultava loro che il PONTIFEX MAXIMUS fosse immortale o no. Uno dei due, avendo voluto parlare troppo precipitosamente, si impaperò e rispose che sotto l’aspetto terreno il PONTIFEX MAXIMUS era effettivamente mortale, ma, quando moriva, Giove lo accoglieva senz’altro nella regione più alta dell’Elisio, dove poi per la durata di cent’anni sedeva alla mensa del sommo degli dèi, e così diventava finalmente egli stesso una reale divinità nel regno degli dèi. Questa versione non fu di gradimento dell’altro sacerdote, il quale disse per correggerlo: “Ecco che hai nuovamente detto un sacco di fandonie! Da quando in qua un PONTIFEX MAXIMUS è stato mortale? Quello che hai detto di lui, non vale che per noi, sacerdoti di rango inferiore, particolarmente se non siamo riusciti ad acquistarci completamente il favore del PONTIFEX MAXIMUS, perché un PONTIFEX MAXIMUS non muore mai, né può neanche morire per la ragione che Giove lo ha reso immortale per tutti i tempi”. E sempre quest’altro sacerdote aggiunse: “Vedi, io conosco già quattro PONTIFEX MAXIMUS e di tutti e quattro nessuno è mai morto, eppure sul rispettivo trono siede sempre e soltanto un immortale, e non quattro, anche se sono tutti assolutamente immortali, visto che, come detto, un PONTIFEX MAXIMUS non può mai morire, come pure non può mai perdere il trono supremo su questa Terra!”

10. E allora io ripresi a parlare e conclusi così: “Ma ciò che dite è assolutamente impossibile; infatti, come mai quattro possono essere uno ed uno quattro? Questo sì che a me sembra un’autentica fandonia!”. E finii con il dire: “Come ragionate voi, non fate che dare evidentemente del pazzo assoluto al vostro PONTIFEX MAXIMUS; egli ad ogni modo è una persona altrettanto mortale come lo siamo noi, e la sua potenza consiste in primo luogo nelle armi dell’imperatore, poi nell’immensa cecità e stoltezza del popolo, e infine in una specie di pessimi artifici magici, perché dinanzi ad un popolo assolutamente stolto e spiritualmente cieco è quanto mai facile operare miracoli! Andatevene dunque, e risparmiatemi le vostre stupide ciance! È già più che sufficiente che siate voi i rappresentanti della più rozza stoltezza; perché dunque dovrei fare anch’io la stessa figura al vostro fianco?”.

11. A questa mia risposta i due si infuriarono contro di me, e poi trovarono da dire pure fra di loro, cominciarono a scagliarsi reciprocamente i più acerbi rimproveri e finirono con il picchiarsi e con il cacciarsi l’un l’altro fuori dalla porta; io però, mentre essi al di fuori andavano azzuffandosi come due cani, domandai loro, stando alla finestra, se quel contegno era esso pure la conseguenza di un decreto del PONTIFEX MAXIMUS con valore di prescrizione legale da parte di Giove nell’Elisio altissimo! Per fortuna i due, che erano infervorati nella rissa, non sentirono le mie parole e continuarono con sempre maggior calore a dimostrarsi pro e contro la famosa immortalità del PONTIFEX MAXIMUS, finché alcuni servitori di casa nostra non si decisero a dividerli.

12. Ed ora dimmi tu, o caro e nobile Cirenio, quale risultato avrebbe potuto ripromettersi il Signore a Roma, considerato tutto questo arcistolto fanatismo popolare, a meno di non fare piovere fuoco e zolfo dal cielo! Oh, il buon Dio sapeva senza dubbio già fin dall’eternità dove per Lui sarebbe stato meglio e più opportuno venire quaggiù e perciò Egli è sceso fra la Sua umanità di questo mondo, ed è sceso appunto qui e non altrove! Ecco, questa è più o meno la mia opinione; che cosa ne pensi invece tu? Che concetto hai tu, o può avere l’imperatore a Roma riguardo a questo infausto PONTIFEX MAXIMUS?».

 

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Cap. 8

Le condizioni religiose a Roma al tempo di Gesù.

 

1. Risponde Cirenio: «O figlioletta mia, tu hai perfettamente ragione; a Roma, naturalmente soltanto nei riguardi del popolo, rispetto al PONTIFEX MAXIMUS le cose stanno generalmente così, né per il momento si può fare altrimenti! Però io posso con tutta certezza anche darti l’assicurazione che soltanto il popolo della classe più bassa e ignorante presta ancora mezza fede a questo; invece la parte migliore del popolo non crede assolutamente più a simili cose, e per conseguenza noi romani possiamo ancora fare qualcosa.

2. Non c’è dubbio che nel diffondere queste purissime verità divine sarà un giorno necessario affrontare più di una spiacevole lotta a causa del popolo, ma d’altro canto non mancheranno seguaci della nuova fede di tempra veramente romana, i quali, per questa stessa fede, offriranno con entusiasmo beni, sangue e vita. Infatti, non è così facile trovare sulla Terra un popolo che tema tanto poco la morte quanto appunto quello romano; qualora un romano genuino abbia abbracciato con tutta convinzione un’idea, egli è sempre pronto a rischiare la sua vita per essa! Una cosa di questa specie non la fa un altro popolo; di ciò puoi stare più che sicura!

3. I nostri sacerdoti costituiscono appunto la quinta ruota del carro, e le loro feste popolari e i loro sermoni non servono ormai ad altro che a divertire il popolo; dunque, anche se esistono simili costumi, non c’è più nessuno che ci faccia caso. Quanto al resto ci pensa la nostra giurisprudenza che abbraccia ogni campo, la quale è un estratto delle dottrine dei migliori e più saggi filosofi che mai siano vissuti in qualche parte di questa Terra.

4. Il PONTIFEX MAXIMUS viene mantenuto come figura di facciata dallo Stato a causa del popolo; infatti, la sua sfera d’influenza, in cui una volta si poteva muovere liberamente, ora è stata fortemente limitata. È vero che in altri tempi, circa due secoli fa, le cose per il PONTIFEX MAXIMUS andavano che era una meraviglia; infatti, in quel tempo il PONTIFEX MAXIMUS era senz’altro una specie di divinità fra gli uomini! Egli del resto era sempre una persona dalle conoscenze molto ricche e vaste, e tale doveva anche essere, altrimenti non avrebbe potuto arrivare così facilmente ad una carica tanto elevata. Egli doveva essere versatissimo nei misteri dell’Egitto e doveva conoscere alla perfezione tutti gli oracoli ed i loro segreti; oltre a questo doveva essere ben addentro nelle manipolazioni dell’arte magica, conoscenza questa della quale prima doveva sempre fornire la prova sottoponendosi ad un rigorosissimo esame dinanzi ai patrizi più anziani di Roma, costituiti in collegio strettamente segreto. Dopo aver dimostrato di possedere tutte queste qualifiche, soltanto allora gli veniva conferito il pontificato con tutti i suoi diritti, i suoi vantaggi e i suoi svantaggi.

5. Giunto a questo punto, egli poteva certamente intraprendere più di una cosa al cospetto del popolo; però, in segreto, non doveva dimenticare il rispetto dovuto al patriziato, ed era tenuto a fare come questo richiedeva da lui. Se i patrizi volevano la guerra, egli doveva sempre manipolare ogni sua manifestazione nel campo profetico in modo tale che il popolo ne vedesse la necessità come una conseguenza della volontà degli dèi; sennonché in questo caso non erano altri se non i patrizi, e con loro i primi e più colti cittadini, gli artisti e i poeti, i quali anzitutto partivano dall’idea che soltanto alla fantasia degli uomini bisognava imprimere una direzione ben precisa, sia pure verso un campo assai vasto, per preservarli dalle aberrazioni più vergognose!

6. Infatti, ciascun individuo ha una propria fantasia naturale, la quale, se viene trascurata, può indurre la più nobile figura umana a farsi simile ad una bestia feroce; se invece la sua fantasia viene debitamente frenata, ordinata ed avviata verso forme più nobili, allora essa stessa comincerà anche a creare forme più nobili, e trapasserà a pensieri e ad aspirazioni interiori, ed animerà la volontà per operare il meglio delle sue creazioni interiori.

7. E così l’intera dottrina degli dèi è stata ideata soltanto come una formazione fantastica sempre più ordinata per avere funzione regolatrice della comune fantasia umana, ed è stata attuata praticamente e visibilmente e, per quanto possibile, con ogni mezzo umano. Ma allora per noi, savi patrizi colti, sorse di per sé, come è facile da comprendere, la necessità di dover apparire come volevamo che fosse il popolo.

8. Però, come stavano allora le cose così stanno ancora oggi, con la sola differenza che attualmente anche il proletariato è già iniziato in molte cose che prima erano conosciute soltanto a noi patrizi, e ormai sono pochissimi coloro che credono ancora a qualcosa di quanto ha relazione con il pontificato. La maggioranza crede certo ad un qualche Essere divino superiore; ci sono poi molti che non credono più a niente, mentre la parte più colta è costituita da platonici, socratici e molto spesso da aristotelici.

9. Però, quei sacerdoti che ti hanno dato le informazioni sul conto del PONTIFEX MAXIMUS spesso sono in parte, nella loro specie, davvero tanto stolti che credono realmente, parola per parola, a tutto quello che viene loro dato ad intendere. Ma non di rado si tratta invece di raffinati volponi che di fronte al popolo fanno un chiasso indiavolato e, a sentir loro, parrebbe come se essi fossero a tu per tu con gli dèi e che giornalmente facessero con loro la partita a scacchi secondo l’uso persiano! Ma in loro stessi non credono invece a niente, ad eccezione delle massime di Epicuro che suonano all’incirca così: “EDE, BIBE, LUDE! POST MORTEM NULLA VOLUPTAS; MORS ENIM EST RERUM LINEA” (Mangia, bevi, gioca! Dopo la morte non c’è divertimento; la morte è la fine delle cose!).

10. Se tu dunque, o mia dilettissima Giara, che per la tua età sei meravigliosamente saggia, volessi farti un’opinione di noi basandola sull’impressione che ti hanno fatto i due sottosacerdoti, in verità ci faresti un grande torto! Infatti, noi romani siamo precisamente così come ti ho esposto adesso; ogni altra versione non può essere che il parto della fantasia di un qualche profano che conosce le condizioni di Roma altrettanto poco quanto le conoscevi tu fino a questo momento, condizioni che invece sono proprio tali quali io, che sono un co-reggente di Roma, te le ho rivelate ora. Ma dato che tu queste cose ora le conosci, bisogna pure che modifichi la tua opinione riguardo a noi romani e che ci giudichi e che ci tratti con un po’ più di indulgenza! Che ne dici? La mia richiesta è equa sì o no?»

 

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Cap. 9

La predizione del Signore sul destino di Roma e di Gerusalemme.

 

1. Risponde Giara: «Questo si intende naturalmente da sé! Se le cose stanno evidentemente così come tu me le hai esposte ora con tutta schiettezza, non mi resta assolutamente più da muovervi alcuna obiezione. In fondo, se la vostra volontà è buona, nemmeno i risultati del vostro agire conformemente a tale volontà possono essere cattivi, neanche quando essi non appaiono vantaggiosi agli occhi del mondo. Io mi lascio ingannare pochissimo dalle apparenze; sennonché io vedo pure che per parte di natura si può arrivare molto prima sia ad una qualche buona e onesta volontà che, in qualche modo, alla verità purissima, la quale soltanto attraverso la buona volontà stessa diventa vera luce di vita efficacissima. Ora, secondo quanto tu hai esposto, il buon volere l’avete avuto sempre ed invariabilmente, in generale; e i singoli momenti perturbatori hanno avuto poco potere, o addirittura nessuno, di mutare la situazione in qualche maniera.

2. Ma adesso, in aggiunta alla vostra buona volontà, vi viene ancora concessa la Luce purissima dell’eterna verità, per mezzo della quale la vostra volontà, già in origine buona, non può non venire illuminata riguardo alle giuste vie ed i veri mezzi con cui giungere certamente ai risultati migliori, ed in queste condizioni è evidente che da voi è lecito attendersi solo le cose migliori! O Signore, benedici Tu queste mie semplici parole affinché esse rimangano per tutti i tempi una verità permanente!»

3. Io dico allora: «Sì, o Giara, Mia dilettissima, le tue parole saranno certamente benedette, essendo veramente belle e colme di verità!

4. Roma dovrà restare per lungo tempo il luogo di dimora della Mia Dottrina e della Mia Grazia speciale, e questa grande città imperiale dovrà raggiungere un’età nel mondo alla quale soltanto poche città egiziane arriveranno, ed anche queste saranno in condizioni di conservazione meno buone di Roma. I nemici esterni non potranno mai arrecare gravi danni a questa città, e quando anche in essa vi saranno dei danni, essi andranno attribuiti unicamente al tempo ed ai pochi nemici interni!

5. Purtroppo, in avvenire anche in questa città dominante accadrà che la Mia Dottrina trapasserà ad una specie di idolatria; e ciononostante la Mia Parola e comunque il senso migliore dei costumi della vita vi si manterranno in generale.

6. In tempi proprio molto lontani anche lo Spirito di questa Mia Dottrina si farà molto debole; e l’umanità si troverà soltanto a dover mordere la buccia più esteriore, e riterrà che quest’ultima sia il pane spirituale della vita. Sennonché allora saprò ben Io escogitare i giusti mezzi per ricondurla gradatamente sulla retta via; e per quanta fornicazione e per quanto adulterio verranno trovati fra le sue mura, a tempo opportuno Io saprò purificarla di nuovo!

7. Del resto essa rimarrà sempre un’annunciatrice dell’amore, dell’umiltà e della pazienza, per la qual cosa molto le verrà perdonato in ogni tempo mediante i discepoli, ed i grandi della Terra le si schiereranno ripetutamente intorno per sentire dalla sua bocca le parole della loro salvezza.

8. Ma in generale su questa Terra nulla si manterrà mai proprio del tutto puro per un tempo assai lungo; e per conseguenza neanche la Mia Parola. Però ad ogni modo a Roma la Mia Parola si conserverà, come una reliquia storica, più pura che non altrove e questo per gli scopi della vita!

9. Questa assicurazione ora Io la do qui a te, o Cirenio, amico Mio carissimo, e questa sia nello stesso tempo una vera e piena benedizione delle parole quanto mai belle e veritiere della nostra dilettissima Giara!

10. Un millennio dopo l’altro ti dimostrerà e dirà che questa Mia enunciazione rispetto alla durata e alla dignità di Roma troverà pieno adempimento!

11. Gerusalemme invece verrà distrutta in modo tale che già entro non molto tempo, a calcolare da questo attuale, nessuno saprà più dove essa esisteva un tempo. L’umanità futura edificherà pure in questi paraggi un’altra piccola città che porterà lo stesso nome, ma l’aspetto e il luogo non saranno più quelli, e perfino questa piccola cittadella dovrà attendersi molti mali da parte di nemici esterni, e resterà in perpetuo minima e insignificante e sarà un covo di gentaglia d’ogni risma la quale trarrà una misera esistenza dal muschio crescente sulle rocce che già ora sono in quel posto.

12. Oh, certo era Mia intenzione fare dell’antica città di Dio la prima città della Terra, ma essa non Mi ha riconosciuto e Mi ha accolto come si accoglie un ladro ed un assassino! Ed anche perciò essa decadrà per sempre, e non risorgerà mai più dalle rovine della ben meritata maledizione antica; maledizione che essa stessa si è preparata e che ha proferito con la sua stessa bocca! Ed ora dimmi, o Mia dilettissima Giara, sei soddisfatta di questa Mia Benedizione?»

13. E Giara, commossa fino alle lacrime, risponde: «O Signore, o unico amore mio! E chi mai potrebbe non essere contento di quello che Tu, o Signore, vai pronunciando, e particolarmente poi di una simile grande promessa che si estende ad epoche tanto lontane? Anche il mio nobile e caro Cirenio mi sembra che ne sia rimasto altamente soddisfatto, e non meno di lui lo è pure Cornelio, e Fausto, e qui il nostro Giulio. Se poi coloro, tra i figli di Gerusalemme, che siedono in questo momento anche ad altre mense intorno a noi, e sono parecchi, saranno altrettanto contenti delle Tue promesse rispetto a Gerusalemme, ebbene, questa mi sembra che sia una questione del tutto differente, perché dalle loro facce non traspare quella letizia che si può invece leggere sulle facce dei romani»

14. Dopo questa osservazione perfettamente giusta, alcuni che erano di Gerusalemme si alzarono e dissero: «Non si dovrebbe certo augurare la rovina alla propria patria, a meno che essa non fosse diventata un ricettacolo di ladri e di birbanti, ma, se è accaduto, conviene che neppure essa venga risparmiata! I posteri - senza paura di commettere un peccato - hanno il diritto di distruggerla con le proprie mani sopra i capi degli scellerati che ancora vi dimorano, e di cancellarne ogni traccia per sempre.

15. Ma se Gerusalemme, secondo quanto ci è precisamente noto, oggigiorno non è altro che un perfetto covo di assassini, perché noi dovremmo rattristarci se il Signore ha deliberato di dare a questo perfido covo, come certo anche darà, la ricompensa da lungo tempo meritata? Il lato veramente triste della cosa sta nel fatto che questa città, cui venne conferita tanta Grazia da parte di Dio, nonostante tutte le ammonizioni sia arrivata per la terza volta al punto di dover venire punita nel modo il più rigoroso per la stessa mano di Dio! Ma la Sua ben nota Tolleranza e la Sua Pazienza sono una prova sicurissima di quanto una simile città si sia resa senza dubbio meritevole del più aspro castigo, e per conseguenza essa non è davvero da compiangere minimamente, né è degna di cordoglio!

16. “VOLENTI NON FIT INIURIA!” (Per chi è consenziente non è un’offesa! – cioè – Chi è causa del suo male, pianga se stesso!). Se qualcuno, pur essendo giorno chiarissimo, vuole gettarsi da se stesso in una fossa, si troverà forse qualcuno disposto a versare lacrime sulla sua sorte? Certo noi non saremo tra questi tali. Per gli autentici asini e per i buoi stupidissimi non abbiamo mai sentito misericordia, specialmente qualora abbiano voluto brillare dinanzi a tutto il mondo come i più alti rappresentanti della sapienza! Ed ancora e specialmente loro sono tanto meno degni di misericordia, in quanto la loro pretesa altissima sapienza, che in fondo non è che la più rozza asinaggine, ha sempre voluto farsi valere nella pratica unicamente sotto la forma di svariatissime perfidie e della scaltrezza più raffinata.

17. Certamente, è senz’altro giusto che pure un’anima umana inferma sia più degna di pietà del corpo infermo di una persona ammalata. Ma se succede che ad un uomo ammalato, ed ancora nel pieno possesso della propria ragione, si presenti un medico espertissimo e di indiscussa fama il quale, resosi conto della specie del male, potrebbe ed anche vorrebbe certissimamente aiutare l’ammalato, ma l’ammalato, invece di accogliere con tutta gioia il consiglio salutare del medico, lo fa gettare fuori dalla porta mediante i suoi servitori, ebbene, - domandiamo noi - chi mai potrà provare ancora un senso di pietà per una simile anima ammalata? Noi no di certo, ma sicuramente neanche nessun altro dopo di noi! Che un simile animale d’uomo venga pure colpito dalla malattia più atroce e terribile; solo in seguito alle proprie sofferenze riconoscerà in che modo stolto egli avrà agito facendo gettare fuori dalla propria casa il più abile fra i medici!

18. La stoltezza di per sé merita compassione, perché uno stolto non ha colpa setale è rimasto già dalla culla; sennonché esiste un’altra razza di uomini - costituita dalla maggioranza degli alti sacerdoti, dei farisei e degli scribi - che non sono stolti, ma fingono di esserlo per poter servirsi, con facilità tanto maggiore, ai loro fini ignominiosi ed egoistici della misera umanità da loro stessi resa stolta! Questi tali non sono delle anime ammalate, ma sono invece dei lupi sani e vigorosi travestiti da pecore, e non meritano altro che di venire fatti bersaglio degli strali più acuti perché in un caso simile qualsiasi pietà sarebbe una rozza stoltezza da parte di un qualche cuore umano.

19. A chi mai, su tutto il mondo intero, potrebbe venire in mente di rimpiangere che la notte venga annientata dal Sole nascente? O quale sarà il pazzo che si vorrà rattristare per un noioso inverno che ha fatto posto alla primavera, o per un furioso uragano che è cessato, oppure per una pestilenza scomparsa, o per delle annate cattive che non si rinnovano più? Ma noi crediamo perciò che sarebbe una stoltezza ancora molto maggiore rattristarci mentre il Signore è intenzionato a concederci quanto prima la massima fra le Sue grazie. Certamente, è infinitamente doloroso che Gerusalemme non voglia riconoscere ed accogliere la più vivida luce dello spirito, perché questo non vuol dire altro se non di avere incorporato in se stessi il Satana del mondo! Ma stando così le cose, piova pure fuoco e zolfo dal cielo! Sodoma e Gomorra già da lungo tempo riposano in fondo al Mar Morto; ed ora, chi mai vorrà compiangere quegli scellerati? Così neppure Gerusalemme sarà compianta!

20. E tu, o soavissima Giara, nell’esprimere la tua opinione a nostro riguardo ti sei alquanto ingannata anche qui! Vedi, l’apparenza non sempre è un riflesso della verità, e talvolta essa ci induce in errore! Non pensi pure tu che le cose stanno così e che probabilmente staranno così per sempre? Ci dai ragione o torto?»

21. Esclama Giara: «Ma Signore, o amore mio, perché mi deve dunque accadere che non sono capace di giudicare mai rettamente gli uomini, e invece solo falsamente? Questa è una cosa che mi fa davvero rabbia! Prima mi è toccato un rimprovero, certamente dolce, da parte di Cirenio; ora però il rimprovero mi viene da più parti! Essi hanno tutti ragione, mentre io sola evidentemente ho torto, perché secondo verità la ragione è dalla loro e non dalla mia. O Signore! Concedimi un po’ più di accortezza affinché non debba trovarmi sempre male dopo aver espresso un giudizio!».

 

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Cap. 10

Un Vangelo per il sesso femminile.

 

1. Dico Io: «Calma, calma, Mia cara figlioletta! Basta solo che tu sia un po’ più riservata e che non sia impertinente di fronte ad uomini con molta esperienza; oltre a ciò non devi mai farti subito un giudizio basandoti sull’esteriorità delle cose, ma dovrai sempre attendere quello che prima diranno gli uomini esperti del mondo riguardo all’una o all’altra esperienza!

2. Solo quando qualcuno sia caduto in qualche modo in errore, allora è il momento di fargli presente, molto teneramente e dolcemente, come e dove egli non abbia colto propriamente nel segno, ma non certo prima!

3. Infatti non sarebbe affatto bello che delle fanciulle fossero le prime a far conoscere la verità a degli uomini esperti; solamente qualora gli uomini deviino dal retto sentiero e si comportino in maniera non saggia, allora certo è venuto il momento buono per la donna di avvicinarsi molto teneramente e dolcemente all’uomo e dirgli: “Amico mio, fa’ bene attenzione, perché ti sei messo su una strada che non è la giusta, perché la cosa sta così e così!”. E l’osservazione sarà accolta con gioia dall’uomo, ed egli si atterrà volentieri a quello che la voce soave, tenera e dolce gli avrà suggerito.

4. Parlare in modo impertinente, invece, non approda a nulla, e rende facilmente l’uomo contrariato e infastidito, e allora spesso egli non presta affatto attenzione alla voce bella e dolce di una donna per quanto abile lei sia.

5. Vedi, questo pure è un Vangelo, però soltanto per il tuo sesso! E la donna che lo osserverà avrà sempre del bene su questa Terra; ma colei che non osserverà questo Vangelo, dovrà ascrivere a se stessa se non sarà stimata dagli uomini.

6. Una vera donna è un simbolo del più alto dei Cieli, mentre una donna falsa, cocciuta e dominatrice appare fatta ad immagine di Satana, che già corrisponde al più tenebroso e profondo inferno.

7. Inoltre a una vera donna non è proprio mai lecito adirarsi del tutto con un uomo, perché nell’essere femminile deve certo predominare la massima pazienza, dolcezza e umiltà. È proprio in lei che l’uomo deve trovare la vera quiete del suo animo sconvolto dalle passioni, e diventare egli stesso dolce e paziente! Ma se invece la donna, alla fine, comincia a sbraitare dinanzi all’uomo, che cosa dovrà fare un uomo il cui stato d’animo è, senza dubbio, sempre più tempestoso che non pacifico?

8. Perciò non essere dunque impertinente, Mia figlioletta che Mi sei carissima per tutti i tuoi altri aspetti, altrimenti ti troveresti ancora più spesso nella situazione di doverti arrabbiare se qualcuno ti rimprovera nuovamente! Mi hai ben compreso?»

9. Risponde Giara: «Oh, certo che Ti ho compreso; però nel mio cuore mi dolgo di essere stata sciocca e impertinente! Erano già passate parecchie ore che me ne stavo zitta, ed era bene che fosse così; ma ora mi aveva preso la voglia di dire anch’io qualcosa, mentre sarebbe stato meglio che avessi continuato a tacere. Però, d’ora in poi, io imporrò alla mia lingua una giornata di quiete come non l’ha avuta ancora un’altra lingua in una bocca di donna!»

10. Dico Io: «Questo, Mia cara figlioletta, non è proprio così strettamente necessario; basterà che tu mantenga il silenzio finché non ti venga richiesto di parlare! Infatti, se ti venisse chiesto di parlare e tu invece tacessi, allora l’uomo reputerebbe ciò una grandissima cocciutaggine, una cattiveria e un’astuzia, ed allontanerebbe il suo cuore da te.

11. Dunque, parlare a tempo debito e tacere a tempo debito, però sempre piena di dolcezza, amore e sottomissione; cose queste che costituiscono il più bell’ornamento di una donna e che sono come una fiammella vitale deliziosissima e perfettamente adatta a vivificare il cuore di ogni uomo rendendolo subito tenero e compassionevole!

12. Nelle giovinette però si riscontra un vizio che non di rado si accentua molto aspramente e che si chiama vanità; ora questa non è altro se non una semente molto vigorosa della superbia. Se una giovinetta lascia che tale semente germogli in lei, allora ha già perso la propria femminilità celestiale e si è molto accostata alla figura di Satana. Una giovinetta vanitosa è a mala pena degna di essere derisa, ma una donna superba e orgogliosa è una carogna fra gli esseri umani, ed è perciò, a buon diritto, profondamente disprezzata da chiunque.

13. Dunque, figlioletta Mia, vedi di reprimere sempre in te anche la minima tendenza alla vanità e più ancora alla superbia e all’orgoglio, e così fra molte donne tu risplenderai come una bellissima stella nell’alto firmamento! Hai afferrato e compreso bene il senso di tutte queste parole?»

14. Dice Giara: «Oh, certo! Ma Tu non t’inquietare con me perché veramente mi sono dimostrata molto sciocca!»

15. Dico Io: «Non darti alcun affanno a causa di ciò. Ma adesso ecco che arriva Marco di ritorno con i suoi, così sentiremo anche quello che avranno da raccontare a tutti noi!».

16. Giara si dimostra soddisfatta e, mentre in particolare essa si dà a meditare profondamente sulla vanità, ecco Marco che ritorna da Me con tutta la sua famiglia, e sua moglie ed i suoi figli incominciano ad intonare un coro di lodi e a rivolgerMi calorosissime parole di lode e di glorificazione.

17. Io do loro la Mia Benedizione, li invito ad alzarsi da terra e dico loro: «Voi sapete in che cosa consiste quella cosa grazie alla quale voi potrete per sempre assicurarvi il Mio compiacimento, come pure il Mio aiuto, quando poteste averne una qualche particolare necessità; e lo sa specialmente Marco il quale in seguito vi istruirà in ogni cosa.

18. Ma siccome voi, durante tutto questo tempo, non evitando proprio nessuna fatica, vi siete tanto presi a cuore il Mio benessere materiale e quello dei Miei discepoli, Io ho voluto ricambiare le vostre zelanti cure facendovi dono di tutto quello che avete visto, ed ho disposto tutto in modo tale che possa servire per il vostro grande vantaggio tanto temporale, quanto anche per l’eternità. Ma ora fatevi mostrare da Raffaele come deve venire adoperata ogni cosa, perché accanto ad un simile possesso è pure doveroso avere la scienza per amministrarlo e metterlo a profitto nella maniera più opportuna!»

19. Allora Io chiamo Raffaele e gli dico: «Va con loro, e mostra come si deve usare ogni cosa in conformità all’ordine; e ai due figli fa vedere anche come vanno governate le cinque navi a vela, e come con esse può venire tratto vantaggio da ogni vento! Così essi diventeranno anche i primi e più provetti marinai di tutto questo mare, e secondo i loro metodi verranno poi ben presto attrezzate e governate tutte le navi anche sul grande mare; cosa questa che riuscirà utile pure ai romani». Dopo di che tutto ebbe rapidamente esecuzione conformemente all’incarico dato all’angelo.

20. E, rivoltoMi poi a Cirenio, dissi anche a lui: «Tu pure manda in loro compagnia alcuni fra i più intelligenti dei tuoi servitori affinché anche loro imparino qualcosa per le loro necessità su questo mondo! Infatti, Io voglio che tutti coloro che Mi seguono siano saggi e capaci in ogni cosa». Allora Cirenio seguì immediatamente il Mio consiglio e scelse alcuni fra i suoi servitori perché si unissero alla compagnia, e disse anche a Giosoe di andare con gli altri, in quanto il ragazzo aveva una grande predilezione per ogni cosa che avesse attinenza con la navigazione.

 

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Cap. 11

Le opinioni dei nubiani riguardo all’operare miracoli.

 

1. Quando tale questione fu regolata, Mi venne vicino l’Oubratouvishar il quale si espresse così: «Tu solo sei onnipotente, e onnipotente oltre ogni dire! Ecco, io, i miei fratelli, e le mie sorelle abbiamo ormai visto la salvezza di ciascun uomo che abbia il cuore onesto e sia animato da buona volontà: di coloro cioè che hanno cura di coltivare il cuore e l’animo, e che non si affannano anzitempo riguardo alla cultura dell’intelletto il quale non dovrebbe veramente essere altro che un braccio abile al servizio del cuore. Questa è, e resta, l’unica via giusta che conduce alla vera vita e alla sua salvezza, cosa questa che noi, mori, vediamo e comprendiamo benissimo come un uomo che è desto.

2. Sennonché, malgrado tutta la nostra maturità di vita e la nostra perspicacia, questo prodigio tiene occupate le nostre menti assai affannosamente, e per questo è sorta fra noi una divergenza di vedute, dato che alcuni sono del parere che un prodigio di questa specie dovrebbe poter venire compiuto anche da un uomo fattosi del tutto perfetto grazie al Tuo Spirito, altri invece propendono per l’opinione che un fatto simile è eternamente possibile soltanto a Dio, perché, per ottenere effetti di tal genere, si richiede un atto della onnipotente Volontà divina, Volontà che nessuno spirito creato potrebbe mai possedere in eterno, dato che egli non è uno spirito infinito, ma solo uno spirito supremamente limitato.

3. Questi inoltre dicono e ritengono che questo sia una cosa che si può osservare già nelle creature di questa Terra. Quanto più si fanno grandi, tanta maggior forza e potenza manifestano, mentre quanto più piccole sono, tanto minore è anche la loro forza. Da noi si racconta che una volta esisteva una razza di elefanti giganteschi, al paragone dei quali gli esemplari viventi oggigiorno sulla Terra non sarebbero che delle scimmiette. Questi animali dovrebbero aver posseduto una forza tale da potere molto facilmente sradicare gli alberi più robusti con la loro proboscide; ma se dunque già su questa Terra quanto più grande è una creatura, con tanta maggior forza si presenta, allora quanto maggior divario non dovrebbe mai esservi poi fra gli spiriti che sono la condizione fondamentale della forza nelle varie creature! Dunque quello che è possibile a Te, quale Spirito originario ed eterno perché Tu solo sei di una Grandezza infinita, non dovrebbe essere possibile a nessuno spirito creato e finito, come - ad esempio - il fare sorgere qui fuori dal nulla un simile edificio, un simile giardino e delle navi magnifiche di questa specie!

4. Io stesso mi trovo alquanto incerto nella mia opinione, poiché io dissi loro, condividendo il parere dei primi: “Compiere in un istante un’opera che anche gli uomini potrebbero eseguire, sia pure dedicandovi soltanto molto tempo e molta fatica, dovrebbe essere per Dio evidentemente più facile che non compiere un’altra opera che agli uomini resterà, e deve restare, per sempre impossibile”

5. Così gli uomini hanno la possibilità, impiegandovi un tempo proporzionato, di costruire degli edifici immensi e meravigliosi; ma invece tutti gli uomini di questa Terra, presi assieme, non sono affatto in grado di creare nemmeno una umile pianticella di muschio, atta a crescere, a fiorire e a produrre un seme perfettamente capace di riprodurre a sua volta la pianta, e per non parlare poi di un qualche albero fruttifero o addirittura di un animale che possa muoversi liberamente, cercare il proprio nutrimento e generare il proprio simile.

6. Il produrre dal nulla cose di questo genere unicamente grazie alla Volontà onnipotente, è da ritenersi che riuscirà sempre immensamente difficile ad un essere umano, per quanto perfetto possa essere, dato che per ottenere un simile effetto si richiede ben più della forza limitata di uno spirito umano che sia finito in rapporto al tempo quanto allo spazio. Trattandosi invece di cose che egli, anche se faticosamente, ebbe già a creare nella loro limitatezza, dovrebbe essere quasi logicamente possibile ad uno spirito umano completamente perfetto di chiamarle all’esistenza in un momento solo. Bisognerebbe poi solamente vedere se l’opera potrebbe avere carattere permanente, o se nel tempo dovrebbe restare limitata a pochi istanti, agli scopi di un’apparizione intesa a fornire una giusta luce ai ciechi, e ciò senza alcuna mira egoistica, ma unicamente per glorificare il Tuo Nome!

7. O Signore, non vorresti farmi sentire qual è precisamente il Tuo giudizio a tale riguardo, in modo che io possa conoscere se la ragione sta dalla parte mia oppure da quella degli altri? Io non avrei certo osato annoiarTi con questa mia domanda se non mi fossi accorto che a Te, naturalmente per Tua propria e assoluta Volontà, è ora concesso un breve periodo di riposo! Se quindi dare una risposta e proferire una sentenza valida in eterno circa il quesito da me proposto concordassero con la Tua santa Volontà, questo sarebbe per noi tutti una grazia immensa, per la quale non potremmo mai ringraziarTi abbastanza».

 

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Cap. 12

Sulla prepotenza.

 

1. Dico Io: «Eh, o Mio carissimo amico, non posso nasconderti che per Me sarà estremamente difficile dare ragione a te ed anche ai tuoi compagni che la pensano differentemente da te! E infatti, immaginati una pertica che sia infissa nel terreno in maniera poco salda, e che per conseguenza, per potercela far stare in modo che vacilli meno, debba venire cacciata più profondamente nel terreno a suon di colpi di martello. Ora ecco presentarsi due carpentieri non troppo abili e ancora molto inesperti nella loro arte, uno dei quali, che si considera più capace dell’altro, dice: “O fratello mio, noi siamo pari per quanto concerne la nostra arte, ma dà pure a me il martello affinché io dia il primo colpo sulla testata della pertica, dato che sono specialista nel colpire proprio nel segno”. “D’accordo”, osserva l’altro, “fa dunque vedere qual è il tuo sistema per colpire addirittura nel segno!”. Allora il primo prende in mano il martello e con questo vibra un colpo poderoso! Ma il martello va invece solo a sinistra e sfiora la testa della pertica, con la conseguenza che la pertica stessa non acquista affatto maggiore solidità. Allora il suo collega scoppia in una risata e dice: “Dà qui di nuovo il martello, perché battendo la testa della pertica come hai fatto tu, questa non si conficcherà mai dentro la cara madre terra in maniera più solida di prima”. Dice poi quello che aveva colpito per primo: “Eccoti il martello e prova anche tu”. L’altro allora vibra un colpo ancora più violento, ma non riesce a prendere in pieno la testa della pertica, ed invece non fa che sfiorarla dalla parte destra! Ne deriva poi un contrasto fra i due, dato che ciascuno dei due vorrebbe vantarsi di aver menato il colpo più preciso. Allora cominciano a litigare per stabilire chi ha vibrato il colpo migliore. Ma che i due in simili condizioni non possano mettersi facilmente d’accordo è più che comprensibile, perché laddove due cominciano a contendere, il litigio non cessa fino a quando non sopraggiunga uno che sia più forte e più abile ed in grado di dimostrare ai due litiganti come si debba fare per colpire proprio in pieno la testa della pertica. Dopo, naturalmente, la cosa riesce anche ai due; ma senza l’intervento del terzo essi non avrebbero fatto che disputare ancora per qualche tempo e sostenere l’uno che il colpo migliore era stato quello vibrato a sinistra, mentre l’altro a sostenere che il migliore era stato quello vibrato a destra.

2. Ora vedi, le cose stanno precisamente così rispetto anche al vostro litigio, ed Io dovrò finire con l’assumere la parte del terzo per porre termine alla vostra disputa di sapienza, mostrandovi come si fa a colpire veramente nel segno, altrimenti ci sarebbe il pericolo che alle lunghe il litigio degenerasse dalle parole ad una rissa sanguinosa, e tutto ciò semplicemente per decidere se il colpo sbagliato a sinistra sia stato migliore dell’altro, pure sbagliato, ma vibrato a destra!

3. Dunque, riguardo al prodigio compiuto, e al fatto se esso potesse venir compiuto anche da un uomo spiritualmente del tutto perfetto, a tale riguardo né tu, né i tuoi compagni avete trovato la verità, bensì l’avete solo sfiorata l’uno a sinistra e gli altri a destra!

4. Ora, il fatto che Io colpirò proprio nel segno è cosa più che certa; prima però che Io vibri per voi il colpo sicurissimo, bisogna che tu vada di nuovo dai tuoi compagni e che dica loro come né il partito che tiene per il colpo vibrato a sinistra, né quello che propende per l’efficacia del colpo vibrato a destra è dalla parte della ragione, e che la verità ciascun partito l’ha appena sfiorata. Conviene anzitutto che vi mettiate d’accordo su questo punto: voi di questa questione non ne sapete e non ne comprendete assolutamente nulla. Soltanto dopo ritorna qui, ed allora Io ti esporrò ciò che è vero e ciò che è equo sapere e pensare riguardo a questo argomento!”

5. Udito questo, il capo dei mori se ne va sollecito dai suoi compagni e riferisce loro quanto ha appreso da Me. Questi però dissero molto saggiamente. “È stato molto buono ed opportuno che finalmente il Signore in Persona ci abbia dato una simile notizia, perché questa non ha valore soltanto per il presente, ma pure anche per tutti i tempi futuri. Quante volte ci è capitato di giudicare una cosa uno in una maniera ed un secondo in un’altra ed un terzo in maniera ancora differente dalle prime due! Ma chi dei tre ha colpito proprio nel segno secondo piena verità? Sicuramente nessuno ha colpito nel segno; al massimo qualcuno l’avrà colpito di striscio! La cosa è sempre andata a finire con la convocazione del consiglio del popolo ed una votazione: la maggioranza di voti decideva chi avesse avuto ragione nel giudicare una cosa o un fatto; e spesso è accaduto che, a votazione finita, si è constatato che era stata riconosciuta la ragione appunto a colui che più degli altri aveva vibrato il colpo lontano dalla pertica. Se già allora qualcuno ci avesse dato un tale cenno sapientissimo, quante dispute e litigi inutili ci saremmo risparmiati! Invece non avevamo un ammaestramento sacro di questa specie e per conseguenza continuavamo a disputare e a contendere per la sola ed unica ragione che ciascuno voleva essere il più sapiente di tutti.

6. Sennonché la cosa ha avuto anche il suo lato buono, perché questo eterno disputare ha contribuito sempre più ad accrescere in noi la sete di pura verità. Senza questa sete non avremmo certamente mai eletto te, o Oubratouvishar, come nostra guida; e senza di te non saremmo mai andati a Menfi, né meno ancora saremmo giunti fin qui, dove ci è stato reso possibile l’ascolto della Verità più pura, e addirittura dalla bocca di Colui il Quale è l’eterna Causa prima di ogni vita, di ogni esistenza e di ogni cosa. Va dunque da Lui e porgiGli i nostri più fervidi ringraziamenti per l’ammaestramento del quale intendiamo fare tesoro con l’azione nella maniera più vivente e vera anche in tutti i nostri discendenti! Nessun litigio dovrà essere più possibile tra coloro che sono innegabilmente fratelli!».

 

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Cap. 13

La possibilità di operare cose più grandi del Signore.

 

1. Preso atto di questa decisione, il capo ritornò da Me accompagnato dal suo servitore, ed era in procinto di raccontarMi per filo e per segno tutti i ragionamenti che i suoi compagni avevano fatto.

2. Io però gli dissi: «Amico, questo non è affatto necessario a Chi scruta i cuori e le reni degli uomini! Io so già tutto quello che i tuoi compagni ti hanno confidato con molta avvedutezza, ed ora tu sei maturo per apprendere dalla Mia bocca la perfetta soluzione del problema che finora ha tenuto divise le vostre opinioni. Ascolta dunque e comprendi!

3. Quando un uomo su questa Terra oppure anche nell’aldilà, ciò che sarà il caso assolutamente più frequente, avrà raggiunto la massima perfezione della vita, egli con un semplice atto della sua libera volontà farà non soltanto quello che faccio Io dinanzi ai vostri occhi, ma potrà fare, far sorgere e perpetuare cose quali sono, sorgono e si perpetuano in ogni sfera della Creazione, ed inoltre potrà fare e compiere cose ancora molto maggiori! Infatti, quale Mio figlio, un uomo perfetto è in primo luogo una cosa sola con Me sotto ogni aspetto, e questo non vale unicamente per certi aspetti particolari, e siccome la Mia Volontà è diventata del tutto anche la sua, egli deve naturalissimamente essere anche in grado di fare tutto quello che è possibile fare a Me!

4. In secondo luogo, poi, nessun essere umano a causa di questo, e per quanto perfetto sia, perde qualcosa del libero volere assolutamente a lui proprio, per quanto anche la sua volontà si sia unificata con la Mia, e può per conseguenza non soltanto voler tutto per Mio tramite, ma pure anche del tutto indipendentemente e senza essere vincolato in nessun modo; ora questo costituisce evidentemente un di più oltre la Mia Volontà.

5. La cosa, detta così, ti apparirà certo un po’ favolosa, eppure è così, e così rimarrà in eterno. Ma affinché tu possa vederci chiaro, Io ti porrò l’argomento in una luce un po’ più luminosa richiamandoti alla memoria un fatto che, dopo la tua visita a Menfi, non può più esserti completamente estraneo.

6. Durante la vostra prima permanenza a Menfi, quando eravate ospiti del governatore di quel paese, cioè il saggio Giusto Platonico, tu hai avuto occasione di vedere varie specie di specchi, i quali riflettevano la tua immagine grazie alla loro superficie perfettamente levigata.

7. Però il governatore ti mostrò infine anche un cosiddetto specchio magico, nel quale tu, a tua immensa meraviglia, potesti vedere te stesso in proporzioni molto maggiori di quelle che ti sono naturalmente proprie in realtà.

8. Ma Giusto ti fece osservare ancora un’altra particolarità di un tale specchio. Egli lo espose al Sole, e poi provocò, nel punto focale intensamente luminoso distante all’incirca una buona mezza altezza d’uomo dal centro della superficie curva dello specchio, l’accensione di ogni tipo di cose infiammabili, ciò che generò in te una meraviglia ancora più grande.

9. Ora Io ti domando come si è verificato questo fenomeno. Come è potuto accadere che il raggio del Sole, riflesso dal cosiddetto specchio magico, abbia potuto ottenere un effetto tanto maggiore dei raggi provenienti direttamente dal Sole e non da quelli riflessi? Eppure i raggi riflessi dallo specchio magico non avevano niente di differente da quelli derivanti in via diretta dall’unico e medesimo Sole!

10. Lo specchio era rimasto certo del tutto freddo; ma allora da dove mai i raggi trassero una tale energia, che sorpassa di gran lunga quella della naturale e libera luce del Sole? Tu ti sei ormai reso conto di più di una cosa, e potrai quindi indicarMi le ragioni anche di questo fenomeno, almeno per quanto il governatore di Menfi è stato egli stesso in grado di spiegartelo!»

11. Risponde il capo dei mori: «O Signore, in verità, in verità nulla Ti è sconosciuto! Proprio il governatore di Menfi ci mostrò tale genere di specchi, nonché i vari effetti che se ne possono ottenere; ma per quanto riguarda le spiegazioni da lui forniteci, per dirla proprio schiettamente, io ne rimasi assai poco soddisfatto. Io ne riportai l’impressione che egli, volendo colpire nel punto giusto la Tua pertica, non l’avesse nemmeno sfiorata. Insomma, con quanto più zelo egli cercava di rendermi chiara la cosa, tanto più oscura andava facendosi la situazione per me, e credo anche per lui!

12. Una cosa sola mi sembrò chiara, e cioè che un simile specchio ricurvo ha la proprietà di condensare i raggi provenienti dal Sole, e che sarebbe lo stesso, soltanto in misura molto più sensibile, se si prendessero molti specchi perfettamente piani riflettenti l’immagine del Sole nella sua grandezza naturale tale quale essa appare ai nostri occhi, e li si collocasse e disponesse in modo che tutti i raggi riflessi venissero a convergere in uno stesso punto, punto nel quale si manifesterebbe poi anche una luce molto più intensa di quella riflessa da un singolo specchio piano. Ora, in questo caso dovrebbe evidentemente trattarsi di una condensazione dei raggi solari, e l’esperienza insegna che l’aumento della luce porta con sé un corrispondente aumento del calore. A detta del governatore di Menfi, un simile fenomeno darebbe la possibilità anche di un calcolo preciso; ad ogni modo però quanto egli ci disse è cosa sicura, secondo ripetute e fondate esperienze.

13. Questo, o Signore, è anche tutto quello che di meglio ho avuto occasione di udire per bocca di quel governatore; per stabilire però quali ulteriori conclusioni io possa o debba trarre eventualmente da tutto ciò, la capacità di conoscenza della mia anima è troppo meschina, e devo perciò pregare nuovamente che Ti sia gradito di concedere a me, che sono ancora nelle tenebre, una vera luce concentrata nella mia anima, altrimenti in essa continuerà a regnare altrettanta oscurità quanta è quella che adombra completamente la pelle che ricopre questa mia misera carne!».

 

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Cap. 14

L’operare miracoli dell’uomo spirituale entrato nella Volontà del Signore.

 

1. Dico Io: «Ora, ascoltaMi! Io sono il Sole di tutti i soli e di tutti i mondi spirituali, e di tutti gli esseri di ogni specie e qualità che dimorano sugli stessi.

2. Ma come il Sole terreno, con la sua luce e mediante il calore suscitato dalla luce, influisce su tutti gli esseri viventi su di un corpo terrestre e sul corpo terrestre stesso, ma soltanto entro i limiti di un certo ordine esattamente calcolato e così vivifica visibilmente secondo natura tutto il corpo mondiale, ebbene, nello stesso modo anch’Io influisco in tutto ciò che è creato da Me, entro i limiti del Mio Ordine, immutabilissimo per l’eternità e rigidissimamente stabilito; e per conseguenza la Terra non può essere o diventare più Terra di quello che è, ed il fico non può farsi ancora più fico, né il leone ancora più leone, e così via - fino all’uomo - nessuna creatura può essere nella sua particolare specie né più, né meno di come e cosa essa è.

3. Esiste soltanto un essere che fa eccezione, e cioè l’uomo, e questo è l’unico che può diventare continuamente sempre di più uomo dal punto di vista dell’anima e dello spirito, e ciò per la ragione che da parte Mia gli è conferita la capacità indistruttibile di accogliere in sé in sempre maggiore misura e di conservare in sé per l’eternità la Mia Luce spirituale di Vita mediante l’osservanza della Mia Volontà che gli è stata rivelata.

4. Ora, se l’uomo vive rigidamente secondo la legge, ma non aspira a qualcosa di particolarmente superiore, né d’altro canto si lascia indurre a qualcosa che sia al di sotto del livello dell’ordine da lui ormai accettato, così da costituire dunque di fronte al mondo una figura del tutto impeccabile, allora egli è simile ad uno specchio piano il quale, sulla sua superficie levigata, non ingrandisce né in qualche modo rimpicciolisce l’immagine del Sole. Quindi egli si renderà conto di ciascuna cosa giudicandola da un punto di vista perfettamente naturale, e con ciò il suo prosperare in ogni campo avrà un carattere del tutto comune.

5. Un uomo invece il quale, a causa di qualche sprazzo di luce catturato per così dire da qualche parte, fa, tra coloro che sono del tutto privi di luce, un grandissimo chiarore riguardo all’uno o all’altro argomento, e quasi si spaccia per l’inventore della sapienza originaria, reputando tutti gli altri degli stolti, anzi degli ultrastolti, ebbene, un tale individuo va allora gonfiandosi e finisce con l’assomigliare ad una palla che fosse finemente levigata e che quindi assumesse esteriormente le funzioni di uno specchio convesso.

6. Su una tale superficie convessa tu vedrai sempre riflessa l’immagine del Sole, ma completamente rimpicciolita, né troverai più alcuna traccia di un qualche calore. Ora per effetto di questa luce riflessa, che si disperde in tutte le direzioni, niente potrà mai accendersi in eterno, anche se si trattasse del più sottile etere di nafta, cioè quello più facilmente infiammabile! E questo è l’effetto che ottiene l’orgoglio dell’anima quando essa va eccessivamente fiera di qualcosa che invece ha pochissima importanza; e poi, quanto più un’anima di questa specie aumenta in presunzione, tanto più convesso diventa il suo specchio, e tanto più minuscola si fa anche l’immagine del Sole spirituale sulla superficie di un simile specchio di conoscenza e di scienza quasi perfettamente sferico.

7. Queste due specie di uomini menzionate ora non si rendono affatto sempre più uomini, anzi, la seconda specie tende a diventarlo sempre di meno.

8. Sennonché ora si presenta pure un terzo caso, certo divenuto alquanto raro tra gli esseri umani! E questo è il caso rappresentato da persone esteriormente molto compiacenti, servizievoli, pazienti, miti, modeste e colme di umiltà e d’amore verso chiunque abbia bisogno dei loro servizi.

9. Ebbene, questi uomini si possono paragonare al nostro specchio magico curvato interiormente, o concavo, quando la luce della vita e della conoscenza, tratta fuori da Me, cade su un simile specchio dell’anima, allora la luce che ne viene riflessa, e che si concentra nell’aldiquà nella vita fattiva terrena, infiamma tutto l’animo e la propria volontà e li sprona all’azione in ogni campo del buono, del bello, del vero e del saggio, e qualunque sia la cosa che venga a cadere nel punto focale della luce spirituale molteplicemente condensata, viene illuminata con suprema chiarezza e, grazie all’alto grado di calore vitale della vita interiore, si rivela rapidamente in tutta la sua struttura. E l’uomo dotato di un simile specchio dell’anima giunge a riconoscere le cose con tale massima e vivente chiarezza, che un comune uomo non può farsene un concetto nemmeno per sogno.

10. Ma un simile uomo poi si fa uomo sempre di più e di più ancora, e quanto più uomo egli diventa, tanto più si fa perfetto in sé, e dopo un adeguato periodo di preparazione, cioè quando la circonferenza e il diametro del suo specchio vitale sarà sempre più aumentato in dimensione e in profondità verso il centro della vita, allora il punto focale agente verso l’esterno, fattosi molto più poderoso e denso di luce, otterrà ancora degli effetti certamente molto maggiori della Mia luce solare esattissimamente commisurata per tutte le creature, dalla quale per le vie dell’ordine naturale non è mai lecito attendersi qualcosa di più straordinario, così come non ci si può attendere che la luce perfettamente naturale che giunge dal Sole su questa Terra possa mai riuscire a fondere un diamante, cosa questa che invece possono ottenere i raggi di luce concentrati mediante un cosiddetto specchio magico di grandi dimensioni.

11. Precisamente così stanno le cose anche rispetto ad un uomo assolutamente perfetto del quale Io ho prima asserito che sarà atto ad operare in maniera ancora più grande di Me. Quanto Io faccio ora, lo faccio secondo un ordine calcolato esattissimamente fin dall’eternità, e la Terra deve percorrere intorno al Sole la sua orbita ad una distanza bene prestabilita, orbita sulla quale essa, in generale, viene a trovarsi sempre ad una costante intensità di luce.

12. Dunque, come è facile discernere, Io non posso mai porre con l’onnipotenza della Mia Volontà questa Terra oppure un’altro pianeta proprio del tutto vicino al Sole per gli scopi della scienza, o quanto meno forse per fare uno scherzo, perché un tentativo di questo genere non otterrebbe altro effetto che quello di convertire in brevissimo tempo tutta questa Terra in un cumulo di vapori di colore bianco-azzurrastro chiaro.

13. Ma voi uomini, mediante simili specchi, potete concentrare la luce dispersa del Sole in un punto su questa Terra, e potete sperimentare la sua potenza su piccole parti del vostro pianeta, e ciò facendo otterrete dalla luce del Sole, bene inteso sotto un punto di vista perfettamente naturale, già un effetto maggiore di quanto lo possa ottenere Io per le vie naturali! Ma quali effetti ancora maggiori non potrete voi ottenere con la Mia Luce spirituale, riflessa dallo specchio concavo della perfettissima umiltà delle vostre anime!

14. Certo, i Miei veri figli, nella loro sfera più limitata saranno in grado di compiere cose le quali in loro e per loro evidentemente devono essere maggiori rispetto alle Mie opere, in quanto essi, accanto all’adempimento perfetto della Mia Volontà, sono atti anche secondo la loro volontà liberissima - nella quale la Mia Luce può condensarsi fino ad operare con una potenza inesprimibile, e ciò entro una cerchia ristretta, con tutta la potenza del fuoco più intenso della Mia interiorissima Volontà - ad operare cose che, per la conservazione di tutto il Creato, Io non devo mai fare, quantunque certo sarebbe in Mio potere farle.

15. In breve, i Miei veri figli potranno, per così dire, addirittura trastullarsi con quelle forze del Mio Cuore e della Mia Volontà che Io, strettamente parlando, ho ancora effettivamente impiegato altrettanto poco, quanto poco Mi è mai venuto il pensiero di spingere questa Terra proprio molto vicino al Sole per provocare, col suo calore per voi indicibile, la fusione di qualche alta cima di montagna allo scopo di fare uno scherzo, cosa questa che non sarebbe possibile senza contemporaneamente convertire tutta la Terra nell’antico etere. Quello dunque che Io non devo fare, né in grandi né meno ancora in piccole proporzioni, lo possono invece fare già naturalmente, e tanto più poi spiritualmente, i Mie figli mediante gli specchi magici!

16. Ebbene, o Mio caro amico, tu ora comprendi proprio bene e secondo verità quanto ti ho detto per risolvere il problema che tu Mi hai posto? Sei contento, oppure si cela eventualmente qualche altro dubbio sotto alla tua pelle nera?».

 

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Cap. 15

Il Signore consola i Nubiani non chiamati ad essere figli di Dio.

 

1. Risponde il capo dei mori: «Sì, o Signore, ora tutto mi è chiaro e la mia anima si sente proprio del tutto a suo agio in ogni cosa! Però io osservo come la maggior parte dei Tuoi discepoli abbiano l’aspetto di non aver compreso proprio bene questa immagine di tre tipi di specchi! Io Ti ringrazio dal più profondo del cuore per questa Tua spiegazione che corrisponde perfettamente ad ogni mio sentimento vitale; ma, come ho detto, suscita in me un’impressione di rammarico il fatto che sembrino comprendere meno di altri queste cose proprio coloro che, quali veri chiamati alla Tua figliolanza, dovrebbero invece comprenderle meglio di chiunque altro!»

2. Gli dico Io allora: «Non preoccuparti per questo! Se tu le comprendi, perché occupartene oltre? Anche loro finiranno con il comprenderle quando sarà venuto per loro il tempo di comprenderle, perché essi resteranno per molto tempo ancora al Mio fianco, mentre domani voi farete ritorno al vostro paese!

3. Presso tutti i popoli già da tempi antichi è buona usanza che l’ospite straniero sia oggetto di dovute cure prima dei figli di famiglia. Ma non perciò i figli ne avranno un danno! Date le condizioni del momento, per voi era più facile comprendere queste cose anche per il fatto che eravate già a conoscenza di come funzionano gli specchi, mentre dei Miei veri discepoli e figli non ce n’era uno che avesse mai visto uno specchio all’infuori di quello offerto dalla superficie di un’acqua tranquilla. Se Io proprio vorrò chiarire loro questa faccenda più da vicino per renderne più facile la comprensione saprò procurarMi gli specchi necessari con altrettanta facilità quanto ne ho avuta nel procurarMi i cervelli umani e nel procurare al vecchio Marco questa nuova casa con i rispettivi accessori.

4. Non essere dunque in pensiero a causa dei Miei discepoli e dei Miei veri figli, perché sono Io stesso a darti l’assicurazione che alla fine a nessuno di loro verrà a mancare qualcosa! Gli stranieri certo vengono, ma poi ripartono, mentre i figli restano in casa! Hai compreso anche questo?»

5. Dice il capo dei mori: «Oh, io ho certamente compreso tutto, ma non perciò vi è maggior letizia nella mia anima, perché la Tua voce nel proferire la parola “stranieri” è sembrata venire così da lontano! Tuttavia noi non potremo mai mutare in eterno quello che Tu hai già destinato che sia così dall’eternità, e tuttavia, pur quali stranieri, Ti siamo ardentissimamente grati per tutte queste immense grazie che ora ci hai concesse e che non abbiamo mai meritato!»

6. E nel pronunciare queste parole, al capo come pure al suo servitore vengono le lacrime agli occhi; Giara allora Mi dice del tutto in segreto: «O Signore e Padre dell’umanità, vedi come piangono questi due mori!»

7. Io però le rispondo: «Non fa nulla, o figlioletta Mia carissima, perché appunto così essi diventano figli dei Miei figli, e neppure loro verranno respinti dalla casa del nonno!».

8. E quando i due mori ebbero udito queste parole dalla Mia bocca, si precipitarono ai Miei piedi singhiozzando fortemente; ma queste ormai erano lacrime di gioia.

9. E quando il capo si riprese dopo qualche istante, esclamò ad alta voce: «O Dio colmo di Giustizia, di Sapienza, di Amore, di Potenza e di Misericordia, con tutta l’umiltà e l’ardore del mio essere io Ti ringrazio per me e per tutto il mio popolo, dato che per Tua grazia ci è lecito chiamarci almeno figli dei Tuoi figli!»

10. Io però soggiungo: «Datti pace, o amico Mio, perché colui che è accolto da Me non è più uno straniero per Me! Vedi la Terra: essa è coperta da montagne, e di queste alcune sono alte ed altre sono basse. Ora, gli alti monti sono pure i primi figli effettivi della Terra, mentre i bassi sono sorti solo più tardi e gradatamente quali derivazione dei primi, ma vedi, mentre i primissimi ed i massimi adornano i loro capi di nevi eterne e di ghiacciai perpetui, i discendenti più piccoli succhiano continuamente il latte dell’amore dal seno della grande madre!

11. In verità Io vi dico: “Chi ha amore ed opera secondo l’amore, costui è il Mio diletto, ed è Mio figlio, Mia figlia, Mio amico e Mio fratello; ma chi non ha amore, né opera secondo l’amore, costui è uno straniero e come tale sarà trattato!”. Ma se Io ti chiamo amico Mio, allora non sei più uno straniero, bensì appartieni alla Mia famiglia grazie alla Mia Parola che è stata da te accolta fedelissimamente nel tuo cuore. Ed ora va pure in piena pace, ed annuncia tutte queste cose ai tuoi fratelli!».

12. Il capo allora ritorna assieme al suo servitore dai suoi compagni ed espone loro tutto quello che ha appreso da Me; tutti scoppiano in alte grida di giubilo per tali notizie assai consolanti. Noi li lasceremo dunque alla loro giustificata gioia, e rivolgeremo la nostra attenzione agli altri nostri amici. Fra questi, neppure Cirenio aveva ben afferrato la spiegazione da Me data di quei tali specchi, nonostante le sue nozioni riguardo a simili strumenti fossero abbastanza buone e precise; perciò egli Mi domandò se non fossi disposto a chiarirgli la cosa forse un po’ meglio. Io però gli dissi di pazientare un po’, considerato che ben presto ci saremmo trovati ad aver parecchio da fare con una delegazione da Cesarea di Filippo, delegazione dall’apparenza piuttosto melanconica. E Cirenio si adeguò senz’altro alla Mia richiesta.

 

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Cap. 16

La delegazione di Cesarea si presenta a Cirenio.

 

1. Avevo appena terminato queste parole, quando comparvero dodici uomini da dietro la vecchia casa, sei dei quali erano ebrei e sei greci. Era precisamente successo che gli abitanti di Cesarea, che avevano trovato ricovero in alcune capanne, erano venuti a conoscenza, mediante i loro pastori e pescatori, che da parte del governatore di Roma era stato donato al vecchio Marco un esteso tratto di terreno come sua assoluta proprietà, e che esso era stato circondato da un muro insormontabile. Gli abitanti di Cesarea però consideravano tutti i fondi situati per lungo e per largo intorno alla città come un bene comune, e perciò volevano sentire da Cirenio con quale diritto egli avesse disposto di una proprietà cittadina malgrado essi fossero perfettamente in regola con il versamento dei tributi, tanto nei riguardi di Roma quanto di Gerusalemme. Ma Io già prima, in segreto, avevo informato di ciò Cirenio nel suo cuore in modo che egli fosse informato anticipatamente di cosa si sarebbe trattato, prima ancora che qualcuno della delegazione avesse avuto il tempo di aprire bocca, ed era quindi anche preparato a sufficienza per quanto riguardava la risposta da dare a quella triste raccolta di sfacciati rappresentanti.

2. Esauriti i soliti inchini cerimoniosi, si fece innanzi un greco molto astuto di nome Roclus il quale, presentatosi a Cirenio, si espresse così: «Signore, signore, signore giustissimo, illustrissimo e rigorosissimo! Per tua generosità è stato fatto dono al vecchio soldato e ora pescatore Marco di una considerevole estensione dei nostri terreni comunali gravati da forti tasse, la quale come assoluta proprietà è stata anche recintata; questo fatto ci è stato riferito, con nostro doloroso stupore, un’ora fa dai nostri pastori, anch’essi colpiti duramente dalla perdita di un simile bel tratto di paese.

3. Quale sciagura si sia abbattuta su di noi, abitanti di Cesarea, tanto benestanti prima, questo lo dimostrano le rovine qua e là ancora fumanti. Noi ora siamo, nel senso più vero della parola, i mendicanti più miseri di questo mondo. Può stimarsi davvero fortunato colui che è riuscito a salvare qualcosa dalle fiamme distruttrici! Ahimè a noi, poveri fauni, non è toccata una simile fortuna; infatti, il fuoco si estese dappertutto con tanta rapidità che tutti noi, e con noi molti altri, dovemmo essere ancora straordinariamente grati agli dèi per aver potuto salvare la pelle. Qualche capo di bestiame costituisce ormai tutta la nostra ricchezza, e adesso siamo ridotti alla vita di nomadi; ma come sarà possibile che noi conserviamo quest’ultimo bene che ci resta, se la tua generosità verso dei cittadini nati a Roma ci toglie i nostri migliori terreni per assegnarli, in proprietà assoluta, intangibile e del tutto preclusa a qualsiasi altro, a coloro che hanno la fortuna di trovarsi particolarmente in grazia presso di te?

4. Noi intendiamo dunque rivolgerti semplicemente la preghiera che tu voglia dirci se il fortunatissimo Marco sarà tenuto o no a corrisponderci un risarcimento per questo fatto! Infatti, data la nostra attuale situazione assolutamente misera, questa espropriazione a nostro danno, così, senza proprio nessuna indennità, sarebbe una cosa davvero senza alcun riscontro in tutta l’intera storia dell’umanità! O altissimo signore, che cosa ci dobbiamo attendere, noi miseri?»

5. Risponde Cirenio: «Che chiacchiere e che pretese sono mai queste, o spudorati individui e larve d’uomini che siete? Questa porzione di terreno è annessa da cinquecento anni alla collina e alla capanna da pescatore che vedete qui, e la porzione stessa non valeva assolutamente niente, dato che essa era costituita unicamente da sabbia e da ghiaie. Ma qui erano annessi anche altri venti iugeri di terreno che non sono stati affatto inclusi nel recinto, e che per conseguenza vennero lasciati a libera disposizione ed uso del vostro comune. Oltre a questo voi avete asserito ora, in mia presenza, di essere ridotti, nel senso più vero della parola, alla mendicità e di non possedere che gli stracci che avete indosso! Ma che cosa devo dire io di questa vostra sfacciata e perfida menzogna? Io so bene che le vostre dimore a Cesarea sono state distrutte dal fuoco, e conosco esattamente qual è il danno che ne avete subito; ma io so altresì dei grossi possedimenti che voi avete a Tiro e a Sidone, ed a me è precisamente noto come appunto tu, Roclus, hai là tanti tesori da poter senz’altro gareggiare con me; e di altrettanto si possono vantare anche tutti gli altri undici che hai condotto con te!

6. Voi dodici disponete di tante ricchezze e di tanti tesori che voi soli potreste ricostruire almeno dieci volte tutta la città caduta in preda alle fiamme; e adesso siete proprio voi a venire qui a piangere miseria e a rinfacciarmi il fatto che al vecchio Marco, a questo perfetto galantuomo, sia stato concesso di separare la proprietà strettamente e legittimamente sua da quella che è vostra! Ma ora ditemi voi con che nome devo chiamarvi, e come mai devo qualificare il vostro contegno!

7. Andate là ed ispezionate il terreno che si trova fuori del recinto del giardino e che tuttora costituisce piena proprietà di Marco; si tratta di buoni venti iugeri di terra, ed io sono disposto a venderveli per dieci denari d’argento. Se trovate che valga tanto, pagate i dieci denari e il fondo passa in vostra proprietà. Una terra peggiore non la si trova su tutta questa cara e vasta Terra, eccezion fatta per il deserto del Sahara nell’Africa, perché, all’infuori di sabbia e di ghiaie morte e qua e là qualche rovo ritorto, voi non vi troverete nient’altro!

8. Voi però siete gente ricca, e potete fare trasportare qui della buona terra anche da lontano per coprire questo piccolo deserto e trasformarlo in un terreno fertile! Oltre a questo è in vostro potere fare convogliare qui dell’acqua, pure da lontano: opera certamente alquanto costosa allo scopo di irrigare abbondantemente questa zona di terreno così coltivata, e questo durante l’estate che qui è solitamente arida. In questo modo verreste in legittimo possesso di un appezzamento di terreno che vi assicurerebbe un certo reddito! Ma con delle pretese assolutamente infondate, come sono le vostre, da me non otterrete niente in eterno, ed io saprò ben dimostrarvi con i fatti che, per quanto riguarda questa vostra petizione niente affatto giustificata, la ragione sta sempre dalla parte del più forte! E adesso che cosa intendete fare?»

9. Risponde Roclus, parecchio intimidito da questo energico linguaggio del governatore generale: «Signore, signore, signore! Noi stessi non siamo qui a rivendicare un qualche diritto personale, bensì siamo i rappresentanti di coloro che nella città distrutta sono proprio sul serio costretti ad una vita assai misera; abbiamo fatto già molto in loro favore, e tutta la comunità cittadina, ora ridotta completamente alla miseria, per riconoscenza non ha fatto altro che cederci in proprietà tutti i fondi circostanti, assicurandoci che questi terreni situati lungo il mare costituivano essi pure un possesso della loro comunità!

10. Ma, stando così le cose, è naturale che non potevamo restare indifferenti se qualcuno fosse venuto qui senza chiedere nulla a nessuno e si fosse impadronito di una parte dei terreni, e quindi l’avesse coltivata facendola addirittura rinchiudere entro un muro altissimo che sbarrava ogni passaggio, e tutto ciò con una rapidità che ha veramente del magico! Questa cosa può naturalmente essere possibile a voi romani, esercitati nell’arte della guerra, dato che in caso di bisogno siete capaci di erigere un accampamento per centomila uomini spesso impiegando solo pochi istanti!

11. Considerato che ormai le cose stanno in maniera differente da quanto supponevamo, noi semplicemente desistiamo dalla nostra richiesta e ritorniamo a casa! I venti rimanenti iugeri di terreno che sono rimasti al di fuori del muro, il vecchio galantuomo può farseli recintare anche quelli, e noi siamo pronti a dare qui l’assicurazione formale che né da parte nostra né da quella della comunità cittadina gliene verrà mai contestato il possesso. Tuttavia siamo del parere, oltre a questo, che sarebbe d’ora innanzi tuo dovere corrispondere alla città la tradizionale decima in cambio dell’esclusività del suo diritto di pesca!»

12. Osserva Cirenio: «Non c’è che dire, però voi dovete provare da quando la città vanta un simile diritto! Sotto questo aspetto non è a mia conoscenza che esista alcun documento da quando detengo il mio attuale incarico in questo paese cioè già da quasi trentacinque anni - e non ho mai avuto occasione di vedere qualcosa di simile, perché soltanto sotto il mio governo questa località, che prima era una semplice borgata, è stata elevata al rango di città, e precisamente in onore di mio fratello che allora compiva a Roma il quarantesimo anno del suo regno. Io sono per conseguenza consapevole anche delle minime circostanze relative a questa vostra città; ma di un diritto legittimo alla decima sulla pesca spettante a questa città, io in verità non ne so nulla. Invece io so tutt’altra cosa, e cioè che una decima di questa specie venne pretesa senza nessun diritto dalla città, e che Marco si trovò sempre costretto a corrisponderla, per la qual cosa, se egli fosse di animo perverso, potrebbe legittimamente pretenderne la totale restituzione. Sennonché egli non farà così, essendo una persona troppo onesta e buona, ma so che egli in avvenire non vi pagherà affatto una simile decima che non vi spetta; di questo resto garante io!

13. Anzi, invece di concedervi dei diritti, io informo voi, deputati di questa città, che, grazie ai poteri che detengo da parte dell’imperatore, nomino a prefetto di questa città e di tutto il suo vasto circondario appunto il vecchio Marco, e gli conferisco tutti i poteri che sono propri a me stesso. In conseguenza di ciò spetterà soltanto a lui il pienissimo diritto di intervenire nelle vostre questioni, e voi tutti sarete tenuti a corrispondergli il dovuto tributo! Questo per ora ve lo comunico a voce; egli però si legittimerà dinanzi a voi del tutto conformemente alla legge anche con la delega scritta dei poteri, con il bastone di comando e con l’aurea bilancia della giustizia! Solamente in casi assolutamente straordinari sarà ammesso un ricorso a me, mentre in tutt’altra circostanza spetterà a lui solo appianare ogni divergenza! Siete contenti così?».

 

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Cap. 17

La saggia legislazione nel regno di Mataele nel Ponto.

 

1. Dice Roclus: «Contenti o no, che cosa potremmo fare noi contro la vostra potenza? Ai vermi impotenti conviene fare buon viso a cattivo gioco; guai a loro se accennano anche un po’ soltanto a muoversi nella polvere della loro nullità, perché, se lo fanno, vengono immediatamente scorti dagli allegri uccelli dell’aria che scendono in fretta, li beccano e se li mangiano! Se il debole vuole vivere, deve evidentemente obbedire al forte, e così noi dovremo anche obbedire al signor Marco se non vogliamo venire divorati. Ad ogni modo, per parlare proprio schietto, non ci rallegra affatto la prospettiva di essere governati da questo vecchio e burbero soldato; perché in lui avremo, quale governatore su di noi, la persona più priva di riguardo che noi abbiamo mai incontrato. Certo è onesto nessuno lo può negare - ed ha sempre un giudizio sensato e retto grazie alle sue molte esperienze, ma per il resto è un asociale e non c’è traccia di umanità in lui! Ma c’è proprio da rallegrarsi con se stessi che gli sia stata conferita autorità sopra di noi, e avremo un bel da fare a raccontare ai nostri figli e nipoti le delizie del bel tempo passato! Certo meglio di tutto sarebbe fare fagotto ed andarsene! Ma dove andare?»

2. A questo punto si alza Mataele e dice: «Sta bene, se proprio volete emigrare, andatevene nel mio regno che è situato oltre ai confini dell’Asia Minore, sulle coste del Gran Ponto! È un regno vastissimo e limitato da due grandi mari; ad Occidente dal Ponto e ad Oriente dal Mar Caspio. Là voi potrete vivere in perfetta sicurezza e tranquillità, certo però secondo le mie leggi, che sono assolutamente rigide. Di una cosa soltanto vi avverto: nel mio regno non è lecita nemmeno la parvenza di una qualche azione ingiusta, ed ogni menzogna viene punita nella maniera più aspra e inesorabile; invece il cittadino perfettamente onesto, amante della verità e privo di ogni egoismo, godrà di una vita quanto mai lieta sotto il mio scettro di ferro!

3. Nessuno sarà esente da tributi presso di me; perché chi ha forza per fare qualche lavoro, occorre che lavori e che si guadagni da vivere! Ma chi guadagna qualcosa, costui può anche pagare un tributo al re, il quale deve curare continuamente il benessere di tutto il regno e per conseguenza deve sempre avere a disposizione molti e grandi tesori per mantenere una milizia abbastanza forte per poter tenere testa ad un eventuale nemico audace.

4. Egli, il re potente, deve mantenere scuole e carceri, e deve munire i confini del regno con solide fortezze inespugnabili che un qualche nemico non possa superare troppo facilmente. Ora, per provvedere a tutte queste cose, ci vuole molto denaro.

5. Voi dunque vedete come un re debba rigorosamente fare attenzione che ciascuno gli corrisponda il tributo di dovere; e così voi potete stabilirvi nel mio regno, purché vi rassegnate all’adempimento di tutti gli obblighi imposti dalle mie leggi, adempimento che io esigerò da tutti i miei sudditi senza alcuna indulgenza e rigorosissimamente! Il mio permesso l’avete; qualora il giogo di Roma, rappresentato dal vecchio Marco, dovesse apparirvi troppo opprimente, voi ormai sapete dove potete emigrare!

6. Ma affinché possiate farvi, in generale, una chiara idea dei principi a cui si ispirano le istituzioni nel mio regno, devo aggiungere che presso di me non è ammesso alcun diritto ad un guadagno illimitato. Ciascuno può pure costituirsi un patrimonio ma questo non deve mai sorpassare le diecimila libbre, pena la morte. Tutto quello che qualcuno ottenesse, oltre questa cifra, dovrebbe venire coscienziosamente versato alla cassa comune dello Stato; in caso contrario, facilmente rilevabile e constatabile data la mia accortezza, il trasgressore a questa legge, immensamente salutare per tutti i popoli ed in generale per lo Stato, verrebbe dichiarato decaduto da ogni diritto di possesso, e i suoi beni verrebbero confiscati; inoltre gli verrebbero comminate altre severissime pene.

7. Oltre a questo non è lecito a nessuno ottenere entro un tempo troppo breve le concesse diecimila libbre, perché è fin troppo evidente che non è concepibile un simile profitto in un tempo eccessivamente breve qualora si voglia escludere ogni tipo di inganni, di truffe e di altre estorsioni di simile specie, a meno che non si tratti di un dono, di una eredità o di un ritrovamento.

8. Sennonché, dato il caso di donazioni, eredità o ritrovamenti, nel mio regno sussiste la quanto mai saggia disposizione in base a cui la metà dell’importo così acquisito deve venire versato alla cassa dello Stato allo scopo di alimentare un fondo destinato anzitutto all’educazione e al sostentamento di fanciulli piccoli nonché di altra povera gente inabile a qualsiasi lavoro. In poche parole, nel mio regno tutto è disposto in modo che nessuno debba languire nella miseria, ma, d’altro canto, anche affinché nessuno possa nuotare in un’inutile abbondanza, eccetto il caso di una persona che fosse eccezionalmente buona, saggia e onesta. Allora una simile persona è autorizzata a disporre anche fino a ventimila libbre; oltre a questo limite però nel mio regno non è lecito a nessuno di arrivare all’infuori di me e dei miei più fidati funzionari e capitani!

9. Dunque, se trovate di vostra soddisfazione questa costituzione del mio Stato, potete fare il vostro bagaglio e trasferirvi nel mio regno!»

10. Risponde Roclus: «Ti siano rese grazie, o delizioso re del Ponto e del Mar Caspio! Noi ti auguriamo ogni possibile felicità nel tuo regno; quanto a noi, però, non abbiamo alcuna intenzione di approfittare della tua nobile offerta! Ad ogni modo preferiamo restare schiavi dei romani piuttosto che diventare sia pure i primissimi fra i tuoi sudditi. Davvero, di simili istituzioni statali non sapremmo proprio cosa farcene! Io non dubito affatto che quei negri che sono là ne avranno di migliori e più umane! Non c’è qui forse qualche altro re ancora che possa entrare in gara con te riguardo a istituzioni statali liberali?

11. È ben possibile che i tuoi sistemi di regno si adattino a chi c’è ormai abituato, come, per esempio, il bue al suo giogo, ma di certo non a noi! Per tua norma è meglio che brucino dieci città sopra i nostri capi, e che una ventina di Marco vengano chiamati a governarci! E con ciò tante belle cose, o saggio re del cupo e freddo Settentrione!».

 

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Cap. 18

Il litigio fra Cirenio e Roclus sul diritto.

 

1. Dopo di che Roclus si rivolse nuovamente a Cirenio e dice: «Signore, dov’è dunque Marco, il nostro signore e dominatore, affinché noi gli offriamo i nostri omaggi?»

2. Risponde Cirenio: «Oh, egli non ne ha affatto bisogno, perché di omaggi fatti di vuote parole egli non sa che cosa farsene, ed altri tesori non hanno per lui alcun significato, considerato che ne è provvisto più che a sufficienza.

3. Il migliore omaggio che potrete però rendergli sarà quello di presentarvi a lui con cuore sempre sincero quando verrete per esporgli le vostre questioni, e allora egli vi ascolterà e vi renderà piena giustizia! Ma egli saprà punire con ogni rigore e senza riguardi qualsiasi persona menzognera! Infatti, è severissima volontà dell’imperatore, e anche mia, bandire da tutto il regno la menzogna e l’inganno e fare in modo che soltanto la verità pura, accoppiata all’amore altrettanto puro e disinteressato, regni fra tutte le genti poste sotto il governo di Roma, poiché i popoli possono vivere veramente felici unicamente sotto lo scettro della verità e dell’amore. E chissà che Io non trovi opportuno adottare anche per l’impero di Roma le massime di governo quanto mai sagge del re del Settentrione, devo dire infatti che, per quanto mi riguarda, le ho trovate immensamente adatte a promuovere la pacifica e fraterna convivenza tra i componenti di un vasto impero.

4. Mediante delle sagge limitazioni di questa specie, bisogna che nel mio Stato la verità e l’amore si facciano una seconda natura vera e migliore per gli uomini! Infatti, per come vedo io attualmente la situazione, non c’è cosa che dia tanto alimento alla menzogna, all’inganno e all’egoismo quanto la capacità illimitata di guadagno. Una saggia limitazione di questa vera generatrice della menzogna, dell’imbroglio, dell’egoismo, dell’orgoglio, dell’ambizione, dell’avarizia e della durezza di cuore non c’è in verità oro che possa pagarla, ed anzi io non mancherò di sottoporre quanto prima all’imperatore tale mio punto di vista affinché lo faccia oggetto di esame. Intanto sarà mia cura adottare un tale sistema di governo del Settentrione per i territori soggetti illimitatamente alla mia legislazione, e questo non appena sarà possibile, perché ciò è davvero saggio a tal punto che pare suggerito da Dio!»

5. Roclus osserva: «Non si può negare una certa dose di saggezza in un tale sistema, ammesso che almeno approssimativamente in questa forma esso sussista già da vari secoli, ma volerlo introdurre qui in questi paesi dati in appalto ad ogni tipo di prìncipi e di tetrarchi, non credo che sarà così facile. Con l’assoluta forza esteriore è certo che si possono fare molte cose, però non tutto, perché è chiaro che nemmeno un imperatore può dichiarare nulli dall’oggi al domani dei contratti stipulati con i prìncipi che dopotutto non sono affatto privi di potere, bensì egli li deve rispettare come ben preciso diritto, emanante e concesso da lui, finché non sia trascorso il tempo della loro validità, ovvero finché i contraenti, sia per mala volontà sia per incapacità, non si siano dimostrati inadempienti rispetto agli obblighi assuntisi, ciò che, a seconda della specie del contratto, porta all’annullamento totale o almeno parziale del contratto stesso! Ma finché l’imperatore dà i paesi in appalto a certi principi e finché questi stessi hanno il diritto di legiferare nei loro paesi di fronte ai rispettivi sudditi - diritto che essi si sono acquistati a caro prezzo - ebbene fino ad allora occorre che egli mantenga i vari punti del contratto. Noi, sotto certi aspetti viviamo tutti all’ombra delle leggi di Roma se ci rendiamo colpevoli di crimine contro lo Stato, ciò che per quanto ci concerne non è davvero il caso di fare. Quanto a tutto il resto, però, noi ci troviamo sottoposti alle leggi di un feudatario che può essere oggi uno e domani un altro, il quale ha lo stretto dovere di tutelarci contro ogni atto arbitrario dell’imperatore, e ciò nei limiti della durata del contratto d’appalto.

6. Ecco, o nobile signore, signore, signore, così stanno le cose: conosciamo esattamente il terreno sul quale ci muoviamo, e in un caso come questo ogni commento sarebbe superfluo per noi! Non ignoriamo affatto i nostri obblighi verso Roma, né quelli verso i nostri prìncipi. Prima di cercare giustizia presso di voi, noi ci rivolgiamo al nostro principe; se questo ci indirizza a Roma, soltanto allora ci rivolgiamo a voi. Considerato dunque tutto ciò, noi crediamo che per il momento non dovrebbe essere per te troppo facile adottare qui, nell’intera Palestina, le sagge massime di governo del re del Settentrione!»

7. Risponde Cirenio, già un po’ infiammato per l’andamento preso dalla discussione: «Da un lato hai ragione sostenendo che i vari punti del contratto vanno rispettati; sennonché di una cosa ti sei dimenticato, e cioè che in ogni contratto d’appalto di un paese l’imperatore si è saggiamente riservato sempre lo scioglimento immediato e incondizionato del contratto stesso qualora lui ritenga che ciò sia utile agli scopi di governo. In un simile caso all’appaltatore spetta il semplice diritto di petizione per l’abbuono di una annualità, e dal momento della notifica di tale sua volontà, il governo del paese prima appaltato rientra fra le attribuzioni dirette dell’imperatore, e ciascuno è tenuto ad osservare le leggi di costui. Ancora all’appaltatore spetta pure il diritto, concessogli in grazia, di rivolgere all’imperatore la domanda di riconferma dell’appalto rinunciando in cambio ad emanare delle proprie leggi e accettando l’obbligo di continuare a governare sulla base delle leggi imperiali, ed allora, se lo vuole, l’imperatore gli conferma la validità ulteriore del contratto di appalto; ma in ogni caso non c’è nemmeno da pensare ad obblighi o costrizioni, mentre tutto è rimesso unicamente alla liberissima grazia del sovrano assoluto!

8. Per quanto poi riguarda la Palestina, io stesso sono munito dei medesimi pieni poteri di fronte a ciascun principe feudale, e spetta a me dichiarare pienamente e immediatamente sciolto ogni contratto d’appalto! Tu dunque sei in grave errore se credi che un imperatore sia disposto a rinunciare ad un qualche suo diritto e a legarsi le mani, così da se stesso; oh, ciascun monarca è certamente tanto saggio da non concedere a nessuno, naturalmente nel proprio regno, un diritto che, date certe eventualità, non sia totalmente revocabile mediante la sola parola già nell’istante successivo!

9. Un imperatore può fare tutto ciò che vuole! Soltanto non può compiere prodigi, né può creare dei mondi; ma per il resto è in suo potere fare ogni cosa. Egli può revocare le leggi antiche e crearne di nuove, anzi egli può perfino distruggere le antiche divinità e i loro numerosi templi, e al loro posto può edificare all’unico e vero Dio un tempio nuovo e splendidissimo, e a nessuno sarà lecito chiedergli: “Signore, signore, signore, che cosa fai?”. E così egli già domani può anche fare proclamare le leggi del saggio re in tutto il suo impero; ebbene, chi vorrà o potrà opporsi al volere dell’imperatore senza venire raggiunto dalla sua potente ira?».

 

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Cap. 19

La vera intenzione di Roclus e dei suoi compagni.

 

1. Dice Roclus: «Io non dico che le leggi del re del Settentrione manchino di saggezza, o quanto meno siano ingiuste e crudeli; dico solo che per la gente del nostro stampo esse sarebbero alquanto scomode! Ed io non credo di fare torto in nessun modo a Roma, né a te né al vecchio Marco, sostenendo senza timori che, per conto mio, preferisco di gran lunga le attuali leggi di Roma a quelle del re del Settentrione, certo non privo di saggezza, e il cui regno, secondo un’antica leggenda, dovrebbe arrivare addirittura fino agli estremi confini del mondo ed essere perciò il regno più vasto della Terra! Se poi gli sarà possibile promulgare le sue leggi fra tutti i popoli dei suoi estesissimi territori, questa è tutt’altra faccenda! Beato lui ed i suoi popoli se sarà in grado di ottenere questo! Ora permettimi ancora un’osservazione del tutto innocua, perché se devo esprimermi chiaramente, confesso che lo faccio del tutto volentieri dato che mi ripugna parlare in maniera velata!

2. Tu, o signore, signore, signore, hai detto prima che un imperatore non può operare miracoli, né può creare dei mondi; sennonché a me non sembra che la cosa stia proprio così; infatti, vedo questo nuovo lussuoso edificio del vecchio Marco, il grande muro di cinta del giardino, intorno al quale molti muratori avrebbero avuto da lavorare più che a sufficienza almeno per cinque anni, se si considera il tempo occorrente per la squadratura dei bellissimi blocchi di granito e per il loro trasporto fino a qui, poi il predisporre a perfetto stato di coltivazione un giardino di questa grandezza, ed infine, come vedo solo adesso, anche la costruzione di un porto ben grande e sicuro, e quella di grandi e varie navi a vela completamente nuove, tutte cose queste che, secondo l’esattissima constatazione che noi abbiamo fatta stando su una collina della città, sono sorte all’improvviso belle e compiute come per effetto di una bacchetta magica! In verità, se questo non si chiama fare miracoli, io sono pronto a rinunciare a tutto quanto vi è in me di umano e a diventare invece un coccodrillo!

3. E visto che sono uscito indenne dall’aver toccato questo punto, piccolo sì ma anche tanto scabroso, devo confessare apertamente a nome anche dei miei undici compagni che tutta la mia pazza richiesta di prima non è stata veramente che una finta per chiarire tale mistero e sapere come sia stata possibile una cosa simile! Infatti, è assolutamente escluso che tutto ciò sia sorto in maniera naturale! E soltanto adesso ti dico la verità, e questa è che noi, costi quel che costi, siamo venuti qui spinti dalla curiosità! Quando noi vedemmo sorgere tutte queste cose con la rapidità del lampo, noi tutti formulammo unanimemente il pensiero seguente: “Là deve esserci presente o un Dio o un mago di una potenza straordinaria, dato che, con la forza naturale che l’uomo ha a sua disposizione, è assolutamente impossibile ottenere effetti simili; noi dunque deliberammo immediatamente di venire in fretta qui per chiarire tale prodigio nonché per ottenere notizie riguardo al suo autore”.

4. Tutte le nostre questioni di diritto esposte prima non hanno alcun fondamento e non sono state che una finta ed un pretesto per trovare un punto di contatto diretto con il prodigio verificatosi qui. Ed ecco, la finta era bene ideata, perché per mezzo suo siamo arrivati al vero argomento che giustifica la nostra presenza qui! Perciò noi ti supplichiamo di fornirci qualche piccolo chiarimento in proposito, qualunque siano le condizioni che tu vorrai porci! Noi non siamo soltanto ben lontani dal voler privare di qualcosa il vecchio Marco che conosciamo per buono ed onestissimo, ma siamo altresì disposti a trasformare a nostre spese in terreno perfettamente coltivabile l’altro suo appezzamento tuttora incolto, anche se dovessimo fare trasportare qui la terra occorrente dall’Europa, purché tu ci dia la possibilità di chiarire questo prodigio misteriosissimo!»

5. Esclama Cirenio: «Oh, ora la cosa assume certamente per voi un aspetto ben differente, e così vi è probabilità che la vostra faccenda si metta su una via migliore di quella che sembrava voler prendere prima, con le vostre pretese quanto mai ingiuste, con le quali presso di me sareste potuti arrivare a risultati ben magri!»

6. Dice in fretta Roclus: «Questo io e tutti noi lo sapevamo benissimo, e ciò in base a molte esperienze! Sono più di trent’anni che tu sei il nostro giustissimo e nello stesso tempo benevolissimo governatore, e conosciamo bene te e tutti i tuoi lati deboli. Quando si vuole sapere da te qualcosa di veramente straordinario, è necessario provocare in te un certo fervore, e così ci siamo comportati anche nel caso presente nella speranza che, in considerazione dei buoni motivi che ti abbiamo già esposto, vorrai perdonarci il nostro contegno!»

7. Osserva Cirenio: «Ma ditemi un po’: su che cosa fondate la vostra asserzione che tutte queste cose debbano essere sorte in qualche maniera prodigiosa? Oggi le avete scoperte già belle e pronte, ma durante questi giorni avrete probabilmente badato poco o niente a come vi abbiano lavorato i miei soldati!»

8. Dice Roclus: «Signore, signore, signore, lasciamo stare queste cose! Da quando ci fu noto che tu ti trattenevi qui con la tua numerosa scorta di soldati, noi non abbiamo abbandonato né di giorno né di notte la nostra collina per poter spiare da lontano tutto quello che da voi romani sarebbe eventualmente stato intrapreso da queste parti! Ed oggi il meravigliosissimo mattino ha avuto la virtù di attirarci all’aperto tanto più di buon’ora; naturalmente, i nostri sguardi erano rivolti costantemente da questa parte, e fino ad un’ora fa noi non vedemmo nient’altro all’infuori di quello che vi abbiamo sempre visto da quando conosciamo questo paese; ma, come ho detto, un’oretta fa sono sorti qui una casa, un giardino, un porto e delle navi come fossero piovuti giù dal cielo! Dunque, come vorresti far credere che non si tratta di un prodigio!

9. Certo, tre ore fa abbiamo visto arrivare qui tutta una legione - o quanti possano essere stati - di mori e, visto che siamo dotati di una vista abbastanza buona, abbiamo osservato come stamani siete discesi dal monte. Qui si tratta dunque indiscutibilmente di un prodigio della specie più colossale, e noi per conseguenza vorremmo venire almeno un po’ a conoscenza di come sia andata la cosa e di chi ne sia stato l’autore!»

10. Cirenio risponde: «Ebbene, visto che voi lo sapete meglio di me, allora diciamo pure che è avvenuto un prodigio; però come e per mezzo di Chi, questo non occorre che lo sappiate, poiché per venire a conoscenza di tanto ci vuole qualcosa di più dell’affrettarsi e venire qui per avere chiarezza su un simile mistero usando l’astuzia!

11. Se un uomo di Stato, che deve essere prudente, cominciasse invece a spiattellare subito i suoi particolari segreti dinanzi a tutto il mondo, con questa sua politica egli non arriverebbe certo troppo lontano, ed i suoi sudditi comincerebbero fin troppo presto a prenderlo per il naso a destra e a sinistra! Ma dato che un uomo di Stato deve governare il suo paese e i suoi sudditi usando per lo più la diplomazia, dato che essi, presi ciascuno a sé, non sono in grado di riconoscere su che cosa sia fondato il benessere generale dello Stato e dei popoli, ebbene, i singoli sudditi che all’infuori di sé non vedono niente e non conoscono nessuno, male si presterebbero a essere governati solo con la diplomazia, ed allora ben poco vantaggio ne verrebbe ad un qualche misero popolo.

12. Un vero reggente deve dunque possedere un’adeguata forza, una conoscenza di tutte le cose ed una perspicacia assai sottile; solo così egli è un vero signore, dominatore e guida di molte migliaia di migliaia di esseri umani ciechi, i quali non sono affatto in grado di apprezzare quale grande benefattore sia per loro un vero reggente! Ma che un vero reggente, per ragioni quanto mai plausibili, non debba manifestare sempre chiaramente dinanzi ai sudditi le proprie intenzioni, né possa rivelare anzitempo i suoi buoni piani, questa è cosa comprensibilissima, anzi lampante, e per conseguenza riuscirà pure ben chiaro e comprensibile perché io non possa ora farvi maggior luce riguardo a questo mistero, perché comprenderete anche voi che un reggente deve poter fare di più di un qualsiasi altro uomo, perché altrimenti sarebbe un ben misero governante! Che stima potrebbero avere di lui i suoi sudditi qualora di fronte a loro egli non fosse in grado di dimostrarsi in qualche modo un po’ onnipotente in caso di bisogno? E adesso andate ed esaminate con attenzione il vostro prodigio; poi ritornate qui ed allora si vedrà se sarà possibile scambiare con voi una qualche parola un po’ più ragionevole! Ma per il momento, basta!».

 

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Cap. 20

Roclus visita la costruzione meravigliosa.

 

1. I dodici allora, soddisfatti, si affrettano verso il giardino e meravigliatissimi esaminano tutto ciò che si trova là; poi Marco li conduce anche in casa, dove, più stupiti che mai, prendono pure visione di tutto. Sennonché Marco non fornisce loro maggiori dettagli di quanti ne abbia già fornito Cirenio, nonostante le loro domande fatte nella forma più gentile; infatti, Io avevo già posto in cuore anche a Cirenio, come pure prima a Mataele, che cosa avrebbero dovuto dire, in modo che restava così spianata la via alla possibilità di convertire alla verità dello spirito anche questi specialissimi tipi che, dopo una mezz’oretta, assieme a Marco ritornano da noi pieni di curiosità.

2. Quando Marco con Raffaele, che gli aveva già mostrato quanto c’era in casa e il modo di usare tutto, e con i dodici delegati, ritornò alla Mia mensa, Raffaele gli disse in segreto: «Questa volta risparmiati l’inno di lode che vorresti innalzare ad alta voce al Signore, lode che Egli comunque percepisce con sufficiente chiarezza già nel tuo cuore, perché adesso si tratta di convertire possibilmente al Signore anche questi dodici cesareni[3] i quali veramente non professano alcuna fede, ma sono essenzialmente degli atei della scuola di Epicuro, cioè di uno dei fondatori principali del “caro” ordine degli Esseni!

3. Sono sei greci e sei ebrei, i quali però nutrono perfettamente gli stessi sentimenti e professano assolutamente l’identica opinione e che in segreto appartengono al “caro” ordine degli Esseni; a farla breve, si tratta di dodici tipi proprio del genere più difficile e con i quali discutere non sarà affatto un’impresa facile; essi sono ricchissimi e di tesori di questa Terra ne possiedono a dovizia, ed anche per tale ragione tengono un contegno così sciolto di fronte al governatore generale come se fossero suoi pari.

4. Sarà un lavoro molto arduo convertirli! Ma se riusciamo a guidarli verso la verità, non tanto con prodigi da colpire la fantasia, quanto piuttosto con parole, allora avremo guadagnato molto, dato che ciascuno di questi dodici ha sotto la sua influenza ben oltre centomila uomini.

5. Per il momento bisogna che il Signore non venga loro rivelato. Il cardine della situazione resta per adesso Cirenio; dopo di lui, all’occorrenza, vieni tu, e se poi le cose si mettono bene, soltanto allora ci sono io, e alla fine, ultimissimo, il Signore stesso. Tu però rimani qui, perché per catturarli ci vorrà una battuta incredibilmente movimentata. E adesso, zitti!»

6. Cirenio allora chiede a Roclus: «Ebbene, vi è piaciuta la mia prodigiosa costruzione? Sareste capaci di compierne una simile anche voi?»

7. Risponde Roclus: «Oh, ti prego, non parlare di costruzioni prodigiose come se queste fossero uscite dalle tue mani! Tu certo sei un signore, signore, signore potentissimo grazie alla numerosa schiera dei tuoi soldati e alle loro spade affilate; ma per quanto riguarda la casa, il giardino, il porto e le grandi navi, tutte queste cose le hai costruite altrettanto poco quanto le abbiamo costruite noi!

8. Tu avresti certamente potuto costruirle disponendo di molti operai e impiegandovi dai cinque ai dieci anni, questo te lo concedo volentieri, perché a questo mondo il potere della spada e del denaro è grande. Uno dei vostri poeti di maggior fama, di cui io ho letto le opere, dice, parlando dell’uomo: “Niente è troppo difficile ai mortali; nella sua temerità l’uomo vuole dar la scalata perfino al cielo!” (Orazio) E infatti così succede anche con l’uomo, questo nudo verme della polvere: gli si forniscano i mezzi, la forza e il tempo, ed egli ben presto ti comincerà a cambiare di posto ai monti, prosciugherà mari e laghi, ed avvierà i fiumi per un nuovo letto. Sennonché tutto ciò, preso assieme, non è affatto un miracolo, ma è invece un atto perfettamente naturale degli uomini che hanno riunito le loro forze per il conseguimento di un medesimo scopo.

9. Ma questa casa qui, il giardino con la sua lussureggiante vegetazione, il muro che lo circonda e protegge, e che è tanto perfetto da sembrare tratto fuori da un immenso blocco di marmo; e il grande e alto muro del porto che dovrebbe avere su per giù dalle dieci alle venti altezze d’uomo di spessore, e infine i cinque grandi vascelli molto bene attrezzati: o saggio e potentissimo governatore, l’umanità temeraria non crea tutto questo per forza di arti magiche, né le formule dei maghi persiani chiamano le cose ad essere in un istante, come è stato ed è il caso qui, e così certamente rimarrà. Infatti, qui non si tratta affatto di un’illusione dei sensi provocata dalle vane e vuote immagini campate in aria di una fata Morgana, ma si tratta invece di una realtà completa della quale chiunque potrebbe convincersi qualora gli venisse la voglia di cozzare di corsa con il capo contro questo muro.

10. Dei cento e più maghi dei quali finora ho avuto occasione di vedere le opere, nessuno ha fatto mai una cosa che avesse una qualche durata; certo si assiste a fenomeni dei quali si ignora come e con che mezzi si manifestino, e sempre si riesce a vedere qualcosa, ma ben presto questo qualcosa svanisce come una bolla di schiuma sul mare, e una volta svanito non c’è più mago capace di richiamarlo ad esistere! Io però vorrei conoscere il mago così potente da fare scomparire, come se fosse niente, tutte queste opere! Trattandosi di te, io sarei pronto senza indugio a scommettere tutti i miei beni che tu non riusciresti mai a spazzare via tutto ciò unicamente con la volontà di un tuo pensiero!».

 

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Cap. 21

Roclus confessa la sua fede rinnegatrice di Dio.

 

1. (Roclus:) «È da tempo che io non credo più in una Divinità, ma credo invece in una universale e segreta forza naturale e spirituale-pura, la quale si manifesta dappertutto in maniera seriamente saggia, e tuttavia amichevole, e che agisce continuamente nei limiti di un ordine determinato secondo le leggi fondate in essa stessa, ma che certo non prende mai alcuna nota di ciò che gli uomini stanno facendo nella loro esistenza transitoria. Essa non conosce né il bene né il male, perché questi sono opera esclusiva dei membri della perversa umanità. La Natura, immensa e santa, di queste cose non ne sa niente!

2. Per un uomo è certo un’immensa sciagura essere schiavo, ma chi è stato a renderlo tale? Non certo la sacra, immensa Natura, ma soltanto l’uomo, il quale trovatosi per caso più forte di altri e desideroso del dolce far niente nonché nello stesso tempo della bella vita più comoda possibile, ha fatto del proprio simile più debole una bestia da soma, e ha fatto lo stesso con gli animali. Chi ha gettato sul collo del bue il giogo duro e pesante? Chi mai ha gravato la groppa dell’asino, del cammello e del focoso destriero, e chi ha eretto addirittura delle torri sulla schiena del paziente elefante? Chi ha inventato la spada, le catene, le prigioni e perfino l’ignominiosissima croce, alla quale voi romani fate legare, perché vi periscano fra i più atroci tormenti, gli individui più ribelli ed ostinati, i quali vorrebbero essi pure avere il diritto di dominare e di uccidere? Ebbene, tutta la miseria che regna nel mondo è opera degli uomini!

3. Nell’immensa Natura tutto è libero e soltanto l’uomo è, per così dire, una maledizione per se stesso e per il complesso delle altre opere libere della grande maestra, la Natura. Un giorno, degli scansafatiche cominciarono a costruirsi dei castelli in aria, e inventarono le nulle e vuote deità, che essi si immaginarono ed anche si raffigurarono assolutamente dotate di tutte le perverse passioni umane. Con queste divinità l’uomo si creò, dunque, dei nuovi spiriti maligni che certamente di per sé non gli farebbero mai alcun male; sennonché l’uomo eresse dei templi a queste stesse divinità da lui inventate, e che in realtà non erano mai, né mai saranno qualcosa, e da se stesso si consacrò a loro rappresentante provvisto di tutti i mezzi e pungoli del tormento e dello spavento, e con ciò, oltre alla propria signoria, egli cominciò ad esercitare sulla debole umanità anche l’abominevole e inesorabilissima tirannia degli esseri invisibili da lui creati. Ma essi, che in realtà non sono mai esistiti da nessuna parte, vengono irragionevolmente fatti esistere tuttora a tormento della misera umanità, e vengono fatti esistere invece tanto più a vantaggio dei potenti per la ragione che questi, mediante la loro pretesa influenza potente nei confronti degli dèi, possono mantenere l’umanità stessa in uno stato di cieca obbedienza molto più facilmente che non con la sola spada. E così, conformemente a natura e secondo la pura razionalità, si può pensare come si vuole, ma i fatti dimostrano che è sempre l’uomo forte e ragionevole che, comunque si presentino le cose, comincia ben presto a dominare come re armato di spada e di lancia, e nello stesso tempo anche come onnipotente rappresentante degli dèi. Guai a colui che, quale non iniziato, si azzardasse a gettare lo sguardo sotto il velo d’Iside intessuto da altri esseri, essi pure uomini! Guai, guai a lui, perché verrebbe davvero conciato bene dagli dèi!

4. Questa è stata finora la mia libera fede, la quale però, in seguito a questo fenomeno, ha ricevuto un colpo ben grave, ed ora io pure comincio lievemente a credere in un Essere divino superiore, dato che anch’io vedo con troppa evidenza che non c’è uomo che possa compiere un’opera simile, come neanche non potrà mai compierla, con le forze che sono notoriamente a sua disposizione. Questa dunque non può essere che l’opera di un Dio, il quale del resto può essere anche Lui solo una specie d’uomo, ma in ogni caso un Uomo cui le forze dell’immensa natura obbediscono sempre e facilmente, come i comuni soldati ubbidiscono al loro esperto e avveduto generale, del quale essi ben sanno che non ha ancora perso una battaglia.

5. Ed è appunto questo Uomo-Dio che io vorrei conoscere qui! Tu, o nobile Cirenio, non lo sei in nessun caso, perché, se ti fosse possibile qualcosa di simile, il grande Impero di Roma sarebbe già da lungo tempo circondato da una muraglia alta quanto le montagne più elevate, volare oltre alla quale dovrebbe sembrare impresa da incutere spavento perfino all’aquila. Dunque, o nobile signore, signore, signore, dacci qualche piccolo chiarimento sotto questo aspetto, e poi ce ne ritorneremo tranquilli alle nostre case!»

6. Dice Cirenio: «Andrebbe tutto bene se una cosa simile la si potesse sbrigare così su due piedi; sennonché la questione non è tanto semplice come forse ve la immaginate! Voi potreste certamente avvicinare l’una o l’altra guardia campestre per domandargli che ora sia, ed essa, sempre che splenda il Sole, osservando la sua pertica piantata nel terreno vi direbbe esattamente senza alcuna difficoltà l’ora esatta, e voi in compenso dovreste poi pagargli uno statere. Ma qui le cose non vanno così! Abbiate pertanto pazienza, e forse alla fine salterà fuori qualcosa; ma ad ogni modo vi verrà a costare un po’ più dello statere che serve per conoscere l’ora!»

7. Osserva Roclus: «Ebbene, per un affare di questo genere si può senz’altro arrischiare anche una libbra d’oro e dieci d’argento, anzi eventualmente anche di più!»

8. Dice Cirenio: «Oh, se una cosa simile si potesse comperare a suon di molto oro e argento, sarebbe tutto molto facile! Sennonché nel caso presente io posso darvi la più precisa assicurazione che essa non si può acquistare neanche a prezzo di tutti i tesori di questo mondo! A che prezzo però una conoscenza di questo genere possa venire ottenuta, ebbene, riguardo a questo occorre che prima voi veniate istruiti, e che mediante varie prove si sia iniziato un processo di purificazione in voi! Voi, che siete convinti della non esistenza di un Dio individuale e di altri esseri individuali simili a Dio, e che siete stati addirittura allevati e cresciuti in questa fede per poter poi, riuniti tra di voi, fare le più rozze risate alle nostre spalle, voi vorreste adesso, di punto in bianco, ottenere forse l’informazione su Chi abbia avuto il potere di far sorgere tutto ciò con tanta rapidità mediante un semplice atto della propria Volontà? Io invece vi dico: “Calma, miei cari! Noi dobbiamo vedere prima se siete, in generale, adatti a credere in qualcosa!”. Se risultasse dimostrato che non siete accessibili ad alcuna fede, allora non potrebbe neppure venirvi data l’informazione che vi attendete da me. Ma se il vostro cuore non è ancora del tutto chiuso ad una qualche fede, con il vivificarsi di quest’ultima potreste essere in grado di ottenere tutto il resto! Mi avete ben compreso?»

9. Dice Roclus: «Ti abbiamo compreso senza alcun dubbio, perché nessuno di noi è ottuso di cervello! Tuttavia dar corso alla tua richiesta risulta per il momento quasi assolutamente impossibile, dato che, in parte, noi te ne abbiamo già esposte le ragioni, delle quali, se tu lo desiderassi, noi potremmo trattare ancora più ampiamente!»

10. Dice Cirenio, spinto dalle parole che Io gli mettevo sulla lingua: «Ora, dite pure, e in base alle vostre parole mi sarà possibile rilevare quanto vi siete allontanati dalla via della verità! Dunque, fate pure udire le vostre ragioni, ed io sarò poi perfettamente in grado di giudicare se siete o no accessibili ad una vera formazione spirituale e se si potrà accondiscendere alla vostra richiesta! Infatti, qualora risultasse che non siete più adatti a comprendere niente di ciò che è veramente e puramente spirituale, allora non vi resterebbe altro che ritornare in pace sui vostri passi, per continuare a vivere credendo alle dottrine del vostro Epicuro, che per me è uno fra gli ultimissimi sapienti del mondo.

11. Certamente, chi è ricco e perfettamente sano, a questo mondo se la sbriga nel migliore dei modi facendosi seguace di Epicuro, dato che la massima: “Sii per amore di te stesso onesto e socievole con chiunque, però onesto sempre più con te stesso che con gli altri!” può senz’altro suonare gradevole all’orecchio del mondo, ma l’anima destata dall’alito divino ne prova invece orrore, perché un simile seguace di Epicuro non può essere altro che un astuto egoista che ha cura unicamente della propria pelle! Che gliene importa dei suoi simili? Se egli non può sperare di ottenere nessun vantaggio da loro, che cada pure il fulmine su di loro e che li uccida tutti!

12. Questi sono i tratti principali che caratterizzano un simile epicureo, dato che lo spirituale non può trovare posto in una simile anima di pietra! Questa cosa è tanto evidente che perfino i ciechi devono poterla afferrare con mano. Oh, sì, per farsi ricchi su questa Terra le massime di Epicuro si adattano alla perfezione, particolarmente quando sono bene infarcite di stoico[4] cinismo, come appunto è il caso vostro; ma per diventare ricchi spiritualmente esse non si adattano affatto, dato che escludono del tutto il puro amore per Dio e per il misero prossimo. Questo vi sia detto per illuminare un po’ le vostre menti! Ed ora fate udire le ragioni sulle quali è fondato il vostro ateismo, perfettamente essenico!».

 

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Cap. 22

Roclus fornisce le prove del suo ateismo.

 

1. Dice Roclus: «Tu hai ragione; noi siamo effettivamente come tu hai descritto un autentico epicureo, e, parlando in modo terreno, ci troviamo assai bene! Ad ogni modo, a corroborare il nostro ateismo noi abbiamo tante di quelle prove, e l’una più stringente dell’altra, che con esse potremmo ricolmare per intero tutto il grande mare. Però, oltre a quelle che ti abbiamo già esposto, io intendo aggiungerne alcune soltanto; e spero che tu ne avrai abbastanza e che, volente o nolente, dovrai darci ragione! Ascoltami dunque, di grazia!

2. Vedi: tutto ciò che in un qualche modo ha vita, si manifesta periodicamente in una maniera sensibile a tutti gli uomini, senza eccezione! E se l’essere che esiste è dotato di una qualche specie di ragione, questa si renderà facilmente e ben presto visibile mediante le opere. Se si tratta invece di un essere non dotato di ragione, come ad esempio una statua, allora nella stessa o non si renderanno affatto visibili delle opere, oppure soltanto quelle che il cieco caso avrà voluto provocare in esso o affibbiargli. Dunque, là dove esiste una qualche intelligenza, per quanto limitata, questa si manifesterà anche quanto prima per mezzo di fenomeni e opere ordinate che costituiscono i prodotti dell’intelligenza interiore.

3. Ad esempio, una pianticella di muschio, per quanto semplice sia, si procura da sé una forma perfettamente adatta al suo essere, e sviluppa anche il proprio organismo fuori dal quale in seguito sorgono i fiori, le sementi e con queste pure la capacità di riprodursi. Nelle piante di classe più elevata, secondo il loro gradino evolutivo, si rende ancora molto più visibile e riconoscibile un’intelligenza che si afferma sempre maggiormente e sempre più spiccatamente.

4. In maniera assolutamente decisa, poi, anche negli animali si manifesta un’intelligenza interiore, e le opere di questa intelligenza, per quanto molto limitate per numero e per varietà, superano quelle degli uomini sotto molteplici aspetti. Le opere dell’uomo testimoniano pure dell’estensione quanto mai vasta della sua intelligenza; mai però e in nessun luogo si rende visibile in tali opere una qualche perfezione che proviene dal suo interno, cosa questa che, non si può negare, sia invece constatabile nelle opere degli animali. Per conseguenza anche le opere esteriori di un animale risultano congiunte intimamente con il suo essere e con il suo carattere più di quanto sia il caso dell’uomo, questo dio della Terra.

5. Le opere dell’uomo non sono che delle imitazioni, e consistono in un plasmare rozzo, unicamente esteriore, che è assolutamente privo di ogni proprio e reale valore interiore. L’uomo può pure, avvalendosi di tutte le possibili sostanze malleabili, formare una specie di imitazione come ad esempio quella di un favo d’api, anzi egli può disegnarlo e dipingerlo, ma quanta goffaggine non si rivela in tutto ciò, anche senza considerare il materiale con il quale le api fabbricano le loro celle! In generale fa l’impressione come se la natura, trattandosi dell’uomo, si sia permessa uno scherzo quasi tanto evidente da potersi afferrare con mano; in lui è certo immanente una vasta intelligenza, come pure il senso di una vera perfezione; sennonché egli può fare quello che vuole, ma alla perfezione non ci arriva mai!

6. Se noi ammettiamo che tutti gli esseri organici sono anche animati e che l’anima è il principio agente dappertutto - non importa se in modo più o meno perfetto ciò non altera il ragionamento; tale ammissione può venire innalzata a verità evidente qualora si voglia procedere logicamente dall'effetto alla causa, ovvero dalle opere alla forza, forza che allora noi possiamo chiamare “anima”. Dal grado però di perfezione e di ordine delle opere di un’anima si può dedurre poi logicamente anche la sua esistenza, in primo luogo, ed in secondo luogo la sua capacità; ma là invece dove troviamo un qualche miscuglio caotico e selvaggio che giace in completo disordine, perfettamente immoto e senza alcuna traccia di vita, allora noi pensiamo e diciamo: “Qui non regna che la morte del tutto inconsapevole di se stessa, la quale non può portare che al totale annientamento”; fenomeno questo che durante l’autunno si può osservare in moltissimi alberi ed arbusti, il cui fogliame, prima così bello e tanto ordinato, cade giù nel più selvaggio disordine, si dissecca e attende di dissolversi quasi completamente l’inverno successivo.

7. Ma chi è mai quell’essere sensibile che ha potuto scorgere un’anima agente anche là dove regna il completo disordine? Uno svanire ed un annientarsi, questo sì; mai però un nuovo divenire più perfetto! In seguito alla putrefazione delle foglie, il terreno si fa pure più grasso e più adatto ad assorbire l’umidità dell’aria e quindi ancora più adatto a nutrire le piante che vi crescono, ma il fogliame caduto non risorgerà mai più come tale per la ragione che la sua anima non esiste più.

8. Si può dunque stabilire ragionevolmente la seguente massima: “Quanto più ordinata e perfetta è un’opera, tanto più perfetta è anche la forza che la produce, forza che si chiama ‘anima’, oppure anche ‘spirito’”. In altre parole, con logica perfetta si può affermare che esiste davvero un’anima o uno spirito, e che sono dotati di capacità, partendo dall’esistenza dei prodotti o delle opere.

9. Ora, dove troviamo in loro, cioè anima o spirito, quelle opere e quell’ordine che potessero, sia pure soltanto con qualche probabilità, rendere legittima la deduzione secondo cui debba esistere realmente un Essere divino e supremo, immensamente sapiente e nello stesso tempo dotato di onnipotenza? Fin troppo nota è la tesi di tutti i deisti e teosofi: “Considera la Terra, i suoi monti, i campi, i mari, i laghi e i fiumi, nonché tutte le innumerevoli creature che vi dimorano! Tutto ciò testimonia dell’esistenza di esseri divini superiori!”, oppure, com’è il caso dei ciechi ebrei, dell’esistenza di un solo Dio, ciò che in fondo è, sia pure infinitesimamente, più ragionevole ed anche più comodo che non avere tanti invisibili padroni dei quali non si può evidentemente evitare di farsi nemico l’uno quando si rende omaggio e si sacrifica all’altro. Ed io a questo proposito vorrei ben conoscere colui che potesse vantarsi di essere in buoni rapporti con Giunone e con Venere contemporaneamente, o con Marte e Giano, oppure con Apollo e Plutone!

10. Anche sotto questo aspetto gli ebrei si trovano in condizioni un po’ migliori degli altri, perché essi non hanno che un solo Jehova, il Quale è signore anche del loro Plutone che essi chiamano Satana. Solo che costui, il Plutone degli ebrei cioè, è un briccone e un idiota della peggior specie, perché, invece di onorare e di ricompensare i suoi servitori, li tratta in modo quanto mai orribile, e per conseguenza nessun ebreo onesto si fa alcuno scrupolo di disprezzare profondissimamente e quanto più è possibile il suo signore Plutone, cosciente com’è di riuscire tanto più gradito a Jehova quanto più si sforza di operare contro la volontà di costui, cosa questa che io non vorrei affatto consigliare a nessun romano o greco autentico! Chi volesse fare così, porterebbe un’acqua eccellente al mulino dei sacerdoti di Plutone, perfidissimi fra tutti. In un simile caso non resta che fare offerte tanto a Plutone quanto a Giove, altrimenti il povero peccatore si trova ad avere il carissimo Plutone fra coppa e collo, né Giove può legittimamente intraprendere niente contro Plutone, perché al di sopra di tutto sta il SUUM CUIQUE (a ciascuno il suo), la gran sentenza del Fato, alla quale lo stesso Giove non è in grado di contrapporre nulla senza correre il rischio di entrare in conflitto con tutte le altre divinità».

 

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Cap. 23

Le opinioni di Roclus sugli dèi e sui sacerdoti.

 

1. (Roclus:) «Dunque ora noi abbiamo, con qualche piccola variante, due concetti della divinità, su cui una ragione umana, per quanto poco desta che sia, non può fare a meno di ridere. Presso gli egiziani, i greci e i romani pullulano divinità grandi, piccole, buone e cattive; per gli ebrei invece sul trono non siede che un Dio il quale è molto rigido e severo, giusto, ma tuttavia buono e qualche volta anche misericordioso. Sennonché gli ebrei, che da lui sono chiamati “suo popolo”, non devono farlo arrabbiare perché, una volta che egli abbia perduto la pazienza, non c’è più da scherzare con lui; egli ti sommerge subito tutta l’umanità sotto l’acqua per un intero anno, e una volta che l’acqua si è dileguata - Dio solo sa dove - milioni di persone sono guarite e non sentono di sicuro neanche più il mal di testa. Oppure egli ti fa piovere dal cielo per due settimane fulmini, zolfo e pece ardente su un popoluccio vizioso, e il popoluccio scompare dalla superficie della Terra assieme ai suoi vizi. Anche in fatto di pestilenze e di altri svariati malanni il Dio singolo degli ebrei è molto generoso, e una volta che ha cominciato a picchiare con la sua sferza sopra un popolo, non c’è pericolo che l’operazione abbia a finire così presto! Dunque, per gli ebrei tutto il bene e tutto il male proviene sempre da un solo Dio, mentre presso di noi, greci, sono divinità diverse a spartirsi anche le varie mansioni. Quali poi dei due popoli venga a trovarsi in migliori condizioni con le rispettive divinità, questa è una cosa che sarebbe ben difficile da stabilire!

2. Ma che dèi e dèi, siano essi del Cielo, dell’Orco o del Tartaro! Non è forse chiarissimo che tutto questo non è nient’altro che fumo? I sacerdoti poltroni e amanti del mondo e del vivere comodo sono gli dèi, e il Dio unico degli ebrei è il sommo sacerdote di Gerusalemme! Quella gente sì che è provvista di scienza ed esperienza, ma essi, accortamente, si guardano bene dal metterne a conoscenza il popolo, reso cieco e mantenuto continuamente cieco a forza di prepotenze di ogni genere. Soltanto nella loro casta malintenzionata restano conservate, sempre come misteri intangibili e sacri, le esperienze non di rado assai vaste accumulate nei secoli, e così pure le varie arti e le scienze. Muniti di queste armi essi prendono in giro l’umanità che in cambio è costretta, oltre a questo, anche a fare loro le più grosse offerte per poi venire truffata da loro con tanta maggiore facilità e al massimo possibile ed anche maltrattata in ogni maniera. Tutti i miei beni, anzi fino all’ultima scintilla della mia vita, sono pronto a darli a chi sia capace di dimostrarmi con i fatti il contrario di quello che ho detto!

3. Può ben darsi che nei primordi dell’umanità vi siano stati ogni tanto degli individui onesti e retti, i quali, essendo dotati già dalla nascita di particolare acutezza di ingegno ed avendo arricchito con il tempo e con numerose e svariate esperienze il proprio patrimonio spirituale, abbiano di buon grado e con ogni amore reso partecipi delle loro conquiste spirituali anche i loro fratelli non così altamente destati, e che sia stato loro concesso di vedere infine coronati dal successo migliore e più durevole i loro sforzi a benedizione dei fratelli. Certo, deve essere stata una vita ben splendida quella di una comunità dove non c’era nessuno che avesse avuto dei segreti egoistici per il prossimo, e di cui tutti erano iniziati, per il loro bene, in tutto ciò che il più esperto fra loro conosceva! Ma quanto tempo poteva durare uno stato felice di questo genere?

4. Un tale primo benefattore dei propri simili deve essere certamente stato portato in palma di mano da loro, e non meno il suo successore; ma questo fatto dovette senza dubbio provocare l’invidia in più di qualcuno che sarà stato amante dell’ozio, e con l’invidia anche la brama di venire egli pure portato in palma di mano dal suo prossimo. Questi tali allora cercarono a loro volta di arricchire il loro patrimonio della conoscenza e dell’esperienza nei vari campi; cominciarono però a circondarsi sempre più di mistero per acquisire importanza agli occhi del prossimo. E sarà accaduto che qualcuno, riuscito ad assumere un’espressione molto seria e misteriosa e a mantenersi per lungo tempo muto come un pesce pur essendo stato interrogato insistentemente da molti, naturalmente curiosi riguardo al perché andasse continuamente in giro così silenzioso e meditabondo, avrà di certo risposto: “Se sapeste voi quello che so io e se aveste visto, udito e sperimentato voi quello che ho visto, udito e sperimentato io, per l’immensa meraviglia interiore ve ne andreste in giro ancora più muti e più meditabondi di me!”.

5. Ma quando della gente ancora sempliciotta e molto curiosa ed avida di sapere sente un simile linguaggio da un astuto demagogo e perdigiorno, allora è il vero momento in cui essa non gli dà più pace finché egli non si decide a comunicare le condizioni alle quali è disposto a cedere loro un po’ soltanto della sconfinata provvista del suo sapere. Le condizioni vengono prontissimamente accettate, e l’astuto briccone si trova così innalzato a profeta e sacerdote fra i propri simili, dinanzi ai quali egli comincia a sciorinare ogni tipo di mistiche cianfrusaglie che né lui, né nessun altro capisce, né può capire, dato che esse non esistono in nessun altro luogo se non nel cervello discretamente ricco di fantasia del nostro stesso briccone, il quale mediante tale suo astuto inganno finisce con il ridurre al silenzio tutti gli antichi, onesti e veri sapienti perché attrae a sé il popolo, e con le chiacchiere gli fa comprendere che egli solo sa e comprende di più che non diecimila dei loro antichi saggi.

6. Ma poi, per corroborare appieno e permanentemente le sue dottrine d’inganno di fronte al popolo, basta che egli vi aggiunga semplicemente qualche trucco magico ed il misero e buon popolo, per opera sua - cioè del cialtrone senza cuore e senza coscienza - si trova ad essere aggiogato solidamente al carro di mille divinità che vedono ed odono tutto e che di solito sono anche onnipotenti!

7. E guai al galantuomo benintenzionato che per puro e disinteressato amore osasse rivolgersi al popolo per dirgli fuori del proprio illuminato intelletto: “Non credete a questo falso profeta perché ciascuna parola dalla sua bocca è una menzogna colossale sotto la quale non si nasconde che l’egoismo più ardente e la più tirannica ambizione, i quali non mancheranno di gravare ben presto con le più pesanti catene le vostre membra ancora libere. Egli vi imporrà delle leggi insopportabili sotto il falso nome della ‘volontà degli dèi’ e contro l’inosservanza di queste comminerà le pene più gravi, anzi perfino la morte fra i tormenti. Allora voi e i vostri figli dovrete spargere lacrime assai amare sotto l’oppressione potente di un simile falso maestro, ed invocherete aiuto ad alta voce! Sennonché il vostro invocare sarà perfettamente vano, perché contro la potenza di un tiranno che non ha né cuore, né alcuna traccia di un qualche amore umanitario del prossimo, è molto difficile intraprendere qualcosa!”

8. Una simile dottrina in opposizione a quella del cialtrone che si candida a tiranno, la quale certo sarà stata enunciata di frequente all’inizio dell’asservimento dei popoli, non può evidentemente venire in qualche modo impugnata da chi sia dotato di sana ragione! Sennonché il popolo si lasciò invece illudere da qualche miracolo, cominciò a credere in una o addirittura in una legione di divinità di ogni specie, e preferì farsi maltrattare nella maniera più spietata da queste, cioè dai loro rappresentanti superbi, orgogliosi, ambiziosi, crudeli ed egoisti a dismisura, piuttosto che cominciare a pensare con la propria testa per fare ritorno alla ragione naturale umana antica e pura! Ma se a me, come pure ai miei undici compagni, queste cose sono note con discreta precisione, potrà apparire facilmente comprensibile perché io ora sono ateo».

 

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Cap. 24

Roclus cerca di motivare il suo ateismo come la vera visione del mondo.

 

1. (Roclus:) «Ebbene, se con ciò è anche dimostrato, oltre all’evidenza, in quale maniera difficilmente contestabile siano certamente sorti tutti gli dèi e come i loro servitori e sacerdoti siano gradatamente diventati veramente potentissimi dominatori per la vita e per la morte dei loro fratelli, tu, o nobile signore, signore, signore, comprenderai senz’altro perché e come siamo diventati atei! Vedi, noi pochi abbiamo trovato la chiara via che conduce all’antica, pura ragione umana ed abbiamo fatto ritorno all’immensa e santa madre Natura la quale per noi è una divinità visibile e che sempre nell’ordine più eccellente compie i suoi prodigi, mentre tutte le altre divinità, che si manifestano per bocca di un qualche essere umano, non sono altro che fantasie di qualche fannullone con la mente malata e scansafatiche, il quale ha imparato da qualcun altro oppure di per sé ha inventato un paio di trucchi magici allo scopo di presentarsi ai ciechi come uno strumento eletto da Dio per annunciare loro la Sua Volontà.

2. La Natura non ha mai avuto bisogno di eleggersi un rappresentante, né il Sole ha avuto bisogno di un delegato fra le miriadi di creature umane; esso opera da sé, e da sé solo splende, illumina e riscalda tutto in maniera tale che non è paragonabile a nessun’altra cosa! In poche parole, in tutta l’immensa Natura ogni cosa è in completissimo ordine fin là dove comincia l’uomo. Anche l’uomo però, questa perfettissima e massima fra le specie di scimmie, non lascia certo niente a desiderare per quanto riguarda natura e forma.

3. Sennonché l’uomo, o meglio l’animale dotato di parola, che procede diritto su due e non su quattro zampe e quindi perfettissimo, possiede pure una ragione e, fuori da questa, un intelletto che si va liberamente sviluppando. Per mezzo di queste caratteristiche egli può e deve esercitare il dominio su tutto il complesso degli esseri a lui sottoposti, ma tale privilegio, concesso all’uomo dalla Natura, a lui non basta. Nella presunzione di essere costituito a somiglianza di Dio, egli giunge a voler calpestare anche il proprio simile! E qui è precisamente il punto critico in cui l’uomo esce dai suoi limiti e fa di se stesso un dio. Ma nessuno può erigersi immediatamente ed automaticamente a divinità, a meno che non sia sordomuto o addirittura del tutto pazzo; non lo può fare nella carne, perché è un uomo di carne fra tutti gli altri uomini di carne. Lo farebbe senza dubbio se non temesse la derisione o addirittura una punizione da parte di tutto il popolo. Così egli si accontenta semplicemente della rappresentanza di Dio su questa Terra; questa infatti, purché sia iniziata con sufficiente astuzia e sia costruita su una base stabile, rimane stabile per molti secoli.

4. Basta che all’istituzione di una qualche rappresentanza di Dio si faccia seguire qualche disposizione visibilmente saggia e conveniente al vivere civile, ed allora per un millennio si ha buon gioco con il genere umano per sua natura sempre puerilmente buono e mite! Ma per una legge saggia si può poi appioppare ai superstiziosi mille menzogne e stupidaggini fra le più assurde, e la misera umanità, piena di buon volere ma assolutamente cieca, le accoglie con sorprendente e rispettosissima accondiscendenza. Di comprenderne qualcosa non c’è naturalmente nemmeno da parlare, perché essa non potrà mai comprendere tali misteri divinatori che veramente non sono altro se non delle idee cervellotiche di un simile volpone! Ma questo infine non interessa proprio niente, perché l’umanità ammira sempre con maggior compiacimento proprio quello che le riesce più inspiegabile, più incomprensibile e più estraneo.

5. Chi vuole annoiare l’umanità, non ha che da esporle delle verità eccellenti, ben note e facilmente accessibili, ed io sono pronto a garantire che così facendo egli ben presto si troverà a parlare al deserto! Prendiamo invece uno capace di mentire spudoratamente e di raccontare cose fantastiche, come ad esempio di aver visitato le Indie lontane e di avervi visto degli animali dell’altezza di una montagna, con cento teste, e precisamente ciascuna perfettamente simile a quella di un diverso animale, e in mezzo a queste cento teste, l’una differente dall’altra, si erge pure una colossale testa umana su un collo lungo e grosso, che parla tutte le lingue del mondo scioltamente, però con una voce di tuono, e che prescrive addirittura leggi agli uomini su come devono comportarsi di fronte all’altro grande esercito delle sue teste animali, ebbene, alla gente che gli presta ascolto con la massima attenzione, egli può sfacciatamente raccontare in aggiunta che sull’ampia schiena di questa meravigliosa e grandiosa bestia poggiano bellissime città e giardini dove dimorano uomini e animali, facendovi una vita quanto mai gradevole, purché osservino esattamente le leggi dettate dalla testa umana che sorge nel mezzo del corpo di questo animale colossale; ma se essi invece peccano contro tali leggi, allora la testa di tigre di questo animale li addenta e li divora immediatamente! A questa menzogna, certo più che assurda, egli può aggiungerne quante ne vuole ancora, ed è garantito il fatto che esse verranno tutte credute, e guai a colui che volesse obiettare: “Ma come fate ad ascoltare un simile sfrontato ciarlatano? Io stesso ho viaggiato varie volte in India, e non ho mai neanche lontanamente visto qualcosa di simile, né ne ho mai udito parlare!”, tutto ciò non gioverebbe a nulla! Egli verrebbe accusato di calunnia contro una causa tanto meravigliosa e lo si costringerebbe a tacere, ciò che per lui sarebbe il minimo che potrebbe toccargli; d’altro canto, invece, il mentitore sfacciato che conosce l’India solo di nome, rimarrebbe padrone del campo! Io stesso sono stato testimone, infatti, come gli uomini accolgono e anche credono in una sciocchezza, per quanto colossale, con molta maggiore facilità che non in una verità, per quanto utile essa sia, in modo chiaro e dimostrato.

6. Ora, date simili caratteristiche ben note degli uomini, c'è forse da meravigliarsi se noi siamo ormai conciati e imbalsamati più che a dovere a forza di divinità? E non c’è piuttosto da meravigliarsi che persone del mio tipo esistano ancora in mezzo a così tanti uomini stupidissimi? E dal canto tuo, alto signore, signore, signore, ti può stupire se noi dodici, greci ed ebrei ricchi di esperienza, dobbiamo necessariamente essere degli atei, e questo per la semplicissima ragione che evidentissimamente non può esistere un Dio costituito in maniera tale da richiedere agli uomini il compimento di cose spesso ridicole fino all’assurdo, come ad esempio la compera del letame e degli escrementi del Tempio per la concimazione benedetta dei campi, dei giardini, degli orti e dei prati, per non parlare di mille altre assurdità ancora peggiori che si sostiene siano richieste dal Dio unico degli ebrei, sempre ancora un po’ più saggio! Ma cosa si dovrà dire poi delle pratiche, dei sacrifici, dei costumi e delle usanze stupide, insulse oltre ogni dire e che degradano la dignità umana, che vengono richieste, anzi addirittura qualche volta pretese, dai nostri dèi greci, in numero forse di diecimila?

7. Oh, guai, guai a chi osasse dare il benché minimo buffetto sul naso ad una divinità di legno anche di ultimo rango! Costui, quale SACRILEGUS MALEDICTUS (maledetto profanatore del tempio), dovrebbe aspettarsi di uscire proprio conciato per le feste fuori dalle unghie dei rappresentanti di Dio! La distruzione o anche il semplice danneggiamento di una menzogna scolpita nel legno viene sempre ed ancora punita nel modo più rigoroso con la spada e come un massimo crimine per il quale non esiste perdono. Ma quando le migliaia di arcipoltroni truffatori del popolo calpestano qualsiasi verità, per quanto limpida, e la genuina dignità umana usando la violenza e facendo ricorso ai mezzi più crudeli, allora questo è perfettamente giusto e graditissimo - dico - ai saggi ed onnipotenti dèi! Ah, sì, di fronte a tutto questo ci mancherebbe solo che la vera umanità dovesse pure ringraziare con la massima obbedienza tutti gli dèi e le dèe! Ma adesso, considerato tutto ciò, tu, o signore e reggente di popoli notoriamente e veramente saggio, puoi forse biasimarmi se mi coglie la nausea quando mi si parla, sia pure vagamente, di un qualche essere divino?

8. Quando, per le necessità del mio commercio, ebbi occasione di visitare perla terza volta l’India, io vi trovai molte cose assennate e buone, ma accanto a queste ne trovai anche molto stupide e talmente orribili che ci sarebbe stato davvero motivo di crocifiggersi addirittura da soli pur di evitare di assistere a simili sciocchezze spaventosamente enormi relative alla divinità. Sennonché da quanto ho potuto apprendere dalla teosofia di quella gente, il Lama, il dio supremo, il quale porta pure il soprannome di Dalai, si degna una volta all’anno di concedere al suo massimo rappresentante, il quale dovrebbe anch’egli essere immortale, l’onore più grande, cioè quello di mostrarsi a lui nonché ai suoi sommi sacerdoti soltanto a distanza, e sulla cima di un alto monte! Allora su comando del dio supremo al rappresentante incombe l’obbligo di dar sfogo alle sue necessità corporali naturali su un pannolino candidissimo; poi quella immondizia deve venire seccata e infine ridotta in polvere. Questa “polvere divina”, come l’ho udito chiamare dagli indiani, viene poi pressata in grani ed infine conservata entro delle scatolette di legno. Le stesse vengono quindi inviate ai capi dei popoli, naturalmente dietro pagamento di un ricco compenso, e a tali sommi capi delle genti spetta poi, dopo aver compiuti gli atti di penitenza prescritti, l’alto onore di masticare e di mandare giù nello stomaco con massima reverenza quel dono lurido e fetente della divinità! Questa ed una quantità grandissima ancora di stupidaggini ed assurdità corrispondono assolutamente ai fatti, dei quali chiunque voglia intraprendere un viaggio da quelle parti può convincersi di persona.

9. Ma che cosa deve pensare, che cosa deve dire una persona assennata, libera da fanatismi e in possesso di una sana ragione e di un non meno sano intelletto, quando sente parlare della funzione ignominiosamente e mostruosamente sudicia che il dio dell’India richiede dagli uomini per averne il massimo onore? Ah, ma c’è davvero da uscire fuori dai gangheri per la rabbia solo al pensare una simile madornale stupidità degli uomini, alla quale essi forse già da qualche migliaio di anni stanno disperatamente attaccati, e dalla quale non è più possibile distoglierli neanche con i ragionamenti più sensati!

10. Oh sì, fammi venire in presenza di un Dio sensato, ed allora anch’io cesserò di essere un ateo, cosa questa alla quale l’avvenimento prodigioso compiutosi dinanzi ai miei occhi potrebbe potentemente incitarmi e potrebbe indurmi alla fede che, nonostante tutte le divinità, quanto mai insulse, prodotte e inventate dalla stupidità umana, sia pur possibile che un vero Dio, non in contraddizione con la ragione umana purissima, esista di fatto, ciò che sarebbe un pensiero supremamente bello e nobile per l’uomo! Ma se infine anche questa divinità dovesse essere qualcosa di gonfio e vuoto come finora è sempre stato il caso di tutte le divinità a me note, essa può fare anche mille miracoli dinanzi a me, di questo o di altro genere, ma davvero io non gli renderò un qualche onore neanche per sogno!

11. Ecco: ormai tu mi conosci da tutti i lati in questo campo, così come io sono, penso ed agisco; e tu, se eventualmente sai qualcos’altro di più buono e di più vero, puoi già confidarmelo almeno in parte, ed io certamente non l’accoglierò da te senza gratitudine! Dunque, come è sorta la nuova dimora del vecchio Marco? Chi è stato a chiamarla all’esistenza?».

 

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Cap. 25

L’essenza di Roclus, illuminata dal Signore.

 

1. Cirenio, in seguito a tutto quello che aveva udito da Roclus, era rimasto alquanto disorientato, e perciò si trovò imbarazzato a trovare una risposta. Egli allora si rivolse a Me e disse a voce bassa: «Signore, tutto sommato quest’uomo non ha torto, e tutto mi porta a credere che egli, malgrado il suo ateismo, nasconda nel suo petto un cuore non insensibile verso la vera umanità. Se fosse possibile convertirlo ad un sincero teismo[5], data la sua enorme acutezza di intelletto e le sue molteplici esperienze, egli sarebbe una perla aurea addirittura per la Tua pura Causa divina! Ma appunto perché egli è così ricco di esperienze e ha tanta acutezza di ragionamento da uguagliare l’acutezza dell’occhio di un’aquila, per quanto mi riguarda è un’impresa piuttosto difficile dargli una qualche risposta dalla quale si possa sperare un buon successo nei suoi confronti! Che ne dici dunque se ora cominciassi Tu stesso a trattare con lui? Con poche parole Tu potresti certamente dirgli assai di più che non io con molte parole. O Signore, assumi Tu un tale compito, perché davvero mi pare che quest’uomo lo meriti visto che le sue opinioni sono assolutamente sensate!»

2. Io gli dico: «Tu hai giudicato rettamente quest’uomo, e nei suoi riguardi le cose stanno precisamente così come hai detto tu, perché fra tutti voi non c’è nessuno che abbia tanta naturale e sensata esperienza del mondo quanto appunto questo Roclus, e per mezzo suo anche i suoi undici compagni. Ma dato che in questi tempi, con il sussidio dei suoi considerevoli tesori terreni, è venuto spesso a scoprire esclusivamente astuzie ed inganni da tutte le parti ed ha dovuto constatare che la divinità è rappresentata dappertutto dagli imbroglioni più grandi e raffinati, allora non ci si deve assolutamente meravigliare se alla fine egli si sia trovato costretto a gettare sulla strada l’acqua assieme al bambino che vi stava facendo il bagno.

3. Egli andava certamente in cerca di Dio con ogni zelo, e ciò spiega anche i suoi lunghi viaggi; sennonché quanto più arrivava lontano e tanto più evidentemente trovava dissennatezza, pazzia ed inganno. Infine, si fece perfino iniziare ai misteri degli esseni, e vi si trovò bene per la ragione che almeno questi hanno costruito l’edificio del loro inganno divinatorio con l’intenzione di essere utili all’umanità, e sono in fondo gente a posto, ognuno dei quali è apertamente fratello all’altro, e non ha alcuna pretesa di preferenza rispetto al prossimo, perché la massima di questa setta è la seguente: “Sapere ed avere tutti in modo uguale, essere in generale tutti uguali, e non svelare a nessun profano il mistero che si nasconde fra le alte e spesse mura, fuori dalle quali a nessuno su questa Terra deve venire mai alcun male, ma possibilmente soltanto del bene!”.

4. Ora, considerate in se stesse, a queste cose ci si può anche passare sopra; però il punto molto difficile della questione resta sempre quello della fede in un Dio, poiché se vi è per loro qualcosa di proprio ben stabilito e di inderogabile è appunto la massima che all’infuori delle misteriose forze naturali non esiste un Dio né può esistere eternamente e in nessun luogo. E perciò è immensamente difficile convertire alla fede in un Dio un autentico esseno di questa specie. Bisogna prima dargli ancora molte più occasioni di esprimersi a suo piacimento, liberamente e sotto tutti gli aspetti, e soltanto quando egli si sarà completamente rivelato dinanzi a te, si potrà arrivare a qualche risultato assolutamente apprezzabile con lui. Ma per il momento egli non è ancora maturo, perché in lui stanno nascoste ancora molte cose le quali sono ben lontane dall’essere venute a galla a causa di una certa diffidenza verso la tua concezione tipicamente romana della giustizia che si deve sempre far valere con la spada.

5. Finché un uomo non osa confidarsi pienamente con il suo simile, non è possibile che gli diventi mai veramente amico. Dunque, finché egli non si faccia vero e fidatissimo amico di qualcuno, non gli si rivelerà mai completamente, ma se egli non si rivela completamente, svanisce da sé necessariamente anche la possibilità che il suo animo resti perfettamente svelato così come è necessario. Quindi tu devi tentare di renderti fidatissimo amico di questo Roclus e poi egli ti aprirà il suo animo e tu apprenderai da lui ancora delle cose molto strane che susciteranno in te la più grande meraviglia!

6. Per il momento, però, tu devi rinunciare all’espressione e all’atteggiamento che ti vengono suggeriti dal tuo senso di giustizia, rigida e romana, convertendoli dinanzi a lui in quelli di una vera amicizia, e tutto ciò più apertamente e sinceramente possibile, altrimenti non arriverai ad ottenere nulla da lui. Ma una volta che ti sia riuscito di portarlo a quel punto, allora sarà facile trattare con lui, e soltanto allora sarà opportuno il Mio intervento. Come stanno invece le cose adesso, lasciandogli tutta la sua libera volontà, non si degnerebbe neppure di ascoltarMi, e si limiterebbe a dirMi: “O amico, qui io non conosco che il governatore generale, ed ho a che fare con lui; infatti io non ti conosco affatto, e non so fino a che punto mi posso fidare di te!”. Ed Io intanto non potrei obiettargli che questo: “Amico, tu hai giudicato bene e rettamente!”. Dunque, prova prima tu a conquistarlo con tutta amorevolezza, e soltanto dopo guidalo verso di Me, e allora in breve tempo l’intera questione verrà condotta a buon fine!»

7. Dice Cirenio: «Io ci proverò senz’altro! Sennonché ho la sensazione che il mio buon proponimento non sarà coronato da un successo com’è nei miei desideri!»

8. Gli dico Io: «Basta che tu cominci a prendere la cosa dal lato giusto, e vedrai che poi andrà molto bene!».

 

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Cap. 26

L’amichevole replica di Cirenio a Roclus.

Le cause della decadenza del sacerdozio.

 

1. Dopo di che Cirenio si rivolge nuovamente a Roclus e gli dice: «Ebbene, amico mio, ascoltami; io ho profondamente riflettuto riguardo a quanto mi hai detto ed ho vagliato esattamente ogni tua argomentazione. Devo quindi convenire che le tue ragioni le ho trovate molto vere e calzanti, né posso fare a meno di dichiarare che tu hai ragione sotto molti aspetti, però non sotto tutti. Io ho potuto rilevare dalle tue parole che, nonostante il tuo sensato modo di vedere le cose, talvolta pecchi tuttavia di eccessivo zelo. Ho rilevato inoltre che la tua foga ti induce a gettare via l’acqua assieme al bambino che vi sta facendo il bagno dentro, che i tuoi giudizi si limitano al tempo presente e che vai erigendo un edificio il quale non ha solide fondamenta e che poggia sulla sabbia mobile e che può venire facilmente distrutto dagli uragani.

2. È senz’altro vero che i sacerdoti, specialmente quelli che ricoprono alte cariche, sono per lo più gente ambiziosa, avida di dominio e per conseguenza in gran parte senza cuore, ed è altresì vero che i sacerdoti di grado inferiore sono costretti a ballare secondo la musica dei superiori, particolarmente poi quelli che devono accudire al loro ufficio standosene vicini ai grandi e potenti; tuttavia le cose non sono in realtà tanto vuote, né sono proprio tutte un evidente inganno come tu immagini e come credi che sia.

3. Basta che tu consideri un po’il divario esistente nel linguaggio di oggi rispetto a quello antico! Fino a mille anni fa l’umanità si esprimeva esclusivamente mediante simboli e immagini corrispondenti. Tutto il linguaggio allora era una vera poesia, motivo per cui gli antichi scrivevano tutto in versi e similmente così si esprimevano per comunicare gli uni con gli altri nel linguaggio corrente; infatti, la cosiddetta miseranda prosa fece la sua comparsa soltanto quando l’umanità, corrotta fin nelle sue fondamenta, trapassò ad una vita puramente materiale della carne.

4. È dunque possibile che gli antichi profeti e veggenti abbiano parlato agli uomini del vero Dio e che glieLo abbiano indicato, e gli antichi certo li avranno anche compresi meglio di quanto li possiamo comprendere noi attualmente; sennonché in seguito all’osservanza, allora rigida, dei noti savissimi Comandamenti di Dio, già le generazioni successive giunsero ad uno stato di grande benessere. Questo fu quello che li rese presuntuosi, sensuali e volgari. Questa gente perse anche troppo presto ogni familiarità con il linguaggio animico figurato, ed in breve tempo non furono proprio più in grado di comprendere le parole degli antichi profeti e veggenti.

5. La conseguenza fu che si cominciò a restare attaccati unicamente al senso letterale delle parole, che non vivifica, bensì uccide, e in questo modo si finì con il perdere completamente di vista il germe di luce della verità. Noi tutti che siamo qui, eccezione fatta di due, presi tutti assieme non avevamo assolutamente alcuna nozione di un qualche senso interiore spirituale della verità, e, come è successo a te, ugualmente anche a noi, fino a poco fa, appariva come la più rozza stoltezza tutto quello che avevamo potuto apprendere riguardo alla parola dei veggenti e degli oracoli. Ma quei due, i quali pure si trovano qui con noi, e particolarmente Uno, ci hanno fatto cambiare opinione e ci hanno dimostrato in quale maniera terribilmente errata avevamo finora compreso tutti i profeti e i veggenti.

6. Ma fuori da una simile errata comprensione non potevano infine fare a meno di svilupparsi anche delle massime della vita perfettamente strampalate e contorte, nonché una conseguente quantità innumerevole di altre sciocchezze, né le dottrine divine avrebbero potuto assumere un aspetto migliore di tutto quello che l’uomo faceva e metteva in atto.

7. Ma dato che l’umanità si trovava tanto profondamente immersa in un torbidissimo ambiente per quanto concerne la propria sfera vitale spirituale interiore, e dato che doveva sentirsi come completamente abbandonata da ogni superiore influsso spirituale-divino, allora in lei cominciò ad accentuarsi l’egoismo, ed essa cominciò ad isolarsi ed a corazzarsi, a fiutare nemici da tutte le parti e ad armarsi contro eventuali attacchi facendo ricorso unicamente alle armi esteriori, come fa colui che, sorpreso dalla notte entro un fitto bosco, per timore di essere avvicinato da qualche creatura nemica, fa ogni sforzo possibile per difendersi in qualunque modo dagli assalti che dei supposti nemici potrebbero aver progettato contro di lui.

8. Anzi, qualcuno esagera tanto con il suo timore da cominciare formalmente a negare l’esistenza di un qualche essere che gli sia amico; egli allora sbarra a chiunque l’accesso presso di lui e si fa completamente avaro, accumula tutto per la propria sicurezza e non si fa avvicinare più da nessuno! Egli circonda la propria casa da alte mura spesse, i suoi tesori li racchiude entro delle bare di ferro e spesso li seppellisce sottoterra, di solito in luoghi dove l’uomo difficilmente arriverà mai a posare il piede.

9. Da simili premesse l’uomo diventa molto avido di potere, si circonda di ogni potere e cerca di appropriarsi di tutto, non importa come, per timore di doversi trovare un giorno a possedere troppo poco.

10. Va’ da un avaro autentico di questa specie e domandagli per chi egli stia accumulando tante ricchezze, visto che, per quanto concerne la sua persona, non arriverebbe in mille anni a mangiarsi quanto ha messo assieme, e vedrai che egli ti considererà come il suo peggior nemico e non ti ascolterà più, né ti darà risposta. Ma non diversamente da così sono fatti attualmente, dal punto di vista spirituale, soprattutto i sacerdoti.

11. Essi sono pure in possesso delle antiche tradizioni profetiche, e sono appunto loro che per lo più le leggono e le studiano. Ma proprio in seguito a ciò essi, prima di ogni altro ed in misura maggiore di altri, si smarriscono in un bosco fittissimo colmo di tenebre e di dubbi dai quali non riescono più a liberarsi. Ma dato che sono sacerdoti, essi sono costretti, ricorrendo a cerimonie e pompe esteriori di ogni specie l’una più stolta dell’altra, a darsi, al cospetto del popolo, l’aria come se effettivamente sapessero e comprendessero qualcosa. Invece non sanno e non comprendono nulla all’infuori del fatto che - naturalmente nel segreto dei loro animi - essi in realtà non sanno, non comprendono e non conoscono assolutamente nulla!

12. Perciò impiegano il loro tempo unicamente nell’escogitare dei mezzi sempre più efficaci per nascondere agli occhi del popolo la loro completa ignoranza e per avvolgerlo in una fitta nebbia, cosa questa che non è per loro proprio un compito eccessivamente difficile, considerato che a forza di pensare sono pure arrivati al punto di riconoscere che per se stessi non sanno niente, meta questa che per essere raggiunta richiede già parecchi sforzi.

13. Certo spesso succede che qualcuno, per puro caso, perviene a qualche luce di tipo giusto; tuttavia, a causa del popolo già ottenebrato, essi non possono più demolire l’edificio purtroppo colmo di menzogna e di inganno ormai costruito, e così sono costretti a nuotare a seconda della corrente nella quale si sono messi, limitandosi tutt’al più a conservare nel segreto dei loro cuori la migliore convinzione acquisita.

14. Puoi senz’altro credermi se ti dico che fra i sacerdoti, qualunque sia la religione a cui appartengono, ce ne sono alcuni che riconoscono fin troppo bene la falsità e l’assurdità della loro dottrina esteriore e che hanno conoscenze assolutamente eccellenti riguardo ad un Dio vero ed unico al Quale nei loro cuori sono anche interamente devoti. Sennonché essi, una volta per sempre, non possono più apportare alcun cambiamento all’edificio antico delle erronee dottrine! E devono accontentarsi di rimettere la cosa nelle mani di Colui che ha il potere di rovesciare il tempio dell’inganno quando a Lui piace e quando ritiene giunto il momento opportuno; perché meglio di chiunque altro Egli saprà e conoscerà senza dubbio la ragione per cui ha concesso che venissero innalzati dei templi per gli idoli di ogni specie di divinità menzognere e che tali templi venissero fortificati con solide mura e difesi con la spada!

15. Se ora tu consideri a dovere quanto ti ho detto, deve esserti almeno un po’più chiaro il fatto che, malgrado tutta la perspicacia del tuo intelletto e tutte le tue molteplici esperienze compiute da vero ateo quale sei, non risultano perfettamente fondate tutte le ragioni addotte a conforto della tua tesi e dovresti perciò presagire che tu ti trovi ancora molto lontano dalla pura verità interiore!

16. Ed ora tocca nuovamente a te giustificarti nel modo che riterrai migliore, perché ormai noi due ci troviamo l’uno di fronte all’altro come buoni amici, e ti è concesso di esprimerti con tutta libertà senza la benché minima limitazione e senza timore di venire comunque chiamato a rispondere delle tue parole! Dunque tu puoi dichiarare apertamente ogni tuo pensiero come l’hai nel cuore, ed io poi, non nella mia qualità di uno fra i più alti detentori del potere di Roma, né in quella di supremo giudice, ma in quella di uomo e di fratello cercherò di indirizzarti sulla retta via mediante la parola, il consiglio e l’azione! Ma se così non vuoi, sei pienamente libero di partire e di andartene dove più ti piace, senza alcun impedimento! Certo che mi dispiacerà molto lasciarti andare via da qui senza che tu ti sia accorto del tuo errore; ciononostante però, in considerazione della tua acutezza di intelletto che apprezzo come è giusto che sia, non ti verrà fatta da parte mia in nessun modo alcuna costrizione. Parla dunque liberamente e del tutto apertamente con me, il tuo amico».

 

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Cap. 27

Il Santissimo artificiale nel Tempio di Gerusalemme.

Gli abomini delle penitenze in India.

 

1. Dice Roclus: «Signore, signore, signore, la tua replica, che ho seguito e meditato parola per parola e con molta attenzione, è stata buona e saggia! Ed ho rilevato che vi è parecchio del buono e del vero in quanto mi hai detto, e mi sono accorto altresì che tu - ciò che non avrei mai creduto - sei un genuino, perfettissimo cosmopolita[6], quale attualmente è purtroppo difficile trovarne un altro, specialmente tra le persone del tuo rango.

2. Senza alcun dubbio, questa di un Dio unico, sapientissimo, ma nello stesso tempo anche supremamente umano, sarebbe una cosa bellissima ed eccellente sotto ogni riguardo. Sennonché, dove può esistere una simile Divinità se non nel pensiero ideale di un animo umano risvegliato ed incline alla poesia? Infatti, se fosse invece una divina realtà, essa dovrebbe pure potersi manifestare mediante qualcosa di particolare! Ma invece si può fare e indagare come e dove si vuole, con la massima diligenza di questo mondo e con la più grande attenzione ed acutezza di ingegno e impiegando la migliore buona volontà, senza che tutto ciò conduca ad un qualche risultato!

3. Da qualsiasi parte si pensi di fare le proprie indagini, ci si viene sempre ad imbattere in un uomo camuffato, come succede nel Tempio di Gerusalemme, dove dinanzi alla preziosa cortina sono posti dei guardiani affinché nessun profano possa penetrare dietro quel misteriosissimo drappo. Qualcuno di noi, quantunque non ebreo, poté però, sborsando denaro, arrivare anche dietro ad un simile velo d’Iside, ma non poté trovarvi altro all’infuori di quello che era, come al solito, il prodotto del lavoro umano, e cioè un cassone sotto forma di sarcofago fatto di legno in tinta nera e bruna, dove, nel mezzo di questo cassone, era fissata una bacinella di ferro, entro la quale ardeva della nafta che gettava fiamme alte e chiare, fiamme che avrebbero dovuto raffigurare la presenza di Dio, l’Altissimo!

4. Ora io domando quanta cecità e quanta stoltezza siano richieste per poter credere ad una cosa simile! Dov’è il Dio e non l’uomo[7] che ha messo assieme tutto questo per ingannare il prossimo al quale, pena la morte, resta preclusa ogni possibilità di chiarire qualcosa? Ecco, il popolo è condannato a restare continuamente quanto più stolto e cieco sia possibile, ed a lavorare giorno e notte con le mani grondanti sangue, affinché i poltroni rappresentanti di Dio possano ingrassare a dovere a spese dei fauni miseri e stolti. Cosa importa ad un’alta figura umano-divina di questa fatta la morte anche di milioni di esseri umani? Se non vogliono attirarsi fra capo e collo tutte le furie, devono essere pronti ad offrire la vita ad ogni momento ed in qualsiasi modo per mantenere il loro spirito tormentatore che è il rappresentante di Dio, spirito che è la loro vera disgrazia!

5. Amico, se mi è lecito chiamarti così, va un po’ a visitare l’India e osserva com’è fatta l’umanità, e ti assicuro che ti si drizzeranno i capelli sul capo. Da quelle parti incontrerai dei penitenti in una forma tale, quale la tua fantasia non l’ha mai raffigurata nemmeno in sogno! Qui contro i delinquenti vengono prescritte dai giudici delle pene che vengono applicate dagli esecutori della giustizia per la durata di un giorno al massimo. Là, invece, la minima penitenza dura da uno a due anni almeno, e deve venire applicata rigorosissimamente dal peccatore in persona a se stesso e senza alcuna remissione; ma là accade che la pena più lieve è tanto crudele che al paragone la crocifissione in uso presso i romani va considerata come una cosa da niente. Io mi limiterò a citarti soltanto qualcuno fra gli esempi più semplici, e sono certo che finirai con l’averne più che abbastanza!

6. Una volta ho avuto occasione di osservare uno di questi penitenti condannati ad una lieve pena! Costui portava infilzati tre aghi di ferro attraverso i polpacci, e tuttavia doveva trascinarsi dietro un peso considerevole girando attorno ad un albero. Quando la sua carne accennava a stancarsi, allora egli impugnava una sferza munita di punte di ferro e si infliggeva da solo dei colpi violentissimi; il suo cibo quotidiano consisteva, quale penitente, di sette fichi e un boccale d’acqua. Quando io lo vidi, egli era già al suo secondo anno di penitenza ed era ancora vivo.

7. Poi ho visto un altro penitente condannato ad una lieve pena, il quale aveva tutto il corpo guarnito di punte come un porcospino, con la sola differenza che mentre l’animale suddetto porta le punte acuminate di fuori, nel caso di quel penitente le punte erano rivolte verso la carne nella quale si affondavano per almeno due pollici. Questi aculei sono sia di legno duro, sia di osso oppure anche di metallo, ed è il penitente stesso che deve infliggerseli nelle carni secondo la prescrizione dell’umanissimo profeta di penitenza, e precisamente un aculeo ogni giorno durante tutto il periodo della penitenza, che si protrae per due anni. Così avviene che, giunto al termine del suo più che dannato tempo di espiazione, egli viene a trovarsi infitte nel corpo tante sacre spine di penitenza quanti sono i giorni contenuti in due anni. Se il penitente poi riesce a salvarsi, soltanto allora comincia la penitenza postuma volontaria allo scopo di acquistarsi qualche merito agli occhi onniveggenti del Lama, perché la prima parte dell’obbligo di penitenza non mira che ad ottenere il perdono di un qualche peccato da parte del Lama. Solo attraverso la penitenza postuma il peccatore può acquistare grazia presso di lui.

8. Io domandai all’araldo di penitenza, che era del resto persona molto a modo, in che cosa consistesse effettivamente la penitenza postuma di un simile peccatore irto di punte, ed egli mi rispose: “Questa può venire compiuta in due e anche in tre maniere; e cioè, o egli si tiene gli aculei conficcati nel corpo per tutta la vita, il che certo causa molti inconvenienti, soprattutto durante il riposo notturno, perché i penitenti di questa specie possono trovare riposo di notte soltanto se coricati sulla sabbia quando questa è molto soffice, oppure nell’acqua, sostenuti da otri che devono prima venire riempiti d’aria e poi legati al corpo! Nella seconda soluzione invece possono togliersi le punte fuori dalla carne, però non più di una al giorno, ciò che vuol dire che per cavarle fuori tutte impiegano precisamente altrettanto tempo quanto ce n’è voluto per piantarle dentro. Ma, come già detto, c’è anche una terza maniera, e cioè il penitente può tirarsi fuori le spine tutte in una volta e poi fare un bagno di sostanze balsamiche. Questo processo serve a guarire rapidamente le ferite, e poi il penitente ne esce di nuovo come persona atta al lavoro; in compenso però egli o deve fare al Lama una cospicua offerta, oppure per quattro anni deve diventare lo schiavo di un sacerdote con l’obbligo di curare e coltivare i campi, i prati e i giardini di costui; durante il tempo della penitenza, però, egli deve sostentarsi esclusivamente con i propri mezzi. Che dunque la situazione di un simile penitente non si presenti proprio fra le migliori, non ci vuole davvero molto a comprenderlo!”

9. Queste sono le informazioni datemi da un cortese sacerdote, fra quelli incaricati di promulgare le penitenze; dopo di ciò io gli domandai che cosa avesse commesso di così grave un penitente di quella specie per essersi meritato un’espiazione così tormentosa. Allora costui mi rispose: “Perché sia applicata una penitenza, spesso non vi è bisogno di un vero e proprio crimine, la cosa sta nel saggio arbitrio mai perscrutabile dell’eterno Lama! La sua santa volontà egli l’annuncia solamente al suo supremo sacerdote sulla Terra; questo a sua volta la rende nota a noi sacerdoti di grado inferiore e soltanto dopo noi la proclamiamo al popolo, il quale non ha nient’altro da fare che obbedirci ciecamente. Infatti, quantunque noi siamo infinitamente poca cosa al cospetto del sommo sacerdote del Lama, tuttavia siamo infinitamente importanti, grandi e potenti con la nostra volontà al cospetto del popolo! Una parola pronunciata dalla nostra bocca è per un individuo del popolo come una legge immutabile, perché il popolo sa bene che la nostra parola e quella del Lama sono una cosa sola!”

10. Io dopo gli domandai se il Lama enunciava qualche volta i motivi per i quali veniva prescritto a carico di un individuo un atto di penitenza tanto atrocemente crudele, ed il sacerdote mi rispose nuovamente con tutta gentilezza e con la massima umiltà di questo mondo: “Ma forse che il Lama annuncia a qualcuno il come, il quando e il perché gli manda una qualche dolorosissima malattia? Il Lama è supremamente saggio, onnipotente e giusto. Egli fa ciò che vuole e non domanda consiglio a nessuno, ed il giudizio degli uomini è un abominio ai suoi occhi! Ora chi mai può opporsi alla volontà del Lama che è onnipotente? Sarebbe la cosa più orribile tra le orribili e la più spaventosa fra le spaventose suscitare la sua ira! Quindi, per gli uomini che vivono su questo mondo, sul quale tutto va incontro ad una fine, è quanto mai più salutare affrontare qualsiasi martirio che non ardere per l’eternità entro il tremendo fuoco dell’ira del Lama nell’altro mondo!”

11. Allora a quel cortese individuo, il quale poteva assistere per anni ed anni, con la massima e apparentemente piissima placidità d’animo, allo spettacolo orrendo di cento penitenti intenti a martoriare e ad uccidere nella maniera più insopportabile la propria carne per restare ligi alla cosiddetta volontà del Lama loro annunciata, io domandai perché fra i penitenti non si trovasse alcuna giovane donna, né meno ancora una ragazza e neppure un sacerdote. Infatti non si vedeva che gente d’età avanzata, per lo più dei mori e delle donne vecchie di solito molto brutte! Ma a questa mia domanda il pio sacerdote si limitò a rispondere: “O mio caro straniero, smanioso di conoscere tutto! Ogni spiegazione è contenuta in queste parole: ‘È il Lama che vuole così!’. Quando si sa questo, ogni altra domanda è superflua!”».

 

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Cap. 28

La gestione del sacerdozio in India.

 

1. (Roclus:) «Questa risposta diede sui nervi a me, cittadino romano, e perciò gli chiesi: “Amico, una risposta simile me l’avresti data anche se io, alla testa di dieci volte centomila uomini e con la faccia più seria di questo mondo, ti avessi fatto questa mia domanda facendone una questione di vita o di morte e ti avessi ordinato di esonerare immediatamente da ogni penitenza questi miseri fauni?”. A queste mie parole l’uomo pio rimase alquanto sorpreso, mi guardò con occhio interrogatore e parve studiare molto ciò che avrebbe dovuto rispondermi.

2. Io però, facendo un’espressione assai seria, gli dissi: “Hai proprio ragione di guardarmi bene; così potrai riconoscermi tanto prima e con tanta maggiore facilità quando io, più tardi, a capo di un esercito bene agguerrito, verrò qui, attaccherò e distruggerò la perversa e solida cittadella del vostro crudelissimo dio e del suo sommo sacerdote!”. Allora quel pastore d’anime, prima tanto gentile, parve voler raccogliere tutte le sue energie, assunse un’espressione infuriata e mi rispose: “Oh, pazzo mortale che sei! Tu arriverai a distruggere prima la Luna che non l’incrollabile castello del Lama! Ma dov’è dunque il tuo esercito?”

3. Dissi io: “Non sarà a te che verrò a raccontarlo; ti dico però che basta un mio cenno, e tu, malvagio individuo, arriverai a sapere sempre abbastanza per tempo dove è raccolto il mio esercito! E ti dico ancora che, se ti rifiuti di darmi delle spiegazioni assolutamente veritiere riguardo al Lama e al suo sommo sacerdote ed ai rapporti che esistono fra costui e voi, e riguardo alle ragioni di questo ignominiosissimo maltrattamento del prossimo, io ti faccio prendere e tormentare per venti anni di seguito con tutte le raffinatezze che la mia fantasia potrà escogitare, affinché tu pure abbia ad assaggiare le sensazioni che devono provare questi sciagurati penitenti nel sottostare a simili torture e martiri che non hanno nome!”.

4. Allora l’uomo pio si accorse che con me non conveniva scherzare, e cominciò, anche se era evidente che lo faceva malvolentieri, a spiattellare la verità, sempre tuttavia premettendo e pregando che gli venisse poi concesso di venirsene via con me, altrimenti egli non sarebbe stato più sicuro della sua pelle. Io acconsentii ed egli subito iniziò a vuotare il sacco e disse:

5. “Da noi esiste pure una Scrittura la quale proviene dai primi padri di questa Terra; a quanto si dice, quest’opera eseguita per comandamento del supremo Dio, il cui vero Nome soltanto il sommo sacerdote conosce, sarebbe dovuta a certi Kienan, Jared e Henoch. Nel grande ed universale ‘Libro di tutti i libri’ dovrebbero essere comprese pure delle ampie narrazioni di Nohai e di Mihihal; tuttavia noi non ne conosciamo per niente il contenuto, né ci è lecito mai di gettarvi l’occhio, dato che per un crimine di questo genere è comminata la pena di morte fra i tormenti più atroci.

6. E nessuno di noi, sacerdoti di grado inferiore, ha mai visto il Lama! Possiamo già chiamarci più che fortunati se in tutto il tempo della nostra vita riusciamo a vedere una volta soltanto il gran sacerdote del Lama. Di vedere il Lama in persona poi, non c’è nemmeno da parlarne! Il gran sacerdote è a conoscenza delle condizioni in cui si svolge la vita di tutti i suoi sudditi e di tutti i principi che gli sono sottoposti, e che egli tratta come un padrone tratta i suoi servitori. Essi devono prestargli obbedienza in tutto ciò che vuole, altrimenti basta una sola parola rivolta ai suoi popoli che credono ciecamente e fermissimamente in lui e che soltanto da lui si aspettano ogni bene oppure ogni male, e questi si rivoltano, e con la più grande gioia di questo mondo ammazzano tutti i principi, perché così essi ritengono di rendersi degni del compiacimento altissimo del Lama. Questa cosa i principi la sanno molto bene, e quindi per il proprio interesse rendono tutti gli onori possibili ed immaginabili al gran sacerdote, gli fanno annualmente l’offerta di grandi somme in oro ed argento, e per di più aumentano le sue ricchezze con il dono di bellissime greggi.

7. Se egli prescrive all’uno o all’altro una penitenza corporale dalla quale nemmeno un principe va esente, allora i principi possono ottenere il riscatto o mediante un cospicuo contributo in oro, pietre preziose e perle, oppure possono umilmente chiedere la concessione che un’altra persona, sempre che sia di provata devozione e alla quale non sia stata mai imposta un’espiazione, si assuma essa stessa, per conto di un principe, il compimento dell’atto di penitenza che in questo caso viene riconosciuto valido come se fosse compiuto dal principe stesso; ma naturalmente bisogna che questa terza persona sia d’accordo, perché una cosa simile è rimessa pienamente alla libera volontà del pio sostituto, come pure è a lui che spetta lo stabilire l’entità del compenso di sostituzione del penitente, compenso che in tali occasioni non viene fissato mai ad un livello troppo basso. Infatti, i pii sostituti di questa specie si danno cura di prendere già prima sicuro consiglio dai promulgatori delle penitenze, e possono convertire l’eventuale penitenza corporale, molto dolorosa ed inflitta ad un principe, in una più lieve a libera scelta, la quale da parte del gran sacerdote del Lama viene accettata come valida per conto del principe purché questi abbia pagato al penitente suo sostituto una somma sufficientemente considerevole, della quale il sostituto, chiunque egli sia, è tenuto a cedere i due terzi a noi sacerdoti.

8. In generale, per quanto riguarda la prescrizione delle penitenze vige la norma, tenuta sempre segreta, che le penitenze vengano inflitte ai poveri soltanto rarissime volte, e anche se talora ciò avviene, la penitenza è sempre di carattere estremamente lieve. Le penitenze gravi e dolorose vengono di solito prescritte solamente ai ricchi e facoltosi, i quali possono ottenere il riscatto, purché lo vogliano, sia parzialmente, sia totalmente; accade raramente però che qualcuno si riscatti del tutto, ad eccezione dei principi, per la ragione che il riscatto totale lo priverebbe di tutto quanto possiede. Così avviene che l’avaro compie volontariamente la penitenza e si infligge da sé i più atroci martiri piuttosto che separarsi dal proprio oro ed argento. Se colui al quale è stata prescritta una penitenza ha eventualmente una figlia molto bella, oppure un figlio di bell’aspetto e ben fatto, egli li può offrire al gran sacerdote in sostituzione dell’oro e dell’argento, certo però non senza l’accompagnamento di una piccola dote e di un ricco corredo di vesti e ornamenti, poiché anche le offerte di questo genere il gran sacerdote ed i suoi innumerevoli servitori le può mettere a profitto bene e le può impiegare per ogni tipo di servizi. Infatti egli per la sua persona possiede un territorio immenso per lo più sugli altipiani e sulle montagne, il quale ha un’estensione tale che un uomo dovrebbe viaggiare per degli anni per poter dire di aver visto tutti i paesi che sono di proprietà del gran sacerdote in seguito a donazione del Lama”.

 

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Cap. 29

La residenza del gran sacerdote del Lama.

 

1. (Continua il sacerdote:) “La città nella quale egli risiede, non ha nome, è molto grande ed è così solida da sfidare l’eternità. È completamente circondata da montagne altissime e invalicabili, ed è costruita anch’essa su un alto monte sulle cui pareti rocciose certo a nessuno verrebbe in mente di tentare l’arrampicata anche se riuscisse ad avvicinarsi al monte che ha la base molto ampia. Ma anche questo è un’impossibilità assoluta per il fatto che tutto il monte, sul quale è costruita la città senza nome, è protetto tutt’intorno da un triplice muro di cinta, dove non c’è in nessun luogo una porta; sulla muraglia non si può arrivare se non mediante delle scale di corda che vengono calate giù.

2. Ma anche quando si sono oltrepassate con successo le tre poderose mura, cisi trova sempre di fronte alle nude pareti rocciose della montagna. Si può poi anche, per una buona mezza giornata e girando intorno al monte, cercare con diligenza un possibile accesso, ma ogni ricerca riesce vana, perché l’accesso non è visibile all’esterno. Soltanto i custodi del terzo muro di cinta conoscono una porta nascosta in un punto della roccia, ma anche a questa non si può pervenire che per mezzo di una scala di corda che viene calata giù. Ed arrivati che si sia sulla sporgenza della rupe, che si trova a buone dodici altezze d’uomo dal livello dell’altipiano, non si è arrivati ancora a nulla se i guardiani della sporgenza stessa, che lassù misura in superficie buoni due iugeri, non aprono la porta a chi vuole entrare e non lo guidano attraverso un lungo corridoio sotterraneo fino in cima alla montagna illuminando il cammino per mezzo di una fiaccola.

3. Ma quando, dopo un’ora abbondante di percorso sotterraneo, colui che vuole entrare giunge all’aperto sulla sommità della montagna, egli non può mai finire di contemplare le magnificenze naturali grandiose che si offrono alla sua vista. Lo spiazzo lassù ha la vastità di parecchie centinaia di iugeri ed è tutto coltivato a giardini dalla vegetazione più lussureggiante. Nel mezzo di quell’altopiano si trova pure un lago ampio circa due iugeri, il quale in effetti non è molto profondo, però contiene l’acqua più pura e dal più buon sapore che si possa immaginare, e che provvede in maniera eccellente del suo elemento indispensabile tutta la popolazione della grande e santissima città di montagna.

4. Su quell’altopiano si può poi girare per delle ore senza scoprire traccia alcuna di una qualche città. Se si vuole arrivare a questa, è necessario prima attraversare un bosco discretamente esteso, passato il quale ci si trova nuovamente davanti ad un muro di cinta di grande estensione che si può però oltrepassare attraversando delle porte e dei ponti levatoi. Ma quando poi, dopo molte fatiche e disagi, si arriva alla grande città, allora lo spettacolo che si offre alla vista è talmente grandioso che nessun mortale è capace di farsene un’idea. Là si può vedere tutto tranne il palazzo del gran sacerdote.

5. Questo sorge nel mezzo della grande città su di un picco roccioso ancora più alto che ha un’estensione di buoni tremila passi, che si erge per circa trenta altezze d’uomo ancora oltre agli altri edifici della gran città. A questo santissimo palazzo si sale pure passando per delle scalinate sotterranee. Come però si presentino là dentro le cose, non te lo posso dire, in primo luogo perché io non ci sono mai stato, e in secondo luogo perché nessuno me ne ha mai fatto una descrizione. Infatti, all’infuori degli altissimi servitori del gran sacerdote a nessuno è mai concesso, pena la morte, nemmeno di avvicinarsi alla porta d’ingresso.

6. Pare pure che talvolta il gran sacerdote scenda travestito in città, che vi faccia delle passeggiate nei giardini e che parli con gli altri sacerdoti che sono i soli abitanti di quella città; tuttavia a nessuno è lecito riconoscerlo o addirittura salutarlo come gran sacerdote. Chi fra i sacerdoti osasse questo, si esporrebbe alle più spiacevoli conseguenze. Solamente quattro volte all’anno è stabilito un giorno nel quale egli si mostra in pompa magna agli abitanti della città. Queste giornate poi corrispondono anche alle più importanti feste dell’anno; per tre notti prima e tre notti dopo tutto il monte è illuminato da innumerevoli luci, in maniera tale che le montagne tutte all’intorno appaiono come infuocate, ciò che offre alla vista uno spettacolo terribilmente bello.

7. Però a questo altipiano, nel cui mezzo sorge il monte ora descritto con la sacra città, non si giunge con quella facilità che tu forse potresti immaginare, perché prima, e per delle giornate intere, bisogna attraversare molte montagne, valli, fossati e gole; infine si perviene ad un passaggio tanto angusto che probabilmente un secondo simile non lo si trova in tutto questo mondo! Ma poi, per arrivare all’altipiano, occorre ricorrere a delle scale senza le quali sarebbe impossibile salire fin lassù. Ma in queste condizioni tu con tutta la tua potenza non riusciresti a muovere nemmeno un passo innanzi, perché simili fortificazioni naturali sono imprendibili per qualsiasi esercito di questa Terra, né ricorrendo all’assedio, né ad altri mezzi violenti. Tu puoi pure tagliare per un certo tempo le comunicazioni fra i popoli e il loro gran sacerdote del Lama, ma non potrai mai distogliere da lui il loro animo; e quanto al resto ci penseranno i suoi potenti principi dei quali ciascuno potrà opporti un esercito doppio del tuo. Io per conseguenza non mi sento di consigliarti di intraprendere una guerra contro il grande paese dell’India, perché essa finirebbe con il darti dei pessimi risultati”. (Roclus:) E detto ciò, il sacerdote tacque lasciandomi tutto il tempo possibile per fare le mie considerazioni. Dunque, che pure il dio degli indiani non fosse che un uomo, e che come tale avesse saputo consolidarsi molto bene al suo posto, fu quello che risultò dalle mie indagini, ed ora sapevo quello che io avevo voluto sapere».

 

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Cap. 30

Roclus critica la dottrina religiosa indiana ed ebraica.

 

1. (Roclus:) «Io prima ho affermato che è da annoverarsi fra le più belle e degne dell’uomo l’idea umana di un Dio unico al Quale dall’eternità, e sempre in maniera uguale, sono propri la massima Intelligenza, il più chiaro Intelletto, la Sapienza suprema ed una onnipotente Volontà ispirata al bene. Ma il concetto di una Entità divina dotata di tanta immensa perfezione dovrebbe anche essere, adeguatamente a tale Entità, un concetto sommamente puro, sia che esso abbia una realtà nel più spirituale dei contesti trascendentali, sia che non ce l’abbia! Invece, sotto quali stupidissimi e materialissimi concetti di ogni genere viene professata una tale Entità divina, e con quale multiforme astuzia e spesso crudelissima violenza Essa viene imposta agli altri ancora semplici uomini naturali per l’adorazione e la più profonda venerazione!

2. Se qualcuno, a cui non è estraneo il pensare e che non è digiuno di qualche esperienza, si ribella a ciò, il senso pratico può suggerirgli certo questo pensiero: “Un Dio ci deve essere, indifferente poi che faccia abbia, se una faccia degna di un Dio oppure una stupida da buffone, questo per l’umanità cieca non ha in generale mai fatto differenza! Ma può invece essere indifferente anche di fronte ad una ragione equilibrata e pura?”. Io per parte mia penso di no, perché una ragione pura basata su di un ordine matematicamente esatto non può, malgrado ogni costrizione, credere che un Maestro di questo tipo - del Quale le opere ispirate ad arte ed ordine perfetti testimoniano di quante conoscenze e meravigliosissime esperienze Egli sia dovuto essere in possesso per compierle - possa essere stato molto più idiota del più stupido pesce nell’acqua!

3. Ma si potrà dire forse: “Da che cosa puoi arguire che una Divinità profondamente venerata da milioni di esseri umani debba essere proprio così terribilmente scimunita?”. Oh, mio nobile amico, per arrivare ad una simile conclusione non ci vuole davvero molto! Io parlo ora del tutto apertamente, e quello che ho nel cuore l’ho pure sulle labbra. Basta che passiamo in rassegna i comandamenti delle divinità a noi note e che ne consideriamo le raffigurazioni visibili a noi soli, e ne avremo allora più che abbastanza! E a tale proposito non occorre assolutamente sprecare altro fiato»

4. A questo punto Cirenio osserva: «Però, contro il mosaismo degli ebrei si spera che non avrai nulla da obiettare!»

5. Dice Roclus: «Questo, per quanto riguarda i Comandamenti, è comunque quello che di più buono io abbia potuto constatare che esiste, per quanto si vuole che esso sia proveniente da una Divinità. L’unicità di Dio ha in sé un grande valore, e le leggi, per quanto non esaurienti, sono le più umane possibili ed hanno una grande somiglianza con quelle degli antichi egiziani; soltanto che non vi figura ripetuta una legge immensamente saggia che vigeva presso quest’ultimi! Certo, è molto bello e lodevole che la Divinità di Mosè abbia dato ai figli il comandamento che prescrive come essi debbano comportarsi verso i loro genitori; l’Iside degli egiziani aveva dato una legge veramente saggia anche ai genitori su come essi dovevano comportarsi con i loro figli, poiché anche i figli sono degli esseri umani, ed hanno il pieno diritto di attendersi da coloro che li hanno generati certe cose che competono a loro, giacché essi non si sono generati da soli a questo mondo, né sono stati prima interpellati se sarebbe o no piaciuto loro venire posti su questo mondo in condizioni spesso molto amare. Dunque, per farla breve, le piccole e deboli primizie del genere umano trovano pure in Mosè una legge concernente il loro contegno verso i genitori; ma quest’ultimi non hanno alcun comandamento per quanto concerne i loro doveri verso i figli, così che i figli stanno di fronte ai genitori senza avere alcun diritto come gli schiavi di fronte ai loro padroni. Certo, a Mosè più tardi furono date disposizioni anche sotto questo aspetto, ma ad ogni modo nella legge originaria che sarebbe stata data da Dio sul monte, di qualcosa di simile non c’è assolutamente traccia».

 

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Cap. 31

Roclus loda l’ateismo e il nichilismo.

 

1. (Roclus:) «Io ho avuto frequentissimi contatti con gli ebrei, e conosco tutte le loro leggi forse più a fondo di molti di loro, perché m’interessava di averne la nozione più esatta possibile. Ora un antico proverbio dice pure: “Chi cerca, trova!”, sennonché nei miei confronti questo proverbio non ha finora trovato conferma, dato che io ho trovato sempre soltanto quello che non cercavo. Io sono andato in cerca della Divinità vera e genuina, anzi l’ho cercata con molta diligenza e con molti sacrifici di denaro, con fatiche e strapazzi di ogni genere, e sempre con spirito ed intelletto tranquilli e sgombri da qualsiasi pregiudizio, ma non ho trovato mai niente all’infuori di produzioni ingannevoli di ogni qualità e di ogni specie ad opera dell’uomo, dalle quali non è trapelato mai neppure un solo barlume di una qualche vera Divinità. Dappertutto io ho trovato nel migliore dei casi o una fede patriarcale imposta d’autorità, però sempre avvolta in un intero bosco di enunciazioni mistiche, oppure, nel peggiore dei casi, la più frivola superstizione, ovvero anche, nel caso davvero pessimo, la fede più stolta basata sulla costrizione politico-servile, sotto il cui giogo, infine, perfino lo spirito per natura dotato delle più lucide facoltà non trova più possibile mantenersi sopra il livello del fango della stoltezza più rozza. Un tale non potrà fare a meno di apparirvi come un ipocrita e un essere mostruoso, conscio della propria vergognosa condizione, perché io non conosco attentato più orribile e sconcio contro l’alta dignità di uno spirito umano di quello, per esempio, di un potente tiranno il quale, grazie ad una legge sanzionata, obbligasse a credere che di giorno splende soltanto la Luna, e che è questa la creatrice del giorno, e che di notte splende invece il Sole; e che a chi non credesse, dovessero venire tolti gli occhi, tagliati il naso e le orecchie e strappata la lingua dalla bocca. Questo sarebbe il primo grado della pena per la mancanza di fede.

2. Se un uomo così mutilato non crede ancora in quello che gli viene imposto di credere, allora l’infedele viene disteso completamente nudo su due travi di legno greggio disposti in croce e vi viene, dico, inchiodato per le mani e per i piedi; poi gli si pratica un taglio pure a croce, sul ventre, ed infine si fanno venire dei cani affamati i quali strappano fuori del corpo e divorano gli intestini e le viscere dell’infedele che è ancora vivo nel suo corpo! Colui al quale ripugnasse di credere simili cose, non ha che da fare un viaggio in India, ed egli si convincerà non solo di questo, ma perfino di cose mille volte più orrende che la gente è costretta a praticare contro se stessa; e se qualcuno si rifiutasse di sottomettersi da se stesso ai più orribili martiri di penitenza, allora guai, guai a lui! Contro costui vengono fatti mille giuramenti di morte, naturalmente di morte crudelissima e disperatamente atroce! Orbene, o amico mio, come mai è possibile che dietro a tutto ciò si tenga nascosta una qualche Divinità supremamente buona, sapiente, giusta ed onnipotente? Ma se anche fossi pazzo dieci volte, non mi sarebbe possibile prendere tutto questo per buono!

3. Per carità dunque, non tirate fuori le vostre divinità! Gli uomini non hanno affatto bisogno, per l’eternità, di un Dio; quello di cui loro hanno invece bisogno è una vera filosofia ispirata a concetti filantropici, ed un sentimento di umanità fondato sui principi di una sana ragione, e così si rendono essi stessi delle compiute e perfette divinità. Grazie alla ragione pura e allo spirito di indagine che si ridesta con essa, gli uomini dalla vista acuta e dalla sottile percezione scopriranno ben presto molti ed importanti misteri della grande creatrice, la Natura, e scopriranno cose meravigliose delle quali a nessuno di noi è venuta mai l’idea, nemmeno in sogno. Gli uomini vivranno perfettamente felici l’uno in rapporto con l’altro senza le antiche e stupidissime divinità, e la morte fisica, dietro la quale non vedranno né si attenderanno nella loro pura fantasia né un Elisio, né ancor meno un qualche assurdo Tartaro, incuterà certo loro un timore molto minore che non ora, quando cioè, dopo la deposizione del corpo, giunge il vero momento nel quale essi devono aspettarsi la calamità più tremenda che dura in eterno.

4. Io non sono esistito per delle eternità, ma provo forse io un senso di infelicità per non essere esistito prima? E così, anzi meno ancora, si desterà in me un fastidioso senso di afflizione per questa pazza esistenza quando ritornerò nello stato dell’assoluto non-essere. Io considero il perfetto non-essere come lo stato più beato nel quale possa venire a trovarsi un uomo dopo essere esistito; la coscienza di esistere, anche nelle condizioni più felici, è in sé e di per sé da stimarsi già una cosa peggiore, perché la percezione del vivere felice non può andare disgiunta dal timore che la beata esistenza possa con molta facilità invertirsi e diventare un’esistenza infelice, oppure da quello causato dalla percezione che lo stato beatissimo di cui si gode deve un giorno evidentemente con tutta certezza svanire con la morte.

5. L’assoluto non-esistere non deve rallegrarsi della felicità né deve soffrire in anticipo per la perdita certa della felicità. Un vero filosofo della mia specie non temerà quindi mai una morte che proviene dalla natura, bensì quella invece tormentosa che viene dagli uomini! Infatti, la cara Natura non ha certo prodotto l’uomo formandolo con una qualche sostanza tratta fuori dall’humus della sua Terra affinché egli si lasci tormentare a morte dal proprio simile! Per concludere dirò che nell’operare della Natura io scorgo molte cose sagge, quantunque non ritenga incondizionatamente savissima ed opportunissima ogni azione della rozza forza naturale; sennonché sotto questo aspetto non sarò mai io a sollevare lamentele».

 

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Cap. 32

La filosofia naturale di Roclus.

 

1. (Roclus:) «Le forze rozze e potentissime della natura non possono agire altrimenti che in una maniera quanto mai rozza, e l’agire in questa forma è pure una necessità, perché la loro azione furiosa chiama in vita le piccole forze, e queste ultime assumono una qualche forma solo dopo che esse in un certo modo sono state chiamate alla vita attraverso il potentissimo agire delle grandi forze rozze. Soltanto grazie alla reciproca attrazione e repulsione le forze minori acquistano consistenza e cominciano a sviluppare le forme assunte; così esse entrano in una esistenza sensibile e la mantengono finché nella loro isolata individualità sono in grado di resistere ad una qualche altra forza poderosa, agente su di esse. Quando questa ha sopraffatto la forza minore, allora la piccola forza individualizzata cessa completamente di esistere; la forma avuta si dissolve immediatamente con essa, e tutto poi viene di nuovo inghiottito dalla forza superiore come lo dimostra in modo molto appropriato anche l’immagine metaforica, dovuta certo a qualche sapiente dei tempi antichi, del dio Crono, del quale si dice che, quale genitore degli dèi, continui a inghiottire i propri figli. Ora il tempo e le forze che agiscono nel tempo significano appunto il mitico dio primordiale Crono. Il tempo produce tutto; crea continuamente i bei prati e contemporaneamente anche le aride stoppie. Divenire e svanire, vita e morte, essere e non-essere procedono sempre assieme e di pari passo; pace e riposo non esistono, un’onda produce l’altra, ma tra le due procede sempre assieme con loro anche il solco, cioè la tomba! Ciò che da una parte porta il marchio della vita, dalla parte contraria porta anche quello della morte.

2. Però tutto questo all’occhio dell’osservatore attento delle cose che va scrutando come esse sorgono e come svaniscono, risulta essere una necessaria conseguenza della continua azione reciproca tra le varie forze singole e come individualizzate nella grande Natura. Esse si suscitano incessantemente e reciprocamente, e si distruggono nuovamente lottando, così come lottando si sono chiamate all’esistenza. Dappertutto io non vedo altro che un continuo ondeggiare, e le formazioni talvolta favolose delle nubi che si librano nelle alte zone dell’atmosfera ci forniscono una prova evidentissima delle forme immensamente variate entro le quali si costringono le forze in seguito alla loro azione reciproca. Ora appare un leone, ora un drago, ora un uccello, un pesce, un cane, talvolta perfino una testa umana, a volte addirittura la caricatura di un’intera figura umana. Ma quanto tempo durano queste forme che spesso si presentano molto bene? Esse durano finché una forza superiore che agisce su di esse non viene a privarle anzitutto della bella forma, e poi infine della loro stessa esistenza.

3. Ma riguardo alla nostra forma e alla nostra esistenza le cose vanno forse in maniera molto differente? Oh, niente affatto! Quanti cambiamenti non si operano mai nell’uomo dal tempo della nascita fino a quello della sua vecchiaia, ammesso che vi possa arrivare! E dov’è oggi il superbo che mille anni fa si proponeva di conquistare forse tutto il mondo? Ecco, egli si trova là dove il fiocco di neve disceso dall’alto si affaticava, forse assieme ai milioni di suoi confratelli, a convertire tutta la Terra in un blocco di ghiaccio! Dov’è l’uragano che ieri era ostacolato dai più robusti cedri e che li minacciava di completa distruzione? Una forza contraria ancora più potente lo ha inghiottito come ha fatto Crono con i suoi figli! Solo nei nostri ricordi esso esiste ancora, ma sempre temporaneamente, come una pallidissima ombra spirituale, mentre nella realtà esso ha cessato di infuriare per tutta l’eternità!

4. Una volta mentre io viaggiavo per la Persia, fui testimone di un fenomeno naturale quanto mai straordinario. Era una giornata torridissima, al punto che la nostra carovana dovette cercare ricovero sotto dei grandi alberi ombrosi per difendersi dall’intollerabile ardore del Sole. Circa due ore prima del tramonto vedemmo levarsi da Oriente un cumulo di nubi nerissime che si dirigevano proprio verso di noi. Le nostre guide allora ci fecero notare che stava per scoppiare una terribile bufera e ci consigliarono di non allontanarci dal bosco finché l’uragano non si fosse dileguato. Noi allora ci disponemmo a fare così, e infatti non era passata mezz’ora che l’uragano si scatenò sui nostri capi; un vento di estrema violenza parve precipitarsi tra gli alberi suscitando un fragore d’inferno, schiantando grossissimi rami e strappando via il misero fogliame. Poi cominciò a piovere, ma non troppo forte; tuttavia l’oscurità andava accentuandosi sempre più. Dato che la pioggia durò alcuni istanti, assieme alle gocce della pioggia che andava sempre aumentando si videro cadere giù dalle nubi milioni di rospi perfettamente formati. Quelli che caddero nell’acqua cominciarono a sguazzare allegramente da tutte le parti, mentre pochi altri, piombati sulla dura terra, di lì a poco cessarono di vivere. Lo strano fu che pochi istanti dopo quel singolare uragano durato un buon quarto d’ora, quando il Sole già vicino al tramonto riprese a mandare i suoi raggi ardenti sul terreno, anche i nostri rospi sparirono, e di questi non rimase altro qua e là che una viscida muffa.

5. E adesso io mi domando da dove poteva essere venuta quella quantità innumerevole di rospi e chi poteva averli formati così? Chi altro se non le forze naturali le quali si erano scontrate in quel modo, in seguito al quale per l’azione e la reazione delle forze stesse dovevano sorgere precisamente dei rospi! Quelli che caddero nell’acqua trovarono probabilmente nel loro elemento principale un nutrimento che si confaceva a loro, ed è possibile che molti di essi siano rimasti in vita, mentre quelli che caddero sul terreno rovente si trovarono invece di fronte ad un elemento nemico al loro essere ed a forze a loro profondamente avverse, e la conseguenza fu la completa dissoluzione della loro esistenza, ancora troppo poco consolidatasi perché erano esistiti per troppo poco tempo. Come lo si può rilevare da moltissimi fenomeni, la Natura opera sempre ciecamente e senza considerazioni di economia; essa dell’una o dell’altra specie di cose ne produce sempre in quantità così smisurata che di solito a mala pena la centesima parte giunge a consolidarsi e a crearsi un’esistenza durevole. Basta considerare un albero il quale in primavera si veste di fiori! Chi mai vorrebbe o potrebbe mettersi a contare i mille e mille fiori che lo abbelliscono? Ma si vada poi ad esaminare il terreno intorno all’albero anche solo a otto giorni dalla completa fioritura, e si vedranno in grande quantità i fiori già caduti assieme ai loro gambi, ma poi ne consegue che ciò che è stato aggiunto in quantità troppo grande cade giù lasciando invece a maturare completamente quello che è rimasto attaccato all’albero».

 

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Cap. 33

Il Dio dei filosofi naturali.

 

1. (Roclus:) «Dunque, se il creatore dell’albero ed il regolatore dello sviluppo del fiore e del frutto fosse davvero un qualche Dio supremamente sapiente, egli adotterebbe senza dubbio sotto questo aspetto dei sistemi più economici, dato che una saggia economia rientra essa pure nella sfera della sapienza! Ma dal manifestarsi iniziale delle cose, invece, che spessissimo è quanto mai antieconomico, si rende più che evidente che le cose derivanti dall’ostile scontro reciproco delle rozze forze naturali - scontro che per lo più si ripete sempre nella stessa maniera - iniziano bensì molto numerose ma poi di esse ne giunge a compimento solo quel numero che corrisponde alla misura in cui le forze in lotta non si sono reciprocamente annullate, perché con tale annientamento viene a cessare la causa agente del divenire e del conservarsi, e con essa necessariamente anche l’opera stessa. Ma finché la lotta cominciata ferve e dura ancora, anche l’opera continuerà ad esistere e a prosperare, e arriverà ad un certo grado di maturità.

2. Ora, una Divinità, chiarissimamente conscia di Se stessa e di ciascuna propria azione e dotata di tutta la più tenace fermezza di volere, potrebbe procedere in una maniera simile? Io, per conto mio, dico di no; anzi devo ritenere una cosa di questa specie molto più impossibile del fatto di dovermi immaginare un saggissimo sovrano il quale facesse costruire, con la massima diligenza e con grave dispendio di soldi, città e palazzi per poi ridurli di nuovo ad un cumulo di macerie, e intendesse mantenersi fedele ad un tale sistema! Potrebbe allora trovarsi su questa Terra una persona, per quanto stolta, disposta ad onorare del titolo di saggio un sovrano di questa specie? E l’uomo che pensa e che non è privo di esperienze dovrebbe forse adesso chiamare saggio un Dio il quale fa la stessa cosa in misura ancora più vasta e complicata, e che chiama ad esistere la maggior parte delle cose dalla costituzione organica interiore perfetta all’unico scopo di lasciarle ripiombare nella rovina e nel nulla? No davvero, questo io lascio che lo pensi chi nella propria immensa limitatezza di conoscenza e di esperienza e nella propria incurabile cecità lo può pensare, perché a me ciò non riesce assolutamente possibile!

3. Per il Dio dotato di suprema sapienza due e due devono senz’altro fare quattro come per qualsiasi uomo che sappia fare un po’ di conto; se un qualche Dio esistente venisse fuori a dire: “O uomo mio caro, per me due più due fanno cinque, od anche sette!”, ebbene, io a quel Dio non potrei rispondere altro che: “O tu sei un pazzo, oppure ti piace considerare pazzo me, perché sulla base di una simile matematica è difficile che tu possa creare e conservare tutto un mondo! Ci riuscirà prima un cieco a diventare il più famoso pittore che non tu a fare sbucare fuori dal terreno un solo pessimo fungo con una sapienza di questo tipo!”. Da noi, greci, ci fu un pittore che si chiamava Apelle e che dipingeva uomini e animali in maniera talmente naturale che si sarebbe potuto asserire che egli avesse superato la stessa Natura. Orbene, è certo che questo famoso pittore non dava mai qualche pennellata inutile, ma ogni suo tratto era quanto mai ben calcolato; però quante pennellate non dà inutilmente un simile Dio che si vuole sia la sapienza stessa, presso il quale, per particolari ragioni assolutamente sagge, due e due possono anche fare sette!

4. Quante volte nella stagione primaverile tutto si presenta bello, colmo di buone promesse! La gente si rallegra nella previsione di un buon raccolto quale compenso di tutte le loro cure e delle loro fatiche, e già anticipatamente rende grazie all’Essere invisibile che essa, secondo la fede inculcatele fin dall’infanzia, venera come l’onnipotente Dio oppure come varie divinità assieme. Ma ecco che proprio due settimane prima del raccolto si scatena una tremenda tempesta che devasta tutto un paese, e alla buona gente non resta, del raccolto sperato, neanche quanto è possibile nascondere dietro ad un’unghia! Questo è purtroppo un fenomeno che a questo mondo, per quanto noi lo conosciamo, si ripete nei vari paesi certamente tutti gli anni, regolarmente, ora qua ed ora là.

5. Avvenuto il malanno, le pecore umane, cieche e superstiziose, si affrettano ad andare dai loro sacerdoti infinitamente avidi e domandano loro quale crimine possano aver commesso contro Dio o contro le diverse divinità, per averle queste o Quello trattate in maniera tanto aspra! In questo caso, se il popolo ha un modo di vivere contro cui i sacerdoti, questi legislatori di Dio per procura, sono proprio ben consci che non è possibile alcuna obiezione e che è assolutamente conforme alle leggi e alla volontà delle divinità, allora i sacerdoti stessi, facendo un’espressione benevola e compassionevole, cercano nel migliore dei modi di consolare le misere pecore, e con miti parole le esortano alla pazienza, spiegando loro anche con l’accento più commovente che Dio ha voluto unicamente, con tale avvenimento, mettere alla prova – in prospettiva della vita eterna dopo la morte del corpo – la loro pazienza, la forza della loro fede e la loro serena rassegnazione alla Sua Volontà!

6. In simili occasioni, agli ebrei che vengono a lamentarsi viene ricordata la famosa storia di Giobbe, tutta infarcita di misticismo, la quale, come favola, è senz’altro molto buona; per i pagani, invece, i rispettivi libri di religione non sono affatto privi di aneddoti di tale specie che mirano a combattere la malinconia dei miseri popoli. Munita di simili consolazioni, la gente ritorna poi rappacificata a casa propria, quasi compiaciuta, e si abbandona interamente alla speranza di tempi migliori e che Dio non la lascerà andare in rovina proprio del tutto!».

 

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Cap. 34

Roclus paragona le azioni degli uomini con quelle di Dio.

 

1. (Roclus:) «Io però mi permetto qui una semplice domanda, e cioè: “Come si comporterebbero i tribunali di questo mondo di fronte a un tale che, con l’aiuto di altri compagni dello stesso calibro, si concedesse il passatempo, venuta la notte, di devastare per quanto possibile i campi benedetti soltanto in un piccolo circondario?”. Per me credo che un simile furfante malintenzionato, qualora cadesse in mano ai romani, verrebbe crocifisso almeno dieci volte, oppure, dopo un eventuale esame da parte dei medici, verrebbe relegato per tutta la vita in un manicomio. Invece un Dio, per le stesse ragioni, addirittura lo si adora e lo si reputa infinitamente sapiente! Non c’è male davvero, purché, naturalmente, ci si senta contenti! Infatti, la suprema sapienza degli dèi gode dell’incontestabile privilegio di sbizzarrirsi nei più pazzi scherzi in ogni luogo della Creazione! Essi possono rapinare a loro capriccio, assassinare e devastare, e nessuno si sognerà nemmeno di pensare che si tratti di un perfido e pazzo scherzo da parte degli dèi. Tuttavia alla gente superstiziosa resta tanto coraggio da pensare che, in fondo, la devastazione dei campi di cui si è detto non era proprio qualcosa di buono, perché se ci fosse stato qualcosa di buono, quella buona e povera gente si sarebbe certo risparmiata la strada per andare a procacciarsi le consolazioni dei rappresentanti degli dèi.

2. Che cosa succede a chi appicca il fuoco alla casa del prossimo e con ciò provoca l’annientamento di tutto quanto in essa era contenuto, riducendo alla mendicità il cittadino benestante che prima ne era proprietario? A quanto ne so io l’incendiario deve finire sulla croce secondo la legge; ma quando invece il buon dio Giove scaglia un suo fulmine devastatore sulla dimora di qualcuno e con ciò fa distruggere dalle fiamme ogni suo avere, allora non è possibile immaginare che la cosa sia altrimenti se non supremamente buona e saggia! Guai a colui che non accettasse questa versione e non vi credesse fermissimamente! A costui il PONTIFEX MAXIMUS farebbe sentire l’ira di Giove in una maniera tale che al paragone l’incendio e la distruzione di una casa dovrebbe sembrare un immenso beneficio! Ma qui io mi prendo la libertà di domandare: “Se gli uomini che rappresentano il dio Giove reputano tanto saggio, tanto buono e giusto l’atto incendiario attribuito a Giove, perché essi una identica azione, se perpetrata da una creatura umana, la considerano invece tanto perfida e riprovevole da punirla, se lo trovano necessario, con la morte fra i più atroci tormenti?”

3. Io certamente giudico altrimenti e dico: “Ciò che è veramente buono e saggio, qualunque sia l’autore in causa, deve restare per l’eternità buono e saggio, e non si deve parlare di punizioni di sorta!”. Ma siccome su questa Terra gli astutissimi individui che rappresentano gli dèi sanno nel segreto delle loro menti altrettanto bene quanto noi, esseni bonaccioni, che gli dèi non esistono affatto, ma che invece esiste soltanto una forza naturale universale e primordiale, il cui operare è esclusivamente casuale, e che solo con l’andar del tempo e nelle sue ramificazioni infinitamente varie si articola in forme necessariamente più nobili, così i rappresentanti di Dio con il sussidio della loro fantasia hanno allegoricamente personificato la forza naturale come un Dio e l’hanno presentata, di solito sotto forma d’immagine, alla venerazione e adorazione del loro prossimo che di per sé non vi avrebbe mai pensato.

4. Naturalmente, il Dio fatto saltare fuori in questo modo, doveva dare qualche segno di vita e ciò, ben s’intende, agendo il più miracolosamente possibile! Ma una volta che il popolo si fosse accorto del Dio mediante molteplici atti prodigiosi, bisognava che presto esso si rassegnasse anche alle sue dure leggi; e guai al contravventore! Ma affinché l’umanità nel suo cieco e stolto timore del Dio miracoloso accettato senza possibilità di dubbio, non precipitasse nella più completa disperazione dopo un peccato molto facile da commettere, gli astuti rappresentanti della divinità hanno immaginato dei mezzi di riconciliazione con la divinità offesa, ed hanno perciò inventato sacrifici e altri tipi dolorosi di penitenza, con cui il peccatore può riacquistare l’amicizia del suo Dio offeso. E così dappertutto su questa cara Terra, accanto alle leggi civili, esistono anche altre leggi provenienti dall’una o dall’altra divinità, le quali sono costituite in modo tale che la persona più casta e più virtuosa sotto ogni riguardo vi deve contravvenire senz’altro almeno dieci volte al giorno, ed in conseguenza di ciò si rende più o meno indegna della grazia e del compiacimento del suo dio. Quindi, venuta la sera e prima che tramonti il Sole, deve purificarsi ricorrendo agli adeguati mezzi prescritti, altrimenti deve aspettarsi che da un momento all’altro le capiti fra capo e collo un malanno maggiore.

5. Io non posso, né voglio qualificare queste cose proprio come cattive, perché non guasta che l’umanità sia dotata di una coscienza sensibile, e certe abluzioni ed altri atti tendenti a mantenere pulito il corpo non hanno mai fatto del male a nessuno. Ma che non si venga a dire a me e agli altri che la pensano come me che tutto ciò corrisponde alla prescrizione di un dio che non esiste in nessun luogo! Io e con me tutti i miei compagni sappiamo quello che sappiamo, e nessuno può gridarci dietro che ci siamo dati da fare per avere proseliti; ma spero che così, in segreto e per nostro esclusivo conto, ci sarà ben permesso di non dovere prendere una H per una U! Noi non pesteremo mai i piedi a nessuno, poiché siamo tutti assieme amici dell’umanità; ma a nostra volta chiediamo di essere lasciati in pace. A che scopo i sacerdoti di Gerusalemme si tengono costantemente sul piede di guerra contro di noi esseni? Che essi rimangano quello che sono, e noi dal canto nostro pure, perché davanti al tribunale della ragione pura essi non sono per nulla migliori di noi, né noi, in fondo, siamo migliori di loro. Noi però non li malediciamo affatto, ma ci limitiamo a compiangerli a causa della loro grande cecità; ora, invece, chi dà a loro il diritto di maledire noi, che pure ci siamo imposti l’arduo compito di non giudicare e di non condannare mai nessuno, ma anzi di aiutare tutti con il consiglio e con l’azione?

6. Se anche noi compiamo dei falsi miracoli - dato che di genuini non ce ne sono mai stati - lo facciamo allo scopo di aiutare tanto più facilmente l’umanità cieca e che cieca vuole restare, considerato che non è più possibile portare aiuto per la via chiara, puramente umana. Ma di questo dovrebbero essere convinti anche loro, questi sacerdoti che si fanno chiamare “dottori della Legge” e che, come tali, dovrebbero essere pure in grado di conoscere cose simili! Essi dovrebbero fare causa comune con noi, lavorando in pieno accordo, e nel corso di pochi anni l’umanità si troverebbe in condizioni ben differenti da quelle attuali”.

 

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Cap. 35

Roclus indica il cuore come sede della vera Divinità.

 

1. (Roclus:) «Invece questi rappresentanti di Dio a Gerusalemme sono anzitutto stupidi come i gufi quando fa giorno, e poi sono voraci come tanti lupi, ambiziosi e gelosi come tanti galletti, e infine sono rozzi, incolti e intrattabili come porci selvatici! Perciò chi mai può vivere in pace e concordia con dei vicini di questa specie? Ma date tali circostanze, chi nel proprio giustificato sdegno non deve testimoniare contro di loro? Di fronte a questi rifiuti dell’umanità è necessario presentarsi ogni tanto con la pura verità alla mano, e mostrare a tutti gli uomini con buone intenzioni con che razza di infami cialtroni abbiano a che fare! Ma facendo ciò noi sicuramente non togliamo all’umanità nient’altro che la sua antica cecità!

2. Che questo, naturalmente, non riesca eccessivamente gradevole agli antichi rampolli d’Abramo, pietrificati nel cuore e nell’anima, si comprende benissimo da sé; ma noi non ne abbiamo davvero colpa, e sarebbe tempo che in questa vecchia stalla di Augia venisse fatta una pulizia radicale! Quei figuri vanno continuamente denigrandoci come atei e ci chiamano bestemmiatori del Santissimo! Ma dov’è il loro Dio che ci accusano di bestemmiare e che cos’è il loro Santissimo? È forse il Tempio, o la cortina che vi si trova dentro, o l’arca dell’alleanza mezza di ferro e mezza di legno con sopra la fiamma di nafta, oppure con la colonna di fumo dei tempi andati che certamente sarà stata un po’ più difficile da inscenarsi che non la fiamma di nafta? Oppure i giganteschi e cosiddetti cherubini sono forse incaricati di rappresentare il Santissimo? O tale incombenza spetta invece alla manna entro l’arca, alla verga di Aronne, alle antiche trombe fatte di corna di bue, allo squillare delle quali sono crollate le mura di Gerico, all’arpa d’oro e alla corona di Davide? Oppure infine alla cosiddetta sacra Scrittura che i farisei non leggono più, bensì adorano solamente? Per dirla breve, io desidererei vedere una buona volta in qualche altro luogo questo Dio degli ebrei e il suo Santissimo, o di percepirlo in qualcos’altro che non sia questo vecchio e insulso ciarpame dove non è possibile altro che di vedere e di percepire un artificio dovuto a mani d’uomo, secondo la foggia goffa e tipica dell’antico Egitto, e che è ancora più lontano da qualcosa di puramente divino di quanto lo sia l’azzurro del cielo dalla Terra! Ma se anche si bestemmia quello che è in sé un’antica e ignominiosa bugia, che cosa si fa veramente di male?

3. O si dovrebbe forse addirittura tessere gli elogi ad un simile vecchio e ammuffito sacco di menzogne soltanto per fare un piacere alla divinità degli ebrei, la quale, come il Giove dei romani, è una vescica perfettamente vuota? No, un onesto esseno non farà mai una cosa simile! Noi conosciamo un altro Santissimo, e questo è un cuore umano onesto e retto! Qui è la sede della vera Divinità! Ecco cosa ogni onesta persona, la quale voglia appartenere all’umanità, è tenuta a riconoscere in sé come pure nel prossimo! Se un uomo agisce così, egli onora la propria umana dignità anche nel proprio prossimo, ma se egli non fa così, dà di se stesso una ben misera testimonianza e si degrada al disotto dell’animale. Sì, è possibile che ci sia un Dio, ma l’uomo Lo può trovare solo nella vera profondità della vita del proprio cuore, e il Nome di questo vero Dio è “Amore”! Questa è l’unica vera Divinità, e all’infuori di questa non ce n’è in eterno nessun’altra in alcun altro luogo! Chi L’ha trovata con sicurezza, costui ha trovato il principio della vita, e con questo potrà poi trovare, forse, chissà, perfino una vita eternamente indistruttibile!

4. Si raccolga in sé l’amore mediante l’amore, e con ciò lo si renda sempre più potente! Per mezzo di una forza vitale così concentrata forse l’uomo potrà, con tutta facilità e sicuramente, tenere testa con probabilità di successo a quelle altre forze nemiche, e così potrà assicurarsi per l’eternità la continuità della propria esistenza tra mille forze nemiche che influiscono ciecamente su di lui. Se non potrà reggere col corpo, potrà tuttavia farlo in certo modo spiritualmente; del resto ogni forza, originariamente, è e deve essere di per sé spirituale. Infatti, tutto quello che noi vediamo non è più la forza agente, ma unicamente il prodotto di questa forza. Ma se noi osserviamo attentamente le opere della forza naturale universale, rileveremo ben presto e facilmente che delle forze, quali parti della forza primordiale universale, devono essersi consolidate per un verificarsi contemporaneo di circostanze in qualche modo casuale, altrimenti, se esistessero sempre ugualmente, non sarebbero in grado di produrre alla luce del mondo sempre gli identici effetti. Ora degli effetti uguali presuppongono sempre anche delle cause uguali. Una forza però, la quale in base agli effetti sempre invariati si manifesta appunto anch’essa come esistente in maniera invariata, deve possedere in sé una piena coscienza ed una chiara intelligenza assolutamente sufficiente agli effetti che essa è chiamata a produrre, con cui essa, per quanto è possibile, si provvede delle armi adatte che le servono per affermarsi - come anche effettivamente fa - da trionfatrice nella lotta contro altre forze ancora più rozze. Se essa potesse in qualche modo venire sopraffatta o addirittura completamente dissolta, nemmeno quello che prima era sorto quale prodotto del suo agire potrebbe certamente sussistere, né potrebbe ricomparire mai più. Ammettiamo, ad esempio, che la forza invisibile da cui hanno origine i fichi potesse eventualmente venire annullata da altre forze; in questo caso sicuramente non si potrebbero vedere più fichi in nessun luogo!

5. Ma se noi, in seguito a tali osservazioni, siamo costretti a riconoscere nei vari loro effetti costantemente identici una quantità di innumerevoli forze come necessariamente consolidatesi in maniera indistruttibile, e se dobbiamo constatare che noi stessi, esseri umani, andiamo riproducendoci continuamente secondo la nostra forma e la nostra costituzione originarie, noi possiamo ammettere senz’altro con certezza che quella forza dalla quale siamo sorti si è necessariamente consolidata da se stessa per l’eternità quale principio vitale permanente. Ma se questa forza è riuscita a mantenersi, così anche ciascuna vita umana deve poter consolidarsi di per sé e successivamente continuare a sussistere per sempre spiritualmente, purché abbia veramente trovato tale vita e abbia coltivato con adeguati mezzi il proprio principio vitale, perché a tale riguardo la mia opinione è questa: “Se una potenza vitale ormai pensante e conscia di se stessa, qualora si sia perfettamente trovata da se stessa, riconosce perfettamente se stessa nonché il mondo che la circonda, allora non dovrebbe esserle mai eccessivamente difficile escogitare i mezzi con i quali poter affrontare, con tutta fermezza e per l’eternità, pure delle forze nemiche più potenti, ma agenti ancora alla cieca, come dimostrano di poterlo fare anche gli uomini di questa Terra”. Fate pure che si scatenino tutti gli uragani e che piombino a milioni i fulmini sulle piramidi d’Egitto! Ma potranno mai danneggiare in qualche modo la gente che dimora entro le catacombe più interne delle piramidi stesse? Insomma, a questo mondo gli uomini forniscono la prova di sapersi difendere benissimo contro gli attacchi delle forze che agiscono in maniera quanto mai rozza e maligna. Ebbene, chi è stato ad insegnare loro tutto ciò? L’esperienza, la loro acuta facoltà di ragionare e la necessità!

6. Ma se può fare questo l’uomo generalmente ancora molto poco acculturato, tanto più egli vi riuscirà come vita spirituale consolidata! Dunque anche per le vie della scienza noi possiamo arrivare ad una fondata prospettiva della continuazione della vita spirituale umana dopo la deposizione del corpo; ma per giungere a ciò noi non abbiamo bisogno affatto di un Giove, né meno ancora di un Lama degli indiani, né di un Jehova degli ebrei, perché è la ragione pura a fornircelo nella luce più limpida e più chiara.

7. E così, o mio nobile amico, ti ho indicato chiaramente e senza sottintesi le ragioni dell’ateismo da me professato finora, e oltre a questo credo di aver dimostrato pure che le mie ragioni non sono delle fantastiche invenzioni, ma che sono invece fondate sul terreno solido di molte esperienze! Io però non intendo con ciò ripudiare per principio ogni deismo! Fa tu valere delle altre ragioni, ed io mi converto al deismo! Ma ora vorrei tornare alla domanda iniziale: “Come è andata dunque con la costruzione prodigiosa di questa nuova dimora di Marco e della sua famiglia?”. È sufficiente che in proposito tu mi dia solo qualche cenno, perché ormai tu mi conosci alla perfezione!».

 

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Cap. 36

Roclus viene indirizzato da Raffaele.

 

1. Man mano che Roclus spiegava i suoi ragionamenti, umanamente logici e fondati sulle proprie esperienze, che rivelavano in lui un giudizio esatto riguardo ai fenomeni, tanto nel campo dei rapporti vitali politico-morali quanto in quello degli usi e costumi e dei culti religiosi, come anche nel campo ancora più vasto dei fenomeni naturali di ogni specie, lo stupore di Cirenio aumentava sempre più, così che infine si ridusse a non poter più trovare assolutamente alcuna ragione plausibile da opporre alle sue argomentazioni. Infatti, tutto quanto Roclus aveva esposto era basato sul terreno solido delle esperienze, e a stretto rigore non c’era la possibilità di obiettarvi nulla. Cirenio conosceva fin troppo bene l’istituzione sacerdotale, e sapeva per quali motivi essa era intenta a compiere la sua antica opera tenebrosa. Oltre a questo, egli aveva riconosciuto in Roclus un uomo ancora dotato di animo buono e quanto mai disinteressato, che aveva aderito alla setta degli esseni unicamente allo scopo di venire in aiuto all’umanità sempre e dappertutto sofferente, usando qualsiasi mezzo, purché non stesse in contraddizione con il sentimento di umanità e di vero amore del prossimo verso tutti gli umani che sono ciechi non per colpa loro. In poche parole, egli si sentiva attratto verso Roclus da un vero senso di simpatia sempre più accentuato.

2. Anche tutti gli ospiti là presenti non potevano cessare di meravigliarsi per l’acutezza di intelletto di quell’esseno, e deploravano senza posa che Roclus non avesse avuto ancora il modo di conoscerMi. Ciascuno era ormai immensamente ansioso di sapere quale sarebbe stato il Mio pensiero a tale proposito; sennonché per Me non era ancora venuto il tempo di intavolare, per così dire, una discussione con Roclus, dato che egli teneva ancora nascoste nel suo cuore alcune cose che in quella occasione non aveva esposto in pubblico; ad ogni modo per un ulteriore svolgersi e svilupparsi dell’argomento Cirenio non sarebbe più stato in grado di competere con Roclus.

3. Io però chiamai di nascosto Raffaele e feci avere contemporaneamente il cenno anche a Cirenio, che egli avrebbe dovuto presentare Raffaele a Roclus e dirgli che il compito di trattare ulteriormente con lui sarebbe stato assunto da quel giovinetto, dato che lui stesso (Cirenio) si sentiva troppo debole e troppo povero d’esperienza per poter opporre alle conclusioni logiche, e umanamente certo solidissime, di Roclus delle argomentazioni tali da annientare l’ateismo del sottile pensatore; quel giovinetto però sarebbe certamente stato in grado di opporre a lui, Roclus, degli argomenti fra i più fondati; di cui egli poteva essere perfettamente certo.

4. Cirenio allora si rivolse nuovamente a Roclus e gli comunicò tali cose.

5. Roclus però replicò subito a Cirenio: «O carissimo e nobilissimo amico, se tu, quale persona anziana di discendenza reale e già da tanto tempo pratica dell’arte di regnare, non ti fidi di sostenere con me una discussione nonostante il tuo notevole patrimonio di conoscenze e di esperienze, come se la caverà con me questo delicato giovinetto che evidentemente non ha ancora vent’anni? Oppure, reputi forse le mie argomentazioni troppo deboli e vuote da meritare una replica da parte tua?»

6. Dice Cirenio: «No, no, niente affatto, anzi le cose stanno invece realmente così come ti ho detto! Però ascolta prima questo giovinetto e poi giudicalo!»

7. Dice Roclus: «Ebbene, vediamo dove ha trovato la pietra filosofale!»

8. Dopo di che Roclus si rivolse a Raffaele che gli si trovava vicino, dicendogli: «Ebbene, fammi sentire quello che sai! Se riesci a ridurre al nulla le mie esperienze, o a colpire di cecità il mio intelletto, allora puoi trovare in me una debole canna che ogni vento piega con facilità da tutte le parti; ma se mi lasci come sono ora, sarà per te un compito assai arduo convertirmi in base alle tue esperienze! Infatti, più che Roma tu non puoi aver visitato, e puoi conoscere al massimo quello che hai avuto occasione di osservare durante il viaggio! Certo, tu non sei stato ancora in Egitto, il paese dell’antica sapienza, né puoi, di gran lunga, avere ancora imparato sulla scorta dell’esperienza quante specie di fede in una o più divinità maschili e femminili regnino fra i vari popoli, e vorresti misurarti in fatto d’esperienza con noi, che siamo dodici giganti in tuo confronto? Ad ogni modo sia pure: per mio conto non ho niente in contrario; vedremo adesso se hai più o meno del fegato. Incomincia dunque, e confuta le ragioni del mio ateismo, e mostrami il Dio che possa andare d’accordo con la ragione pura di un uomo e con l’interiorissimo principio vitale umano che è evidentemente l’Amore! Ma non venire fuori con un altro Dio che sarebbe già ripudiato in anticipo, dato che un’altra specie di Dio non può, né potrà mai esistere. Se così gli piace, che cominci da noi la sua opera di pulizia!».

 

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Cap. 37

Raffaele descrive l’Essenza di Dio.

 

1. Dice Raffaele: «Mio caro amico, nel tuo inutile zelo ti sei accalorato un po’troppo presto contro di me! Concedimi che io scambi prima qualche parola con te, e poi si vedrà se sono in grado di tenerti testa!

2. Ascolta, già da principio tu hai emanato a mio riguardo una formale interdizione di importi un altro Dio che non sia solo quello che accetta la tua ragione! Ebbene, devi sapere che io stesso non conosco davvero un Dio differente da quello che tu hai trovato con la tua ragione! Il divario tra noi due è unicamente questo: tu un simile Dio Lo desideri, mentre io in tutta verità ho già l’altissimo onore di conoscerLo personalmente, e nello stesso tempo ho anche il supremo onore di essere un Suo volonteroso servitore che è sempre pronto ai Suoi ordini.

3. Questo unico e vero Dio è supremamente Amore, e fuori dall’Amore, soltanto dopo, Egli è la suprema Sapienza, ed è Onnipotente grazie a questa Sapienza.

4. Questo Dio è nel tempo stesso l’Ordine supremo, l’assoluta Verità, la suprema Giustizia e la Luce e la Vita stesse; e tutti gli esseri e le cose su questa Terra - la Terra stessa con tutti i suoi spiriti e i suoi elementi, la Luna, il Sole, nonché tutte le altre innumerevoli stelle le quali non sono altro che altrettanti corpi mondiali immensi, alcuni dei quali sono un numero inesprimibile di volte maggiore di questa Terra che, per conto suo, è una grossa sfera proprio come hai visto che sono la Luna e il Sole, con la differenza che quest’ultimo, il Sole cioè, è un milione di volte più grande di questa Terra – ebbene, tutto ciò è opera dell’unico e stesso Dio, il Quale nella sua Essenzialità originaria assolutamente propria è precisamente costituito così come la tua ragione, in verità molto chiara, se Lo raffigura!

5. Egli è perfettamente consapevole di tutte le maniere false e maligne nelle quali viene rappresentato, e perciò desta continuamente degli uomini i quali hanno un concetto esatto di Lui; sennonché questi solitamente non vengono mai ben compresi dalla pigra e cieca umanità di questo mondo, la quale resta invece attaccata alla sua antica e abituale stoltezza.

6. Tu certo pensi che un simile Dio vero e reale non dovrebbe poter tollerare tanto a lungo degli abomini di questa specie ed assistervi impassibile; a Lui, l’onnipotente Dominatore, dovrebbe essere possibile fare piazza pulita di tutto il putridume falso e maligno. E in fondo non ti si può dar torto.

7. Io sento e penso precisamente come te, e questa cosa riesce tanto più gravosa a me, perché io, quale essere vitale-spirituale già da lungo perfettamente consolidato, ho il pieno potere, se si rende necessario, di ridurre in un solo istante con la mia volontà al nulla più assoluto per i tuoi sensi tutte quelle montagne che là sembrano sovrastare il mare, perché essere in grado di fare una cosa e non avere il permesso di farla riesce certo più amaro che volerla fare ma non essere in grado di farla!

8. Ma il fatto che, nonostante la potenza di cui si è in possesso, non sia lecito dare libero sfogo al proprio sentimento per quanta voglia se ne abbia, dipende dal fatto che a questo mondo, nei riguardi degli uomini, quello che più preme è che un uomo degno di questo nome debba trovare se stesso da solo e debba consolidarsi ad una concreta potenza vitale, come del resto anche tu stesso hai giustissimamente osservato verso la fine della tua discussione con Cirenio; altrimenti egli non sarebbe in grado di sostenersi per tempi eterni quale essere libero e indipendente contro la continua influenza nemica di forze molto poderose! Se anche tu non ti sei espresso proprio con queste parole, tuttavia il senso che intendesti dare alle tue parole è appunto questo.

9. Ma ora ti sarà più chiaro perché non sia conveniente un intervento violento ed estraneo qui sulla Terra, nel caso dell’uomo chiamato a consolidare il proprio interiorissimo principio vitale in base alle sue conoscenze e secondo il proprio liberissimo volere. Finché gli uomini vivono in un qualche luogo in quell’ordine di vita che si sono scelti, nel quale sia immaginabile una esistenza morale e così pure fisica, li si lascia sussistere in quell’ordine fino al momento in cui una eventuale degenerazione non risulti eccessiva. Ma qualora quest’ultimo fatto si verifichi presso un popolo, allora interviene sempre il Signore del Cielo e della Terra e riconduce il popolo degenerato al giusto ordine di vita, cosa che appunto succede ora nei confronti del popolo di Israele».

 

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Cap. 38

Lo scopo delle opere di penitenza in India.

 

1. (Raffaele:) «Tu certo visitasti l’India, e vi constatasti una quantità di abusi, particolarmente per quanto concerne le rigorose penitenze. Non c’è dubbio che per l’uomo che si basa unicamente sulla propria ragione questa cosa deve risultare come un’evidente pazzia congiunta ad un arbitrio almeno apparentemente crudele da parte di quella casta sacerdotale; sennonché la cosa non è proprio così come sembra. Quel popolo vive in un paese che fra tutti gli altri di questa Terra possiede la massima energia vegetativa, tanto per quanto riguarda le piante quanto gli animali e le creature umane. Vai là, nei boschi montani, e potrai girare intorno per delle giornate intere senza trovare un solo ramoscello secco neppure su di un albero molte volte secolare, e se tu cogli da un albero un ramoscello e lo pianti in un punto isolato anche su un terreno sabbioso, puoi essere sicuro che, ritornando un anno dopo, ritroverai il tuo ramoscello ancora perfettamente verdeggiante, anzi molto probabilmente constaterai che esso avrà messo nuove radici sul terreno.

2. Dunque l’energia vitale, particolarmente nelle regioni montane centrali, è immensamente grande, tanto rispetto alle piante quanto agli animali. In quei luoghi ad un animale oppure anche all’uomo può venire inferta una ferita già considerevole senza che essi ne abbiano a risentire un eccessivo dolore, perché lì l’aria che li circonda e li protegge ha già un potere curativo maggiore che non il migliore balsamo qui da noi. Se qui qualcuno ti colpisce con un bastone o con una sferza, la parte colpita ti darà dolore per parecchi giorni; e invece lì tu puoi farti applicare mille colpi di sferza, e la sensazione dolorosa del primo colpo sarà già svanita prima che sopraggiunga il secondo. Prova qui a conficcarti un chiodo nelle carni, e ne sentirai un dolore che si farà insopportabile! La parte offesa si gonfierà, e ne seguirà un’infiammazione terribile e potrà subentrare perfino una cancrena mortale, oppure la piaga comincerà a diventare purulenta ed a procurarti dolori indicibili; nei territori dell’India, invece, questo non succede! Puoi andare in giro per anni interi con un chiodo conficcato nella carne e tu non ne sentirai quasi più nessun dolore subito dopo che ti è stato conficcato, e ciò per la ragione che l’aria è dotata di tanta energia balsamica e curativa che è quasi escluso che in seguito ad una ferita si manifesti un’infiammazione. Ma se questa non si manifesta, allora è ozioso parlare, in generale, di un dolore; e ancor meno poi di un dolore insopportabile.

3. Oltre a questo in quei paesi gli uomini, perché animati da troppi elementi vitali-naturali, si trovano sempre in stato di grande eccitazione, ed in conseguenza di ciò, per quanto riguarda particolarmente lo stimolo carnale, sarebbero portati a degenerazioni tali da non aver riscontro con quelle di nessun paese di questa Terra. Ora le aspre opere di penitenza li trattengono più che altro dall’incamminarsi per questa via; e con le gravi mortificazioni la loro carne viene, per così dire, resa insensibile, ed a ciò vengono indotti dal timore, in loro fortemente impresso, del fuoco dell’inferno. I sacerdoti cercano di dipingere tale dolore nel modo sempre più vivo possibile, così che alla gente già al sentirlo descrivere pare davvero di incominciare a sentirne le bruciature, perché il fuoco è appunto quello che l’indiano teme soprattutto, dato che per lui questo rappresenta il massimo dolore che la sua carne è capace di percepire. Mediante le aspre opere di penitenza che Dio, il Signore, ha tollerato finora ed anche più a lungo tollererà presso gli indiani, l’anima di quegli uomini conserva almeno la sua forma, e poi nell’eterno aldilà si rende adatta a trapassare ad una vita superiore verso la perfezione.

4. Tu certo qui mi obietterai: “Si faccia acquisire a questo popolo una cultura preponderatamente scientifica, ed è probabile che con ciò esso non degeneri e non precipiti proprio in tutti i pantani della libidine!”. Sennonché questo, o mio stimatissimo amico, non basta, malgrado tutta la tua ragione, per quanto pura essa sia! Per i popoli nei quali per loro natura è assai desta la fantasia, la scienza costituisce un vero veleno della vita! Ammettiamo che gli indiani, ricchi di fantasia e dall’immaginazione quanto mai accesa, fossero in possesso della scienza della Grecia, di Roma e di Alessandria; ebbene io ti assicuro che tutta intera questa Terra non sarebbe più al sicuro dalle loro imprese; nelle loro mani le arti e le scienze di ogni genere non sarebbero che dei mezzi per fare di loro uno dei popoli più terribili e degenerati della Terra! Infatti, in breve tempo essi si accingerebbero a fare e anche realizzerebbero cose che sorpasserebbero di molto tutto quello che è stato fatto un tempo da Babilonia, Ninive, da tutto l’Egitto, Atene e Roma. Le montagne dovrebbero cedere il posto dinanzi alla loro temerarietà; essi edificherebbero delle città occupanti interi paesi fertilissimi e costruirebbero degli sbarramenti a fiumi e a torrenti per fare sorgere degli immensi laghi. In poche parole, qualora fossero iniziati in tutti i misteri della scienza, gli indiani diverrebbero il popolo più pericoloso e più temibile di questa Terra, per quanto attualmente anch’essi abbiano sembianze innocue e un animo mite!».

 

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Cap. 39

I pericoli di un’elevata preparazione scientifica.

 

1. (Raffaele:) «Del resto, un popolo dotato di grande fantasia non viene mai avviato verso una cultura scientifica troppo profonda per il motivo che la forza di immaginazione troppo potente e la fantasia che ne è la conseguenza sono elementi che vi agiscono sempre contro. Quella gente preferisce contemplare nella sua fantasia ogni tipo di immagini stolte che non occuparsi di considerazioni ispirate a verità e logica riguardo all’uno o all’altro fenomeno; d’altra parte, le rigide ed aspre penitenze alle quali tu assistesti non sono tanto frequenti come tu credi e come ti venne riferito. Infatti, il ricco se ne esonera, e il povero viene chiamato a compiere la penitenza soltanto quando abbia trasgredito le leggi esistenti davvero in maniera molto grave; dunque nell’India vige ancora oggi un ordine patriarcale che non si può abbattere, così su due piedi, neanche facendo precipitare fuoco e fulmini dal cielo. Vi sono certamente delle superstizioni fra le più rozze ed in grande quantità, alle quali dovrebbe essere messo riparo; ma siccome una simile superstizione è sempre il frutto certo e più abbondante che si matura presso tutti quei popoli che hanno in dote una fantasia tanto accesa, succede che non si può neppure agirvi contro, così da un momento all’altro, vibrando dei formidabili colpi all’impazzata!

2. È sempre meglio lasciare il popolo nella sua superstizione che non iniziarlo in ogni genere di scienza; perché la superstizione tiene legato l’indiano alla propria terra, mentre la scienza non farebbe che provvederlo fin troppo presto di ali d’aquila, mediante le quali egli sorvolerebbe in poco tempo tutta la Terra seminando rovina. Ah sì, se fosse possibile mettere tutto il popolo indiano, di colpo e senza alcuna sua fatica, in possesso della scienza pura, allora certo si stupirebbe anzitutto per qualche tempo, considerando l’immensità della stoltezza insensata dalla quale si sarebbe lasciato dominare così a lungo, ma subito dopo verrebbe invaso da tanto furore contro i suoi sacerdoti, e nella stessa maniera contro tutti i potenti dei popoli vicini, che questi verrebbero inesorabilmente e senza eccezione passati a fil di spada; darebbe così inizio ad una purificazione in seguito alla quale tutta la Terra apparirebbe in breve tempo grondante di sangue; ma a questo modo, infine, che cosa si sarebbe guadagnato? Il risultato sarebbe che la parte stolta dell’umanità verrebbe naturalmente massacrata, e quelli che rimarrebbero, ossia gli illuminati dalla scienza, si trasformerebbero in tigri assetate di sangue!

3. Ma la prova che succederebbe così lo dimostri tu stesso, che sei un ammiratore della ragione pura, dato che rendi manifesta la tua grande ira contro tutte le divinità, e particolarmente contro i loro cosiddetti rappresentanti. Se a te fosse propria anche un po’ la mia potenza, oh, guai al mondo! Con che furia ti daresti a sradicare ogni specie di istituzioni sacerdotali su questa Terra! Ma che cosa ne sarebbe poi del resto dell’umanità, la quale è attaccata ai suoi sacerdoti come l’edera all’albero, e che da loro si lascia condurre da tutte le parti come gli agnelli dal proprio pastore? Potresti farla trapassare tutta alla tua ragione pura mediante la semplice espressione della tua volontà? Io ti dico che questo sarebbe davvero un compito estremamente difficile! Infatti, se tutti fossero in possesso della scienza in uguale misura, ciascuno dovrebbe anche possedere i beni materiali nella stessa quantità degli altri, qualora non volesse morire di fame, poiché, se qualcuno si presentasse al proprio vicino e gli offrisse i suoi servizi dicendogli: “Io conosco questa e quella cosa”, allora il vicino gli risponderebbe: “Quello che sai tu, lo so anch’io, ed ho pure sistemato tutte le mie faccende in conformità e perciò non ho bisogno di nessuno! Che ciascuno dunque pensi per sé!”

4. Qualora un padre dicesse ai propri figli: “Fate ed imparate questo o quello”, i figli gli obietterebbero: “Cosa mai dovremmo ancora fare ed imparare, noi? Quello che sai e sei capace di fare tu, lo conosciamo e lo possiamo fare pure noi, e conformemente indirizziamo già la nostra attività; dunque, che altro ancora chiedi mai da noi?”

5. Se tu, giunto ad un’età in cui l’uomo si fa debole e malaticcio, avessi bisogno di aiuto e di assistenza e chiedessi al primo che ti capitasse davanti e che fosse atto a renderti qualche servizio: “Vedi, io mi sono fatto molto debole e avrei bisogno del tuo aiuto, che io sono disposto a compensare come si conviene; quando morirò ti nominerò mio erede!”, sai che cosa l’interpellato risponderebbe all’altro, bisognoso di aiuto? Ascolta! Egli direbbe né più né meno di quello che diresti tu stesso a chi richiedesse a te un simile, costante servizio d’amore! Tu gli risponderesti: “Amico mio, io non ho bisogno di fare il servitore a nessuno, perché io stesso sono tanto facoltoso quanto te e per conseguenza non vedo la necessità di sobbarcarmi un lavoro gravoso da sostenere con il sudore della mia fronte! Chi ha bisogno, che si affanni pure a servire gli altri, ma, per conto mio, non ci penso affatto!”. Ma ecco, quello che ora ti dico si verificava molte centinaia di anni fa nell’antico Egitto! Tutti si trovarono sapientissimi e contemporaneamente anche ricchi».

 

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Cap. 40

Origine della schiavitù.

 

1. (Raffaele:) «Ma quale fu la conseguenza di questo? Ebbene ascoltami: nessuno voleva più servire il prossimo, ciascuno lavorava e viveva esclusivamente per sé, né alcuno si sarebbe prestato a nessun prezzo a lavorare a vantaggio del proprio simile. La gente però finì un bel giorno con il convincersi che una vita di quella specie, molto comoda, era in fondo ben misera. Gli anziani del popolo furono i primi a fare una tale constatazione, dato che più di altri essi avevano bisogno di qualcuno che li servisse, ed essi tennero perciò consiglio per vedere come si sarebbe potuto rimediare a quell’inconveniente. Allora uno fra i più saggi parlò così: “La Terra è grande, andiamocene dunque fuori, e vediamo se non c’è in qualche luogo della gente che sia povera e che sia disposta a servirci dietro una buona ricompensa!”. Così essi se ne partirono in esplorazione verso l’Asia, e trovarono ben presto quello che cercavano. I vicini piccoli popoli dell’Asia furono subito consapevoli di quello che mancava ai ricchissimi egiziani, ed allora di propria iniziativa partirono per gli altri paesi dell’Asia dove comperarono i servitori per rivenderli in Egitto ad un prezzo maggiore. Ecco vedi, fu così che sorsero la schiavitù e il commercio degli schiavi, il quale purtroppo viene ancora oggi praticato quasi dappertutto. Puoi forse tu lodare un simile frutto dell’altissima sapienza generale degli egiziani di un tempo?

2. Sennonché gli autentici savi egiziani antichi, ammaestrati dall’esperienza, divennero estremamente prudenti e decisero di non iniziare a nessun prezzo i servitori nella loro profonda sapienza, poiché questa avrebbe potuto facilmente contribuire a rendere ricchi i loro servitori, con la conseguenza che essi non avrebbero più accettato di servire e di lavorare, cosicché essi, cioè gli antichi saggi, si sarebbero nuovamente trovati nella condizione di non aver nessuno che li servisse, con fedeltà e precisione, e che lavorasse per loro.

3. Ma tu hai mai visto degli schiavi anche nell’India, intendo parlare di quelli comperati e venduti? Certo che no! Là ci sono pure degli schiavi della propria superstizione, ciò che è pure un male, ma tuttavia un male non così grande come quello rappresentato dalla schiavitù che si basa sulla compravendita! Infatti, gli schiavi comperati e venduti venivano trattati unicamente come bestie da soma, e venivano anche per lungo tempo tenuti lontani da qualsiasi insegnamento spirituale; a loro è sempre spettato obbedire ciecamente, tollerare tutto senza aprire bocca e soffrire in maniera più che bestiale. In caso contrario li avrebbe attesi il maltrattamento più arbitrario e disumano, senza alcuna possibilità che il padrone venisse chiamato a rispondere dinanzi ad un qualche tribunale del mondo; perfino l’uccisione di uno schiavo, se commessa dietro comando del padrone, non veniva condannata da nessuna legge. Solamente se il tuo vicino ti avesse ucciso uno schiavo avresti avuto diritto ad un risarcimento per legge!

4. Ebbene, questa calamità, che ha afflitto e che ancora affligge l’umanità, è sempre una conseguenza di quell’epoca antica dell’Egitto in cui la gente era tutta immensamente sapiente e molto benestante, in cui nessuno doveva attendersi una punizione per un peccato commesso, dato che veramente nessuno avrebbe potuto avere motivo anche minimo di peccare in qualche modo contro i propri vicini, dato che ciascuno possedeva di tutto il necessario per vivere, e passavano degli anni senza che egli avesse bisogno di ricorrere al vicino per qualcosa! Ma quando venne introdotta la schiavitù, si emanarono leggi in forza delle quali un proprietario di schiavi non avrebbe mai potuto commettere peccato contro i propri schiavi nemmeno riservando loro il trattamento più crudele! Ma quando i peccati non possono venire commessi, a che cosa potrebbero servire le opere di penitenza?».

 

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Cap. 41

Il governo egoistico degli antichi egiziani, e i malanni inerenti allo stesso.

 

1. (Raffaele:) «Ma quando più tardi, mediante il lavoro degli schiavi, i signori del paese incominciarono a farsi ricchi in misura diversa, così che alcuni vennero a trovarsi in possesso di ricchezze molto maggiori al paragone di alcuni altri, allora ben presto emersero l’invidia, l’astio e il litigio, e soltanto da quel momento sorse la necessità di elaborare delle leggi civili le quali ciascuno avrebbe dovuto osservare, non escluso perfino il VAR (FARAONE = pastore). Allora si cominciò a fornire anche agli schiavi gli elementi di una certa cultura, dato che venivano inculcati a questi dei concetti della divinità, naturalmente in forma quanto mai velata, e con il presentare loro ciascuna singola manifestazione visibile che procedeva da Dio addirittura come una individualità allegorica che sarebbe stato dovere degli schiavi onorare e venerare come una divinità. Questo procedimento ottenne l’effetto di rendere gli schiavi, col tempo diventati potenti, più docili e mansueti, e sopportarono la loro sorte con maggior pazienza, perché essi temevano enormemente le potenti divinità invisibili, dato che in seguito alle arti misteriose degli egiziani essi avevano acquisita una specie di convinzione che simili divinità esistevano sul serio e che con loro non c’era da scherzare.

2. Se, come già detto, gli schiavi non fossero diventati potenti, sia per il loro naturale moltiplicarsi, sia per la possibilità di acquistarne altri due volte all’anno, gli antichi egiziani non avrebbero mai fatto loro conoscere in nessun modo delle divinità false, né, meno ancora, una qualche altra divinità eventualmente più genuina. Solamente il timore della forza fisica degli schiavi costrinse i sapienti originari dell’antico Egitto a dare loro un qualche concetto di divinità.

3. Ora immaginati la situazione degli antichi savi dell’Egitto! Essi erano sapienti e ricchi; e quello che l’uno sapeva e possedeva, lo sapeva e lo possedeva pure qualunque altro; e aveva altresì ricchezze in uguale misura come gli altri, né vi era alcuna necessità per lui di andare a servire i propri vicini per guadagnarsi il pane; ciascuno per lo più curava le sue faccende e amministrava le sue proprietà con l’aiuto dei propri figli. Finché la gente si conservava giovane e robusta, un simile governo delle proprie case, saggiamente egoistico, poteva ancora andare; ma quando gli adulti, diventati vecchi, diventavano più deboli, allora si destava in loro il desiderio di essere aiutati e serviti; ma chi avrebbe dovuto servirli? La tua mente certo ti suggerisce che questo compito sarebbe spettato ai figli. Certo sarebbe stato giusto, sennonché allora ci voleva ancora molto tempo perché comparisse Mosè ad annunciare agli uomini i Comandamenti di Dio. Secondo le loro leggi fondate sulla sapienza naturale, un figlio non era altro, di fronte ai suoi genitori, se non un essere umano libero come tutti gli altri. I figli obbedivano e servivano i genitori fino all’età virile, ma una volta raggiunta essi erano completamente liberi, né avevano più alcun obbligo verso i loro genitori, perché la pura ragione aveva loro suggerito una saggia massima secondo la quale i figli, quali opere dei rispettivi genitori, non avevano obblighi verso di loro, nello stesso modo come una casa non ha obblighi di alcun genere verso chi l’ha costruita, eccetto il fatto che ci si abiti, il come poi è questione che riguarda colui che l’ha costruita. Se la casa è ben costruita, vi si potrà anche dimorare bene e piacevolmente, se invece essa è costruita male e con negligenza, allora essa servirà pure malamente da dimora; ma di questo non potrà venire data colpa alla casa, ma al costruttore stesso.

4. Certamente i vecchi avrebbero educato volentieri i loro figli in modo che poi questi si sarebbero prestati a servirli per tutta la loro vita; invece i figli avevano coltivato essi pure i cinque sensi, di solito più in pratica che in teoria, sotto la guida dei genitori, e conseguentemente anch’essi si facevano dei savi egoisti come i genitori; perciò i vecchi si trovavano costretti a ricorrere agli estranei. Questi pur vennero e servirono, però la ragione pura dei vecchi sapienti si fece allora sentire e disse: “Se noi vogliamo che questa gente rimanga in permanenza al nostro servizio, è necessario che essa non apprenda la benché minima cosa della nostra sapienza, altrimenti alla fine non vorrà più saperne di servirci, come non l’hanno voluto i nostri figli per la ragione che essi vennero iniziati in tutta la nostra sapienza!”.

5. Gli schiavi, per conseguenza, rimasero immersi nella più rozza ignoranza e per lungo tempo essi non ricevettero altra istruzione all’infuori di quella concernente il loro lavoro servile. Tuttavia gli schiavi, con il tempo, si moltiplicarono e cominciarono a riconoscere la propria forza che iniziò ad incutere segretamente un serio timore agli antichi sapienti! Ed allora la pura ragione dei sapienti intervenne e suggerì: “Vedete di fare di costoro degli uomini e al più presto possibile, altrimenti essi si scaglieranno contro di voi come orde immense di animali feroci e vi sbraneranno!”. Soltanto dopo di ciò si inventarono le divinità già nominate per gli schiavi temuti e fecero in modo che esse compissero ogni tipo di prodigio al cospetto degli schiavi. In questo modo essi vennero ammansiti, e costituirono una casta a sé, servirono spontaneamente gli antichi egiziani, e con zelo raddoppiato. Fu soltanto da allora che l’Egitto divenne una nazione fiorentissima e cominciò ad esercitare forte attrazione sui forestieri, tra i quali furono molti gli invidiosi e i traditori che più tardi procurarono gravissime difficoltà agli egiziani.

6. Vedi, questi sono tutti dei risultati dovuti alla ragione pura i quali, riassunti, mi sembrano come una persona che voglia scendere troppo in fretta giù da un ripido monte e che, una volta lanciatosi nella corsa, non sia più capace di fermarsi! Le conseguenze non avrai affatto difficoltà ad immaginartele!».

 

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Cap. 42

L’ordinamento statale degli antichi indiani.

 

1. (Raffaele:) «Sotto questo aspetto gli indiani hanno adottato dei sistemi di gran lunga più ispirati a saggezza! Il popolo resta pure fermo nella sua superstizione in sé e di per sé innocua; d’altro canto, però, crede in un supremo Essere divino e nei Suoi rappresentanti sulla Terra i quali dedicano continuamente le più zelanti cure al mantenimento del convenzionale ordine antico, affinché non vi venga aggiunto nulla di nuovo, ma anche affinché non venga eliminato nulla da ciò che gli antichi testi contengono. E così accadrà che l’indiano fra mille anni sarà ancora perfettamente quello che è attualmente e che era qualche migliaio di anni fa! Le cose peggiori in lui sono le sue penitenze, ed il fatto che egli deve ergersi a giudice di se stesso.

2. Contro se stesso egli può essere severo oltre ogni concetto umano, perché chi vuole liberamente una cosa, non subisce un torto se questa cosa gli accade; ma di buono hanno che presso di loro non esiste la calunnia e il tradimento. Nessuno si fa accusatore del prossimo, e fra i molti milioni di quelle popolazioni non c’è una persona che provi mai un senso di gioia per il male altrui! Ma qui va anche ricercata la ragione per la quale gli indiani sono a loro modo diventati un popolo antico e che si farà ancora più antico. Con l’andare del tempo, quando eventualmente dei popoli stranieri verranno in contatto con loro e faranno conoscere loro una nuova religione, altri usi ed altri costumi, allora anch’essi si faranno più inquieti e scontenti e non si giudicheranno più da se stessi, né faranno più penitenze; sennonché in cambio saranno gli altri a giudicarli, a perseguitarli e ad imporre loro le più aspre penitenze. Allora, in poco tempo, le condizioni diverranno simili a quelle di Gerusalemme, dove i farisei caricano sulle spalle dei loro fedeli i pesi più insopportabili e vogliono giudicare tutti; ma al di sopra di loro stessi non tollerano dei giudici, e non toccano né pesi né carichi nemmeno con la punta delle loro dita! Ebbene, come trovi tu questo sistema in confronto a quello da te constatato presso i pacificissimi indiani?».

 

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Cap. 43

Il legame religioso dell’India con la Cina.

 

1. (Raffaele:) «Vedi, dietro all’India, al di là della più alta catena di montagne di questa Terra, esiste ancora un impero di estensione immensa, il quale ha almeno cinque volte tanti abitanti quanto l’impero di Roma. Tutte quelle popolazioni hanno pressoché l’identica nozione di Dio come gli indiani; esse vivono nella massima pace e nel massimo ordine, e sono quanto mai moderate, semplici, e senza alcuna pretesa: sono laboriose, instancabili e colme della più cieca obbedienza verso i loro maestri e le loro guide. Il loro imperatore è il loro signore assoluto, ed egli dedica ogni cura possibile affinché nessuno straniero possa mai penetrare nel suo vasto paese. Anche a questo scopo tutto intero il paese, dove esso ha i confini in regioni prevalentemente piane, è tagliato fuori dal resto delle regioni limitrofe mediante una colossale muraglia oltre la quale nessun esercito nemico sarebbe capace di penetrare. Questa muraglia è anche provvista, ad intervalli regolari, di torri entro le quali stanno continuamente di guardia un poderoso drappello di guardie che dispongono di forze sufficienti per opporsi validamente a qualsiasi tentativo di avvicinamento da parte di estranei.

2. Soltanto un messaggero di Brama (“Brau-ma” cioè: “Ha il diritto”), proveniente dall’India alta, ha, una volta all’anno, la riconosciuta facoltà di varcare la muraglia e di entrare nel paese, essendo egli il latore della lode oppure anche del biasimo da parte del Lama, e che egli è incaricato di recapitare personalmente, mediante uno scritto racchiuso in un pesante cofanetto d’oro, nelle mani dell’imperatore stesso. Questo messaggero arriva pure con un grande e sfarzosissimo corteo nel periodo stabilito e al luogo convenuto fin sotto alla muraglia, e comincia a fare un gran chiasso. Dopo di ciò dall’alto della muraglia viene fatto scendere un grande canestro in cui però soltanto al messaggero è concesso di prendervi posto per salire su, mentre il seguito deve accamparsi fuori dalla muraglia in attesa che il messaggero faccia ritorno.

3. Il messaggero compie poi il lungo viaggio dalla muraglia fino alla destinazione finale in lettiga. Il viaggio esige una ventina di giornate, e durante tale viaggio egli deve limitarsi a contemplare esclusivamente il cielo. Soltanto quando è giunto alla grande città imperiale che da sola ha più abitanti che non tutta la Palestina, ebbene, soltanto allora egli viene lasciato libero e accompagnato con tutti gli onori presso l’imperatore. Là egli consegna il cofanetto d’oro e rende noto all’imperatore i desideri del gran Lama, dopo di ché l’imperatore lo congeda, in grazia, non senza fargli dei ricchi regali; poi il messaggero inizia immediatamente il viaggio di ritorno che si compie esattamente come quello di andata.

4. Nell’occasione di un simile viaggio del messaggero divino per rendere visita all’imperatore e per tornare indietro, una grande quantità di gente affluisce lungo la strada per la quale il messaggero stesso viene portato fino alla residenza imperiale, fra indescrivibili cerimonie; il messaggero, però, non si rende visibile a nessuno all’infuori che ai fidatissimi portatori, i quali naturalmente poi non possono vederlo se non quando sale nella sua lettiga, o quando vi scende.

5. Se tu volessi domandare al popolo perché non gli è mai concesso di vedere il messaggero divino, né, meno ancora, di parlargli, esso ti risponderebbe con tutta umiltà: “Una pretesa simile sarebbe già di per se stessa un peccato imperdonabile”. Infatti, il popolo ritiene che sia già una grazia immensa del grande Dio, e sovrabbondante, quella di poter vedere a distanza portare il Suo santo messaggero, e chi ha visto una cosa simile, ha visto tanto da averne grazia in grande quantità per dieci anni, e non solo per sé, ma anche per altre dieci volte centomila abitanti dell’immenso impero, impero che il popolo ritiene si trovi proprio al centro del mondo. Ora, queste sono le idee che vengono inculcate a quell’innocuo popolo, ed esso ci crede incrollabilmente.

6. Il messaggero stesso è perfettamente consapevole di questa fede, sennonché egli è pure consapevole di un’altra cosa, e cioè che a lui non è lecito, pena la morte, di vedere il paese, né le sue istituzioni per rendere queste o quello in qualche modo note. Infatti, l’alto tradimento costituisce in quel paese il crimine più grave che viene punito con estremo rigore anche per la cosa più insignificante. Il popolo di questo impero è, nonostante tutta la sua stoltezza, molto fedele, sincero e quanto mai obbediente. Ma puoi tu trovare forse ragione di scandalo nel fatto che il popolo viene mantenuto nella stoltezza dalle sue guide e che, pure in questo stato, esso vive perfettamente felice, nonostante l’imperatore e i suoi primi servitori siano, per loro conto, a conoscenza di altre e ben differenti cose? Un’istituzione di questo genere non è forse del tutto simile al vostro ordine di Esseni? Ma se è così, allora Dio non è saggio né giusto quando permette e tollera tutto ciò finché un qualche popolo rimane in uno stato di profonda pazienza e umiltà, o quando tollera pure voi, o Esseni, che siete amanti del vivere piacevole? Parla adesso tu, o amico mio, sempre che tu abbia qualcosa da obiettarmi!».

 

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Cap. 44

Roclus racconta le magie di un mago indiano.

 

1. Roclus, il cui sbalordimento era andato sempre più aumentando man mano che il supposto giovinetto esponeva i suoi ragionamenti, era pervaso da un senso di esaltata ammirazione, ed esclamò, rivolto a Raffaele: «Ma ascolta, o giovinetto! Tu non puoi avere più di sedici anni, ma nella tua disputa con me riveli conoscenze ed esperienze tali che un qualsiasi altro galantuomo avrebbe potuto acquisire a mala pena in sessant’anni di diligenti fatiche. Io adesso non voglio parlare del fatto che tu mi hai condotto sul serio sulla via del riconoscimento di un vero Dio, il Quale mi appare precisamente così come il mio cuore già da lungo tempo in segreto Lo desiderava e del fatto che io non trovo più assolutamente nulla da obiettarti, ma desidero invece sapere unicamente come e quando tu abbia potuto acquisire simili nozioni ed esperienze.

2. Tu conosci un impero che esiste al di là dell’India, e del quale io ho udito fantasticare a mala pena un paio di volte, e ciò soltanto nell’India, visto che un indiano una volta mi raccontò, con tutta sincerità, delle cose tanto sbalorditive che non potei allora trattenermi dal ridere. Soltanto ora riesco a farmi per mezzo tuo un’idea un po’ giusta di questo impero favoloso, i cui abitanti, pare, dovrebbero trovarsi sul più alto gradino della cultura per quanto concerne le arti e le industrie e l’artigianato. Io devo ammettere senz’altro che tu hai perfettamente ragione, e sembri essere esperto pure in misura sorprendente nelle scienze magiche di tutti i popoli, perché in caso diverso non avresti di sicuro mai accennato ad una certa onnipotenza che dovrebbe esserti propria!

3. Io ormai scorgo, per quanto in forma ancora un po’ nebulosa, che la Divinità, per ragioni probabilmente quanto mai sagge, fa in modo che su questa Terra le cose siano e procedano così come sono e si svolgono ora, dato che quello che ad Essa può interessare non può essere che la formazione dell’anima, e non il benessere corporale degli uomini! Sennonché attualmente non si tratta affatto della mia più o meno perfetta visione di tale cosa, tanto più considerando che di un colpo solo non si abbatte un vecchio cedro del Libano, ma ora si tratta, e questo ha per me il massimo interesse, di sapere unicamente e semplicemente come tu possa essere venuto a conoscenza di tutto ciò!

4. Ormai non occorre proprio più che tu mi dichiari come sia sorta la nuova dimora, o meglio, il nuovo palazzo del vecchio Marco, nonché il nuovo giardino, il porto e le navi nuove e fiammanti che vi stanno dentro al riparo, perché evidentemente sei tu stesso che ti trovi dinanzi a me, il magico costruttore di tutto questo e come tale ti sei in certo modo rivelato, probabilmente con intenzione, per mettermi alla prova e per vedere se, malgrado il mio desto intelletto, questo non sia eventualmente sufficiente ad afferrare il senso delle tue parole gettate, così, a caso.

5. Il campo della magia è immenso e senza confini, e perfino il più grande maestro è e rimane nient’altro che un mediocre principiante. Noi, esseni, detto fra noi, ce ne intendiamo di sicuro, dato che noi abbiamo assoldato dei maghi persiani ed egiziani i quali sono in grado di compiere cose tanto meravigliose che ad uno di noi devono proprio venire le vertigini, e questo lo dico malgrado che io stesso in queste faccende non sia affatto un profano. Ma, a prescindere da ciò, devo confessare di aver visto in India dei maghi capaci di operare cose di fronte alle quali tutte le nostre magie si possono considerare come un vero gioco da bambini! Io avrei dato volentieri mille libbre d’oro per imparare dal re dei maghi di Thiba soltanto alcune delle sue insuperabili esibizioni magiche, ma a nessun prezzo mi fu possibile indurlo a rivelarle!

6. E così tu pure puoi essere iniziato in tali misteri, dei quali a me non è venuta mai l’idea nemmeno in sogno, e forse puoi ricorrere sempre, quando ti piace, ai tuoi aiutanti invisibili e agli spiriti naturali sempre pronti ai tuoi servizi, in maniera che ti riesce sommamente facile costruire tutta una montagna, e tanto più facile dunque un simile edificio od altro che sia, e tutto ciò in un solo istante! Infatti, dal mago di Thiba, a cui ho accennato prima, io ho visto far sorgere in un istante, fuori da un paesaggio che si estendeva a grande distanza davanti ai nostri occhi, un lago dal quale emergevano varie isole e con molte navi che vi galleggiavano. Per parecchi istanti questo lago rimase visibile; dopo di che il mago fece un cenno, e il paesaggio di prima si presentò di nuovo immutato al nostro sguardo.

7. Certamente, in tale occasione egli ci condusse entro uno stanzino perfettamente oscuro, e ci fece vedere il paesaggio oltre ad una finestra, paesaggio che era assolutamente lo stesso che si poteva vedere restando fuori dallo stanzino all’aria libera. Poi egli chiuse la finestra, fece alcuni segni, riaperse la finestra, ed ecco che del paesaggio di prima non fu possibile vedere nemmeno una traccia, mentre invece ai nostri occhi si presentò lo spettacolo del lago di cui ho parlato prima, dalla superficie quanto mai vasta, e tutto risultava così naturale, come naturale non può apparire nessun’altra cosa. Soltanto che durante questa visione io provai negli occhi una particolare sensazione assai strana, dovuta senza dubbio alla grande sorpresa e all’impressione fattaci dal prodigio.

8. Il mago ci disse che, oltre a quella stessa finestra, egli sarebbe stato ancora in grado di presentarci una quantità di paesaggi meravigliosissimi, che però ci sarebbe costato una somma ingente; e per conseguenza noi rinunciammo a soddisfare ulteriormente la nostra curiosità. Io gli domandai allora se egli avrebbe avuto anche il potere di fissare e di dare consistenza ad un simile paesaggio così che avesse da permanere. Egli rispose affermativamente e subito poi, d’improvviso, si ritirò. Quando noi uscimmo successivamente all’aperto, del lago e delle altre cose non vi era più traccia.

9. Io naturalmente andai chiedendomi come ciò era possibile, e dovetti accontentarmi di trovare in me stesso la risposta, e cioè che quel mago di Thiba conosceva evidentemente molto meglio di me le forze segrete della natura. E come sarebbe stato altrimenti possibile far sorgere per forza magica un paesaggio marino al di là di quella stessa finestra dalla quale, prima, io avevo benissimo constatato che fuori vi era un vero paesaggio naturale, paesaggio che poi scomparve del tutto per fare luogo all’altro? Poi egli fece sparire di nuovo il paesaggio marino e fece apparire il paesaggio naturale di prima, ma avrebbe anche potuto lasciare lì per sempre il paesaggio marino; ma questa cosa egli non volle certo farla, dato che il paesaggio naturale di prima era già da lungo tempo un terreno tra i più fertili; e in effetti per l’umanità i bei campi, i prati e gli orti sono senza dubbio di maggior vantaggio che non un lago tanto vasto da sembrare un mare, provvisto di qualche isola e di qualche nave.

10. Per conoscere il segreto di una simile magia io gli avrei dato volentieri duecento libbre d’oro; tuttavia egli non ne volle assolutamente sapere. La sua casa doveva essere certo ricolma di ogni tipo di spiriti naturali fra i più potenti, perché senza la loro assistenza il mago non sarebbe in nessun caso stato capace di far sorgere il paesaggio marino di cui ho parlato!

11. E così anche qui devi essere stato tu, o giovane mago, a far sorgere tutte queste cose la cui repentina apparizione ha avuto il potere di attirarci in questo luogo! Si tratta dunque di una magia del tutto simile a quella cui ho assistito io, assieme a questi miei undici compagni, e il cui segreto io sarei disposto a pagare con molto oro, ma io so che a te non interessa venderlo, come non ha interessato all’altro mago di Thiba. Infatti, sei ancora giovane e con il tuo segreto potrai guadagnare molto denaro ed anche altri tesori.

12. D’altro canto, potrai certamente dedurre dalle mie parole che non è affatto mia intenzione carpirti il tuo segreto; però una sola cosa desidererei apprendere dalla tua bocca, e cioè come, dove e quando tu sia pervenuto a tanta sapienza e ti sia appropriato di una simile arte magica! Tu ormai sei arrivato al punto di fare accettare a me ed ai miei compagni l’idea dell’esistenza di un vero e supremo Essere divino, e per conseguenza non ti metterà in imbarazzo se tu mi dici almeno dove hai avuto occasione di venire a conoscenza di tutte queste cose già nei tuoi giovani anni!».

 

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Cap. 45

Raffaele spiega le magie del mago indiano.

 

1. Dice Raffaele: «Tu sei un uomo davvero strano! Le tue molte esperienze ti hanno tanto riempito e confuso la testa che ora non sei assolutamente capace di distinguere ciò che è falso da quello che è realmente vero! Sarebbe bastato che al mago che incontrasti a Thiba tu avessi domandato di farti comparire un paesaggio marino senza bisogno di camera e di finestra, ed egli non ti avrebbe soddisfatto nemmeno per tutto l’oro del mondo, per la semplice ragione che una cosa simile gli sarebbe stata assolutamente impossibile. Però nella camera e da quella finestra egli avrebbe certo potuto farti vedere per forza magica parecchi altri paesaggi ancora!

2. Ma bisognerebbe che quel mago provasse a far sorgere grazie alla sua arte, in un solo istante e con effetto permanente, una casa di questa specie provvista di tutto il necessario ma però non nel mistero di una camera oscura, bensì nell’ambito della nuda natura! Sennonché, come detto, egli sarebbe costretto a rinunciare a priori all’impresa! Perciò, dunque, questa che tu vedi qui, nel vero senso della parola, è un’opera di Dio, mentre quella è stata semplicemente un’opera d’uomo il quale era, in fondo, nient’altro che un esperto dei fenomeni naturali e della meccanica, e per nulla un cosiddetto mago.

3. Ma se questa è un’opera di Dio, una simile opera è pure la mia sapienza. Tutto quello che vedi in me è da Dio! Quindi non domandare più come, dove e quando io posso esservi arrivato!

4. Per l’occhio umano anche gli uomini possono compiere dei prodigi; sennonché in questi casi non si tratta affatto di miracoli, ma di effetti perfettamente naturali e ottenuti con dei mezzi altrettanto naturali, i quali appaiono come prodigi agli occhi del profano soltanto per il motivo che egli non ha la benché minima idea né dei mezzi occorrenti né del modo di usarli per ottenere l’effetto voluto. Ma una volta istruito riguardo ai mezzi e al modo di usarli e riguardo alle conseguenze che ne scaturiranno, allora egli stesso sarà subito in grado di compiere lo stesso prodigio in maniera assolutamente uguale a quel mago che prima egli considerava un operatore di miracoli»

5. Osserva Roclus: «Anche la produzione magica del paesaggio da parte del mago di Thiba?»

6. Risponde Raffaele: «Senza alcun dubbio; però i mezzi occorrenti sono un po’ difficili da procurare, perché proprio quel mago ha inventato un mezzo, e pure tutto il resto; ma certo queste cose egli non le venderà mai, e per conseguenza per te è difficile ottenere gli effetti che lui riesce ad ottenere nel suo paese e che gli hanno procurato la fama di mago di prim’ordine.

7. Ma se tu ti intendessi dell’arte di fondere la silice pura e di preparare con questa un vetro di una trasparenza perfetta, e finalmente di levigarlo e lucidarlo come si fa con le pietre preziose, arte questa conosciuta perfettamente agli indiani, allora capiresti ben presto e in maniera chiarissima cosa ci sia dietro al prodigio, e ciò in maniera ancora tanto più chiara se tu, in aggiunta, fossi come un secondo Apelle al quale era propria una tale abilità da riprodurre l’acqua sulla tela per mezzo dei colori con tanta naturalezza che perfino gli uccelli ne restavano ingannati.

8. Il mago con il quale hai avuto a che fare tu è un famoso pulitore di pietre preziose, e possiede il segreto della fabbricazione del vetro dalla silice e della relativa levigatura; e oltre a questo egli è uno fra i migliori pittori di tutta l’India, particolarmente per quanto riguarda l’imitazione del paesaggio per mezzo del disegno e dei colori, naturalmente in proporzioni molto ridotte. Egli si è poi costruito degli speciali congegni per fare comparire i suoi paesaggi dipinti attraverso una lastra di vetro ben pulita e levigata precisamente a questo scopo, e in questo modo egli ottiene un’illusione ottica simile a quella che hai avuto tu quando hai contemplato il paesaggio marino.

9. Si tratta infatti di una scienza avvolta completamente nel mistero e di una invenzione dovuta ai Fenici e passata poi anche agli Egiziani, i quali hanno avuto una cura straordinaria perché essa rimanesse un mistero allo scopo di avvalersene per le loro magie di carattere straordinario. In un paio di migliaia di anni tutti i popoli saranno completamente consapevoli di queste cose, e allora sicuramente non vi sarà più neppure un uomo dotato di ragione pura disposto a prendere un fenomeno di questa specie per un miracolo, e poi meno che meno per un miracolo di qualità assolutamente straordinaria».

 

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Cap. 46

Il sacerdozio come nemico della luce.

 

1. (Raffaele:) «Io ti dico che l’umanità arriverà al punto di viaggiare su vie di ferro alla velocità di una freccia lanciata con l’arco, e aggiungo che essa parlerà con la lingua del lampo da un capo all’altro del mondo e che volerà nell’aria come gli uccelli, oltre a mari e a continenti; eppure nessuno riterrà dei maghi e meno che meno degli dèi coloro che faranno tali cose! Certo però che la casta sacerdotale, che sempre dovrà sussistere, userà ogni mezzo per impedire che al popolo venga fatta luce in proposito, ma tutte le sue fatiche saranno completamente vane!

2. Quanto più i sacerdoti si proporranno di condurre il popolo verso la notte e verso ogni tipo di tenebre, tanto più essi desteranno a tanta maggiore attività - a loro ostile - gli spiriti della luce i quali sussisteranno sempre, e così una luce sempre maggiore e più intensa si diffonderà tra il popolo fino a che i sacerdoti stessi si vedranno costretti a bere al calice della luce, per loro estremamente amaro, e di farsi essi stessi apostoli della luce. Prima però di arrivare a questo punto dovranno venire sostenute molte gravi lotte.

3. Ed avverrà che i maghi saranno fatti oggetto di gravi persecuzioni, e il germe di tali persecuzioni esiste già in parte nel fariseismo; nella parte maggiore però esso esiste presso di voi, o esseni, che ora vi state comprando le arti magiche da tutto il mondo. Voi, in segreto, già guardate con occhi colmi di gelosia qualsiasi operatore di fatti meravigliosi, particolarmente se egli si dedica ad opere di questo genere che voi avete già rinchiuse tra le vostre mura ed accolte nel vostro repertorio agli scopi della vostra industria fondata sull’illusione del popolo.

4. Sennonché a Dio, il Signore, piace ora concedere che vengano gradatamente fatte delle invenzioni assolutamente straordinarie non per mezzo di sacerdoti, ma per mezzo di uomini dall’apparenza insignificante, in seguito alle quali l’umanità trapasserà ad un alto stato di cultura.

5. Certamente, i sacerdoti cominceranno ad opporvisi con la massima forza e fra i più grandi clamori, e lo faranno inizialmente ricorrendo al ferro e al fuoco; però tutto ciò non servirà a nulla, dato che con quanta maggiore violenza i sacerdoti lotteranno contro la luce che avanza e tanto più le loro cattive brame, egoistiche ed ambiziose, appariranno nella loro cruda nudità dinanzi agli occhi del popolo, così che questo perderà tutta la fede e la fiducia in loro.

6. Infatti, in colui del quale ci si è accorti una volta che voleva ingannarci, non ci sarà più nessuno disposto in avvenire a ridargli fiducia, neppure quando quello che egli si accingerà ad esporre sarà corrispondente a realtà e a verità, perché emergerà sempre il timore che sotto a quanto costui dice si celi qualche mala intenzione in perfido agguato. In conseguenza di ciò per una casta sacerdotale, che si sia eccessivamente fatta scoprire in seguito al proprio zelo maligno, sarà finita non solo in parte, ma addirittura completamente.

7. Ma il Signore, fuori dal Suo Ordine, ha voluto disporre una volta per sempre, che ogni elemento maligno e falso debba sempre distruggersi da se stesso, e quanto più esso si sforzerà di erigersi ad esclusivo dominatore, tanto più presto correrà da solo incontro alla propria rovina.

8. Tutto il malvagio operare degli uomini su questa Terra è simile ad una macchina che tanto prima si logora e si rende inadoperabile, con quanta maggiore foga e quanto più ininterrottamente viene fatto uso di essa. Il corpo umano stesso si logora e si distrugge tanto prima quanto più appassionatamente fa la sua opera nel seguire gli avidi impulsi.

9. Perciò per un vero filosofo della vita il fatto di vedere tutte le caste sacerdotali compiere, ispirandosi al male, cose tali alle quali la sua ragione deve ribellarsi del tutto, ebbene, per un vero filosofo della vita tutto ciò non costituisce mai un motivo per non credere a Dio! Infatti, il Signore permette che avvenga così in primo luogo affinché in questo modo la vera ragione pura si desti tanto più alla vera attività, ed in secondo luogo perché con ciò tanto prima il male si distrugga da se stesso e si condanni alla rovina.

10. Di giorno nessuno va in cerca della luce, e non l’apprezza nemmeno nel suo giusto valore, perché in nessun luogo sente l’oppressione della notte. Di giorno è bello vagare di qua e di là, perché si può evitare ogni buca, ogni pietra gettata sulla via e ogni voragine dato che si scorgono già da lontano! Tutt’altra cosa è camminare di notte, quando si è circondati da tenebre fittissime; ed allora non si può procedere che faticosamente e con le maggiori cautele!

11. Ma in tali condizioni, con quale gioia il viandante saluta la benché minima fiammella che a stento gli illumini il sentiero dinanzi, sia pure per pochi passi soltanto! E con quale desiderio ardente il pellegrino amante della luce si affretta nel deserto incontro ai chiarori dell’alba!

12. Ora vedi, succede precisamente così agli amanti della luce spirituale che si trovano immersi nel mezzo di una notte spirituale, notte in grandissima parte diffusa fra l’umanità spesso credulona ad opera della vergognosa avidità e dell’ambizione dei sacerdoti, ma quanto più tenebrosa diventa la notte, tanto più si sente anche la mancanza della luce, e tanto più viene tenuto in maggior conto il pieno valore della luce spirituale.

13. Gli individui che già fin dalla nascita sono completamente ottenebrati inseguito ad una educazione contorta, non sentono certo la mancanza della luce dello spirito e si trovano a loro completo agio, cullati come sono dalle consolazioni cieche dei loro sacerdoti, i quali non si stancano di raccontare loro sempre una quantità di storielle, quanto mai edificanti, di uomini morti da molto tempo, ma che vissero in maniera devota e fedele del tutto conforme alle massime sacerdotali, e le raccontano con i più vividi colori. Questo basta per mantenere tranquilli coloro che sono totalmente ciechi; spesso versano abbondanti lacrime per la commozione, e il loro animo diventa benevolo, cosa questa che, naturalmente, non torna mai a svantaggio dei sacerdoti.

14. Simili individui, come già detto, sentono altrettanto poco l’oppressione della loro notte spirituale, quanto poco un tale, completamente cieco fin dalla nascita, abbia mai potuto sentire l’oppressione di una notte per quanto tenebrosa: per lui un sole non sorge mai, né tramonta mai! Ma ben altrimenti la notte opprime colui che era continuamente abituato a procedere nella luce del giorno eterno della verità e che poi, pur essendo eccellente cantore, si vede costretto ad urlare con i lupi se vuole conservare intatta la pelle!

15. Immaginatevi la situazione di alcuni pochi vedenti che venissero a trovarsi in una comunità esclusivamente composta da ciechi! Se uno dei vedenti si mettesse a descrivere la magnificenza immensa della luce e il suo splendidissimo gioco di colori, i ciechi gli intimerebbero immediatamente di tacere e lo qualificherebbero come impudente e come malvagio mentitore, mentre egli avrebbe la più assoluta convinzione della verità chiarissima di quanto ha enunciato! Dimmi tu ed immaginati in quali condizioni d’animo verrebbero a trovarsi i vedenti i quali fossero in possesso di mezzi senz’altro migliori per ridonare la vista alla maggior parte dei ciechi di tutta la comunità purché essi semplicemente lo volessero. E in quali condizioni d’animo ti troveresti tu con la tua ragione pura?».

 

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Cap. 47

I frutti della notte e i frutti della luce spirituale.

 

1. Dice Roclus: «Questa sarebbe davvero una situazione assolutamente insostenibile per uno che ci vedesse e che magari per di più fosse medico! Oh, certo, sarebbe mille volte preferibile non esistere assolutamente piuttosto che vivere da vedente fra i ciechi che sono pieni di diffidenza, di presunzione e di orgoglio! Ma tu hai ragione, o mio caro e sapientissimo giovinetto! Il mondo è fatto così e non altrimenti; per conseguenza, a mio avviso, è preferibile abbandonare i ciechi al loro destino ed evitare il più possibile di scontrarsi con loro. Quando si troveranno in queste condizioni, cioè senza che ci sia più nessuno provvisto di buona vista che li guidi, essi, prima o poi, devono tutti finire con l’arrivare sull’orlo di un qualche abisso che inevitabilmente li inghiottirà tutti. Pure la loro fine si prospetta triste; ma essa è certa, e nessuno può preservarli da essa!»

2. Dice Raffaele: «Vedi, questa volta hai giudicato rettamente, e vedi, anche il Signore, in base al Suo Ordine, non si comporta diversamente con gli uomini! Quando accade che una comunità o addirittura un intero popolo si schieri di propria libera e perversa volontà contro la Verità e la Luce dai Cieli, il Signore permette pure che un simile popolo trapassi nella notte più profonda della vita. Ed immerso in questa notte esso comincia ben presto a commettere una follia dopo l’altra, e con ciò, agli occhi di chi sia anche solo un po’ vedente, esso rende manifesta la propria maligna cecità e la menzogna che si esprime in ogni atto della volontà ed in ciascuna aspirazione ed azione. Infine, un simile popolo, totalmente inguaribile, non può certo fare a meno di arrivare sull’orlo di un qualunque abisso destinato ad inghiottirlo senza grazia né pietà, mentre i vedenti si propagheranno e cominceranno a benedire con la loro luce il terreno, sia dal punto di vista spirituale che corporale.

3. Tuttavia il Signore, finché un popolo ha un bagliore sia pure lievissimo della vera luce entro la propria cerchia, non lo lascia sicuramente arrivare fino all’orlo dell’abisso, perché nel bagliore c’è pur sempre contenuto un presentimento ammonitore contro la rovina.

4. Ma quando invece presso un popolo l’avversione per la luce della verità si è fatta vero odio, e quando tale popolo ed i suoi sacerdoti iniziano una vera caccia ai vedenti e li perseguitano in tutti i modi, come succede ora e come è successo già appunto da lungo tempo presso il popolo ebraico, allora io ti dico che anche la Pazienza del Signore raggiunge il limite estremo, e così un simile popolo non sfugge più alla propria rovina.

5. Ed allora avviene pure che il Signore stesso scende dai Cieli sulla Terra e tiene giudizio contro gli scellerati ciechi e malvagi, come appunto sta verificandosi attualmente qui sulla Terra, e precisamente nel bellissimo paese degli ebrei, il popolo eletto di una volta!

6. Però il Signore radunerà ora intorno a Sé i pochi fedeli e vedenti ancora rimasti, e donerà loro la pienissima Luce dai Cieli; però accanto a questa Luce non potrà sussistere niente che sia privo di luce, ma tutto questo verrà sospinto verso l’orlo estremo dell’inevitabile abisso. Ma poi dinanzi ai vedenti non potrà più servire a nulla un falso prodigio, bensì servirà solo un prodigio che proceda nel modo più vero dalla Forza di Dio, Forza che Egli ha posto nel cuore di ogni uomo che vede la verità.

7. Infatti, la fede falsa e cieca, che veramente è una superstizione, si rivela anche troppo presto per quello che è attraverso la menzogna e opere ingannatrici di ogni specie, e mediante una durezza di cuore che si accentua sempre più, mentre una fede vera e vivente si dimostra per quello che è grazie alla pienissima verità in tutte le cose, senza riserve, e grazie ad un amore degli uomini che si accresce sempre di più l’uno verso l’altro e verso Dio, e per mezzo di tale verità e di tale amore, la fede vera e vivente rende testimonianza di sé altresì nella Forza e nella Potenza divine che Dio ha posto in ciascun cuore umano che vede la verità.

8. Che giova allora all’uomo tutta la sua arte e scienza segreta, se alla fine perfino i passeri, i quali vedono, gridano dai tetti al falso profeta, davanti a tutto il mondo: “Tu sei un perverso imbroglione, sempre alla ricerca del tuo tornaconto, ed i tuoi miracoli tu li compi davanti ai ciechi! Ma i veri figli di Dio che hanno gli occhi buoni non li potrai mai ingannare, perché questi possono compiere ben altre cose grazie alla Potenza di Dio nei loro cuori, Potenza che è lo Spirito dell’eterno Amore, ed essi con il loro sguardo penetrano dentro alla tua miserevole, artificiosa costruzione e indovinano esattissimamente le tue spregevoli intenzioni! Raccogli dunque insieme i tuoi fraudolenti artifici, e diventa poi un uomo vedente nella vera Potenza di Dio, altrimenti noi passeri ti toglieremo anche quel minimo bagliore di considerazione che ancora ti resta!”. Dimmi! Potresti serbare rancore ai passeri che ti dicessero questo? Certo, niente irrita di più l’imbroglione che il venire affrontato con la piena luce della verità, ma bisogna pure che anche lui finisca per riconoscere la verità, che gli piaccia o no!

9. Ed ora eccoti qui l’evidente prodigio sorto grazie alla vera Potenza di Dio! Tu sei un esseno, ed oltre a questo sei anche uno dei principali maestri di miracoli di quest’ordine: resusciti i morti, tiri giù la Luna per porla addirittura davanti al naso dei ciechi nello spirito che la stanno ammirando con gli occhi imbambolati, e fai parlare gli alberi, l’erba, l’acqua, le rupi ed i muri. Ma cosa diresti se questi passeri umani di tutte le razze e di tutti i ceti cominciassero a spiegarti ad altissima voce in quale modo tu e i tuoi aiutanti, quando il turno di servizio vi richiama entro le mura del vostro chiostro, risuscitate i vostri morti e fate parlare gli alberi, l’erba, l’acqua, le rupi ed i muri, e qualora infine vi presentassero un morto chiedendovi di richiamarlo in vita? Quali ragionamenti allora maturerebbero nel tuo acuto intelletto?».

 

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Cap. 48

Roclus difende l’istituzione degli Esseni e i loro miracoli ingannevoli.

 

1. Risponde Roclus: «Eh, dovrei rassegnarmi ad ascoltarli senza poter ribattere nulla, perché la verità resta sempre verità, che essa mi arrechi danno oppure vantaggio! Ma ormai comprendo cosa hai voluto dirmi effettivamente con questo, e cioè suppongo che tu voglia farmi capire che anche il nostro ordine è qualcosa di cattivo e che dovrà finire con l’andare inevitabilmente incontro al suo tramonto non appena la pura Luce divina dai Cieli avrà illuminato i cuori degli uomini. Ebbene, amico mio, questa è pure una verità alla quale niente può venire opposto, perché, qualora tutti gli uomini od almeno in gran parte venissero iniziati da Dio in tutti i nostri misteri, senza alcun dubbio sarebbe suonata l’ultima ora per la nostra attività. Però in ogni caso non potranno mai rimproverarci di aver agito sia pure con un solo minimo briciolo di cattiva volontà e di egoismo, dato che in questi tempi quanto mai foschi non abbiamo fatto altro che prenderci a cuore almeno il generale benessere terreno dell’umanità, ed il nostro chiostro in sé e di per sé non è altro che un’istituzione che promuove l’amore e l’amicizia. E per raggiungere tale scopo non abbiamo mai scelto neanche un mezzo che possa dirsi proprio cattivo!

2. Certamente, mi si potrebbe obiettare: “Ogni inganno è già di per sé un mezzo cattivo!”, però io mi permetto di ribattere decisamente questo, e lo farei forse pure a un Dio in persona: “È vero che l’inganno è sempre un cattivo mezzo qualora vi vada congiunta anche la minima cattiva intenzione per una ragione o per uno scopo egoistico qualunque, ma quando devo constatare che all’umanità non può venire recato aiuto in nessun altro modo se non per le vie di un evidente inganno, allora se per puro amore verso il fratello che soffre ricorro a quest’unico mezzo che resta, e così gli vengo infallibilmente in soccorso, secondo me anche il più evidente inganno non è affatto un mezzo cattivo, ma è un mezzo quanto mai buono e giusto e contro il quale non c’è Dio che possa obiettarmi qualcosa!”. Ed a corroborare questa mia affermazione io ti citerò un solo esempio tratto dall’esperienza della mia vita di esseno, e poi dovrai finire con il darmi ragione anche se tu stesso fossi dieci volte un Dio.

3. Una volta mi si presentò un uomo in lacrime, la cui moglie, giovane e onesta e che egli amava molto, era stata colpita da una malattia tale da cui lei poteva guarire con sicurezza matematica solo con un unico rimedio assolutamente infallibile ed a me molto ben conosciuto! Qualsiasi altro rimedio sarebbe stato senz’altro micidiale per lei ed avrebbe fatto del marito l’uomo più infelice di questo mondo. La donna però provava tanta ripugnanza per quel noto rimedio che lei avrebbe preferito morire dieci volte piuttosto che servirsene per ottenerne una guarigione certa. Tutte le parole spese per persuaderla a prendere la medicina non ebbero alcun effetto, e perciò il marito era al colmo della disperazione! Io però, a cui le buone idee non avevano mai fatto difetto in simili circostanze imbarazzanti, dissi in tono serio e deciso alla donna, in presenza del marito: “Oh, sta tranquilla, perché io conosco cento altri rimedi che guariscono le malattie di questa specie e ciò con molta maggiore rapidità e sicurezza e senza ricorrere a quella di cui abbiamo parlato!”. Ora con queste parole io avevo già detto una grossa bugia, poiché un altro rimedio non avrei saputo dove trovarlo per tutto l’oro del mondo. Questa vera menzogna gigantesca era dunque già un primo inganno commesso per il bene dell’ammalata.

4. Il secondo inganno poi, più grande ancora, dovette essere necessariamente quello di dare un altro nome all’unico rimedio conosciuto, mescolandovi dentro qualche sostanza neutra, che all’apparenza lo rese tanto differente nel colore quanto in parte anche nel sapore, e così lo presentai chiedendone un prezzo considerevole. Tre libbre d’oro ebbero il potere di cambiare radicalmente la situazione; la donna acconsentì con molta gioia a prendere la medicina, e dopo poche ore non solo si trovò fuori pericolo, ma apparve subito di nuovo in tutta la sua freschezza e gioia di vivere, e perfettamente guarita! Io stesso potei a mala pena frenare una grossa risata per questo imbroglio, però fino al momento in cui parliamo, né il marito, né la moglie hanno avuto mai neppure un lontano presentimento dell’imbroglio da me combinato per il bene di tutti e due!

5. Ma ora io ti domando: “Questo inganno fu in sé e di per sé buono o cattivo?”. Tu taci, ed evidentemente non puoi ribattere nulla! Adesso ti citerò un secondo esempio, riservandomi poi di sentire la tua opinione.

6. Ecco: un anno fa accadde che l’unica figlia tredicenne di genitori molto benestanti morì in seguito ad un maligno attacco di lebbra; io ne venni informato per combinazione, e mi affrettai subito ad andare in casa loro dove trovai padre e madre immersi nel lutto e nella desolazione per l’immensa perdita subita. Io fermai la mia attenzione sulla ragazza che giaceva inanimata sul suo letto e vidi che aveva una grande somiglianza con una fanciulla che era ricoverata nel nostro istituto di cura, ed alla mia mente balenò subito il pensiero che a quella coppia immersa nel dolore si avrebbe potuto e dovuto portare consolazione ed aiuto!

7. Io allora chiamai immediatamente a me il padre, e gli dissi: “Non disperare! Io sono un vero esseno, e ti dico che è in mio potere rianimare questa dormiente mediante un prodigio, purché tu sia disposto ad affidarla alle cure del mio istituto! Falla trasportare là dentro con tutto quello che possedeva mentre era viva e fammi una descrizione esatta delle sue abitudini, del suo carattere, delle sue simpatie e antipatie, insomma, di tutto l’ambiente in cui si è svolta la sua vita, ed io ti garantisco che al massimo entro due mesi ricondurrò fra le tue braccia questa tua figlia ora inanimata!”

8. Va da sé che, dato il tono serio in cui io mi esprimevo, i genitori non stettero a pensarci su molto a lungo, perché già anticipatamente essi mi ritenevano assolutamente incapace di un inganno. Per conseguenza tutto quello che era appartenuto alla fanciulla fin dal tempo dell’infanzia doveva venire trasportato nell’istituto assieme al corpo inanimato. Siccome durante il tempo della mia funzione, quale affiliato all’ordine, io avevo avuto frequente occasione di visitare quella casa, ed avevo conosciuto benissimo la ragazza, e dato che l’allieva a cui ho fatto menzione prima aveva una somiglianza straordinaria con la defunta ed era dotata di grande capacità di adattamento, così uno scambio si prospettava facilmente possibile. Trascorso perciò il tempo di circa due mesi, l’allieva si trovò perfettamente trasformata nella figlia resuscitata di quei genitori che pieni di fede ne attendevano il ritorno.

9. Io stesso mi assunsi l’incarico di ricondurre la resuscitata alla casa paterna. Quando i genitori mi scorsero da lontano e mi riconobbero immediatamente, essi, al colmo della gioia, ci corsero incontro con le braccia aperte, e la pseudo-figlia, ad un mio cenno e secondo le istruzioni già avute riguardo a come avrebbe dovuto comportarsi, fece lo stesso. Oh, tu avresti dovuto essere testimone della beatitudine dei due genitori! Certo, avresti versato lacrime di gioia come me!

10. Ora, per mezzo di questo inganno, sicuramente bene architettato, ma tuttavia colossale, quella volta vennero rese felici tre persone: i due sconsolati genitori, padre e madre, avevano ritrovato indubbiamente la figlia perduta, e la povera fanciulla aveva a sua volta trovato due benefattori quali il suo cuore non avrebbe potuto proprio mai desiderare di migliori. Ma io che guadagno ne ho ricavato? Io ti dico, come è vero che io sono qui presente: “Nessun altro all’infuori della piacevole consapevolezza di aver ridonato la perfetta felicità a tre persone”

11. Ma io domando adesso se anche questo inganno va classificato fra i cattivi! Senza dubbio, io stesso non esito a dichiarare condannabile qualsiasi inganno che venga perpetrato da qualcuno contro il prossimo innocente per soddisfare unicamente il proprio egoismo e la propria spregevole avidità di guadagno. Ma se io ricorro invece ad un inganno sapientemente combinato soltanto quando ho la pienissima convinzione che ad una qualche persona molto infelice non è assolutamente possibile portare aiuto in altra maniera, io penso che anche il più grosso imbroglio divenga qualcosa di molto buono e che non possa venire qualificato come cattivo da nessun Dio che sia ragionevole e saggio, anzi a mio parere si deve essere quanto mai grati all’inventivo spirito dell’uomo che entro la cerchia del nostro ordine ha ideato ogni tipo di mezzi per ridonare la felicità e la salute fisica all’umanità sofferente!

12. Se poi si deve prestare fede alle vostre Scritture, non si è forse servito di un inganno anche il vostro Dio di fronte al vecchio e cieco Isacco per donare al Suo popolo in Giacobbe un patriarca migliore di quanto lo sarebbe stato il primogenito e rozzo Esaù? Io condivido senz’altro la tua opinione che ogni perfido inganno malvagio, qualora abbia raggiunto il punto culminante, deve distruggersi da se stesso, ma un inganno commesso per il bene dell’umanità non si può mai distruggere da solo. Ciò non potrebbe accadere se non per opera di un traditore intenzionalmente malvagio! Ma allora è evidente che l’amico della verità che rivela il nostro buon inganno è mille volte peggiore del peggiore ingannatore del popolo del nostro ordine! Ribatti adesso al mio ragionamento se ne sei capace! Sotto questo aspetto io sono pronto a sostenere qualsiasi disputa con te».

 

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Cap. 49

La differenza tra accortezza di vita e inganno.

 

1. Dice Raffaele: «Caro amico, io devo dichiarare apertamente che con te è in verità alquanto difficile ragionare, perché tu parti sempre dal principio che ciascun mezzo viene santificato unicamente dall’intenzione e dallo scopo, ma sotto questo aspetto io davvero non ti posso dire altro che tu, nonostante tutto il tuo buon volere e tutta la tua acutezza di intelletto, ti trovi su una falsa strada, ed inoltre che tu, malgrado la tua ragione e per quanto anche pura essa possa essere, non hai ancora afferrato proprio quasi niente di tutto quanto è veramente contenuto nelle parole che ti ho rivolto poco fa!

2. Tu continui a non aver di mira se non il vantaggio materiale e la felicità terrena degli uomini, perché non hai ancora nessuna idea dei rapporti spirituali!

3. Certo, per questo mondo si può rendere perfettamente felice un uomo ricorrendo ad illusioni di ogni specie, sennonché nei riguardi della sua anima e del suo spirito non gli si procura assolutamente nulla di buono, anzi anche troppo spesso gli si causa davvero molto male.

4. Tu mi hai citato un paio di esempi tratti dalle esperienze della tua vita, e per quanto concerne il primo non avrei davvero niente da obiettarti; perché il trattamento fatto all’ammalata non fu a rigore di termini un inganno, ma fu un atto ispirato ad accortezza, talvolta necessaria nella vita.

5. Davanti a Dio sono ritenuti inganno ogni azione mascherata ed ogni lusinga, in seguito alle quali gli uomini devono necessariamente subire un danno fisico e morale. Ma se tu mascheri un discorso, una lusinga o un’azione al solo scopo di aiutare sicuramente, in questa maniera, fisicamente e moralmente un tuo fratello, che molto spesso è affetto da ogni tipo di debolezze e che è difficile o anche impossibile riuscire a convincere per via diretta, allora il tuo agire si ispira ad una sana accortezza di vita, buona e molto raccomandabile, e quindi non è affatto un inganno.

6. Se al tuo agire, al tuo parlare o alla tua lusinga tu unisci sempre un’intenzione veramente nobile e buona, allora tu non fai che mettere in pratica una saggia accortezza di vita, per la quale non ti verrà mai negata un’adeguata ricompensa dai Cieli. Ed è appunto a questa categoria che appartiene il tuo primo esempio; infatti, mediante una simile tua accortezza tu non ti eri proposto altro scopo se non quello di fare ciò che avevi riconosciuto come pienamente buono ed utile per l’ammalata.

7. Ma il tuo secondo esempio invece, quantunque abbia apparentemente lo stesso carattere benigno, appartiene ad una categoria ben differente. Con esso è stata fornita all’umanità - anche per molti anni futuri - una tale prova della potenza prodigiosa di questo vostro convento, grazie alla quale, date le condizioni generali di cecità in cui l’umanità si trova, si devono aprire al vostro istituto tutte le sorgenti dell’oro di questo mondo, e lo stesso istituto in un tempo non troppo lungo deve guadagnare delle ricchezze favolose.

8. Ma quali effetti produce la ricchezza terrena ed a quali conseguenze porta? Essa fomenta nell’uomo l’orgoglio e l’avidità di dominio, produce insensibilità e durezza di cuore, ed inoltre anche superbia e con ciò disprezzo e poi odio e persecuzione nei confronti del prossimo.

9. Tu prima, parlando con Cirenio, non hai avuto parole di lode per tutti i sacerdoti e avevi ragione perché hai dimostrato come i sacerdoti, i sedicenti rappresentanti di un Dio, spesso tormentino la misera umanità in modo bestiale lasciando che questa si affatichi a più non posso a loro vantaggio, mentre essi stessi non sono dediti che all’ozio più rivoltante, e ci hai descritto anche come per mezzo di torture morali e fisiche costringano l’umanità, che non capisce niente, a vivere, a lavorare e a morire per loro! Questa situazione di vita tu l’hai illustrata a dovere e hai messo in evidenza la sua nefandezza.

10. Ebbene, io ti dichiaro invece del tutto francamente che tutti i cleri, che esistono ancora ovunque, poggiano su basi più pure che non il vostro istituto, perché il loro fondamento era la solida e pura divina Verità dai Cieli, ma essa venne corrotta dagli uomini al punto che tu ormai non vi puoi trovare quasi più nulla all’infuori della menzogna e degli inganni di ogni specie. Ma che cosa mai ci si potrà poi attendere dal vostro istituto che già per principio è fondato unicamente sulla menzogna e sull’inganno?

11. Pensi forse che i vostri successori si atterranno sempre in maniera rigorosa alle norme da voi attualmente stabilite? Io ti dico che non passeranno cinquant’anni e le cose assumeranno tutto un altro aspetto! Gli imbrogli ed ogni specie di artificio magico vi si moltiplicheranno e si faranno più raffinati; voi estenderete la vostra attività perfino alla resurrezione di persone anziane; di questi esperimenti qualcuno vi riuscirà meglio e qualcuno peggio.

12. Per il tradimento dei vostri misteri voi stabilirete le pene più crudeli e più inesorabili, anzi voi arriverete al punto di dichiarare punibile perfino la domanda riguardo a come l’uno o l’altro fatto prodigioso vi sia possibile! La vostra sentenza suonerà così: “Tu, o popolo non hai niente da domandare! Tu ti devi limitare ad avere una fede priva di dubbi. Se c’è qualcosa che non va, vieni da noi e ti sarà dato un aiuto se verserai un’offerta commisurata secondo le prescrizioni! Di tutto il resto non occorre che ti occupi in eterno!”

13. Ma in questo modo gli animi desiderosi di conoscenza ne proveranno una rabbia segreta, e cominceranno ad indagare da ogni parte e così riusciranno a penetrare i vostri misteri dall’esterno. La constatazione di questo vi colmerà di segreto furore, e giurerete la più tremenda vendetta a coloro che avranno commesso sacrilegio contro il vostro santuario, vendetta che, quando sarà possibile, voi attuerete senza misericordia».

 

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Cap. 50

I pericoli dei miracoli ingannevoli dell’ordine degli Esseni.

 

1. (Raffaele:) «Tu ti sei dilungato a criticare gli indiani per via delle loro opere di penitenza, ma io ti assicuro che voi in cinquant’anni ne adotterete dieci volte peggiori, dato che, una volta che sarete arrivati al punto che la maggioranza del popolo rimarrà saldamente attaccata alla fede in voi, risultato questo che voi potete ottenere con estrema facilità con l’appoggio dei vostri pseudo-miracoli, allora le cose potranno prendere la piega che vorranno, perché il popolo si rassegnerà comunque ben presto a tutto e senza alcuna obiezione. Infatti, nella sua stoltezza esso non potrà che ritenervi dei servitori degli dèi sulla Terra e perciò dotati di ogni specie di misteriosi pieni poteri divini, contro i quali nessuna volontà terrena può nulla, come pure nessuna potenza umana di questo mondo potrà far nulla.

2. Per mezzo di simili prodigi voi certo potrete avere il popolo in vostro assoluto potere e potrete farne quel che vorrete, ma qualora ciò si sia avverato, basta che voi diciate all’uno o all’altro uomo: “O perfido peccatore! Ci è noto tutto quello che di male hai già pensato, voluto e quasi compiuto, anzi noi vediamo già germogliare nel tuo cuore i cattivi pensieri e desideri di cui tu sarai consapevole solo negli anni futuri e con ciò tu attirerai sul tuo nudo capo tutta la maledizione e l’ira degli dèi! Noi dunque ti ammoniamo in avvenire a scacciare da te ogni pensiero o desiderio di questa specie e a deporre anzitutto ai nostri piedi l’offerta più generosa possibile allo scopo di ammansire per questa volta gli dèi, nonché ti esortiamo infine ad infliggerti una penitenza dandoti ogni giorno dei colpi sulla schiena nuda con una corda, quasi fino a sanguinarne, e ciò lo devi fare per la durata di tre anni! Guai a te per l’eternità se tu non metti in atto questa penitenza nel modo più preciso!”.

3. Allora il disgraziato, che veramente non avrà mai nutrito in sé un cattivo pensiero, né meno ancora una cattiva volontà, crederà, senza obiettare nulla, di essere sul serio un gran peccatore degno della condanna più grande, e accetterà di buon grado di sottostare a tutto ciò che l’onnipotente ed onnisciente servitore di Dio avrà ritenuto opportuno appioppargli. Ma adesso io ti domando se, secondo il giudizio della tua ragione pura, questo scopo finale al quale senza dubbio dovreste arrivare, sia davvero buono e giusto e se anche sotto questo aspetto il mezzo risulti santificato dallo scopo finale che non può assolutamente mancare!»

4. Risponde Roclus: «Ma nessuno di noi ha mai avuto una simile intenzione, anzi noi abbiamo sempre voluto giovare all’umanità misera e sofferente; per conseguenza io non riesco ancora bene a vedere come il mio mezzo, consistente nella falsa resurrezione della fanciulla defunta, possa essere cattivo! Infatti, di quello che tu dici che noi dovremmo raggiungere in questo modo - verso cui secondo te tutti i nostri sforzi, per quanto anche velatamente, tendono appunto ad arrivare - questo io, malgrado tutta la mia ragione purissima, non riesco affatto a raffigurarmelo in nessun modo! Qualora si voglia pervenire ad uno scopo maligno, è evidentemente necessario nutrire una corrispondente volontà perversa; invece, per quanto riguarda noi, a quanto ne so io, si tratta del caso addirittura contrario! Da dove dunque potrebbe insinuarsi nel nostro istituto il massimo male fra i massimi?»

5. Dice Raffaele: «O amico, prendi del grano purissimo e spargilo su un terreno che sia stato mondato sia pure con la massima meticolosità, ma quando il grano sarà cresciuto, vedrai che vi troverai ancora in mezzo ad esso la zizzania in grande quantità! Dunque, considerato che ora tu e i tuoi compagni non fate altro che spargere sul terreno semi di zizzania di svariatissima specie, come potete sperare di raccogliere un giorno del bel grano?

6. In tutte le epoche e in tutte le regioni della Terra, fin dalle origini, da parte di Dio è stata sempre predicata la Verità purissima per bocca dei profeti compenetrati dal Suo Spirito; ma guarda un po’ tu adesso: a che cosa sono ridotte queste verità dopo circa un paio di migliaia di anni di questa Terra? In grandissima parte non è rimasta che zizzania, massime umane, menzogne ed inganni colossali e di ogni specie! Orbene, voi, il vostro istituto lo avete fondato solo sulla menzogna, e siete del parere che così vi sarà possibile suscitare la verità nei cuori degli uomini! Ma dove volete che vada a finire il mondo?

7. Se tu su una strada dove passa molta gente scavi una buca grande e profonda, a che cosa può giovare il fatto che tu, così facendo, non hai nemmeno la più lontana intenzione che qualcuno debba cadervi dentro e farsi del male? Ma quando di notte gli uomini procederanno per quella strada, dimmi un po’ se forse essi non precipiteranno nella fossa e non vi troveranno poi la morte in maniera assolutamente identica a come se voi l’aveste scavata appunto con l’intenzione che la gente vi cadesse dentro e vi trovasse la morte?

8. Oppure viene da te un malato e, malgrado tutta la tua ragione pura, non riesci a scoprire la natura del male che lo affligge; allora tu gli prescrivi alla cieca un rimedio che, date le sue condizioni, è per lui un vero veleno, ed in seguito a ciò egli muore! Ma può in questo caso il mezzo venire qualificato per buono per quanto tu, quale medico, sei stato animato dalle migliori intenzioni?

9. Coloro che scavarono una fossa o un canale di scolo in una strada costruita in un luogo molto paludoso, e tutto ciò senza un ponte che ci passasse sopra provvisto di robusti parapetti, ebbene, anch’essi avevano una buona intenzione, e cioè quella di prosciugare il posto rendendo più transitabile la strada; sennonché la loro miopia non concedette loro la preveggenza di capire che quella fossa doveva evidentemente essere quanto mai pericolosa per coloro che di notte avessero dovuto percorrere la via in quel punto.

10. Il mezzo dunque scelto per prosciugare il terreno fu, nonostante le migliori intenzioni, pessimo, avendo i bene intenzionati assolutamente omesso di tenere conto che la fossa, o il canale che fosse, poteva costituire un pericolo gravissimo per la gente che avesse dovuto transitare per quella strada durante la notte. Ah certo: se coloro che volevano migliorare la strada avessero colmato in quel punto il terreno paludoso con delle pietre o del legname, ottenendo così comunque l’effetto di prosciugare la strada, o se almeno avessero fatto un buon ponte ben solido sopra la fossa, allora sì che il mezzo sarebbe stato buono come l’intenzione. Ma poiché il loro pensiero era stato questo: “Di giorno comunque qualsiasi viaggiatore si accorgerà abbastanza in tempo dell’esistenza della fossa, e la eviterà; di notte, poi, che ciascuno si astenga dal viaggiare!”; è chiaro che in questo caso il mezzo era cattivo ed è pure evidente che esso non può venire giustificato in nessun modo da un’intenzione presumibilmente buona!

11. Ed è proprio per questo che così anche il vostro istituto, dai falsi miracoli per la salute dell’umanità, è un mezzo pessimo fino alla sua radice, perché voi nel gettarne le fondamenta non avete affatto tenuto presente quale incommensurabile danno ne sarebbe dovuto derivare per l’umanità. A che cosa potrebbe giovarti la falsa resurrezione della figlia del tuo amico, qualora costui, per mezzo di qualcuno cui egli dovrebbe prestare piena fede, venisse a sapere che la sua vera figlia fosse stata seppellita davvero e che al posto suo gli fosse stata restituita una fanciulla completamente estranea? Credi che il tuo amico si dichiarerà soddisfatto anche per l’avvenire di un simile inganno? Oppure non riesci ad immaginarti l’effetto immensamente devastante che una rivelazione di questa specie avrebbe per tutto il vostro istituto il quale verrebbe così a perdere ogni prestigio di fronte al popolo diventato scettico?

12. Considera un po’ sotto entrambi gli aspetti le conseguenze di una simile rivelazione dei vostri misteri, e poi incomincerai a comprendere se dei mezzi cattivi possono sul serio apparire buoni e giustificati dinanzi al tribunale sacro della vera Sapienza, la sola giusta, di Dio e dei Suoi spiriti della Luce, per il fatto che sono stati escogitati con una intenzione certo buona, ma sconsiderata e totalmente cieca, nonché tendente al raggiungimento di uno scopo soltanto apparentemente buono!

13. O non è invece vero che un simile procedere corrisponde ad un debilitare o addirittura ad un voler annientare la vera Forza dello Spirito di Dio, di cui non di rado furono colmi degli uomini di questa Terra, in parte per ambizione assolutamente falsa e in parte per invidia e grande gelosia e per timore di veder diminuire, se non proprio completamente ridotti al nulla, i propri guadagni? In quale stato d’animo può trovarsi un esseno, di quelli proprio irriducibili, considerando per bene questo miracolo evidente compiuto qui alla piena luce del giorno, pubblicamente, dinanzi agli occhi di tutti, il quale alla fin fine non può fare a meno di pensare tra sé: “Vedi, tu non sarai mai capace di fare altrettanto! Che figura possono fare tutti i prodigi degli esseni al paragone di questo?”».

 

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Cap. 51

I veri e falsi operatori di miracoli.

 

1. Dice Roclus: «Per noi che siamo capaci di pensare certamente non si può non vedervi un divario infinito, ma per il profano è tutto oro colato! Se un operatore di miracoli, che è tale per propria forza spirituale interiore, non ci sfida al cospetto del popolo e non rivela a questo il genere perfettamente naturale della nostra magia, a parer mio noi, maghi naturali, possiamo benissimo sussistere accanto al vero mago per propria interiore potenza spirituale-divina ed egli pure accanto a noi, a meno che non si senta forse mordere dalla gelosia!»

2. Osserva Raffaele: «Ah, è così che stanno le cose! Non hai proprio altri dolori che ti rodano le viscere? Credi sul serio tu che il vero operatore di miracoli, che è tale in seguito alla divina Potenza che dimora in lui, ci tenga agli onori ed ai profitti che gli può offrire questo mondo? Non c’è dunque per l’uomo proprio nessuno scopo superiore e più nobile all’infuori di quello di provvedere, nel modo migliore possibile, per il corpo e dell’essere tenuti in onore al cospetto di questa Terra fatta di materia? Ebbene, ascoltami.

3. Ciascun uomo possiede un’anima immortale, ed entro quest’anima vi è uno spirito ancora più immortale. Ma affinché l’anima, quale spirito che si sviluppa fuori dalla materia, possa unificarsi completamente con lo spirito originario di Dio - che si chiama “Amore” - l’anima stessa deve indirizzare ogni suo sforzo, con attività spontanea, in primo luogo a sottrarsi il più possibile alla materia e alle sue esigenze, qualsiasi aspetto esse possano avere, nonché essa deve rivolgere ogni aspirazione al puramente spirituale, ed inoltre anche ogni pensiero ed ogni azione; e in secondo luogo essa stessa deve avere continuamente cura di diventare una cosa sola con lo Spirito del puro Amore di Dio, che è insito in lei, dato che Dio stesso nella Sua Essenzialità fondamentale e primordiale è l’Amore infinitamente puro.

4. Ma come può sapere l’uomo che la sua anima è diventata una cosa sola con il vero Spirito di Dio che è in lei? Questo egli lo apprende in se stesso con immensa facilità! Quando tu sentirai in maniera vera e vivente che in te non vi è più alcuna traccia di orgoglio, di inutile ambizione, di invidia, di avidità di beni e di onori, nonché di egoismo, ma invece sentirai tanto più amore per il prossimo e per Dio e quando ti sentirai il cuore pervaso da una vera gioia profonda e commovente all’idea di aver sacrificato in caso di bisogno anche tutti i tuoi averi per venire in aiuto ai tuoi miseri fratelli e sorelle, anzi quando percepirai nel tuo cuore un dolore sincero per essere nell’impossibilità di aiutare un qualche poverello, quando per te Dio sarà diventato il Tutto, e la Terra con tutti i suoi tesori sarà un nulla, allora, certissimamente, la tua anima si sarà già unificata perfettamente con lo Spirito divino che è in lei, avrà raggiunto la vita eterna in misura completa, si sarà fatta sapiente e potrà, quando necessario, operare anche miracoli grazie alla sola propria volontà!

5. E allo scopo di avviare verso questa meta le anime umane, da parte di Dio viene conferita a più di un’anima pia, e già divenuta una cosa sola con Dio, la divina Potenza prodigiosa in grado particolarmente alto, affinché tale potenza renda testimonianza, di fronte ai deboli e agli uomini di poca fede, della meta assegnata da Dio agli uomini, e del modo nel quale occorre che essi vivano ed operino, per realizzare pienamente in loro stessi tale destinazione per la pienissima verità!

6. E così dunque, un vero operatore di miracoli non opera certo alcun prodigio per farsi ammirare dal mondo stolto e cieco, oppure per ottenere qualcosa di quello al quale soltanto il mondo materiale attribuisce un valore, ma opera un prodigio per indicare al proprio prossimo la vera via della vita, per infondere ai propri simili coraggio e fiducia nella lotta contro il mondo e le sue malvagie passioni, per mostrare loro qual è la vera ragione, il valore e lo scopo della vita, e per condurli in questo modo per la via più breve là dove tutti sono chiamati a pervenire da parte di Dio, cioè alla vita vera ed eterna ed alla sua beatitudine suprema.

7. Ma ora interroga te stesso e tutto il tuo istituto e vedi se i vostri falsi prodigi li avete mai compiuti con questa intenzione! Voi siete certo dei sapienti per questo mondo, e non si può dire che per natura siate proprio cattivi, però, affannati come siete nella caccia dei beni di questo mondo, nella vostra sfera vitale interiore voi stessi siete diventati completamente ciechi. Per voi il mondo e la felicità che esso può offrire rappresenta tutto! Per ottenere questo al più alto grado possibile, è anzitutto necessario acquistarsi la maggior considerazione possibile facendo uso di mezzi adatti e di sicuro effetto. Con la spada in mano la cosa non può andar sempre per il meglio, ma procurarsi invece un’aureola sul tipo di quella di una divinità mediante ogni tipo di artifici, questo non è assai difficile, dato che tutta l’umanità è per sua natura molto più avida di miracoli che non di guerre. È sufficiente poi, in aggiunta, che con l’aiuto di questi falsi prodigi ne derivi un qualche vantaggio materiale ai curiosi, sia pure soltanto apparente, ed allora la partita è vinta.

8. La vostra tendenza dunque non è affatto diversa da questa che io dirò ora e che esporrò per il tuo bene: “Noi, che ci siamo guardati in giro per vedere le cose di questo mondo, abbiamo fatto esperienza al punto da comprendere che l’uomo oltre a questa vita terrena non può, né deve attendersi un’altra vita! Ma dato che bisogna pur vivere su questo mondo, si cerchi di vivere almeno il più comodamente possibile. Per arrivare a questo si inventi qualcosa, mediante cui si possa rendersi indispensabili al popolo ed apparentemente utili nella maniera più facile e con la minor fatica possibile di questo mondo. Sarà poi il popolo stesso a sobbarcarsi ogni lavoro pesante per noi, e allora condurremo una vita bellissima, mentre il popolo, che provvederà per noi sotto ogni riguardo, così facendo sarà convinto di rendere un gradito servizio a Dio lavorando continuamente per noi! Noi, dal canto nostro, grazie alla nostra capacità di compiere miracoli, rappresentiamo per il popolo i perpetui e indistruttibili vicari degli dèi sulla Terra, e perciò potremo anche fare una vita degna degli dèi. Soltanto bisogna evitare in eterno il tradimento! Se possiamo sussistere per cinquant’anni senza che nessuno ci tradisca, avremo prìncipi e popoli che strisceranno nella polvere dinanzi a noi per la loro immensa umiltà.

9. Però, allo scopo di rendere la cosa il più efficace possibile, è necessario che da principio noi non badiamo a spese, e che tutto venga disposto in maniera tale da ottenere il maggior effetto immaginabile. Inoltre noi dobbiamo, al cospetto del popolo, atteggiarci a uomini il più possibile amorevoli, sensibili ai dolori altrui e veramente ispirati dagli dèi, ed allora verremo portati in palma di mano dal popolo! Gli antichi fondatori di religioni agivano certo quanto mai in modo avveduto quando plasmavano i popoli così da poterli manipolare ai loro scopi; noi però, esseni ricchi delle maggiori esperienze, vogliamo istituire una religione la quale dovrà venire abbracciata da tutti i popoli della Terra assieme ai loro reggenti! Infatti, noi sappiamo in quale modo vadano le cose in quasi tutti gli altri luoghi, e in seguito ne apprenderemo e ne sapremo anche di più; noi miglioreremo sempre più il nostro istituto che ha delle buone fondamenta, e lo arricchiremo quanto più sarà possibile di ogni e qualsiasi cosa che ci sarà utile, per esporla così completamente indistruttibile per tutti i tempi dei tempi di fronte a tutti i nostri nemici!”.

10. Ora, ammesso che i veri operatori di miracoli fuor dallo Spirito di Dio acconsentissero eventualmente anch’essi ad unirsi a voi, allora certo il vostro istituto di menzogna diverrebbe qualcosa di definitivamente invincibile e voi potreste in breve disporre di tutti i tesori mondani di questa Terra; sennonché questi veri operatori di miracoli sono, come sempre sono stati e come sempre lo saranno in avvenire, i nemici più accaniti di ogni inganno e di ogni menzogna, e quindi non si uniranno mai a voi; anzi, essi invece vi smaschereranno dappertutto e riveleranno ai popoli, nei minimi particolari, tutta l’organizzazione del vostro istituto tanto degno di lode secondo il vostro punto di vista! Ma con ciò le vostre belle e fiorenti speranze appassiranno ben presto, e non troverete più alcun credito! Ora, dopo quello che ti ho detto, vorrai sostenere ancora che la vostra istituzione dei falsi miracoli potrebbe sussistere così placidamente e fruttuosamente al fianco dei veri operatori di miracoli che sono da Dio? Vedi, io solo sarei benissimo in grado di infiacchire il vostro istituto a tal punto che in futuro certamente nessuno si sognerebbe neppure di ricorrere a voi per cercare un qualche aiuto! Credi alle mie parole o non ci credi?».

 

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Cap. 52

I dubbi di Roclus sulla potenza di Raffaele.

 

1. Dice Roclus: «Qualora la potenza delle azioni dovessero corrispondere in tea quella delle parole, allora non dubito affatto che una cosa simile ti sarebbe possibile; tuttavia, trattandosi di uomini, io ho fatto l’esperienza che i sapienti dotati di più poderosa eloquenza sono sempre i più deboli quando si tratta di venire ai fatti. Io quindi devo confessarti apertamente che non provo alcun particolare timore dinanzi alla tua potenza d’azione vantata con parole alquanto grosse! Ad ogni modo, molte cose sono possibili, seppure non sempre sono probabili!

2. Vai là, da quei genitori dei quali si è parlato prima, e dì loro che la figlia recentemente risuscitata da morte non è la vera, ma è un’altra che si è sostituita alla prima a causa della grande somiglianza, e vedrai se sarai creduto! Quello che potrai ottenere sarà di venire messo alla porta, ma è assolutamente escluso il caso che tu venga creduto, neanche se ti fosse possibile presentare loro un secondo esemplare della figlia ancora più somigliante, perché mi pare che l’idea dell’eventuale resurrezione della vera figlia dovrebbe venire scartata a priori da te, dato che, in primo luogo, deve essere difficile che ti sia noto il luogo dove lei è sepolta, e in secondo luogo bisogna ammettere che il suo corpo sia ormai già abbastanza roso dai vermi.

3. Questo, a mio modo di vedere, sarebbe l’unico mezzo per suscitare almeno per qualche tempo nei genitori qualche stupore; ed il massimo che ci si potrebbe attendere sarebbe che essi, essendo d’animo buono, l’accoglierebbero come figlia adottiva a causa della grande somiglianza. Ma adesso lasciamo stare questi inutili discorsi e parliamo di qualcos’altro!

4. Fai anche tu parte della compagnia che si trova qui? Qual è il vero scopo della vostra presenza in questi luoghi? Il governatore generale è qui per concedere delle udienze pubbliche al popolo come è già accaduto varie volte, per accogliere suppliche e ascoltare reclami dal popolo e dai suoi rappresentanti, oppure amministra qui in qualche modo la giustizia o tiene un consiglio di guerra? Infatti, io vedo qui gente dalle più disparate parti della Terra a me conosciuta; sono abbondantemente rappresentati perfino dei mori di una razza tanto nera quale non l’ho mai vista, non mancano neppure persiani, armeni, greci, romani ed egiziani!

5. In condizioni normali non mi sarei azzardato a venire fuori con questa domanda, sia per modestia, sia per il rispetto dovuto al saggio e venerando Cirenio; ma visto che discutiamo già da due ore, mi sono fatto coraggio e mi sono deciso a rivolgerti la mia richiesta! Se non ti è sgradito, dimmi qualcosa in proposito e chiariscimi pure con brevi parole come è veramente sorta questa casa assieme al giardino, al porto e alle navi! Io ho bene in mente tutto quello che mi hai già comunicato a tale riguardo, tuttavia con la sola potenza spirituale-divina nell’uomo la cosa non si può proprio spiegare! Questa forza può certo indicare all’uomo i mezzi più idonei al compimento di un’opera di questo genere; però mi pare che senza tali mezzi a simili risultati non si possa pervenire avendo a disposizione unicamente dell’aria! Andiamo dunque, o mio saggio e caro giovane amico; dimmi sinceramente quello che ti è noto in proposito!»

6. Risponde Raffaele: «Ancora solo un po’ di pazienza, poiché non siamo ancora arrivati alla fine della questione finora dibattuta; per quanto riguarda poi la presenza qui di rappresentanti dei vari popoli, non mi è lecito dichiarare pubblicamente qualcosa prima del tempo! Più tardi non ti mancherà l’occasione di apprendere ancora molte altre cose, nel frattempo riprendiamo tranquillamente l’esame del problema, e cioè se io sarei o no in grado di dare al vostro istituto un colpo terribilmente micidiale anche senza aver bisogno di procurarmi da un qualche luogo una seconda copia della fanciulla risuscitata in seguito ad un falso prodigio. Tu metti in dubbio la cosa; eppure di quanto io dico potrei convincerti immediatamente in maniera tale che ti si rizzerebbero i capelli sul capo! Ma dopo che cosa diresti?».

 

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Cap. 53

Roclus giustifica l’istituzione degli Esseni.

 

1. Osserva Roclus un po’ stupito: «Amico, la mia coscienza non si sente turbata dal ricordo di nessun crimine! Io sono sempre vissuto rigidamente secondo le leggi; che cosa mai dunque potrebbe farmi rizzare i capelli sul capo? Ma se il nostro istituto è proprio un tale abominio agli occhi di un Dio mai visibile agli uomini, la Cui esistenza però ormai non posso più certo negare dopo tutto quello che ho appreso da te, ebbene questo Dio onnisciente, onniveggente, onnipotente e supremamente saggio fin dalle origini dovrebbe pure disporre di un qualche mezzo per impedire con la massima facilità la fondazione di istituzioni del genere! Noi, e veramente prima di noi già i nostri predecessori, non ci siamo mai accorti di un qualche impedimento da alcuna parte, né prima, né durante, né dopo la fondazione di questo istituto; ed anche lo Stato da parte sua, al quale il progetto e gli scopi vennero ampiamente chiariti, fu pronto a dare il suo benestare all’edificazione di questo istituto che ritenne d’immensa utilità per se stesso tanto che ci assicurò sinceramente per tutti i tempi la più assoluta discrezione con la promessa, oltre a questo, che in caso di bisogno l’avrebbe difeso e tutelato anche con la forza delle armi. Neanche il popolo, per il bene del quale l’istituto era stato evidentemente edificato, fece alcuna obiezione; dunque da nessuna parte - né divina, né statale, né popolare - è stata elevata mai una qualche protesta contro l’edificazione di un tale istituto, quindi era perfettamente escluso che essa ledesse la volontà di qualcuno. Noi perciò, membri di questo istituto, possiamo presentarci con la coscienza assolutamente tranquilla dinanzi a chiunque, fosse pure un Dio, e non saprei davvero come tu potresti farmi rizzare i capelli sul capo!

2. Certo, in base alle tue parole, tu possiedi una forza particolare; sei forse addirittura colui che ha operato questo prodigio, ed è possibile anche che tu abbia il potere di fare ritornare in vita i morti mediante la tua sola parola e la tua volontà come nella nostra città corre voce che stia facendo un Nazareno, e non in segreto ma al cospetto di tutto il mondo, cosa questa alla quale non ho gravi difficoltà a credere, perché gli uomini sono interiormente degli spiriti di grandezza molto varia e può avvenire che qualcuno, sia per natura propria sia per effetto del caso, inventi una cosa della quale milioni di individui prima di lui non hanno avuto il benché minimo presentimento, ed egli mette poi in pratica la sua invenzione suscitando così il massimo stupore, spesso in metà del globo terrestre. Ed è per questo che non c’è oro che possa pagare il fatto che esista il nostro istituto, perché appunto esso cerca simili inventori, e si dà ogni pena allo scopo di conquistarli alla sua causa, e conseguentemente opera allo scopo di rendere patrimonio comune dell’umanità queste invenzioni isolate!

3. Noi esseni non perseguiteremo mai una persona che si distingue per le sue doti straordinarie, né porremo mai alcun impedimento al suo operare; anzi noi lo assecondiamo in tutti i modi e cerchiamo di conquistarlo possibilmente alla nostra causa, ciò che ci è già riuscito più volte. Che poi lui non se la passi male presso di noi, di questo restano garanti tutti gli affiliati al nostro istituto in modo assolutamente concorde. Vedi, così la pensiamo noi, così siamo e conformemente pure operiamo, senza preventivare compensi sia nell’aldiquà, sia nell’aldilà! Quello che viene reputato buono dal consiglio generale, noi lo facciamo sempre soltanto perché è ritenuto buono! Ma allora, da quale giudice ancora dovremmo attenderci una sentenza?

4. Vuoi vedere che alla fine sei tu stesso quel meraviglioso Nazareno! Allora va bene, anzi meglio ancora, perché così avremmo l’occasione di conoscere di persona l’uomo o il giovinetto del quale abbiamo inteso narrare tante cose fra le più straordinarie! Solo che mi sembri un po’ troppo giovane per essere il Nazareno, il quale, secondo la descrizione, dovrebbe essere almeno sulla trentina! Ad ogni modo questo non fa nulla, e non occorre che sia tu stesso il famoso Nazareno, perché anche in te c’è uno spirito molto vivace ed attivo, sei stato un po’ dappertutto e così hai raccolto ogni tipo di esperienze. Per quale ragione, dunque, in seguito a ciò non dovrebbe essere possibile anche a te acquisire delle capacità tali da lasciarmi sbalordito? Io non sono affatto geloso di te, né voglio negare a priori che accanto ai nostri prodigi apparenti ce ne possano essere anche dei genuini, perché i prodigi apparenti devono essere sempre stati preceduti da prodigi autentici, dato che in caso diverso non sarebbe mai stato facile che gli uomini avessero inventato i falsi prodigi! Ma c’è un’unica cosa che io ti devo assolutamente contestare, e cioè quella in cui secondo te noi abbiamo deliberatamente voluto raggiungere uno scopo malvagio riconosciuto per tale, mediante i nostri miracoli apparenti.

5. Di certo noi non ci rendevamo affatto conto di come in seguito a tali ingannevoli prodigi la sfera animico-morale dell’uomo dovesse venire completamente rovinata; ciò che senz’altro è un male gravissimo per l’uomo stesso, sennonché noi eravamo tutti quanti degli atei, non potevamo considerare nessun’altra sfera di felicità della vita se non quella terrena, dato che non credevamo in una vita dopo la morte del corpo, almeno non in una vita conscia di se stessa. Quello però che ci ha distolto dalla fede nell’esistenza di un Dio e che ci ha indirizzato sulla via del più completo ateismo, te l’ho già spiegato per LONGUM ET LATUM (in lungo e in largo) nella maniera più evidente e ragionata possibile, e credo quindi di trovarmi per quanto possibile puro di fronte a te, anche ammesso che tu fossi Dio in Persona.

6. Nelle mie viscere non si nasconde alcun punto della mia coscienza che sia malato e che io abbia tenuto nascosto, e perciò posso restarti di fronte con assoluto coraggio! Io non temo la morte, quantunque non sia proprio amico grande del dolore e della sofferenza; ora, come potresti fare rizzare i capelli sul capo per l’angoscia ad un uomo che può affermare di sé: “SI TOTUS ILLABATUR ORBIS, IMPAVIDUM FERIENT RUINAE!” (Vada pure tutto il mondo in pezzi, le rovine sosterranno comunque il coraggioso). Meglio restare dunque buoni amici, ed aiutiamoci in ciascuna cosa buona e vera, ciò che ad ogni modo deve riuscire di vantaggio all’umanità intera, ed allora, secondo il mio modo di vedere, non ci sarà bisogno di farci rizzare reciprocamente i capelli sul capo! Del resto, tu puoi fare quello che vuoi, ma in generale il mondo non si farà migliore di quanto lo sia attualmente e di quanto non lo sia sempre stato!

7. Ma adesso quello che preferirei sarebbe andarmene via assieme ai miei compagni! Infatti, mi accorgo della presenza qui di vari farisei, e mi perdonerai, o amico mio, se ti dico che trattandosi di simili individui, mi adatto malvolentieri a stare insieme a loro qualunque sia il luogo dove mi accada di incontrarne, perché questa gente è diametralmente contraria a qualsiasi progresso. Per concludere ti esonero da qualsiasi ulteriore spiegazione e fatica! Io ormai so il fatto mio e so cosa devo fare per arrivare alla vita eterna da Dio; per il momento non mi occorre altro e rinuncio pure agli eventuali altri chiarimenti riguardo alla miracolosa apparizione di questa casa, nonostante ne avrei volentieri appreso qualcosa di veramente preciso! Ma l’idea di avere vicino tutta questa gente, i farisei da una parte, e dall’altra quell’orso di un comandante di Cesarea, no davvero, sarà meglio che ce la svigniamo al più presto possibile!»

8. Dice Raffaele: «Oh, se non si tratta che di quelli, potete restare liberamente, perché ormai essi sono altrettanto poco dei farisei quanto lo sei tu. Chiunque sia qui, vedi, è un uomo puro, eccezione fatta di uno solo che viene tollerato a causa della Scrittura. Dunque non hai più bisogno da schivare la vicinanza di questi farisei! Ma tu hai detto di aver udito varie cose sul conto del prodigioso Nazareno! Raccontami dunque qualcosa a tale riguardo, ed io desisterò dal mio proposito di farti rizzare i capelli sul capo. Acconsenti?»

9. Risponde Roclus: «E perché no? Molte cose proprio non le so, ma quello che so ha buon fondamento e merita piena fede. Soltanto ci vorrà un po’ di pazienza perché possa raccogliere e coordinare i miei ricordi!».

 

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Cap. 54

Roclus narra quanto ha appreso sul conto del Nazareno e le sue opinioni.

 

1. Dopo una breve pausa, Roclus ricomincia a parlare e dice a Raffaele: «O mio carissimo e giovane amico dalla vera sapienza! Io sono pronto a raccontarti quello che so in proposito, naturalmente soltanto per averlo appreso non molto tempo fa da alcuni mercanti provenienti da Nazaret e da Cafarnao; a questi, per quanto concerne i fatti in questione, ho prestato fede incondizionata, poiché si tratta di persone oneste e serie, le quali meritano assolutamente di essere credute. D’altro canto devo però dichiarare che in proposito io non so una sillaba di più di quanto mi venne riferito in maniera fedele e vera appunto da questi miei compagni d’affari; ascoltami dunque!

2. Nella piccola città di Nazaret, posta vicino al Giordano superiore, e non nell’omonima borgata fra le montagne, viveva un carpentiere che dalla sua seconda moglie ebbe un figlio cui impose il nome di Gesù. Costui esercitò la professione del padre fino al suo trentesimo anno, vivendo completamente silenzioso, pensando molto e parlando poco; egli, quanto al resto, era di costumi assolutamente irreprensibili: non lo si vide mai litigare, né lo si vide rendere omaggio ad una seducente Venere, né a Bacco.

3. La caratteristica predominante della sua vita fu sempre una grande moderazione in tutto; inoltre egli dimostrò in ogni occasione di avere una grande modestia ed umiltà e di sentire pietà profonda per i poveri. Per il suo lavoro di carpentiere, sempre eccellente, non pretese mai altro che un modestissimo compenso che egli coscienziosamente consegnava ai propri genitori. Ma giunto il giorno nel quale ebbe compiuto trent’anni precisi, lasciò da parte tutti i suoi strumenti e non toccò più né accetta né sega.

4. I suoi fratelli e la madre, che probabilmente vive ancora, tutta gente rispettabilissima, gliene chiesero allora la ragione, e pare che lui abbia dato loro la seguente risposta, dal sapore estremamente mistico: “È giunta l’ora, a cominciare dalla quale Io devo adempiere la Volontà del Padre Mio nel Cielo; per questo sono venuto a questo mondo!”.

5. Dopo di che egli abbandonò presto la casa paterna e si ritirò nel piccolo deserto situato non lontano dal punto di deflusso del Giordano dal mare alle rive del quale, appunto, ora ci troviamo. Gesù accolse dei discepoli e cominciò a predicare l’amore per Dio e per il prossimo, ammonendoli di guardarsi dal vecchio lievito dei farisei, cosa questa che valse a farmi avere una stima immensa per quest’uomo, quantunque non avessi mai avuto fino allora la fortuna di incontrarlo personalmente in qualche luogo. Infatti, un avversario dei farisei è sempre nostro amico e può attendersi ogni aiuto da noi.

6. Ma oltre a predicare una simile dottrina quanto mai degna di ammirazione, si dice che egli disponga di una forza di volontà addirittura favolosamente magica, grazie alla quale egli compie prodigi tali che finora nessun mortale ne ha mai avuto un’idea nemmeno in sogno. Si dice, ad esempio, che egli richiami in vita qualsiasi morto senza ricorrere a mezzi terreni, ma valendosi unicamente della sua parola e della sua volontà; e per quanto mai queste cose possano anche apparire incredibili e leggendarie, tuttavia si dice che esse sono perfettamente vere! A farla breve, e secondo quanto si va narrando, egli va continuamente da un luogo all’altro, e insegna agli uomini a riconoscere se stessi e a riconoscere Dio in una maniera comprensibilissima, ed ogni suo passo è accompagnato da prodigi della specie più straordinaria!

7. I suoi discepoli, dei quali corre voce che siano ormai molto numerosi e che non si stacchino mai dal suo fianco, lo considerano un Dio, dato che un vero Dio con tutte le Sue meravigliose prerogative non è possibile che arrivi a compiere di più. Ma lasciamo stare queste cose, perché un Dio quale noi possiamo rappresentarcelo sotto svariatissime forme non è ad ogni modo altro che un parto floscio della fantasia umana, dotato di attributi assolutamente immaginari i quali a loro volta non rappresentano nulla, ugualmente come il loro nullo detentore, cioè il Dio immaginario!

8. Ma se le cose stanno proprio così riguardo all’uomo prodigioso da Nazaret, ciò di cui non dubito, io non vedo davvero il motivo per il quale non si potrebbe o non si dovrebbe ritenerlo un Dio! Sotto questo aspetto io ragiono così: “Quest’uomo, per sua naturale disposizione è certamente dotato, più che ogni altro di tutto questo mondo, delle maggiori attitudini e capacità, ed ha, mediante il proprio zelo per la vita, trovato in sé il centro della propria vita d’amore, ed ha poi accuratamente coltivato questo centro, lo ha nutrito, irrobustito e lo ha fatto sbocciare.

9. Per mezzo di questa vera vita che compenetra da ogni parte il suo essere completamente formato, egli si mette in comunicazione con la forza vitale ed universale della Natura, ed allora la sua volontà deve poter guidare non soltanto il suo proprio organo vitale, ma pure tutti gli organi della complessa Natura, e ciò per la ragione che egli, grazie alla sua vita, riunisce in sé le fila di ogni altra vita parziale nei vari esseri, e così può a suo piacimento anche disporre di tutti gli esseri”.

10. Già prima, quando ero ancora un ateo, io avevo azzardato con te l’osservazione che soltanto mediante il ritrovamento in se stesso del principio vitale qualcuno può innalzarsi alla dignità di un vero Dio e conquistare la vita eterna, ed ho accennato al come tale meta possa venire raggiunta, nonché alla probabilità che in passato più di uno sia pervenuto a tale meta e che più di uno ancora possa giungervi in avvenire. E infatti, eccoci ora qui di fronte all’uomo che viene da Nazaret il quale non è una favola e che giustifica appieno la mia affermazione; ed è appunto lui al quale pensavo quando ti ho fatto questa osservazione; io darei qualcosa se potessi incontrarlo in qualche luogo! Io stesso ambirei a farmi suo discepolo, e qualora le cose nei suoi riguardi stessero veramente così come ho appreso da alcuni miei colleghi, egli senz’altro sarebbe considerato da me come un vero Dio, ed io lo amerei con tutte le forze della mia vita e lo adorerei anche se in cambio tu volessi offrirmi mille Jehova degli ebrei e centomila esemplari del Giove degli egiziani!

11. Io te lo dico apertamente: “Tutti i Jehova e tutti i Giovi, siano essi egiziani, greci o romani, nonché tutti gli Atma e i Lama degli indiani sono delle nullità al paragone di quest’unico Nazareno il quale è un vero uomo prodigioso, e che noi esseni non temiamo affatto, visto che qualcuno dei nostri si trova pure fra i suoi discepoli e già più volte ci ha dato per iscritto notizie sia sul suo conto sia riguardo a che cosa egli stia facendo e insegnando!”. Certo, se quest’uomo si trovasse per caso qui, io non esiterei un momento solo a dirti: “Ecco! Questa è una vera opera di Dio!”.

12. Ad un Dio è possibile creare anche un nuovo mondo; infatti Egli ha in Sé i fili centrali della vita, per mezzo dei quali deve tenere completamente in proprio potere tutti gli esseri e tutti gli elementi dell’intera natura. Basta soltanto che egli voglia fermamente una cosa e questa stessa deve plasmarsi in conformità alla sua chiarissima e perfettissima Intelligenza. Archimede, un gran sapiente che aveva confidenza con le varie forze naturali, disse un giorno: “Datemi un punto fisso fuori dalla Terra ed io vi trarrò tutto il mondo fuori dai suoi cardini”. Queste furono delle parole pur audaci, ma tuttavia sempre grandi; va da sé che ad ogni modo egli avrebbe avuto un bel da fare con la sua leva a vite per sollevare tutta la Terra fuori dai cardini.

13. Invece il Nazareno non ha bisogno di alcuna leva materiale, ma della sua sola volontà per fare in modo che tutto il mondo assieme a noi si dissolva in atomi davanti a noi, per quanto, bene inteso, ci si possa immaginare per noi un’esistenza anche dopo la dissoluzione!

14. Soltanto il Nazareno è colui che ha inventato la vera leva, ed a lui non occorre alcun punto d’appoggio fisso fuori dalla Terra, ma gli basta la sua volontà, e tutta la natura visibile ha cessato di esistere! Ora vedi, questo Nazareno appartiene in certo modo anch’egli al nostro istituto, vale a dire all’istituto del vero e disinteressato amore del prossimo e per conseguenza non abbiamo da temere alcun maggiore o ancora più autentico operatore di miracoli, poiché noi abbiamo la convinzione che non vi è nessuno su questa Terra capace di misurarsi con lui.

15. O forse pretenderesti di affrontare una simile prova, tu che volevi farmi rizzare i capelli sul capo? Io invece, mio carissimo giovinetto, del resto degno di ogni stima, ti consiglierei anzitutto un po’ di modestia! Può certo essere in tuo potere fare molte cose, ma ci vorrà dell’altro prima che tu possa fare proprio tutto, mentre il Nazareno può veramente tutto! Caro il mio ragazzo, con lui mangeresti ben dure ciliegie! Io però finirò con l’incontrarmi con quel Nazareno un giorno o l’altro, e allora ti presenterò a lui, ma fin d’ora ti raccomando di fare bene attenzione a come potrai reggere al suo cospetto! Ebbene, conosci adesso l’uomo prodigioso da Nazaret?»

16. Risponde Raffaele: «Oh, oh, e come non dovrei conoscerLo se sono ai Suoi servizi da un tempo immensamente lungo?».

 

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Cap. 55

Il prodigio compiuto da Raffaele su richiesta di Roclus.

 

1. Dice Roclus ridendo: «O testa sventata che sei! Ammesso pure che finora tu non abbia mai detto una cosa non vera, ebbene, proprio adesso te n’è sfuggita una di bocca! Guardate un po’: questo birichino si fa prima descrivere da me esattamente quella splendida figura del Nazareno, e adesso se ne esce fuori dicendo di trovarsi al suo servizio da lungo tempo! Non è male davvero! Prima non sa niente di lui, ed ora invece è addirittura uno dei suoi servitori! Oh, ma adesso poi sono io ad esigere da te che tu mi fornisca delle prove, altrimenti ti farò io rizzare sul capo i tuoi capelli, per quanto ricci e biondi possano essere! Mi hai capito? Dunque, fuori le prove!»

2. Risponde Raffaele: «Amico, questa imposizione non mi fa per niente paura, ed io sarò in grado di fare qualsiasi cosa tu mi chieda, purché si tratti di qualcosa di ragionevole e di possibile, poiché per il compimento di cose sciocche e impossibili, io non possiedo alcuna forza né potenza. Dunque, prescrivi subito tu stesso quello che devo fare a titolo di conferma, e qualsiasi cosa domanderai verrà da me compiuta con altrettanta celerità!»

3. Allora Roclus fissò negli occhi Raffaele e disse: «Ebbene, o giovane e caro amico, ecco, io sollevo ora da terra una pietra che peserà le sue cinque libbre: si tratta di un pezzo di granito bruno che, per quanto ne so, non ha niente a che fare con nessun metallo conosciuto. Dunque, trasformalo in oro, ma di peso uguale!»

4. Dice Raffaele: «O miope che sei: se diventerà oro, bisognerà bene che questo masso pesi tre volte tanto! Il peso non può restare lo stesso se vuoi che non venga cambiato per niente né nella forma né nella grandezza! Che cosa vuoi dunque che venga alterato?»

5. Dice Roclus: «Ebbene, rimangano intatti forma e volume, e si cambi invece il peso a vantaggio del tuo prodigio!»

6. Osserva Raffaele: «Sta bene, vedi però di tenere salda la pietra, affinché non ti cada di mano quando si trasforma in un masso d’oro tre volte più pesante, perché l’aumento improvviso di peso produce sempre quasi l’identico effetto di una pietra pesante circa dieci libbre che cada dall’aria sulle mani! Potrebbe quindi accadere facilmente che tu venissi gettato a terra assieme al tuo masso d’oro!»

7. Dice Roclus: «Credo probabile che una simile disgrazia non mi toccherà!»

8. Queste parole Roclus le disse perché dubitava della riuscita dell’esperimento. Sennonché in quello stesso momento Raffaele volle che la pietra si trasformasse in oro, ed effettivamente la trasformazione si verificò, con la conseguenza che l’istantaneo aumento del peso fu per Roclus come un colpo che lo rovesciò a terra con tale violenza che si fece parecchio male e stentò alquanto a risollevarsi.

9. Quando Roclus si rimise faticosamente in piedi cominciò ad esprimersi con parole di biasimo verso Raffaele, dicendogli: «Ascolta, o giovinetto prodigioso, ma anche malizioso! Anche dieci di questi massi d’oro non meritano davvero che a causa loro uno si rassegni a provare un simile dolore. Non avresti potuto avvertirmi del fatto che in quel preciso momento si sarebbe compiuta la trasformazione? Io ho battuto con il capo e con le mani sul terreno con tanta violenza come se fossi caduto dalla cima di un albero! Il capo mi duole ancora terribilmente! O prodigioso giovinetto malizioso, prova adesso a fare svanire anche questo acuto dolore al mio capo, e così risulterà sempre più provata la verità di ciò che dici!»

10. Allora Raffaele alitò sul capo a Roclus, e immediatamente quest’ultimo si sentì liberato da qualsiasi dolore. Raffaele poi gli disse: «Ed ora raccogli da terra il masso d’oro, esaminalo e convinciti che si tratta proprio di oro allo stato puro»

11. Roclus fece così, chiamò contemporaneamente i suoi undici compagni e disse: «Ecco, vedete e giudicate voi stessi!».

 

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Cap. 56

Le supposizioni degli esseni sulla persona di Raffaele.

 

1. Tutti allora si avvicinarono e, osservato il masso, esclamarono: «Amico, questo è senz’altro oro purissimo, e tutto il pezzo dovrebbe avere un valore altissimo, ben difficile da stimare! Ed una simile cosa è stata fatta da questo giovinetto indescrivibilmente bello con un semplice atto della sua volontà; è bastato un solo pensiero a convertire il bruno masso di granito in un masso d’oro della stessa grandezza! Qui evidentemente la magia non c’entra, e noi ci troviamo di fronte ad un autentico prodigio possibile unicamente a Dio, cosa questa da noi tutti finora ritenuta una favola; ma ormai questo fatto dimostra chiaramente che qui non si tratta di favole. Il magnifico giovinetto è certamente né più, né meno che un Dio! A lui spetta la nostra adorazione, ed a lui dobbiamo fare delle offerte di tutto quanto è in nostro potere per allontanare da noi il suo eventuale sdegno e per indurlo a non abbandonarci!»

2. Dice Roclus: «Di se stesso egli ha affermato di essere soltanto un discepolo e un servitore del Nazareno che sta diventando sempre più famoso! Egli dunque non è un Dio, ma tanto più si delinea in modo sempre più chiaro l’indiscutibile divinità del Nazareno! A voi non sarà certo sfuggita la violenza con la quale prima sono caduto a terra, caduta che mi ha causato un fortissimo dolore al capo! Ebbene, con un lieve alito dalla bocca del giovinetto il dolore svanì, e parve come se fosse stato letteralmente soffiato via. Dunque, stando all’asserzione del giovinetto, egli non è che un discepolo e servitore del Nazareno; per conseguenza noi gli dobbiamo certo tutto il nostro rispetto, non però la nostra adorazione o delle offerte che spettano a Dio. Ma dato che senza alcun dubbio egli è quello che dice di essere, si tratta ora per noi di indagare esclusivamente dove possiamo trovare il Nazareno, e, una volta trovatolo, allora avremo anche trovato tutto!»

3. Dicono gli altri: «Ma alla fine, non può questo giovinetto essere forse egli stesso il Nazareno?»

4. Dice Roclus: «No, no, egli non è il Nazareno! Anzitutto c’è la questione dell’età, trent’anni: come potete pensarlo? Il giovanetto può averne al massimo sedici! E poi in proposito c’è la chiarificazione esplicita da parte del giovinetto stesso! Anche se egli in verità si è dimostrato un po’ malizioso, però di menzogna in lui non c’è neanche da discutere; ve lo garantisco io, nemmeno la minima traccia, perché a questo proposito credo di conoscerlo molto bene. Veritiero egli lo è senz’altro, quantunque un po’ di malizia ce l’abbia anche lui, ciò che gli perdoneremo volentieri in considerazione della sua giovane età; tanto più che è così bello che posso dire di non aver mai visto in vita mia un giovinetto simile! Si sarebbe davvero portati a credere di trovarsi di fronte ad una bellissima fanciulla travestita da maschio; tuttavia in qualche momento egli mi appare eccessivamente serio per una fanciulla, e quindi nonostante la sua bellezza quasi femminea devo ritenere che egli sia effettivamente un maschio. E poi egli ha troppa sapienza, e le fanciulle, per quanto siano belle, sono sempre un po’ stolte, e non possono innalzarsi al livello dell’uomo in fatto di sapienza! Invece in questo giovinetto si nasconde una sapienza straordinaria con la quale nessuno di noi è in grado di competere. E tutto ciò serve a dimostrare inoltre che egli stesso non è il Nazareno, ma soltanto un suo genuino servitore. Dunque, bisogna che egli ci conduca là dove si può trovare questo Nazareno!»

5. E con questa conclusione Roclus si rivolge nuovamente a Raffaele e gli dice: «Ascolta, o servitore del Nazareno, molto caro a noi tutti, quantunque tu sia un po’ malizioso! Fra noi due ogni questione è ormai appianata; per conseguenza io e i miei compagni ti preghiamo ancora e solamente di indicarci dove potremmo trovare il famosissimo Nazareno ed incontrarci con lui!»

6. Risponde Raffaele: «Sì, ora mi è lecito e possibile dirti già in maniera un po’ più chiara che il famosissimo Nazareno si trova appunto qui! La Persona giusta puoi ora cercarla da te stesso fra i circa cento ospiti che sono qui, avvalendoti del tuo acuto intelletto. Vedi, se tu non fossi dotato di un intelletto così acuto, non avrei esitato a mostrarti la Persona del Nazareno, ma è appunto l’acutezza del tuo intelletto ad impedirmi di farlo! Va quindi, cerca bene, e finirai con il trovare la Persona giusta!»

7. Dice Roclus: «Oh, punzecchia pure a tuo piacimento! Ciò non fa nulla, e il mio intelletto non è comunque da disprezzare! Quello che esso non sarà in grado di trovare saprà ben trovarlo il mio cuore, perché, infine, neanche questo può dirsi proprio fra gli ultimi di questo mondo. Dunque, o mio giovane e sapientissimo amico, non affannarti per me; vedrai che non cercherò a lungo e che saprò ben presto trovare la Persona giusta!».

 

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Cap. 57

Il discorso di Roclus sull’importanza di un intelletto sviluppato.

 

1. Raffaele allora ammonisce Roclus ad avere prima cura del prezioso masso d’oro di cui egli gli fa dono!

2. E Roclus, alquanto arrabbiato, esclama: «Amico, quando sono in procinto di cercare il bene supremo dell’umanità, io non penso più alla pericolosissima immondizia di questo mondo! Hai compreso, o giovane amico che sembri volere ormai fare un po’ troppo il saccente? Io posso con tutta sincerità assicurarti che questo mucchio di lordura non lo toccherò più nemmeno con il dito, e se ti fa piacere puoi senz’altro riconvertirlo nella pietra che era prima!

3. Credi forse che io vada a caccia dell’oro per la ragione che sono greco ed esseno? Oh, tu prendi un grosso granchio! In primo luogo a casa mia io di questa gialla sozzura terrena possiedo per diritto ereditario già cento volte tanto quanto è questo masso informe, e perciò posso fare a meno di questo che è stato prodotto di recente, e in secondo luogo il mio cuore non se ne è mai rallegrato. Infatti, se fossi stato avido di beni terreni, non sarei certo mai pervenuto alla mia attuale acutezza di intelletto, la quale - anche se impossibilitata ad intendere le cose supreme - ad ogni modo un breve tratto di via verso questa meta l’ha già percorso, e già per questo motivo essa ha un valore mille volte maggiore di centomila pezzi d’oro di questa specie.

4. Accingendomi all’impresa di indagare nelle questioni supreme della vita spirituale sostenuto unicamente dall’intelletto, io senza dubbio non ignoro che, per quanto puro ed acuto esso sia, l’uomo non assolverà mai il compito che si sarà prefisso; tuttavia, se gli mancasse completamente questa luce dell’anima, riuscirà ancora molto più difficile all’uomo pervenire alle verità della vita che sono profondamente nascoste! Secondo il mio punto di vista, un intelletto umano bene educato e sviluppato rappresenta sempre un tratto di via abbastanza importante verso la meta della pienezza eterna ed indistruttibile di verità della vita che proviene da Dio, ed è, considerato da questo punto di vista, certo già di altissimo valore; per conseguenza non è affatto lodevole da parte tua, o giovane amico, che tu ti esprima in tono tanto sarcastico parlando dell’acutezza del mio intelletto!

5. Vedi, nella città distrutta dall’incendio si aggira ancora moltissima gente sulla cui acutezza di intelletto tu certo non potresti lamentarti, considerato appunto che di acutezza non ne hanno; e perché mai non vengono anche loro qui, quelle pecorelle e agnelli, a cercare le verità più profonde della vita? Tutti guardavano da questa parte, e devono anche loro essersi accorti di questa nuova casa prodigiosa; ma per loro la cosa è indifferente!

6. Infatti, che cosa è capace di suscitare un qualche interesse in un uomo assolutamente inetto a pensare? Te lo dico io: “Proprio niente, all’infuori di ciò che, rappresentando un boccone atto a saziare, eccita il suo stomaco eventualmente affamato a corrergli affannosamente dietro”. Poni dinanzi a queste bestie umane da soma, sempre affamate, una pietanza qualunque, ed opera contemporaneamente i miracoli più straordinari in loro presenza: vedrai allora come questa gente senza intelletto si dedicherà a divorare, e non farà alcuna attenzione alle tue opere prodigiose. E quando avranno riempito il loro stomaco, essi diverranno pigri e indolenti, e baderanno ancora meno ai tuoi prodigi. Una cosa simile invece colpisce soltanto colui che ha un’intelligenza istruita, e questo allora comincia a riflettere, a stabilire ogni tipo di confronti e non si dà pace finché non è riuscito a trovare una qualche spiegazione del prodigio stesso!

7. Ma se, com’è inconfutabile, le cose stanno proprio così, perché fai continuamente delle osservazioni pungenti contro la mia acutezza di intelletto? Vedi, nonostante tutte le tue facoltà miracolose, tu ti metti per una via che assolutamente è fra le più impervie del mondo!

8. Se io voglio certamente riconoscere Dio, devo prima di tutto pensare, e soltanto dopo sentire! Ma che cosa sarà capace di suscitarmi nel cuore un sentimento migliore e più spirituale se mi trovo qui ad essere come un bue che non ragiona affatto? Tu mi spronasti a cercare il divino Nazareno solo con la mia acutezza d’intelletto; ma io lo farò pure per mostrarti che anche un retto intelletto serve a qualcosa! Per concludere, dirò che io ti sono veramente grato e che ti ho assai caro perché tu mi hai fatto conoscere un vero Dio, e con ciò mi hai offerto un tesoro di pregio inestimabile il quale vale molto di più che non delle intere montagne d’oro; però in te non mi piace il fatto che tu abbia sempre da rivolgere delle critiche piene di sarcasmo al mio intelletto!

9. Infatti, perfino la Sapienza suprema di un Dio non può fare a meno di schierarsi dalla mia parte quando sostengo che l’intelletto, per quanto riguarda la conoscenza di se stesso e principalmente la conoscenza di Dio che da questo risulta, è tanto necessario all’uomo quanto lo sono gli occhi per poter vedere! Io certamente non mi nascondo che un uomo, per quanto sia di intelletto desto, non può né potrà mai comprendere le infinite cose che la suprema divina Sapienza ha disposte, e che ha chiamate ad essere, che sono e che continuamente sorgono; però, malgrado tutto, senza una certa acutezza di intelletto, necessaria per esaminare e per distinguere le cose stesse, l’uomo non comprende, né comprenderà nulla in eterno!

10. Si vuole sostenere che soltanto la fede è la luce dell’uomo! Ma per carità! Cos’è mai la fede senza l’intelletto? Essa corrisponde alla sapienza dei teneri fanciulli ancora nella culla, i quali stendono le mani verso la Luna credendo che si tratti forse di una pagnotta al miele! Ed io ti dico che c’è realmente su questo caro mondo della gente adulta la quale ritiene che la Luna non sia nient’altro che una pagnotta che vaga per l’aria e che viene mensilmente mangiata dagli uccellini del paradiso, e che subito poi ricomincia a crescere! Suvvia, amico caro, dimmi di che aiuto è stata questa fede a te, a me e a un Dio? Non è invece cosa migliore e più degna, tanto per l’uomo quanto per lo Spirito divino in lui, ponderare coscienziosamente e scoprire con il tempo che la Luna deve essere pur qualcos’altro che non una forma di pane allo scopo di fornire alimento agli uccelletti del paradiso?

11. La mia massima è questa: “Esaminare tutto e tenerne il buono, e quello che almeno si avvicina di più alla verità, finché non si abbia ottenuto da qualche parte una luce migliore e più forte”. Durante una notte tenebrosissima non è forse meglio il pallido chiarore della lucciola che non nessuna luce? Ma altrettanto si può dire anche della minima scintilla di luce dell’anima, chiamata intelletto, la quale è senza dubbio migliore di una superstizione foschissima in cui non c’è nemmeno la più lontana probabilità che possa accostarsi al vero in una maniera qualunque!

12. Io, ad esempio, ammetto il caso che mi senta tenuto a credere in qualcosa che mi viene esposta e che corrisponde a verità pienissima, senza tuttavia potermi convincere che si tratta di una verità per la ragione che mi manca l’intendimento e le necessarie esperienze. Ma in che cosa differisce una simile fede dalla più cieca superstizione? Infatti, come ed a che cosa può servirmi la verità creduta se non la comprendo, e se non posso affatto convincermi che si tratta proprio di una verità? A che cosa sarebbe buono l’oro qualora l’intelletto umano non fosse capace di distinguerlo da un altro comune metallo di scarsissimo pregio? Dunque, quando l’uomo crede in qualcosa, è chiaro che deve credere con qualche discernimento, altrimenti di fronte a lui menzogna e verità dovrebbero evidentemente apparire come la stessa cosa!

13. Se tu ora mi dicessi: “Ecco, dietro a quelle montagne azzurre esiste una città la quale è tutta costruita di pietre fra le più preziose, e gli uomini che vi dimorano sono tutti dei giganti!”, ammesso che io fossi abbastanza cieco e stolto, ti crederei sulla parola, anzi diverrebbe per me un articolo di fede; ma se poi venisse un altro e sostenesse invece l’opposto, dicendomi: “Sappi che dietro quella montagna azzurra non c’è una città né meno ancora degli abitanti di statura gigantesca!”, cosa potrei fare, io, cieco ed assolutamente privo di intelletto? Resterei fedele alla prima versione, pur essendo questa una evidentissima menzogna, e respingerei con scherno la verità della seconda! Ma una cosa simile può essere forse indifferente ad un Dio dotato di suprema Sapienza?

14. Se il Nazareno è un Dio colmo della più alta Sapienza, ciò che io non metto più in dubbio dato che tale cosa la riconosco con il mio intelletto, sarebbe addirittura stolto da parte sua insegnare all’umanità a riconoscere la menzogna e tutto ciò che vi è di sbagliato, e ad accogliere invece la luce della verità e tutto ciò che vi è di buono, senza una qualche acutezza d’intelletto!

15. Dunque, vedi che non mi puoi far cambiare idea sotto questo aspetto neanche con mille prodigi; perciò in avvenire evita di fare dello spirito sul conto del mio intelletto e lascia che esso valga per quello che è. Indicami invece dove si trova in questo momento il divino Nazareno, affinché io pieghi le mie ginocchia dinanzi a lui e l’adori come si conviene!».

 

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Cap. 58