Sulla donazione di organi

 

(Estratto dal libro “Mondi nell’aldilà” – di Daniel Krinke)

 

 

Sul trapianto di organi si deve considerare la faccenda da due lati. C’è da un lato il ricevente per il quale la donazione di organi rappresenta sovente un notevole miglioramento di qualità della sua vita, e ciò per il progresso medico in questo campo, rappresenta un grande arricchimento. Se si considera la faccenda da parte del donatore, allora la donazione di un organo sano del donatore è un meraviglioso servizio d’amore. Precisamente così stanno le cose del trasferimento della cornea dell’occhio di un morto.

Nel prelievo di altri organi arriviamo tuttavia a limiti etici. Il problema qui è che gli organi da prelevare con l’entrata della morte, sono inutili. Per poter ora prelevare organi “vivi”, da parte della medicina, è stato definito il momento della morte. Se come segno della morte subentrata valevano l’arresto cardiaco e della respirazione, è stata stabilita una nuova definizione del momento della morte, cioè la morte cerebrale.

Questo significa che si designa ora una persona come morta, quando ancora il suo cuore batte, e quindi vive ancora. I medici, con lo lo stabilire di ferite cerebrali, partono dal fatto che il paziente morirà nel giro dei successivi giorni. In questo spazio temporale si tratta però ancora chiaramente di una persona vivente, la cui anima forma ancora un‘unità con il corpo, e che ora avrebbe bisogno di un amorevole accompagnamento del morire, per poi poter lasciar andare pacificamente il corpo ed iniziare la salita alla Luce, nel Cielo.

Se ora si lasciasse giungere a questa persona questo servizio naturale e morire pacificamente, allora a questo punto di morte subentrata la maggior parte degli organi sarebbe inutilizzabile per il trapianto.  Per poter quindi conservare gli organi necessariamente viventi-freschi, la medicina ha preposto senza esitare il momento della morte e, con ciò, equiparata l’irreversibile mancanza di certi comparti cerebrali con la morte del corpo umano. Si tratta di persone i cui organi vengono prelevati per bloccare artificialmente il processo di morte in persone ancora viventi,  e la cui morte (del donatore) inizia poi di colpo con il prelievo di organi.

Se un uomo gravemente ferito viene destinato a donatore di organi, cambia anche spontaneamente il suo status, cioè dal paziente – cioè, morente – diventa una salma vivente. Ora non si tratta più del bene di questa persona, ma della conservazione degli organi utilizzabili, quindi esclusivamente della conservazione allo scopo della funzione vitale. Quindi la definizione di morte cerebrale stabilisce quindi la morte della persona esclusivamente nel cervello. Nel prelievo degli organi, l’uomo, il “morto cerebrale”, viene poi narcotizzato, dato che in tal modo succedono ancora dei movimenti spontanei, degli aumenti della pressione sanguigna, come anche di reazioni di sudorazione. Il personale dell’operazione viene preparato a questo,  predisponendosi a prelevare gli organi ad una persona vivente.

Bernhard Jakoby descrive nel suo libro “La vita dopo” alcuni esempi impressionanti, tra l’altro il caso di Sven, diciannovenne, che era stato ferito in un incidente ed era in pericolo di vita. Il medico dell’incidente aveva deciso di trasferirlo per il prelievo degli organi in una clinica di Hannover. Là fu constatata la sua morte cerebrale. L’incidente era successo nel primo pomeriggio, circa alle ore 19,30 sono arrivati i genitori a Hannover. Quando si è chiesto loro l’accettazione per la donazione degli organi, la madre ha rifiutato, dato che aveva l’impressione che suo figlio non avesse in nessun caso un aspetto di “morto”. Invece il padre, infine, accettò. Quando la madre vide ancora una volta suo figlio poco prima del funerale, restò scandalizzata:  Aveva l’aspetto di molti anni più vecchio, i suoi capelli erano diventati bianchi. Disse: ”Sembrava come se avesse subito una gravissima lotta mortale,  tormentosa. Mi sono continuamente chiesta che cosa poteva essere successo”.

 

« Io, (Bernhard Jakoby) ho cercato nei mondi spirituali di questo Sven ed ho trovato la sua anima catturata in un totale shock e irrigidito. Attraverso questa pesantezza emozionale, l’anima era stata attratta nuovamente sempre più profondamente nei mondi astrali inferiori. Dalla sua indole, che in origine era un essere di Luce, la cui anima con un processo di morte “normale” avrebbe trovato in modo relativamente veloce la via della Luce nei mondi astrali superiori, attraverso quell’immenso shock la sua anima era ora talmente bloccata, che l‘attirava nella pesantezza. Il prelievo di organi aveva danneggiato quindi massicciamente sia il suo pacifico trapasso, come anche il suo ulteriore sviluppo nell’aldilà, cosa che secondo ogni probabilità trascinerà anche nelle future incarnazioni. Invece di un processo di distacco che normalmente dura alcuni giorni, di colpo, era stato sezionato il suo corpo. L’anima, comunque già irritata dall’incidente, dovette assistere come il corpo con il quale era ancora legato, veniva aperto per mezzo di seghe, spaccato e macellato. Questo inafferrabile shock l’aveva fatta invecchiare  spontaneamente fino a far diventare bianchi i capelli del corpo.

Nell’aldilà ho potuto parlargli. Dopo avergli spiegato la sua situazione, l’anima ha potuto risvegliarsi dal suo irrigidimento da quello shock, e cominciare la sua salita dall’oscurità del regno dei morti, nella Luce. Nel frattempo sono trascorsi sei mesi, ed oggi lo percepisco già nella quinta dimensione dei mondi astrali superiori. Attraverso la forza della sua personalità, nonostante l’esperienza immensamente emozionale di shock che ha terminato la sua vita terrena, quest’anima ha potuto ritrovare la sua fede nel bene e nella Luce di Dio. Sta lasciando dietro di sé la sua precedente, insieme all’avvenimento di quello shock, per sperimentarsi come essere spirituale nella Grazia di Dio. Ora, se prendo nuovamente contatto con lui, mi riconosce subito e mi ringrazia per il mio aiuto. Non riesce ancora a comprendere che dei prossimi abbiano commesso su di lui una tale azione disumana. Secondo le sue dichiarazioni questa cosa era la più spaventosa che gli si avrebbe mai potuto fare. Egli mi confermò che la sua anima in quel momento si trovava ancora nel corpo. L’apertura del corpo come anche il prelievo degli organi gli avrebbe causato indescrivibili dolori e lo avrebbe scioccato. Mi pregò di comunicare questo all’umanità, perché anche ad altre persone succede lo stesso nel prelievo degli organi, e volle anche comunicare il suo chiaro disappunto  sull’attuale tecnica di trapianto.

Dopo questo colloquio trovò ancora più pace e si poté dedicare ancora di più alla sua salita nella Luce, lasciando sempre più alle spalle la sua vita passata».

 

Quando ad un morente, ad un cosiddetto morto cerebrale, vengono prelevati gli organi, allora questo dovrebbe  avvenire solo con il consenso coscientemente espresso nel tempo della vita del donatore.  Se un uomo si occupa della donazione di organi e poi si decide coscientemente di stare a disposizione come donatore di organi, allora questa è un’altra situazione di partenza. Quando sta veramente davanti al prelievo degli organi, si dovrebbe spiegare al morente, prima tramite la presa di contatto spirituale e preghiere, la sua situazione, ed esortare l’anima di abbandonare ora il corpo morente ed andare nella Luce.

Nel procurare organi, la scienza è esortata urgentemente  a trovare un'altra via per la preparazione di organi, che un dichiarare morto un uomo i cui organi, eccetto certi campi cerebrali, funzionano ancora, il cui cuore batte ancora e la cui anima dimora ancora nel corpo!

 

 

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